martedì 31 luglio 2012

«Ha ammazzato anche mio zio Ciro Reparato»

Condannato all’ergastolo per l'omicidio di Maria Bacioterracino. Raggiunto da
un'ordinanza per l’omicidio di Carmine Grimaldi. Una per camorra e traffico
di droga. Ed è adesso sospettato di essere l’assassino di Ciro Reparato. È il
profilo di Costanzo Apice, 31enne, che da sconosciuto alle forze dell’ordine, è
salito alla ribalta grazie al lavoro investigativo di carabinieri e polizia.
Ad accusarlo di un altro omicidio è un pentito che la Procura ritiene
credibilissimo. Si tratta di Carlo Capasso, affiliato ai Di Lauro a 15 anni e
collaboratore di giustizia a 22. È lui a raccontare dell’omicidio della zio Ciro
Reparato, avvenuto il 31 gennaio 2008. Un delitto che il pentito ha attribuito,
nel corso dell’interrogatorio del 18 gennaio scorso, al fatto che lui aveva ucciso
poche settimane prima Eugenio Nardi. Il clan Sacco-Bocchetti si sarebbe così
vendicato e a commettere quel delitto sarebbe stato proprio Costanzo Apice.
Ecco alcuni passaggi del verbale del collaboratore di giustizia, componente
con mansioni soprattutto di killer del gruppo alle dirette dipendenze di Marco
e Antonio Di Lauro. «Sacco e Marco Di Lauro proseguivano le trattative per far
incontrare loro referenti e mio zio Ciro Reparato venne alla mia abitazione e
mi disse che si doveva recare dietro da Giovanni Cesarano perché vi era tale
‘o luongo che gli doveva parlare. Mi specificò che sarebbe andato
all'appuntamento con Antonio Di Lauro. Effettivamente mio zio si recò
all'appuntamento unitamente ad Antonio Di Lauro e, dopo circa mezz'ora
venni raggiunto da Pasquale Spinelli in quale mi informò che avevano ucciso
mio zio Ciro Reparato. Io scesi ed andai da Nunzio Talotti per informarmi
dell'accaduto; da Talotti c'era già Antonio Di Lauro che stava descrivendo la
dinamica dell’omicidio. Anche io chiesi informazioni e Antonio Di Lauro mi
disse che lui e Reparato si erano recati all’appuntamento e, una volta arrivati
dietro da Giovanni Cesarano, c'era tale ‘o luongo che invitò Antonio Di Lauro
a scendere dal motorino mentre, nel contempo, diceva a mio zio Ciro Reparato
di parcheggiare il motociclo un poco più avanti. Antonio Di Lauro mi disse che
vide Costanzo Apice sparare alle spalle di mio zio Ciro Reparato mentre a lui
lo lasciarono andare. Il motivo dell’omicidio non ci è stato mai chiarito. Noi
abbiamo ipotizzato che, avendo commesso io l'omicidio di Nardi, i Sacco si
erano vendicati uccidendo mio zio».

«Ho visto in faccia l’assassino»


Lo ha visto in faccia ed ha deciso di raccontare tutto ai magistrati perché non ce la faceva più. Perché non aveva più la forza di trattenere
quel segreto nella sua anima. È Pasquale Castellano Sezzazzi, il neopentito che fa tremare più di un boss di San Pietro a Patierno. Sull'omicidio di Carmine Grimaldi la sua testimonianza è stata determinante. Ecco cosa ha raccontato ai magistrati che lo hanno ascoltato.
«Ho deciso di collaborare in quanto ho avuto modo di riflettere durante il periodo di detenzione. Ho deciso di fare questa scelta perché ho
capito che mi sono rovinato la vita e voglio cambiare. Sia per me, sia
per mia figlia. Inoltre ho un dolore dentro di me che non si toglie, la
morte di Carmine Grimaldi a cui ho assistito personalmente e voglio
liberarmi di questo perso». Queste le motivazioni, poi il dettaglio dell’omicidio. «Il giorno in cui è stato ucciso “Bombolone”, nel luglio del
2007, mi trovavo insieme a lui nella pizza di San Pietro a Patierno, luogo abituale di spaccio. preciso che non era il mio turno di spaccio, in
quanto avevo svolto il mio turno il giorno precedente. Nel posto in cui
è stato ucciso Carmine Grimaldi sono anche stato controllato insieme
a Ciro Cimmarosa dai carabinieri qualche giorno prima. Io stavo chiacchierando con Grimaldi e insieme a me si trovava anche il fratello di
Carmine soprannominato “’o russ” per il colore dei capelli, Vincenzo
Grimaldi, nipote di Carmine, un ragazzo di nome Nello ed un altro ragazzo di Afragola che se non sbaglio si chiama Vincenzo. All'improvviso, erano circa le 16, sopraggiunse ad andatura normale un motorino di colore nero con due ragazzi a bordo, proveniente dal vicolo che
scende dalle palazzine. Il motorino con i due si fermò davanti alla panchina ed io riconobbi subito Costanzo Apice. Il conducente era invece
un ragazzo snello che non ho riconosciuto. Il killer chiamo Carmine ed
iniziò a sparare fino ad ucciderlo. I primi colpi sono stati esplosi a distanza di due metri poi più ravvicinata. Io sono scappato perché pensavo volessero uccidere anche me. Mi sono rifugiato nel vicolo dove ad
angolo c'è una pasticceria. Subito dopo ho visto che Carmine era morto e sono andato ad avvicare Carmine Morra, Silvio, Ninotto e “Cecof”.
Siamo andati a quattro sul motorino e siamo anche caduti., guidavo io.
Tornati sul posto ricordo che “Cecof” gli tolse dal polso l'orologio che era
di valore. Poi arrivò la polizia e si formò la folla. Non ho detto a nessuno di aver riconosciuto Apice perché avevo paura di essere ammazzato anche io. Il Giorno dopo fui convocato da Gennaro Capa ‘e retina il
qiale mi chiese notizie e voleva sapere se c’era Vincenzo Liberti, fratello
di Sasariello e anche a lui dissi di non aver visto nulla. La stessa cosa
feci con Lello “’a pedana”»

Omicidio, Apice rischia un altro ergastolo


Il pubblico ministero ha chiesto il giudizio immediato e per questo il
primi di novembre sarà fissato il processo in Corte d’Assise, la quarta sezione. Imputato Costanzo Apice, il killer del video choc ed è accusato del delitto di Carmine Grimaldi. Sono ,olte le accuse convergenti e poi l’asso nella manica rappresentato dalle accuse di è addirittura un testimone oculare: Pasquale Castellano Serrazzi, pusher neopentito del clan Sacco-Bocchetti. E così Costanzo Apice, il killer di
Mariano Bacioterracino è stato raggiunto da una nuova ordinanza di
custodia cautelare per l’omicidio di Carmine Grimaldi detto “bombolone”, il referente del clan Licciardi nella zona di San Pietro a Patierno. Fu assassinato nel 2007 e quel delitto segnò
l’avvio delle ostilità e la scissione tra il clan della Masseria Cardone e i Sacco-Bocchetti che
reclamavano l’“indipendenza”. Secondo la direzione distrettuale antimafia è Costanzo Apice l’assassino spietato. Il mandante è Gennaro
Sacco, morto ammazzato, mentre è caccia ad
un terzo uomo, al momento non ancora identificato. È stato il lavoro certosino del pm grazie al lavoro del pm Enrica Parascadolo, coordinata dal procuratore aggiunto Sandro Pennasilico, e l'instancabile apporto degli uomini del comando provinciale di
Napoli, a chiudere il cerchio anche ad un omicidio che per quattro anni è stato senza un movente e senza un sospettato. Adesso c'è un indagato ed è stato raggiuno da una ordinanza di 41 pagine firmata dal
gip Paola Russo. Apice è stato raggiunto dal nuovo provvedimento restrittivo emesso per l'omicidio di Carmine Grimaldi, un elemento di
spicco del clan camorristico dei Licciardi trucidato a colpi d'arma da
fuoco nel pomeriggio del 18 luglio 2007 nel quartiere napoletano di
San Pietro a Patierno da un commando armato giunto in sella a un
motociclo.
Durante le indagini i militari dell'arma hanno accertato che Costanzo
Apice era stato il materiale esecutore dell'uccisione di Carmine Grimaldi, “capo zona” nel quartiere San Pietro a Patierno per conto dei Licciardi, omicidio deciso dai vertici del gruppo Sacco-Bocchetti, al quale Apice era già affiliato, per porre fine a contrasti interni e sancire la
definitiva separazione dai Licciardi. Oltre al racconto del neopentito
ci sono anche le dichiarazione di altri collaboratori di giustizia che
hanno accusato sempre il 30enne di essere il
killer di Grimaldi.
Ma non c’erano però riscontri validi per poter
chiedere l’emissione di una ordinanza di custodia cautelare. Riscontri che sono arrivati ad
aprile quando il pusher ha deciso di passare
dalla parte dello Stato. Dice di averlo fatto per
dare un futuro a sua figlia e a se stesso perché
stanco di vivere quella vita di camorra che non gli appartiene. Qualunque sia stato il motivo le sue dichiarazioni sono state ritenute determinanti per le indagini su un efferato fatto di sangue. Apice non se
la passa proprio bene. Da perfetto sconosciuto è salito alla ribalta della cronaca per l’omicidio di Costanzo Apice e per il video choc che riprese tutte le fasi del delitto. Per quel delitto è stato condannato all’ergastolo in primo grado.

