I morti della faida,svelati tutti gli omicidi nei minimi particolari.

 




 

Cuomo non avesse avvertito Cutolo di un rapimento. Cuomo fu rimpiazzato dal suo braccio destro Antonio Lucarelli. Sua moglie Carla Ciampi rivelò poi ai giudici gli esecutori e i mandanti dell'omicidio. In febbraio, la Ciampi fu ammazzata a colpi di pistola nella sua auto.
Nel 1980 Giuseppe Maresca festeggia il suo matrimonio nel ristorante "La Cascina" di Domenico Ferrara, fedelissimo di Antonio Bardellino, boss di Giugliano e Caserta.
Il 7 novembre 1980 l'assessore Mimmo Beneventano viene uccise in quel di Ottaviano mentre scende dalla sua auto, per ordine di Cutolo.
Il 23 novembre ci fu una forte scossa di terremoto in Campania. Cutolo approfittò della confusione nel carcere di Poggioreale per ammazzare Antonino Palmieri, tramite Salvatore Esposito e Pasquale D'Amico, perchè aveva cambiato fronte, alleandosi con i Bardellino e i Giuliano, della Nuova Famiglia. Cutolo fu poi trasferito ad Ascoli Piceno. Ma anche da Ascoli, il Professore decideva la vita e la morte. Il 10 dicembre fece uccidere il sindaco di Pagani Marcello Torre, ostacolo per gli appalti del dopo-terremoto. Fu ucciso anche il boss di Pagani, Salvatore Serra, in carcere, e sostituito dal cutoliano Salvatore Di Maio e dal suo luogotenete Antonio Benigno. Il braccio destro di Serra, Oliviero, cominciò quindi a lavorare per la Nuova Famiglia, in particolare per Carmine Alfieri, e divenne il boss di Salerno.
Nel marzo del 1981, intanto, ci fu un vertice della Nuova Famiglia al quale parteciaprono Zaza, Bardellino, Nuvoletta e i Giuliano. Decisero di piazzare una autobomba al castello di Cutolo, a Ottaviano. In quello stesso anno anche i Misso del quartiere Sanità decisero di allearsi alla Nuova Famiglia.
Il 17 agosto 1981 Cutolo organizza l'omicidio a Milano del boss Francesco Turatello, per supportare il clan dei catanesi. Il 9 ottobre la polizia ordina un blitz a casa di Cutolo : Rosetta scappa, ma vengono arrestati il figlio di Cutolo, Roberto, il nipote Luigi Cutolo, e Sabatino Saviano, Giovanni Malandrino, Francesco Pirone, Salvatore e Sabatino Pavone, Salvatore Varriale, Michele Nappo e Mario Ferraro (poi tutti liberati dopo 8 mesi). Nello stesso mese il cassiere di Cutolo, il marsigliese Albert Bergamelli, fu ammazzato in carcere da Umberto Ammaturo.
Il 27 dicembre Giuseppe Romano e suo figlio furono uccisi per ordine di Cutolo : Giuseppe era l'amante di sua sorella Rosetta.
Nel 1981, inoltre, Cutolo ordina l'omicidio del direttore del carcere di Poggioreale, Giuseppe Salvia, perchè questo aveva scoperto che Cutolo aveva amicizie particolari al Ministero degli Interni che gli permettevano di trasferire i detenuti a suo piacimento, per poi organizzarne più facilmente gli omicidi.
Nei primi anni 80 il boss della Sanità, Giuseppe Misso, organizzò due spettacolari rapine al Banco di Napoli e alla gioielleria Pane, con l'aiuto dei siciliani Gerlando Alberti (un nipote di Pippo Calò), e del killer Francesco Caccamo (più tardi poi ammazzato).
Per cercare un'intesa, i principali gruppi campani nel 1981 tengono alcune riunioni a Vallesana, in una tenuta dei Bardellino. Cutolo non può essere presente perché dopo l'evasione è stato arrestato. Ma lo rappresentano il fratello Pasquale, Vincenzo Casillo, suo braccio destro, ed altri dirigenti dell'organizzazione. La controparte è costituita da Bardellino, Alfieri, Galasso. Nuvoletta è l'ospite e cerca di svolgere una funzione di arbitro. Mentre si tengono alcune delle riunioni, Riina, Provenzano e Bagarella, sono ospitati in un edificio separato. Nel corso delle discussioni le fasi di tensione erano inevitabili e per sedarle si ricorreva ai corleonesi. Ma le riunioni non danno nessun esito, anche perché, secondo Galasso, Nuvoletta fa il doppio gioco. Vuole porsi come arbitro della controversia per acquisire autorevolezza, vuole stare dalla parte degli avversari di Cutolo, che tiene un comportamento eccessivamente espansionista, ma non vuole manifestare palesemente avversita' a Cutolo, che e' ancora potente. Percio' non si agita troppo. Il comportamento e' quello tipico dei corleonesi quando c'e' uno scontro: fingere di parteggiare per uno dei contendenti, guardare come vanno le cose e poi schierarsi dalla parte di chi vince agevolandone il successo. Gli omicidi eccellenti si succedono gli uni agli altri. I fratelli di Alfieri e Galasso sono uccisi dalle bande di Cutolo. Uomini di Cutolo cadono sotto i colpi dei clan avversi. Il 1982 è l'anno in cui si registra il maggior numero di omicidi in Campania, 284, segno della permanente instabilità delle relazioni tra gruppi camorristici. Ed è proprio a partire dal 1982, che comincia il declino di Cutolo e l'ascesa di Alfieri.
Nel 1982, durante il maxi-arresto contro gli uomini di Cutolo, il boss Giuseppe Misso viveva in Brasile e comandava da lì la guerra contro Cutolo e quella contro i Giuliano di Forcella. I boss dei Quartieri Spagnoli, Ciro e Marco Mariano, si allearono con i Giuliano.
Il 1 aprile 1982, la polizia trovò a Ottaviano il corpo senza vita dello psicologo Aldo Semerari, amico di Cutolo; era stato ammazzato da uomini al comando di Umberto Ammaturo e della fidanzata Pupetta Maresca.
Il 15 aprile la madre del detenuto Antonio De Matteo fu ammazzata a colpi di mitraglietta. La donna riceveva gli ordini di Cutolo tramite il figlio Antonio. Il giorno dopo il fratello di Antonio, Mattia, fu trovato bruciato nella sua auto. Il 18 aprile Antonio De Matteo fu impiccato nella sua cella da Marco Medda e Pasquale D'amico, perchè Cutolo aveva paura che cominciasse a parlare. Il giorno dopo Cutolo fu trasferito al carcere dell'Asinara, il più duro e protetto dell'epoca in Italia, per ordine del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Nello stesso mese il cassiere di Cutolo, Alfonso Rosanova, fu ucciso in un ospedale di Salerno per ordine di Carmine Alfieri.
Il 25 maggio Celeste Bifulco fu ammazzata. Seguirono, in quei mesi, gli omicidi di decine di uomini legati a Cutolo, tra i quali : Giacomo Frattini, il boss calabrese Ciccio Canale, Antonio Lucarelli, Armando Visone.
Il 6 luglio un vertice delle Nuova Famiglia all'hotel Belvedere fu interrotto dalla polizia.
Nel luglio del 1982, inoltre, le Brigate Rosse ammazarono il capo della polizia napoletana Antonio Ammaturo per ordine di Cutolo, perchè aveva acquisito le prove dei contatti tra Cutolo, alcuni politici e le stesse Brigate Rosse (durante il rapimento dell'assesore Cirillo).
Il 13 settembre 1982 i luogotenenti di Cutolo, Sergio Marinelli e Vincenzo Casillo, organizzarono un agguato al giudice Antonio Gagliardi, eseguito da Massimo Scarpa di Castellammare, ma il giudice sopravvive.
Nello stesso mese il cutoliano Paolo Dongo fu ucciso da Antonio Cianci perchè non era ancora riuscito ad ammazzare il killer di Bergamelli, Umberto Ammaturo. Nello stesso anno Andrea Pandico, il fratello di Giovanni Pandico, fu ammazzato a colpi di pistola durante un'imboscata. In carcere Raffaele Catapano uccide il camorrista Mario Vangone perchè aveva ammazzato suo fratello.
Sempre a settembre Michele Zaza arriva a Parigi per incontrare Antonio Salamone, il nipote di Salomone, Alfredo Bono e Francesco De Matteo; incontro che fu osservato dalla polizia. Zaza inaugurò poi una raffineria di eroina a Rouen, controllata poi da Nunzio Guida in collaborazione coi corsicani Paul Graziani and Bernard Quilichini. Il 25 settembre arriva nella sua casa di Los Angeles e due giorni dopo Salomone va a trovarlo. Salomone da lì telefona al nipote a Palermo e gli ordina di incontrare il genero di Paolo Cuntrera Nino Mongiovi e di partire per Caracas, dopo essersi assicurato del suo arrivo a San Paolo. Un mese dopo arriva a casa di Zaza un carico di 132 Kg di eroina pura, ma la polizia arriva troppo tardi. La polizia francese, infatti, si era infiltrata nella banda di Nunzio Guida. Ma quando l'infiltrato fu scoperto, suo fratello fu ucciso agli Champ Elysees.
Il 22 gennaio 1983, a Poggioreale, furono trovate pistole nelle celle di Maurizio Rossi e dello slavo Yugoslav Stevan Cosa. La notizia ebbe molto risalto a livello nazionale : ci si domandava come potessero avvenire cose del genere; ma il bello (o il brutto) doveva ancora venire.
Il 29 gennaio il braccio destro di Cutolo, Vincenzo Casillo, saltò in aria a Roma a causa di una autobomba organizzata da Giuseppe Puca e Ettore Miranda sotto il comando di Pasquale Galasso, braccio destro di Carmine Alfieri. Il luogotenente di Casillo, Mario Cuomo, sopravvive, ma molti degli uomini di Cutolo cominciarono a pentirsi.
Poco prima c'era stato un agguato al fratello di Michele Zaza, Salvatore che fu solo ferito.
Le esecuzioni cominciavano a rasentare l'incredibile : la moglie di Andrea Pandico, Filomena Schiavone, fu ammazzata mentre piangeva sulla tomba del marito, da Alfredo Guarneri al soldo di Giovanni Pandico, perchè era stata amante di un membro della Nuova Famiglia.
Il 7 febbraio 1983, 21 dei 160 sospetti di un enorme traffico internazionale di droga furono arrestati a Milano. L'organizzazione era riuscita ad acquistare l'ippodromo di San Siro e l'hotel Hilton per circa 100 miliardi di lire, per riciclare le loro ingenti somme di denaro. Oltre ai più importanti boss mafiosi di quegli anni, fra i sospettati c'erano i fratelli Nuvoletta e i fratelli Zaza. Il 15 febbraio ci furono altri arresti a Milano, Torino, Roma, Napoli e Palermo. Furono arrestati la sorella di Zaza, Maria, e suo cognato Giuseppe Liguori. Fu poi scoperta che il tarffico serviva, tra l'altro, a finanziare il famoso Casino di Campione d'Italia. Dalle indagini, si scoprì inoltre che siciliani e camorristi possedevano non solo il casino di Campione, ma anche i casino di San Remo e di Saint Vincent in Italia, il casino di Nizza (il famoso casino Ruhl del gangster marsigliese Dominique Fratoni), i casino di Chomonix e Menton in Francia, parecchi casino a Las Vegas e a Atlantic City e anche alcuni in Africa. Questi casino erano usati principalmente per riciclare i soldi provenienti da attività illecite, principalmente il traffico di droga, con l'aiuto delle banche.
Sempre nel corso del 1983, iniziò il processo a carico di Ciro Mariano per l'omicidio di Antonio Di Scaccia.
In maggio la moglie di Casillo, il braccio destro di Cutolo ammazzato con una autobomba, fu uccisa da Antonio Varriale e Mauro Marra al comando dello stesso Cutolo che accusò la donna di tradimento.
Il 16 giugno molti degli uomini di Cutolo furono arrestati (tra i quali anche il noto presentatore Enzo Tortora, ta l'altro innocente) tra i quali : Mariano Santini, Rosetta Cutolo, Antonio Sibila, Felicia Cuozzo (la fidanzata di Bergamelli), Aldina Murelli, Franco Califano, Antonio Faro, Sante Notarnicola, Francesco Gangemi, Bruno Spiezia, Errico Madonna, Salvatore La Marca, Renato Vallanzasca, Mario Astorina, Gianni Melluso, Pierluigi Concutelli, Nadia Marzano, Giuliana Brusa, Anna Mariniello (la moglie del boss di Afragola Luigi Moccia), Fiorella Piconzi, Stevan Cosa e Mario Mirabile (di Salerno). Si pentono : Michelangelo D'Agostino, Gianni Melluso, Mario Incarnato, Pasquale D'Amico, Salvatore Sanfilippo, Pasquale Barra, Luigi Riccio, Andrea Villa, Vincenzo Esposito, Guido Catapano e Giovanni Pandico.
Dopo il mega-processo a carico dell'organizzazione di Cutolo, i Nuvoletta diventano il clan più importante dell'area napoletana, supportati da Giuseppe Polverino di Marano, Nicola Nuzzo di Acerra e da Valentino Gionta col suo braccio destro Migliorino di Torre Annunziata.
Esaurita la minaccia della NCO di CutoIo, i Nuvoletta iniziano una guerra con la Nuova Famiglia di Alfieri, supportata da Pasquale Galasso di Poggiomarino, Angelo Moccia, Bardellino, Contini (con il braccio destro Riccardo Perucci), Licciardi, Giuseppe Mallardo (col braccio destro Luigi Esposito).
Il 12 giugno 1983 scompare Giuseppe Muollo ed il giorno dopo si trovano i corpi senza vita di tre dei suoi uomini. Tutti comprimari di Carmine Alfieri ed uccisi per ordine di Cutolo da Michele D'alessandro del clan D'alessandro.
In seguito un poliziotto italiano visita l'appartamento a Rio de Janeiro di Bardellino, occupato in quel momento dalla moglie Rita De Vita. Il poliziotto non trova Bardellino ma riconosce il boss siciliano Tommaso Buscetta che vive nell'appartamento che sta sotto a quello di Bardellino. Il 22 ottobre 1983 Buscetta, con la moglie Christina Guimaraes, viene arrestato. Vengono arrestati anche gli uomini di Buscetta : Paolo Staccioli, Giuseppe Favia, Lorenzo Garello, Leonardo Badalamenti (il figlio di Gaetano) e Giuseppe Bizarro. Bizarro era stato poco prima contattato da Michele Zaza da Los Angeles mentre era in compagnia del boss siciliano Salamone.
Nel 1984 Cutolo sposa in prigione Immacolata Iacone, ragazza di 23 anni.
l 26 agosto 1984 un commando composto da almeno 14 persone arriva aTorre Annunziata a bordo di un pullman e di due auto; i mezzi si fermano davanti al "Circolo del pescatore". E' domenica mattina e, come al solito, nei locali e davanti al circolo sostano numerosi aderenti al clan di Valentino Gionta. Il gruppo scende dal pullman e dalle auto, apre il fuoco, uccide sette persone appartenenti al clan Gionta e ne ferisce altre sette.
La strage era stata preceduta da numerosi omicidi realizzati da ciascuno dei gruppi in danno dell'altro. Il piu' clamoroso aveva colpito Ciro Nuvoletta, il 10 giugno 1984, nella sua tenuta di Vallesana, dove, tre anni prima, si erano tenuti i vertici per la pacificazione tra NF e NCO. Un gruppo di uomini armati appartenenti ai clan Alfieri-Galasso-Bardellino era entrato nella tenuta sparando all'impazzata ed aveva ucciso il piu' spietato dei tre fratelli Nuvoletta. La strage è evitata perche' tutti gli altri occupanti della tenuta fra i quali c'e' Gionta con alcuni suoi uomini, riescono a fuggire.
L' omicidio, a sua volta, era stato preceduto dall'arresto in Spagna di Bardellino, il quale riteneva di essere stato tradito da un appartenente al clan Nuvoletta. La strage ferisce gravemente il prestigio del clan Nuvoletta-Gionta.
Entrare nella città di Gionta cosi' numerosi, arrivare davanti al suo circolo, sparare sui presenti tra la folla, ripartire indenni significava: ledere il prestigio del boss della città, mostrarlo inidoneo a difendere sè stesso e i cittadini, segnalare la presenza di un fortissimo gruppo avversario, mettere in crisi i grandi affari di Gionta che si svolgevano nel campo del contrabbando di tabacchi, del traffico di cocaina, nell'edilizia, nei mercati del pesce, delle carni e dei fiori.
Negli anni successivi alla strage di Torre Annunziata emerge progressivamente il clan Alfieri, che diventa via via più potente, eliminando i superstiti frammenti della NCO e scatenando una lotta sempre più feroce contro il clan Nuvoletta ed i suoi alleati. Tra il 1984 e il 1989 questa organizzazione, che operava tradizionalmente a Nola, si espande, nella provincia di Napoli, in diverse direzioni verso Pomigliano d'Arco, verso l'agro nocerino-sarnese, verso la fascia costiera tra Torre Annunziata e Castellammare di Stabia e verso l'area vesuviana nei comuni di Somma Vesuviana, S.Anastasia e Volla.
Il 31 maggio 1985 un'autobomba uccide la madre di Giovanni Pandico, Francesca Muroni (65 anni), ferendo gravemente la cognata Gisella Gioberti, e suo fratello Nicola.
Nel 1986, sono egemoni, a Napoli e provincia, principalmente 18 clan : Graziano, Ammaturo, Cutolo, Zaza, Galasso, Licciardi, Contini, Nuvoletta, Bardellino, Giuliano, Misso, Alfieri, Cava, Mariano, D’Alessandro, Gionta, Moccia e Nuzzo-Fabbrocino.
Intorno alla metà del 1986, 10 elementi di spicco di organizzazioni malavitose colombiane, siciliane e napoletane si incontrano in Spagna. L'accordo si trova : i colombiani esportano cocaina al mercato europeo facendolo arrivare alle raffinerie siciliane. Da qui e da Napoli parte poi per tutta Europa. La famiglia siciliana Madonia di Palermo la distribuisce nell'Europa centrale, mentre i Corleonesi nell' Europa dell'est. I boss della camorra Zaza e Bardellino la distribuiscono in Francia, Italia e Spagna.

Zaza si trasferisce a Marsiglia, Nunzio e Vincenzo De Falco in Portogallo, Antonio La Torre in Scozia ad Aberdeen. Augusto, Antonio e Francesco Tiberio La Torre in Olanda (dove inaugurano l'apertura dell'hotel Isolabella e di alcune pizzerie). Enrico Maisto in Austria, Antonio Egizio in Germania (dove inaugura anche una catena commerciale), Eduardo Contini nell'Europa dell'est (dove apre pizzerie, bar, ristoranti, alberghi). Francesco Toscanino si trasferisce in Brasile.
Il 6 ottobre 1986 gaetano Nuvoletta viene arrestato a casa della sorella.
Nel gennaio del 1987 il camorrista Franco Valdini viene ammazzato; è il proprietario dell'Hotel Belvedere di Ercolano ed era frequentato dai giudici Armando Cono Lancuba e Vito Masi, che lavoravano per Alfieri.
Sempre nel 1987 il camorrista dell'NCO Massimo Scarpa ammazza Francesco Affatigato.
Ed un certo Salvatore Pizza uccide il genero di sua figlia, Tommaso Sepe, membro del clan Alfieri. Il 27-9-88 Alfieri fa ammazzare i 3 fratelli di Pizza (19, 21 e 23 anni) tramite il suo uomo, Raffaele Tufano.
Il 4 ottobre 1988 il genero di Cutolo, Salvatore Iacone, 54 anni, viene ammazzato mentre esce dal barbiere, a Ottaviano.
Sempre nel 1988, Domenico Iovine, il fratello del braccio destro di Bardellino, Mario Iovine, viene ammazzato.
Intanto ai Quartieri Spagnoli si festeggia un matrimonio : il boss Marco Mariano si sposa al ristorante Le Cascine di Domenico Ferrara, uomo dei Casalesi.
Michele Zaza pensa di stabilirsi definiivamente a Marsiglia. Ma il 15 febbraio dell'89 i suoi luogotenenti Nunzio Barbarossa, Nunzio Guida e Umberto Naviglia vengono arrestati a Nizza. Prologo dell'arresto del boss : il 14 marzo viene messo in manette Zaza e, a Napoli, alcuni suoi uomini tra cui Vincenzo Tagliamento e Nini Giappone.
Nel 1898 lo shock per i Casalesi : in Brasile scompare Antonio Bardellino dopo un incontro col suo luogotenente Mario Iovine. Il clan viene preso in mano dal Boss Carmine "Sandokan" Schiavone.
Iovine, Ferrara e Schiavone si alleano con i Nuvoletta e cominciano a sorgere i primi dubbi su chi abbia potuto ammazzare Bardellino. A Napoli scoppia una sanguinosa guerra, Iovine e Schiavone si nascondono in Francia.
La morte di Bardellino segna una rottura all'interno del "clan dei Casalesi", che dominava tradizionalmente la citta' di Casal di Principe e che aveva occupato fin dagli anni '70 una posizione di preminenza nell'intera provincia di Caserta. L'intensa conflittualita' interna indebolisce questo gruppo criminale, dedito alle estorsioni, allo spaccio di sostanze stupefacenti ed alle rapine, ma in grado di condizionare pesantemente anche l'amministrazione comunale. Il clan dei Casalesi è ancora assai forte, specialmente se si tiene conto della polverizzazione degii altri gruppi camorristici nella provincia di Caserta. I Casalesi, oltre ad esercitare la propria influenza nei comuni dell'aversano e nel mondragonese, hanno attivita' anche fuori della Campania, giungendo fino all'Emilia Romagna. I gruppi camorristici della provincia di Caserta sono numerosi ed ampiamente radicati. Nella zona di Sparanise e di Tulazio opera il clan Lubrano-Papa, tradizionalmente legato ai Nuvoletta di Marano (in provincia di Napoli). Le famiglie La Torre ed Esposito controllano Mondragone, Grazzanise, Sessa Aurunca, Carinola e Baia Domizia, spingendosi fino al basso Lazio. A Casapesenna e nei comuni vicini opera il clan Venosa-Caterino, che si e' sottratto all'egemonia dei Casalesi dopo la morte di Mario Iovine.
A Caserta citta' e' presente il gruppo di Rosario Benenato. A Recale quello dei fratelli Antimo e di Giovanni Perreca. Gli esempi sin qui indicati non esauriscono la complessa geografia dei clan, ma sono sufficienti a mostrare il carattere accentuatamente pluralistico di questi insediamenti criminali. I capi di numerosi clan operanti in provincia di Caserta tendono ad inserirsi in attivita' economiche legali, nei settori del turismo, della intermediazione finanziaria e degli investimenti immobiliari. Si possono ricordare in proposito la gestione di stabilimenti balneari a Castel Volturno da parte di gruppi che fanno capo al clan dei Casalesi e la gestione di supermercati nella citta' di Sessa Aurunca da parte di imprenditori legati al latitante Mario Esposito, del clan Muzzone.
Intantoil 12 agosto 1989 il brigatista Franco La Maestra viene arrestato a Napoli: è sospettato degli omicidi dei magistrati Tarantelli, Conti e Ruffili. Alla fine delle indagini si scopre che la cellula delle Brigate Rosse a Napoli era vicina al clan di Vincenzo Rinaldi, di San Giovanni a Teduccio.
Ai Quartieri Spagnoli scoppia un'altra sanguinosa guerra : i Mariano, spalleggiati dal boss della mala flegrea Malventi, dichiara guerra ai De Biase. A cavallo tra gli anni 80 e 90, si contano centinaia di omicidi a Napoli, tutti di stampo camorristico.
Il 6 novembre 1989 gli 007 della polizia ascoltano una telefonata del boss Alfieri ad una donna. Quando si giunge a casa di quest'ultima non la si trova. Si scopre in seguito che era stata avvertita dal commissatio Matteo Cinque, che lavorava per Alfieri.

Il 7 dicembre dell'89 alcuni killer entrarono in azione negli spogliatoi del Circolo Canottieri a Napoli, trucidando il boss Gaetano Di Costanzo e i pregiudicati Pasquale Arienzo, Pietro Avallone e Francesco Zenga. In seguito verranno accusati del quadruplo omicidio Ciro Mariano, Marco Mariano, Tommaso Esposito, Salvatore Cirelli, Pasquale Frajese, Giuseppe Amendola e Salvo Terracciano, che hanno seguito l'ordine dei boss Malventi ed Alfieri.
Intanto Alfieri continua la sua latitanza, scappando sempre all'ultimo minuto ai blitz grazie al commissario Cinque.
La citta divisa in una miriade di clan
Raffaele Cutolo è ormai nel carcere di Cuneo. Sconfitto. Ogni tanto lancia segnali sibillini. Ma la Nco non esiste più. Il disegno cutoliano è fallito, si sgretola subito dopo la vicenda della trattativa per il rapimento Cirillo. Un caso? Quasi 400 imputati del maxi-blitz del giugno '83 hanno avuto condanne definitive, decine di assolti da sentenze giudiziarie dello stesso processo sono stati poi uccisi quando sono ritornati in libertà. Il «potere camorrista» è ormai in mano agli ex nemici di Cutolo.
La famiglia Giuliano di Forcella, ad esempio, resta un punto di riferimento per le organizzazioni camorristiche. Antonio Spavone è scomparso, Michele Zaza, fuggito dall'Italia, viene riarrestato in Francia e, per lungo tempo, resta in carcere a Marsiglia. Scomparso, ormai all'estero, Umberto Ammaturo, restano gli altri: la famiglia VoIlaro, i Nuvoletta, i Misso della sanità, i Mallardo di Giugliano. Ma cominciano a crescere quelli che, prima, erano semplici guaglioni, gregari. La sconfitta di Cutolo fa nascere piccoli astri di quartiere. Sono spesso spietati ex killers (che anche in posizioni di preminenza continuano a sparare), che hanno saputo farsi rispettare ed hanno raccolto altri disperati che, attraverso la violenza, controllano il traffico di droga e le estorsioni nelle loro zone.
Forcella, il centro storico, resta il quartiere-Stato dei Giuliano. Ma nella geografia degli anni Novanta aumenta il peso dei Quartieri spagnoli. Sono i luoghi dove viveva anche don Ciccio Cappuccio: un dedalo di vie e viuzze, intricate, dove erano sistemate le truppe del vicerè di Spagna. Sconfitto Cutolo, è usanza, tutta popolare, di appioppare un soprannome che fissa una caratteristica fisica, un vezzo, una somiglianza. Un'usanza che ha sempre contraddistinto il «potere camorrista». Un'usanza tutta popolare.
Il centro storico ha ancora un altro quartiere-Stato: la Sanità. È la zona che ha ispirato Eduardo De Filippo nella celebre commedia «Il sindaco del rione Sanità», imperniata sulla figura di un guappo di quartiere che risolve tutti i problemi e sostituisce le Autorità diverse per qualsiasi vicenda della sua zona. La Sanità è anche il quartiere dove è nato Totò, l'area di un celebre monastero di frati domenicani, dove ha avuto origine il culto religioso popolare del «monacone». In questa zona, che confina con il regno dei Giuliano e con la sede della Curia napoletana, prospera una guerra tra gruppi: la famiglia Guida, Giuseppe Misso, la famiglia Tolomelli. In un agguato, i killers non esitano a sparare anche in presenza di un bambino di due anni, Nunzio Pandolfi. Resta ucciso. Al funerale, il parroco che celebra la messa, don Francesco Rapullino, dal pulpito, nella commozione generale per questo inspiegabile omicidio di camorra, urla, in maniera provocatoria: «Fujtevenne 'a Napule». Un disperato invito alla fuga da una città ormai spietata, che ha perso la misura dei valori morali.
Sanità, Forcella, Quartieri spagnoli: siamo ancora nelle zone che hanno fatto da scenario ai quattro secoli precedenti di «potere camorrista». Ma la città si è estesa. Come nelle altre aree metropolitane nazionali, sono cresciute le periferie. Altre zone, dove è stato facile, per piccoli clan di quartiere, prosperare. C'è la zona orientale, vecchia area industriale. Barra, San Giovanni, Ponticelli, un triangolo dove, in pochi mesi, verranno uccise decine di persone, tra i palazzi popolari realizzati con i fondi della legge 167.
Tanti gruppi a contendersi gli affari delle estorsioni e del traffico dell'eroina: Andrea Andreotti, detto 'o cappotto, la famiglia Sarno, gli Aprea, i Nemolato, il gruppo di Ciro Mazzarella, detto 'o scellone, nipote di Michele Zaza.
Dalla zona orientale, dominio di fabbriche inquinanti e pericolose, molte in disarmo o in crisi, alla zona occidentale. Qui, vecchia area industriale con lo stabilimento dell'Italsider, ex Ilva, nel ventennio fascista prosperava il contrabbando. Ora, nella zona degradata e inquinata dagli altoforni della fabbrica ormai in crisi e prossima alla chiusura, con tradizionale voto comunista, sono nati gruppi e gruppuscoli malavitosi. Sono dislocati soprattutto al rione Traiano, quartiere nato dopo lo sventramento di Napoli per sistemarvi le famiglie popolari allontanate dai vicoli distrutti dai picconi del Risan"ento. Poco più avanti, c'è il quartiere Pianura, regno incontrastato dell'abusivismo edilizio. Tre società frutto del riciclaggio del denaro sporco, controllate dal clan dei fratelli Lago, avrebbero realizzato, in breve tempo, metri cubi su metri cubi di costruzioni prive di licenza. Un quartiere abusivo, realizzato con i soldi della camorra. Ma quella periferia abbandonata e degradata è in mano, in gran parte, ad altri gruppi, prima uniti e poi in guerra: i Perrella e i Puccinelli. Si contendono il controllo dello smercio dell'eroina.
E poi c'è Secondigliano. Una zona periferica, regno di palazzi di edilizia popolare, finanziati dalla legge 167. Qui è cresciuto un ex gregario dei Giuliano. Si chiama Gennaro Licciardi, detto 'a scigna. È proprio lo stesso ex killer che gli uomini di Cutolo, nel 1981, avevano cercato di uccidere nei sotterranei del Tribunale. Licciardi è cresciuto. Ora controlla un clan violento. Pericoloso e senza scrupoli. Ha soppiantato, in zona, la famiglia Lo Russo, detti i capitone. Controlla lo smercio dell'eroina ed è, sostengono gli inquirenti, un sanguinario. Un nuovo capo: poca cultura, riflessi pronti e decisione. Nella zona della Ferrovia, c'è invece Eduardo Contini, detto 'o romano per la sua lunga permanenza a Roma. Gli inquirenti sono convinti che, attraverso il suo affiliato Giovanni Paesano, collegato al capomafia Pietro Vernengo (legato alle cosche vincenti dei corleonesi, protagonista di una clamorosa evasione dall'ospedale, poi riarrestato a casa sua dai carabinieri), abbia legami con gruppi mafiosi. Anche Contini è un emergente: da ex gregario a capoclan, per il controllo del traffico di stupefacenti e del lottonero. Proprio il totonero e il lotto clandestino rappresentano la prima attività delle organizzazioni.
Di lotto illegale si nutriva anche la camorra ottocentesca. Negli anni Novanta, il giro di affari è di 1500 miliardi. Poi, il toto-clandestino, che con le sue giocate sostituisce la schedina del Totocalcio. Oltre cinquemila addetti per fatturati di mille miliardi. Giovani e giovanissimi, con un guadagno di cinquecentomila lire a settimana, sono reclutati per piazzare le matrici delle scommesse ai giocatori. Offrono i loro servigi, crescono nella cultura illegale, alimentano quel substrato che, secondo molti inquirenti, è pronto per il passo successivo: l'affiliazione violenta ai clan camorristici. Un po' come avveniva, negli anni '60 e '70, con il contrabbando di sigarette. La rotta del contrabbando ormai si è spostata in Puglia. In città, resta solo la vendita al dettaglio, che dà da mangiare a circa 25 mila persone. Poi le estorsioni. La città è divisa in zone di competenza, in ogni strada c'è un gruppo che chiede la tangente. Le tecniche si fanno sempre più sofisticate. Non ci sono solo le telefonate con minacce, per avere i soldi. Ci sono anche dei conti correnti bancari puliti che, all'improvviso, vengono beneficiati di qualche centinaio di milione. Poi arriva una telefonata che avverte: non ti preoccupare, reinvesti quei soldi, poi ci pensiamo noi. I1 «fortunato» non può rischiare. Salvo poi a dover pagare il conto: dividere gli utili della sua attività, restituire i profitti. E il clan ha riciclato i suoi guadagni illegali, in attività pulite. Una tecnica prima usata con le imprese edili, poi con i commercianti. Per il riciclaggio c'è anche chi acquista matrici di schedine vincenti del Totocalcio o del lotto. Servono a giustificare certi improvvisi guadagni strani. Insieme con il lottonero e il totoclandestino, la prima fonte illegale di guadagno è il traffico di droga. Il giro di affari è ormai da capogiro. Cifre approssimative parlano di 40 mila miliardi all'anno. L'organizzazione americana che si occupa del traffico di stupefacenti, la Dea, parla di guadagni italiani per 256 mila miliardi. Una torta enorme. Nel panorama internazionale, è la mafia a essere l'interlocutore privilegiato delle organizzazioni statunitensi e dei grossi cartelli sudamericani (colombiani in testa). In anni ormai di «internazionalizzazione» del crimine, la divisione della torta è avvenuta per prodotti: la camorra napoletana si occupa di smistare la cocaina in Europa. Ed è la droga, che può dar da mangiare a tutti, ad aver accentuato la frammentazione dei clan. Scrive il sociologo Amato Lamberti, studioso delle organizzazioni criminali: «Il territorio non è più controllato da nessuna figura storicamente legittimata all'occupazione del mercato criminale. Si apre un terreno agibile per la manovalanza, abbandonata dai capi. Una manovalanza che si trova ad occupare quote di territorio, ad assumere ruoli di comando senza alcuna legittimazione nel campo criminale. Per cui questa legittimazione deve essere conquistata con l'unico strumento a disposizione: la violenza». Gli ex gregari non diventano capi perché eletti dagli altri affiliati. È lontana la camorra ottocentesca, sconfitto il disegno cutoliano di ricrearla. Ora è la forza, la violenza a fare il capo. Il più deciso, l'uomo che ha meno scrupoli, diventa rispettato dagli altri. Cutolo aveva cultura, leggeva libri, riusciva a parlare con persone di altri ambienti sociali. Pochi tra i nuovi capi leggono più di qualche titolo di giornale. Divorano gli articoli che li riguardano, che spesso sono lo strumento ufficiale della loro legittimazione a capoclan. Quanti titoli creano personaggi, miti malavitosi che durano, come i giornali del giorno: lo spazio di un mattino. Sono ormai 120 i gruppi nella provincia di Napoli, oltre 60 solo in città. Attorno alla «cultura camorrista», solo nella provincia napoletana prosperano, tra affiliati diretti e connivenze indirette, 300 mila persone, sostiene il procuratore generale Vincenzo Schiano di Colella Lavina. Aree limitate, conflitti frequenti, omicidi anche per vendette personali. Non ci sono disegni, né strategie. C'è solo la lotta per controllare gli affari illeciti, la soppressione dell'avversario perché legato ad un gruppo nemico. Un fenomeno che si è sviluppato in pochi anni. All'epoca del maxi-blitz dell'83, i gruppi camorristici erano dodici. Nell'88 un rapporto della Squadra mobile della polizia già ne individua 32. A metà degli anni nella sola città di Napoli diventano più di cento.
In uno stesso territorio anche più clan contrapposti. Il disegno di camorra unitario, in tempi di esasperato individualismo, è crollato. Gli anni Novanta sono il periodo della «polverizzazione» della camorra. Alle soglie del quinto secolo di vita delle organizzazioni malavitose cittadine, ci sono micro-controlli di territori, miriadi di riferimenti, meno possibilità di supervisione della violenza e dell'intimidazione. Resta unica solo la cultura della sopraffazione, del più forte: è il «camorrismo», diffuso in una città da sempre priva di esempi stabili di potere legale, di riferimenti positivi di governo, di senso di appartenenza ad uno Stato. Il camorrismo è il lievito della camorra. Un lievito diffuso, questo, sì, in tutti gli strati sociali.
I poli principali in città diventano il cartello dell'Alleanza di Secondigliano, nella zona nord, i gruppi flegrei (Puccinelli, D'ausilio, Beneduce, Lago) nella zona ovest, e le famiglie di Ponticelli e San Giovanni (capitanate dai Sarno e dai Mazzarella) nella zona ovest. Ma la situazione è instabile e, alla fine del millennio, il pluralismo è l'unico segno distintivo della camorra campana.
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LA NASCITA DELLA N.C.O.
1)La Nco fu fondata nell'anno 1970 nel carcere di Poggioreale, dopo che gli esponenti delle cosche mafiose siciliane e calabresi proposero al Cutolo di costituire una società a modello della loro e di diventarne il capo». I contatti del professore sono con i fratelli Di Stefano di Reggio Calabria, oltre che con un riconosciuto capo della 'ndrangheta: Egidio Muraca. Poi allaccia rapporti con Rocco Mammoliti e il capomafia Francesco Cangemi. In seguito a questi contatti, viene deciso di dare ordine alla camorra napoletana. Basta con la vecchia anarchia. Ci vuole un capo riconosciuto dalle cosche calabresi e siciliane.
Un unico interlocutore, necessario agli affari miliardari del traffico di stupefacenti. Molti gli incontri, per definire i dettagli.
Oltre a Cutolo, momentaneamente fuori dal carcere per decorrenza dei termini di custodia (fino al nuovo arresto, avvenuto dopo un conflitto a fuoco con i carabinieri a Palma Campania), alle riunioni partecipano i primi affiliati della Nco: Pasquale D'Amico, Michele Iafulli, Giuseppe Cacciapuoti, Giuseppe Serra, Carlo Biino. Molti sono originari della provincia. La città viene considerata quasi un'appendice. Anche perché a Napoli è forte il controllo delle famiglie storiche. cresciute, nel dopoguerra, all'ombra dei siciliani attraverso il contrabbando: i Giuliano, i Zaza, gli Ammaturo, gli Spavone. Rispetto al frieno, la sede della Nco si sposta. Non più a Napoli città, ma in provincia: nello storico castello di Ottaviano. Un'organizzazione che si identifica con il capo. Tanto è vero che la data di costituzione viene considerata il 24 ottobre 1970, giorno di san Raffaele, onomastico del professore. La Nco nasce in carcere. Proprio come la camorra delle origini. Un alone di leggenda circonda la costituzione: il carcere di Poggioreale viene trasfigurato nel palazzo mediceo di Ottaviano. Intorno alla Neo, nelle diverse province campane, si costituiscono federazioni sotto il controllo di delegati di Cutolo. Nessuna, però, ha autonomia decisionale.
I delegati vengono definiti capizona. Devono spedire un assegno mensile, come atto di devozione verso il capo riconosciuto, di 500 mila lire. A riceverlo è Rosetta Cutolo, sorella del professore. Don Raffaele è in carcere. Lui tiene i fili dell'organizzazione, ma ha bisogno di persone fidate all'esterno. Una, la principale, è la sorella Rosetta, vera cassiera dell'associazione, con compiti di tenere i contatti con le varie parti dell'organizzazione. Ed ecco gli altri gradi. Cutolo, naturalmente, è il «Vangelo», il verbo riconosciuto da cui dipende la vita e la morte degli affiliati e dei nemici. Al vecchio termine di capintesta si sostituisce un termine religioso. E la cosa si spiega. Nell'Ottocento, il capintesta, capo delle dodici società riunite, viene eletto da capintriti, i capi di ogni quartiere. Cutolo, invece, non viene eletto. E il capo e basta. Quasi per investitura divina. Non dipende da maggioranze o umori. Poi ci sono i santisti, i bracci destri. Cambiano nel tempo: Corrado Iacolare, Vincenzo Casillo, Davide Sorrentino, Pasquale Barra, Antonino Cuomo. Sono la direzione strategica. Poi i capizona, come Luigi Riccio (per la parte orientale di Napoli), Salvatore Imperatrice, Mario Incarnato, Giuseppe Puca (per Sant'Antimo in provincia di Napoli), Antonio Benigno (a Nocera Inferiore in provincia di Salerno), i fratelli Antonino e Giuseppe Cuomo, Giuseppe De Martino e Giuseppe Riccardi (per Castellammare in provincia di Napoli). I capizona vengono definiti sgarristi. Poi, la manovalànza, composta, negli anni d'oro, da circa duemila giovani. La Nco si fa espressione della «camorramassa», capace di reclutare guaglioni, con promesse e speranze di riscatto. Un successo soprattutto ideologicoculturale. Le idee che Cutolo diffonde attraverso le sue poesie (onore, amicizia fino alla morte, riscatto sociale con la violenza e la forza, guadagni attraverso regolari attività estorsive) sono anche quelle dei giovani della Nco. Vengono definiti, proprio come nella mafia e nella vecchia camorra ottocentesca, picciotti. Per l'affiliazione, svolta con cerimonia formale e un rigido rituale, occorrono cinque persone. Nella simbologia dei numeri, infatti, il dispari è la perfezione. E ne è una dimostrazione anche la religione cattolica: Dio è uno e trino.
Dunque, nella cerimonia dell'affiliazione, devono essere presenti, oltre al capo («il Vangelo»), anche un affiliato favorevole, uno sfavorevole, un contabile ed un mastro di giornata, due figure che registrano il nuovo ingresso nella Neo. Sembra di rivedere il contaiolo dell'onorata società. Nulla di nuovo, dunque. Cambiano solo le definizioni. I gruppi di fuoco sono la vera forza dell'organizzazione. Per convincere i nemici, per punire chi tradisce, per estendersi sul territorio, occorrono giovani pronti a uccidere. Sono le squadre o batterie. Organizzano, su mandato del capo, agguati di morte, ma anche rapine.
La Nco viene costituita dopo il secondo arresto di Cutolo, a pochi mesi dalla momentanea scarcerazione, nel 1970. Nel carcere dì Poggioreale. I tempi sono maturi, per mettere in atto le decisioni prese con calabresi e siciliani. I primi affiliati sono tutti detenuti nel padiglione Milano del carcere di Poggioreale: Raffaele Catapano, Pasquale D'Amico, Giuseppe Serra, Carlo Biino, Michele Iafulli. Dal nucleo nelle carceri, che si diffonde all'esterno man mano che gli affiliati vengono scarcerati, la Nco cresce. Nell'anno di latitanza, successivo all'evasione dal manicomio giudiziario di Aversa, Cutolo fa moltissimi adepti. Ed è proprio dal 1978 al 1979 che la Nco si consolida, come sigla camorristica organizzata, fuori dal carcere. Sembra di ripercorrere gli itinerari della onorata società a cavallo dei secoli tra il '700 e 1'800. Ed infatti la struttura viene definita Nuova (per distinguerla dalla vecchia camorra rurale o del contrabbando), camorra (che si rifà alle tradizioni della onorata società), organizzata (a sottolineare una struttura con regole precise, unitaria). Viene costituito un fondo di solidarietà, con le percentuali dei guadagni illegali (frutto soprattutto di estorsioni e rapine), per le famiglie di detenuti. Si offre assistenza legale agli affiliati in carcere, si provvede alle famiglie. Una solidarietà ripresa dalla camorra storica. In cambio vengono chiesti onore e fedeltà assoluta. Al capo, all'organizzazione (per l'acquisto di armi, auto, strutture varie necessarie all'attività delittuosa), va una percentuale fissa. Proprio come prevedeva il vecchio frieno. Ma il documento più importante sulla Nco è il cosiddetto «giuramento di Palillo». Cambiano i tempi.
Non c'è più un foglio di carta, scritta con il pennino, per le regole del frieno. C'è invece una cassetta registrata. Viene sequestrata a Giuseppe Palillo (figlioccio di Cutolo), prima di essere rinchiuso nel carcere di Novara. Voci, canzoni, suoni. Poi un lungo monologo. La voce non si riconosce con precisione, ma sembra quella di Raffaele Cutolo. E la registrazione della cerimonia solenne di iniziazione del nuovo affiliato. In gergo, viene definita battesimo, o fedelizzazione, o ancora legalizzazione. Nel rituale, si ripercorre la storia della società. L'apertura è tutta a favore della regola dell'omertà: «Omertà bella come m'insegnasti, pieno di rose e fiori mi copristi, a circolo formato mi portasti dove erano tre veri pugnalisti». Guarda caso, a dimostrazione che Cutolo conosce bene la storia della guardugna spagnola e della onorata società, c'è anche il richiamo ai camorristi di Spagna.
Una storia romanzata: cacciati dalle loro terre nel 1771, quei camorristi arrivano in Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna. Poi, tornati in Campania, si dividono «per raccogliere il sangue dell'onorata società e, dopo tante battaglie, costituire una società divina e sacra». La nuova dispersione, poi la ricongiunzione, il 24 ottobre, nel castello di Ottaviano. Un richiamo alle tradizioni della camorra, alla sua storia, alle sue origini. Un richiamo consapevole e cosciente. L'epopea del giuramento di Palillo continua. Ancora un numero dispari (sette cavalieri). Sono loro a raccogliere il sangue della onorata società ed a consegnarlo a Cutolo. Un messaggio chiaro. Poi la descrizione della cerimonia di investitura di un nuovo affiliato: il taglio all'avambraccio, la congiunzione dei polsi da cui sgorga il sangue tra compare di sangue e nuovo fedelizzato, l'abbraccio. Ed ecco il giuramento: «Giuriamo di dividere con lui gioie, dolori, sofferenze... però se sbaglia e risbaglia ed infamità porta è a carico suo ed a discarico di questa società e responsabilizziamo il suo compare di sangue». L'elenco di tutti gli affiliati viene conservato in un registro nel castello di Ottaviano. In una nicchia scavata sulla parete, nascosta da un quadro. Ne è custode Rosetta Cutolo.
L'investitura varia in base alla carica ricoperta nella Nco: picciotto o sgarrista. «Con parole d'omertà è formata società» dice la formula di apertura. Poi un taglio a forma di croce sul pollice destro ed il giuramento: «Io darò il mio sangue per la camorra». Ancora un alone di leggenda, per avvolgere nel mito, in fantomatici ideali di purezza, la società: «Il capo di società risiede nelle grandi montagne della Spagna, dove lui vede e non sarà visto perché è coperto da un velo laminato in oro». Mai, prima d'ora, c'era stata tanta consapevolezza sulle origini della camorra, i suoi antichi riferimenti storicoculturali. Cutolo rappresenta anche questa svolta. Quasi ideologica.
L'orgoglio del richiamo alle origini. Ma i messaggi culturali della Nco, proprio nella famosa cassetta di Palillo, sono ancora più espliciti. Oltre alla cassetta trovata nelle mani di Giuseppe Palillo. a completare il quadro «ideologico» della Nco ci sono le centinaia e centinaia di lettere sequestrate. Sono detenuti che scrivono. O ammiratori di Cutolo, il «Vangelo». Scrivono i giudici: «Proprio questo vuoi dire camorra, ossia la diffusione in vasti strati di popolazione di comportamenti che non attengono soltanto al compimento del crimine organizzato, bensì alla stessa logica del vivere quotidiano». E le frasi che fanno parte del «giuramento di Palillo» servono ancora una volta a delineare il credo della Nco. Eccone un altro saggio: «Un camorrista deve sempre ragionare con il cervello, mai con il cuore... Il giorno in cui la gente della Campania capirà che vale più un tozzo di pane libero che una bistecca da schiavo, quel giorno la Campania ha vinto veramente... Noi siamo i cavalieri della camorra, siamo uomini d'onore, d'omertà e di sani princìpi, siamo signori del bene, della pace e dell'umiltà, ma anche padroni della vita e della morte.
La legge della camorra a volte è spietata, ma non ti tradisce». Parole di fuoco. Efferatezza, decisione, solidarismo. Il professore si ritiene in grado di «restituire dignità al popolo della Campania». Naturalmente, è la Nco ad offrire questa opportunità. Lo stesso Cutolo sintetizza gli ideali della sua Nco: «Se fare del bene, aiutare i deboli, far rispettare ì più elementari valori dei diritti umani che vengono quotidianamente calpestati dai potenti e ricchi e se riscattare la dignità di un popolo e desiderare intensamente, in senso vero di giustizia, rischiando la propria vita e questo per la società vuoi dire camorra, allora ben mi sta questa ennesima etichetta». Quasi una speranza di riscatto. Dietro queste parole, a centinaia hanno dato la propria adesione alla Neo. Disoccupati, giovani sottoproletari, detenuti, in carcere per piccole rapine o furti isolati, pronti a fare il grande salto nel crimine organizzato. La Nco, per loro, rappresenta il senso di identità. Sentirsi parte di un'istituzione, di un vero «potere» di cui avvertono essere granelli importanti.
Il rispetto, la considerazione mai avuta, per quei disperati arrivano proprio dall'appartenenza alla Nco. Il «terrorismo del nostro sottoproletario che, abbandonandosi al più assoluto qualunquismo politico, ritrova nel crimine organizzato la propria identità di massa»: è la definizione sintetica dei giudici. Naturalmente, una volta scelta l'affiliazione a nessuno è concesso di allontanarsi dalla Neo. Altrimenti, è la morte. E, in alcune carceri, come Poggioreale, Ascoli Piceno, Volterra, Pianosa, nascono vere succursali della Nco. Anzi, quando impazza la guerra tra il clan di Cutolo e quelli avversari, i direttori devono dividere i rivali. All'ingresso, ognuno deve dichiarare la propria appartenenza camorristica. Anche in questo caso, seppure per motivi di sicurezza, una parte dello Stato deve riconoscere l'esistenza di «un potere». Nella domanda all'ingresso delle carceri, c'è quasi un implicito significato politicosociale. Viene riconosciuta l'aderenza, anche ideologica, ad un clan, ad una organizzazione malavitosa. La cassetta registrata, le centinaia di lettere di detenuti, ma c'è anche un libricino, con l'introduzione dell'avvocato Francesco Cangemi. L'autore è Cutolo. Una raccolta di poesie, stampata nel 1980. Il tema è la camorra, con gli esponenti di vertice della Nco (Vincenzo Casillo e Pasquale Barra).
Quasi uno strumento di propaganda, la camorra che si fa sempre più fenomeno politico. Si parla, senza remore, di compari, infamità, regali, punizioni. All'interno, anche una foto di Cutolo in catene tra i carabinieri. E poi altre foto di affiliati: Pasquale Barra, Mario Strazzeri, Pasquale D'Amico, Carlo Biino, Giuseppe Serra, Domenico Radunanza, Michele Iafulli, Roberto Cutolo, Franco Invigorito. Insomma, niente più spontaneismo. La Nco è un'organizzazione cosciente, con propria «ideologia», seguito sociale. Un vero «potere». Stretti i collegamenti tra gli affiliati in carcere e quelli all'esterno. Le lettere sono il mezzo di comunicazione. Ogni mese, la Nco provvede a inviare una somma alla famiglia dell'affiliato detenuto. A provvedere è il cassiere di turno, un affiliato libero. In carcere, i soldi arrivano ai detenuti attraverso un versamento fatto all'ufficio postale di Ottaviano.
Le lettere tra affiliati sono prima esplicite. Poi, quando cominciano le prime inchieste della magistratura, c'è il ricorso a termini in codice. Ricordate la definizione di Ferdinando Russo e Ernesto Serao sulla onorata società? Per loro era «massoneria del crimine». Un paragone simile, 70 anni dopo, viene fatto dai giudici napoletani. Ecco cosa scrivono: «Si stia attenti a considerare frutto di farneticante follia il messaggio della Nco. Esso lo è alla stessa maniera in cui lo sono stati i rituali sacri di quella loggia massonica denominata P2, consorteria di rispettabili esponenti dello Stato, della finanza e della cultura, riunitisi, a quanto pare, per costituire uno Stato nello Stato». Ed ecco, dunque, le caratteristiche, individuate dai giudici, della Nco: mutualità, struttura gerarchica, stretto rapporto tra affiliati liberi e detenuti, grande potere dell'organizzazione nelle carceri. Ed è, quest'ultima, una eredità della camorra storica. Ricordate le descrizioni degli scrittori settecenteschi? Spaccati simili si ritrovano nelle inchieste giudiziarie sulla Nco.
L'organizzazione controlla numerosi agenti di custodia, ne ottiene favori. In una lettera scritta da Raffaele Vaiano (un affiliato detto il ragioniere) a Vincenzo Casillo, a proposito di due imputati (Gennaro Perrella e Enrico Rispoli), si legge: «La Mattina Nunzio mi ha scritto una cortesia che solo tramite vostro posso esaudire. Lui dice di far sapere a Rispoli Enrico che dovrebbe fare pressione sull'agente di custodia Tonino Pollaro affinché non dica, quando sarà chiamato a farlo, che sul bigliettino che zio Nunzio consegnò a Tonino Pollaro c'era scritto 750 milioni, bensì c'era scritto 750 mila lire, visto che questo famoso bigliettino non esiste e che la circostanza è stata confermata da questa guardia». Ma a Cutolo si oppongono le famiglie della «vecchia camorra».
Sono i gruppi cresciuti con il contrabbando. Ora che la rotta delle sigarette si è spostata sulle coste pugliesi, quell'attivitàtradizionale si è riconvertita nel più redditizio traffico di stupefacenti. Sono quelle stesse famiglie che, per tanti anni, hanno subìto il controllo dei siciliani. In virtù di quegli antichi collegamenti, cercano di distruggere Cutolo e la sua organizzazione. Ma chi sarà mai quel professore che osa chiedere una tangente sulle casse di sigarette, una estorsione su ogni attività commerciale in un territorio esteso, controllato da suoi fedelissimi? Gli spazi si restringono. E le vecchie famiglie non possono più subire. Pena la scomparsa definitiva. E la guerra. Il 21 aprile 1976, in via Arenaccia, due giovani a bordo di una moto scaricano sul viso di don Antonio Spavone una raffica di pallettoni. E 'o malommo se la cava per puro caso. È il primo grosso atto di guerra contro un capo della vecchia camorra. Le famiglie tradizionali si coalizzano. Ci sono i Giuliano di Forcella, Michele Zaza, Umberto Ammaturo, il gruppo di Antonio Bardellino nella provincia di Caserta, don Lorenzo Nuvoletta di Marano (collegato, attraverso la sua parentela con la famiglia Sciorio, ai siciliani), i Vollaro di Portici. Un cartello numeroso. Tante famiglie, con territori limitati. Sono una federazione di clan. Ma cosa vuole questo Cutolo, accentrare tutto nelle sue mani? Una sola camorra guidata da lui? Un monopolio delle attività illegali, con unico interlocutore per la mafia americana e i siciliani? Le vecchie famiglie non ci stanno. E nasce il cartello della NF, la Nuova Famiglia. Si contrappone alla Nco ed al suo disegno accentratore. Combattere ad armi pari Cutolo significa anche contrastarlo sul piano ideologico. La Nco è una valvola di sfogo per tanti giovani emarginati? Deve esserlo anche la NF. Al giuramento di Palillo si contrappongono altri codici, altri rituali. In un quadernetto sgualcito, in tutto venti fogli, trovato nell'auto di Mario Fabbrocino, aderente alla NF, i carabinieri scoprono il «giuramento del camorrista».
L'idea è la stessa della Nco. Ecco cosa si legge su quei fogli: «ln questa sacra giornata d'umiltà, giuro da uomo di tenere fede a questo patto di sangue e di fratellanza e che il sangue di questa vena d'onore esce per entrare in un'altra vena d'onore. Giuro di dividere centesimo per centesimo, millesimo per millesimo, con questo mio fratello di sangue nel bene e nel male fino alla tomba. Se la lontananza ci dividerà, il sangue ci unirà e ci chiamerà fino alla morte che ci separa. Faccio fede di questo patto di fratellanza e di questo lungo abbraccio che ci porterà con umiltà fino alla tomba». Per la NF, l'affiliazione viene definita la «copiata». Omertà, punizione dei traditori, rigida selezione per l'affiliazione: le regole sono sempre le stesse. In quattro punti, le diverse trasgressioni: trascuranza in bene, trascuranza in male, tragedia, infamità. Punizioni graduali, fino ad arrivare alla morte dell'affiliato o di membri della sua famiglia. Un tribuna.f le. Proprio come quello della camorra ottocentesca, dove regnava il diritto della grande mamma. Si legge ancora nei documenti sui rituali della NF: «Il corpo dell'infame ucciso è preferibile farlo scomparire, poiché puzza di tragedia e di infamità».
L'origine della NF? Se quella della Nco porta la data del 24 ottobre 1970, la nascita ufficiale del cartello nemico è quella dell'otto dicembre 1978. Un patto tra famiglie. Nella riunione di quel giorno, ci sono i Giuliano di Forcella, i Vollaro, la famiglia Zaza. Sono i promotori. La loro sarà un'alleanza temporanea, per affrontare Cutolo. Nessun disegno accentratore di camorra unitaria. Le famiglie dovranno restare sempre separate, con accordi che ne delimitano ambiti e prerogative autonome. Per ora, c'è un obiettivo comune: la guerra alla Nco. E nasce la NF. Ecco come il documento trovato dai carabinieri ricorda quella nascita: «Nel lontano 1978, quando si formò l'onorata fratellanza, giurando fedeltà a nome della santissima Immacolata, giovani onorati si unirono per onorare la madre terra e vendicare il loro sangue. Io, fratello invisibile, sovrano alle onorate famiglie di fratellanza, con mio manto d'onore, stima e fedeltà vi copro e vi guido lungo quella strada angusta e stretta dove forse molto sangue si verserà, ma con infinita dignità. Viva l'omertà!»
Anche per la NF, ci sono gradi gerarchici, chiamati «rialzi», rituali di affiliazione. Nomi diversi, ma la sostanza è la stessa. Tra Nco e NF nessunadifferenza. Il 22 aprile 1982, i carabinieri sequestrano, in casa di Pietro Quartuccio, gregario della famiglia Giuliano, un vero e proprio organigramma. E il clan Giuliano, nella sua gerarchia: don Lovigino (figlio del capostipite Pio Vittorio) al vertice, consiglieri i fratelli Luigi e Mario Di Biasi, detti i Faiano, nella zona dei Quartieri spagnoli, Antonio Capuano, Vincenzo Lo Russo.
Luigi Giuliano è subentrato al padre Pio Vittorio. Lo chiamano Lovigino, uno strano nomignolo. E una storpiatura di Luigi. Lui è un bel ragazzo, un amore (love), come lo chiamano gli americani nel dopoguerra. Love si unisce a Luigi e nasce Lovigino. A 14 anni il futuro capo, in compagnia di Giuseppe Misso (futuro capoclan della Sanità), ruba un'auto americana. Poco prima, a Pio Vittorio era stata sequestrata una nave piena di sigarette di contrabbando. Una tragedia. Ma nel furto di Lovigino, l'improvvisa fortuna. Nell'auto, vengono trovati centinaia di dollari. «Sono per te papà, per rifarti della perdita della nave» dice il ragazzo. Nasce un nuovo capo, appena adolescente. Alla NF, appartengono, dunque, sette famiglie, con relativi affiliati: Zaza, Bardellino, Vollaro, Giuliano, Nuvoletta. Ammaturo, Alfieri. È il periodo, che durerà per quasi cinque anni, di una spietata guerra. Nel carcere di Poggioreale (l'unico rimasto a Napoli, dopo la chiusura del San Francesco, della Vicaria e la trasformazione del Sant'Erasmo in ospedale psichiatrico giudiziario), i detenuti si muovono con agilità. Armi, droga, messaggi. In quegli anni succede di tutto. Compresi omicidi, spesso spacciati per suicidi. I gruppi contrapposti vengono divisi in padiglioni diversi. Il carcere deve annotare l'appartenenza del detenuto nuovo, per deciderne la collocazione.
Una guerra riconosciuta. Sono anni terribili. Si ragiona in termini di nemici o amici. Nel 1980 i morti sono 148, l'anno dopo ben 235. Una escalation di uccisioni, con vittime che hanno meno di 30 anni, molti addirittura meno di 25.
Secondigliano diventa il quartiere principale del reclutamento giovanile. Una nuova zona, immortalata dalle immagini cinematografiche del film di Salvatore Píscítellí «Le occasioni di Rosa». Un quartiere periferico, di edilizia popolare finanziata con i fondi della legge 167. Emarginazione, zona dormitorio, Bronx incontrastato di spaccio di eroina, rapine, scippi, furti. Scrive il sociologo Pino Arlacchi: «Nella periferia napoletana nasce il giovane che muore di camorra. Appartiene di massima al sottoproletariato urbano. La sua famiglia di origine è caratterizzata da un alto livello di instabilità e di disorganizzazione. Egli non ha frequentato regolarmente la scuola, e ha avuto qualche breve esperienza di lavoro minorile, molto presto è entrato nel mondo della piccola delinquenza locale, con furti, rapine, scippi, bravate. Il giovane fuorilegge napoletano è stato allevato ed educato dalla strada, dalla banda, dal quartiere, dal bar, cioè dai rapporti esterni alla famiglia.
Un ruolo importantissimo nella sua socializzazione criminale è stato svolto dalle precoci esperienze di ospite dei riformatori prima e delle carceri per minorenni dopo». Un quadro terribile, ma reale. Sono lontani gli anni del delitto a coltellate. Cambiano i tempi e cambiano anche gli strumenti di morte. Ora domina la sventagliata di mitra, la scarica di pistola o di fucile a pallettoni. Tutto rigorosamente in un agguato, di corsa, su auto o moto. Spesso viene lasciato un messaggio sul cadavere: uno straccio a tappare la bocca (se l'ucciso viene considerato un traditore). A volte, l'omicidio è spietato. Soprattutto se deve essere una vendetta atroce. Con sofferenza. Come capita a Giacomo Frattini il 21 gennaio 1982. Viene trovato in un'auto al centro di Napoli. Il corpo è mutilato in maniera atroce: testa e mani mozzate, cuore strappato. Quando trova una morte così atroce, Frattini ha 23 anni. La NF lo ha massacrato per vendetta. I metodi della mafia, ormai, dopo il 1970, sono quelli della camorra napoletana.
Il superpentito della mafia siciliana, Tommaso Buscetta, parla deí contatti con i campani. Cita le famiglie della NF: Nuvoletta, Bardellino, Zaza. Una conferma. Il «potere camorrista» è diventato holding criminale.
2)LA NUOVA FAMIGLIA
L’8 dicembre 1978 nacque la Nuova Famiglia, organizzazione camorristica che riuniva numerosi clan napoletani di città e provincia. Opporsi al disegno criminale della Nuova Camorra Organizzata di Cutolo era ragion di vita della NF. Facevano parte di questo cartello criminale: Michele Zaza, boss “mafioso”, uno dei pochi ad essere affiliato a Cosa Nostra, i Gionta di Torre Annunziata, i Nuvoletta di Marano, anch’essi mafiosi e legati ai Corleonesi, i Bardellino di San Cipriano e Casal di Principe (i famosi casalesi, anch’essi legati a Cosa Nostra), i D'Alessandro di Castellammare di Stabia, gli Alfieri di Nola, guidati da Carmine Alfieri, i Galasso di Poggiomarino, guidati da Pasquale Galasso, i Giuliano di Forcella, quartiere nel centro di Napoli, i Vollaro di Portici e gli Ammaturo di Castellammare di Stabia.