mercoledì 25 luglio 2012

Preso e scarcerato in due giorni Il gip:«Un boss? La prova non c'è»

Non c’è il pericolo di fuga, né esistono elementi concreti sul suo presunto spessore di capo delle piazze di spaccio di Secondigliano. Con queste motivazioni, il gip Umberto Lucarelli rimette in libertà Antonio Mennetta, firmando un provvedimento che scarcera un personaggio fino a qualche giorno fa ritenuto centrale nei nuovi equilibri criminali in terra di faida. 

Non convalida del fermo, niente applicazione di un ordine di custodia cautelare, il 27enne Antonio Mennetta può tornare libero. Era stato arrestato domenica scorsa, mentre provava ad allontanarsi sui tetti di un’abitazione di San Pietro a Patierno, dopo aver avvistato l’arrivo delle forze dell’ordine. 

Era ritenuto il capo di un nuovo gruppo criminale - quelli della Vannella grassi, zona Secondigliano vecchia - ma le accuse nei suoi confronti sono cadute, al termine della valutazione del gip. Niente fermo, perché il pericolo di fuga è solo un’ipotesi investigativa; ma anche il suo presunto dominio di alcune piazze di spaccio appare privo di riscontro, al di là delle accuse di alcuni collaboratori di giustizia.

Due punti centrali, su cui il gip ha accolto le conclusioni difensive del penalista Giuseppe Ricciulli, anche alla luce di un precedente dispositivo del Riesame (datato 15 giugno del 2011) che annullava un precedente ordine di custodia cautelare a carico di Mennetta per fatti di droga.


Ma andiamo con ordine, a ricostruire il ragionamento del giudice che ha rimesso in libertà Antonio Mennetta: «Considerato che il pm fonda il pericolo di fuga su un dato meramente presunto e comunque non dimostrato, asserendo che l’indagato dispone di rifugi e gode di una rete di complicità, appoggi e protezioni sicure, che non trova fondamento in atti».

Ce n’è anche per i collaboratori di giustizia, o meglio, per il ruolo che in questa storia viene dato ai pentiti che hanno chiamato in causa Mennetta. Sul punto, il gip cita il provvedimento del Riesame che annullava gli arresti a giugno del 2011, «ritenendo non integrato un sufficiente quadro indiziario sulla sola delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Maurizio Prestieri, Antonio Pica e Carlo Capasso, i quali si limitavano a riconoscere in fotografia l’indagato quale affiliato al clan Di Lauro ma nulla dicevano circa la gestione da parte dello stesso di una piazza di spaccio».

E, a distanza di un anno, il quadro indiziario - a leggere oggi la ricostruzione del gip - nom sembra essere cambiato del tutto: «Il pm produce ulteriori verbali di dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Carlo Capasso, verbali del fratello Antonio Capasso, nonché Antonio Pica, Antonio Prestieri e Maurizio Prestieri; produce inoltre intercettazioni dei colloqui in carcere dell’indagato risalenti all’anno 2007 e dichiarazioni del nuovo collaboratore di giustizia Vincenzo Lombardi», elementi che comunque non convincono il giudice.

lunedì 23 luglio 2012

Arrestato Antonio Mennetta (er nino)reggente della venella grassi


Antonio Mennetta, 27 anni, capo dei “ribelli” della zona della Vanella Grassi, è stato arrestato dopo sette mesi di irreperibilità. Il boss è stato intercettato mentre si recava a casa della moglie a San Pietro a Patierno, a bordo di una moto. Quando ha visto i carabinieri ha provato a fuggire sui tetti ma si è dovuto arrendere perché era circondato. Il ras era ricercato per traffico di droga ed ha precedenti per camorra. È un ex scissionista ora fedelissimo dei Di Lauro.Va subito precisato che Antonio Mennetta e' il reggente del gruppo della venella grassi e' il capo stragista di questo nutrito esercito di killer che sta scompaginando la geografia criminale di tutta secondigliano.Nel suo passato vanno ricordati i trascorsi con il clan Di Lauro e la guerra contro gli scissionisti,proprio durante la faida di scampia venne arrestato e processato per svariati omicidi che si sono conclusi con la sua piena assoluzioni,tranne che per associazione di stampo camorristico.Era stato scarcerato da poco piu' di un anno e tutti si sono resi conto del suo spessore criminale,oltre il carisma di coinvolgere altri clan nel suo disegno ambizioso di estendere il potere su tutta secondigliano.Si e' messo in gioco per far da garante e far da paciere tra il clan Di Lauro e i cugini della venella grassi,odio repressi per anni e' stato subito messo da parte senza pero' dimenticare che i Di Lauro hanno sacrificato i loro killer per fare di nuovo una sola cosa con la venella grassi.Ci ha rimesso le penne Antonello Faiello,Ciro Maisto e per poco non toccava anche a Carlo Capasso che capito cio' decise di pentirsi.Ma sulla ascesa di Antonio Mennetta vanno presi in considerazione anche gli omicidi di Francesco Feldi,Giuseppe Ferrara eGiuseppe Parisi massacrati tutti e tre nel rione berlingieri,feudo ultimamente di Antonio Mennetta detto er nino.Sono solo domande e supposizioni che tocca poi agli inquirenti lavorare per trovare riscontri e fare piazza pulita di tutti questi mostri che stanno rovinando la vita delle tante persone perbene di secondigliano..

mercoledì 18 luglio 2012

«Elia vittima di una faida di camorra»


Poche righe e una ipotesi agghiacciante: Ciro Elia, il
18enne trovato cadavere ad ottobre del 2011 ai Quartieri Spagnoli, sarebbe stato vittima di un agguato di camorra. È la Dia di Napoli a scriverlo nero su bianco in
una informativa, una relazione sullo stato “di salute” di Napoli e tra
i vari argomenti affrontati c’è quello che riguarda il riaccendersi delle tensioni tra alcuni gruppi di malavita organizzata del centro di Napoli, in particolare dei Quartieri
Spagnoli. Tutto per il controllo delle piazze di droga e purtroppo per
Ciro Elia, figlio del boss Luciano, i
clan non hanno fatto sconti. Non ci
sono prove nè relazioni che possano collegare la vittima alla criminalità. Lavorava, era estraneo
alla malavita, ed incensurato eppure i clan lo avrebbero punito
probabilmente per il cognome “pesante”. Ipotesi investigative che
raccontano di due cosche: da una
parte i Mazzarella-Elia e dall’altra