Il conflitto tra la NCO e la NF fu una delle più sanguinose guerre di camorra. I morti sul campo attirarono l’attenzione dello Stato che divenne, giocoforza, più vigile sul fenomeno. Dalla Sicilia, Cosa Nostra, attraverso le sue famiglie mafiose, cercò di entrare nella guerra spostandola a favore della NF che contava suoi affiliati. La NF, trascinata dalla sete di vendetta anti-cutoliana di Carmine Alfieri per l’uccisione di suo fratello, ebbe la meglio sul professore, e dopo la sua fine, segnata dallo spostamento all’Asinara, fu evidente dove stavano i vinti e dove i vincitori. Le coperture politiche e gli amici imprenditori passarono alla Nuova Famiglia che si buttò negli affari della ricostruzione post terremoto.

Alfieri creò un vero e proprio sistema di interessi che univa politici, imprenditori e clan di turno. Un sistema che, ancora oggi, sembra sussistere nella zona nolana. La NF, sconfitto Cutolo, perse però la sua ragion d’essere. E, verso la metà degli anni '80, all’interno dello stesso cartello scoppiò una cruenta guerra che vide contrapposti i Nuvoletta e i Gionta, da un lato, e i Casalesi di Antonio Bardellino e Alfieri, dall’altro. Lo scontro insanguinò la Campania per quattro anni, dal 1984 al 1988, contando anche vittime innocenti. Il giornalista Giancarlo Siani fu una di queste.

I due gruppi erano legati entrambi ai siciliani, i primi ai Corleonesi, gli altri ai cosiddetti “scappati”, come il boss Tommaso Buscetta. Sul territorio campano ci fu una fedele riproduzione della seconda guerra di mafia che stava ancora insanguinando l'intera provincia di Palermo. A vincere la guerra fu il gruppo Alfieri-Bardellino che, per quattro anni, dominò la regione. Ma un terremoto stava per abbattersi sulla camorra.