Faida di Ponticelli: quattro gli ergastoli


Quattro ergastoli e così un nuovo capitolo sulla faida di Ponticelli è chiuso. Le richieste di ergatolo ne erano cinque ma uno di loro Antonio Tubello, è stato assolto con formula piena. Carcere a vita per Eduardo Troiano e Salvatore Circone (affiliati ai Sarno) che avevano ammesso gli addebiti; per Gianfranco Ponticelli e Pasquale Fusco, entrambi boss di Cercola. Pene più basse per i collaboratori di giustizia: 9 anni per Carmine
Tirino (ex cognato di Antonio De Luca Bossa); 10 anni per Claudio Romano (un tempo affiliato ai Fusco-Ponticelli); 16 anni per Nunzio Grande (che ha militato nelle fila dei ‘cercolesi’); 15 anni per Fabio Caruana
(un tempo fedelissimo dei Sarno); 14 anni per Felice Mutone (ex dei Sarno); 11 anni per Carmine Giordano (vicino tanto ai Sarno quanto ai Fusco-Ponticelli).
Diversi gli episodi loro contestati. Era il 20 dicembre del 2010 quando le
forze dell’ordine misero kappao la camorra della zona Est spianando la
posta alle decine di pentimenti arrivati di li a poco. C’era la ricostruzione di un delitto d'onore, uno per gelosia, un altro per vendetta, uno per
rancore e due per fedeltà. C'è tutto in quindici anni di camorra. Tutto ciò
che basta per fare dell'ex clan Sarno di Ponticelli, una delle cosche più
sanguinarie di Napoli. Ma i carabinieri del gruppo di Torre Annunziata
hanno eseguito quattro diverse ordinanze di custodia cautelare e 39 persone hanno iniziato seriamente a tremare. La fase dell'impunità è finita, adesso inizia quella della giustizia e della severità. Solo in quattro sono riusciti a far perdere le tracce ma sono in corso serrate indagini per
arrivare alla loro cattura. Sei omicidi, decine di estorsioni e il reato di
associazione camorristica. Se non è questo il colpo del kappao al “sistema Ponticelli” poco ci manca. Questo perché sono stati ricostruiti

«Così fu assassinato Troise: il corpo sciolto nell’acido»


Attirato in una trappola da uomini di malavita che riteneva amici,
ucciso con un colpo di pistola alla testa e sciolto nell'acido. Una tragica
fine da peggior tradizione di mafia e camorra quella di Daniele
Rosario Troise detto “Topo Gigio”, 27enne napoletano di Ponticelli che
aveva seguito Antonio De Luca Bossa quando quest'ultimo si allontanò
dai Sarno. L'8 settembre 2001 la moglie denunciò la sua scomparsa, ma
solo ieri i presunti responsabili dell'omicidio sono stati raggiunti da un
ordine di arresto. Secondo l'accusa Luciano Sarno (nella foto) fu
l'istigatore mentre gli esecutori materiali sarebbero stati Gianfranco
Ponticelli e Pasquale Fusco con la collaborazione di Carmine Tirino
detto “Mniello”, che condusse la vittima con una scusa nelle mani dei
carnefici.
È stato il pentito Carmine Caniello, nell'interrogatorio dell'8 settembre
2009, a svelare il mistero sulla fine di Troise, il cui cadavere non è mai
stato trovato. «A un certo punto i rapporti tra Gianfranco Ponticelli di
Cercola e i Sarno di Ponticelli si ruppero. Perciò Ponticelli, una volta
scarcerato, strinse un accordo con Antonio De Luca Bossa. Ma quando
tornò libero, Luciano Sarno disse che continuava a incontrare
Gianfranco Ponticelli e che quest'ultimo aveva stretto un accordo solo
di convenienza con i De Luca Bossa e Daniele Troise, con il recondito
scopo di uccidere lo stesso Troise». Dunque, secondo il collaboratore di
giustizia, Troise era finito nel mirino del boss di Cercola. Ma non solo,
ha sostenuto Caniello. «Anche i Sarno erano interessati alla sua morte,
ritenendo Troise quello maggiormente operativo del clan. Era stato
proprio costui a portare azioni di fuoco contro di noi, aveva ucciso
“Ranfetella” e aveva partecipato all'omicidio di Stefanelli “'o
gemello”, fratello di Ciro “'o russo”.

lunedì 16 luglio 2012

Cronologia di una guerra

Una guerra pianificata a tavolino,un trambusto che le famiglie Amato-Pagano non se l'aspettavano.Ma Arcangelo Abete il carisma e l'indole del capo la sempre avuta,tempo e' passato ma i rapporti si sono rotti definitivamente con i suoi ex amici.Avevano rischiato tutto per iniziare la guerra contro i Di Lauro,pronti a dare la vita la liberta' per non perdere la faccia e il rispetto.Poi la guerra del 2004 contro i Di Lauro,la vittoria la ricchezza da spartire,e uomini,tanti uomini pronti a dare la vita per i capi degli scissionisti di secondigliano.La guerra come dicevo e' stata iniziata e voluta da Arcangelo Abete,che dopo l'arresto dei capi della scissione e in particolare di Cesare Pagano e Raffaele Amato,ha detto di no, costi quel che costi gli ordini non potevano arrivare da ragazzini usciti dal nulla,senza nessuna affermazione e nessuna storia criminale alle spalle.Uno tra i tanti giovanotti che alla lunga ha fatto saltare gli equilibri di tutto il clan degli scissionisti e' Mariano Riccio genero di Cesare Pagano,che dopo l'arresto del suocero ha fatto di tutto per prendere il comando del clan tipo Cosimo Di Lauro,e' la storia si e' ripetuta allo stesso modo creando malumori e dissapori all'interno del clan un po' come avvenne nel 2004.Non si e' avuta la stessa escalation criminale solo grazie al pronto intervento di persone piu' anziane e piu' sagge che hanno saputo trasmettere i malumori degli affiliati sia a Cesare Pagano che a Raffaele Amato che forse hanno fermato sul nascere una guerra devastante.Ma cosi' evidentemente non la pensata Arcangelo Abete che alleatosi con i fratelli Notturno e i fratelli Abbinante si e' lanciato alla conquista di mugnano di Napoli cacciando di fatto gli affiliati e gli alleati degli Amato-Pagano,ecco spiegata la guerra lampo che fece quasi una decina di morti in poche settimane,tra cui quella di Lello Bastone capo piazza e uomo di fiducia di Arcangelo Abete,sequestrato e massacrato nel feudo degli Amato-Pagano.Dunque le prime ostilita' furono tra gli Abbinante-Notturno-Abete contro gli Amato-Pagano,alleatosi successivamente con i Magnetti-Petriccione-Marino e anche se piu' defilati i Di Lauro,che si son buttati a loro volta in una discutibile guerra che sta facendo ripiombare secondigliano nel caos,visto i botta e risposta.Infatti il patto tra i Pagano-Amato prevede che loro si tengono melito mugnano e casavatore,mentre i loro alleati una volta vinto contro gli Abete-Notturno-Abbinante possono dividersi secondigliano come vogliono.Il risultato lo stiamo vedendo in questi giorni,prima hanno ammazzato il nipote di Arcangelo Abete,poi hanno tentato di ammazzare il cognato di Antonio Abbinante,Giovanni Esposito detto o' muorto,capo zona del rione monte rosa.Di loro gli Abete forse hanno reagito ammazzando Marco Riccio il 18enne trovato massacrato nei dintorni di miano vicino alla caserma carretta,poi ci sono gli ultimi due omicidi forse in danno agli Abete che come sembra sono sotto assedio da piu' famiglie coagulatosi sotto un unico e potente clan.Rimane tanta tristezza e tanta amarezza per la stragrande maggioranza degli abitanti di secondigliano,fatto di brave persone che loro malgrado si vedono minacciare e spettatori di una guerra in un territorio martoriato dalla camorra.Si chiede ma lo stato dove',si deve arrivare come successe nel 2004 per vedere lo stato reagire,perche' non bloccare sul nascere tanta violenza e tanta depravazione.Si attende una risposta dura contro i clan di secondigliano che come sempre fanno i padroni,una risposta tangibile e veritiera che arresta e butta una volta per tutte le chiavi di questi barbari assassini,Firmato Minetti Francesco......

Scoppiata la guerra a secondigliano


Eccola, la novità che
può cambiare nuovamente lo scenario negli ambienti di malavita
di Secondigliano e Scampia: il ritorno in campo del clan Di Lauro,
di nuovo in buoni rapporti con il
gruppo dei Magnetti-Petriccione
della “Vinella” (via Vanella Grassi
per la precisione). Secondo inquirenti e investigatori (Dda, polizia e carabinieri) sarebbe stata
siglata un’alleanza tra le due cosche in funzione anti Abete-Abbinante-Notturno. Con la conseguenza che è sotto gli occhi di
tutti: quattro omicidi e due ferimenti dal 21 giugno scorso. Di
nuovo la faida, senza dubbio.
Agli agguati contro uomini degli
Abete, sempre secondo questa
tesi, potrebbero aver preso parte
anche sicari del clan Di Lauro in aggiunta ai killer della “Vinella”,
il cui gruppo di fuoco è considerato tra i più agguerriti a Napoli
fin dai tempi della prima faida
(quella con gli “scissionisti”). Il legame ritrovato tra i due gruppi
viene spiegato, nelle informative
degli uomini dell’intelligence inviate alla procura antimafia, anche con la vicinanza dei rispettivi quartier generali: via Dante- via
Vanella Grassi e cupa dell’Arco,
strade nel cuore di Secondigliano.
Ma i clan impegnati in una guerra incrociata sarebbero tre secondo altri investigatori: gli Abete-Abbinante; i Magnetti-Petriccione i Pagano-Riccio, forti soprattutto in provincia nord. Anche se questi ultimi, protagonisti
della faida scatenatasi a inizio anno, in questa fase sarebbero un
po’ defilati rispetto ai contrasti in corso tra i primi due gruppi per il
controllo dei traffici di droga. Per
cui si può sostenere che la faida si
è spostata in città nell’ultimo mese, come dimostrano gli omicidi
di Ciro Abrunzo e Marco Riccio e
i ferimenti di Giovanni Esposito
“’o morto”, di 16enne, e la morte
violenta di Alfredo Leonardi e Vincenzo Ciletti (avvenuto l’altro ieri sera in via Napoli-Roma verso
Scampia).
Del clan Magnetti-Petriccione sono ben due i latitanti arrestati negli ultimi 15 giorni: Fabio Magnetti “’o micione”, ricercato per
un decreto di fermo poi tramutato in ordinanza di custodia cautelare per associazione mafiosa e
droga, e Antonio Di Gennaro, che
deve scontare 13 anni e 8 mesi di
reclusione per un cumulo di pena. Il secondo è uno dei quattro
che avrebbe ferito Giovanni Esposito “’o morto” l’11 luglio scorso
(fermo restando naturalmente la
presunzione d’innocenza fino all’eventuale condanna definitiva).
Il gruppo della “Vinella” veniva descritto dai carabinieri del Nucleo
investigativo di Napoli, autori dell’indagine in cui è coinvolto Fabio Magnetti insieme con altri 9
indagati, come «capace di spostare gli equilibri malavitosi nell’area di Secondigliano». Ecco
perché il clan è considerato molto pericoloso, con all’interno un
gruppo di fuoco ben organizzato.
Spiegato lo scontro tra gli AbeteAbbinante (con i Marino-Notturno alleati, ma non sotto attacco e
quindi un po’ più defilati secondo gli investigatori) e i MagnettiPetriccione, va sottolineato come
la tensione resti in ogni caso anche nella provincia nord, feudo
dei Pagano-Riccio.

È un “botta e risposta” di sangue



I. Non era più legato agli
Abete il 34enne Alfredo Leonardi,
ammazzato martedì scorso sotto casa: ultimamente si sarebbe legato ai
Magnetti-Petriccione della “Vinella”.
Considerazione che porta gli investigatori a ritenere che l’omicidio di
Vincenzo Ciletti, tre giorni dopo, sia
la riposta a quell’agguato. Ma conduce anche polizia e carabinieri a fare un’altra riflessione: la situazione
è ancora fluida al punto da non avere certezze e sui vari posizionamenti. Basti pensare che fino alla metà
del 2011 erano tutti insieme sotto le
bandiere degli Amato-Pagano, con i
Di Lauro relegati nel Terzo Mondo e
che ora invece avrebbero rialzato la
testa.
La breve vita di Alfredo Leonardi non
è stata facile. A 12 anni si affacciò al
balcone dell’abitazione di Ponticelli
sentendo dei forti rumori e vide il padre, Giovanni, a terra cadavere. Uno
choc tremendo che avrebbe segnato per sempre l’esistenza del 34enne ucciso il 10 luglio scorso, un solo
precedente a carico e nipote di Antonio Leonardi, considerato un personaggio di rilievo nello scacchiere
di Secondigliano e Scampia.
Le ostilità tra i clan Abete-Abbinante-Notturno-Marino e magnetti-Petriccione (con l’ipotizzato appoggio
dei Di Lauro) sono state aperte il 21
giugno scorso a Barra, con l’omicidio di Ciro Abrunzo e Franco Gaiola.
Il bersaglio dell’agguato era il primo
(l’altro si trovava per caso con lui), legato agli Abete. Il 25 giugno c’è stata la risposta, con la morte violenta
del 18enne Marco Riccio, legato ai
Magnetti-Petriccione della “Vinella
Grassi”. Martedì scorso il terzo omicidio collegabile alla guerra, scaturita da tensioni per il controllo di alcune piazze di spaccio tra Secondigliano e Scampia. In mezzo si sono
verificati due altri gravi episodi: il 4
giugno il ferimento di Giovanni
Esposito “’o morto”, cognato dei ras
Abbinante, e il giorno di un 16enne
in via Labriola, estraneo alla malavita ma imparentato con un esponente della mala di Secondigliano.
Dunque, i clan in guerra all’interno
della galassia degli “scissionisti” sono tre: gli Abete-Abbinante di Secondigliano; i Magnetti-Petriccione
della “Vinella Grassi”, riavvicinatosi
ai Di Lauro; i Pagano-Riccio, forti soprattutto in provincia. Ma questi ultimi, protagonisti della faida scatenatasi a inizio anno, in questa fase
sarebbero un po’ defilati rispetto ai
contrasti in corso tra i primi due
gruppi per il controllo dei traffici di
droga. Per cui si può sostenere che
la faida si è spostata in città nell’ultimo mese, come dimostrano i quattro omicidi e i due ferimenti.

domenica 15 luglio 2012

I Di Lauro scendono in guerra


L’omicidio giovedì notte di Vincenzo Ciletti, 37enne vicino al gruppo degli ex scissionisti, inseguito ed ucciso in un bar di Scampia, rientra a pieno titolo nella nuova faida di camorra in corso nell’area Nord di Napoli. Ma l’agguato, che gli investigatori “leggono” come l’ennesima vendetta nel corso dei “botta e risposta” che si stanno susseguendo nelle ultime settimane, potrebbe rappresentare un importante elemento di novità. Tra i killer, che secondo gli inquirenti provenivano dal clan di Vanella Grassi che fa capo ai Magnetti e ai Petriccione, potrebbero essere stati anche uomini legati ai Di Lauro. La cosca di Cupa dell’Arco sarebbe scesa in campo assieme a quella della “Vinella” contro gli storici nemici degli Abete-Abbinante- Notturno.

venerdì 13 luglio 2012

Latitante a 16 anni, catturato figlio del ras vicino ai Vanella


Arrestato minore latitante: l’altro pomeriggio gli agenti del
Commissariato di Pubblica Sicurezza Secondigliano, hanno arrestato
un 16enne napoletano che si era reso irreperibile dallo scorso
dicembre.
L’arresto è avvenuto sulla base di due provvedimenti della
Magistratura. Si tratta di un’ordinanza di applicazione della custodia
cautelare in Istituto Penale per Minorenni, emessa lo scorso 19
aprile dal Gip del Tribunale dei Minori di Napoli, per reati contro il
patrimonio. Il giovane è infatti accusato di essersi introdotto nelle
ore notturne all’interno di un esercizio per l’autolavaggio.
Dopo aver sfondato la porta d’ingresso e distrutto il sistema di
videosorveglianza ed alcune suppellettili, si era impossessato di
alcuni beni.
L’altro provvedimento è un’ordinanza di sostituzione della misura
cautelare del collocamento in comunità con quella della custodia in
istituto penale per Minori per la tentata rapina di uno scooter,
emessa lo scorso 22 dicembre sempre dal Tribunale per i Minori di
Napoli.
La cattura del minore, figlio di un noto pregiudicato vicino al clan
Vanella, è avvenuta in via Sant’Andrea Avellino verso le 17.30
dell’altro giorno.
Grazie alle sua straordinaria abilità nella guida del motociclo, il
ragazzo era già sfuggito alla cattura. L’arresto dell’altro giorno,
comunque, è stato infatti l’epilogo di una laboriosa attività
investigativa che ha portato i poliziotti di Secondigliano a braccarlo
all’interno di una rete che si è stretta su di lui ieri pomeriggio. Il
giovane è stato pertanto arrestato e subito condotto all’istituto
penitenziario minorile di Nisida.