Nel 1992 Pasquale Galasso decise di collaborare con la giustizia, diventando il più importante pentito di camorra. Il primo a essere arrestato fu il suo ex alleato, Carmine Alfieri, che lo seguì nella via della collaborazione.
3)I CAMORRISTI E LA FEDE CRISTIANA
No e' sicuramente una leggenda,invece il fatto che RAFFAELE CUOLO abbia piu'volte manifestato la propria fede cristiana.Nella storia della camorra ci sono moltissimi esempi di camorristi che si dicono cattolici,che non nascondono la loro devozione a un santo e che sostengono di dover dare conto solo alla giustizia divina.Nella casa di forcella dell'ex boss LUIGI GIULIANO era di bella mostra una madonna alta quasi un metro e mezzo adornata di oro e preziosi,con dediche e ringraziamente di grazie ricevute e di fioretti portati a termine.Mentre all'ingresso subito dopo aver attraversato il portone super blindato della villa del padrino di secondigliano PAOLO DI LAURO,faceva bella mostra un quadro settecentesco di san gennaro,dove venivano portati fiori freschi tutti i giorni.Carmine alfieri il super boss della nuova famiglia,al momento del suo arresto stringeva un rosario tra le mani,e chiese umilmente alle forze dell'ordine di non portalo via,lo tenne per tutto il tempo dell'arresto e forse anhe della detenzione prima di decidere di passare ha collaborare con la legge.Il suo braccio destro invece,PASQUALE GALASSO aveva fatto del suo covo da latitante una piccola chiesa,i primi fotografi che si intrufolarono nel rifugo bunker quasi credevano di trovarsi in una chiesa,'cera di tutto compreso un piccolo altare per pregare con candelotti in oro con incenso ancora fumante,forse il boss aveva finito appena di pregare per scongiurare la sua cattura.Tutt'altra cosa invece era il delfino di PAOLO DI LAURO,parliamo di LUCIO DE LUCIA detto cap'e'chiuov ammazzato l'anno scorso,lui sentiva il bisogno della fede in modo particolare,e non con quadri o ornamenti vari,lui si era fatto tatuare un grande volto di cristo dietro alla schiena.Oppure che dire di GENNARO LICCIARDI il fondatore dell'alleanza di secondigliano,che era iscritto addirittura a una piccola associazione della madonna dell'arco,e quando c'erano le funzioni religiose il boss si emozionava fino a cadere per terra tremante,ripagano la folla con banchetti e facendo la spesa ai piu' bisognosi.Nelle case di affiliati alla camorra di napolo e provincia non e' difficile trovare-e lo dimostra i bliz delle forze dell'ordine-su como' nelle camere da letto o all'ingresso dell'abitazione foto,quadri o statue di santi.Come se essere cattolici serva a a dare una sorte di rispettabilita' a persone che vivono nill'illegalia' e amano definirsi uomini di rispetto.Il 30 marzo del 1986 RAFFAELE CUTOLO si confessa a monsignor ANTONIO RIBOLDI,vescovo di acerra che con la sua azione pastorale e' diventato un simbolo della lotta della chiesa contro la malavita e la camorra.L'incontro avviene in una saletta riservata del carcere di bellizzi irpino dove cutolo e detenuto.Per gli inquirenti l'uomo di ottaviano e' gia' un capo indiscusso della camora napoletana,e le indagini sul suo clan,la temuta n.c.o. sono gia' numerose.La visita di don riboldi era stata chiesta dallo stesso cutolo qualche mese prima.L'incontro viene consentito da una serie di restrizioni e da autorizzazioni accolte da ben 18 magistrati.Don riboldi si apparta col professore e lo confessa dei suoi mille peccati,poi dopo quasi 2 ore esce con viso rassenerato e soddisfatto dall'incontro.I giornalisti all'uscita del penitenziario porgono mille domande a don riboldi,che in modo pacato e gentile risponde che non puo' dire cosa si e' parlato durante la confessione,ma dice solo che cutolo e' un uomo cambiato e pentito,poi gli scappa una confidenza,il professore alla fine della confessione gli stringe le mani e con occhi lucidi gli confessa' che e' stato il giorno piu' bello della sua vita incontrare un uomo di chiesa e di rispetto come lo e' don riboldi.
4)I BOSS DELLA CAMORRA
IL MAFIOSO DI MARANO LORENZO NUVOLETTA
Lorenzo Nuvoletta e' stato senza ombra di dubbio il boss piu' carismatico piu' completo che la camorra napoletana abbia generato.Basta citare le riunioni che si sono tenute negli anni 80 nella sua residenza a poggio vallesana per trovare una soluzione al conflitto tra la nuova camorra organizzata e la nuova famiglia.Tanto era rispettato il boss dei boss che perfino RAFFAELE CUTOLO al picco del suo potere si guardava bene nel calpestare il territorio di marano,il paese della famiglia nuvoletta dove i capi mafia corleonesi erano di casa.E' proprio LORENZO NUVOLETTA che mette fine alla mattanza che agli inizi degli anni 80 sta mietendo per NAPOLI e provincia centinaia di vittime,il boss nell'ultima riunione tenutasi nella sua residenza non usa mezzi termini,deve finire la guerra che sta mettendo a repentaglio affari e amicizie importanti.Sia i cutoliani che la nuova famiglia non osano discutere la parola di don LORENZO NUVOLETTA,e firmano una pax mafiosa.Ma il boss ha trasformato semplici soldatini in spietati killer della camorra,basta pensare ad ANTONIO BARDELLINO,UMBERTO AMMATURO,ANTONIO MALVENTI,CARMINE ALFIRI,e per la zona di secondigliano ha piazzato i suoi killer, i fratelli ANTONIO ROSARIO E GUIDO ABBINANTE,li ha fatti traslocare nella zona di secondigliano per tenere sotto controllo lo spaccio degli stupefacenti che all'inizio degli anni 90 proprio la sua famiglia fornisce i secondiglianesi.Ma nelle sue file viene allevato anche PAOLO DI LAURO,futuro boss del narcotraffico di droga di secondigliano,diventato in pochi anni il padrino piu' ricco della camorra.Ecco una piccola biografia di LORENZO NUVOLETTA per far capire al lettore di che si sta parlando.
Palermo,aprile 1980.E' questo chi e'?e la domanda che il giudice PAOLO BORSELLINO rivolge al capitano dei carabinieri EMANUELE BASILE dopo che l'ufficiale gli ha appena mostrato una foto sequestrata nell'abitazione dei di carlo,uomini d'onore di altofonte,L'immagine scattata forse durante una festa,ritrae personaggi noti sia a borsellino che a basile:ci sono i fratelli ANDREA e GIULIO DI CARLO,ANTONIO GIOE' E GIACOMO RIINA(zio di toto'riina).E poi c'e' un signore dalla faccia sconosciuta,ha l'aria distinta e i capelli brizzolati.Giudice non lo so replica l'ufficiale al magistrato.Passera' del tempo prima di dare un nome al mister x immortalato insieme alla allegra compagnia dei capi mafiosi piu' spietati e piu' potenti del sud italia.Si scoprira',poi,che quel signore distinto e brizzolato e' LORENZO NUVOLETTA,un imprenditore di marano,un comune a nord di napoli.E' in quella foto non e' assolutamente un intruso,anzi.Nuvoletta infatti e' l'ambasciatore della mafia in campania,l'uomo di fiducia di MICHELE GRECO detto il papa,il capo dei capi di cosa nostra.E' proprio per l'appartenenza a cosa nostra,LORENZO NUVOLETTA,sara' inattaccabile e per un certo periodo di tempo fara' da arbitro in tutta la campania nello scontro tra la nuova famiglia di CARMINE ALFIERI e la nuova camorra di RAFFAELE CUTOLO,tutti volenti o nolenti si piegheranno al suo potere.La sua notorieta' e' sempre stata inverosibilmente proporzionale alla reale capacita' di incidere sulle vicende dei clan napoletani,si potrebbe dire che don lorenzo e' stato un precursore della tenica dell'inabbissamento.E' l'invisibilita' e' stata una tecnica che ha consentito adon lorenzo insieme ai fratelli ANGELO NUVOLETTA e CIRO NUVOLETTA,un business enorme,un fiume di denari senza eguali in tutta la campania.Don lorenzo e la mafia si incontrano intorno al 1979,quando in tutta la campania il mercato di bionde veniva gestito da uomini d'onore di cosa nostra,infatti una buona fetta di mercato era gestita da MICHELE ZAZA nonno degli attuali capocamorra della famiglia mazzarella,era lui il referente di cosa nostra in campania,ma quando gli uomini d'onore conobbero don lorenzo,capirono che per intelligenza e stile di vita era l'uomo adatto da affiliare a cosa nostra facendolo diventare un eminenza grigia per tutti i gruppi criminali della campania.Basti pensare che nell'arco di pochissimo tempo diventa socio di personaggi legati a cosa nostra del calibro di TOMMASO BUSCETTA, GERLANDO ALBERTI E LUCIANO LIGGIO il temuto boss di crleone.Astuto silenzioso e decisionista il mafioso di marano ci mette poco a guadagnarsi la stima di tutta cosa nostra,e che in sicilia lo considerino affidabilissimo(al contrario di MICHELE ZAZA il cui comportamento viene ritenuto discutibile),lo dimostrano le frequentazioni con boss come toto' riina leoluca bagarella e brusca il super killer d cosa nostra.E proprio la tenuta di poggio vallesana diventa una seconda casa per i mafiosi,infatti qui' avvengono parecchie cerimonie per affiliare altri uomini e trasformarli in uomini d'onore,GASPARE MUTOLO ebbe l'investitura di uomo d'onore proprio a poggio vallesana,in casa dei nuvoletta,e quando molti anni dopo decidera' di passare dalla parte dello stato dira' a proposito dei nuvoletta che proprio a poggio vallesana era solito incontrare il padrino latitante TOTO' RIINA steso beatamente al sole benche' latitante,i nuvoletta hanno investiture iportanti a livello politico,nessuno si sogna di disturbare ne carabinieri ne polizia.Ma andiamo con ordine,gli investigatori avevano intuito che don lorenzo insieme ai frtelli avesse amicizie se non di piu' con uomini legati alla mafia,e dopo un lungo calvario burocratico riescono ad avere l'ordine per portare a termine un bliz proprio nella tenuta di poggio vallesana,la sorpresa e' enorme quando arrestano SARO RICCOBONO uomo temibile e tenuto in grande considerazione da cosa nostra,poggio vallesana cosi'diventa scoprono gli investigatori punto di riferimento e luogo tranquillo per latitanti e uomoni d'onore.Con il passare del tempo marano diventa piu' una seconda sicilia,dove avvengono diversi summit tra mafiosi e camorristi,come quello tenutosi nel 1974 per spartirsi le zone di influenza del mercato dei tabacchi lavorati esteri,partecipano uomini del calibro di(STEFANO BONTADE,PIPPO CALO',TOTO' RIINA,BERNANDO BRUSCA,LEOLUCA BAGARELLA,i fratelli GIUSEPPE E ANTONIO CALDERONE,GIOVANNI PULLARA',e infine per la camorra i fratelli SALVATORE E MICHELE ZAZA)un vertice,un gotha di tutta cosa nostra con solo sei camorristi,i loro referenti in campania primo tra tutti don lorenzo.Nel 1975 la mamma di do lorenzo MARIA ORLANDO insieme a unazia del boss ANTONIETTA DI COSTANZO entrano a far parte della societa' stella d'oriente,una societa' che ha come oggeto la commercializzazione del pesce congelato,ma che per inquirenti e magistrati serve a riciclare un fiume di denaro sporco.I soci sono tutti legati a cosa nostra,e in particolare al clan dei corleonesi,ci sono il boss MARIANO E GIOVANBATTISTA AGATE padroni assoluti di marzara del vallo,poi c'e' VITO MAGGIO cognato di toto' riina,ma la prova assoluta dell'esistenza di un organizzazione che agisce tra napoli e palermo salta fuori nel 1978 quando in casa di don lorenzo vengono sequestrati documenti molto importanti e riconducibili a molte famiglie malavitose della sicilia,poi una piccola agenda zeppa di numeri di telefono di moltissimi uomini d'onore,piu' alcune lettere che confermerebbero l'amicizia e il legame che unisce la famiglia nuvoletta a cosa nostra.Il primo pentito che indica don lorenzo come referente di cosa nostra in campania e il boss siciliano GIUSEPPE DI CRISTINA,si presenta dai carabinieri quando apisce che vogliono farlo fuori,e tra le tante cose che racconta di uomini d'onore c'e' pure don lorenzo che secondo di cristina gestisce un enorme azienda agricola per luciano liggio che in realta' non e' altra che una vera e propria raffineria di cocaina e eroina.Purtroppo il boss di rieti non ha il tempo per confermare queste sue dichiarazioni in un aula di tribunale,lo fanno fuori in una squallida periferia di palermo crivellato di colpi,in tasca gli investigatori gli trovano assegni per un totale di diversi miliardi,riconducibili ad una filiale napoletana.Nel 1980 sbuca fuori la foto scattata ad altofonte,a casa dei de carlo,quella foto enigmatica che passao' trale mani del giudice PAOLO BORSELLINO e del capitano dell'arma basile.I nuvoletta pero' si comportarono come se niente fosse,come se nessuno potesse toccarli,del resto la mamma di don lorenzo fornisce addirittura la caserma militare di caserta,di prodotti ortofrutticoli e di polli.L'ente militare all'inizio chiede all'arma di indagare sulla onoricita' di questa azienda,e l'arma spiazza via ogni dubbio stilando un rapporti in cui dice che la orlando in pubblico gode di buona stima,buona rispettabilita' sociale e commerciale.Il prestigio della famiglia nuvoletta sono universalmente riconosciuti,tant'e' che,all'armato dell'apparizione sulla scena di RAFFAELE CUTOLO,il futuro capo della nuova famiglia CARMIBNE ALFIERI si rifugia a poggio vallesana,raccontera' da pentito,(io e mio fratello fummo costretti a cercare la protezione di una delle due famiglie mafiose allora esistenti,quella dei zaza legati a riccobono e quella dei nuvoletta legati ai corleonesi).A cutolopero' non importa di quale investitura dispongono i suoi nemici,difatti ad alfieri fara' ammazzare il fratello salvatore mentre a galasso il fratello nino,oltre al fratello del nemico piu' audace e piu' temibile MARIO FABBROCINO a cui fara' ammazzare il fratello.E proprio durante la faida tra la nuova famiglia di alfieri e la nuova camorra di cutolo che molti affiliati si lamentano dello scarso impegno da parte della famiglia nuvoletta di attaccare frontalmente il cutolo,difatti nuvoletta secondo alfieri e galasso nelle loro rivelazioni da pentiti diranno che don lorenza era troppo ambiguo,si comportava piu' da politico che da mafioso,aspettava chi avrebbe vinto la guerra per saltare sul carro del vincitore.Ad ogni modo don lorenzo agli inizi degli anni 80 viene chiamato a svolgere un ruolo da paciere nella guerra che il professore aveva scatenato contro tutti i clan della campania contrari alla ascesa del cutolo.Nuvoletta continua a mantenere un atteggiamento ambiguo,da l'impressione di non volersi inimicare con i cutoliani,un atteggiamento che fara' inimicare e deteriorare i rapporti con il loro killer e uomo piu' vicina alla famiglia,ANTONIO BARDELLINO che insiste ad usare la linea dura contro i cutoliani.Nell'estate del 1981 viene tenuta un assemblea di almeno un centinaio di camorristi piu' altre centinaia di mafiosi,tutti rigorosamente armati e tra loro diversi latitanti di vario calibro,nuvoletta aveva assicurato tutti che per gli appoggi politici di cui disponeva nessuno li avrebbe disturbati,anzi c'erano anche una decina di pattuglie di polizia a fare da guardia alla tenuta di poggio vallesana.Nonostante si dimostri ambiguo e inaffidabile nessuno si sogna di inimicarsi con don lorenzo,tutti sanno che oltre a essere amico e affiliato dei corleonesi il gotha della mafia siciliana sanno infatti che gode di coperture politiche di alto livello.La pax di pace tra cutoliani e anticutoliani viene firmata alla presenza e grazie a don lorenzo nuvoletta insieme ai corleonesi,ma dura pochissimo al punto da far comprendere al gruppo anticutoliano che don lorenzo pende piu' dalla parte di cutolo che dalla loro.Il piu' ostile e il piu' intrapendente e proprio l'uomo di punta dei nuvoletta,ANTONIO BARDELLINO,non sopporta piu' l'ambigua figura della famiglia nuvoletta e insieme ad alfieri galasso e moccia e pronto a dar filo da torcere a don lorenzo.Cosi' con bardellino che appare il piu' risoluto e avvelenato di tutti discutono del fatto che i nuvoletta a loro parere anno favorito ad alcuni agguati costati la vita ai loro amici e parenti,cosi' decidono di punirli.La guerra tra cutoliani e nuova famiglia e quasi finita,grazie al presidente della repubblica SANDRO PERTINI che si dice indignato di come viene favorito e di come gode di privilegi in carcere il capo della n.c.o. RAFFAELE CUTOLO,firma un decreto che ordini la immediata traduzione del boss nel carcere sardo dell'asinara,in ragime di isolamento totale,e grazie a questo isolamento che trae cutolo in difficolta' nel senso che non riesce piu' ad impartire ordini ai propri affiliati la nuova famiglia si da da fare per sferrare il colpo mortale all'organizzazione cutoliana.Cosi' tramonta il mito cutolo,siamo nel 1984 nel mese piu' caldo di quall'anno giugno,e di domenica e a poggio vallesana nella tenuta dei nuvoletta e' in atto una riunione importantissima degli uomini di maggiore spessore della famiglia,tra cui il mafioso di torre annunziata VALENTINO GIONTA e altri capi camorra.Fuori alla tenuta ci sono quattro automobili con una quindicina di uomini che aspettano l'ordine del loro capo ANTONIO BARDELLINO per muoversi.Si aiutano tra di loro ad indossare parrucche e baffi finti,nella tenuta don lorenzo sa sentenziando il fulcro del suo discorso,quando ANTONIO BARDELLINO fa un cenno,si scatena l'inferno,irrompono nella tenuta sparando all'impazzata,riescono a scappare tutti gli occupanti tranne il piu' temuto killer e intrapendente fratello dei nuvoletta,CIRO,che succede,il boss corre,si dimena chiede aiuto grida con tutto il fiato che ha nei polmoni,la morte la guarda dritta negli occhi,bardellino lo raggiunge e con una lupara mette fine alla giovane esistenza del boss accompagnando l'impulso omicidio con queste parole,(iette o'sang puzzolent).I nuvoletta vengono colpiti a morte nell'orgoglio,nella loro forza,i clan AFIERI e quello dei casalesi anno assestato un colpo mortale al prestigio dei nuvoletta che tutt'avia non limita e ne indebolisce la ferocia e la diplomatica risposta dei nuvoletta.C'e' chi dice che con la scomparsa di ANTONIO BARDELLINO i nuvoletta centrano eccome,comunque nella tarda primavera del 1985 viene arrestato proprio a marano il loro piu' fidato e prezioso alleato,VALENTINO GIONTA,il capo indiscusso di torre annunziata.Si trovava a marano proprio coperto dalla famiglia nuvoletta,che aveva assicurato il gionta che nella loro terra a marano nessuno lo avrebbe arrestato,ma i carabinieri mettono fine alla lunga latitanza del boss torrese.E' proprio l'arresto di VALENTINO GIONTA si intreccia con l'assasinio del giovane cronista del mattino GIANCARLO SIANI,che in un suo articolo ipotizza che il boss di torre annunziata fosse stato sacrificato dai nuvoletta e fatto arrestare per siglare la pace con i clan in guerra contro i nuvoletta e in particolare con i casalesi.La firma in calce dell'aricolo del corrispondente di torre annunziata GIANCARLO SIANI che non si e' reso conto che con quell'articolo ha firmato la sua condanna a morte.Per aver dato dell'infame a don lorenzo nuvoletta siani verra' ucciso tre mesi dopo,mentre sta parcheggiando la sua auto a piazza leonardo al vomero,aveva compiuto 27 anni da quattro giorni.Raccontera' il pentito SALVATORE MIGLIORINO che l'ordine di ammazzare il cronista era arrivato dai nuvoletta,e l'altro pentito che fu uno degli autori materiali del delitto FERDINANDO CATALDO,racconta che lorenzo nuvoletta era infuriato,a tal punto da prendere a calci e a pugni un giovane cane pastore tedesco che aveva comprato da poco per vigilare sulla tenuta di poggio vallesana.Era nervoso don lorenzo,non si dava pace,picchiava il cane e gridava(come noi infami,noi avremmo fatto arrestare VALENTINO GIONTA,quel bastardo con l'articolo ci ha buttato la calunnia addosso,deve morire,lo dovete ammazzare,subito non voglio repliche.Per l'assassinio del giornalista saranno condannati esecutori e mandanti tra cui il boss ANGELO NUVOLETTA alter ego del fratello lorenzo.Gli investigatori comunque si danno da fare e in poco tempo arrestano LORENZO NUVOLETTA,che si chiude in un silenzio cupo e angoscioso come solo i capi di cosa nostra sanno fare.Passa 7 anni in carcere,mantenendo sempre un comportamente dignitoso e mal disposto a collaborare con la giustizia.Gli ultimi processi rimangono indelebili e memorabili nel vedere il boss dei boss della camorra napoletana,l'uomo che aveva deciso il futuro e la morte di migliaia di persone di come si e' ridotto a causa di un cancro al fegato,non riesce neanche a parlare don lorenzo,neanche a dichiarare le sue generalita',steso su una barella con una decina tra infermieri e guardie attorno,altre volte su una sedia a rotelle che grida basta sto morendo non voglio rispondere fatemi morire a casa mia.In carcere il temperamento del boss vacilla,ne sa qualcosa PIETRO CHIAMBRETTI con il suo satirico tg zero,che intervista parenti e amici del boss,poi delle grida e il boss che sta per fare il suo rientro in aula su una sedia a rotelle,il conduttore chiambretti si para davanti e gli domanda se e' lui il boss della camorra lorenzo nuvoletta,la risposta del boss gela chiamretti,e lei vuole continuare ad essere chiambretti.Il boss nel frattempo incassa piu' ergastoli,e le sue disavventure giudiziari non si arrestano,ma il 16 febbraio del 1994 le sue condizioni di salute si aggravano,gli resta poco da vivere,i giudici gli concedono gli arresti domiciliari dando gesta di grande generosita',il boss infatti durante l'ultimo processo aveva dimostrato che gli restava poco da vivere,meno di un mese,aveva espresso la sua ultima volonta' di morire a casa sua.LORENZO NUVOLETTA si spegne il 7 aprile alle 8 di mattina,aveva 63 anni,per sua decisa volonta' aveva chiesto al fratello di dispensare di fiori il suo funerale,il questore di napoli firma un decreto che vieta le esequie del boss,cio' nonostante nella tenuta di poggio vallesana giungono migliaia di gente,tutti rigorosamente controllati dalle forze dell'ordine che presiedono la tenuta.Se ne va via l'ultimo vero capo camorra di napoli e provincia,per lui e per la sua volonta' i mafiosi avevano lasciato napoli ai napoletani senza perdere gli affetti e i contatti col boss.
5)l'organigramma dei clan
Un unico interlocutore, necessario agli affari miliardari del traffico di stupefacenti. Molti gli incontri, per definire i dettagli.
Oltre a Cutolo, momentaneamente fuori dal carcere per decorrenza dei termini di custodia (fino al nuovo arresto, avvenuto dopo un conflitto a fuoco con i carabinieri a Palma Campania), alle riunioni partecipano i primi affiliati della Nco: Pasquale D'Amico, Michele Iafulli, Giuseppe Cacciapuoti, Giuseppe Serra, Carlo Biino. Molti sono originari della provincia. La città viene considerata quasi un'appendice. Anche perché a Napoli è forte il controllo delle famiglie storiche. cresciute, nel dopoguerra, all'ombra dei siciliani attraverso il contrabbando: i Giuliano, i Zaza, gli Ammaturo, gli Spavone. Rispetto al frieno, la sede della Nco si sposta. Non più a Napoli città, ma in provincia: nello storico castello di Ottaviano. Un'organizzazione che si identifica con il capo. Tanto è vero che la data di costituzione viene considerata il 24 ottobre 1970, giorno di san Raffaele, onomastico del professore. La Nco nasce in carcere. Proprio come la camorra delle origini. Un alone di leggenda circonda la costituzione: il carcere di Poggioreale viene trasfigurato nel palazzo mediceo di Ottaviano. Intorno alla Neo, nelle diverse province campane, si costituiscono federazioni sotto il controllo di delegati di Cutolo. Nessuna, però, ha autonomia decisionale.
I delegati vengono definiti capizona. Devono spedire un assegno mensile, come atto di devozione verso il capo riconosciuto, di 500 mila lire. A riceverlo è Rosetta Cutolo, sorella del professore. Don Raffaele è in carcere. Lui tiene i fili dell'organizzazione, ma ha bisogno di persone fidate all'esterno. Una, la principale, è la sorella Rosetta, vera cassiera dell'associazione, con compiti di tenere i contatti con le varie parti dell'organizzazione. Ed ecco gli altri gradi. Cutolo, naturalmente, è il «Vangelo», il verbo riconosciuto da cui dipende la vita e la morte degli affiliati e dei nemici. Al vecchio termine di capintesta si sostituisce un termine religioso. E la cosa si spiega. Nell'Ottocento, il capintesta, capo delle dodici società riunite, viene eletto da capintriti, i capi di ogni quartiere. Cutolo, invece, non viene eletto. E il capo e basta. Quasi per investitura divina. Non dipende da maggioranze o umori. Poi ci sono i santisti, i bracci destri. Cambiano nel tempo: Corrado Iacolare, Vincenzo Casillo, Davide Sorrentino, Pasquale Barra, Antonino Cuomo. Sono la direzione strategica. Poi i capizona, come Luigi Riccio (per la parte orientale di Napoli), Salvatore Imperatrice, Mario Incarnato, Giuseppe Puca (per Sant'Antimo in provincia di Napoli), Antonio Benigno (a Nocera Inferiore in provincia di Salerno), i fratelli Antonino e Giuseppe Cuomo, Giuseppe De Martino e Giuseppe Riccardi (per Castellammare in provincia di Napoli). I capizona vengono definiti sgarristi. Poi, la manovalànza, composta, negli anni d'oro, da circa duemila giovani. La Nco si fa espressione della «camorramassa», capace di reclutare guaglioni, con promesse e speranze di riscatto. Un successo soprattutto ideologicoculturale. Le idee che Cutolo diffonde attraverso le sue poesie (onore, amicizia fino alla morte, riscatto sociale con la violenza e la forza, guadagni attraverso regolari attività estorsive) sono anche quelle dei giovani della Nco. Vengono definiti, proprio come nella mafia e nella vecchia camorra ottocentesca, picciotti. Per l'affiliazione, svolta con cerimonia formale e un rigido rituale, occorrono cinque persone. Nella simbologia dei numeri, infatti, il dispari è la perfezione. E ne è una dimostrazione anche la religione cattolica: Dio è uno e trino.
Dunque, nella cerimonia dell'affiliazione, devono essere presenti, oltre al capo («il Vangelo»), anche un affiliato favorevole, uno sfavorevole, un contabile ed un mastro di giornata, due figure che registrano il nuovo ingresso nella Neo. Sembra di rivedere il contaiolo dell'onorata società. Nulla di nuovo, dunque. Cambiano solo le definizioni. I gruppi di fuoco sono la vera forza dell'organizzazione. Per convincere i nemici, per punire chi tradisce, per estendersi sul territorio, occorrono giovani pronti a uccidere. Sono le squadre o batterie. Organizzano, su mandato del capo, agguati di morte, ma anche rapine.
La Nco viene costituita dopo il secondo arresto di Cutolo, a pochi mesi dalla momentanea scarcerazione, nel 1970. Nel carcere dì Poggioreale. I tempi sono maturi, per mettere in atto le decisioni prese con calabresi e siciliani. I primi affiliati sono tutti detenuti nel padiglione Milano del carcere di Poggioreale: Raffaele Catapano, Pasquale D'Amico, Giuseppe Serra, Carlo Biino, Michele Iafulli. Dal nucleo nelle carceri, che si diffonde all'esterno man mano che gli affiliati vengono scarcerati, la Nco cresce. Nell'anno di latitanza, successivo all'evasione dal manicomio giudiziario di Aversa, Cutolo fa moltissimi adepti. Ed è proprio dal 1978 al 1979 che la Nco si consolida, come sigla camorristica organizzata, fuori dal carcere. Sembra di ripercorrere gli itinerari della onorata società a cavallo dei secoli tra il '700 e 1'800. Ed infatti la struttura viene definita Nuova (per distinguerla dalla vecchia camorra rurale o del contrabbando), camorra (che si rifà alle tradizioni della onorata società), organizzata (a sottolineare una struttura con regole precise, unitaria). Viene costituito un fondo di solidarietà, con le percentuali dei guadagni illegali (frutto soprattutto di estorsioni e rapine), per le famiglie di detenuti. Si offre assistenza legale agli affiliati in carcere, si provvede alle famiglie. Una solidarietà ripresa dalla camorra storica. In cambio vengono chiesti onore e fedeltà assoluta. Al capo, all'organizzazione (per l'acquisto di armi, auto, strutture varie necessarie all'attività delittuosa), va una percentuale fissa. Proprio come prevedeva il vecchio frieno. Ma il documento più importante sulla Nco è il cosiddetto «giuramento di Palillo». Cambiano i tempi.
Non c'è più un foglio di carta, scritta con il pennino, per le regole del frieno. C'è invece una cassetta registrata. Viene sequestrata a Giuseppe Palillo (figlioccio di Cutolo), prima di essere rinchiuso nel carcere di Novara. Voci, canzoni, suoni. Poi un lungo monologo. La voce non si riconosce con precisione, ma sembra quella di Raffaele Cutolo. E la registrazione della cerimonia solenne di iniziazione del nuovo affiliato. In gergo, viene definita battesimo, o fedelizzazione, o ancora legalizzazione. Nel rituale, si ripercorre la storia della società. L'apertura è tutta a favore della regola dell'omertà: «Omertà bella come m'insegnasti, pieno di rose e fiori mi copristi, a circolo formato mi portasti dove erano tre veri pugnalisti». Guarda caso, a dimostrazione che Cutolo conosce bene la storia della guardugna spagnola e della onorata società, c'è anche il richiamo ai camorristi di Spagna.
Una storia romanzata: cacciati dalle loro terre nel 1771, quei camorristi arrivano in Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna. Poi, tornati in Campania, si dividono «per raccogliere il sangue dell'onorata società e, dopo tante battaglie, costituire una società divina e sacra». La nuova dispersione, poi la ricongiunzione, il 24 ottobre, nel castello di Ottaviano. Un richiamo alle tradizioni della camorra, alla sua storia, alle sue origini. Un richiamo consapevole e cosciente. L'epopea del giuramento di Palillo continua. Ancora un numero dispari (sette cavalieri). Sono loro a raccogliere il sangue della onorata società ed a consegnarlo a Cutolo. Un messaggio chiaro. Poi la descrizione della cerimonia di investitura di un nuovo affiliato: il taglio all'avambraccio, la congiunzione dei polsi da cui sgorga il sangue tra compare di sangue e nuovo fedelizzato, l'abbraccio. Ed ecco il giuramento: «Giuriamo di dividere con lui gioie, dolori, sofferenze... però se sbaglia e risbaglia ed infamità porta è a carico suo ed a discarico di questa società e responsabilizziamo il suo compare di sangue». L'elenco di tutti gli affiliati viene conservato in un registro nel castello di Ottaviano. In una nicchia scavata sulla parete, nascosta da un quadro. Ne è custode Rosetta Cutolo.
L'investitura varia in base alla carica ricoperta nella Nco: picciotto o sgarrista. «Con parole d'omertà è formata società» dice la formula di apertura. Poi un taglio a forma di croce sul pollice destro ed il giuramento: «Io darò il mio sangue per la camorra». Ancora un alone di leggenda, per avvolgere nel mito, in fantomatici ideali di purezza, la società: «Il capo di società risiede nelle grandi montagne della Spagna, dove lui vede e non sarà visto perché è coperto da un velo laminato in oro». Mai, prima d'ora, c'era stata tanta consapevolezza sulle origini della camorra, i suoi antichi riferimenti storicoculturali. Cutolo rappresenta anche questa svolta. Quasi ideologica.
L'orgoglio del richiamo alle origini. Ma i messaggi culturali della Nco, proprio nella famosa cassetta di Palillo, sono ancora più espliciti. Oltre alla cassetta trovata nelle mani di Giuseppe Palillo. a completare il quadro «ideologico» della Nco ci sono le centinaia e centinaia di lettere sequestrate. Sono detenuti che scrivono. O ammiratori di Cutolo, il «Vangelo». Scrivono i giudici: «Proprio questo vuoi dire camorra, ossia la diffusione in vasti strati di popolazione di comportamenti che non attengono soltanto al compimento del crimine organizzato, bensì alla stessa logica del vivere quotidiano». E le frasi che fanno parte del «giuramento di Palillo» servono ancora una volta a delineare il credo della Nco. Eccone un altro saggio: «Un camorrista deve sempre ragionare con il cervello, mai con il cuore... Il giorno in cui la gente della Campania capirà che vale più un tozzo di pane libero che una bistecca da schiavo, quel giorno la Campania ha vinto veramente... Noi siamo i cavalieri della camorra, siamo uomini d'onore, d'omertà e di sani princìpi, siamo signori del bene, della pace e dell'umiltà, ma anche padroni della vita e della morte.
La legge della camorra a volte è spietata, ma non ti tradisce». Parole di fuoco. Efferatezza, decisione, solidarismo. Il professore si ritiene in grado di «restituire dignità al popolo della Campania». Naturalmente, è la Nco ad offrire questa opportunità. Lo stesso Cutolo sintetizza gli ideali della sua Nco: «Se fare del bene, aiutare i deboli, far rispettare ì più elementari valori dei diritti umani che vengono quotidianamente calpestati dai potenti e ricchi e se riscattare la dignità di un popolo e desiderare intensamente, in senso vero di giustizia, rischiando la propria vita e questo per la società vuoi dire camorra, allora ben mi sta questa ennesima etichetta». Quasi una speranza di riscatto. Dietro queste parole, a centinaia hanno dato la propria adesione alla Neo. Disoccupati, giovani sottoproletari, detenuti, in carcere per piccole rapine o furti isolati, pronti a fare il grande salto nel crimine organizzato. La Nco, per loro, rappresenta il senso di identità. Sentirsi parte di un'istituzione, di un vero «potere» di cui avvertono essere granelli importanti.
Il rispetto, la considerazione mai avuta, per quei disperati arrivano proprio dall'appartenenza alla Nco. Il «terrorismo del nostro sottoproletario che, abbandonandosi al più assoluto qualunquismo politico, ritrova nel crimine organizzato la propria identità di massa»: è la definizione sintetica dei giudici. Naturalmente, una volta scelta l'affiliazione a nessuno è concesso di allontanarsi dalla Neo. Altrimenti, è la morte. E, in alcune carceri, come Poggioreale, Ascoli Piceno, Volterra, Pianosa, nascono vere succursali della Nco. Anzi, quando impazza la guerra tra il clan di Cutolo e quelli avversari, i direttori devono dividere i rivali. All'ingresso, ognuno deve dichiarare la propria appartenenza camorristica. Anche in questo caso, seppure per motivi di sicurezza, una parte dello Stato deve riconoscere l'esistenza di «un potere». Nella domanda all'ingresso delle carceri, c'è quasi un implicito significato politicosociale. Viene riconosciuta l'aderenza, anche ideologica, ad un clan, ad una organizzazione malavitosa. La cassetta registrata, le centinaia di lettere di detenuti, ma c'è anche un libricino, con l'introduzione dell'avvocato Francesco Cangemi. L'autore è Cutolo. Una raccolta di poesie, stampata nel 1980. Il tema è la camorra, con gli esponenti di vertice della Nco (Vincenzo Casillo e Pasquale Barra).
Quasi uno strumento di propaganda, la camorra che si fa sempre più fenomeno politico. Si parla, senza remore, di compari, infamità, regali, punizioni. All'interno, anche una foto di Cutolo in catene tra i carabinieri. E poi altre foto di affiliati: Pasquale Barra, Mario Strazzeri, Pasquale D'Amico, Carlo Biino, Giuseppe Serra, Domenico Radunanza, Michele Iafulli, Roberto Cutolo, Franco Invigorito. Insomma, niente più spontaneismo. La Nco è un'organizzazione cosciente, con propria «ideologia», seguito sociale. Un vero «potere». Stretti i collegamenti tra gli affiliati in carcere e quelli all'esterno. Le lettere sono il mezzo di comunicazione. Ogni mese, la Nco provvede a inviare una somma alla famiglia dell'affiliato detenuto. A provvedere è il cassiere di turno, un affiliato libero. In carcere, i soldi arrivano ai detenuti attraverso un versamento fatto all'ufficio postale di Ottaviano.
Le lettere tra affiliati sono prima esplicite. Poi, quando cominciano le prime inchieste della magistratura, c'è il ricorso a termini in codice. Ricordate la definizione di Ferdinando Russo e Ernesto Serao sulla onorata società? Per loro era «massoneria del crimine». Un paragone simile, 70 anni dopo, viene fatto dai giudici napoletani. Ecco cosa scrivono: «Si stia attenti a considerare frutto di farneticante follia il messaggio della Nco. Esso lo è alla stessa maniera in cui lo sono stati i rituali sacri di quella loggia massonica denominata P2, consorteria di rispettabili esponenti dello Stato, della finanza e della cultura, riunitisi, a quanto pare, per costituire uno Stato nello Stato». Ed ecco, dunque, le caratteristiche, individuate dai giudici, della Nco: mutualità, struttura gerarchica, stretto rapporto tra affiliati liberi e detenuti, grande potere dell'organizzazione nelle carceri. Ed è, quest'ultima, una eredità della camorra storica. Ricordate le descrizioni degli scrittori settecenteschi? Spaccati simili si ritrovano nelle inchieste giudiziarie sulla Nco.
L'organizzazione controlla numerosi agenti di custodia, ne ottiene favori. In una lettera scritta da Raffaele Vaiano (un affiliato detto il ragioniere) a Vincenzo Casillo, a proposito di due imputati (Gennaro Perrella e Enrico Rispoli), si legge: «La Mattina Nunzio mi ha scritto una cortesia che solo tramite vostro posso esaudire. Lui dice di far sapere a Rispoli Enrico che dovrebbe fare pressione sull'agente di custodia Tonino Pollaro affinché non dica, quando sarà chiamato a farlo, che sul bigliettino che zio Nunzio consegnò a Tonino Pollaro c'era scritto 750 milioni, bensì c'era scritto 750 mila lire, visto che questo famoso bigliettino non esiste e che la circostanza è stata confermata da questa guardia». Ma a Cutolo si oppongono le famiglie della «vecchia camorra».
Sono i gruppi cresciuti con il contrabbando. Ora che la rotta delle sigarette si è spostata sulle coste pugliesi, quell'attivitàtradizionale si è riconvertita nel più redditizio traffico di stupefacenti. Sono quelle stesse famiglie che, per tanti anni, hanno subìto il controllo dei siciliani. In virtù di quegli antichi collegamenti, cercano di distruggere Cutolo e la sua organizzazione. Ma chi sarà mai quel professore che osa chiedere una tangente sulle casse di sigarette, una estorsione su ogni attività commerciale in un territorio esteso, controllato da suoi fedelissimi? Gli spazi si restringono. E le vecchie famiglie non possono più subire. Pena la scomparsa definitiva. E la guerra. Il 21 aprile 1976, in via Arenaccia, due giovani a bordo di una moto scaricano sul viso di don Antonio Spavone una raffica di pallettoni. E 'o malommo se la cava per puro caso. È il primo grosso atto di guerra contro un capo della vecchia camorra. Le famiglie tradizionali si coalizzano. Ci sono i Giuliano di Forcella, Michele Zaza, Umberto Ammaturo, il gruppo di Antonio Bardellino nella provincia di Caserta, don Lorenzo Nuvoletta di Marano (collegato, attraverso la sua parentela con la famiglia Sciorio, ai siciliani), i Vollaro di Portici. Un cartello numeroso. Tante famiglie, con territori limitati. Sono una federazione di clan. Ma cosa vuole questo Cutolo, accentrare tutto nelle sue mani? Una sola camorra guidata da lui? Un monopolio delle attività illegali, con unico interlocutore per la mafia americana e i siciliani? Le vecchie famiglie non ci stanno. E nasce il cartello della NF, la Nuova Famiglia. Si contrappone alla Nco ed al suo disegno accentratore. Combattere ad armi pari Cutolo significa anche contrastarlo sul piano ideologico. La Nco è una valvola di sfogo per tanti giovani emarginati? Deve esserlo anche la NF. Al giuramento di Palillo si contrappongono altri codici, altri rituali. In un quadernetto sgualcito, in tutto venti fogli, trovato nell'auto di Mario Fabbrocino, aderente alla NF, i carabinieri scoprono il «giuramento del camorrista».
L'idea è la stessa della Nco. Ecco cosa si legge su quei fogli: «ln questa sacra giornata d'umiltà, giuro da uomo di tenere fede a questo patto di sangue e di fratellanza e che il sangue di questa vena d'onore esce per entrare in un'altra vena d'onore. Giuro di dividere centesimo per centesimo, millesimo per millesimo, con questo mio fratello di sangue nel bene e nel male fino alla tomba. Se la lontananza ci dividerà, il sangue ci unirà e ci chiamerà fino alla morte che ci separa. Faccio fede di questo patto di fratellanza e di questo lungo abbraccio che ci porterà con umiltà fino alla tomba». Per la NF, l'affiliazione viene definita la «copiata». Omertà, punizione dei traditori, rigida selezione per l'affiliazione: le regole sono sempre le stesse. In quattro punti, le diverse trasgressioni: trascuranza in bene, trascuranza in male, tragedia, infamità. Punizioni graduali, fino ad arrivare alla morte dell'affiliato o di membri della sua famiglia. Un tribuna.f le. Proprio come quello della camorra ottocentesca, dove regnava il diritto della grande mamma. Si legge ancora nei documenti sui rituali della NF: «Il corpo dell'infame ucciso è preferibile farlo scomparire, poiché puzza di tragedia e di infamità».
L'origine della NF? Se quella della Nco porta la data del 24 ottobre 1970, la nascita ufficiale del cartello nemico è quella dell'otto dicembre 1978. Un patto tra famiglie. Nella riunione di quel giorno, ci sono i Giuliano di Forcella, i Vollaro, la famiglia Zaza. Sono i promotori. La loro sarà un'alleanza temporanea, per affrontare Cutolo. Nessun disegno accentratore di camorra unitaria. Le famiglie dovranno restare sempre separate, con accordi che ne delimitano ambiti e prerogative autonome. Per ora, c'è un obiettivo comune: la guerra alla Nco. E nasce la NF. Ecco come il documento trovato dai carabinieri ricorda quella nascita: «Nel lontano 1978, quando si formò l'onorata fratellanza, giurando fedeltà a nome della santissima Immacolata, giovani onorati si unirono per onorare la madre terra e vendicare il loro sangue. Io, fratello invisibile, sovrano alle onorate famiglie di fratellanza, con mio manto d'onore, stima e fedeltà vi copro e vi guido lungo quella strada angusta e stretta dove forse molto sangue si verserà, ma con infinita dignità. Viva l'omertà!»
Anche per la NF, ci sono gradi gerarchici, chiamati «rialzi», rituali di affiliazione. Nomi diversi, ma la sostanza è la stessa. Tra Nco e NF nessunadifferenza. Il 22 aprile 1982, i carabinieri sequestrano, in casa di Pietro Quartuccio, gregario della famiglia Giuliano, un vero e proprio organigramma. E il clan Giuliano, nella sua gerarchia: don Lovigino (figlio del capostipite Pio Vittorio) al vertice, consiglieri i fratelli Luigi e Mario Di Biasi, detti i Faiano, nella zona dei Quartieri spagnoli, Antonio Capuano, Vincenzo Lo Russo.
Luigi Giuliano è subentrato al padre Pio Vittorio. Lo chiamano Lovigino, uno strano nomignolo. E una storpiatura di Luigi. Lui è un bel ragazzo, un amore (love), come lo chiamano gli americani nel dopoguerra. Love si unisce a Luigi e nasce Lovigino. A 14 anni il futuro capo, in compagnia di Giuseppe Misso (futuro capoclan della Sanità), ruba un'auto americana. Poco prima, a Pio Vittorio era stata sequestrata una nave piena di sigarette di contrabbando. Una tragedia. Ma nel furto di Lovigino, l'improvvisa fortuna. Nell'auto, vengono trovati centinaia di dollari. «Sono per te papà, per rifarti della perdita della nave» dice il ragazzo. Nasce un nuovo capo, appena adolescente. Alla NF, appartengono, dunque, sette famiglie, con relativi affiliati: Zaza, Bardellino, Vollaro, Giuliano, Nuvoletta. Ammaturo, Alfieri. È il periodo, che durerà per quasi cinque anni, di una spietata guerra. Nel carcere di Poggioreale (l'unico rimasto a Napoli, dopo la chiusura del San Francesco, della Vicaria e la trasformazione del Sant'Erasmo in ospedale psichiatrico giudiziario), i detenuti si muovono con agilità. Armi, droga, messaggi. In quegli anni succede di tutto. Compresi omicidi, spesso spacciati per suicidi. I gruppi contrapposti vengono divisi in padiglioni diversi. Il carcere deve annotare l'appartenenza del detenuto nuovo, per deciderne la collocazione.
Una guerra riconosciuta. Sono anni terribili. Si ragiona in termini di nemici o amici. Nel 1980 i morti sono 148, l'anno dopo ben 235. Una escalation di uccisioni, con vittime che hanno meno di 30 anni, molti addirittura meno di 25.
Secondigliano diventa il quartiere principale del reclutamento giovanile. Una nuova zona, immortalata dalle immagini cinematografiche del film di Salvatore Píscítellí «Le occasioni di Rosa». Un quartiere periferico, di edilizia popolare finanziata con i fondi della legge 167. Emarginazione, zona dormitorio, Bronx incontrastato di spaccio di eroina, rapine, scippi, furti. Scrive il sociologo Pino Arlacchi: «Nella periferia napoletana nasce il giovane che muore di camorra. Appartiene di massima al sottoproletariato urbano. La sua famiglia di origine è caratterizzata da un alto livello di instabilità e di disorganizzazione. Egli non ha frequentato regolarmente la scuola, e ha avuto qualche breve esperienza di lavoro minorile, molto presto è entrato nel mondo della piccola delinquenza locale, con furti, rapine, scippi, bravate. Il giovane fuorilegge napoletano è stato allevato ed educato dalla strada, dalla banda, dal quartiere, dal bar, cioè dai rapporti esterni alla famiglia.
Un ruolo importantissimo nella sua socializzazione criminale è stato svolto dalle precoci esperienze di ospite dei riformatori prima e delle carceri per minorenni dopo». Un quadro terribile, ma reale. Sono lontani gli anni del delitto a coltellate. Cambiano i tempi e cambiano anche gli strumenti di morte. Ora domina la sventagliata di mitra, la scarica di pistola o di fucile a pallettoni. Tutto rigorosamente in un agguato, di corsa, su auto o moto. Spesso viene lasciato un messaggio sul cadavere: uno straccio a tappare la bocca (se l'ucciso viene considerato un traditore). A volte, l'omicidio è spietato. Soprattutto se deve essere una vendetta atroce. Con sofferenza. Come capita a Giacomo Frattini il 21 gennaio 1982. Viene trovato in un'auto al centro di Napoli. Il corpo è mutilato in maniera atroce: testa e mani mozzate, cuore strappato. Quando trova una morte così atroce, Frattini ha 23 anni. La NF lo ha massacrato per vendetta. I metodi della mafia, ormai, dopo il 1970, sono quelli della camorra napoletana.
Il superpentito della mafia siciliana, Tommaso Buscetta, parla deí contatti con i campani. Cita le famiglie della NF: Nuvoletta, Bardellino, Zaza. Una conferma. Il «potere camorrista» è diventato holding criminale. E quando ci sono di mezzo grossi affari, cresce la violenza, i morti si moltiplicano.In realta' la morte di GIACOMO FRATTINI detto bambulella fu la risposta al massacro cutoliano avvenuto nel carcere di poggioreale,bambulella portava il braccialetto con inciase la sigla n.c.o.e fu lui che ha capo di 6 uomini ando' in infermeria dove era ricoverato ANTONIO PALMIERI,o' muscio era stato da poco operato allo stomaco,bambulella e i suoi complici con le mani lo scucirono i punti di sutura perfinirlo poi a coltellate.Per la decapitazione di bambulella e di pchi mesi fa l'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di PAOLO DI LAURO-VINCENZO LICCIARDI.RENATO CINQUEGRANELLA.COSTANTINO SARNO,agirono per ordine di don ANIELLO LA MONICA che era implacabile nelle vendette.Ecco cosa riporta le dichiarazioni originali del pentito gatto amico fraterno di di lauro e di licciardi.(Era l’unico libero degli indagati da arrestare sulla base delle indagini
dei carabinieri per l’omicidio Frattini (gli altri erano già detenuti) ed è
sfuggito alla cattura Renato Cinquegranella: 59enne di Borgo
Sant’Antonio Abate, all’epoca dei fatti legato al clan Giuliano di
Forcella. A tiralo in ballo ed ad accusarlo è stato il pentito Pasquale
Gatto. Ecco alcuni passaggi delle sue dichiarazioni, rese il 23 agosto del
2007 al pm Barbara Sargenti.
«Ho partecipato all’omicidio di “bambulella” avendo rubato
l’autovettura Bianchina 500 (nell foto), che è servita poi per caricare
il suo corpo fatto a pezzi, che io stesso ho trasportato a bordo di
questa autovettura. Il compito di procurare la macchina,che io
sapevo che doveva servire per trasportare il cadavere della vittima
mi venne affidato da Astuto Ciro e Cinquegranella Renato, che
avevano organizzato l’omicidio. “Bambulella” venne attirato in
trappola da tale “’a vicchiarella”, che è morto nel ’90. Costui
convinse la vittima che poteva fidarsi di lui, che lo avrebbe
presentato ai suoi amici al fine di consentirgli di “girarsi”, ossia di
passare con gli anticutoliani. Egli venne attirato in un bassodeposito
in vico Avvocata e lì venne ucciso da Cinquegranella
Renato, Bruno e Renato Torsi».
Il racconto di Gatto continuava con
dettagli raccapriccianti: «Io non
ero presente quando lo uccisero,
ma la dinamica e le modalità me
le raccontarono i miei compagni.
Io andai sul posto portando la
macchina che avevo procurato
quando mi chiamarono per dirmi
che l’omicidio era stato
commesso. Quando arrivai il
cadavere di “bambulella” veniva
fatto a pezzi da Cinquegranella
Renato e Paolo di Lauro.
Ma c'e' chi sospetta che dietro a questo delitto cia sia anche la mano di GENNARO LICCIARDI che negli anni 80 era indaffarato ha commettere omicidi,sterminare quanti piu' cutoliani possibili per vendicare la morte del fratello ANTONIO LICCIARDI avvenuta nel rione don guanella.Ecco cosa racconta il pentito PASQUALE GATTO,ha proposito della morte di ANTONIO LICCIARDI e sulla nascita dell'amicizia con GENNARO LICCIARDI(Anche il gruppo di Luigi Giuliano (l’ex ras di Forcella oggi pentito, ndr) in quel periodo compiva omicidi contro i cutoliani. Io mi dedicavo a compiti non di killer, anche quando si trattava di commettere delitti». È un collaboratore di giustizia poco noto e anche quando faceva vita da pregiudicato non compariva quasi mai sui giornali. E invece Pasquale Gatto, napoletano del rione Sanità che nel 2002 entrò a far parte del clan Misso, può vantare un curriculum di tutto rispetto negli ambienti criminali avendoci vissuto per molti anni. Ma soprattutto, ciò che più interessa agli inquirenti, ha avuto contatti con numerose cosche partenopee, come spiega nell’interrogatorio del 23 agosto 2007. Naturalmente va sottolineato, come al solito, che le persone tirate in ballo devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria. «Posso dire di avere iniziato ad avvicinarmi alle organizzazioni camorristiche attraverso Esposito Ciro detto ‘o ceccio, al quale ero legato quale criminale comune perché facevamo insieme dei fili di banca. Esposito Ciro era molto amico di Gennaro Licciardi detto ‘a scigna e quando venne ucciso il fratello Antonio Licciardi. Esposito Ciro si unì al gruppo di Gennaro Licciardi che era una figura molto carismatica, amato da tutti, in grado di organizzare una forte risposta anticutoliana. Infatti il fratello Antonio venne ucciso dai cutoliani che volevano colpire proprio Gennaro ed anzi scambiarono il primo per il secondo». Dopo l’omicidio di Antonio Licciardi, secondo Pasquale Gatto, il clan di Secondigliano serrò le file. «Gennaro Licciardi, in quegli anni, ossia negli anni 80 - 81 era tra i capi delle varie famiglie camorristiche che lottavano contro la Nco di Cutolo, e che egli fu in grado di far unire attorno a lui dopo la morte del fratello. Anche Ciro Esposito e quindi anche io con lui facemmo parte di uno dei gruppi anticutoliani. Gli anticutoliani, erano rappresentati da numerose famiglie camorristiche su territorio di Napoli e provincia, ognuna delle quali con il compito di eliminare gli avversari nella propria zona di riferimento. Esposito Ciro ed io eravamo nel gruppo di Astuto Ciro che faceva capo a Forcella ed a Luigi Giuliano, giacché la nostra zona, ossia quella dei Miracoli, faceva capo a Forcella insieme alla Sanità, al Borgo, a via Foria. Più in generale la federazione degli anticutoliani era composta, dalle famiglie Giuliano, Zaza, Fabrocino, Bardellino, Vollaro, i Cavallari di San Giorgio, Alfano, Cavalcante, e, per quanto riguarda l’area nord di Napoli vi erano i gruppi di Gennaro Licciardi alla Masseria Cardone di La Monica Aniello in mezzo all’Arco, dei Bocchetti un poco prima dei Di Lauro, dei Lo Russo; vi erano poi i Contini, i Mallardo e Costantino Sarno. Vi erano poi anche altri gruppi in altre zone di Napoli e provincia. In questo periodo anche il gruppo che faceva capo ad Astuto Ciroed a Luigi Giuliano compiva omicidi contro i cutoliani oltre ad altri reati; io ero molto giovane e mi dedicavo a compiti non di killer ma di tipo secondario, anche quando però si trattava di commettere omicidi». Sui Licciardi Gatto ha ricordato un episodio particolare. «Dopo la morte del Principino, ci recammo da Pierino Licciardi o’fantasma per le condoglianze che facemmo nell’ufficio di Penniello Giovanni in vico Campanile ai Miracoli, e ci mettemmo a disposizione di Pierino. Egli ci chiese se avevamo delle armi da dare ad una sua persona. Fu così che demmo a Trambaruolo Gennaro due pistole 9x21.Secondigliano era chiamata anche il vulcano negli anni 80,per il clima di guerra che si respirava e per la numerosissima manodopera impiegata contro il boss of boss RAFFAELE CUTOLO,tutti uniti contro i cutoliani.
6)PAOLO DI LAURO CONTRO IL PADRINO ANIELLO LA MONICA
Ecco cosa successe,ecco come mori' ANIELLO LA MONICA.Aniello, scendi, c’ho quella roba per te».
«Va bene, aspettami vicino al cancello. Ma è sicuro che è roba buona?».
«Gioielli, oro, brillanti… è un affare. Muoviti, sto qua sotto…».

Tutto inizia così. Con uno squillo al citofono e una sventagliata di mitra. Aniello La Monica ha poco più di quarant’anni quando viene ammazzato all’uscita di casa. È il boss di Secondigliano, fa parte della Nuova famiglia, il cartello che si oppone all’“esercito” di Raffaele Cutolo. Ma non è il padrino di Ottaviano, che pure ne avrebbe tutti i motivi, a spedirlo al camposanto. La Monica è la prima vittima di un nuovo gruppo criminale che ha lanciato la scalata ai vertici della camorra. Viene assassinato da quelli che considerava i suoi figli, tradito da quelli di cui più si fidava, perché anche un camorrista si deve fidare di qualcuno. E La Monica si era fidato delle persone sbagliate.

«Dottore, se non ricordo male, La Monica venne prima investito e poi ucciso con pistole e kalashnikov. Mi raccontarono che dopo avergli dato la prima botta, uscirono tutti e quattro dalla macchina e iniziarono a sparare mentre ancora stava barcollando. Non gli diedero il tempo nemmeno di cadere a terra…». A distanza di vent’anni, un pentito sta raccontando che cosa avvenne quel giorno a Secondigliano, in una filiera di ricordi che lo avrebbero portato a ricostruire, in una stanza insonorizzata all’ottavo piano della Procura della Repubblica di Napoli, le fortune e i misteri del padrino più enigmatico della malavita partenopea: Paolo Di Lauro.
«Ma chi lo uccise e perché?», gli domandò il magistrato, sedendogli affianco e porgendogli un foglio e una penna per fermare sulla carta le immagini che la memoria non sarebbe riuscita, dopo così tanto tempo, a far affiorare.
«Dottore, statemi a sentire, che la storia è lunga. Chiamate il brigadiere e ditegli di portarmi un bel caffé, che dobbiamo parlare parecchio. Oggi e domani e pure dopodomani. Mettete una cassetta nuova nel registratore e ascoltate quello che vi dico, perché non so se avrò la possibilità di ripeterlo».
Il magistrato si alzò e si diresse verso la porta. Lanciò uno sguardo lungo il corridoio su cui si affacciavano gli uffici della Direzione distrettuale antimafia e si assicurò che la porta fosse ben chiusa. Poi si sedette di nuovo. Chiamò a verbalizzare un agente di polizia di cui si fidava. Questi inserì il foglio nella macchina da scrivere elettronica e – con i due indici – iniziò a battere freneticamente, sotto dettatura, la formula iniziale del verbale di collaborazione: “Immediatamente dopo la mia cattura, a seguito del provvedimento emesso da codesto Ufficio, avuta contezza del livello elevato delle conoscenze al quale erano giunti gli organismi investigativi, ho trovato la necessaria determinazione per rompere in maniera definitiva con l’ambiente criminale nel quale sono vissuto fin dai primi anni Ottanta”.
Inizia il racconto.
***
«Ha visto che dice il giornale oggi?», domandò l’ispettore capo del commissariato di Secondigliano al suo dirigente, appoggiandogli la copia del Mattino sulla scrivania piena di carte e pacchetti di sigarette semivuoti. Erano i giorni della paura a Napoli, i giorni della furia omicida delle batterie di fuoco della Nco e delle condanne del tribunale del popolo delle Brigate rosse contro giudici e politici.
«L’ho letto stamattina, tre giorni di lutto nel quartiere per la morte del padrino che odiava la droga. Bella figura che ci facciamo. A proposito, le indagini a che punto stanno? La Procura ha fatto sapere qualcosa?»
«Dicono che è un regolamento di conti interno, ma su La Monica procede la squadra mobile. Tutto come al solito, nessuno ha visto. Nessuno si è accorto di niente. Teniamo gli occhi aperti, perché qua ho l’impressione che succede la terza guerra mondiale».
Erano da poco passate le settimane convulse del sequestro dell’assessore regionale Ciro Cirillo, cassiere democristiano dei fondi del dopo-terremoto, rilasciato grazie alla mediazione di Cutolo e al pagamento di un ricco riscatto ai terroristi, e il clima era peggiorato, se possibile, con la pubblicazione sull’Unità del falso documento del ministero dell’Interno che riportava i termini della trattativa tra Stato e camorra per la liberazione del politico dc. Documento falso nella forma, ma verissimo nella sostanza.
«Adesso ti compri pure i giornali comunisti? Ma tu non votavi a destra…», scherzò l’ispettore quando il collega tirò fuori da un cassetto dell’armadietto la copia del quotidiano.
«Tu devi sapere che i comunisti le notizie le sanno in anticipo e poi hanno agganci dovunque…», rispose l’altro sorridendo. In quel momento, entrò nella stanza un poliziotto con il mattinale, l’elenco delle denunce raccolte nel week-end precedente. Era un lunedì mattina. Un paio di paginette dattiloscritte, piene zeppe di furti, rapine, scippi, aggressioni. Finanche un tentato omicidio: un uomo aveva tentato di stuprare la vicina a colpi di spranga.
A Secondigliano e Scampia gli echi dei grandi fatti di cronaca arrivavano attutiti, come se i due rioni non avessero titoli per partecipare a ciò che di importante avveniva in città. In effetti, a quel tempo la grande criminalità organizzata considerava i quartieri della cinta extraurbana partenopea un po’ come un vivaio di giovani delinquenti al quale attingere in caso di necessità per i lavori sporchi. I secondiglianesi non avevano pedigree criminale, erano un po’ come i corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, “viddani”, gente di campagna. Spietata, ma con il cervello di una gallina.
«Che cosa abbiamo oggi?», riprese a parlare l’ispettore, prendendo la copia del mattinale dalla scrivania.
«Guarda tu stesso, è una carneficina. A proposito, domani andiamo a fare qualche domanda in giro per il fatto di La Monica, cerchiamo di capire», tagliò corto il dirigente, mettendo di nuovo a posto la copia dell’Unità.