Crivellato da 13 colpi dopo una “chiamata”


Quindici colpi, esplosi con una
pistola calibro 9, tra cui due “camiciati” deformati. Tredici lo hanno raggiunto al volto ed al torace.
Ma la firma all’agguato, di stampo camorristico, potrebbe essere
il proiettile che lo ha preso alla
bocca: una vera esecuzione per
eliminare chi probabilmente aveva commesso un grave sgarro o
chi dava fastidio, intralciava il
malaffare locale. Le indagini sull’omicidio di Alfredo Leonardi, 34
anni, nipote del ras Antonio Leonardi, del gruppo degli Abete, da
parte della Squadra Mobile (coordinata da Andrea Curtale), vanno avanti, percorrendo in maniera prioritaria la pista della faida
che si sta registrando nei quartieri Scampia e Secondigliano,
dello scontro in essere tra gli Abete ed il cartello malavitoso formato dai Maglietti e dai Petriccione. Fermato in passato con
pregiudicati, la vittima non risulterebbe organico ad alcuna cosca ma, avrebbe pagato con la vita portare quel cognome, “pesante” negli ambienti della malavita organizzata. La sua morte,
non si escluderebbe potrebbe essere stato anche un messaggio
mandato a qualcun altro. Lo zio,
Antonio Leonardi, fedelissimo dei
Di Lauro, era stato arrestato il 22
gennaio 2002, per droga (era indicato come il “finanziatore” della cosca di “Ciruzzo ‘o milionario”) e condannato a sette anni.
Avrebbe dovuto lasciare il carcere nel 2010 ma beneficiò dell’indulto concesso nel 2006. L’agguato a Alfredo Leonardi è avvenuto intorno alle 22 di martedì, in
via Roma verso Scampia, all’altezza del civico 44, dove abitava
il trentaquattrenne. Secondo
quanto è stato ricostruito dagli
investigatori, la vittima, che aveva un unico precedente con la
legge, datato 2002, per falso in atto pubblico, sarebbe stato attirato in una trappola da chi, comunque, lo conosceva e di cui si
fidava. Infatti, il trentaquattrenne non avrebbe avuto esitazione
a scendere da casa per incontrarsi, proprio, con chi lo avrebbe
ammazzato. Indossava solo dei
pantaloncini, ovviamente per il
caldo ma anche perché conosceva la persona (o le persone) da incontrare e, forse, avendo con loro una abituale frequentazione.
Ed inoltre, Alfredo Leonardi, sposato e padre di due bambini,
avrebbe pensato di non perdere
che pochi minuti in strada, altrimenti si sarebbe presentato vestito anche con una maglietta o
una camicia. Oppure, altra ipotesi per ricostruire la dinamica
del delitto di via Roma verso
Scampia potrebbe essere quella
di essere stato sorpreso dal sicario mentre si recava da qualche
parente che abita nella zona, trasformata da anni in una fiorente
“piazza di spaccio”. Per ora, non
ci sarebbero elementi utili in possesso degli “007” della sezione
omicidi (diretta da Fulvio Filocamo) della Mobile partenopea per
fare luce su dinamica e movente.
Sulla scena del crimine si sono
recati anche gli agenti della
Scientifica che hanno rinvenuto e
sequestrato 15 bossoli. Nella giornata di ieri sono stati ascoltate
residenti della zona ma nessuno
avrebbe saputo fornire indicazioni valide per accelerare il corso
del lavoro investigativo.

Il fratello del capoclan sotto controllo


I. La definizione completa è
“Global positioning system”, ma è
conosciuto come Gps: un apparecchio complesso quanto piccolo che
serve per monitorare continuamente gli spostamenti di un’autovettura
o di una moto. Nell’inchiesta culminata l’altro ieri in 20 arresti, di cui 4
per l’incendio al campo rom di Gianturco del 2 dicembre 2010, ha rappresentato l’asso nella manica degli
investigatori per identificare gli aderenti al nuovo clan Casella-Circone.
I carabinieri ne hanno piazzati due
sotto altrettante autovetture in uso a
Domenico Casella, alias “Mimmuccio”, fratello del capoclan Antonio
detto “Marcantonio”. Grazie ad essi,
si è potuto scoprire quali erano i luoghi di aggregazione della cosca
emergente: rione Luzzatti a Poggioreale, via Mario Palermo, la zona del
“Conocal” a Ponticelli, via Argine, via
Botteghelle di Portici. Da lì alle potenziali vittime delle estorsioni il passo è stato breve e l’indagine è decollata.
La genesi dell’inchiesta sta nel paziente lavoro d’intelligence dei militari della compagnia Poggioreale (agli
ordini del capitano Pugliese), partito dal declino del clan Sarno e dalla
presa di possesso del territorio dei
Casella-Circone-Perrella. Un gruppo
che aveva subito diretto l’attenzione
verso gli imprenditori del settore dei
trasporti, mettendoli sotto pressione.
A tutti gli emissari della cosca, in
particolare Antonio Circone, ricordava che la situazione era cambiata:
“ora il regalo lo dovete fare a voi”. Si
trattava di richieste di tangenti ovviamente, come è saltato fuori anche
da alcune riprese audio-video compiute nella saletta della Stazione dei
carabinieri di Ponticelli, dove erano
state convocate dagli uomini dell’Arma i potenziali destinatari del
“pizzo”.
“Avrai letto
sui giornali
che i Sarno
non ci sono
più e ora ci
siamo noi. Quindi il regalo lo devi fare a noi”. E poi, brandendo una mazza da baseball: “se non paghi, ti ammazzo e ti butto in quel sacco là dietro. Gli affari sono una cosa diversa
dall’amicizia”. Le frasi minacciose
sono attribuite dagli inquirenti e investigatori (Dda di Napoli, carabinieri
della compagnia Poggioreale e poliziotti della squadra mobile della questura) ad Antonio Circone detto “Tonino caramella”, uno dei ras emergenti della zona tra Ponticelli e Poggioreale coinvolti nell’inchiesta. Il
quale, insieme con Pasquale Salzano, in un’altra occasione era stato ancora più esplicito parlando con un
imprenditore sotto pressione. “Le richieste devono essere avanzate a nome di zio Tonino e di zio Pasquale”.
L’elenco di ditte che avrebbero dovuto pagare la tangente agli esponenti del clan Casella-Circone è lunghissimo.
Così come
pure gli indagati che, a
seconda delle varie posizioni, sono
accusati di
una o più
estorsioni: Fabio Buonomo, Antonio
Circone, Pasquale Salzano, Fabio Annunziata, Rosario Borrelli, Domenico
Casella, Mario Davide, Massimo Di
Siena, Carmine Romano, Ciro Rinaldi e Vincenzo Simonetti.
«Spareremo anche ai bambini»

Le minacce sono partite
da novembre di due anni fa. Da allora il clan più volte è entrato nel
campo nomadi di via Gianturco per
intimare uno sgombero immediato,
altrimenti sarebbe stato dato alle
fiamme. Le famiglie del quartiere
non volevano che i piccoli nomani
frequentassero l’istituto comprensivo “Ruggero Bonghi”, così si rivolsero ai clan della zona di Poggioreale, i Circone - Casella affinché risolvessero il problema a modo
loro: appiccando il fuoco all’accampamento e costringendo i nomadi
ad andarsene. Accadde la sera del
2 dicembre del 2010 in via Emanuele Gianturco, non distante dal
Palazzo di Giustizia. Lunedì notte,
nel corso di un’operazione congiunta di polizia e carabinieri in
venti sono stati arrestati perché ritenuti responsabili, a vario titolo, di
associazione di tipo mafioso, tentato omicidio, estorsione e danneggiamento seguito da incendio,
reati aggravati dal metodo mafioso
e da finalità di
odio razziale.
A quattro: Domenico Casella, Alfonso Di
Giovanni,
Emanuele Virente e Maurizio Virente viene contestato anche il reato di incendio doloso. Quell’episodio odioso, che solo per un caso non
ebbe conseguenze tragiche, è stato ricostruito nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip
Lʼincendio del campo rom di via Gianturco del 2 dicembre del 2010
Siena detto “Massimone”, il quale a sua volta ha come genero
Mario Davide (uno dei quattro latitanti), che è nipote acquisito di
Antonio Circone.
Scorrendo l’elenco degli indagati, ecco altre parentele. Giovanni
Nunziata è cugino dei fratelli Annunziata detti “i castagnari”,
storici affiliati al clan con base nel rione Luzzatti del quartiere
Poggioreale. Come si può notare, i legami sono così stretti,
soprattutto ai vertici, che è difficile immaginare fuoriuscite o
tradimenti. Ecco perché il clan si era imposto rapidamente
nonostante il tentativo iniziale degli Esposito di prendere il posto
dei Sarno a Ponticelli.  lusa
Egle Pilla su richiesta del pm Vincenzo D’Onofrio. «L’incendio del
campo rom - scrive il gip a pagina
273 dell’ordinanza di custodia cautelare - offre uno spaccato di come
in un contesto ambientale di assoluto degrado l’organizzazione criminale si diffonda e pervada non solo le attività economiche, ma soprattutto l’atteggiamento della popolazione che trova più proficuo rivolgersi ai competenti delle associazioni criminali che non piuttosto
alle istituzioni pubbliche». Fondamentali le dichiarazioni di una coppia di coniugi, Costel Constantin e
Mariana Octavian, rintracciati dai
carabinieri dopo che, terrorizzati,
avevano lasciato l’accampamento.
«Verso le 21 fecero irruzione all’interno del campo cinque o sei persone su tre moto. Dopo averci pestato diedero fuoco alle baracche.
Addirittura il liquido venne cosparso
anche sugli arti inferiori di mia moglie, che riuscì a
salvarsi per miracolo. Temevamo di morire tutti».
Poi, l’indomani l’ultimatum del clan:
«Avete tempo tre giorni: se non andate via torneremo e questa volta
non ci sarà solo il fuoco: spareremo
a tutti, sia grandi che bambini. Non
stiamo scherzando».