In quelle stesse ore, in via Cupa dell’Arco, a poche centinaia di metri in linea d’aria dal presidio di polizia, era stata convocata una riunione. Uno degli invitati, Domenico Silvestri, detto “Mimì ’a svergognata”, fece per prendere posto a capotavola, quando una mano gli avvinghiò il braccio e glielo strinse. Era Raffaele Prestieri, che gli ricordava che quel posto era occupato.
«Ti devi sedere tu?», rispose sorpreso Silvestri.
«No, ma è meglio che ti metti qua, affianco a me. Là no», disse Prestieri spostandogli la sedia sul lato lungo del tavolo.
La porta di ingresso del salone si aprì lentamente. Il padrone di casa entrò e si sedette al posto d’onore. Accese una sigaretta e chiamò la cameriera, che subito dopo gli portò una bottiglia di champagne Veuve Cliquot e una manciata di bicchieri di cristallo. Al piano di sotto, nella villetta, c’era una bella cantina con tanti vini e liquori raffinati, alcuni dei quali fatti arrivare direttamente da Parigi. La pressione delle bollicine spinse fuori il tappo di sughero che finì contro le tende e rimbalzò a terra, fin sotto il tavolo.
«Pace all’anima di Aniello La Monica. Speriamo che da lassù ci assista e ci aiuti», dissero in coro. Poi tutti brindarono guardandosi negli occhi.Il solito giro di perlustrazione, i soliti controlli. Via Bakù, i Sette Palazzi, la villa comunale: la volante del commissariato quella sera avanzava con la seconda marcia innestata e il lampeggiante che proiettava un fascio di luce azzurra sulle aiuole e sulle saracinesche dei negozi chiusi.
«Guarda quel ragazzo là, sta correndo. Ha buttato un sacchetto di plastica sotto la macchina. Raccoglilo e poi inseguilo», urlò all’improvviso il capo-turno al poliziotto alla guida, che accese la sirena e inserì la terza.
Ormai di scene simili ce n’erano a decine ogni giorno, in ogni angolo del rione; Secondigliano e Scampia, se non conosci le strade, sono peggiori dei labirinti. Incroci, scorciatoie, passaggi nascosti da un vicoletto all’altro e poi paletti installati dovunque, come a voler disegnare una mappa nota soltanto a pochi, agilissimi corridori.
L’inseguimento era durato non più di una manciata di secondi, perché il giovane, convinto di trovarla aperta, era andato a sbattere contro una porta di ferro che chiudeva l’entrata secondaria di un condominio. La sua corsa era terminata lì, con una spalla indolenzita e un paio di manette ai polsi.
La volante era tornata in commissariato con il nuovo “ospite” a bordo a fine turno.
«Come ti chiami?», gli chiese l’ispettore, mettendosi a sedere alla scrivania nel suo ufficio, dove la relazione di servizio aspettava soltanto la sua firma.
«Che vi interessa? Chiamatemi l’avvocato, che con voi non parlo più. Qua sta il numero», rispose spavaldo il ragazzo. Aveva circa venticinque anni. Corporatura slanciata, con il giubbotto imbottito, su una polo verde con il coccodrillo, e il jeans stracciato. In tasca gli avevano trovato cinque dosi di eroina confezionate con la carta stagnola e duecentomila lire in banconote di piccolo taglio. Era il terzo arresto della giornata. Uguale al secondo e al primo.
Gli agenti chiamarono il legale indicato dal giovane, il quale spedì negli uffici della polizia un collaboratore a sbrigare le formalità della nomina. Il ragazzo si rimise in tasca il pezzo di carta stropicciato su cui qualcuno gli aveva scritto il numero di telefono del penalista e si avviò, sotto scorta, a Poggioreale. Ridendo.
«Hai notato che chiamano tutti gli stessi avvocati?», domandò il dirigente del commissariato all’uomo che aveva arrestato lo spacciatore.
«Sì e che significa, secondo te?», gli rispose l’agente, rovistando nella busta che aveva recuperato sotto l’auto. All’interno c’erano altri soldi, circa cinquantamila lire, un paio di accendini e delle cannucce, di quelle utilizzate per le bibite in lattina. Bisognava aggiornare la relazione di servizio.
«Significa che stiamo davanti a qualcosa, o a qualcuno molto più grande di quanto immaginiamo. Teniamo gli occhi aperti», chiuse la discussione il dirigente.
Tra il 1982 e il 1984 avviene la trasformazione che segnerà per sempre il destino di Secondigliano e di Scampia: i terremotati, centinaia di famiglie che avevano perso il tetto a causa del sisma, vengono stipate nelle Vele, gli alveari-dormitorio progettati dall’architetto Franz Di Salvo con l’intento di favorire l’integrazione tra i nuclei familiari ma che diventeranno, invece, l’incubatrice di un’illegalità feroce e assassina. Il sogno utopistico di un quartiere modello, a misura d’uomo, con grandi parchi e spazi verdi a dividere le aree abitate, rappresentò in realtà la conformazione urbanistica perfetta per il crimine organizzato.
Subito dopo l’uccisione di La Monica, il sismografo dell’ordine pubblico a Secondigliano aveva subito un’impennata: erano aumentati scippi, rapine e casi di estorsione ai negozianti. L’ufficio denunce del commissariato, che prima era frequentato poco, molto poco dai residenti, era diventato d’un tratto affollatissimo e dalla questura di via Medina avevano dovuto inviare uno dei primi modelli di macchina da scrivere elettronica per velocizzare il lavoro.
Si stava sviluppando la più grande trasformazione economico-criminale della storia della camorra; il contrabbando di sigarette – fonte inesauribile di ricchezza per migliaia di manovali dell’illegalità – era sul punto di cedere il passo al traffico internazionale di stupefacenti. Accanto alle bancarelle con le stecche di Marlboro e di Merit in bella mostra, poco più in là, a poche decine di metri, iniziavano a comparire i primi spacciatori, pronti a rifornire di eroina e marijuana i giovani in cerca di emozioni forti. E con loro apparvero pure le vedette e i guardiani.
La faida tra Raffaele Cutolo e la Nuova famiglia aveva portato alla distruzione di un modello criminale feudale, incapace di proiettarsi nell’economia nazionale e internazionale, confinato ancora negli angusti steccati del racket e del traffico di armi. Un modello al quale sarebbe presto subentrato una organizzazione nuova nella struttura e nelle finalità, fluida, pronta a insinuarsi lungo le feritoie del tessuto socio-economico legale per distorcerne le dinamiche e per indirizzarne i meccanismi.
Allora però nessuno se ne accorgeva, perché quello era il periodo della guerra e non degli affari. Bisognava soltanto eliminare il nemico, infliggergli più male possibile. Non soltanto impedirgli di riprendere le armi, ma annientarlo.
«Ma quelli erano altri tempi, dottore. Ogni giorno un cutoliano ammazzava uno dei nostri e noi rispondevamo con due dei loro. Aniello La Monica, non so perché, ma ce l’aveva a morte con i cutoliani. Se avesse potuto buttare una bomba atomica su Ottaviano, l’avrebbe fatto. Ogni mattina, ci incontrava davanti al bar e ci diceva: “Ragazzi, ricordatevi di colpire i nemici ovunque vi troviate. Non gli dobbiamo dare il tempo di respirare”. Addirittura aveva intitolato un negozio di abbigliamento, vicino casa sua, con il nome della sua pistola preferita: Pyton. La Monica era proprio come un serpente. Un pitone, appunto. Faceva paura solamente a guardarlo». Il pentito non aveva smesso un attimo di ripercorrere con la mente i suoi trascorsi criminali, gli inizi del clan; di tratteggiare la figura delle persone con cui era cresciuto e con cui aveva conosciuto la galera.
Il magistrato ascoltava in silenzio e ogni tanto annotava una data, un nome sull’agendina Moleskine che custodiva nella tasca interna della giacca. «Ma come campava La Monica? Quali erano le sue fonti di reddito, anche lui gestiva il traffico di droga?», chiese al collaboratore, interrompendolo giusto il tempo per cambiare lato alla cassetta.
«Campava come tutti, a quel tempo. Faceva il contrabbando di sigarette con Michele Zaza, di cui era fraterno amico, e con Fiore D’Avino, uno di Nola mi sembra. Non era una cattiva persona, era un padrino vecchia maniera: non ha mai mandato indietro nessuno che volesse lavorare per lui. Poco prima di morire, pagava lo stipendio a ottanta famiglie, compresa la mia. Fu lui a inventare la vendita porta a porta delle lenzuola per i corredi nuziali, affidandola alla rete di magliari che partiva da Secondigliano e arrivava fino in Germania e in Francia. Con questo sistema, faceva un sacco di soldi puliti. Ma pure quell’idea gli hanno rubato, oltre al comando. La droga non la voleva nel suo territorio, anche se era consapevole che per quella polverina bianca ci avrebbe rimesso la pelle, prima o poi. E su questo punto, molto spesso si scontrava con gli altri del gruppo di Paolo Di Lauro».
Il contatore riprese a girare e il pentito dovette fare uno sforzo di memoria per riprendere il filo del discorso dove l’aveva lasciato prima dell’interruzione. Ma prima di continuare a parlare delle origini del clan Di Lauro e della malavita a Secondigliano negli anni Ottanta, pensò bene di arricchire le sue confessioni con un episodio che conoscevano in pochi.
«Ora vi racconto una cosa, dottore», proseguì, dopo aver bevuto tutto d’un sorso il caffè che gli avevano portato. Guardò negli occhi il magistrato e sorrise di un sorriso amaro. «Però dovete credermi sulla parola, perché alcune cose che vi dico non le posso provare».
«Dimmi, ti ascolto», ribatté il magistrato, approfittandone per segnare un altro paio di righe di appunti sull’agendina.
«Lo sapete che un giorno Di Lauro disse vicino a uno dei Giuliano, mi sembra Guglielmo, se voleva giocare a poker?».
«E qual è il problema, che c’è di strano?»
«Il piatto di apertura lo sapete di quant’era?». E si mise ad attendere la risposta che, sapeva, non avrebbe mai potuto essere quella giusta.
«No», rispose incuriosito il pm.
«Due miliardi di lire. In contanti». E stette con l’aria soddisfatta ad attendere il ghigno di incredulità sul volto del suo interlocutore, come ben si aspetta chi fa partecipe un altro di una confidenza che, altrimenti, gli sarebbe stata sempre negata.
«Queste cose non mi servono per il processo», tagliò corto il magistrato, «e poi nel mondo della malavita molto spesso si esagera nei racconti e un granello di sabbia diventa una slavina. Continuiamo con l’interrogatorio».
«Due miliardi in contanti», ripeté il pentito, come se il richiamo del magistrato non ci fosse mai stato, «due miliardi contenuti in una borsa di tela rossa. La posò sul tavolo e disse a Giuliano: “Se proprio vuoi giocare, fatti una partita con me…”. Comunque, ho capito che queste cose non vi interessano, ma per me sono importanti. Dove eravamo rimasti? Ah, sì…»

Erano passate già un bel po’ di settimane dall’omicidio di La Monica, quando a Secondigliano arrivò un messaggio da Poggio Vallesana, la tenuta terriera dei Nuvoletta, una delle famiglie malavitose più potenti della Campania, soci in affari con i mafiosi palermitani.
«Paolo, i maranesi ci hanno chiesto se possiamo andare a trovarli», disse Mimì Silvestri con un pizzico di soddisfazione, perché era il segnale che il giro grosso stava iniziando a interessarsi di loro. «Ci devono parlare di una cosa importante, importante assai…».
«Va bene, organizza un’auto e ci andiamo», gli rispose Di Lauro, accendendosi l’ennesima sigaretta, sprofondato sul divano di casa.
«Come la vogliamo organizzare, chi chiamiamo?»
«Non voglio nessuno armato, sia chiaro. Andiamo io, tu, Rosario, Raffaele ed Enricuccio. E una macchina di appoggio».
«Va bene». Silvestri uscì dalla stanza al piano terra della villa in via Cupa dell’Arco e iniziò a contattare gli altri. Ci mise poco, perché li trovo all’incrocio con corso Secondigliano a parlottare. Erano tutti amici di infanzia di Di Lauro; erano cresciuti con lui e con lui si erano sbarazzati dell’ingombrante presenza di La Monica.
Appena seppero della convocazione, risalirono in auto e si diressero a casa del boss. Dal cancello sbucarono poco dopo una Lancia Delta integrale e una Mercedes, dove sedeva – sul lato posteriore destro – il padrino. L’altra macchina stava davanti a fare strada. Da Secondigliano a Marano saranno stati, sì e no, dieci minuti di viaggio, ma sembrava di non arrivare mai. L’emozione tradiva anche quelli più freddi, perché loro erano una piccola formazione, senza santi in paradiso, con tanta buona volontà e poca esperienza nel settore degli stupefacenti. Avevano iniziato a guadagnare qualcosina con una paranza di una decina di spacciatori, ai quali affidavano dosi di eroina e hashish a cadenza settimanale. Un giro di affari rionale, niente di più. La droga la compravano attraverso i trafficanti del rione Traiano e di Ercolano – le due piazze di spaccio più importanti di Napoli – e la rivendevano a prezzo maggiorato nelle stradine del quartiere, lucrando una piccola percentuale.
Le due auto con a bordo Di Lauro e gli altri imboccarono una stradina sterrata, che si apriva sulla destra della via principale. Percorsero quasi cinquecento metri prima di arrivare a un grande cancello, dove – ad attenderli – c’erano le sentinelle del boss.
«L’avete risolto quel problema, eh?», disse il capo-decina di Marano, andando incontro agli ospiti. Il “problema” a cui si riferiva era Aniello La Monica. «Sì, per fortuna», rispose sbrigativamente uno di loro. Parcheggiarono le vetture poco distante l’ingresso e si incamminarono.
«Don Lorenzo, abbiamo fatto il prima possibile», annunciò Raffaele Abbinante, baciandogli le due guance appena entrato nella villa del boss. Abbinante era nato a Marano ed aveva iniziato a lavorare nel crimine proprio con la famiglia Nuvoletta, con i quali – nel tempo – aveva mantenuto stretti rapporti.
«Dobbiamo parlare di cose importanti, seguitemi», rispose il vecchio padrino, attraversando un corridoio su cui campeggiavano quadri dell’Ottocento napoletano. Uno in particolare attrasse l’attenzione di Paolo Di Lauro, che sostò a guardarlo. «Anche a me piacciono i quadri», aggiunse, riprendendo il passo.
La delegazione del clan di Secondigliano e don Lorenzo Nuvoletta uscirono dal retro dell’abitazione, circondata dalle campagne, e si addentrarono su per un viottolo che portava a una masseria. Lì si accomodarono, attorno a un tavolo, per discutere. In passato doveva essere stata una stalla, perché c’erano ancora gli abbeveratoi.
«Il contrabbando di sigarette è il passato», disse l’anziano mafioso. «Quel mondo non è più il nostro. Ci dobbiamo aggiornare. Ma in grande stile. E io so come».
Paolo Di Lauro osservava in silenzio ogni parola scandita da quella bocca rigata dai segni del tempo. Ascoltava e rifletteva, perché il vecchio boss stava per rivelargli la chiave per diventare i nuovi padroni della città. Mangiarono un po’ di pane cotto a legna e del formaggio, conservati in una dispensa poco distante. Un pasto mafioso, come quelli che si consumavano in qualche sperduto podere nel cuore della Sicilia, a Corleone o a Bagheria.
«E questo è l’accordo, però io pretendo una sola cosa», disse il capo dei maranesi, guardando diritto in faccia ognuno dei suoi interlocutori.
«Sulla nostra lealtà possiamo giurare con il sangue», rispose Di Lauro. Gli altri stettero in silenzio. E annuirono. «Don Lorenzo, quello che ci dite di fare, faremo».
«Questo volevo sentirvi dire. Ci vediamo la settimana prossima, vi faccio arrivare io l’“ambasciata” e ci organizziamo». La seduta fu tolta all’istante. Il gruppetto uscì dalla masseria e si avviò lungo la strada che tagliava a metà la proprietà terriera dei Nuvoletta, mentre le vedette del clan – nascoste chissà dove, tra i cespugli o affianco alle rocce – si lanciavano fischi l’un l’altra per segnalare il passaggio del padrino. Di Lauro e Nuvoletta si salutarono con il bacio sulle due guance. Il vecchio padrino gli batté una mano sulla spalla e gli ricordò il prossimo appuntamento.
«Quello è uno che farà strada», si lasciò andare don Lorenzo con il suo “consigliori”, appena gli ospiti furono andati via. «E’ intelligente, ha ascoltato ciò che dicevo senza battere ciglio. È serio, mi piace».
In auto, tutti parlavano e discutevano di ciò che avevano appena ascoltato. Solo Di Lauro non aprì parola per tutto il tragitto di ritorno, quando – giunto sotto casa – invitò gli altri a salire.
Davanti al tavolo dove avevano brindato alla memoria di Aniello La Monica, li guardò negli occhi e li fece promettere che nessuno al mondo avrebbe rotto il patto che stavano per fare.
«D’ora in poi siamo una sola famiglia. Da oggi, siamo fratelli. Il sangue di uno è il sangue di tutti». Gli altri ripeterono la formula.

«I Nuvoletta non sono camorristi, non so se mi spiego. Dottore, è una cosa diversa. Marano è come Corleone, come Palermo. È la Sicilia a Napoli. Con quelli non si scherza, sono pericolosissimi. Mi ricordo, addirittura, che tentarono di uccidere il comandante della Stazione di Marano, che rimase ferito, perché stava iniziando a dare troppo fastidio con le sue domande in giro. Ma questo non è niente, sapete che ci stanno i poligoni di tiro nascosti tra le montagne per far allenare i killer? A Marano, tanto tempo fa, venne pure quello che uccise il dottore Falcone, come si chiama, Brusca…». Il pentito riprese il filo dei ricordi, cercando di inserire quante più informazioni possibile in quel verbale.
«Giovanni Brusca, il capo dell’ala militare dei corleonesi…», aggiunse il magistrato, che ben conosceva i brutali metodi di occultamento dei cadaveri praticati dalla cosca di Poggio Vallesana e che, per un certo periodo, tempo addietro, aveva pure indagato sui Nuvoletta. Poi aveva dovuto abbandonare, perché la sua inchiesta era stata accorpata a quella sull’uccisione del giornalista del “Mattino”, Giancarlo Siani. Ricordava ogni dettaglio dell’indagine sull’omicidio del giovane cronista, ogni verbale di interrogatorio, ogni passaggio di quella intricatissima vicenda, che sembrava non finire mai tanti erano i tasselli da dover sistemare. In particolare, gli era rimasta impressa la frase di apertura della requisitoria del pm Armando D’Alterio nel processo di primo grado, che recitava: «Poggio Vallesana è il regno del male, pregno degli umori dei cadaveri dissolti nell’acido». Un attacco sbalorditivo e carico di un simbolismo, che ora gli ritornava in mente a sentir parlare di Lorenzo Nuvoletta e dei suoi affiliati.
«Esatto», riprese il collaboratore di giustizia, «Brusca venne chiamato dalla Sicilia perché doveva insegnare ai maranesi come si sciolgono i cadaveri nell’acido solforico. Se vi recuperate il giornale, lo potete pure leggere. Oppure, telefonate a qualche vostro collega di Palermo. Là pure sanno tutto di don Lorenzo e della famiglia».
Il gruppo di Poggio Vallesana, infatti, è stato al centro delle inchieste di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino per i suoi contatti con Totò Riina, Michele Greco e Leoluca Bagarella: in pratica, dicono le indagini, Lorenzo Nuvoletta era l’unico non siciliano a sedere nella commissione regionale di Cosa nostra, al pari di boss del calibro di Stefano Bontade, Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti e Salvatore Inzerillo. I maranesi trafficavano in sigarette di contrabbando con Cosa nostra, sul finire degli anni Settanta, ma non solo: la loro grande intelligenza criminale è stata la capacità di riciclare il denaro sporco, investendolo in società “pulite” per immettersi nel mercato legale, soprattutto nel campo dell’edilizia abitativa e del commercio all’ingrosso. Il loro impero economico è cresciuto a dismisura negli anni, fino a rappresentare una seria minaccia per Cutolo prima e per Bardellino e Alfieri poi, con i quali hanno ingaggiato sanguinose battaglie.
«Perché, dottore, vi dovete mettere in testa una cosa. Il clan di Marano era organizzato come una cosca mafiosa. Avete mai visto il Padrino, il film? Ve lo ricordate quello che stava sempre al fianco di Marlon Brando, l’avvocato? Ecco, quello era il “consigliori”. In America era laureato, faceva l’avvocato ed era una persona istruita. A Marano, forse, il “consigliori” la laurea non ce l’aveva, ma contava parecchio lo stesso. I Nuvoletta erano temuti perché si comportavano da mafiosi, oltre ad avere amicizie tra i mafiosi. Ma voi ve l’immaginate una mezza chiavica di camorrista che si fa a cocaina e che tiene il consigliori? Non è credibile, perché gli manca la stoffa. A Poggio Vallesana, invece, c’era grande rispetto per il ruolo, proprio come a Palermo, a Catania, a Trapani. E il capo-decina dei Nuvoletta fungeva pure da “consigliori”». Ormai il pentito non aveva più bisogno di segnare su carta le parti importanti dei suoi ricordi, quelle su cui sarebbe dovuto tornare per aggiungere qualche particolare utile alle indagini. La sua memoria era di ferro: non gli sfuggiva un fotogramma di quegli anni ormai avvolti dalla nebbia del tempo. E raccontava con grande partecipazione, come farebbe chi prova ancora adrenalina per quello che ha avuto la fortuna di vedere con i propri occhi.
«E qual era il suo ruolo, il ruolo di questo capo-decina, intendo. Che faceva?», s’informò il magistrato, incuriosito dal parallelo con “Il Padrino” di Francis Ford Coppola, il suo film preferito.
«Era l’anello di congiunzione tra il boss e gli affiliati. E dava i consigli al padrino su come comportarsi in certe situazioni. Quando bisognava fare la guerra e quando no, in che cosa investire, cose del genere. E quei consigli erano molto ascoltati», ribadì il pentito.
Era quasi sera, ormai. Il parcheggio della procura al Centro direzionale si stava lentamente svuotando. Il pm si avvicinò alla finestra e scrutò l’orizzonte colorato dall’arancione del tramonto. L’interrogatorio andava avanti da tempo, ormai: c’era ancora il tempo per un’ultima domanda, poi il collaboratore di giustizia sarebbe tornato in carcere.
«Ma ora dimmi una cosa, perché decisero di eliminare La Monica? Mi devi spiegare punto per punto», iniziò a parlare il magistrato, «poi interrompiamo e riprendiamo domani pomeriggio, perché di mattina sarò impegnato in udienza».
«Ora vi spiego, con un po’ di calma. Mi dovete solo ascoltare…» replicò il pentito, chiedendo un bicchiere d’acqua. «Dobbiamo soltanto tornare indietro di qualche mese».

«Hai ricevuto l’“imbasciata”? Stasera ci dobbiamo vedere a casa di Paolo. Ci deve parlare di una cosa molto importante», disse Paolo Micillo a Raffaele Abbinante. Erano fermi al Quadrivio di Secondigliano, vicino a un bar.
«Lo so di che ci deve parlare. La Monica sta rubando dalla cassa comune, si sta prendendo i soldi del contrabbando che gli passa Zaza e non li sta mandando ai carcerati», gli rispose l’altro, intento a guardare se arrivava la polizia. Non erano armati, ma due pregiudicati fermi in strada attirano comunque l’attenzione.
«E tu ci credi? Io no», riprese Micillo.
«Me l’ha confermato Paolo l’altro giorno. Ha fatto i conti e non si trova».
«E Mimì Silvestri che ne pensa?».
«Niente, che deve pensare: quello che dice Paolo per lui è legge. E me l’ha confidato personalmente: “Se Paolo ha fatto i conti, non ha sbagliato lui. Sono i conti che sono stati sbagliati. E Aniello li sta sbagliando apposta”. A proposito, ora lo vado a prendere sopra la Vanella. Ci vediamo più tardi…».
Finita la conversazione, Raffaele Abbinante salì in auto e si avviò all’appuntamento con Paolo Di Lauro. Non sapeva che appena mezz’ora prima, Aniello La Monica aveva decretato la loro morte, ormai convinto che non ci fossero più margini di trattativa con quel gruppetto di giovani assetati di soldi e di potere, che volevano a tutti i costi costringerlo a inondare di droga i suoi territori. Lui, questo, non l'avrebbe mai permesso. A Secondigliano, finché aveva respiro, avrebbe comandato solo e soltanto lui.
«Oggi pomeriggio saranno insieme a via Cupa dell’Arco. Me li dovete togliere da mezzo, stanno diventando giorno dopo giorno sempre più pericolosi. Questo è il numero di targa dell’auto di Abbinante e il modello. E ora muovetevi», aveva ordinato il padrino, trincerato nel suo appartamento. I killer - due giovani di Caserta - lo avevano tranquillizzato sull'esito della spedizione e, incassati i soldi, erano saliti in sella. La caccia era aperta. Su una moto Henduro, i sicari avevano iniziato a perlustrare il vialone che costeggia, parallelo, via Cupa dell’Arco. Come gli squali che chiudono a cerchio la preda in spirali sempre più piccole, così i due assassini prezzolati, incaricati dal vecchio padrino di abbattere i traditori, si avvicinavano alle vittime. Incrociarono l’auto dove viaggiavano Abbinante e Di Lauro da lontano. La riconobbero e ne seguirono la tracce fin sotto la casa di La Monica, per poi tornare indietro. A distanza di tiro, il conducente diede una boccata di carburante al motore della Henduro, perché il rombo dei pistoni coprisse il rumore dei colpi di pistola. Ma qualcosa andò storto. Abbinante si accorse appena in tempo dell’agguato, lanciò uno sguardo nello specchietto retrovisore e imboccò una scorciatoia. I killer accelerarono e iniziarono a sparare in strada, all'impazzata. A quell’ora, via Cupa dell’Arco era quasi deserta per fortuna. L’auto sbandò, ma Abbinante riuscì a tenere fermo il volante e a scappare verso corso Secondigliano, dove lui e Di Lauro si sarebbero sentiti al sicuro tra la gente. Il rumore delle detonazioni aveva attirato una volante in perlustrazione in zona, che accese la sirena e raggiunse il luogo dell’agguato. Troppo tardi. I sicari erano già fuggiti, ma i proiettili, comunque, avevano raggiunto l’abitacolo.

Il sole era tramontato e il parcheggio vuoto. Il magistrato ordinò al poliziotto di sospendere la verbalizzazione e di sistemare le audiocassette nella cassaforte. Avrebbero continuato l’indomani.
«Si salvarono per miracolo. Di Lauro rimase illeso. Abbinante, invece, dovette essere ricoverato al Cardarelli. Era stato ferito», tagliò corto il pentito, stanco. Aveva parlato per più di cinque ore, senza fermarsi mai, bevendo solo un bicchierino di caffè.
Il giorno dopo, il collaboratore di giustizia si era attrezzato, a suo modo: aveva chiesto un paio di panini e una bottiglia d’acqua minerale in vista della lunga giornata di confessioni. Alle 14.30 precise, il pubblico ministero entrò nella stanza con il pc portatile e il registratore per riprendere l’interrogatorio. Prima di partire, però, lanciò uno sguardo ai titoli del giornale che aveva comprato l’agente, che lo stava attendendo per riprendere l'interrogatorio. C’era scritto, a caratteri cubitali, “Mattanza a Secondigliano”. Tre morti in un giorno: una passante, soltanto grazie alla fortuna, non era rimasta coinvolta nella sparatoria.
Il collaboratore incrociò lo sguardo del magistrato e disse: «Con Paolo Di Lauro una cosa del genere non sarebbe mai accaduta». E scosse il capo, come a rimpiangere i bei tempi andati.
Il magistrato sistemò tutto e aprì di nuovo l’agendina Moleskine. Sfogliò le ultime pagine, su cui aveva annotato le proprie riflessioni, e fece segno al poliziotto di iniziare. «E poi che cosa successe dopo l’agguato?», chiese, mentre il contatore del registratore riprendeva il suo lento giro.
«Che l’appuntamento di quella sera saltò, naturalmente», rispose il collaboratore di giustizia, che si era appuntato sul foglio di carta da dove riprendere il discorso. «Ma nessuno aveva il coraggio di accusare l’altro né dell’agguato né della questione dei soldi mancanti. Ognuno fingeva, dal lato suo, e si dimostrava amico con tutti. La Monica era convinto che la prossima volta sarebbe andata meglio e che i killer non avrebbero sbagliato mira, Di Lauro sapeva che la prossima volta per La Monica non ci sarebbe stata. Ormai uno dei due era di troppo a Secondigliano».
«Ma realmente La Monica rubava dalla cassa comune?»
«Mah, questo io non lo so. Si diceva che non mandava più i soldi ai carcerati coi vaglia postali. E questo era un compito di Paolo, i soldi passavano tutti per lui, quindi solo lui può confermare, o smentire. Posso dirvi quello che penso io, dottore: sono convinto che fu più la paura a far uccidere La Monica che la voglia di potere. La Monica era sospettosissimo e più di ogni altro temeva proprio Di Lauro, perché era il più intelligente tra di noi. Di Lauro l’aveva capito e, forse, agì prima che finisse lui sotto terra. Era un gioco di velocità».
«Perché La Monica temeva Di Lauro?», si incuriosì il magistrato.
«Lo sapete come si dice: il coraggioso teme il furbo e il furbo teme il violento. Paolo era quello che La Monica voleva essere: freddo, calcolatore, astuto e capace di tenersi lontano dai guai. Di Lauro non lo hanno mai sorpreso con una pistola, non girava armato. Non partecipava alle risse, non era un attaccabrighe. Sempre educato, sempre con la sigaretta tra le mani. La Monica lo sapeva che Mimì Silvestri, quando si incazzava, era incontenibile. Di Lauro non si incazzava mai, ma era molto più pericoloso, perché navigava sott’acqua e anche la storia dei soldi che mancavano potrebbe essere una sua invenzione. Perché era cosciente del fatto che solo puntando sul denaro avrebbe potuto convincere gli altri affiliati ad ammazzare La Monica, o - in alternativa - a non vendicarlo».
«Ho capito, riprendiamo il racconto».

Il giorno dopo il fallito attentato, Di Lauro convocò i suoi amici più fidati e mandò un’“imbasciata” ai Nuvoletta. Abbinante non c’era, perché si trovava ancora in ospedale. Una pallottola gli aveva trafitto la spalla e necessitava di almeno una settimana di riposo. Il messaggio di ritorno da Marano arrivò direttamente in serata. Era l’autorizzazione che Di Lauro attendeva, da parte dei Nuvoletta, per poter uccidere La Monica; una precauzione necessaria a causa dei legami del vecchio boss con Michele Zaza e, tramite questi, con la famiglia Gambino di New York.
Erano tutti nella villa di Di Lauro, in via Cupa dell’Arco. Ormai era in atto una faida. E di questo avevano consapevolezza. Il più deciso era Mimì Silvestri. «Allora è tutto pronto, dobbiamo soltanto decidere chi viene con me», prese a parlare all'inizio della riunione.
«Ma non credi che è pericoloso? E poi mica Aniello sarà così stupido da cadere in trappola? Ci sarà sicuramente un guardaspalle con lui», intervenne Raffaele Prestieri, che in quel momento più degli altri cercava di mantenere la calma e di capire quali potevano essere le alternative al sangue e ai proiettili.
«Sì, ci sarà Enzo», rispose Di Lauro. «Ma io non me ne preoccupo. Già me lo sono comprato. Rosario, domani mattina una persona ti aspetta dietro al Monterosa per consegnarti le armi. E ora non pensiamoci più e beviamo», troncò il discorso il giovane padrino.
La mattina dopo, il gruppo di fuoco composto da Paolo Di Lauro, Domenico Silvestri, Raffaele Prestieri e Raffaele Abbinante entrò nell’auto e si nascose a poche decine di metri dall’abitazione di La Monica. Un affiliato, che era passato dalla loro parte, fece da esca. Per tradire il padrino volle un milione di lire. I soldi li anticipò Di Lauro.
Citofonò a La Monica e gli chiese di scendere, perché voleva mostrargli della refurtiva che avrebbe potuto interessargli. Fu convincente, perché molto spesso – in passato – gli aveva proposto oro e diamanti da acquistare, provento delle rapine nelle gioiellerie del nord Italia. E poi era insospettabile, perché tutti nel rione sapevano che aveva paura del boss.
Quando La Monica riattaccò la cornetta, era comprensibilmente nervoso. Titubante sul da farsi: accettare l’offerta, oppure no. Il suo dubbio era anche di natura psicologica: un capo non può rinchiudersi in casa, pensava, e se oggi non esco, non avrò più la possibilità di farlo per il resto della mia vita. Sarà la mia condanna.
«Dammi la pistola», disse al guardaspalle che era con lui in casa.
«Aniello, la mantengo io. Se ci fanno un controllo, è meglio che prendono me che te. Non credi?», gli rispose pronto il “gorilla”.
«Hai ragione, scendiamo e facciamo presto che non voglio dare a nessuno l’occasione di colpirmi. Enzo, ci sono i proiettili nel tamburo?».
«Stai tranquillo, è tutto a posto».
Dopo due rampe di scale, La Monica era sul ciglio della strada. Urlò il nome del giovane che lo aveva cercato al citofono, ma non ce n’era traccia. Mosse qualche passo al centro della carreggiata, voltando le spalle alla traversa da dove sbucò a folle velocità l’auto con i killer a bordo. La Monica fece appena in tempo ad accorgersi della sgommata che si girò verso il guardaspalle. Ma Enzo, ormai, era dietro il cancello chiuso ad osservare la scena, con la pistola in pugno.
Un impatto tremendo lo travolse mentre tentava di tornare sul marciapiedi. Il muso della macchina lo tramortì, ma La Monica non cadde. Restò stordito, camminando come camminano gli ubriachi. A zigzag. Si mosse da destra a sinistra, maledicendo il nome del guardaspalle. Il commando uscì dalla vettura e finì la missione. Il primo a sparare fu Paolo Di Lauro, ma con una pessima mira.
«Tu devi fare il capo, mica il killer», scherzò qualche ora dopo Silvestri, battendogli una mano sulla spalla.
«Infatti non prenderò mai più una pistola in mano», ribatté pronto l’altro.
Così moriva Aniello La Monica, il primo capo dei secondiglianesi.
«Sono convinto di una cosa». Il dirigente del commissariato di Secondigliano ruppe il silenzio all’improvviso. Era stato il primo ad accorrere sul posto, dopo una telefonata anonima al 113 che avvertiva di una sparatoria con un morto. A terra c'era una macchia di sangue che sembrava pomodoro, tanto era denso: il corpo di La Monica era stato straziato dai proiettili. Aveva il braccio proteso verso il cancello di casa, come in un ultimo - disperato - tentativo di arrivare al sicuro.
«Sono convinto che la morte di La Monica è funzionale a un progetto, perché già da un po' di tempo avvertivo che nell’aria qualcosa stava cambiando. Sono scomparse le bancarelle dei contrabbandieri. Passa per corso Secondigliano, non ce n’è più nessuna in giro. Ora, secondo te, tutte queste persone che fine faranno?», si interrogava ad alta voce, mentre camminava lungo il marciapiedi su cui giaceva, supino, il corpo senza vita del vecchio padrino.
«Si troveranno un’altra attività, è logico», rispose un agente che veniva dalla Sicilia e che era abituato a ragionare immedesimandosi nei delinquenti a cui dava la caccia. L'ufficiale se l'era portato appresso perché si riconosceva in lui, molto intuito e modi spicci. I due poliziotti sapevano che l'esecuzione di un capoclan può segnare la fine, ma anche l'inizio di una organizzazione malavitosa. E ora osservavano quella scena straziante con tanti dubbi e una grande paura in fondo al cuore. «Il problema è capire quale sarà quest'altra attività... Non stanno nemmeno più facendo le estorsioni. I negozianti sono terrorizzati. Non sanno a chi devono rivolgersi. Hanno paura che succeda qualcosa. Due giorni fa un mio informatore mi ha chiesto se c’era in previsione qualche scarcerazione. Voleva sapere se, finalmente, qualcuno tornava a chiedere il pizzo. Perché, finora, nessuno si sta muovendo», aveva concluso il pensiero il più giovane, iniziando a raccogliere le notizie per la relazione di servizio sull'agguato.

Il giorno 1 maggio dell'anno 1982, in questa via Cupa Vicinale dell'Arco, in Secondigliano, personale della stazione dei carabinieri di Secondigliano, intervenuto a seguito di una telefonata anonima, ha rinvenuto il corpo privo di vita di La Monica Aniello, in atti generalizzato, attinto mortalmente da numerosi colpi di arma da fuoco esplosi da ignoti. Il La Monica, pregiudicato per contrabbando, reati contro la persona e il patrimonio, porto e detenzione illegale di arma da fuoco, già denunciato per il reato di associazione per delinquere e omicidio, era da considerarsi il capo-zona di Secondigliano per conto dell'organizzazione camorristica nota come "Nuova famiglia", facente capo ai noti pregiudicati Zaza Michele, Bardellino Antonio e Nuvoletta Lorenzo.
Non è stato possibile rintracciare alcun testimone, né ottenere informazioni di natura confidenziale, perché dei residenti nessuno era presente in strada al momento dell'agguato. E' probabile che il commando assassino sia giunto sul posto a bordo di un'auto, stante il ritrovamento di alcune strisce sull'asfalto provocate da una brusca frenata. A sparare sono state diverse armi da fuoco, almeno tre di calibro differente.