mercoledì 11 luglio 2012

Ancora agguati e spari a secondigliano..

Sono andanti avanti gli accertamenti da parte degli agenti della squadra mobile e della scientifica sul luogo dove nella serata di ieri è stato ucciso Alfredo Leonardi, di 34 anni. L'agguato è avvenuto in via Roma verso Scampia, a Secondigliano. 

L'uomo è stato raggiunto da diversi proiettili al torace e alla bocca. Secondo una prima ricostruzione degli investigatori Leonardi era in casa quando qualcuno lo ha chiamato. È sceso in strada indossando solo un paio di pantaloncini ed è stato raggiunto da una pioggia di proiettili non lontano dalla sua abitazione. Potrebbe essere una ritorsione per aver collaborato nel tentato omicidio di Giovanni Esposito(o'muort)cognato di Antonio Abbinante scampato ad un agguato appena la settimana scorsa.E' solo un'ipotesi per ora,ma c'e' la certezza che a secondigliano la situazione sta per precipitare.Una guerra tutta interna al clan degli scissionisti frantumatosi in varie frazioni in lotta fra loro per il controllo dei traffici illeciti.Da una parte il cartello Abete-Notturno-Abbinante- dall'altra il cartello Marino-Di Lauro-Petriccione-Magnetti-Mennetta,tutti pronti a fare omicidi a decine per il monopolio della droga.Rimangono defilati le famiglie Amato-Pagano-Riccio,ma che sicuramente non rimarranno spettatori inermi di fronte a questa guerra che gli ha tolto piazze di droga,quartieri e rispetto.

lunedì 9 luglio 2012

Autoritratto di un boss, il libro mastro della camorra.

Mau­r­izio Prestieri, capo camor­rista, è accusato di aver ordi­nato trenta omi­cidi. Adesso col­lab­ora con i giu­dici. Così rac­conta la sua vita
di ROBERTO SAVIANO