Pochi istanti dopo arrivò anche il capo della squadra mobile, Antonio Ammaturo, il coraggioso poliziotto che stava indagando sul sequestro Cirillo e sui rapporti tra camorra e politica. Lesse la relazione di servizio e si fermò a osservare la scena del delitto: notò che La Monica non era armato e che non c'erano i suoi uomini di fiducia in giro. Quest'assenza lo incuriosì molto, perché per gli affiliati a un clan è un dovere vegliare il cadavere del boss caduto sotto il piombo nemico. Raccolse un altro po' di materiale, utile per le indagini, e ordinò di perquisire l'abitazione di La Monica. Poi, tornò in ufficio.Il questore dell'epoca aveva un nome letterario, quasi epico, ma scarsa dimestichezza con i fatti di camorra: Walter Scott Locchi si sentiva franare sotto i piedi il terreno ogni volta che dalla squadra mobile gli telefonavano per avvisarlo di un omicidio "importante". Quello di La Monica, oltre ad essere importante era anche "anomalo". Una doppia preoccupazione per il capo della polizia napoletana omonimo dello scrittore scozzese creatore di Ivanhoe, il cavaliere senza macchia e senza paura.
7)IL PABLO ESCOBAR DI SECONDIGLIANO
Dopo la morte di ANIELLO LAMONICA il nuovo leader di via cupa dell'arco e' PAOLO DI LAURO,i nuvoletta di marano gli hanno dato l'ok per occuparsi direttamente lui del narcotraffico,gli lasciano liberi i propri canali per far importare in italia centinaia di tonnellate di chili di droga di tutti i tipi.Organizza lo spaccio in modo intelligente e rivoluzionario,non pretende di controllare le piazze di spaccio,no lui le fitta e' in cambio riceve un fisso ogni mese piu' l'esclusiva dei vari capi paranza  che la droga tassativamente la devono comprare solo da lui,rifornira' lui le piazze con il vantaggio di alzare e diminuire il prezzo ha suo piacimento.
Anche GENNARO LICCIARDI agli inizi degli anni 90 vistosi in grosse difficolta' economiche chiede aiuto a PABLO ESCOBAR che in pochi mesi lo fara' rientrare di quasi tutti i suoi debiti.Di lauro ebbe anche molta fortuna nel costruire il suo impero camorristico,in quando negli anni 90 l'alleanza di secondigliano si stava sgredolando sotto il suo stesso peso.Ecco alcuni episodi che fecero di ciruzzo o' milionar il re indiscusso del narcotraffico e di tutta secondigliano.
8)LA PRIMA SCISSIONE NELL'ALLEANZA DI SECONDIGLIANO
Una ghirlanda, piazzata di notte sotto l’abitazione di Giuseppe Lo Russo,
simboleggiò la rottura all’interno dell’”Alleanza di Secondigliano”.
Fu proprio Ettore Sabatino, che insieme con Salvatore Torino si allontanò
dal super-gruppo proprio per i contrasti con i “Capitoni” di Miano,
a depositare la corona di fiori davanti all’ingresso del palazzo in cui
abitava il ras diventato nemico. Poi la coppia di “scissionisti” si trasferì
al Rione Sanità, sotto l‘egida di Giuseppe Misso “’o nasone”. E il resto
è storia arcinota.
L’inedito racconto sulla ghirlanda è del pentito Maurizio Prestieri, esponente
di spicco del gruppo omonimo, prima alleato dei Di Lauro e poi
con gli Amato-Pagano. Allora il collaboratore seguiva da vicino, per esserne
partecipe, le vicende in seno all’”Alleanza di Secondigliano”, i
cui contrasti tra i Sabatino-Torino e i Lo Russo rappresentano un importante
passaggio nella storia della camorra napoletana. Ecco alcuni
passi, con la consueta premessa che le persone tirate in ballo devono
essere assolutamente ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria.
«Non conosco le ragioni che portarono a quella scissione che in realtà
si tradusse in una fuga di Ettore Sabatino e del suo gruppo. So solo che
ci furono dei forti contrasti che indussero Ettore Sabatino addirittura a
portare simbolicamente una ghirlanda sotto l’abitazione di Giuseppe Lo
Russo. Di questa situazione approfittarono i Misso che offrirono ospitalità
al gruppo nella Sanità, essendo interessati a rafforzarsi quanto
più possibile per coltivare quello che era un pallino di Giuseppe Missi,
ovvero distruggere la Masseria Cardone, responsabile della morte della
moglie».
Poi Maurizio Prestieri passò a descrivere i profili di alcuni affiliati ai Lo
Russo. «Nel periodo immediatamente successivo e, quindi, dalla fine degli
anni 90 in poi quale killer del clan Lo Russo emerse Antonio, figlio
di Peppe. Per cui posso tranquillamente riferire che Raffaele Perfetto,
Antonio Lo Russo e Luigi Pompeo sono oggi tra i principali componenti
del gruppo di fuoco. Lei mi chiede se conosca Luigi Pompeo e rispondo
di si, sebbene, a differenza che con Perfetto e di Lo Russo, non ho
avuto con lui rapporti diretti quanto alle attività illecite. Lo conosco
quale affiliato e killer perché ovviamente frequentavo il clan Lo Russo».
Infine, nello stesso interrogatorio Prestieri parlò di Raffaele Perfetto. «Su
suo invito mi riservo di riferire in separato interrogatorio le vicende
omicidiarie in cui Raffaele Perfetto è coinvolto. Indico l’omicidio di Gennaro
’o Curto, il duplice omicidio Fusco e di Esposito Armando nonché
l’omicidio di Pavesino. Analogo discorso valga per Nicola Di Febbraio
cui sono addebitabili la maggior parte degli omicidi commessi per conto
dei Lo Russo negli anni Novanta e, successivamente, per conto del
gruppo di Ettore Sabatino.Siamo alla fine degli anni 90,Gennaro Licciardi il fondatore della cupola detta alleanza di secondigliano e' morto per una banale ernia ombelicale nel carcere di voghera,i suoi fedelissimi mal sopportano l'arroganza del suo erede al trono Vincenzo Licciardi detto o' principino.Con il suo carattere irruento e spietato sta mettendo in serio pericolo le alleanze che hanno permesso ai secondiglianesi per oltre un decennio di detenere il monopolio esclusivo sui traffici di droga in quasi tutta la campania.Il primo che non riesce a mandare giu' il fatto di essere comandato da un ragazzetto di appena 24anni e' Cosimo Cerino,malavitoso di alto rango del clan licciardi,ben inserito nei traffici di stupefacenti e killer spietato,vuole tuttavia sganciarsi dal clan liccirdi senza spargimenti di sangue,vuole uscirne amichevolmente,spiegando che lui vuole farsi i fatti propri in casa sua senza pestare i piedi a nessuno.La cupola gli da appuntamento in un appartamento proprio nella masseria cardone roccaforte dei licciardi,cerino si fida e senza sospettare nulla si presenta al detto appuntamento per spiegare le sue ragioni e per dimostrare che non vuole inimicarsi con nessuno.Si fa accompagnare dal suo autista e guardia spalle Ciro Ottaviano.Sembra che gli ex amici comprendano la scelta di cerino ma e' tutto falso,appena finisce la riunione cerino e il suo autista salgono in sella a una potente moto transalp,giusto il tempo di fare un centinaio di metri che da un fiorino che si trova davanti alla moto si spalancano le porte ed escono due uomini armati.sono Gennaro sacco e Ciro Trambarulo,gli scaricano addosso due interi caricatori di 9x21 sfigurandili entrambi.Il clan licciardi e' all'apice della sua supremazia militare,e con agguati e morti dimostra sia ai nemici che amici che il clan e' ben saldo nelle mani della famiglia e che per nessun motivo venisse in mente a qualcuno solo per un istante di pensare di contrapporsi a tale regola.Ma proprio a poche centinaia di metri dalla masseria cardone sta crescendo un'altro clan militarmente assai ben organizzato,e disponibilita' economiche illimitate,si tratta di una famiglia di cupa dell'arco dedita al narcotraffico.Il suo padrino pochi lo conoscono,forse solo il nome avranno sentito qualche volta,Paolo Di Lauro detto ciruzzo o' milionar anni indietro curo' per l'alleanza di secondigliano proprio il traffico della droga,facendo arricchire in pochi anni molti boss della cupola tra cui Costantino Sarno.E' intelligente o' milionar,sta lontano dai riflettori sia della magistratura che delle persone normali,semplici lavoratori,nessuno sa che il suo clan la sua famiglia e' una delle piu' potenti e piu' ricche di tutta napoli,seconda solo ai casalesi.Si sta rendendo conto che ormai l'alleanza di secondigliano si sta sgregolando da sola,vendette interne,arresti e bliz che ogni giorno portano inesorabilmente affiliati a varcare le soglie del carcere di poggioreale,con prospettive di uscirne presto ridotte all'osso.Ma la sua astuzia la sua intraprendenza lo porta ad organizzare un agguato che se andra' a buon fine decapitera' del tutto i licciardi e la loro potenza,l'omicidio del principino puo' portare ottimi risultati,tra cui l'amicizia incondizionata del clan misso della sanita' e dei sarno di ponticelli che covano odio e vendette da tempo visto che l'alleanza di secondigliano in piu' riprese ha cercato di sottrargli affari e territorio,ammazzando parenti e amici delle due famiglie malavitose.Cosi' per un banale litigio con affiliati dei licciardi i prestieri famiglia alleata dei di lauro ammazzano il principino,sapevano e conoscevano molto bene il carattere irruento del ragazzo,sapevano che si sarebbe spinto fin nel loro rione il monterosa per affermare la sua supremazia e quella di tutta la famiglia licciardi.Accade quello che ciruzzo o' milionar aveva previsto,il ragazzo armato entra nella roccaforte dei prestieri e ammazza un loro guardia spalle,ma nella fuga viene a sua volta ucciso crivellato da proiettili impazziti giunti da ogni direzioni,racconteranno molti collaboratori di giustizia che per ammazzarlo c'erano gente armata fin sopra i tetti e sui balconi,sicuri che una volta entrato non sarebbe uscito vivo.La reazione dei licciardi e' spietata,crudele,ma sempre posta sotto una logica che solo ciruzo o'milionar poteva prevedere e farla finire,acconsentendo alle richieste dei licciardi mantiene fede alla sua parola facendo eliminare dal suo stesso clan persone che in qualche modo avevano avuto a che fare con la morte del principino,amici suoi,alleati del suo clan che in quel momento dovevano morire per portare a termine il suo diabolico progetto.Da li' a pochi anni o' milionar diventa padrone assoluto di tutta secondigliano,importando tonnellate di eroina e cocaina che inondano secondigliano in un mare di stupefacente.Ma  mantiene forte e attivo il suo clan,facendo arricchire molte persone,e sempre pronto ad aiutare tutt gli affiliati che si trovano in difficolta' economiche,manda soldi a tutti,anche ad altri clan,mangia e fa mangiare sicuro che nessuno lo attacchera',sicuro di questa strategia criminale va avanti come un buldozer travolgendo tutti e tutto.La cosa strana e' che i licciardi anche se militarmente ed economicamente non potrebbero mai competere con la potenza del suo clan,lui li lascia fare,li fa curare i propri affari e anzi li aiuta anche a risolvere situazioni che richiedono tatto e sangue freddo.I licciardi comunque continuano a crescere ma in maniera diversa dai di lauro visto che non hanno le stesse risorse economiche incominciano a sorgere i primi dissidui e i primi problemi con famiglie organiche al loro stesso clan.Prima fra tutte quella di Costantino Sarno,che da tempo e' latitante e si e' rifugiato in montenegro curando lo smercio dei tabacchi lavorati di contrabbando,entrano grazie alle sue amicizie in montenegro migliaia e migliaia di casse di sigarette,oltre che armi,i licciardi sembra che si siano rialzati da tutte le guerre e le lotte intestine al loro clan con una superiorita' e una forza enorme.Quando tutto sembra andare di nuovo bene ecco che qualcosa si ferma,Costantino Sarno non manda piu' soldi alla famiglia licciardi ed e' deciso ad estrometterli dai suoi affari,di nuovo un'altra guerra con decine di vittime e decine di lupare bianche,i licciardi ne escono vincitori tant'e' che il boss di miano per non essere ammazzato diventa per poco tempo un collaboratore di giustizia,per poi ritrattare e farsi consegnare dal clan licciardi una maxi estorsione per ritrattare le sue dichiarazioni da molti miliardi di lire.Comunque va ricordato che in questa guerra tra i liccirdi e i sarno di miano c'e' un episodio agghiacciante,in una sola giornata furono ammazzati 4 persone fedelissime del boss COSTANTINO SARNO e i loro corpi fatti sparire,distrutti e i pezzi sparsi per le campagne di secondigliano.Finisce una guerra e subito se ne apre un'altra,questa volta i licciardi entrano in contrasto con il clan dei fratelli  lo russo i famigerati capitoni,il clan dei lo russo e controllato dai 4 fratelli,MARIO LO RUSSO GIUSEPPE LO RUSSO SALVATORE LO RUSSO e CARLO LO RUSSO,entrarono in contrasto per una partita di eroina tagliata male,che nonostante cio' i capitone misero sul mercato provocando le ire e la reazione dei licciardi.I lo russo si giustificarono facendo presente hai licciardi che loro da un po' di tempo non ricevevano piu' quelle cifre consistenti a cui erano abituati,e per tale motivo loro avevano bisogno di capitali e volenti o nolenti i licciardi dovevano approvare la loro decisione di piazzare sul mercato l'eroina killer.I primi a colpire furono i licciardi uccidendo un certo peppenella uomo di punta del clan lo russo,i capitoni risposero ammazzando o'schiatto fratello di un noto neomelodico di seconigliano,poi furono trucidate altre persone dell'una e dell'altra frazione in lotta,finche' tutto si calmo',la guerra era finita,si erano separati ma con la promessa che nessuno dei due avrebbe aggredito l'altro.Ecco cosa favori' PAOLO DI LAURO,scissione interni in seno alla famigla licciardi,che per ironia della sorte molti anni dopo subira' lo stesso di lauro.
8)LA PRIMA SCISSIONE NEL CLAN DEI LAURO
E' il 1992 quando il gruppo di PAOLO DI LAURO lascia a parte la diplomazia e soffoca nel sangue la ribellione portata avanti dal dall'ex capo zona di mugnano ANTONIO RUOCCO,che determina una escalation di gravi fatti di sangue,culminati nella famosa strage del bar fulmine nel rione monterosa regno della famiglia prestieri.Antonio Ruocco viene mandato in soggiorno obbligato a piombino,ne approfitta per sostituirlo al comando della famiglia di mugnano GENNARO DI GIROLAMO,spalleggiato dal clan di via cupa dell'arco.Ruocco pero' scappa dal confino e torna a NAPOLI per vendicarsi,uccide di girolamo e sventa il tranello che i di lauro gli anno teso per ammazzarlo.Capisce pero' che da solo non potra' affrontare l'ira di quelli di secondigliano come lui stesso li definisce,e chiede aiuto al padrino di giugliano GIUSEPPE MALLARDO,e' lo stesso ruocco che ripercorre,nell'interrogatorio del 7 novembre quei mesi.Con mallardo siamo sempre stati amici,gli avevo chiesto di appoggiarmi per la mia vicenda personale relativa alla guerra con PAOLO DI LAURO,peppe mi aveva sempre promesso il suo aiuto facendomi capire che anche a loro dava fastidio il milionario.Naturalmente col tempo o capito che gli interessi che potevano legarli erano piu' forti della nostra amicizia e pertanto in pratica non ricevatti mai alcun aiuto concreto.Per ruocco la battagia continua piu' cruenta che mai,la prima contro le batterie di fuoco del milionario che gli davano la caccia per ammazzarlo,la seconda contro le forze dell'ordine che gli davano anche loro una caccia serrata per arrestarlo.E' il 18 maggio del 1992 quando davanti al bar fulmine,all'interno del monterosa,entra in azione un commando di otto uomini capitanati dallo stesso ruocco,che allora e' latitante,con mitra,pistole fucili e bombe a mano abbatte cinque uomini,tra di loro c'e'anche RAFFAELE PRESTIERI che alcune decine di anni prima aveva preso parte all'agguato costato la vita ad ANIELLO LA MONICA per portare al potere ciruzzo o'milionar.I poliziotti che raccolsero quei cadaveri dall'asfalto contarono tanti di quei bossoli da ipotizzare che il fuoco di fila dei fucili kalashnikov fosse durato non meno di cento secondi,un minuto e mezzo di terrore che avrebbe infranto ogni residua possibilita' di replica da parte del gruppo rivale.Il giorno dopo l'allora prefetto UMBERTO IMPROTA,telefona al viminale e chiede l'invio di agenti specializzati del servizio segreto civile per fermare la mattanza.Ma non simuove una foglia in quella settimana sul fronte della criminalita' organizzata,sembra che la guerra sia terminata,che il colpo inferto da ruocco sia troppo forte.Il lunedi' successivo,l'onda d'urto dei di lauro investe mugnano e spazza via quel che resta della fazione avversaria.Il primo omicidio che i di lauro commettono per vendicarsi della strage del bar fulmine,e' una donna la mamma del capo cecce come era soprannominato ruocco,ANGELA RONGA e una donna anziana che con i traffici del figlio non aveva niente a che fare,la crivellano di pistolettate sperando che il figlio esca dal nascondiglio in cui si e' nascosta.Anche se molti anni dopo un pentito del clan di lauro rivelera' che l'omicidio della mamma del capo cecce non fu voluto dai di lauro,ma che agirono di testa loro due affiliati alla cosca,si tratta di BRUNO CASTELLUCCIO e MARIO CANDITO entambi massacrati proprio dal clan di lauro che non avevano digerito che entrambi i killer avevano ammazzato una donna anziana senza chiedere permesso.Ma la guerra dei di lauro continua,ammazzano chiunque avesse a che fare con la strage tra cui anche persone innocenti e familiari,un po come e' avvenuto con la faida di scampia dove sono state trucidati parenti amici e due donne del clan degli scissionisti.Ma la strategia di morte e terrore continua,di li a pochi giorni dalla morte della mamma il ruocco deve affrontare un altro dolore,anno teso un agguato al fratello SEBASTIANO RUOCCO che seppur ferito riesce a mettersi in salvo,mentre viene trucidata senza nessuna pieta' la moglie e cognata di ANTONIO RUOCCO il capo scissionista.Ma la mattanza non si ferma di li a quindici giorni i di lauro massacrano MICHELE RUOCCO zio del capo cecce,lo sorprendono all'interno di una sala giochi e lo crivellano di colpi di fucili.Ruocco racconta(quella notizia mi procuro' un altro grandissimo dolore,chiaramente anche questo omicidio era da collegare a me e alla guerra che avevo dichiarato con quelli di secondigliano).Passa ancora del tempo racconta ruocco e avviene ancora un altro agguato contro la mia famiglia che niente aveva a che fare con la guerra che stavo portando avanti con i seondiglianesi,poi ancora un episodio contro mia sorella ANNA che si era spostata col marito a melito,Un giorno alcuni uomini armati si presentano fuori la loro abitazione e con armi in pugno sfondano la porta di ingresso li fanno entrare in bagno e danno fuoco alla casa,solo per puro miracolo mia sorella e il marito si salvarono in quando la casa aveva il tetto tipo eternit riuscirono a trovare scampo da quella via e sfuggire all'incendio che intanto aveva distrutto l'abitazione.Da quel momento mia sorella si sposto' prima nell'abitaione della suocera e poi venne a piombino da me che nel frattempo mi ero rifugiato,dopo questo nuovo episodio ci fu' un periodo di calma che ne io mi mossi ne loro che ritenevano che con tutti i lutti che mi avevano procurato sarei rimasto a piombino ritrattando le mie idee bellicose.Nel frattempo venne a farmi visita a piombino pauluccio o'infermiere,costui mi disse del dolore che aveva procurato l'agguato costata la vita alla mamma sia ai mallardo che ai nuvoletta che ai contini.Mi riferi' inoltre che un uomo di peppe mallardo si trovava a casa del milionaro e che aveva sentito dirgli che mi avrebbe ucciso la mamma e tutta la famiglia se non fossi uscito allo scoperto per farmi ammazzare.Il gruppo di PAOLO DI LAURO dimostro' a quale livello di brutalita' e ferocia poteva arrivare quando c'era in gioco la sua sopravvivenza.Si capisce perche' in quasi vent'anni di potere assoluto il clan di via cupo dell'arco non abbia mai subito alcun attacco da parte di altreorganizzazioni criminali.Sia i licciardi che contini sia i casalesi osava sfidare la malvagita' di una famiglia che aveva soldi e uomini per annientare qualsiasi batteria di fuoco nemica.Antonio Ruocco dopo la strage del bar fulmine e dopo la fuga a piombino si rifugia a MILANO,dove lo scovano i carabinieri vestiti da postini con la scusa di dover consegnare un pacco,ruocco annientato dalla paura crede che si tratti dei killer di miezz a l'arc si butta dal terzo piano dove quando i carabinieri lo ammanettano l'ospedale gli riscontrera un trauma cranico,era giorni che non dormiva dirannopoi i carabinieri,era ossessionato dalla vendetta di ciruzzo o'milionar,cosi' non potendo annientare i secondiglianesi con la forza passa a una nuova strategia passa a collaborare con la giustizia raccontando anni di militanza all'inerno del clan di lauro e gli omicidi sia prima che durane la faida.Della faida tra i ruocco e i di lauro parla anche un pentito di eccezione di secondigliano salve poi ritrattare tutto dopo pochi mesi,sto parlando di COSTANTINO SARNO che racconta che durante la faida lui a cercato di dare appoggio ai ruocco dopo che gli uccisero la mamma,ma che sia licciardi che contini che mallardo famiglie a capo della potente cupola della alleanza di secondiglano non ne vollero sapere di appoggiare il ruocco tanto era temuto l'esercito di PAOLO DI LAURO che pure l'alleanza fece no uno ma tre passi indietro...
Questo e' la sintesi della scissione portata avanti dai fratelli ruocco per distaccarsi dai secondiglianesi,ma adesso proporro' un analisi piu' dettagliata degli agguati avvenuti durante la faida di mugnano,facendo nomi di vittime e carnefici,mandanti ed esecutori materiali.Ecco il clan di lauro cosa e' capace di fare ha chi tenta di staccarsi dalla cosca madre,dalla loro famiglia.
9)GLI OMICIDI ECCELLENTI DEI MUGNANESI
Lo pedinarono fino a
quando non ebbero la certezza
di eliminarlo. Purtroppo con
lui c’era anche un’altra
persona: testimone scomodo
che per questo fu assassinato.
È il duplice omicidio di
Annibale Cirillo detto “Mimì
“’o lupanaro” e Luigi Pirozzi,
avvenuto il 25 marzo del 1992.
È lo stesso esecutore
materiale, Antonio Ruocco, a
raccontarlo ai magistrati della
Direzione distrettuale
antimafia di Napoli. «Colui che
reggeva le fila del mio ex
gruppo era “Mimì ’o lupanaro”
e perciò doveva essere
ammazzato». Comincia così il
suo racconto che poi entra nel
vivo precisando una serie di
particolari che non sarebbero
mai potuti essere scoperti
senza le confessioni. «Io e
Negri ci fermammo a dormire
in un albergo a Roma. Il
pomeriggio successivo, intorno
alle 16, ritornammo a
Mugnano, ma questa volta solo
io ed il Negri. Girammo per il
paese per diverso tempo e solo
in serata, ricordo più o meno
all’orario in cui stava iniziando
una partita di calcio, notai
“Mimì ’o lupanaro” in una via
chiamata del Ritiro». Poi il
racconto dei particolari del
delitto: «Mimmo era in
compagnia di una persona che
io sapevo chiamarsi Pirozzi e
che non aveva mai visto in
precedenza, sapevo che
Pirozzi era il vero proprietario
dell’auto e che lo stesso era
stato indicato come uno degli
autori dell’agguato a mio
fratello Sebastiano. Fermai
l’auto a circa dieci metri di
distanza e aprii lo sportello
silenziosamente. Scesi
dall’auto e mi portai vicino alla
macchina. Ero armato con un
fucile safari nel cui caricatore
avevo inserito otto cartucce. Il
finestrino dell’auto era aperto.
Non mi curai delle persone che
si trovavano a bordo di
un’altra auto. A circa tre metri
esplosi il primo colpo che
ammazzò Pirozzi. E poi colpì
Mimmo. Dopo mi misi in
macchina e con Negri
percorremmo la strada
dell’andata. Lunga il percorso
buttai il fucile in un cassonetto
della spazzatura.
La testa del suo cavallo preferito mozzata e' impacchettata come regalo.
Antonio Ruocco aveva
tradito e per questo andava punito
nel modo peggiore. Con la vita
e se non ci fossero riusciti avrebbero
ucciso chi gli era vicino. Ma
la prima vittima fu un cavallo al
quale il ras nemico teneva particolarmente.
Lo rapirono e gli mozzarono
la testa che fu esposta a casa
di Peppe “Capececcia”. Un atto
dimostrativo che segue ad altri
dimostrativi ben più gravi. «Vi fu
un primo episodio, riuscimmo a
localizzare Ruocco in un appartamento
di Mugnano e si prepara il
seguente gruppo di fuoco: Raffaele
Abbinante, Enrico D’Avanzo,
Raffaele Amato, Ciro Vitale e Salvatore
Petrozzi - dice Maurizio
Prestieri - Andarono tutti sul posto
muniti di taniche di benzina
per incendiare la casa, cosa che
fecero ma Ruocco di salvò mettendosi
sotto la doccia con l’acqua
aperta». Nella tragedia lo stesso
Prestieri racconta un risvolto tragicomico.
«Quando D’Avanzo esce
dalla casa in fiamme si aspettava
di trovare Abbinante con la macchina
ad attenderlo e vide lui che
già partiva, fortunatamente “Papele”
si accorse che non aveva con
se D’Avanzo e tornò indietro a
prenderlo». Poi c’è l’episodio del
raid contro il cavallo del ras nemico.
«I Di Lauro rapirono un cavallo
al quale Ruocco teneva moltissimo,
gli tagliarono la testa e la
portarono davanti alla casa di Peppe
“Capaceccia”. A farlo furono
Lello Amato, e Vitale detto “il tapezziere”
». La genesi della faida di
Mugnano avvenne nel 1991 quando
Antonio Ruocco, che era il capo
della zona per conto dei Di Lauro,
iniziò a capire che “Ciruzzo”
guardava con favore Gennaro Di
Girolamo detto “’o niro”. Questo
atteggiamento fece andare su tutte
le furie Giuseppe Ruocco che la
sera stessa si armò, andò sotto casa
di Di Girolamo e riuscì ad ucciderlo.
«Venne dai noi Prestieri, essendo
ancora vivo mio fratello Raffaele
che era, come da me già precisato,
il capo assoluto del clan per
le zone della 167 e per i comuni a
nord di Napoli tra cui anche Mugnano.
Vennero Giacomino detto
“a femmenella” e Salvatore De Girolamo.
Per questo decidemmo di
uccidere Ruocco», cosa questa
che non è mai avvenuta.
La strage del monterosa raccontata da maurizio prestieri.
È il racconto di un fratello,
che pur se camorrista, pur se
reo-confesso di atroci delitti, parla
di una strage che lo ha colpito nel
profondo e in prima persona. In un
agguato studiato a tavolino dai camorristi
del clan Ruocco, prima alleati
e poi nemici giurati dei Di
Lauro, furono assassinati Raffaele
e Rosario Prestieri, fratelli di Maurizio,
il 18 maggio del 1992, nel loro
quartier generale, il rione Monterosa.
Un delitto nel quale moriroro
cinque persone e fu ribattezzato
“strage” del Monterosa. E sono
oltre 20 i delitti ricostruiti dai pentiti.
Questa una parte del racconto
di Maurizio Prestieri ai pm della
Dda di Napoli: «Mio fratello Raffaele
il lunedì mattina come suo solito
si recò presto al bar “Fulmine”
per cambiare degli assegni. Lì trovò
Raffaele Abbinante, Guido Abbinante,
Antonio Esposito, che è
vigile urbano ed è fratello di Gennaro
’o curto affiliato alla Masseria
Cardone, Franco Cimmino affiliato
al clan Limelli-Vangone, Francesco
Murolo nostro affiliato, Domenico
Abbate nostro affiliato, Aniello
Quarto, nostro affiliato e Rosario
Prestieri». Nessuno poteva neanche
immaginare quello che sarebbe
accaduto di li a pochi istanti. Un
commando di fuoco era già pronto
con le armi in pungo per sferrare
un colpo decisivo alla cosca nemica.
«Mio fratello si intratteneva a
parlare con Franco Cimmino, ad un
certo punto Raffaele Abbinante si
allontanava verso la salumeria del
“casaro”, si attendeva anche l’arrivo
di Rosario Pariante, il quale non
raggiunse mai il Montererosa perché
quando era giunto al ponte di
Melito ebbe già la notizia della strage
», dice il pentito. Poi il racconto
dell’azione di fuoco così come gli
è stata riferita da chi era presente
al raid. «Improvvisamente sopraggiunsero
due autovetture con a
bordo il gruppo di fuoco dei Ruocco
di cui faceva parte sicuramente
Giuseppe Ruocco. I killer in totale
sono cinque muniti di mitragliette
i quali scendono simultaneamente
dalle auto e iniziano a far fuoco
sugli uomini presenti fuori al bar
“Fulmine”». Parole precise anche
sulla fine dei due fratelli. «Per come
mi è stato riferito Giuseppe
Ruocco munito di kalasnikov si dirige
direttamente su mio fratello
Raffaele colpendo con una sferragliata
di mitra, mio fratello Rosario
nell’intento di distogliere il killer da
“Elluccio” prende il braccio di Peppe
“Capececcia” attirando il kalasnikov
verso il proprio petto e morendo
egli stesso». Nell’agguato veniva
colpito anche Domenico Abbate
e Aniello Quarto. Solo Franco
Murolo pur se gravamente ferito
sopravvisse per poco morendo poi
in ospedale. Furono solo feriti Franco
Cimmino, Antonio Esposito e
miracolosamente sopravvissero
Guido e Raffaele Abbinante. Questo
degli Abbinante fu un giallo che
è scritto nero su bianco a pagina
51 dell’ordinanza di custodia cautelare.
«Era strano che da quello
scempio siano sopravvissuti solo
gli Abbinante, ben noti a “Capececcia”.
Per quanto è successo dopo
la strage e per il modo in cui
hanno agito gli Abbinante non
escludo - riferisce Prestieri - che in
quella occasione i due possano
aver indicato ai killer la presenza
di mio fratello»
La risposta dei di lauro,massacrata la mamma dei ruocco.
La vendetta fu atroce e veloce. Per la strage del Monterosa i
ras non ebbero pietà e organizzarono la controffensiva. Una
settimana dopo a quel delitto fu assassinata Angela Ronga, madre di
Antonio Ruocco. È sempre Maurizio Prestieri a fare luce sul delitto
consumatosi nel 1991. «Questo omicidio viene deciso da Paolo Di
Lauro, Rosario Pariante e Raffaele Abbinante. So di questi fatti
perché ne abbiamo parlato nel clan centinaia di volte e quindi sono
certo di questi particolari e nello specifico della morte della madre di
Capececcia». E sono particolari raccapriccianti come lo sono i
particolari di qualsiasi omicidio di camorra in particolare di donne
che non hanno nulla a che fare con la malavita ma si trovano nel
posto sbagliato o in compagnia sbagliata. «Ricordo che Paolo Di Lauro
fece sapere ad Antonio Ruocco che se avesse commesso gravi fatti di
sangue lui gli avrebbe ucciso la madre ecco perché viene uccisa
Angela Ronga. Su questo fatto eravamo concordi anche io, mio
fratello Raffaele, Raffaele Abbinante e Rosario Pariante». Poi
racconta della dinamica dell’agguato. «Ho saputo che i killer erano a
bordo di due moto, la prima era guidata da Massimiliano Cafasso e
dietro c’era Guido Abbinante, la seconda da Ciro Vitale e dietro vi era
Raffaele Amato. Le due moto arrivarono a Mugnano dove la signora
anziana aveva una piccola rivendita di detersivi. Il primo a far fuoco
fu Lello Amato, poi Guido Abbinante che si accanì sulla morta»
Alfredo negri 14 ore di torture
Dell’omicidio di Alfredo
Negri, braccio destro di
Antonio Ruocco e a sua volta
presunto sicario, hanno parlato
diversi pentiti: i due Prestieri,
zio e nipote, e i due Pica, oltre
che lo stesso “Capececce”. Tutti
hanno concordato sulla circostanza
delle sevizie cui fu sottoposta
la vittima tra il 26 e il 27
luglio ‘92, giorno del decesso.
Per il delitto (fermo restando la
presunzione d’innocenza fino a
eventuale condanna definitiva)
è indagato anche Tommaso
Prestieri. Ma, secondo uno dei
collaboratori di giustizia, Paolo
Di Lauro non gli permise di parteciparvi
in prima persona perché
«operato da poco al cuore».
Ecco cosa fece mettere a verbale
Maurizio Prestieri nell’interrogatorio
del 23 maggio
2008, poco tempo dopo essere
passato con lo lo Stato. «Anche
se ero detenuto, ho avuto i particolari
nel dettaglio da tutti gli
autori materiali. In una macchina
“Arna” o “Alfa 33”, in una
di quelle all’epoca
in
uso alla polizia,
c’erano
Raffaele
Amato, Enrico
D’Avanzo e Ciro Vitale, che
guidava. Utilizzando una palina
della polizia, bloccarono la
vittima con la scusa di chiedere
i documenti e di portarla in
questura. Quando Negri se ne
accorse, era troppo tardi. Fu
ammanettato e condotto in un
sottoscala di Secondigliano,
sotto il palazzo dov’era il quartier
generale del nostro clan. Lì
ad aspettarli si trovavano Paolo
Di Lauro, Raffaele Abbinante,
Guido Abbinante, Rosario Pariante,
Massimiliano Cafasso e
Gennaro Marino. Di Lauro informò
mio fratello Tommaso che
era in mano loro un affiliato del
“Capececce”, il quale poteva dire
dove si trovava Antonio Rocco.
Aggiunse che sarebbe stato
fatto tutto il possibile per
estorcergli l’informazione. Il delitto
fu particolarmente efferato:
la persona fu torturata per
un’intera giornata: gli Abbinante,
Pariante e Amato lo picchiavano,
“Ciruzzo” interveniva
fingendo di voler far smettere
le torture e incitandolo a parlare.
Ma quando
capì che non
avrebbe detto
nulla, disse ai
suoi di ucciderlo
e metterlo nel
cofano dell’auto. Cafasso mi ha
raccontato di avergli sparato
contro una sola volta e che,
mentre davano fuoco, si sentivano
le sue urla. La macchina
con il cadavere fu lasciata nei
pressi del carcere».
L'omicidio di rocchino
La vendetta dei di lauro non si placa,anzi per vendicarsi della strage avvenuta nel rione monterosa ad opera dei capececce,di lauro dice hai suoi di sterminare qualsiasi persona e' imparentata o amica dei fratelli ruocco,che nel frattempo si sono rifugiati entrambi ha piombino.Cosi' da miezz a l'arco partono due killer professionisti e spietati della cosca,ANTONIO ABBINANTE e FRANCESCO IRACE detto cicciotto',obiettivo della missione massacrare ROCCO CAPUOZZO detto rocchino uomo di punta dei ruocco.I killer arrivano a mugnano e subito individuano tramite un basista ROCCO CAPUOZZO,rocchino si trova in auto,i killer stanno aspettando solo il momento propizio per farlo fuori.ANTONIO ABBINANTE killer spietato e di professione non era solito usare i guanti,e ammazzava sempre ha volto scoperto,mentre cicciotto irace era una dei motociclisti piu' fidati e piu' in gamba in quel periodo.Rocchino non sa che sta per passare a miglior vita,e' un attimo,un colpo di accelleratore e cicciotto si porta hai lati dell'auto,mentre ANTONIO ABBINANTE fa scorrere il carrello della sua 9x21 conproiettili modificati.Si accanisce sulla vittima colpendolo diversamente al capo,ma cosi' forte che pezzi di scatola cranica e materia cerebrale otturano la canna della pistola.Ecco cosa racconta MAURIZIO PRESTIERI di questo eccellente omicidio(Antonio non era
solito usare i guanti: egli, coperto dal sangue della vittima e con
l’arma addosso, si allontanò sulla moto guidata da Cicciotto Irace,
facendosi lasciare a casa sua, in via Gran Sasso. Giunto lì, andò
nel bagno e sciacquò la canna della pistola sotto il lavandino, si
tolse i vestiti imbrattati di sangue e li chiuse in un sacchetto
dell’immondizia, consegnando il tutto a un nipote perché fosse
gettato in un contenitore dell’immondizia».IL
29 maggio 2008 Maurizio Prestieri riferì alcune fasi dell’omicidio
di Rocco Capuozzo, compresa un’altra circostanza macabra: il
ritrovamento, a dire degli altri affiliati al clan Di Lauro che glielo
raccontarono, di un pezzetto della scatola cranica della vittima.
«Ciro Vitale mi accompagnò a casa di Antonio Abbinante e una
volta salito, trovai anche Raffaele Abbinante. Antonio mi raccontò
dell’omicidio e del fatto che dovette sciacquare la canna della
pistola nel lavandino. Io allora suggerii di controllare nel sifone
del lavandino se erano rimasti dei resti e infatti rinvenimmo un
pezzo della scatola cranica. In quel periodo io ero molto scosso per
la morte dei miei fratelli e pensavo solo alla vendetta».Questa deposizione di MAURIZIO PRESTIERI ci fa comprendere la cattiveria e la strategia dei di lauro,gia' prima dellafamosa faida di scampia,era un loro vizio una loro strategia uccidere parenti e innocenti di chi intralciava il loro cammino.
Massacrato sulla tomba del padre,voleva vendicarlo..
Pasquale capuozzo figlio di rocchino capuozzo come il padre e' un soldato della camorra,da bravo camorrista avrebbe dovuto aspettare il momento adatto per vendicarlo,invece fregandosi di tutte le regole ha deciso che uccidera' chi gli ha ammazzato il padre,vuole colpire ANTONIO ABBINANTE e FRANCESCO IRACE,sa di certo che i due sono responsabili della morte del papa'.Cosi' MAURIZIO PRESTIERI racconta questo nuovo agguato da ricollegare sempre alla guerra in atto tra i ruocco di mugnano e i di lauro.

Sapemmo che il giovane
cercava vendetta ed era
solito accompagnare la madre
al cimitero di Miano per onorare
la salma del padre. Pertanto
io, Paolo Di Lauro, Raffaele
Abbinante e Rosario Pariante
decidemmo di ucciderlo.
E così avvenne, proprio nelle
vicinanze della tomba».
Cominciò così, il 28 maggio
2008, il racconto di Maurizio
Prestieri a proposito dell’omicidio
di Pasquale Capuozzo, figlio
di Rocco detto “Rocchino”.
Quest’ultimo fu eliminato perché
nel clan Di Lauro-Prestieri
erano convinti che avesse
fatto la filata davanti al bar
“Fulmine” a Secodigliano in
occasione dell’agguato costato
la vita ai fratelli Rosario e
Raffaele Prestieri. Padre e figlio
furono assassinati a distanza
di pochissimo tempo: il 13 aprile
’93 il primo, il 9 maggio il secondo.
Ecco alcuni passaggi
delle dichiarazioni del pentito,
con la consueta premessa della
presunzione d’innocenza per
le persone tirate in ballo.
«Diedi il compito- ha sostenuto
Maurizio Prestieri- a Salvatore
Esposito detto il “Formaggiaro”
di controllare fuori al cimitero
di Miano quando arrivavano
madre e figlio. Il “Formaggiaro”
svolse il suo compito,
ma io compresi che non potevo
partecipare all’agguato in
quanto la polizia avrebbe subito
intuito che ero stato io e
in particolare un ispettore che
ben mi conosceva. Quindi io
organizzai la regia dell’agguato:
su una moto Transalp montarono
Cicciotto Irace alla guida
e Francesco Fusco dietro,
armato di una calibro 38 corta
e di una 9x21. Il “Formaggiaro”
ci avvertì con una chiamata
dal cellulare e io feci partire
i killer dal Monterosa. Appena
Fusco giunse sul posto e vide
il figlio del “Rocchino” gli sparò,
finendolo con la calibro 38
corta, mi sembra nelle vicinanze
della tomba del padre. I
killer poi andarono a casa mentre
il “Formaggiaro” andò a posare
le armi in un nostro appoggio,
in un’abitazione delle
tante famiglie disponibili a nasconderle
anche se usate dietro
compenso. In ogni caso era
gente conosciuta da lui, che
non sono in grado di indicare”.
Dell’omicidio di Rocco Capuozzo,
“Rocchino”, ha parlato
invece anche Antonio Pica il
7 novembre 2008. «Tutti gli
omicidi commessi per vendicare
mio zio Raffaele sono stati
decisi da Paolo Di Lauro, Raffaele
Abbinante e Rosario Pariante.
“Rocchino” fu ucciso
durante questa faida e mi fu
raccontato come da mio zio
Carmine Minacci e da Massimiliano
Cafasso detto “Magnetella”,
in quanto quest’ultimo
si è sempre vantato con noi
nipoti di aver vendicato la morte
di mio zio Raffaele. Il “Rocchino”
era amico di mio zio
Raffaele, ecco perché gli poteva
aver tirato la “filata”».
La vittoria dei di lauro e il pentimento dei capececci
E' il primo collaboratore di giustizia che inizia ha parlare del clan di via cupa dell'arco,lo fa ricostruendo agguati alleanze e scontri che in meno di un anno lo hanno portato a passare dalla parte dello stato,infatti i di lauro gli stanno massacrando la famiglia,innocenti e non,uomini e donne,adulti e bambini,la sete di sangue di PAOLO DI LAURO non conosce freni.Ecco allara le rivelazioni del capocecce.(Sapevamo sia io che mio fratello ANTONIO RUOCCO che da soli non potevamo spostare lo scontro ha secondigliano,cosi' incominciammo ad uccidere tutti i referenti che i di lauro avevano messo al nostro posto nel comune di MUGNANO,dove da decenni era la nostra famiglia che dettava le regole.Avevo attaccato i di lauro anche del fatto che ero convinto che una volta scatenata l'offensiva con noi si sarebbero schierati senz'altro i mallardo di giugliano e con loro tutta l'alleanza di secondigliano che ha quei tempi non vedeva di buon occhio PAOLO DI LAURO che stava facendo miliardi a palate con il narcotraffico.Comunque per la mia vicenda personale,per la guerra tra me e quelli di secondigliano avevo chiesto al mio amico fraterno GIUSEPPE MALLARDO di aiutarmi,in quando proprio lui piu' volte mi aveva fatto intendere che odiava i di lauro,ma col tempo mi son dovuto ricredere,ho capito che gli interessi economici che intercorrevano tra i mallardo e i di lauro erano molto piu' forti della nostra amicizia.In pratica riferisce il capocecce non ricevetti mai alcun aiuto concreto.Ma comunque per ruocco la battaglia continua piu' cruenta e' sanguinaria che mai.E' il 18 aggio 1992 quando davanti al ba fulmine,all'interno del rione monterosa si scatena l'inferno.Otto uomini capitanati dallo stesso ruocco scendono da un furgone con mistra fucili e bombe a mano,e' una strage abbattono 5 persone,tra questi il boss di tutta scampia RAFFAELE PRESTIERI,e' l'unica dimostrazione omicidiaria che scalfisce i di lauro,infatti dopo meno di una settimana dopo ha questa strage l'offensiva dei di lauro investe mugnano spazzando via i ruocco e i suoi affiliati.Gli massacrano parenti e affiliati,ecco cosa racconta il capocecce in riguardo all'agguato teso al fratello,salvatosi miracolosamente perche' la moglie gli fa scudo col proprio corpo.
«Mia cognata, Elena Moxedano,
per proteggere il marito
aveva aggredito uno dei killer e
questi voltandosi verso di lei fece
fuoco sparandole due volte al petto.
La cosa mi addolorava profondamente,
per cui non mi sono fatto
raccontare con esattezza le modalità
dell’agguato. Mio fratello,
sebbene ferito, riuscì a salvarsi; lei
rimase uccisa».
Era il 7 ottobre ’94 quando Antonio
Rocco, il boss di Mugnano soprannominato
“Capececce” passato
quell’anno tra le file dei collaboratori
di giustizia, raccontò ciò
che aveva saputo in famiglia sull’omicidio
della cognata, moglie
del fratello Sebastiano. L’agguato
avvenne il 19 ottobre ’91 e rientrava
ovviamente nella faida con i
Di Girolamo, spalleggiati e aiutati
militarmente dai Di Lauro. Ecco
alcuni passaggi delle sue dichiarazioni
sulla tragica vicenda,
con la premessa (e vale lo stesso
anche per le dichiarazioni di Maurizio
Prestieri, riportate più avanti)
che le persone tirate in ballo devono
essere ritenute estranee ai
fatti narrati fino a prova contraria.
«A causa dell’incendio presso
l’abitazione di mia madre avevo invitato i miei fratelli
a stare attenti, pregandoli di
non recarsi a lavorare e dicendo
loro che avrei provveduto io in
quel periodo a sostenerli economicamente.
Sempre in questo
frangente mio fratello Giuseppe
aveva collocato un grosso cancello
in ferro davanti alla porta della
sua abitazione, proprio per evitare
che potesse ripetersi ciò che era
accaduto presso la casa di mia
madre. Un giorno, mentre preparavo
l’agguato a “Mimì ’o lupanare”,
ritornando all’abitazione di
mia suocera a Marano, appresi
che avevano sparato a mio fratello
Sebastiano e che anche la moglie
di quest’ultimo era rimasta ferita
in maniera grave. Sulle modalità
del fatto, posso riferire quanto
mi venne detto in famiglia; e cioè
che mentre Sebastiano stava
aprendo con le chiavi la portiera
della propria auto, qualcuno gli
aveva sparato alle spalle. La sua
fortuna era stata quella di essersi
chinato verso la serratura proprio
nel momento in cui il colpo partiva.
Perciò era stato ferito solo di
striscio. Mia cognata invece, che
si trovava di fronte al punto in cui
si trovava il marito, avendo visto
la scena aveva aggredito i sicari e
uno di questi voltandosi verso di
lei, aveva fatto fuoco due volte al
petto. Appresi in seguito il nome
della persona che aveva indicato
la vittima ai killer, un tale Pirozzi.
Uno di essi era una persona bassa
e tarchiata che individuammo in
un tale “Ciruzzo ’o tappezziere”».
Anche Maurizio Prestieri, pentito
di ultima generazione tra i malavitosi
di Secondigliano, ha parlato
dell’omicidio di Elena Moxedano.
Esattamente il 23 maggio 2008 sostenne
che «vi fu più di un omicidio.
Il primo ebbe come vittima un
tale Baldassarre, mi sembra un fratello
del “Capececce”. Ricordo che
per errore fu uccisa una donna, la
cognata del “Capececce”, Anna
Moxedano».
È evidente che Prestieri fa confusione
sui nomi, ma gli inquirenti
hanno ugualmente inserito nell’ordinanza
le sue dichiarazioni
Il ruocco viene stanato dai carabinieri a milano dove subito dopo al suo arresto comincia a collaborare con la giustizia credendo che se non c'e' riuscito militarmente a distruggere i di lauro,lo fara' in veste di pentito,facendo arrestare e buttare le chiavi a meta' del clan di lauro.Ma cio' non avviene,le sue dichiarazioni vengono lasciate li nel dubbio,vaghe,mentre paolo di lauro rafforza il suo potere e le sue alleanze.
Curiosita' della faida di mugnano
Dopo la vittoria schiacciante dei di lauro contro i ruocco di mugnano,il direttorio del clan di via cupa dell'arco fu criticato da molte famiglie malavitose della stessa secondigliano,non si comprendeva ha quei tempi infatti la strategia dei di lauro di ammazzare donne familiari e innocenti.Ma ancora una volta l'intelligenza dei di lauro fa un passo in avanti rispetto a tutti gli altri.Costringe due suoi affiliati a pentirsi con le forze dell'ordine e ne fa ammazzare altri due,il perche' adesso ve lo svelo io.Tutto parte da una dichiarazione resa da il capoclan di miano COSTANTINO SARNO all'inizio del suo pentimento.Sarno afferma che sia i licciardi che i contini con gli stessi mallardo erano irritati con PAOLO DI LAURO,del fatto che quest'ultimo aveva fatto ammazzare due donne durante la guerra con i ruocco.Sarno afferma che fu l'unico ad aiutare i ruocco fornendogli armi e appoggi,infatti per lui era inammissibbile che si colpissero anche le donne,ma poi col passare del tempo la stessa alleanza di secondigliano non volle schierarsi per il trucco che di lauro gli affibbio'.PAOLO DI LAURO fece pentire due suoi guaglioni e gli rese disposizioni su quel che dovevano raccontare,in particolar modo sull'uccisione della mamma e della cognata dei ruocco,dovevano dire che i di lauro non sapevano niente di questa cosa,che avevano fatto tutto e di testa loro due giovani killer della cupola di via cupa dell'arco,BRUNO CASTELLUCCIO e MARIO CANDITO furono le vittime sacrificali per sancire l'alleanza e la fiducia con tutto il gotha di secondigliano che accusava i di lauro di aver ammazzato le donne.Una mossa quella di PAOLO DI LAURO che ripropone ancora una volta il carisma e l'intelligenza del boss,che da quel momento in poi non solo acquista autorevolezza ma anche la stima di tutti.
Le prime indagini e le prime informative sul clan di lauro
Da questo momento in poi PAOLO DI LAURO non ha piu' rivali,non ci sono boss carismatici e con la stessa intraprendenza di fare soldi ha palate,Gennaro Licciardi si e' spento nel carcere di voghera per una banale setticimia,la' dove non sono arrivati nemici e magistrati c'e' riuscita una banale infezione ad ammazzare il fondatore dell'alleanza di secondigliano.Una storia da romanzo quella di GENNARO LICCIARDI,una storia da fare un film,il boss cafone cosi' come lo chiamava il suo boss LUIGI GIULIANO e' diventato il capocamorra di NAPOLI citta'.Lo chiamavano a'scigna per un suo ciondolo raffigurante una scimmia come portafortuna,loteneva sempre con se,anche quando per errore nel 1982 i killer massacrarono suo fratello ANTONIO LICCIARDI di soli 22 anni,lo uccisero nel popoloso quartiere don guanella,i killer erano convinti di colpire GENNARO LICCIARDI,infatti antonio si trovava nell'auto che fino a un momento prima era guidata da gennaro.Per quel omicidio GENNARO LICCIARDI pretese dai giuliano di forcella fuoco e fiamme,e due giorni dopo nel bel mezzo di porta capuana fu una strage,si sparava da tutte le parti,c'arano LUIGI GIULIANO,GUGLIELMO GIULIANO,SALVATORE GIULIANO,ANTONIO CAPUANO,GENNARO LICCIARDI,EDUARDO MORRA,ammazzarono 4 cutoliani,i killer che alcuni giorni prima gli avevano massacrato il fratello.La vendetta cutoliana avviene 1 anno dopo,nelle segrete celle di catel capuano,dove GENNARO LICCIARDI insieme ad ANTONIO GIACCIO detto o'scialo' e' in attesa di essere tradotto nell'aula di giustizia per essere giudicato proprio per la strage avvenuta alcuni mesi prima.In cella con i due capicamorra ci sono anche MICHELE MONTAGNA 23enne cutoliano di ferro e ETTORE FERRAIULO,i due aggrediscono licciardi e scialo' con coltelli e' pistole,il primo ha soccombere e ANTONIO GIACCIO che per salvare la vita a GENNARO LICCIARDI si fa scaricare addosso l'intero caricatore della pistola.Adesso rimane solo a' scigna e i due cutoliani che armati di coltello affrontano a scigna massacrandolo con 27 coltellate,a' scigna comunque si difende e con cazzotti e schiaffi cerca di limitare i danni,quando i carabinieri aprono la cella trovano scialo' stecchito in una pozza di sangue e a' scigna privo di sensi in un lago di sangue,lo portano di corsa a l'incurabili dove lotta per 19 giorni tra la vita e' la morte.Il boss sopravvive,c'e' la fa,non muore ma anzi il suo coraggio la fanno diventare in breve tempo il luogotenente di LUIGI GIULIANO che da quel momento in poi non si stacchera' mai piu' da a' scigna.Mentre a secondigliano l'alleanza cresce,c'e' un'altra famiglia che allarga il suo potere sui comuni limirofi a secondigliano.Il clan DI LAURO cresce di potenza e incomincia ad allargare lo spaccio di stupefacenti nei comuni di melito di napoli,casavatore,quarto,mugnano,arzano,monte di procida,sotto lo sguardo severo della famiglia licciardi che incomincia a lamentarsi per lo spazio dato a PAOLO DI LAURO,che in breve tempo sta bruciando tutte le tappe diventando ricchissimo,con un esercito paro a l'alleanza.Quando le mediazioni non servono piu' e i licciardi sono pronti ad attaccare i di lauro dai quartieri spagnoli arriva un collaboratore di giustizia pronto a rompere le uova nel paniere dei licciardi.Nei quartieri spagnoli e' in atto uno scontre tra i fratelli MARIANO capeggiati da CIRO MARIANO e i cosiddetti scissionisti,capeggiati da SALVATORE CARDILLO e ANTONIO RANIERI,da parte degli scissionisti da poco si e' arruolato un giovane killer che fino a qual momento e' stato sempre alle dipedenze dei mariano.Stiamo parlando di PASQUALE FRAJESE nato e cresciuto a piazza capodichino,tutti lo conoscono con il soprannome di linuccio e' secondigliano,e un killer spietato che in soli 4 anni ha massacato una 50 di persone.I magistrati raccolgono faldoni e faldoni sui mariano e gli scissionisti,anche a causa delle stragi del venerdi' santo e della settimana dopo dove venne massacrato un poliziotto.Devono fermare questa mattanza e cosi' scatta il bliz che le forze dell'ordine eseguono arrestando i due eserciti in guerra,tra gli arrestati c'e' anche linuccio e' secondigliano che poche ore dopo il suo arresto inizia a collaborare con le forze dell'ordine svelando fatti e misfatti dei quartieri spagnoli,ma parla anche di un certo GENNARO LICCIARDI di secondigliano,descrivendolo come un feroce capo camorra che ha il dominio insieme a mallardo e contini di quasi tutta napoli.PASQUALE FRAJESE parla anche di un'altro giovane boss sempre di secondigliano,lo descrive come un giovane con le palle dedito al narcotraffico,e lo indica come capo del cartello dei narcotrafficanti che fornisce droga a mezza napoli.Grazie alle informative date da frajese i carabinieri arrestano GENNAO LICCIARDI e FRANCESCO MALLARDO mentre sono riuniti in un summit di camorra nelle campagne di giugliano,mentre PAOLO DI LAURO grazie al suo carisma e al suo stratagemma giudiziario riesce a far stralciare la sua posizione,una mossa che suscita invidia e rispetto ma anche molta paura per gli appoggi di cui gode PAOLO DI LAURO,il narcotrafficante piu' ricco di secondigliano.Da quella vittoria giudiziaria gli altri clan di secondigliano si tengono bene alla larga da quelli di miezz all'arc,si rendono conto che con ciruzzo' o' milionar non si gioca,deve per forza avere appoggi inportanti,nessuno sarebbe uscito pulito da quella posizione,anche il fatto che GENNARO LICCIARDI si trova confinato al 41bis nel supercarcere di rebibbia,sente la galera ma la soppota da uomo d'onore senza far trasalire il piu' flebile dolore.
LA STRATEGIA DI CIRUZZO O' MILIONAR PER PRENDERSI TUTTA SECONDIGLIANO
Gennaro Licciardi si e' spento all'eta' di 38 anni nel carcere di voghera,i suoi piu' stretti collaboratori iniziano una guerra intestina per prendere il controllo di tutti i traffici illeciti che fino a quel momento erano saldamente nelle mani della famiglia licciardi.Il problema della scissione si e' soprapposto anche alle detenzioni sia di PIERINO LICCIARDI che di VINCENZO LICCIARDI,i fratelli del defunto capoclan,gli unici in grado di frenare la sete di potere dei loro ex amici.Gli unici in gradodi fermare la scissione che non sono detenuti sono MARIA LICCIARDI e suo nipote ESPOSITO VINCENZO detto o' principino,spietato killer che ha soli 24 anni ha gia' sulle spalle decine do morti.I primi a soccombere davanti alla devastante forza militare dei licciardi sono COSIMO CERINO e il suo guardaspalle CIRO OTTAVIANO.Sono entraqmbi motivati a scalzare VINCENZO ESPOSITO detto o'principino,ecco cosa il collaboratore di giustizia GIUSEPPE MISSO racconta dell'agguato costato la vita sia a COSIMO CERINO che a CIRO OTTAVIANO.
Cosimo Cerino,
ammazzato a Secondigliano,
rimase vittima di un agguato
ordito dal clan Licciardi perché
voleva mettersi in proprio. Parola
di Giuseppe Misso jr (nella foto),
che ne ha parlato con i pm
antimafia (fermo restando
l’assoluta estraneità delle persone
tirate in ballo fino a prova
contraria). «Quanto a Gennaro
Trambarulo egli si rese autore del
duplice omicidio di Cosimo
Cerino e Ottaviano, fatto
delittuoso che avvenne a corso
Secondigliano negli anni 1995-96,
e che mi è stato raccontato da
Ettore Sabatino quando eravamo
detenuti a Viterbo. Cosimo Cerino
faceva parte del clan Licciardi e
voleva prendere potere nella
famiglia tanto che aveva
costituito un proprio gruppo di
fuoco del quale facevano parte
Fabio Silvestri e Vincenzo Saetta.
Fabio Silvestri mi raccontò che
Cosimo Cerino aveva partecipato
ad una riunione alla masseria
Cardone, nella quale aveva
espresso il suo proposito di
starsene da solo, a casa sua. Ciò
non sarebbe stato consentito dal
clan Licciardi ed infatti egli
subito dopo venne ucciso mentre
viaggiava a bordo di una moto
con l’altra vittima. Sabatino mi
spiegò che era stato Gennaro
Sacco a sparare per primo ed a
proposito voglio aggiungere che
Sacco era parte del clan Licciardi
e che spesso si commentava la
sua estrema abilità nello sparare.
Sabatino diceva che essendo un
ex-guardia sparava con la pistola
leggermente girata e che era in
grado di centrare la testa di un
uomo a 100 metri. Mi raccontò
che il commando omicida,
composto da Sacco, Trambarulo
ed uno dei Lo Russo era sceso da
un Fiorino»
Sono solo due dell'enorme catena di omicidi che ha fermato la scissione e ha salvato gli affari della famiglia licciardi,ma adesso VINCENZO ESPOSITO o' principino a differenza del suo defunto zio che ben tollerava che a secondigliano ci fosse un clan estraneo al dominio della famiglia licciardi,che faceva affari in proprio senza dare conto a nessuno,e con una forza militare pari alla loro se non addirittura superiore.O' principino comunque merita rispetto,ha saputo tenere le redini della sua famiglia,sono molti che lo temono per la sua spregiudicatezza e per la sua indole violenta e spietata.Ma o' principino e' giovane,non sa che suo zio tollerava la famiglia di lauro ben sapendo la sua forza militare e la sua spietatezza si qualcuno avrebbe osato dare fastidio,PAOLO DI LAURO e' cresciuto anche lui tra i piu' importanti boss della nuova famiglia,ha imparato come difendersi,ma anche come attaccare senza attirare l'attenzione sia delle forze dell'ordine sia dei familiari delle persone mandate al camposanto.Ecco allora uno che raffiora il carimsa di ciruzzo o' milionar,Siamo alla fine degli anni 90,Gennaro Licciardi il fondatore della cupola detta alleanza di secondigliano e' morto per una banale ernia ombelicale nel carcere di voghera,i suoi fedelissimi mal sopportano l'arroganza del suo erede al trono Vincenzo Licciardi detto o' principino.Con il suo carattere irruento e spietato sta mettendo in serio pericolo le alleanze che hanno permesso ai secondiglianesi per oltre un decennio di detenere il monopolio esclusivo sui traffici di droga in quasi tutta la campania.Il primo che non riesce a mandare giu' il fatto di essere comandato da un ragazzetto di appena 24anni e' Cosimo Cerino,malavitoso di alto rango del clan licciardi,ben inserito nei traffici di stupefacenti e killer spietato,vuole tuttavia sganciarsi dal clan liccirdi senza spargimenti di sangue,vuole uscirne amichevolmente,spiegando che lui vuole farsi i fatti propri in casa sua senza pestare i piedi a nessuno.La cupola gli da appuntamento in un appartamento proprio nella masseria cardone roccaforte dei licciardi,cerino si fida e senza sospettare nulla si presenta al detto appuntamento per spiegare le sue ragioni e per dimostrare che non vuole inimicarsi con nessuno.Si fa accompagnare dal suo autista e guardia spalle Ciro Ottaviano.Sembra che gli ex amici comprendano la scelta di cerino ma e' tutto falso,appena finisce la riunione cerino e il suo autista salgono in sella a una potente moto transalp,giusto il tempo di fare un centinaio di metri che da un fiorino che si trova davanti alla moto si spalancano le porte ed escono due uomini armati.sono Gennaro sacco e Ciro Trambarulo,gli scaricano addosso due interi caricatori di 9x21 sfigurandili entrambi.Il clan licciardi e' all'apice della sua supremazia militare,e con agguati e morti dimostra sia ai nemici che amici che il clan e' ben saldo nelle mani della famiglia e che per nessun motivo venisse in mente a qualcuno solo per un istante di pensare di contrapporsi a tale regola.Ma proprio a poche centinaia di metri dalla masseria cardone sta crescendo un'altro clan militarmente assai ben organizzato,e disponibilita' economiche illimitate,si tratta di una famiglia di cupa dell'arco dedita al narcotraffico.Il suo padrino pochi lo conoscono,forse solo il nome avranno sentito qualche volta,Paolo Di Lauro detto ciruzzo o' milionar anni indietro curo' per l'alleanza di secondigliano proprio il traffico della droga,facendo arricchire in pochi anni molti boss della cupola tra cui Costantino Sarno.E' intelligente o' milionar,sta lontano dai riflettori sia della magistratura che delle persone normali,semplici lavoratori,nessuno sa che il suo clan la sua famiglia e' una delle piu' potenti e piu' ricche di tutta napoli,seconda solo ai casalesi.Si sta rendendo conto che ormai l'alleanza di secondigliano si sta sgregolando da sola,vendette interne,arresti e bliz che ogni giorno portano inesorabilmente affiliati a varcare le soglie del carcere di poggioreale,con prospettive di uscirne presto ridotte all'osso.Ma la sua astuzia la sua intraprendenza lo porta ad organizzare un agguato che se andra' a buon fine decapitera' del tutto i licciardi e la loro potenza,l'omicidio del principino puo' portare ottimi risultati,tra cui l'amicizia incondizionata del clan misso della sanita' e dei sarno di ponticelli che covano odio e vendette da tempo visto che l'alleanza di secondigliano in piu' riprese ha cercato di sottrargli affari e territorio,ammazzando parenti e amici delle due famiglie malavitose.Cosi' per un banale litigio con affiliati dei licciardi i prestieri famiglia alleata dei di lauro ammazzano il principino,sapevano e conoscevano molto bene il carattere irruento del ragazzo,sapevano che si sarebbe spinto fin nel loro rione il monterosa per affermare la sua supremazia e quella di tutta la famiglia licciardi.Accade quello che ciruzzo o' milionar aveva previsto,il ragazzo armato entra nella roccaforte dei prestieri e ammazza un loro guardia spalle,ma nella fuga viene a sua volta ucciso crivellato da proiettili impazziti giunti da ogni direzioni,racconteranno molti collaboratori di giustizia che per ammazzarlo c'erano gente armata fin sopra i tetti e sui balconi,sicuri che una volta entrato non sarebbe uscito vivo.La reazione dei licciardi e' spietata,crudele,ma sempre posta sotto una logica che solo ciruzo o'milionar poteva prevedere e farla finire,acconsentendo alle richieste dei licciardi mantiene fede alla sua parola facendo eliminare dal suo stesso clan persone che in qualche modo avevano avuto a che fare con la morte del principino,amici suoi,alleati del suo clan che in quel momento dovevano morire per portare a termine il suo diabolico progetto.Da li' a pochi anni o' milionar diventa padrone assoluto di tutta secondigliano,importando tonnellate di eroina e cocaina che inondano secondigliano in un mare di stupefacente.Ma  mantiene forte e attivo il suo clan,facendo arricchire molte persone,e sempre pronto ad aiutare tutt gli affiliati che si trovano in difficolta' economiche,manda soldi a tutti,anche ad altri clan,mangia e fa mangiare sicuro che nessuno lo attacchera',sicuro di questa strategia criminale va avanti come un buldozer travolgendo tutti e tutto.La cosa strana e' che i licciardi anche se militarmente ed economicamente non potrebbero mai competere con la potenza del suo clan,lui li lascia fare,li fa curare i propri affari e anzi li aiuta anche a risolvere situazioni che richiedono tatto e sangue freddo.I licciardi comunque continuano a crescere ma in maniera diversa dai di lauro visto che non hanno le stesse risorse economiche incominciano a sorgere i primi dissidui e i primi problemi con famiglie organiche al loro stesso clan.Prima fra tutte quella di Costantino Sarno,che da tempo e' latitante e si e' rifugiato in montenegro curando lo smercio dei tabacchi lavorati di contrabbando,entrano grazie alle sue amicizie in montenegro migliaia e migliaia di casse di sigarette,oltre che armi,i licciardi sembra che si siano rialzati da tutte le guerre e le lotte intestine al loro clan con una superiorita' e una forza enorme.Quando tutto sembra andare di nuovo bene ecco che qualcosa si ferma,Costantino Sarno non manda piu' soldi alla famiglia licciardi ed e' deciso ad estrometterli dai suoi affari,di nuovo un'altra guerra con decine di vittime e decine di lupare bianche,i licciardi ne escono vincitori tant'e' che il boss di miano per non essere ammazzato diventa per poco tempo un collaboratore di giustizia,per poi ritrattare e farsi consegnare dal clan licciardi una maxi estorsione per ritrattare le sue dichiarazioni da molti miliardi di lire.Comunque va ricordato che in questa guerra tra i liccirdi e i sarno di miano c'e' un episodio agghiacciante,in una sola giornata furono ammazzati 4 persone fedelissime del boss COSTANTINO SARNO e i loro corpi fatti sparire,distrutti e i pezzi sparsi per le campagne di secondigliano.Finisce una guerra e subito se ne apre un'altra,questa volta i licciardi entrano in contrasto con il clan dei fratelli  lo russo i famigerati capitoni,il clan dei lo russo e controllato dai 4 fratelli,MARIO LO RUSSO GIUSEPPE LO RUSSO SALVATORE LO RUSSO e CARLO LO RUSSO,entrarono in contrasto per una partita di eroina tagliata male,che nonostante cio' i capitone misero sul mercato provocando le ire e la reazione dei licciardi.I lo russo si giustificarono facendo presente hai licciardi che loro da un po' di tempo non ricevevano piu' quelle cifre consistenti a cui erano abituati,e per tale motivo loro avevano bisogno di capitali e volenti o nolenti i licciardi dovevano approvare la loro decisione di piazzare sul mercato l'eroina killer.I primi a colpire furono i licciardi uccidendo un certo peppenella uomo di punta del clan lo russo,i capitoni risposero ammazzando o'schiatto fratello di un noto neomelodico di seconigliano,poi furono trucidate altre persone dell'una e dell'altra frazione in lotta,finche' tutto si calmo',la guerra era finita,si erano separati ma con la promessa che nessuno dei due avrebbe aggredito l'altro.Tale guerra fini' per volere del boss PAOLO DI LAURO,che obbligo' entrambe le famiglie a non continuare in quella spirale di vendetta che sicuramente avrebbe portato solo i riflettori delle forze dell'ordine ancora una volta sui clan di secondigliano.Poi i licciardi man mano vengono indeboliti da arresti e scissione interne mentre la famiglia dei lo russo cresce a dismisura trovando consenso anche tra le altre famiglie dell'area a nord di napoli,poi la faida di scampia che porto' i di lauro a subire a loro volta una scissione interna ad opera dei fratelli pagano,sempre comunque sotto la regia occulta dei lo russo che ha detta di magistrati e collaboratori di giustizia sarebbero i registi anche dela faida scoppiata nel centro di napoli al quartiere sanita' tra i misso e i torino appoggiati sia militarmente che economicamente dai capitoni..Queste sono una panoramica sulle guerre che si sono fatti negli anni 90 i clan di secondigliano,adesso passiamo direttamente alla famiglia di PAOLO DI LAURO,che oltre al suo numerosisimo esercito ne sta formando uno di sangue,anno dopo anno la moglie gli ha dato gia' 10 figli,dieci eredi tutti di sesso maschile,alcuni lo aiuteranno da grandi a gestire l'enorme traffico di droga,altri con la loro sete di potere faranno scoppiare la tramenda faida di scampia.
IL PROFILO CRIMINALE DI PAOLO DI LAURO
Più che a un gangster metropolitano, Paolo Di Lauro assomiglia – nella gestione del potere criminale – ai padrini siciliani, o meglio ai capi delle ’ndrine calabresi. Poco incline alle plateali manifestazioni di forza, riservato, regista occulto di grandi fortune economiche, non rilascia interviste come Raffaele Cutolo e non telefona ai giornalisti per smentire le notizie, come Michele Zagaria o Antonio Iovine. La sua forza è sempre stata l’invisibilità, nei confronti tanto dei nemici quanto degli amici. Lo dimostra, chiaramente, una intercettazione telefonica che cattura le lamentele del boss Raffaele Abbinante, a proposito del perenne stato di irreperibilità del padrino Ciruzzo ’o milionario: «Ma quello quando va scappando e non lo trovate e quando non va scappando, nemmeno lo trovate. Perché quello non esce mai…».
Di Paolo Di Lauro, fino al momento dell’arresto, esisteva una sola fotografia, negli archivi delle forze dell’ordine, scattata al momento dell’interrogatorio in Procura, a seguito del pestaggio di Cosimo Infante, insegnante di educazione tecnica nella scuola media “Pascoli II” di Secondigliano. Un pestaggio, raccontano le cronache giudiziarie dell’epoca, ordinato da Nunzio Di Lauro, figlio tredicenne del boss, per punire il docente che aveva rimproverato sua cugina. È il 6 novembre 1998, quando Paolo Di Lauro – su cui la direzione distrettuale antimafia di Napoli e la sezione Narcotici della Squadra mobile stanno indagando già da qualche tempo – si presenta davanti al pm Luigi Bobbio per offrire la sua versione dei fatti. Al magistrato, Di Lauro racconta di essere un uomo di pace e di rifiutare il ricorso alla violenza, aggiungendo di non conoscere i motivi dell’aggressione al docente. Addirittura, Di Lauro si spinge a lamentarsi per la fastidiosa etichetta di uomo d’onore che, nel suo quartiere, gli hanno attribuito sottovoce e finanche per i continui controlli della guardia di finanza presso la sua azienda tessile, ad Arzano, che lo costringeranno, prima o poi, a chiudere bottega. Gioca la sua partita, il padrino, ma la gioca anche il magistrato. La trappola, raffinatissima, la spiegherà, infatti, qualche tempo dopo lo stesso Bobbio: «Mentre era in corso l’interrogatorio, mettemmo sotto controllo i telefoni dei suoi più stretti uomini di fiducia, molti dei quali si trovavano all’esterno degli uffici, preoccupati delle nostre reali intenzioni. Non sapevano, infatti, il motivo della convocazione era legato al pestaggio del professore e temevano un arresto. Li intercettammo anche quando chiesero a Vincenzo Di Lauro, che allora era poco più di un ragazzo, se dovevano andare a proteggere “Pasquale” armati all’uscita dalla Procura. Quella fu la conferma, in diretta, che Paolo Di Lauro era un padrino della camorra e che Pasquale era il soprannome usato a Secondigliano per indicarlo».
Nel 2002, è costretto a darsi alla latitanza perché inseguito da un mandato di cattura per traffico internazionale di stupefacenti e associazione camorristica. L’inchiesta, passata nel frattempo al pm Giovanni Corona, assesta un primo colpo alla maxi-organizzazione, portando all’arresto di una sessantina di affiliati.
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Seconda interpretazione...