È un tesoro quello che sta sotto terra a Scampia. Un tesoro di pietre preziose: smeraldi, topazi, rubini, lapis­laz­zuli. E dia­manti. Dia­manti soprat­tutto. Met­tono tutte le pietre nelle bot­tiglie di Coca Cola, quelle di plas­tica sia pic­cole che grandi. Dico davvero; non pazzeo”.
Resto immo­bile dopo questa riv­e­lazione. Poi chiedo al boss: “E dove si nasconde questo tesoro? Dove pre­cisa­mente?”. “Se lo sapessi, lo indicherei ai mag­is­trati. Ma bisogna cer­care: lì sta, in qualche buco sca­v­ato da qualche parte, in posti dis­sem­i­nati qua e là. Per­ché io con i miei occhi li vedevo, i Di Lauro, che anda­vano nella loro zona, in mezzo all’Arco, e poi tor­na­vano con le pietre. Alcune così grandi che non entra­vano nel buco della bot­tiglia. Con i dia­manti di Paolo Di Lauro si può las­tri­care l’autostrada Napoli-Roma…”.
A par­larmi è Mau­r­izio Prestieri, boss camor­rista del Rione Mon­terosa a Sec­ondigliano. Uno dei capi del diret­to­rio, la strut­tura che gov­er­nava l’Alleanza di Secondigliano.
I nar­co­traf­fi­canti ital­iani ormai com­prano soprat­tutto pietre preziose per rici­clare danaro. Hanno un val­ore che non si sva­l­uta mai. Anzi sale di con­tinuo, le nascondi facil­mente, e per avere liq­uid­ità non hai prob­lemi a venderle in qual­si­asi parte del mondo. Case, mac­chine, ville, te le seques­trano. Le ban­conote puoi nascon­derle in inter­ca­pe­dini, ma dopo un po’ ammuff­is­cono si dete­ri­o­rano. Ma i dia­manti… sono come diceva la pub­blic­ità, per sempre”.
Brac­cio destro di Paolo Di Lauro, Mau­r­izio Prestieri, sec­ondo le accuse, ha ordi­nato circa trenta omi­cidi. Ma appar­tiene soprat­tutto a quella sto­ria della crim­i­nal­ità orga­niz­zata che ha fatto delle cosche ital­iane le prime investitrici nel mer­cato della cocaina. Hanno pen­sato che fosse il futuro, trasfor­mando una droga d’elite in droga di massa. Quando viene arrestato nel giugno del 2003, è un boss ricco. È a Mar­bella con la sua famiglia, nel paese che rap­p­re­senta la sec­onda casa per tutte le orga­niz­zazioni crim­i­nali europee, quando non la prima: la Spagna. Dopo quat­tro anni di carcere inaspet­tata­mente decide di col­lab­o­rare e fino ad oggi le sue dichiarazioni sono state con­sid­er­ate in tutti i pro­cessi cred­i­bili e ver­i­tiere. La sua sto­ria è entrata anche in un libro. Uno dei pm dell’Antimafia parteno­pea che gestisce la sua col­lab­o­razione è Luigi Alberto Can­navale: ha fir­mato assieme allo scrit­tore Gia­como Gensini un’appassionata nar­razione, “I Mil­ionari” (Mon­dadori), ispi­rata alle vicende dei clan sec­ondiglianesi e soprat­tutto alla sto­ria di Prestieri rib­at­tez­zato nel romanzo no-fiction, Cavani. Il libro ne rac­conta l’ascesa repentina e la caduta lenta e dolorosa, in uno stile duro e asciutto. Una sto­ria che molti let­tori vor­ranno immag­inare falsa, inven­tata, romanzesca. Per­ché sapere che queste vicende sono vere ti toglie il sonno, se ancora sei uomo che res­pira e prova indignazione.
Mau­r­izio Prestieri è — era — un capo. Viene da una delle famiglie scon­fitte dalla faida di Sec­ondigliano. Ma quando inizia a col­lab­o­rare i Prestieri sono ancora forti e hanno una strut­tura eco­nom­ica sol­ida. Dopo le prime con­fes­sioni, il clan gli offre un mil­ione di euro per ogni sin­gola denun­cia che decidesse di ritrattare. Una mon­tagna di danaro per inter­rompere la col­lab­o­razione. Ma Prestieri non si ferma. Anzi denun­cia anche questo ten­ta­tivo di cor­ruzione. Non se la sente più di essere un boss. “Io resto sem­pre lo stesso. Quello che ho fatto non si può can­cel­lare. Ma posso agire in maniera diversa, ora”. Ci incon­tri­amo varie volte in una caserma. Luogo seg­reto. Orario indica­tivo. Puoi arrivare molto prima o molto dopo. Ad ogni incon­tro, Mau­r­izio Prestieri è sem­pre ele­gan­tis­simo e abbron­zato. Ges­sato gri­gio o nero, polac­chine, orolo­gio di marca. Nes­sun cenno di trasan­datezza come accade in genere agli uomini che hanno perso potere e vivono nascosti come topi.
Vi ricor­date di me?” mi chiede. “Io vi ho mandato a fare in culo, una volta… ma ora sono cam­bi­ato”. Non ho la min­ima idea a che cosa si riferisce. Ma “O’ sicco”, il “secco” come lo chia­mano a Napoli, si ricorda. “Sta­vate a un processo, mia madre mi man­dava baci, voi però cre­de­vate che quella vec­chi­etta li man­dasse a Paolo Di Lauro. Allora faceste segno come a dire, “ma chi è questa, che vuole?”. E io vi mandai a quel paese…”.
Il boss
Mau­r­izio Prestieri è uno di quei boss nati dal nulla. Rione Mon­terosa, quartiere di Sec­ondigliano, è il punto di partenza e di arrivo della sua vita. “Con il primo guadagno rica­vato da un po’ di droga, decisi di fare quello che nes­suno nel mio quartiere aveva mai fatto: volare. Lo dissi a tutti: prendo l’aereo. Sarei stato il primo della mia famiglia e il primo del mio rione a salirci sopra. Andai a Capodichino e presi il bigli­etto di un volo nazionale. Non mi impor­tava la des­ti­nazione, volevo solo che fosse il posto più lon­tano da Napoli. E il posto più lon­tano da Napoli per tutti noi era Torino. Presi l’aereo emozion­atis­simo. Atter­rai, scesi, mi feci un giro nell’aeroporto e poco fuori, e tor­nai subito indi­etro. Al mio ritorno c’erano tutti del rione che applau­di­vano. Sem­bravo Gagarin, il primo uomo nello spazio. Ero il primo sec­ondiglianese su un aereo. Tutti mi chiede­vano: “O’ Sicco, ma è vero che l’apparecchio ti porta sopra le nuv­ole?”. La mis­e­ria della per­ife­ria diventa il motore cieco e vor­ti­coso per far decol­lare un clan che si strut­tura intorno alla cocaina. “Noi pote­vamo essere fer­mati subito dallo Stato e invece siamo diven­tati ric­chi e potenti in un bat­ter d’occhio. L’economia legale ha bisogno dei nos­tri soldi ille­gali. Abbi­amo avuto tal­ento, messo nella parte sbagli­ata della soci­età…”. Quei ragazzi per i quali un volo Napoli-Torino aveva il sapore di un’impresa da astro­nauti, hanno tanta fama d’emergere quanta igno­ranza delle cose più ele­men­tari. Raf­faele Abbinante detto “Papele è Marano”, futuro capo degli scis­sion­isti, sec­ondo Prestieri, non sapeva neanche cosa fosse un assegno quando era ragazz­ino. “Mio fratello pagò una par­tita di has­cisc con un assegno e lui lo fece cadere, come se scot­tasse, dicendo: “Voglio i soldi veri, che r’è sta carta?”. E ora, vent’anni dopo, parla di borsa, inves­ti­menti nel petro­lio, prezzo dell’oro. È diven­tato un uomo d’affari”.
A scuola di omi­cidi
“Noi siamo diven­tati i numeri uno per­ché nulla ci fer­mava. Nulla ci faceva paura”. La fero­cia mil­itare dei clan sec­ondiglianesi cresce assieme alla loro capac­ità di far lievitare il danaro. Il figlio di Papele ‘e Marano, non aveva mai ammaz­zato un uomo, doveva imparare ad uccidere. Durante una faida, avere molte brac­cia che sparano non è solo un ele­mento di forza o vanto, ma anche di sicurezza. E in più un tuo uomo, per quanto fedele, può sem­pre tradire men­tre tuo figlio, il tuo sangue no. Per questo c’è la scuola di omi­cidi. “In via Cupa Car­done c’era un ragazzo che stava in una 126 bianca a spac­ciare, era un nos­tro dipen­dente. Abbinante disse al figlio di sparar­gli, che tanto era facile. Vai attingilo, muoviti, attingilo”. È un ter­mine che i camor­risti hanno mutu­ato diret­ta­mente dai referti necro­scop­ici. “Franchino scar­icò il car­i­ca­tore sul ragazzo sac­ri­fi­cato come bersaglio per il suo bat­tes­imo del fuoco. “Hai visto”, com­mentò suo padre, “è na strun­zata accirere””.
Cosimo Di Lauro dovette com­piere la stessa prova. Il principe ered­i­tario del clan respon­s­abile della guerra scis­sion­ista, non sapeva sparare. “Per ren­derlo capo, dove­vano far­gli fare almeno un omi­cidio” spiega Prestieri. “Un giorno gli hanno piaz­zato la Quaglia appo­jata”. Quaglia appol­la­iata sig­nifica obi­et­tivo facile. Dis­ar­mato, fermo, ignaro di essere nel mirino. La camorra quasi sem­pre ammazza per­sone in queste con­dizioni. “Picardi era un pusher che i Di Lauro ave­vano deciso di offrire come bersaglio a Cosimino. Si avvic­ina al pusher che si aspetta un saluto, una parola. E invece Cosimo cac­cia la pis­tola, e spara, spara, spara. Però lo prende solo di striscio e lui scappa. Insomma na figur’ e mmerd…”. Di questa fig­u­rac­cia era vietato par­lare a Secondigliano.
La fero­cia non finisce qui. Oggi, spiega Prestieri, per gli ex affil­iati del clan Di Lauro che vogliono pas­sare alla parte vin­cente degli scis­sion­isti, vige una regola sem­plice. “Devi uccidere un tuo par­ente, ne scegli uno e spari. Solo così ti pren­dono nel loro clan per­ché sono sicuri che non stai barando”. Mau­r­izio Prestieri quando parla è attento e analitico. Ti guarda negli occhi e non ti sfida. Anzi. Quando gli sei di fronte hai come una sen­sazione di tris­tezza. Un uomo così avrebbe potuto fare molto e invece ha scelto di divenire un boss come si diventa uomo d’affari. Uomo d’affari e boss per la camorra sono la stessa cosa.
Man­ager di coca
Mi offre un prob­lema di arit­met­ica della pol­vere bianca, tanto ele­mentare, quanto da capogiro. “Da un chilo di coca pura, col taglio, ricavi circa due chili se vuoi l’ottima qual­ità, se vuoi bassa qual­ità anche tre, persino quat­tro. Un chilo di coca, com­p­rese le spese di trasporto, arriva a Sec­ondigliano al prezzo di 10–12.000 euro. 50–60.000 euro all’ingrosso equiv­al­gono intorno ai 150.000 euro al det­taglio; guadagno netto di circa 100.000 euro. Se cal­coli che ci sono piazze che arrivano a vendere sino a due chili al giorno, lavo­rando 24 ore su 24, mi dici quanto può entrare in un giorno?”. Il cal­colo è sem­plice. Se pensi che un gruppo-zona può arrivare a gestire anche quindici piazze, ti entrano solo con la coca tre mil­ioni di euro ogni 24 ore. Gli chiedo dei riforn­i­menti. “La coca noi la pren­de­vamo nelle Asturie”, dice Prestieri “ave­vamo con­tatti con i baschi”. Gli ricordo che quando ho rac­con­tato in Spagna che l’Eta aveva con­tatti con la camorra è scop­pi­ato un ves­paio. “Lo so, vogliono tutti fare pace con l’Eta, e quindi non pos­sono ammet­terlo. Con un’organizzazione polit­ica puoi sederti a trattare, con una invis­chi­ata nel nar­co­traf­fico, che fai? Comunque noi com­pravamo dai baschi, erano narco baschi che l’Eta autor­iz­zava e sosteneva. Poi smet­temmo di andare là, per­ché Raf­faele Amato, “Lello o’ spag­nolo”, nos­tro ref­er­ente in Spagna, iniziò a trattare diret­ta­mente con i sudamer­i­cani. Lui aveva un ottimo rap­porto con quelli di Cali, i colom­biani che ave­vano vinto la guerra con­tro Pablo Esco­bar. Fun­ziona così: ogni carico di coca viene pagato per metà, tu resti come ostag­gio dai colom­biani e se l’altra metà non arriva, ti ammaz­zano. Ma Lello era trat­tato benis­simo nel peri­odo di, dici­amo, seque­stro. Hotel, gioco, donne”.
Mau­r­izio Prestieri in dieci anni diventa uno degli uomini più ric­chi del ter­ri­to­rio e uno dei boss più rispet­tati. Il suo portafoglio famil­iare nei momenti di mas­sima espan­sione arriva a gestire 5 mil­ioni di euro al mese. Il gioco d’azzardo e le auto di lusso diven­tano la sua osses­sione. Adora le Fer­rari, “ma mi scoc­ciavo di girare col fer­rarino a Napoli. Tutti che ti guardano, tutti addosso. Era una cafone­ria. Col Fer­rari giravo solo a Mon­te­carlo”. Prestieri, a dif­ferenza di Paolo Di Lauro, aveva il tal­ento per la vita. “Sapevo cam­pare, la vita per me era ogni giorno da vivere total­mente. Viag­giare incon­trare fare soldi fot­tere chi ti vuole male. Me la sono presa a morsi la vita. E sem­pre non facendo man­care nulla alla mia famiglia e tenen­dola lon­tana dai guai”. Inonda di coca l’Italia ma non ha idea neanche di che sapore abbia e che sen­sazione crei. “Mai usato cocaina. Se volevi essere un capo del nos­tro gruppo non dovevi drog­a­rti. Anche i casalesi ci ten­gono. Per con­trol­lare se qual­cuno tirava coca non face­vamo anal­isi o altro. Li prel­e­vavamo di notte quando tor­na­vano e li por­tavamo al cospetto di Paolo Di Lauro, gli met­te­vamo davanti un piatto di pasta: man­gia”. Quando hai pip­pato, non hai fame. Quando non man­gia­vano o si capiva che si sforza­vano, erano fuori. Fuori dalla nos­tra fidu­cia. Veni­vano degra­dati. Un buon killer non può essere pip­pato, se no fa casino. E deve andare a digiuno, per molte ragioni. La prima è che devi essere tesis­simo, nes­suna botta di sonno, non deve venirti la cacarella. La sec­onda è che se ti sparano in pan­cia e hai man­giato, sei fot­tuto subito. Se sei digiuno, puoi salvarti”.
L’antimafia gli ha seques­trato decine di libri mas­tri. Quaderni su cui sono trac­ciate le entrate e le uscite quo­tid­i­ane delle varie piazze di spac­cio, della rete del nar­co­traf­fico. Bloc-notes dove gli affil­iati seg­nano ogni giorno l’elenco delle spese. Come farebbe un salu­miere, che apre il quaderno e ci mette i nomi dei cli­enti in deb­ito, segna le uscite e le entrate, così fanno gli uomini di Prestieri. In queste centi­naia di fogli ci sono elenchi inqui­etanti. E ciò che spi­azza è l’assoluta nor­mal­ità. C’è la cifra che serve per pagare le bol­lette, le auto, le spese per le pulizie dei covi e quelle delle case. E poi spese per “Botte” che sono i colpi di pis­tola, per “Funerale Fed­erico”, i funer­ali di affil­iati uccisi, com­menti sulle spese neg­a­tive “mec­ca­nico mar­i­uolo”. Spese per le tute, un killer quando ammazza deve buttare il vestito. Molte voci riguardano “col­lo­qui”, ossia i soldi che il clan deve pagare alle famiglie degli affil­iati per andare a trovare i par­enti in carcere. Poi ci sono voci “fiori mogli”: anche i fiori da spedire il giorno del com­pleanno alle mogli da parte dei mar­iti in carcere è com­pito del clan. Numerose le cifre dei chili di has­cisc e cocaina trat­tati, le zone da dove proven­gono i soldi ZP sta per “zona puffi” ZA “zona arco” ZM “zona mon­terosa”, sono le diverse piazze di spac­cio. Non man­cano strane sigle MEoppure LO: stanno per Merda o Lota, e sono i soldi da sbor­sare men­sil­mente ai poliziotti per evitare un con­trollo o un arresto. E per molti legali c’è scritto “mesata avvo­cato”: sono messi a stipen­dio del clan.
Le stragi
Mau­r­izio non era des­ti­nato da ragazz­ino a divenire un boss. Forse avrebbe potuto esser posto, per tal­ento impren­di­to­ri­ale, a far l’investitore della famiglia. I capi del gruppo erano suo fratello Rosario, ma soprat­tutto il mag­giore Raf­faele. Caris­matico, imper­turba­bile, godeva di una fidu­cia mag­giore di un con­san­guineo presso Paolo Di Lauro. Solo che i Prestieri finis­cono in una guerra con­tro un capo­zona cui il clan aveva tolto potere, approf­ittando del suo sog­giorno obbli­gato in Toscana: Anto­nio Ruocco detto Capacec­cia. Una delle faide più feroci che si siano viste sul ter­ri­to­rio ital­iano. In una serie di ese­cuzioni, cadono decine di uomini delle due bande fino a quando il 18 mag­gio 1992 Ruocco arriva con un comando di otto uomini al bar Ful­mine di Sec­ondigliano: con mitra, pis­tole, fucili a pompa e bombe a mano ucci­dono cinque per­sone. Fra loro c’è Raf­faele, il fratello mag­giore di Mau­r­izio, il capo. C’è anche Rosario, l’altro fratello. Ciruzzo o’ mil­ionario non ragiona più e ordina un’esecuzione che le regole di mafia vietano. Uccidere la madre di Ruocco. “I clan di tutta Italia ci fecero sapere che non ave­vano con­di­viso la cosa, ma Paolo Di Lauro rispose: questo è il mio modo di fare la guerra”.
Così Prestieri diventa un capo. “Tutto rius­ci­vamo a pren­dere. Ris­toranti, bar, alberghi, case in mezzo mondo. Fab­briche, negozi, appalti. Quando Napoli inizia il prog­etto di esten­sione nell’area nord per far appaltare le nos­tre imp­rese noi bloc­cavamo le betoniere. Gli met­te­vamo un 38 in fac­cia agli autisti, li face­vamo scen­dere e ci pren­de­vamo il camion. Bloc­cavamo l’autobetoniera, e il cemento si sec­cava den­tro. Così l’impresa perdeva il cemento, perdeva l’autobetoniera che si doveva solo buttare e perdeva pure l’appalto per­ché ritar­dava i lavori. A quel punto dove­vano appaltare a noi. Coca, appalti, polit­ica, così gov­erni la vita delle per­sone. Polit­ica? “Polit­ica certo. Prenda bene gli appunti. Sono sto­rie che pos­sono sem­brarvi incred­i­bili. Ma è solo la realtà di tutti i giorni… la realtà politica”.