Erano alcuni mesi che nelle tasche dei detenuti e delle loro famglie non arrivavano piu' soldi,nel frattempo PAOLO DI LAURO su consiglio dei suoi amici si era allontanato da secondigliano trasferendosi nel torinese dove aveva messo su una fiorente attivita' di vendita porta a porta di biancheria.Chi doveva sapere sapeva che era stata una mossa di PAOLO DI LAURO per mettere in cattiva luce il vecchio padrino ANIELLO LA MONICA,sapevano anche che PAOLO DI LAURO era delegato lui nel mandare i vaglia,ma contavano sulla sua intelligenza e lo stavano lasciando fare.Poi con il benestare dei maranesi decisero che era arrivato il momento di prendersi la vita del loro padrino,e si organizzarono.Ecco cosa successe,ecco come mori' ANIELLO LA MONICA.Aniello, scendi, c’ho quella roba per te».
«Va bene, aspettami vicino al cancello. Ma è sicuro che è roba buona?».
«Gioielli, oro, brillanti… è un affare. Muoviti, sto qua sotto…».

Tutto inizia così. Con uno squillo al citofono e una sventagliata di mitra. Aniello La Monica ha poco più di quarant’anni quando viene ammazzato all’uscita di casa. È il boss di Secondigliano, fa parte della Nuova famiglia, il cartello che si oppone all’“esercito” di Raffaele Cutolo. Ma non è il padrino di Ottaviano, che pure ne avrebbe tutti i motivi, a spedirlo al camposanto. La Monica è la prima vittima di un nuovo gruppo criminale che ha lanciato la scalata ai vertici della camorra. Viene assassinato da quelli che considerava i suoi figli, tradito da quelli di cui più si fidava, perché anche un camorrista si deve fidare di qualcuno. E La Monica si era fidato delle persone sbagliate.

«Dottore, se non ricordo male, La Monica venne prima investito e poi ucciso con pistole e kalashnikov. Mi raccontarono che dopo avergli dato la prima botta, uscirono tutti e quattro dalla macchina e iniziarono a sparare mentre ancora stava barcollando. Non gli diedero il tempo nemmeno di cadere a terra…». A distanza di vent’anni, un pentito sta raccontando che cosa avvenne quel giorno a Secondigliano, in una filiera di ricordi che lo avrebbero portato a ricostruire, in una stanza insonorizzata all’ottavo piano della Procura della Repubblica di Napoli, le fortune e i misteri del padrino più enigmatico della malavita partenopea: Paolo Di Lauro.
«Ma chi lo uccise e perché?», gli domandò il magistrato, sedendogli affianco e porgendogli un foglio e una penna per fermare sulla carta le immagini che la memoria non sarebbe riuscita, dopo così tanto tempo, a far affiorare.
«Dottore, statemi a sentire, che la storia è lunga. Chiamate il brigadiere e ditegli di portarmi un bel caffé, che dobbiamo parlare parecchio. Oggi e domani e pure dopodomani. Mettete una cassetta nuova nel registratore e ascoltate quello che vi dico, perché non so se avrò la possibilità di ripeterlo».
Il magistrato si alzò e si diresse verso la porta. Lanciò uno sguardo lungo il corridoio su cui si affacciavano gli uffici della Direzione distrettuale antimafia e si assicurò che la porta fosse ben chiusa. Poi si sedette di nuovo. Chiamò a verbalizzare un agente di polizia di cui si fidava. Questi inserì il foglio nella macchina da scrivere elettronica e – con i due indici – iniziò a battere freneticamente, sotto dettatura, la formula iniziale del verbale di collaborazione: “Immediatamente dopo la mia cattura, a seguito del provvedimento emesso da codesto Ufficio, avuta contezza del livello elevato delle conoscenze al quale erano giunti gli organismi investigativi, ho trovato la necessaria determinazione per rompere in maniera definitiva con l’ambiente criminale nel quale sono vissuto fin dai primi anni Ottanta”.
Inizia il racconto.
***
«Ha visto che dice il giornale oggi?», domandò l’ispettore capo del commissariato di Secondigliano al suo dirigente, appoggiandogli la copia del Mattino sulla scrivania piena di carte e pacchetti di sigarette semivuoti. Erano i giorni della paura a Napoli, i giorni della furia omicida delle batterie di fuoco della Nco e delle condanne del tribunale del popolo delle Brigate rosse contro giudici e politici.
«L’ho letto stamattina, tre giorni di lutto nel quartiere per la morte del padrino che odiava la droga. Bella figura che ci facciamo. A proposito, le indagini a che punto stanno? La Procura ha fatto sapere qualcosa?»
«Dicono che è un regolamento di conti interno, ma su La Monica procede la squadra mobile. Tutto come al solito, nessuno ha visto. Nessuno si è accorto di niente. Teniamo gli occhi aperti, perché qua ho l’impressione che succede la terza guerra mondiale».
Erano da poco passate le settimane convulse del sequestro dell’assessore regionale Ciro Cirillo, cassiere democristiano dei fondi del dopo-terremoto, rilasciato grazie alla mediazione di Cutolo e al pagamento di un ricco riscatto ai terroristi, e il clima era peggiorato, se possibile, con la pubblicazione sull’Unità del falso documento del ministero dell’Interno che riportava i termini della trattativa tra Stato e camorra per la liberazione del politico dc. Documento falso nella forma, ma verissimo nella sostanza.
«Adesso ti compri pure i giornali comunisti? Ma tu non votavi a destra…», scherzò l’ispettore quando il collega tirò fuori da un cassetto dell’armadietto la copia del quotidiano.
«Tu devi sapere che i comunisti le notizie le sanno in anticipo e poi hanno agganci dovunque…», rispose l’altro sorridendo. In quel momento, entrò nella stanza un poliziotto con il mattinale, l’elenco delle denunce raccolte nel week-end precedente. Era un lunedì mattina. Un paio di paginette dattiloscritte, piene zeppe di furti, rapine, scippi, aggressioni. Finanche un tentato omicidio: un uomo aveva tentato di stuprare la vicina a colpi di spranga.
A Secondigliano e Scampia gli echi dei grandi fatti di cronaca arrivavano attutiti, come se i due rioni non avessero titoli per partecipare a ciò che di importante avveniva in città. In effetti, a quel tempo la grande criminalità organizzata considerava i quartieri della cinta extraurbana partenopea un po’ come un vivaio di giovani delinquenti al quale attingere in caso di necessità per i lavori sporchi. I secondiglianesi non avevano pedigree criminale, erano un po’ come i corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, “viddani”, gente di campagna. Spietata, ma con il cervello di una gallina.
«Che cosa abbiamo oggi?», riprese a parlare l’ispettore, prendendo la copia del mattinale dalla scrivania.
«Guarda tu stesso, è una carneficina. A proposito, domani andiamo a fare qualche domanda in giro per il fatto di La Monica, cerchiamo di capire», tagliò corto il dirigente, mettendo di nuovo a posto la copia dell’Unità.

In quelle stesse ore, in via Cupa dell’Arco, a poche centinaia di metri in linea d’aria dal presidio di polizia, era stata convocata una riunione. Uno degli invitati, Domenico Silvestri, detto “Mimì ’a svergognata”, fece per prendere posto a capotavola, quando una mano gli avvinghiò il braccio e glielo strinse. Era Raffaele Prestieri, che gli ricordava che quel posto era occupato.
«Ti devi sedere tu?», rispose sorpreso Silvestri.
«No, ma è meglio che ti metti qua, affianco a me. Là no», disse Prestieri spostandogli la sedia sul lato lungo del tavolo.
La porta di ingresso del salone si aprì lentamente. Il padrone di casa entrò e si sedette al posto d’onore. Accese una sigaretta e chiamò la cameriera, che subito dopo gli portò una bottiglia di champagne Veuve Cliquot e una manciata di bicchieri di cristallo. Al piano di sotto, nella villetta, c’era una bella cantina con tanti vini e liquori raffinati, alcuni dei quali fatti arrivare direttamente da Parigi. La pressione delle bollicine spinse fuori il tappo di sughero che finì contro le tende e rimbalzò a terra, fin sotto il tavolo.
«Pace all’anima di Aniello La Monica. Speriamo che da lassù ci assista e ci aiuti», dissero in coro. Poi tutti brindarono guardandosi negli occhi.Il solito giro di perlustrazione, i soliti controlli. Via Bakù, i Sette Palazzi, la villa comunale: la volante del commissariato quella sera avanzava con la seconda marcia innestata e il lampeggiante che proiettava un fascio di luce azzurra sulle aiuole e sulle saracinesche dei negozi chiusi.
«Guarda quel ragazzo là, sta correndo. Ha buttato un sacchetto di plastica sotto la macchina. Raccoglilo e poi inseguilo», urlò all’improvviso il capo-turno al poliziotto alla guida, che accese la sirena e inserì la terza.
Ormai di scene simili ce n’erano a decine ogni giorno, in ogni angolo del rione; Secondigliano e Scampia, se non conosci le strade, sono peggiori dei labirinti. Incroci, scorciatoie, passaggi nascosti da un vicoletto all’altro e poi paletti installati dovunque, come a voler disegnare una mappa nota soltanto a pochi, agilissimi corridori.
L’inseguimento era durato non più di una manciata di secondi, perché il giovane, convinto di trovarla aperta, era andato a sbattere contro una porta di ferro che chiudeva l’entrata secondaria di un condominio. La sua corsa era terminata lì, con una spalla indolenzita e un paio di manette ai polsi.
La volante era tornata in commissariato con il nuovo “ospite” a bordo a fine turno.
«Come ti chiami?», gli chiese l’ispettore, mettendosi a sedere alla scrivania nel suo ufficio, dove la relazione di servizio aspettava soltanto la sua firma.
«Che vi interessa? Chiamatemi l’avvocato, che con voi non parlo più. Qua sta il numero», rispose spavaldo il ragazzo. Aveva circa venticinque anni. Corporatura slanciata, con il giubbotto imbottito, su una polo verde con il coccodrillo, e il jeans stracciato. In tasca gli avevano trovato cinque dosi di eroina confezionate con la carta stagnola e duecentomila lire in banconote di piccolo taglio. Era il terzo arresto della giornata. Uguale al secondo e al primo.
Gli agenti chiamarono il legale indicato dal giovane, il quale spedì negli uffici della polizia un collaboratore a sbrigare le formalità della nomina. Il ragazzo si rimise in tasca il pezzo di carta stropicciato su cui qualcuno gli aveva scritto il numero di telefono del penalista e si avviò, sotto scorta, a Poggioreale. Ridendo.
«Hai notato che chiamano tutti gli stessi avvocati?», domandò il dirigente del commissariato all’uomo che aveva arrestato lo spacciatore.
«Sì e che significa, secondo te?», gli rispose l’agente, rovistando nella busta che aveva recuperato sotto l’auto. All’interno c’erano altri soldi, circa cinquantamila lire, un paio di accendini e delle cannucce, di quelle utilizzate per le bibite in lattina. Bisognava aggiornare la relazione di servizio.
«Significa che stiamo davanti a qualcosa, o a qualcuno molto più grande di quanto immaginiamo. Teniamo gli occhi aperti», chiuse la discussione il dirigente.
Tra il 1982 e il 1984 avviene la trasformazione che segnerà per sempre il destino di Secondigliano e di Scampia: i terremotati, centinaia di famiglie che avevano perso il tetto a causa del sisma, vengono stipate nelle Vele, gli alveari-dormitorio progettati dall’architetto Franz Di Salvo con l’intento di favorire l’integrazione tra i nuclei familiari ma che diventeranno, invece, l’incubatrice di un’illegalità feroce e assassina. Il sogno utopistico di un quartiere modello, a misura d’uomo, con grandi parchi e spazi verdi a dividere le aree abitate, rappresentò in realtà la conformazione urbanistica perfetta per il crimine organizzato.
Subito dopo l’uccisione di La Monica, il sismografo dell’ordine pubblico a Secondigliano aveva subito un’impennata: erano aumentati scippi, rapine e casi di estorsione ai negozianti. L’ufficio denunce del commissariato, che prima era frequentato poco, molto poco dai residenti, era diventato d’un tratto affollatissimo e dalla questura di via Medina avevano dovuto inviare uno dei primi modelli di macchina da scrivere elettronica per velocizzare il lavoro.
Si stava sviluppando la più grande trasformazione economico-criminale della storia della camorra; il contrabbando di sigarette – fonte inesauribile di ricchezza per migliaia di manovali dell’illegalità – era sul punto di cedere il passo al traffico internazionale di stupefacenti. Accanto alle bancarelle con le stecche di Marlboro e di Merit in bella mostra, poco più in là, a poche decine di metri, iniziavano a comparire i primi spacciatori, pronti a rifornire di eroina e marijuana i giovani in cerca di emozioni forti. E con loro apparvero pure le vedette e i guardiani.
La faida tra Raffaele Cutolo e la Nuova famiglia aveva portato alla distruzione di un modello criminale feudale, incapace di proiettarsi nell’economia nazionale e internazionale, confinato ancora negli angusti steccati del racket e del traffico di armi. Un modello al quale sarebbe presto subentrato una organizzazione nuova nella struttura e nelle finalità, fluida, pronta a insinuarsi lungo le feritoie del tessuto socio-economico legale per distorcerne le dinamiche e per indirizzarne i meccanismi.
Allora però nessuno se ne accorgeva, perché quello era il periodo della guerra e non degli affari. Bisognava soltanto eliminare il nemico, infliggergli più male possibile. Non soltanto impedirgli di riprendere le armi, ma annientarlo.
«Ma quelli erano altri tempi, dottore. Ogni giorno un cutoliano ammazzava uno dei nostri e noi rispondevamo con due dei loro. Aniello La Monica, non so perché, ma ce l’aveva a morte con i cutoliani. Se avesse potuto buttare una bomba atomica su Ottaviano, l’avrebbe fatto. Ogni mattina, ci incontrava davanti al bar e ci diceva: “Ragazzi, ricordatevi di colpire i nemici ovunque vi troviate. Non gli dobbiamo dare il tempo di respirare”. Addirittura aveva intitolato un negozio di abbigliamento, vicino casa sua, con il nome della sua pistola preferita: Pyton. La Monica era proprio come un serpente. Un pitone, appunto. Faceva paura solamente a guardarlo». Il pentito non aveva smesso un attimo di ripercorrere con la mente i suoi trascorsi criminali, gli inizi del clan; di tratteggiare la figura delle persone con cui era cresciuto e con cui aveva conosciuto la galera.
Il magistrato ascoltava in silenzio e ogni tanto annotava una data, un nome sull’agendina Moleskine che custodiva nella tasca interna della giacca. «Ma come campava La Monica? Quali erano le sue fonti di reddito, anche lui gestiva il traffico di droga?», chiese al collaboratore, interrompendolo giusto il tempo per cambiare lato alla cassetta.
«Campava come tutti, a quel tempo. Faceva il contrabbando di sigarette con Michele Zaza, di cui era fraterno amico, e con Fiore D’Avino, uno di Nola mi sembra. Non era una cattiva persona, era un padrino vecchia maniera: non ha mai mandato indietro nessuno che volesse lavorare per lui. Poco prima di morire, pagava lo stipendio a ottanta famiglie, compresa la mia. Fu lui a inventare la vendita porta a porta delle lenzuola per i corredi nuziali, affidandola alla rete di magliari che partiva da Secondigliano e arrivava fino in Germania e in Francia. Con questo sistema, faceva un sacco di soldi puliti. Ma pure quell’idea gli hanno rubato, oltre al comando. La droga non la voleva nel suo territorio, anche se era consapevole che per quella polverina bianca ci avrebbe rimesso la pelle, prima o poi. E su questo punto, molto spesso si scontrava con gli altri del gruppo di Paolo Di Lauro».
Il contatore riprese a girare e il pentito dovette fare uno sforzo di memoria per riprendere il filo del discorso dove l’aveva lasciato prima dell’interruzione. Ma prima di continuare a parlare delle origini del clan Di Lauro e della malavita a Secondigliano negli anni Ottanta, pensò bene di arricchire le sue confessioni con un episodio che conoscevano in pochi.
«Ora vi racconto una cosa, dottore», proseguì, dopo aver bevuto tutto d’un sorso il caffè che gli avevano portato. Guardò negli occhi il magistrato e sorrise di un sorriso amaro. «Però dovete credermi sulla parola, perché alcune cose che vi dico non le posso provare».
«Dimmi, ti ascolto», ribatté il magistrato, approfittandone per segnare un altro paio di righe di appunti sull’agendina.
«Lo sapete che un giorno Di Lauro disse vicino a uno dei Giuliano, mi sembra Guglielmo, se voleva giocare a poker?».
«E qual è il problema, che c’è di strano?»
«Il piatto di apertura lo sapete di quant’era?». E si mise ad attendere la risposta che, sapeva, non avrebbe mai potuto essere quella giusta.
«No», rispose incuriosito il pm.
«Due miliardi di lire. In contanti». E stette con l’aria soddisfatta ad attendere il ghigno di incredulità sul volto del suo interlocutore, come ben si aspetta chi fa partecipe un altro di una confidenza che, altrimenti, gli sarebbe stata sempre negata.
«Queste cose non mi servono per il processo», tagliò corto il magistrato, «e poi nel mondo della malavita molto spesso si esagera nei racconti e un granello di sabbia diventa una slavina. Continuiamo con l’interrogatorio».
«Due miliardi in contanti», ripeté il pentito, come se il richiamo del magistrato non ci fosse mai stato, «due miliardi contenuti in una borsa di tela rossa. La posò sul tavolo e disse a Giuliano: “Se proprio vuoi giocare, fatti una partita con me…”. Comunque, ho capito che queste cose non vi interessano, ma per me sono importanti. Dove eravamo rimasti? Ah, sì…»

Erano passate già un bel po’ di settimane dall’omicidio di La Monica, quando a Secondigliano arrivò un messaggio da Poggio Vallesana, la tenuta terriera dei Nuvoletta, una delle famiglie malavitose più potenti della Campania, soci in affari con i mafiosi palermitani.
«Paolo, i maranesi ci hanno chiesto se possiamo andare a trovarli», disse Mimì Silvestri con un pizzico di soddisfazione, perché era il segnale che il giro grosso stava iniziando a interessarsi di loro. «Ci devono parlare di una cosa importante, importante assai…».
«Va bene, organizza un’auto e ci andiamo», gli rispose Di Lauro, accendendosi l’ennesima sigaretta, sprofondato sul divano di casa.
«Come la vogliamo organizzare, chi chiamiamo?»
«Non voglio nessuno armato, sia chiaro. Andiamo io, tu, Rosario, Raffaele ed Enricuccio. E una macchina di appoggio».
«Va bene». Silvestri uscì dalla stanza al piano terra della villa in via Cupa dell’Arco e iniziò a contattare gli altri. Ci mise poco, perché li trovo all’incrocio con corso Secondigliano a parlottare. Erano tutti amici di infanzia di Di Lauro; erano cresciuti con lui e con lui si erano sbarazzati dell’ingombrante presenza di La Monica.
Appena seppero della convocazione, risalirono in auto e si diressero a casa del boss. Dal cancello sbucarono poco dopo una Lancia Delta integrale e una Mercedes, dove sedeva – sul lato posteriore destro – il padrino. L’altra macchina stava davanti a fare strada. Da Secondigliano a Marano saranno stati, sì e no, dieci minuti di viaggio, ma sembrava di non arrivare mai. L’emozione tradiva anche quelli più freddi, perché loro erano una piccola formazione, senza santi in paradiso, con tanta buona volontà e poca esperienza nel settore degli stupefacenti. Avevano iniziato a guadagnare qualcosina con una paranza di una decina di spacciatori, ai quali affidavano dosi di eroina e hashish a cadenza settimanale. Un giro di affari rionale, niente di più. La droga la compravano attraverso i trafficanti del rione Traiano e di Ercolano – le due piazze di spaccio più importanti di Napoli – e la rivendevano a prezzo maggiorato nelle stradine del quartiere, lucrando una piccola percentuale.
Le due auto con a bordo Di Lauro e gli altri imboccarono una stradina sterrata, che si apriva sulla destra della via principale. Percorsero quasi cinquecento metri prima di arrivare a un grande cancello, dove – ad attenderli – c’erano le sentinelle del boss.
«L’avete risolto quel problema, eh?», disse il capo-decina di Marano, andando incontro agli ospiti. Il “problema” a cui si riferiva era Aniello La Monica. «Sì, per fortuna», rispose sbrigativamente uno di loro. Parcheggiarono le vetture poco distante l’ingresso e si incamminarono.
«Don Lorenzo, abbiamo fatto il prima possibile», annunciò Raffaele Abbinante, baciandogli le due guance appena entrato nella villa del boss. Abbinante era nato a Marano ed aveva iniziato a lavorare nel crimine proprio con la famiglia Nuvoletta, con i quali – nel tempo – aveva mantenuto stretti rapporti.
«Dobbiamo parlare di cose importanti, seguitemi», rispose il vecchio padrino, attraversando un corridoio su cui campeggiavano quadri dell’Ottocento napoletano. Uno in particolare attrasse l’attenzione di Paolo Di Lauro, che sostò a guardarlo. «Anche a me piacciono i quadri», aggiunse, riprendendo il passo.
La delegazione del clan di Secondigliano e don Lorenzo Nuvoletta uscirono dal retro dell’abitazione, circondata dalle campagne, e si addentrarono su per un viottolo che portava a una masseria. Lì si accomodarono, attorno a un tavolo, per discutere. In passato doveva essere stata una stalla, perché c’erano ancora gli abbeveratoi.
«Il contrabbando di sigarette è il passato», disse l’anziano mafioso. «Quel mondo non è più il nostro. Ci dobbiamo aggiornare. Ma in grande stile. E io so come».
Paolo Di Lauro osservava in silenzio ogni parola scandita da quella bocca rigata dai segni del tempo. Ascoltava e rifletteva, perché il vecchio boss stava per rivelargli la chiave per diventare i nuovi padroni della città. Mangiarono un po’ di pane cotto a legna e del formaggio, conservati in una dispensa poco distante. Un pasto mafioso, come quelli che si consumavano in qualche sperduto podere nel cuore della Sicilia, a Corleone o a Bagheria.
«E questo è l’accordo, però io pretendo una sola cosa», disse il capo dei maranesi, guardando diritto in faccia ognuno dei suoi interlocutori.
«Sulla nostra lealtà possiamo giurare con il sangue», rispose Di Lauro. Gli altri stettero in silenzio. E annuirono. «Don Lorenzo, quello che ci dite di fare, faremo».
«Questo volevo sentirvi dire. Ci vediamo la settimana prossima, vi faccio arrivare io l’“ambasciata” e ci organizziamo». La seduta fu tolta all’istante. Il gruppetto uscì dalla masseria e si avviò lungo la strada che tagliava a metà la proprietà terriera dei Nuvoletta, mentre le vedette del clan – nascoste chissà dove, tra i cespugli o affianco alle rocce – si lanciavano fischi l’un l’altra per segnalare il passaggio del padrino. Di Lauro e Nuvoletta si salutarono con il bacio sulle due guance. Il vecchio padrino gli batté una mano sulla spalla e gli ricordò il prossimo appuntamento.
«Quello è uno che farà strada», si lasciò andare don Lorenzo con il suo “consigliori”, appena gli ospiti furono andati via. «E’ intelligente, ha ascoltato ciò che dicevo senza battere ciglio. È serio, mi piace».
In auto, tutti parlavano e discutevano di ciò che avevano appena ascoltato. Solo Di Lauro non aprì parola per tutto il tragitto di ritorno, quando – giunto sotto casa – invitò gli altri a salire.
Davanti al tavolo dove avevano brindato alla memoria di Aniello La Monica, li guardò negli occhi e li fece promettere che nessuno al mondo avrebbe rotto il patto che stavano per fare.
«D’ora in poi siamo una sola famiglia. Da oggi, siamo fratelli. Il sangue di uno è il sangue di tutti». Gli altri ripeterono la formula.

«I Nuvoletta non sono camorristi, non so se mi spiego. Dottore, è una cosa diversa. Marano è come Corleone, come Palermo. È la Sicilia a Napoli. Con quelli non si scherza, sono pericolosissimi. Mi ricordo, addirittura, che tentarono di uccidere il comandante della Stazione di Marano, che rimase ferito, perché stava iniziando a dare troppo fastidio con le sue domande in giro. Ma questo non è niente, sapete che ci stanno i poligoni di tiro nascosti tra le montagne per far allenare i killer? A Marano, tanto tempo fa, venne pure quello che uccise il dottore Falcone, come si chiama, Brusca…». Il pentito riprese il filo dei ricordi, cercando di inserire quante più informazioni possibile in quel verbale.
«Giovanni Brusca, il capo dell’ala militare dei corleonesi…», aggiunse il magistrato, che ben conosceva i brutali metodi di occultamento dei cadaveri praticati dalla cosca di Poggio Vallesana e che, per un certo periodo, tempo addietro, aveva pure indagato sui Nuvoletta. Poi aveva dovuto abbandonare, perché la sua inchiesta era stata accorpata a quella sull’uccisione del giornalista del “Mattino”, Giancarlo Siani. Ricordava ogni dettaglio dell’indagine sull’omicidio del giovane cronista, ogni verbale di interrogatorio, ogni passaggio di quella intricatissima vicenda, che sembrava non finire mai tanti erano i tasselli da dover sistemare. In particolare, gli era rimasta impressa la frase di apertura della requisitoria del pm Armando D’Alterio nel processo di primo grado, che recitava: «Poggio Vallesana è il regno del male, pregno degli umori dei cadaveri dissolti nell’acido». Un attacco sbalorditivo e carico di un simbolismo, che ora gli ritornava in mente a sentir parlare di Lorenzo Nuvoletta e dei suoi affiliati.
«Esatto», riprese il collaboratore di giustizia, «Brusca venne chiamato dalla Sicilia perché doveva insegnare ai maranesi come si sciolgono i cadaveri nell’acido solforico. Se vi recuperate il giornale, lo potete pure leggere. Oppure, telefonate a qualche vostro collega di Palermo. Là pure sanno tutto di don Lorenzo e della famiglia».
Il gruppo di Poggio Vallesana, infatti, è stato al centro delle inchieste di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino per i suoi contatti con Totò Riina, Michele Greco e Leoluca Bagarella: in pratica, dicono le indagini, Lorenzo Nuvoletta era l’unico non siciliano a sedere nella commissione regionale di Cosa nostra, al pari di boss del calibro di Stefano Bontade, Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti e Salvatore Inzerillo. I maranesi trafficavano in sigarette di contrabbando con Cosa nostra, sul finire degli anni Settanta, ma non solo: la loro grande intelligenza criminale è stata la capacità di riciclare il denaro sporco, investendolo in società “pulite” per immettersi nel mercato legale, soprattutto nel campo dell’edilizia abitativa e del commercio all’ingrosso. Il loro impero economico è cresciuto a dismisura negli anni, fino a rappresentare una seria minaccia per Cutolo prima e per Bardellino e Alfieri poi, con i quali hanno ingaggiato sanguinose battaglie.
«Perché, dottore, vi dovete mettere in testa una cosa. Il clan di Marano era organizzato come una cosca mafiosa. Avete mai visto il Padrino, il film? Ve lo ricordate quello che stava sempre al fianco di Marlon Brando, l’avvocato? Ecco, quello era il “consigliori”. In America era laureato, faceva l’avvocato ed era una persona istruita. A Marano, forse, il “consigliori” la laurea non ce l’aveva, ma contava parecchio lo stesso. I Nuvoletta erano temuti perché si comportavano da mafiosi, oltre ad avere amicizie tra i mafiosi. Ma voi ve l’immaginate una mezza chiavica di camorrista che si fa a cocaina e che tiene il consigliori? Non è credibile, perché gli manca la stoffa. A Poggio Vallesana, invece, c’era grande rispetto per il ruolo, proprio come a Palermo, a Catania, a Trapani. E il capo-decina dei Nuvoletta fungeva pure da “consigliori”». Ormai il pentito non aveva più bisogno di segnare su carta le parti importanti dei suoi ricordi, quelle su cui sarebbe dovuto tornare per aggiungere qualche particolare utile alle indagini. La sua memoria era di ferro: non gli sfuggiva un fotogramma di quegli anni ormai avvolti dalla nebbia del tempo. E raccontava con grande partecipazione, come farebbe chi prova ancora adrenalina per quello che ha avuto la fortuna di vedere con i propri occhi.
«E qual era il suo ruolo, il ruolo di questo capo-decina, intendo. Che faceva?», s’informò il magistrato, incuriosito dal parallelo con “Il Padrino” di Francis Ford Coppola, il suo film preferito.
«Era l’anello di congiunzione tra il boss e gli affiliati. E dava i consigli al padrino su come comportarsi in certe situazioni. Quando bisognava fare la guerra e quando no, in che cosa investire, cose del genere. E quei consigli erano molto ascoltati», ribadì il pentito.
Era quasi sera, ormai. Il parcheggio della procura al Centro direzionale si stava lentamente svuotando. Il pm si avvicinò alla finestra e scrutò l’orizzonte colorato dall’arancione del tramonto. L’interrogatorio andava avanti da tempo, ormai: c’era ancora il tempo per un’ultima domanda, poi il collaboratore di giustizia sarebbe tornato in carcere.
«Ma ora dimmi una cosa, perché decisero di eliminare La Monica? Mi devi spiegare punto per punto», iniziò a parlare il magistrato, «poi interrompiamo e riprendiamo domani pomeriggio, perché di mattina sarò impegnato in udienza».
«Ora vi spiego, con un po’ di calma. Mi dovete solo ascoltare…» replicò il pentito, chiedendo un bicchiere d’acqua. «Dobbiamo soltanto tornare indietro di qualche mese».

«Hai ricevuto l’“imbasciata”? Stasera ci dobbiamo vedere a casa di Paolo. Ci deve parlare di una cosa molto importante», disse Paolo Micillo a Raffaele Abbinante. Erano fermi al Quadrivio di Secondigliano, vicino a un bar.
«Lo so di che ci deve parlare. La Monica sta rubando dalla cassa comune, si sta prendendo i soldi del contrabbando che gli passa Zaza e non li sta mandando ai carcerati», gli rispose l’altro, intento a guardare se arrivava la polizia. Non erano armati, ma due pregiudicati fermi in strada attirano comunque l’attenzione.
«E tu ci credi? Io no», riprese Micillo.
«Me l’ha confermato Paolo l’altro giorno. Ha fatto i conti e non si trova».
«E Mimì Silvestri che ne pensa?».
«Niente, che deve pensare: quello che dice Paolo per lui è legge. E me l’ha confidato personalmente: “Se Paolo ha fatto i conti, non ha sbagliato lui. Sono i conti che sono stati sbagliati. E Aniello li sta sbagliando apposta”. A proposito, ora lo vado a prendere sopra la Vanella. Ci vediamo più tardi…».
Finita la conversazione, Raffaele Abbinante salì in auto e si avviò all’appuntamento con Paolo Di Lauro. Non sapeva che appena mezz’ora prima, Aniello La Monica aveva decretato la loro morte, ormai convinto che non ci fossero più margini di trattativa con quel gruppetto di giovani assetati di soldi e di potere, che volevano a tutti i costi costringerlo a inondare di droga i suoi territori. Lui, questo, non l'avrebbe mai permesso. A Secondigliano, finché aveva respiro, avrebbe comandato solo e soltanto lui.
«Oggi pomeriggio saranno insieme a via Cupa dell’Arco. Me li dovete togliere da mezzo, stanno diventando giorno dopo giorno sempre più pericolosi. Questo è il numero di targa dell’auto di Abbinante e il modello. E ora muovetevi», aveva ordinato il padrino, trincerato nel suo appartamento. I killer - due giovani di Caserta - lo avevano tranquillizzato sull'esito della spedizione e, incassati i soldi, erano saliti in sella. La caccia era aperta. Su una moto Henduro, i sicari avevano iniziato a perlustrare il vialone che costeggia, parallelo, via Cupa dell’Arco. Come gli squali che chiudono a cerchio la preda in spirali sempre più piccole, così i due assassini prezzolati, incaricati dal vecchio padrino di abbattere i traditori, si avvicinavano alle vittime. Incrociarono l’auto dove viaggiavano Abbinante e Di Lauro da lontano. La riconobbero e ne seguirono la tracce fin sotto la casa di La Monica, per poi tornare indietro. A distanza di tiro, il conducente diede una boccata di carburante al motore della Henduro, perché il rombo dei pistoni coprisse il rumore dei colpi di pistola. Ma qualcosa andò storto. Abbinante si accorse appena in tempo dell’agguato, lanciò uno sguardo nello specchietto retrovisore e imboccò una scorciatoia. I killer accelerarono e iniziarono a sparare in strada, all'impazzata. A quell’ora, via Cupa dell’Arco era quasi deserta per fortuna. L’auto sbandò, ma Abbinante riuscì a tenere fermo il volante e a scappare verso corso Secondigliano, dove lui e Di Lauro si sarebbero sentiti al sicuro tra la gente. Il rumore delle detonazioni aveva attirato una volante in perlustrazione in zona, che accese la sirena e raggiunse il luogo dell’agguato. Troppo tardi. I sicari erano già fuggiti, ma i proiettili, comunque, avevano raggiunto l’abitacolo.

Il sole era tramontato e il parcheggio vuoto. Il magistrato ordinò al poliziotto di sospendere la verbalizzazione e di sistemare le audiocassette nella cassaforte. Avrebbero continuato l’indomani.
«Si salvarono per miracolo. Di Lauro rimase illeso. Abbinante, invece, dovette essere ricoverato al Cardarelli. Era stato ferito», tagliò corto il pentito, stanco. Aveva parlato per più di cinque ore, senza fermarsi mai, bevendo solo un bicchierino di caffè.
Il giorno dopo, il collaboratore di giustizia si era attrezzato, a suo modo: aveva chiesto un paio di panini e una bottiglia d’acqua minerale in vista della lunga giornata di confessioni. Alle 14.30 precise, il pubblico ministero entrò nella stanza con il pc portatile e il registratore per riprendere l’interrogatorio. Prima di partire, però, lanciò uno sguardo ai titoli del giornale che aveva comprato l’agente, che lo stava attendendo per riprendere l'interrogatorio. C’era scritto, a caratteri cubitali, “Mattanza a Secondigliano”. Tre morti in un giorno: una passante, soltanto grazie alla fortuna, non era rimasta coinvolta nella sparatoria.
Il collaboratore incrociò lo sguardo del magistrato e disse: «Con Paolo Di Lauro una cosa del genere non sarebbe mai accaduta». E scosse il capo, come a rimpiangere i bei tempi andati.
Il magistrato sistemò tutto e aprì di nuovo l’agendina Moleskine. Sfogliò le ultime pagine, su cui aveva annotato le proprie riflessioni, e fece segno al poliziotto di iniziare. «E poi che cosa successe dopo l’agguato?», chiese, mentre il contatore del registratore riprendeva il suo lento giro.
«Che l’appuntamento di quella sera saltò, naturalmente», rispose il collaboratore di giustizia, che si era appuntato sul foglio di carta da dove riprendere il discorso. «Ma nessuno aveva il coraggio di accusare l’altro né dell’agguato né della questione dei soldi mancanti. Ognuno fingeva, dal lato suo, e si dimostrava amico con tutti. La Monica era convinto che la prossima volta sarebbe andata meglio e che i killer non avrebbero sbagliato mira, Di Lauro sapeva che la prossima volta per La Monica non ci sarebbe stata. Ormai uno dei due era di troppo a Secondigliano».
«Ma realmente La Monica rubava dalla cassa comune?»
«Mah, questo io non lo so. Si diceva che non mandava più i soldi ai carcerati coi vaglia postali. E questo era un compito di Paolo, i soldi passavano tutti per lui, quindi solo lui può confermare, o smentire. Posso dirvi quello che penso io, dottore: sono convinto che fu più la paura a far uccidere La Monica che la voglia di potere. La Monica era sospettosissimo e più di ogni altro temeva proprio Di Lauro, perché era il più intelligente tra di noi. Di Lauro l’aveva capito e, forse, agì prima che finisse lui sotto terra. Era un gioco di velocità».
«Perché La Monica temeva Di Lauro?», si incuriosì il magistrato.
«Lo sapete come si dice: il coraggioso teme il furbo e il furbo teme il violento. Paolo era quello che La Monica voleva essere: freddo, calcolatore, astuto e capace di tenersi lontano dai guai. Di Lauro non lo hanno mai sorpreso con una pistola, non girava armato. Non partecipava alle risse, non era un attaccabrighe. Sempre educato, sempre con la sigaretta tra le mani. La Monica lo sapeva che Mimì Silvestri, quando si incazzava, era incontenibile. Di Lauro non si incazzava mai, ma era molto più pericoloso, perché navigava sott’acqua e anche la storia dei soldi che mancavano potrebbe essere una sua invenzione. Perché era cosciente del fatto che solo puntando sul denaro avrebbe potuto convincere gli altri affiliati ad ammazzare La Monica, o - in alternativa - a non vendicarlo».
«Ho capito, riprendiamo il racconto».

Il giorno dopo il fallito attentato, Di Lauro convocò i suoi amici più fidati e mandò un’“imbasciata” ai Nuvoletta. Abbinante non c’era, perché si trovava ancora in ospedale. Una pallottola gli aveva trafitto la spalla e necessitava di almeno una settimana di riposo. Il messaggio di ritorno da Marano arrivò direttamente in serata. Era l’autorizzazione che Di Lauro attendeva, da parte dei Nuvoletta, per poter uccidere La Monica; una precauzione necessaria a causa dei legami del vecchio boss con Michele Zaza e, tramite questi, con la famiglia Gambino di New York.
Erano tutti nella villa di Di Lauro, in via Cupa dell’Arco. Ormai era in atto una faida. E di questo avevano consapevolezza. Il più deciso era Mimì Silvestri. «Allora è tutto pronto, dobbiamo soltanto decidere chi viene con me», prese a parlare all'inizio della riunione.
«Ma non credi che è pericoloso? E poi mica Aniello sarà così stupido da cadere in trappola? Ci sarà sicuramente un guardaspalle con lui», intervenne Raffaele Prestieri, che in quel momento più degli altri cercava di mantenere la calma e di capire quali potevano essere le alternative al sangue e ai proiettili.
«Sì, ci sarà Enzo», rispose Di Lauro. «Ma io non me ne preoccupo. Già me lo sono comprato. Rosario, domani mattina una persona ti aspetta dietro al Monterosa per consegnarti le armi. E ora non pensiamoci più e beviamo», troncò il discorso il giovane padrino.
La mattina dopo, il gruppo di fuoco composto da Paolo Di Lauro, Domenico Silvestri, Raffaele Prestieri e Raffaele Abbinante entrò nell’auto e si nascose a poche decine di metri dall’abitazione di La Monica. Un affiliato, che era passato dalla loro parte, fece da esca. Per tradire il padrino volle un milione di lire. I soldi li anticipò Di Lauro.
Citofonò a La Monica e gli chiese di scendere, perché voleva mostrargli della refurtiva che avrebbe potuto interessargli. Fu convincente, perché molto spesso – in passato – gli aveva proposto oro e diamanti da acquistare, provento delle rapine nelle gioiellerie del nord Italia. E poi era insospettabile, perché tutti nel rione sapevano che aveva paura del boss.
Quando La Monica riattaccò la cornetta, era comprensibilmente nervoso. Titubante sul da farsi: accettare l’offerta, oppure no. Il suo dubbio era anche di natura psicologica: un capo non può rinchiudersi in casa, pensava, e se oggi non esco, non avrò più la possibilità di farlo per il resto della mia vita. Sarà la mia condanna.
«Dammi la pistola», disse al guardaspalle che era con lui in casa.
«Aniello, la mantengo io. Se ci fanno un controllo, è meglio che prendono me che te. Non credi?», gli rispose pronto il “gorilla”.
«Hai ragione, scendiamo e facciamo presto che non voglio dare a nessuno l’occasione di colpirmi. Enzo, ci sono i proiettili nel tamburo?».
«Stai tranquillo, è tutto a posto».
Dopo due rampe di scale, La Monica era sul ciglio della strada. Urlò il nome del giovane che lo aveva cercato al citofono, ma non ce n’era traccia. Mosse qualche passo al centro della carreggiata, voltando le spalle alla traversa da dove sbucò a folle velocità l’auto con i killer a bordo. La Monica fece appena in tempo ad accorgersi della sgommata che si girò verso il guardaspalle. Ma Enzo, ormai, era dietro il cancello chiuso ad osservare la scena, con la pistola in pugno.
Un impatto tremendo lo travolse mentre tentava di tornare sul marciapiedi. Il muso della macchina lo tramortì, ma La Monica non cadde. Restò stordito, camminando come camminano gli ubriachi. A zigzag. Si mosse da destra a sinistra, maledicendo il nome del guardaspalle. Il commando uscì dalla vettura e finì la missione. Il primo a sparare fu Paolo Di Lauro, ma con una pessima mira.
«Tu devi fare il capo, mica il killer», scherzò qualche ora dopo Silvestri, battendogli una mano sulla spalla.
«Infatti non prenderò mai più una pistola in mano», ribatté pronto l’altro.
Così moriva Aniello La Monica, il primo capo dei secondiglianesi.
«Sono convinto di una cosa». Il dirigente del commissariato di Secondigliano ruppe il silenzio all’improvviso. Era stato il primo ad accorrere sul posto, dopo una telefonata anonima al 113 che avvertiva di una sparatoria con un morto. A terra c'era una macchia di sangue che sembrava pomodoro, tanto era denso: il corpo di La Monica era stato straziato dai proiettili. Aveva il braccio proteso verso il cancello di casa, come in un ultimo - disperato - tentativo di arrivare al sicuro.
«Sono convinto che la morte di La Monica è funzionale a un progetto, perché già da un po' di tempo avvertivo che nell’aria qualcosa stava cambiando. Sono scomparse le bancarelle dei contrabbandieri. Passa per corso Secondigliano, non ce n’è più nessuna in giro. Ora, secondo te, tutte queste persone che fine faranno?», si interrogava ad alta voce, mentre camminava lungo il marciapiedi su cui giaceva, supino, il corpo senza vita del vecchio padrino.
«Si troveranno un’altra attività, è logico», rispose un agente che veniva dalla Sicilia e che era abituato a ragionare immedesimandosi nei delinquenti a cui dava la caccia. L'ufficiale se l'era portato appresso perché si riconosceva in lui, molto intuito e modi spicci. I due poliziotti sapevano che l'esecuzione di un capoclan può segnare la fine, ma anche l'inizio di una organizzazione malavitosa. E ora osservavano quella scena straziante con tanti dubbi e una grande paura in fondo al cuore. «Il problema è capire quale sarà quest'altra attività... Non stanno nemmeno più facendo le estorsioni. I negozianti sono terrorizzati. Non sanno a chi devono rivolgersi. Hanno paura che succeda qualcosa. Due giorni fa un mio informatore mi ha chiesto se c’era in previsione qualche scarcerazione. Voleva sapere se, finalmente, qualcuno tornava a chiedere il pizzo. Perché, finora, nessuno si sta muovendo», aveva concluso il pensiero il più giovane, iniziando a raccogliere le notizie per la relazione di servizio sull'agguato.

Il giorno 1 maggio dell'anno 1982, in questa via Cupa Vicinale dell'Arco, in Secondigliano, personale della stazione dei carabinieri di Secondigliano, intervenuto a seguito di una telefonata anonima, ha rinvenuto il corpo privo di vita di La Monica Aniello, in atti generalizzato, attinto mortalmente da numerosi colpi di arma da fuoco esplosi da ignoti. Il La Monica, pregiudicato per contrabbando, reati contro la persona e il patrimonio, porto e detenzione illegale di arma da fuoco, già denunciato per il reato di associazione per delinquere e omicidio, era da considerarsi il capo-zona di Secondigliano per conto dell'organizzazione camorristica nota come "Nuova famiglia", facente capo ai noti pregiudicati Zaza Michele, Bardellino Antonio e Nuvoletta Lorenzo.
Non è stato possibile rintracciare alcun testimone, né ottenere informazioni di natura confidenziale, perché dei residenti nessuno era presente in strada al momento dell'agguato. E' probabile che il commando assassino sia giunto sul posto a bordo di un'auto, stante il ritrovamento di alcune strisce sull'asfalto provocate da una brusca frenata. A sparare sono state diverse armi da fuoco, almeno tre di calibro differente.

Pochi istanti dopo arrivò anche il capo della squadra mobile, Antonio Ammaturo, il coraggioso poliziotto che stava indagando sul sequestro Cirillo e sui rapporti tra camorra e politica. Lesse la relazione di servizio e si fermò a osservare la scena del delitto: notò che La Monica non era armato e che non c'erano i suoi uomini di fiducia in giro. Quest'assenza lo incuriosì molto, perché per gli affiliati a un clan è un dovere vegliare il cadavere del boss caduto sotto il piombo nemico. Raccolse un altro po' di materiale, utile per le indagini, e ordinò di perquisire l'abitazione di La Monica. Poi, tornò in ufficio.Il questore dell'epoca aveva un nome letterario, quasi epico, ma scarsa dimestichezza con i fatti di camorra: Walter Scott Locchi si sentiva franare sotto i piedi il terreno ogni volta che dalla squadra mobile gli telefonavano per avvisarlo di un omicidio "importante". Quello di La Monica, oltre ad essere importante era anche "anomalo". Una doppia preoccupazione per il capo della polizia napoletana omonimo dello scrittore scozzese creatore di Ivanhoe, il cavaliere senza macchia e senza paura.
IL PABLO ESCOBAR DI SECONDIGLIANO
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Dopo la morte di ANIELLO LAMONICA il nuovo leader di via cupa dell'arco e' PAOLO DI LAURO,i nuvoletta di marano gli hanno dato l'ok per occuparsi direttamente lui del narcotraffico,gli lasciano liberi i propri canali per far importare in italia centinaia di tonnellate di chili di droga di tutti i tipi.Organizza lo spaccio in modo intelligente e rivoluzionario,non pretende di controllare le piazze di spaccio,no lui le fitta e' in cambio riceve un fisso ogni mese piu' l'esclusiva dei vari capi paranza  che la droga tassativamente la devono comprare solo da lui,rifornira' lui le piazze con il vantaggio di alzare e diminuire il prezzo ha suo piacimento.
Anche GENNARO LICCIARDI agli inizi degli anni 90 vistosi in grosse difficolta' economiche chiede aiuto a PABLO ESCOBAR che in pochi mesi lo fara' rientrare di quasi tutti i suoi debiti.Di lauro ebbe anche molta fortuna nel costruire il suo impero camorristico,in quando negli anni 90 l'alleanza di secondigliano si stava sgredolando sotto il suo stesso peso.Ecco alcuni episodi che fecero di ciruzzo o' milionar il re indiscusso del narcotraffico e di tutta secondigliano.
La rottura dei fratelli lo russo con SALVATORE TORINO ed ETTORE SABATINO.
Una ghirlanda, piazzata di notte sotto l’abitazione di Giuseppe Lo Russo,
simboleggiò la rottura all’interno dell’”Alleanza di Secondigliano”.
Fu proprio Ettore Sabatino, che insieme con Salvatore Torino si allontanò
dal super-gruppo proprio per i contrasti con i “Capitoni” di Miano,
a depositare la corona di fiori davanti all’ingresso del palazzo in cui
abitava il ras diventato nemico. Poi la coppia di “scissionisti” si trasferì
al Rione Sanità, sotto l‘egida di Giuseppe Misso “’o nasone”. E il resto
è storia arcinota.
L’inedito racconto sulla ghirlanda è del pentito Maurizio Prestieri, esponente
di spicco del gruppo omonimo, prima alleato dei Di Lauro e poi
con gli Amato-Pagano. Allora il collaboratore seguiva da vicino, per esserne
partecipe, le vicende in seno all’”Alleanza di Secondigliano”, i
cui contrasti tra i Sabatino-Torino e i Lo Russo rappresentano un importante
passaggio nella storia della camorra napoletana. Ecco alcuni
passi, con la consueta premessa che le persone tirate in ballo devono
essere assolutamente ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria.
«Non conosco le ragioni che portarono a quella scissione che in realtà
si tradusse in una fuga di Ettore Sabatino e del suo gruppo. So solo che
ci furono dei forti contrasti che indussero Ettore Sabatino addirittura a
portare simbolicamente una ghirlanda sotto l’abitazione di Giuseppe Lo
Russo. Di questa situazione approfittarono i Misso che offrirono ospitalità
al gruppo nella Sanità, essendo interessati a rafforzarsi quanto
più possibile per coltivare quello che era un pallino di Giuseppe Missi,
ovvero distruggere la Masseria Cardone, responsabile della morte della
moglie».
Poi Maurizio Prestieri passò a descrivere i profili di alcuni affiliati ai Lo
Russo. «Nel periodo immediatamente successivo e, quindi, dalla fine degli
anni 90 in poi quale killer del clan Lo Russo emerse Antonio, figlio
di Peppe. Per cui posso tranquillamente riferire che Raffaele Perfetto,
Antonio Lo Russo e Luigi Pompeo sono oggi tra i principali componenti
del gruppo di fuoco. Lei mi chiede se conosca Luigi Pompeo e rispondo
di si, sebbene, a differenza che con Perfetto e di Lo Russo, non ho
avuto con lui rapporti diretti quanto alle attività illecite. Lo conosco
quale affiliato e killer perché ovviamente frequentavo il clan Lo Russo».
Infine, nello stesso interrogatorio Prestieri parlò di Raffaele Perfetto. «Su
suo invito mi riservo di riferire in separato interrogatorio le vicende
omicidiarie in cui Raffaele Perfetto è coinvolto. Indico l’omicidio di Gennaro
’o Curto, il duplice omicidio Fusco e di Esposito Armando nonché
l’omicidio di Pavesino. Analogo discorso valga per Nicola Di Febbraio
cui sono addebitabili la maggior parte degli omicidi commessi per conto
dei Lo Russo negli anni Novanta e, successivamente, per conto del
gruppo di Ettore Sabatino.Siamo alla fine degli anni 90,Gennaro Licciardi il fondatore della cupola detta alleanza di secondigliano e' morto per una banale ernia ombelicale nel carcere di voghera,i suoi fedelissimi mal sopportano l'arroganza del suo erede al trono Vincenzo Licciardi detto o' principino.Con il suo carattere irruento e spietato sta mettendo in serio pericolo le alleanze che hanno permesso ai secondiglianesi per oltre un decennio di detenere il monopolio esclusivo sui traffici di droga in quasi tutta la campania.Il primo che non riesce a mandare giu' il fatto di essere comandato da un ragazzetto di appena 24anni e' Cosimo Cerino,malavitoso di alto rango del clan licciardi,ben inserito nei traffici di stupefacenti e killer spietato,vuole tuttavia sganciarsi dal clan liccirdi senza spargimenti di sangue,vuole uscirne amichevolmente,spiegando che lui vuole farsi i fatti propri in casa sua senza pestare i piedi a nessuno.La cupola gli da appuntamento in un appartamento proprio nella masseria cardone roccaforte dei licciardi,cerino si fida e senza sospettare nulla si presenta al detto appuntamento per spiegare le sue ragioni e per dimostrare che non vuole inimicarsi con nessuno.Si fa accompagnare dal suo autista e guardia spalle Ciro Ottaviano.Sembra che gli ex amici comprendano la scelta di cerino ma e' tutto falso,appena finisce la riunione cerino e il suo autista salgono in sella a una potente moto transalp,giusto il tempo di fare un centinaio di metri che da un fiorino che si trova davanti alla moto si spalancano le porte ed escono due uomini armati.sono Gennaro sacco e Ciro Trambarulo,gli scaricano addosso due interi caricatori di 9x21 sfigurandili entrambi.Il clan licciardi e' all'apice della sua supremazia militare,e con agguati e morti dimostra sia ai nemici che amici che il clan e' ben saldo nelle mani della famiglia e che per nessun motivo venisse in mente a qualcuno solo per un istante di pensare di contrapporsi a tale regola.Ma proprio a poche centinaia di metri dalla masseria cardone sta crescendo un'altro clan militarmente assai ben organizzato,e disponibilita' economiche illimitate,si tratta di una famiglia di cupa dell'arco dedita al narcotraffico.Il suo padrino pochi lo conoscono,forse solo il nome avranno sentito qualche volta,Paolo Di Lauro detto ciruzzo o' milionar anni indietro curo' per l'alleanza di secondigliano proprio il traffico della droga,facendo arricchire in pochi anni molti boss della cupola tra cui Costantino Sarno.E' intelligente o' milionar,sta lontano dai riflettori sia della magistratura che delle persone normali,semplici lavoratori,nessuno sa che il suo clan la sua famiglia e' una delle piu' potenti e piu' ricche di tutta napoli,seconda solo ai casalesi.Si sta rendendo conto che ormai l'alleanza di secondigliano si sta sgregolando da sola,vendette interne,arresti e bliz che ogni giorno portano inesorabilmente affiliati a varcare le soglie del carcere di poggioreale,con prospettive di uscirne presto ridotte all'osso.Ma la sua astuzia la sua intraprendenza lo porta ad organizzare un agguato che se andra' a buon fine decapitera' del tutto i licciardi e la loro potenza,l'omicidio del principino puo' portare ottimi risultati,tra cui l'amicizia incondizionata del clan misso della sanita' e dei sarno di ponticelli che covano odio e vendette da tempo visto che l'alleanza di secondigliano in piu' riprese ha cercato di sottrargli affari e territorio,ammazzando parenti e amici delle due famiglie malavitose.Cosi' per un banale litigio con affiliati dei licciardi i prestieri famiglia alleata dei di lauro ammazzano il principino,sapevano e conoscevano molto bene il carattere irruento del ragazzo,sapevano che si sarebbe spinto fin nel loro rione il monterosa per affermare la sua supremazia e quella di tutta la famiglia licciardi.Accade quello che ciruzzo o' milionar aveva previsto,il ragazzo armato entra nella roccaforte dei prestieri e ammazza un loro guardia spalle,ma nella fuga viene a sua volta ucciso crivellato da proiettili impazziti giunti da ogni direzioni,racconteranno molti collaboratori di giustizia che per ammazzarlo c'erano gente armata fin sopra i tetti e sui balconi,sicuri che una volta entrato non sarebbe uscito vivo.La reazione dei licciardi e' spietata,crudele,ma sempre posta sotto una logica che solo ciruzo o'milionar poteva prevedere e farla finire,acconsentendo alle richieste dei licciardi mantiene fede alla sua parola facendo eliminare dal suo stesso clan persone che in qualche modo avevano avuto a che fare con la morte del principino,amici suoi,alleati del suo clan che in quel momento dovevano morire per portare a termine il suo diabolico progetto.Da li' a pochi anni o' milionar diventa padrone assoluto di tutta secondigliano,importando tonnellate di eroina e cocaina che inondano secondigliano in un mare di stupefacente.Ma  mantiene forte e attivo il suo clan,facendo arricchire molte persone,e sempre pronto ad aiutare tutt gli affiliati che si trovano in difficolta' economiche,manda soldi a tutti,anche ad altri clan,mangia e fa mangiare sicuro che nessuno lo attacchera',sicuro di questa strategia criminale va avanti come un buldozer travolgendo tutti e tutto.La cosa strana e' che i licciardi anche se militarmente ed economicamente non potrebbero mai competere con la potenza del suo clan,lui li lascia fare,li fa curare i propri affari e anzi li aiuta anche a risolvere situazioni che richiedono tatto e sangue freddo.I licciardi comunque continuano a crescere ma in maniera diversa dai di lauro visto che non hanno le stesse risorse economiche incominciano a sorgere i primi dissidui e i primi problemi con famiglie organiche al loro stesso clan.Prima fra tutte quella di Costantino Sarno,che da tempo e' latitante e si e' rifugiato in montenegro curando lo smercio dei tabacchi lavorati di contrabbando,entrano grazie alle sue amicizie in montenegro migliaia e migliaia di casse di sigarette,oltre che armi,i licciardi sembra che si siano rialzati da tutte le guerre e le lotte intestine al loro clan con una superiorita' e una forza enorme.Quando tutto sembra andare di nuovo bene ecco che qualcosa si ferma,Costantino Sarno non manda piu' soldi alla famiglia licciardi ed e' deciso ad estrometterli dai suoi affari,di nuovo un'altra guerra con decine di vittime e decine di lupare bianche,i licciardi ne escono vincitori tant'e' che il boss di miano per non essere ammazzato diventa per poco tempo un collaboratore di giustizia,per poi ritrattare e farsi consegnare dal clan licciardi una maxi estorsione per ritrattare le sue dichiarazioni da molti miliardi di lire.Comunque va ricordato che in questa guerra tra i liccirdi e i sarno di miano c'e' un episodio agghiacciante,in una sola giornata furono ammazzati 4 persone fedelissime del boss COSTANTINO SARNO e i loro corpi fatti sparire,distrutti e i pezzi sparsi per le campagne di secondigliano.Finisce una guerra e subito se ne apre un'altra,questa volta i licciardi entrano in contrasto con il clan dei fratelli  lo russo i famigerati capitoni,il clan dei lo russo e controllato dai 4 fratelli,MARIO LO RUSSO GIUSEPPE LO RUSSO SALVATORE LO RUSSO e CARLO LO RUSSO,entrarono in contrasto per una partita di eroina tagliata male,che nonostante cio' i capitone misero sul mercato provocando le ire e la reazione dei licciardi.I lo russo si giustificarono facendo presente hai licciardi che loro da un po' di tempo non ricevevano piu' quelle cifre consistenti a cui erano abituati,e per tale motivo loro avevano bisogno di capitali e volenti o nolenti i licciardi dovevano approvare la loro decisione di piazzare sul mercato l'eroina killer.I primi a colpire furono i licciardi uccidendo un certo peppenella uomo di punta del clan lo russo,i capitoni risposero ammazzando o'schiatto fratello di un noto neomelodico di seconigliano,poi furono trucidate altre persone dell'una e dell'altra frazione in lotta,finche' tutto si calmo',la guerra era finita,si erano separati ma con la promessa che nessuno dei due avrebbe aggredito l'altro.Ecco cosa favori' PAOLO DI LAURO,scissione interni in seno alla famigla licciardi,che per ironia della sorte molti anni dopo subira' lo stesso di lauro.
La prima guerra di camorra combattuta dal clan di lauro..
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E' il 1992 quando il gruppo di PAOLO DI LAURO lascia a parte la diplomazia e soffoca nel sangue la ribellione portata avanti dal dall'ex capo zona di mugnano ANTONIO RUOCCO,che determina una escalation di gravi fatti di sangue,culminati nella famosa strage del bar fulmine nel rione monterosa regno della famiglia prestieri.Antonio Ruocco viene mandato in soggiorno obbligato a piombino,ne approfitta per sostituirlo al comando della famiglia di mugnano GENNARO DI GIROLAMO,spalleggiato dal clan di via cupa dell'arco.Ruocco pero' scappa dal confino e torna a NAPOLI per vendicarsi,uccide di girolamo e sventa il tranello che i di lauro gli anno teso per ammazzarlo.Capisce pero' che da solo non potra' affrontare l'ira di quelli di secondigliano come lui stesso li definisce,e chiede aiuto al padrino di giugliano GIUSEPPE MALLARDO,e' lo stesso ruocco che ripercorre,nell'interrogatorio del 7 novembre quei mesi.Con mallardo siamo sempre stati amici,gli avevo chiesto di appoggiarmi per la mia vicenda personale relativa alla guerra con PAOLO DI LAURO,peppe mi aveva sempre promesso il suo aiuto facendomi capire che anche a loro dava fastidio il milionario.Naturalmente col tempo o capito che gli interessi che potevano legarli erano piu' forti della nostra amicizia e pertanto in pratica non ricevatti mai alcun aiuto concreto.Per ruocco la battagia continua piu' cruenta che mai,la prima contro le batterie di fuoco del milionario che gli davano la caccia per ammazzarlo,la seconda contro le forze dell'ordine che gli davano anche loro una caccia serrata per arrestarlo.E' il 18 maggio del 1992 quando davanti al bar fulmine,all'interno del monterosa,entra in azione un commando di otto uomini capitanati dallo stesso ruocco,che allora e' latitante,con mitra,pistole fucili e bombe a mano abbatte cinque uomini,tra di loro c'e'anche RAFFAELE PRESTIERI che alcune decine di anni prima aveva preso parte all'agguato costato la vita ad ANIELLO LA MONICA per portare al potere ciruzzo o'milionar.I poliziotti che raccolsero quei cadaveri dall'asfalto contarono tanti di quei bossoli da ipotizzare che il fuoco di fila dei fucili kalashnikov fosse durato non meno di cento secondi,un minuto e mezzo di terrore che avrebbe infranto ogni residua possibilita' di replica da parte del gruppo rivale.Il giorno dopo l'allora prefetto UMBERTO IMPROTA,telefona al viminale e chiede l'invio di agenti specializzati del servizio segreto civile per fermare la mattanza.Ma non simuove una foglia in quella settimana sul fronte della criminalita' organizzata,sembra che la guerra sia terminata,che il colpo inferto da ruocco sia troppo forte.Il lunedi' successivo,l'onda d'urto dei di lauro investe mugnano e spazza via quel che resta della fazione avversaria.Il primo omicidio che i di lauro commettono per vendicarsi della strage del bar fulmine,e' una donna la mamma del capo cecce come era soprannominato ruocco,ANGELA RONGA e una donna anziana che con i traffici del figlio non aveva niente a che fare,la crivellano di pistolettate sperando che il figlio esca dal nascondiglio in cui si e' nascosta.Anche se molti anni dopo un pentito del clan di lauro rivelera' che l'omicidio della mamma del capo cecce non fu voluto dai di lauro,ma che agirono di testa loro due affiliati alla cosca,si tratta di BRUNO CASTELLUCCIO e MARIO CANDITO entambi massacrati proprio dal clan di lauro che non avevano digerito che entrambi i killer avevano ammazzato una donna anziana senza chiedere permesso.Ma la guerra dei di lauro continua,ammazzano chiunque avesse a che fare con la strage tra cui anche persone innocenti e familiari,un po come e' avvenuto con la faida di scampia dove sono state trucidati parenti amici e due donne del clan degli scissionisti.Ma la strategia di morte e terrore continua,di li a pochi giorni dalla morte della mamma il ruocco deve affrontare un altro dolore,anno teso un agguato al fratello SEBASTIANO RUOCCO che seppur ferito riesce a mettersi in salvo,mentre viene trucidata senza nessuna pieta' la moglie e cognata di ANTONIO RUOCCO il capo scissionista.Ma la mattanza non si ferma di li a quindici giorni i di lauro massacrano MICHELE RUOCCO zio del capo cecce,lo sorprendono all'interno di una sala giochi e lo crivellano di colpi di fucili.Ruocco racconta(quella notizia mi procuro' un altro grandissimo dolore,chiaramente anche questo omicidio era da collegare a me e alla guerra che avevo dichiarato con quelli di secondigliano).Passa ancora del tempo racconta ruocco e avviene ancora un altro agguato contro la mia famiglia che niente aveva a che fare con la guerra che stavo portando avanti con i seondiglianesi,poi ancora un episodio contro mia sorella ANNA che si era spostata col marito a melito,Un giorno alcuni uomini armati si presentano fuori la loro abitazione e con armi in pugno sfondano la porta di ingresso li fanno entrare in bagno e danno fuoco alla casa,solo per puro miracolo mia sorella e il marito si salvarono in quando la casa aveva il tetto tipo eternit riuscirono a trovare scampo da quella via e sfuggire all'incendio che intanto aveva distrutto l'abitazione.Da quel momento mia sorella si sposto' prima nell'abitaione della suocera e poi venne a piombino da me che nel frattempo mi ero rifugiato,dopo questo nuovo episodio ci fu' un periodo di calma che ne io mi mossi ne loro che ritenevano che con tutti i lutti che mi avevano procurato sarei rimasto a piombino ritrattando le mie idee bellicose.Nel frattempo venne a farmi visita a piombino pauluccio o'infermiere,costui mi disse del dolore che aveva procurato l'agguato costata la vita alla mamma sia ai mallardo che ai nuvoletta che ai contini.Mi riferi' inoltre che un uomo di peppe mallardo si trovava a casa del milionaro e che aveva sentito dirgli che mi avrebbe ucciso la mamma e tutta la famiglia se non fossi uscito allo scoperto per farmi ammazzare.Il gruppo di PAOLO DI LAURO dimostro' a quale livello di brutalita' e ferocia poteva arrivare quando c'era in gioco la sua sopravvivenza.Si capisce perche' in quasi vent'anni di potere assoluto il clan di via cupo dell'arco non abbia mai subito alcun attacco da parte di altreorganizzazioni criminali.Sia i licciardi che contini sia i casalesi osava sfidare la malvagita' di una famiglia che aveva soldi e uomini per annientare qualsiasi batteria di fuoco nemica.Antonio Ruocco dopo la strage del bar fulmine e dopo la fuga a piombino si rifugia a MILANO,dove lo scovano i carabinieri vestiti da postini con la scusa di dover consegnare un pacco,ruocco annientato dalla paura crede che si tratti dei killer di miezz a l'arc si butta dal terzo piano dove quando i carabinieri lo ammanettano l'ospedale gli riscontrera un trauma cranico,era giorni che non dormiva dirannopoi i carabinieri,era ossessionato dalla vendetta di ciruzzo o'milionar,cosi' non potendo annientare i secondiglianesi con la forza passa a una nuova strategia passa a collaborare con la giustizia raccontando anni di militanza all'inerno del clan di lauro e gli omicidi sia prima che durane la faida.Della faida tra i ruocco e i di lauro parla anche un pentito di eccezione di secondigliano salve poi ritrattare tutto dopo pochi mesi,sto parlando di COSTANTINO SARNO che racconta che durante la faida lui a cercato di dare appoggio ai ruocco dopo che gli uccisero la mamma,ma che sia licciardi che contini che mallardo famiglie a capo della potente cupola della alleanza di secondiglano non ne vollero sapere di appoggiare il ruocco tanto era temuto l'esercito di PAOLO DI LAURO che pure l'alleanza fece no uno ma tre passi indietro...
Questo e' la sintesi della scissione portata avanti dai fratelli ruocco per distaccarsi dai secondiglianesi,ma adesso proporro' un analisi piu' dettagliata degli agguati avvenuti durante la faida di mugnano,facendo nomi di vittime e carnefici,mandanti ed esecutori materiali.Ecco il clan di lauro cosa e' capace di fare ha chi tenta di staccarsi dalla cosca madre,dalla loro famiglia.
Il duplice omicidio costato la vita a annibale cirillo detto mimi' o' lupanar e al suo autista luigi pirozzi.
Lo pedinarono fino a
quando non ebbero la certezza
di eliminarlo. Purtroppo con
lui c’era anche un’altra
persona: testimone scomodo
che per questo fu assassinato.
È il duplice omicidio di
Annibale Cirillo detto “Mimì
“’o lupanaro” e Luigi Pirozzi,
avvenuto il 25 marzo del 1992.
È lo stesso esecutore
materiale, Antonio Ruocco, a
raccontarlo ai magistrati della
Direzione distrettuale
antimafia di Napoli. «Colui che
reggeva le fila del mio ex
gruppo era “Mimì ’o lupanaro”
e perciò doveva essere
ammazzato». Comincia così il
suo racconto che poi entra nel
vivo precisando una serie di
particolari che non sarebbero
mai potuti essere scoperti
senza le confessioni. «Io e
Negri ci fermammo a dormire
in un albergo a Roma. Il
pomeriggio successivo, intorno
alle 16, ritornammo a
Mugnano, ma questa volta solo
io ed il Negri. Girammo per il
paese per diverso tempo e solo
in serata, ricordo più o meno
all’orario in cui stava iniziando
una partita di calcio, notai
“Mimì ’o lupanaro” in una via
chiamata del Ritiro». Poi il
racconto dei particolari del
delitto: «Mimmo era in
compagnia di una persona che
io sapevo chiamarsi Pirozzi e
che non aveva mai visto in
precedenza, sapevo che
Pirozzi era il vero proprietario
dell’auto e che lo stesso era
stato indicato come uno degli
autori dell’agguato a mio
fratello Sebastiano. Fermai
l’auto a circa dieci metri di
distanza e aprii lo sportello
silenziosamente. Scesi
dall’auto e mi portai vicino alla
macchina. Ero armato con un
fucile safari nel cui caricatore
avevo inserito otto cartucce. Il
finestrino dell’auto era aperto.
Non mi curai delle persone che
si trovavano a bordo di
un’altra auto. A circa tre metri
esplosi il primo colpo che
ammazzò Pirozzi. E poi colpì
Mimmo. Dopo mi misi in
macchina e con Negri
percorremmo la strada
dell’andata. Lunga il percorso
buttai il fucile in un cassonetto
della spazzatura.
La testa del suo cavallo preferito mozzata e' impacchettata come regalo.
Antonio Ruocco aveva
tradito e per questo andava punito
nel modo peggiore. Con la vita
e se non ci fossero riusciti avrebbero
ucciso chi gli era vicino. Ma
la prima vittima fu un cavallo al
quale il ras nemico teneva particolarmente.
Lo rapirono e gli mozzarono
la testa che fu esposta a casa
di Peppe “Capececcia”. Un atto
dimostrativo che segue ad altri
dimostrativi ben più gravi. «Vi fu
un primo episodio, riuscimmo a
localizzare Ruocco in un appartamento
di Mugnano e si prepara il
seguente gruppo di fuoco: Raffaele
Abbinante, Enrico D’Avanzo,
Raffaele Amato, Ciro Vitale e Salvatore
Petrozzi - dice Maurizio
Prestieri - Andarono tutti sul posto
muniti di taniche di benzina
per incendiare la casa, cosa che
fecero ma Ruocco di salvò mettendosi
sotto la doccia con l’acqua
aperta». Nella tragedia lo stesso
Prestieri racconta un risvolto tragicomico.
«Quando D’Avanzo esce
dalla casa in fiamme si aspettava
di trovare Abbinante con la macchina
ad attenderlo e vide lui che
già partiva, fortunatamente “Papele”
si accorse che non aveva con
se D’Avanzo e tornò indietro a
prenderlo». Poi c’è l’episodio del
raid contro il cavallo del ras nemico.
«I Di Lauro rapirono un cavallo
al quale Ruocco teneva moltissimo,
gli tagliarono la testa e la
portarono davanti alla casa di Peppe
“Capaceccia”. A farlo furono
Lello Amato, e Vitale detto “il tapezziere”
». La genesi della faida di
Mugnano avvenne nel 1991 quando
Antonio Ruocco, che era il capo
della zona per conto dei Di Lauro,
iniziò a capire che “Ciruzzo”
guardava con favore Gennaro Di
Girolamo detto “’o niro”. Questo
atteggiamento fece andare su tutte
le furie Giuseppe Ruocco che la
sera stessa si armò, andò sotto casa
di Di Girolamo e riuscì ad ucciderlo.
«Venne dai noi Prestieri, essendo
ancora vivo mio fratello Raffaele
che era, come da me già precisato,
il capo assoluto del clan per
le zone della 167 e per i comuni a
nord di Napoli tra cui anche Mugnano.
Vennero Giacomino detto
“a femmenella” e Salvatore De Girolamo.
Per questo decidemmo di
uccidere Ruocco», cosa questa
che non è mai avvenuta.
La strage del monterosa raccontata da maurizio prestieri.
È il racconto di un fratello,
che pur se camorrista, pur se
reo-confesso di atroci delitti, parla
di una strage che lo ha colpito nel
profondo e in prima persona. In un
agguato studiato a tavolino dai camorristi
del clan Ruocco, prima alleati
e poi nemici giurati dei Di
Lauro, furono assassinati Raffaele
e Rosario Prestieri, fratelli di Maurizio,
il 18 maggio del 1992, nel loro
quartier generale, il rione Monterosa.
Un delitto nel quale moriroro
cinque persone e fu ribattezzato
“strage” del Monterosa. E sono
oltre 20 i delitti ricostruiti dai pentiti.
Questa una parte del racconto
di Maurizio Prestieri ai pm della
Dda di Napoli: «Mio fratello Raffaele
il lunedì mattina come suo solito
si recò presto al bar “Fulmine”
per cambiare degli assegni. Lì trovò
Raffaele Abbinante, Guido Abbinante,
Antonio Esposito, che è
vigile urbano ed è fratello di Gennaro
’o curto affiliato alla Masseria
Cardone, Franco Cimmino affiliato
al clan Limelli-Vangone, Francesco
Murolo nostro affiliato, Domenico
Abbate nostro affiliato, Aniello
Quarto, nostro affiliato e Rosario
Prestieri». Nessuno poteva neanche
immaginare quello che sarebbe
accaduto di li a pochi istanti. Un
commando di fuoco era già pronto
con le armi in pungo per sferrare
un colpo decisivo alla cosca nemica.
«Mio fratello si intratteneva a
parlare con Franco Cimmino, ad un
certo punto Raffaele Abbinante si
allontanava verso la salumeria del
“casaro”, si attendeva anche l’arrivo
di Rosario Pariante, il quale non
raggiunse mai il Montererosa perché
quando era giunto al ponte di
Melito ebbe già la notizia della strage
», dice il pentito. Poi il racconto
dell’azione di fuoco così come gli
è stata riferita da chi era presente
al raid. «Improvvisamente sopraggiunsero
due autovetture con a
bordo il gruppo di fuoco dei Ruocco
di cui faceva parte sicuramente
Giuseppe Ruocco. I killer in totale
sono cinque muniti di mitragliette
i quali scendono simultaneamente
dalle auto e iniziano a far fuoco
sugli uomini presenti fuori al bar
“Fulmine”». Parole precise anche
sulla fine dei due fratelli. «Per come
mi è stato riferito Giuseppe
Ruocco munito di kalasnikov si dirige
direttamente su mio fratello
Raffaele colpendo con una sferragliata
di mitra, mio fratello Rosario
nell’intento di distogliere il killer da
“Elluccio” prende il braccio di Peppe
“Capececcia” attirando il kalasnikov
verso il proprio petto e morendo
egli stesso». Nell’agguato veniva
colpito anche Domenico Abbate
e Aniello Quarto. Solo Franco
Murolo pur se gravamente ferito
sopravvisse per poco morendo poi
in ospedale. Furono solo feriti Franco
Cimmino, Antonio Esposito e
miracolosamente sopravvissero
Guido e Raffaele Abbinante. Questo
degli Abbinante fu un giallo che
è scritto nero su bianco a pagina
51 dell’ordinanza di custodia cautelare.
«Era strano che da quello
scempio siano sopravvissuti solo
gli Abbinante, ben noti a “Capececcia”.
Per quanto è successo dopo
la strage e per il modo in cui
hanno agito gli Abbinante non
escludo - riferisce Prestieri - che in
quella occasione i due possano
aver indicato ai killer la presenza
di mio fratello»
La risposta dei di lauro,massacrata la mamma dei ruocco.
La vendetta fu atroce e veloce. Per la strage del Monterosa i
ras non ebbero pietà e organizzarono la controffensiva. Una
settimana dopo a quel delitto fu assassinata Angela Ronga, madre di
Antonio Ruocco. È sempre Maurizio Prestieri a fare luce sul delitto
consumatosi nel 1991. «Questo omicidio viene deciso da Paolo Di
Lauro, Rosario Pariante e Raffaele Abbinante. So di questi fatti
perché ne abbiamo parlato nel clan centinaia di volte e quindi sono
certo di questi particolari e nello specifico della morte della madre di
Capececcia». E sono particolari raccapriccianti come lo sono i
particolari di qualsiasi omicidio di camorra in particolare di donne
che non hanno nulla a che fare con la malavita ma si trovano nel
posto sbagliato o in compagnia sbagliata. «Ricordo che Paolo Di Lauro
fece sapere ad Antonio Ruocco che se avesse commesso gravi fatti di
sangue lui gli avrebbe ucciso la madre ecco perché viene uccisa
Angela Ronga. Su questo fatto eravamo concordi anche io, mio
fratello Raffaele, Raffaele Abbinante e Rosario Pariante». Poi
racconta della dinamica dell’agguato. «Ho saputo che i killer erano a
bordo di due moto, la prima era guidata da Massimiliano Cafasso e
dietro c’era Guido Abbinante, la seconda da Ciro Vitale e dietro vi era
Raffaele Amato. Le due moto arrivarono a Mugnano dove la signora
anziana aveva una piccola rivendita di detersivi. Il primo a far fuoco
fu Lello Amato, poi Guido Abbinante che si accanì sulla morta»
Alfredo negri 14 ore di torture
Dell’omicidio di Alfredo
Negri, braccio destro di
Antonio Ruocco e a sua volta
presunto sicario, hanno parlato
diversi pentiti: i due Prestieri,
zio e nipote, e i due Pica, oltre
che lo stesso “Capececce”. Tutti
hanno concordato sulla circostanza
delle sevizie cui fu sottoposta
la vittima tra il 26 e il 27
luglio ‘92, giorno del decesso.
Per il delitto (fermo restando la
presunzione d’innocenza fino a
eventuale condanna definitiva)
è indagato anche Tommaso
Prestieri. Ma, secondo uno dei
collaboratori di giustizia, Paolo
Di Lauro non gli permise di parteciparvi
in prima persona perché
«operato da poco al cuore».
Ecco cosa fece mettere a verbale
Maurizio Prestieri nell’interrogatorio
del 23 maggio
2008, poco tempo dopo essere
passato con lo lo Stato. «Anche
se ero detenuto, ho avuto i particolari
nel dettaglio da tutti gli
autori materiali. In una macchina
“Arna” o “Alfa 33”, in una
di quelle all’epoca
in
uso alla polizia,
c’erano
Raffaele
Amato, Enrico
D’Avanzo e Ciro Vitale, che
guidava. Utilizzando una palina
della polizia, bloccarono la
vittima con la scusa di chiedere
i documenti e di portarla in
questura. Quando Negri se ne
accorse, era troppo tardi. Fu
di Rocco Capuozzo, compresa un’altra circostanza macabra: il
ritrovamento, a dire degli altri affiliati al clan Di Lauro che glielo
raccontarono, di un pezzetto della scatola cranica della vittima.
«Ciro Vitale mi accompagnò a casa di Antonio Abbinante e una
volta salito, trovai anche Raffaele Abbinante. Antonio mi raccontò
dell’omicidio e del fatto che dovette sciacquare la canna della
pistola nel lavandino. Io allora suggerii di controllare nel sifone
del lavandino se erano rimasti dei resti e infatti rinvenimmo un
pezzo della scatola cranica. In quel periodo io ero molto scosso per
la morte dei miei fratelli e pensavo solo alla vendetta».
Anna Amato
ammanettato e condotto in un
sottoscala di Secondigliano,
sotto il palazzo dov’era il quartier
generale del nostro clan. Lì
ad aspettarli si trovavano Paolo
Di Lauro, Raffaele Abbinante,
Guido Abbinante, Rosario Pariante,
Massimiliano Cafasso e
Gennaro Marino. Di Lauro informò
mio fratello Tommaso che
era in mano loro un affiliato del
“Capececce”, il quale poteva dire
dove si trovava Antonio Rocco.
Aggiunse che sarebbe stato
fatto tutto il possibile per
estorcergli l’informazione. Il delitto
fu particolarmente efferato:
la persona fu torturata per
un’intera giornata: gli Abbinante,
Pariante e Amato lo picchiavano,
“Ciruzzo” interveniva
fingendo di voler far smettere
le torture e incitandolo a parlare.
Ma quando
capì che non
avrebbe detto
nulla, disse ai
suoi di ucciderlo
e metterlo nel
cofano dell’auto. Cafasso mi ha
raccontato di avergli sparato
contro una sola volta e che,
mentre davano fuoco, si sentivano
le sue urla. La macchina
con il cadavere fu lasciata nei
pressi del carcere».
L'omicidio di rocchino
La vendetta dei di lauro non si placa,anzi per vendicarsi della strage avvenuta nel rione monterosa ad opera dei capececce,di lauro dice hai suoi di sterminare qualsiasi persona e' imparentata o amica dei fratelli ruocco,che nel frattempo si sono rifugiati entrambi ha piombino.Cosi' da miezz a l'arco partono due killer professionisti e spietati della cosca,ANTONIO ABBINANTE e FRANCESCO IRACE detto cicciotto',obiettivo della missione massacrare ROCCO CAPUOZZO detto rocchino uomo di punta dei ruocco.I killer arrivano a mugnano e subito individuano tramite un basista ROCCO CAPUOZZO,rocchino si trova in auto,i killer stanno aspettando solo il momento propizio per farlo fuori.ANTONIO ABBINANTE killer spietato e di professione non era solito usare i guanti,e ammazzava sempre ha volto scoperto,mentre cicciotto irace era una dei motociclisti piu' fidati e piu' in gamba in quel periodo.Rocchino non sa che sta per passare a miglior vita,e' un attimo,un colpo di accelleratore e cicciotto si porta hai lati dell'auto,mentre ANTONIO ABBINANTE fa scorrere il carrello della sua 9x21 conproiettili modificati.Si accanisce sulla vittima colpendolo diversamente al capo,ma cosi' forte che pezzi di scatola cranica e materia cerebrale otturano la canna della pistola.Ecco cosa racconta MAURIZIO PRESTIERI di questo eccellente omicidio(Antonio non era
solito usare i guanti: egli, coperto dal sangue della vittima e con
l’arma addosso, si allontanò sulla moto guidata da Cicciotto Irace,
facendosi lasciare a casa sua, in via Gran Sasso. Giunto lì, andò
nel bagno e sciacquò la canna della pistola sotto il lavandino, si
tolse i vestiti imbrattati di sangue e li chiuse in un sacchetto
dell’immondizia, consegnando il tutto a un nipote perché fosse
gettato in un contenitore dell’immondizia».IL
29 maggio 2008 Maurizio Prestieri riferì alcune fasi dell’omicidio
di Rocco Capuozzo, compresa un’altra circostanza macabra: il
ritrovamento, a dire degli altri affiliati al clan Di Lauro che glielo
raccontarono, di un pezzetto della scatola cranica della vittima.
«Ciro Vitale mi accompagnò a casa di Antonio Abbinante e una
volta salito, trovai anche Raffaele Abbinante. Antonio mi raccontò
dell’omicidio e del fatto che dovette sciacquare la canna della
pistola nel lavandino. Io allora suggerii di controllare nel sifone
del lavandino se erano rimasti dei resti e infatti rinvenimmo un
pezzo della scatola cranica. In quel periodo io ero molto scosso per
la morte dei miei fratelli e pensavo solo alla vendetta».Questa deposizione di MAURIZIO PRESTIERI ci fa comprendere la cattiveria e la strategia dei di lauro,gia' prima dellafamosa faida di scampia,era un loro vizio una loro strategia uccidere parenti e innocenti di chi intralciava il loro cammino.
Massacrato sulla tomba del padre,voleva vendicarlo..
Pasquale capuozzo figlio di rocchino capuozzo come il padre e' un soldato della camorra,da bravo camorrista avrebbe dovuto aspettare il momento adatto per vendicarlo,invece fregandosi di tutte le regole ha deciso che uccidera' chi gli ha ammazzato il padre,vuole colpire ANTONIO ABBINANTE e FRANCESCO IRACE,sa di certo che i due sono responsabili della morte del papa'.Cosi' MAURIZIO PRESTIERI racconta questo nuovo agguato da ricollegare sempre alla guerra in atto tra i ruocco di mugnano e i di lauro.

Sapemmo che il giovane
cercava vendetta ed era
solito accompagnare la madre
al cimitero di Miano per onorare
la salma del padre. Pertanto
io, Paolo Di Lauro, Raffaele
Abbinante e Rosario Pariante
decidemmo di ucciderlo.
E così avvenne, proprio nelle
vicinanze della tomba».
Cominciò così, il 28 maggio
2008, il racconto di Maurizio
Prestieri a proposito dell’omicidio
di Pasquale Capuozzo, figlio
di Rocco detto “Rocchino”.
Quest’ultimo fu eliminato perché
nel clan Di Lauro-Prestieri
erano convinti che avesse
fatto la filata davanti al bar
“Fulmine” a Secodigliano in
occasione dell’agguato costato
la vita ai fratelli Rosario e
Raffaele Prestieri. Padre e figlio
furono assassinati a distanza
di pochissimo tempo: il 13 aprile
’93 il primo, il 9 maggio il secondo.
Ecco alcuni passaggi
delle dichiarazioni del pentito,
con la consueta premessa della
presunzione d’innocenza per
le persone tirate in ballo.
«Diedi il compito- ha sostenuto
Maurizio Prestieri- a Salvatore
Esposito detto il “Formaggiaro”
di controllare fuori al cimitero
di Miano quando arrivavano
madre e figlio. Il “Formaggiaro”
svolse il suo compito,
ma io compresi che non potevo
partecipare all’agguato in
quanto la polizia avrebbe subito
intuito che ero stato io e
in particolare un ispettore che
ben mi conosceva. Quindi io
organizzai la regia dell’agguato:
su una moto Transalp montarono
Cicciotto Irace alla guida
e Francesco Fusco dietro,
armato di una calibro 38 corta
e di una 9x21. Il “Formaggiaro”
ci avvertì con una chiamata
dal cellulare e io feci partire
i killer dal Monterosa. Appena
Fusco giunse sul posto e vide
il figlio del “Rocchino” gli sparò,
finendolo con la calibro 38
corta, mi sembra nelle vicinanze
della tomba del padre. I
killer poi andarono a casa mentre
il “Formaggiaro” andò a posare
le armi in un nostro appoggio,
in un’abitazione delle
tante famiglie disponibili a nasconderle
anche se usate dietro
compenso. In ogni caso era
gente conosciuta da lui, che
non sono in grado di indicare”.
Dell’omicidio di Rocco Capuozzo,
“Rocchino”, ha parlato
invece anche Antonio Pica il
7 novembre 2008. «Tutti gli
omicidi commessi per vendicare
mio zio Raffaele sono stati
decisi da Paolo Di Lauro, Raffaele
Abbinante e Rosario Pariante.
“Rocchino” fu ucciso
durante questa faida e mi fu
raccontato come da mio zio
Carmine Minacci e da Massimiliano
Cafasso detto “Magnetella”,
in quanto quest’ultimo
si è sempre vantato con noi
nipoti di aver vendicato la morte
di mio zio Raffaele. Il “Rocchino”
era amico di mio zio
Raffaele, ecco perché gli poteva
aver tirato la “filata”».
La vittoria dei di lauro e il pentimento dei capececci
E' il primo collaboratore di giustizia che inizia ha parlare del clan di via cupa dell'arco,lo fa ricostruendo agguati alleanze e scontri che in meno di un anno lo hanno portato a passare dalla parte dello stato,infatti i di lauro gli stanno massacrando la famiglia,innocenti e non,uomini e donne,adulti e bambini,la sete di sangue di PAOLO DI LAURO non conosce freni.Ecco allara le rivelazioni del capocecce.(Sapevamo sia io che mio fratello ANTONIO RUOCCO che da soli non potevamo spostare lo scontro ha secondigliano,cosi' incominciammo ad uccidere tutti i referenti che i di lauro avevano messo al nostro posto nel comune di MUGNANO,dove da decenni era la nostra famiglia che dettava le regole.Avevo attaccato i di lauro anche del fatto che ero convinto che una volta scatenata l'offensiva con noi si sarebbero schierati senz'altro i mallardo di giugliano e con loro tutta l'alleanza di secondigliano che ha quei tempi non vedeva di buon occhio PAOLO DI LAURO che stava facendo miliardi a palate con il narcotraffico.Comunque per la mia vicenda personale,per la guerra tra me e quelli di secondigliano avevo chiesto al mio amico fraterno GIUSEPPE MALLARDO di aiutarmi,in quando proprio lui piu' volte mi aveva fatto intendere che odiava i di lauro,ma col tempo mi son dovuto ricredere,ho capito che gli interessi economici che intercorrevano tra i mallardo e i di lauro erano molto piu' forti della nostra amicizia.In pratica riferisce il capocecce non ricevetti mai alcun aiuto concreto.Ma comunque per ruocco la battaglia continua piu' cruenta e' sanguinaria che mai.E' il 18 aggio 1992 quando davanti al ba fulmine,all'interno del rione monterosa si scatena l'inferno.Otto uomini capitanati dallo stesso ruocco scendono da un furgone con mistra fucili e bombe a mano,e' una strage abbattono 5 persone,tra questi il boss di tutta scampia RAFFAELE PRESTIERI,e' l'unica dimostrazione omicidiaria che scalfisce i di lauro,infatti dopo meno di una settimana dopo ha questa strage l'offensiva dei di lauro investe mugnano spazzando via i ruocco e i suoi affiliati.Gli massacrano parenti e affiliati,ecco cosa racconta il capocecce in riguardo all'agguato teso al fratello,salvatosi miracolosamente perche' la moglie gli fa scudo col proprio corpo.
«Mia cognata, Elena Moxedano,
per proteggere il marito
aveva aggredito uno dei killer e
questi voltandosi verso di lei fece
fuoco sparandole due volte al petto.
La cosa mi addolorava profondamente,
per cui non mi sono fatto
raccontare con esattezza le modalità
dell’agguato. Mio fratello,
sebbene ferito, riuscì a salvarsi; lei
rimase uccisa».
Era il 7 ottobre ’94 quando Antonio
Rocco, il boss di Mugnano soprannominato
“Capececce” passato
quell’anno tra le file dei collaboratori
di giustizia, raccontò ciò
che aveva saputo in famiglia sull’omicidio
della cognata, moglie
del fratello Sebastiano. L’agguato
avvenne il 19 ottobre ’91 e rientrava
ovviamente nella faida con i
Di Girolamo, spalleggiati e aiutati
militarmente dai Di Lauro. Ecco
alcuni passaggi delle sue dichiarazioni
sulla tragica vicenda,
con la premessa (e vale lo stesso
anche per le dichiarazioni di Maurizio
Prestieri, riportate più avanti)
che le persone tirate in ballo devono
essere ritenute estranee ai
fatti narrati fino a prova contraria.
«A causa dell’incendio presso
l’abitazione di mia madre avevo invitato i miei fratelli
a stare attenti, pregandoli di
non recarsi a lavorare e dicendo
loro che avrei provveduto io in
quel periodo a sostenerli economicamente.
Sempre in questo
frangente mio fratello Giuseppe
aveva collocato un grosso cancello
in ferro davanti alla porta della
sua abitazione, proprio per evitare
che potesse ripetersi ciò che era
accaduto presso la casa di mia
madre. Un giorno, mentre preparavo
l’agguato a “Mimì ’o lupanare”,
ritornando all’abitazione di
mia suocera a Marano, appresi
che avevano sparato a mio fratello
Sebastiano e che anche la moglie
di quest’ultimo era rimasta ferita
in maniera grave. Sulle modalità
del fatto, posso riferire quanto
mi venne detto in famiglia; e cioè
che mentre Sebastiano stava
aprendo con le chiavi la portiera
della propria auto, qualcuno gli
aveva sparato alle spalle. La sua
fortuna era stata quella di essersi
chinato verso la serratura proprio
nel momento in cui il colpo partiva.
Perciò era stato ferito solo di
striscio. Mia cognata invece, che
si trovava di fronte al punto in cui
si trovava il marito, avendo visto
la scena aveva aggredito i sicari e
uno di questi voltandosi verso di
lei, aveva fatto fuoco due volte al
petto. Appresi in seguito il nome
della persona che aveva indicato
la vittima ai killer, un tale Pirozzi.
Uno di essi era una persona bassa
e tarchiata che individuammo in
un tale “Ciruzzo ’o tappezziere”».
Anche Maurizio Prestieri, pentito
di ultima generazione tra i malavitosi
di Secondigliano, ha parlato
dell’omicidio di Elena Moxedano.
Esattamente il 23 maggio 2008 sostenne
che «vi fu più di un omicidio.
Il primo ebbe come vittima un
tale Baldassarre, mi sembra un fratello
del “Capececce”. Ricordo che
per errore fu uccisa una donna, la
cognata del “Capececce”, Anna
Moxedano».
È evidente che Prestieri fa confusione
sui nomi, ma gli inquirenti
hanno ugualmente inserito nell’ordinanza
le sue dichiarazioni
Il ruocco viene stanato dai carabinieri a milano dove subito dopo al suo arresto comincia a collaborare con la giustizia credendo che se non c'e' riuscito militarmente a distruggere i di lauro,lo fara' in veste di pentito,facendo arrestare e buttare le chiavi a meta' del clan di lauro.Ma cio' non avviene,le sue dichiarazioni vengono lasciate li nel dubbio,vaghe,mentre paolo di lauro rafforza il suo potere e le sue alleanze.
Curiosita' della faida di mugnano
Dopo la vittoria schiacciante dei di lauro contro i ruocco di mugnano,il direttorio del clan di via cupa dell'arco fu criticato da molte famiglie malavitose della stessa secondigliano,non si comprendeva ha quei tempi infatti la strategia dei di lauro di ammazzare donne familiari e innocenti.Ma ancora una volta l'intelligenza dei di lauro fa un passo in avanti rispetto a tutti gli altri.Costringe due suoi affiliati a pentirsi con le forze dell'ordine e ne fa ammazzare altri due,il perche' adesso ve lo svelo io.Tutto parte da una dichiarazione resa da il capoclan di miano COSTANTINO SARNO all'inizio del suo pentimento.Sarno afferma che sia i licciardi che i contini con gli stessi mallardo erano irritati con PAOLO DI LAURO,del fatto che quest'ultimo aveva fatto ammazzare due donne durante la guerra con i ruocco.Sarno afferma che fu l'unico ad aiutare i ruocco fornendogli armi e appoggi,infatti per lui era inammissibbile che si colpissero anche le donne,ma poi col passare del tempo la stessa alleanza di secondigliano non volle schierarsi per il trucco che di lauro gli affibbio'.PAOLO DI LAURO fece pentire due suoi guaglioni e gli rese disposizioni su quel che dovevano raccontare,in particolar modo sull'uccisione della mamma e della cognata dei ruocco,dovevano dire che i di lauro non sapevano niente di questa cosa,che avevano fatto tutto e di testa loro due giovani killer della cupola di via cupa dell'arco,BRUNO CASTELLUCCIO e MARIO CANDITO furono le vittime sacrificali per sancire l'alleanza e la fiducia con tutto il gotha di secondigliano che accusava i di lauro di aver ammazzato le donne.Una mossa quella di PAOLO DI LAURO che ripropone ancora una volta il carisma e l'intelligenza del boss,che da quel momento in poi non solo acquista autorevolezza ma anche la stima di tutti.
Le prime indagini e le prime informative sul clan di lauro
Da questo momento in poi PAOLO DI LAURO non ha piu' rivali,non ci sono boss carismatici e con la stessa intraprendenza di fare soldi ha palate,Gennaro Licciardi si e' spento nel carcere di voghera per una banale setticimia,la' dove non sono arrivati nemici e magistrati c'e' riuscita una banale infezione ad ammazzare il fondatore dell'alleanza di secondigliano.Una storia da romanzo quella di GENNARO LICCIARDI,una storia da fare un film,il boss cafone cosi' come lo chiamava il suo boss LUIGI GIULIANO e' diventato il capocamorra di NAPOLI citta'.Lo chiamavano a'scigna per un suo ciondolo raffigurante una scimmia come portafortuna,loteneva sempre con se,anche quando per errore nel 1982 i killer massacrarono suo fratello ANTONIO LICCIARDI di soli 22 anni,lo uccisero nel popoloso quartiere don guanella,i killer erano convinti di colpire GENNARO LICCIARDI,infatti antonio si trovava nell'auto che fino a un momento prima era guidata da gennaro.Per quel omicidio GENNARO LICCIARDI pretese dai giuliano di forcella fuoco e fiamme,e due giorni dopo nel bel mezzo di porta capuana fu una strage,si sparava da tutte le parti,c'arano LUIGI GIULIANO,GUGLIELMO GIULIANO,SALVATORE GIULIANO,ANTONIO CAPUANO,GENNARO LICCIARDI,EDUARDO MORRA,ammazzarono 4 cutoliani,i killer che alcuni giorni prima gli avevano massacrato il fratello.La vendetta cutoliana avviene 1 anno dopo,nelle segrete celle di catel capuano,dove GENNARO LICCIARDI insieme ad ANTONIO GIACCIO detto o'scialo' e' in attesa di essere tradotto nell'aula di giustizia per essere giudicato proprio per la strage avvenuta alcuni mesi prima.In cella con i due capicamorra ci sono anche MICHELE MONTAGNA 23enne cutoliano di ferro e ETTORE FERRAIULO,i due aggrediscono licciardi e scialo' con coltelli e' pistole,il primo ha soccombere e ANTONIO GIACCIO che per salvare la vita a GENNARO LICCIARDI si fa scaricare addosso l'intero caricatore della pistola.Adesso rimane solo a' scigna e i due cutoliani che armati di coltello affrontano a scigna massacrandolo con 27 coltellate,a' scigna comunque si difende e con cazzotti e schiaffi cerca di limitare i danni,quando i carabinieri aprono la cella trovano scialo' stecchito in una pozza di sangue e a' scigna privo di sensi in un lago di sangue,lo portano di corsa a l'incurabili dove lotta per 19 giorni tra la vita e' la morte.Il boss sopravvive,c'e' la fa,non muore ma anzi il suo coraggio la fanno diventare in breve tempo il luogotenente di LUIGI GIULIANO che da quel momento in poi non si stacchera' mai piu' da a' scigna.Mentre a secondigliano l'alleanza cresce,c'e' un'altra famiglia che allarga il suo potere sui comuni limirofi a secondigliano.Il clan DI LAURO cresce di potenza e incomincia ad allargare lo spaccio di stupefacenti nei comuni di melito di napoli,casavatore,quarto,mugnano,arzano,monte di procida,sotto lo sguardo severo della famiglia licciardi che incomincia a lamentarsi per lo spazio dato a PAOLO DI LAURO,che in breve tempo sta bruciando tutte le tappe diventando ricchissimo,con un esercito paro a l'alleanza.Quando le mediazioni non servono piu' e i licciardi sono pronti ad attaccare i di lauro dai quartieri spagnoli arriva un collaboratore di giustizia pronto a rompere le uova nel paniere dei licciardi.Nei quartieri spagnoli e' in atto uno scontre tra i fratelli MARIANO capeggiati da CIRO MARIANO e i cosiddetti scissionisti,capeggiati da SALVATORE CARDILLO e ANTONIO RANIERI,da parte degli scissionisti da poco si e' arruolato un giovane killer che fino a qual momento e' stato sempre alle dipedenze dei mariano.Stiamo parlando di PASQUALE FRAJESE nato e cresciuto a piazza capodichino,tutti lo conoscono con il soprannome di linuccio e' secondigliano,e un killer spietato che in soli 4 anni ha massacato una 50 di persone.I magistrati raccolgono faldoni e faldoni sui mariano e gli scissionisti,anche a causa delle stragi del venerdi' santo e della settimana dopo dove venne massacrato un poliziotto.Devono fermare questa mattanza e cosi' scatta il bliz che le forze dell'ordine eseguono arrestando i due eserciti in guerra,tra gli arrestati c'e' anche linuccio e' secondigliano che poche ore dopo il suo arresto inizia a collaborare con le forze dell'ordine svelando fatti e misfatti dei quartieri spagnoli,ma parla anche di un certo GENNARO LICCIARDI di secondigliano,descrivendolo come un feroce capo camorra che ha il dominio insieme a mallardo e contini di quasi tutta napoli.PASQUALE FRAJESE parla anche di un'altro giovane boss sempre di secondigliano,lo descrive come un giovane con le palle dedito al narcotraffico,e lo indica come capo del cartello dei narcotrafficanti che fornisce droga a mezza napoli.Grazie alle informative date da frajese i carabinieri arrestano GENNAO LICCIARDI e FRANCESCO MALLARDO mentre sono riuniti in un summit di camorra nelle campagne di giugliano,mentre PAOLO DI LAURO grazie al suo carisma e al suo stratagemma giudiziario riesce a far stralciare la sua posizione,una mossa che suscita invidia e rispetto ma anche molta paura per gli appoggi di cui gode PAOLO DI LAURO,il narcotrafficante piu' ricco di secondigliano.Da quella vittoria giudiziaria gli altri clan di secondigliano si tengono bene alla larga da quelli di miezz all'arc,si rendono conto che con ciruzzo' o' milionar non si gioca,deve per forza avere appoggi inportanti,nessuno sarebbe uscito pulito da quella posizione,anche il fatto che GENNARO LICCIARDI si trova confinato al 41bis nel supercarcere di rebibbia,sente la galera ma la soppota da uomo d'onore senza far trasalire il piu' flebile dolore.
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LA STRATEGIA DI CIRUZZO O' MILIONAR PER PRENDERSI TUTTA SECONDIGLIANO
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Gennaro Licciardi si e' spento all'eta' di 38 anni nel carcere di voghera,i suoi piu' stretti collaboratori iniziano una guerra intestina per prendere il controllo di tutti i traffici illeciti che fino a quel momento erano saldamente nelle mani della famiglia licciardi.Il problema della scissione si e' soprapposto anche alle detenzioni sia di PIERINO LICCIARDI che di VINCENZO LICCIARDI,i fratelli del defunto capoclan,gli unici in grado di frenare la sete di potere dei loro ex amici.Gli unici in gradodi fermare la scissione che non sono detenuti sono MARIA LICCIARDI e suo nipote ESPOSITO VINCENZO detto o' principino,spietato killer che ha soli 24 anni ha gia' sulle spalle decine do morti.I primi a soccombere davanti alla devastante forza militare dei licciardi sono COSIMO CERINO e il suo guardaspalle CIRO OTTAVIANO.Sono entraqmbi motivati a scalzare VINCENZO ESPOSITO detto o'principino,ecco cosa il collaboratore di giustizia GIUSEPPE MISSO racconta dell'agguato costato la vita sia a COSIMO CERINO che a CIRO OTTAVIANO.
Cosimo Cerino,
ammazzato a Secondigliano,
rimase vittima di un agguato
ordito dal clan Licciardi perché
voleva mettersi in proprio. Parola
di Giuseppe Misso jr (nella foto),
che ne ha parlato con i pm
antimafia (fermo restando
l’assoluta estraneità delle persone
tirate in ballo fino a prova
contraria). «Quanto a Gennaro
Trambarulo egli si rese autore del
duplice omicidio di Cosimo
Cerino e Ottaviano, fatto
delittuoso che avvenne a corso
Secondigliano negli anni 1995-96,
e che mi è stato raccontato da
Ettore Sabatino quando eravamo
detenuti a Viterbo. Cosimo Cerino
faceva parte del clan Licciardi e
voleva prendere potere nella
famiglia tanto che aveva
costituito un proprio gruppo di
fuoco del quale facevano parte
Fabio Silvestri e Vincenzo Saetta.
Fabio Silvestri mi raccontò che
Cosimo Cerino aveva partecipato
ad una riunione alla masseria
Cardone, nella quale aveva
espresso il suo proposito di
starsene da solo, a casa sua. Ciò
non sarebbe stato consentito dal
clan Licciardi ed infatti egli
subito dopo venne ucciso mentre
viaggiava a bordo di una moto
con l’altra vittima. Sabatino mi
spiegò che era stato Gennaro
Sacco a sparare per primo ed a
proposito voglio aggiungere che
Sacco era parte del clan Licciardi
e che spesso si commentava la
sua estrema abilità nello sparare.
Sabatino diceva che essendo un
ex-guardia sparava con la pistola
leggermente girata e che era in
grado di centrare la testa di un
uomo a 100 metri. Mi raccontò
che il commando omicida,
composto da Sacco, Trambarulo
ed uno dei Lo Russo era sceso da
un Fiorino»
Sono solo due dell'enorme catena di omicidi che ha fermato la scissione e ha salvato gli affari della famiglia licciardi,ma adesso VINCENZO ESPOSITO o' principino a differenza del suo defunto zio che ben tollerava che a secondigliano ci fosse un clan estraneo al dominio della famiglia licciardi,che faceva affari in proprio senza dare conto a nessuno,e con una forza militare pari alla loro se non addirittura superiore.O' principino comunque merita rispetto,ha saputo tenere le redini della sua famiglia,sono molti che lo temono per la sua spregiudicatezza e per la sua indole violenta e spietata.Ma o' principino e' giovane,non sa che suo zio tollerava la famiglia di lauro ben sapendo la sua forza militare e la sua spietatezza si qualcuno avrebbe osato dare fastidio,PAOLO DI LAURO e' cresciuto anche lui tra i piu' importanti boss della nuova famiglia,ha imparato come difendersi,ma anche come attaccare senza attirare l'attenzione sia delle forze dell'ordine sia dei familiari delle persone mandate al camposanto.Ecco allora uno che raffiora il carimsa di ciruzzo o' milionar,Siamo alla fine degli anni 90,Gennaro Licciardi il fondatore della cupola detta alleanza di secondigliano e' morto per una banale ernia ombelicale nel carcere di voghera,i suoi fedelissimi mal sopportano l'arroganza del suo erede al trono Vincenzo Licciardi detto o' principino.Con il suo carattere irruento e spietato sta mettendo in serio pericolo le alleanze che hanno permesso ai secondiglianesi per oltre un decennio di detenere il monopolio esclusivo sui traffici di droga in quasi tutta la campania.Il primo che non riesce a mandare giu' il fatto di essere comandato da un ragazzetto di appena 24anni e' Cosimo Cerino,malavitoso di alto rango del clan licciardi,ben inserito nei traffici di stupefacenti e killer spietato,vuole tuttavia sganciarsi dal clan liccirdi senza spargimenti di sangue,vuole uscirne amichevolmente,spiegando che lui vuole farsi i fatti propri in casa sua senza pestare i piedi a nessuno.La cupola gli da appuntamento in un appartamento proprio nella masseria cardone roccaforte dei licciardi,cerino si fida e senza sospettare nulla si presenta al detto appuntamento per spiegare le sue ragioni e per dimostrare che non vuole inimicarsi con nessuno.Si fa accompagnare dal suo autista e guardia spalle Ciro Ottaviano.Sembra che gli ex amici comprendano la scelta di cerino ma e' tutto falso,appena finisce la riunione cerino e il suo autista salgono in sella a una potente moto transalp,giusto il tempo di fare un centinaio di metri che da un fiorino che si trova davanti alla moto si spalancano le porte ed escono due uomini armati.sono Gennaro sacco e Ciro Trambarulo,gli scaricano addosso due interi caricatori di 9x21 sfigurandili entrambi.Il clan licciardi e' all'apice della sua supremazia militare,e con agguati e morti dimostra sia ai nemici che amici che il clan e' ben saldo nelle mani della famiglia e che per nessun motivo venisse in mente a qualcuno solo per un istante di pensare di contrapporsi a tale regola.Ma proprio a poche centinaia di metri dalla masseria cardone sta crescendo un'altro clan militarmente assai ben organizzato,e disponibilita' economiche illimitate,si tratta di una famiglia di cupa dell'arco dedita al narcotraffico.Il suo padrino pochi lo conoscono,forse solo il nome avranno sentito qualche volta,Paolo Di Lauro detto ciruzzo o' milionar anni indietro curo' per l'alleanza di secondigliano proprio il traffico della droga,facendo arricchire in pochi anni molti boss della cupola tra cui Costantino Sarno.E' intelligente o' milionar,sta lontano dai riflettori sia della magistratura che delle persone normali,semplici lavoratori,nessuno sa che il suo clan la sua famiglia e' una delle piu' potenti e piu' ricche di tutta napoli,seconda solo ai casalesi.Si sta rendendo conto che ormai l'alleanza di secondigliano si sta sgregolando da sola,vendette interne,arresti e bliz che ogni giorno portano inesorabilmente affiliati a varcare le soglie del carcere di poggioreale,con prospettive di uscirne presto ridotte all'osso.Ma la sua astuzia la sua intraprendenza lo porta ad organizzare un agguato che se andra' a buon fine decapitera' del tutto i licciardi e la loro potenza,l'omicidio del principino puo' portare ottimi risultati,tra cui l'amicizia incondizionata del clan misso della sanita' e dei sarno di ponticelli che covano odio e vendette da tempo visto che l'alleanza di secondigliano in piu' riprese ha cercato di sottrargli affari e territorio,ammazzando parenti e amici delle due famiglie malavitose.Cosi' per un banale litigio con affiliati dei licciardi i prestieri famiglia alleata dei di lauro ammazzano il principino,sapevano e conoscevano molto bene il carattere irruento del ragazzo,sapevano che si sarebbe spinto fin nel loro rione il monterosa per affermare la sua supremazia e quella di tutta la famiglia licciardi.Accade quello che ciruzzo o' milionar aveva previsto,il ragazzo armato entra nella roccaforte dei prestieri e ammazza un loro guardia spalle,ma nella fuga viene a sua volta ucciso crivellato da proiettili impazziti giunti da ogni direzioni,racconteranno molti collaboratori di giustizia che per ammazzarlo c'erano gente armata fin sopra i tetti e sui balconi,sicuri che una volta entrato non sarebbe uscito vivo.La reazione dei licciardi e' spietata,crudele,ma sempre posta sotto una logica che solo ciruzo o'milionar poteva prevedere e farla finire,acconsentendo alle richieste dei licciardi mantiene fede alla sua parola facendo eliminare dal suo stesso clan persone che in qualche modo avevano avuto a che fare con la morte del principino,amici suoi,alleati del suo clan che in quel momento dovevano morire per portare a termine il suo diabolico progetto.Da li' a pochi anni o' milionar diventa padrone assoluto di tutta secondigliano,importando tonnellate di eroina e cocaina che inondano secondigliano in un mare di stupefacente.Ma  mantiene forte e attivo il suo clan,facendo arricchire molte persone,e sempre pronto ad aiutare tutt gli affiliati che si trovano in difficolta' economiche,manda soldi a tutti,anche ad altri clan,mangia e fa mangiare sicuro che nessuno lo attacchera',sicuro di questa strategia criminale va avanti come un buldozer travolgendo tutti e tutto.La cosa strana e' che i licciardi anche se militarmente ed economicamente non potrebbero mai competere con la potenza del suo clan,lui li lascia fare,li fa curare i propri affari e anzi li aiuta anche a risolvere situazioni che richiedono tatto e sangue freddo.I licciardi comunque continuano a crescere ma in maniera diversa dai di lauro visto che non hanno le stesse risorse economiche incominciano a sorgere i primi dissidui e i primi problemi con famiglie organiche al loro stesso clan.Prima fra tutte quella di Costantino Sarno,che da tempo e' latitante e si e' rifugiato in montenegro curando lo smercio dei tabacchi lavorati di contrabbando,entrano grazie alle sue amicizie in montenegro migliaia e migliaia di casse di sigarette,oltre che armi,i licciardi sembra che si siano rialzati da tutte le guerre e le lotte intestine al loro clan con una superiorita' e una forza enorme.Quando tutto sembra andare di nuovo bene ecco che qualcosa si ferma,Costantino Sarno non manda piu' soldi alla famiglia licciardi ed e' deciso ad estrometterli dai suoi affari,di nuovo un'altra guerra con decine di vittime e decine di lupare bianche,i licciardi ne escono vincitori tant'e' che il boss di miano per non essere ammazzato diventa per poco tempo un collaboratore di giustizia,per poi ritrattare e farsi consegnare dal clan licciardi una maxi estorsione per ritrattare le sue dichiarazioni da molti miliardi di lire.Comunque va ricordato che in questa guerra tra i liccirdi e i sarno di miano c'e' un episodio agghiacciante,in una sola giornata furono ammazzati 4 persone fedelissime del boss COSTANTINO SARNO e i loro corpi fatti sparire,distrutti e i pezzi sparsi per le campagne di secondigliano.Finisce una guerra e subito se ne apre un'altra,questa volta i licciardi entrano in contrasto con il clan dei fratelli  lo russo i famigerati capitoni,il clan dei lo russo e controllato dai 4 fratelli,MARIO LO RUSSO GIUSEPPE LO RUSSO SALVATORE LO RUSSO e CARLO LO RUSSO,entrarono in contrasto per una partita di eroina tagliata male,che nonostante cio' i capitone misero sul mercato provocando le ire e la reazione dei licciardi.I lo russo si giustificarono facendo presente hai licciardi che loro da un po' di tempo non ricevevano piu' quelle cifre consistenti a cui erano abituati,e per tale motivo loro avevano bisogno di capitali e volenti o nolenti i licciardi dovevano approvare la loro decisione di piazzare sul mercato l'eroina killer.I primi a colpire furono i licciardi uccidendo un certo peppenella uomo di punta del clan lo russo,i capitoni risposero ammazzando o'schiatto fratello di un noto neomelodico di seconigliano,poi furono trucidate altre persone dell'una e dell'altra frazione in lotta,finche' tutto si calmo',la guerra era finita,si erano separati ma con la promessa che nessuno dei due avrebbe aggredito l'altro.Tale guerra fini' per volere del boss PAOLO DI LAURO,che obbligo' entrambe le famiglie a non continuare in quella spirale di vendetta che sicuramente avrebbe portato solo i riflettori delle forze dell'ordine ancora una volta sui clan di secondigliano.Poi i licciardi man mano vengono indeboliti da arresti e scissione interne mentre la famiglia dei lo russo cresce a dismisura trovando consenso anche tra le altre famiglie dell'area a nord di napoli,poi la faida di scampia che porto' i di lauro a subire a loro volta una scissione interna ad opera dei fratelli pagano,sempre comunque sotto la regia occulta dei lo russo che ha detta di magistrati e collaboratori di giustizia sarebbero i registi anche dela faida scoppiata nel centro di napoli al quartiere sanita' tra i misso e i torino appoggiati sia militarmente che economicamente dai capitoni..Queste sono una panoramica sulle guerre che si sono fatti negli anni 90 i clan di secondigliano,adesso passiamo direttamente alla famiglia di PAOLO DI LAURO,che oltre al suo numerosisimo esercito ne sta formando uno di sangue,anno dopo anno la moglie gli ha dato gia' 10 figli,dieci eredi tutti di sesso maschile,alcuni lo aiuteranno da grandi a gestire l'enorme traffico di droga,altri con la loro sete di potere faranno scoppiare la tramenda faida di scampia.
DI LAURO E'DIVENTATO GRANDE
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La sua organizzazione deve essere verticistica,come stile simile alla mafia,cosi' distribuisce ruoli e zone,attribuendo ad ogni piazza un uomo che funge da capopiazza a copozona,colui che segue l'evolversi dello spaccio e colui che deve tenere tutto strettamente sotto controllo,assicurando benessere agli affliati e tranquillita' alle brave persono che abitano nelle zone di spaccio.Le piazze di spaccio le da in gestinone,basta che la droga venga sempre rifornita dalla sua famiglia e che ogni mese gli arrivi un tot sui guadagni,cosi' nascono i vari capozona.Nella quartiere scampia piu' nota come a 167 ci sono i fratelli petrozzi,FULVIO MONTANINO,LUIGI ALIBERTI,PATRIZIO O' MOSTRO,I PRESTIERI,TONINO O BIT,FERDINANDO CIFARIELLO,nel rione monterosa invece coinvivono bene sia i prestieri che i fratelli abbinante,nella zona di casavatore ci sono i fratelli PAGANO che con il gruppo di ERNESTO FERONE si spartiscono estorsioni e droga.Ad arzano ci sono i luogotenenti di COSIMO DI LAURO,i fratelli CIRO e DOMENICO GIRARDI,a melito di napoli invece ci sono SALVATORE CHIARIELLO detto o' boxer FEDERICO BIZZARRO,MAURIZIO MAIONE,O' CINES,mentre nella zona del perroneci sono CIRO CIANCIULLI detto cerozz o'sfregiat,LUCIO DE LUCIA,detto cap e' chiuov,.Tutti elevati a rango di boss ma sempre sotto l'egidia dei di lauro che cercano di tenere tranquille le zone di loro competenza.IL clan incomincia a crescere in modo strepitoso,tutto sembra andare per il verso giusto fino a quando non succede un'episodio che mette a dura prova la tenacia e la diplomazia