sabato 7 luglio 2012

Si prepara una nuova guerra a secondigliano

Il rischio e' concreto,ne sono certi gli investigatori e i bene informati che seguono con attenzione l'evolversi dei mancati agguati e i ferimenti che si stanno susseguendo in questi giorni a secondigliano.L'ultimo in ordine di tempo contro Giovanni Esposito detto o' muort cognato di Antonio Abbinante ras degli scissionisti e boss del rione monte rosa.Un agguato dai contorni oscuri che porta ad una sola conclusione,i mandanti e gli stessi killer dovranno ben riguardarsi vista la caratura criminale del personaggio.Infatti gli stessi investigatori e i tanti collaboratori di giustizia ne hanno parlato abbondantemente della caratura criminale di o' muort,che sicuramente in queste ore sta gia' setacciando secondigliano e scampia,per risalire ai mandanti visto che due dei quattro killer sono stati arrestati.

Agguato mancato, identificati in quattro


Sarebbero già stati identificati almeno quattro dei
sei componenti il gruppo di camorristi, presumibilmente del clan Pagano-Riccio, sfuggiti per un soffio
alla cattura l’altra notte. I malavitosi non dovevano
compiere un agguato, ma giravano armati fino ai denti temendo agguati nei loro confronti. Tant’è vero che
i motorini sui quali erano in sella risultavano rubati,
secondo denunce ritenute “sospette” dai carabinieri, appena poche ore prima. Se avessero avuto l’intenzione di uccidere qualcuno, si sarebbero organizzati diversamente e avrebbero utilizzato mezzi oggetto di furto già da tempo.
In queste ore i carabinieri del nucleo investigativo di
Napoli e i colleghi della compagnia Stella attendono
con ansia i risultati dei rilievi compiuti dal Racis sui due motorini e sulla autovettura “Passat” abbandonati dai malviventi durante l’inseguimento. Un’operazione che comunque ha permesso il sequestro di un
fucile mitragliatore e di due pistole, presumibilmente pieni di impronte digitali. Con la conseguenza che l’identificazione degli affiliati, a
meno che non si tratti di incensurati, non dovrebbe essere difficile.
Tutto è cominciato in via Labriola, nei pressi del complesso edilizio
chiamato “Vela celeste”. Un16enne, probabilmente ferito da uomini del
clan Abete-Abbinante in risposta all’agguato sostanzialmente fallito
contro Giovanni Esposito “’o morto” (nella foto), é stato avvicinato da
quattro uomini che senza apparente motivo gli hanno esploso contro alcuni colpi d’arma da fuoco, dandosi subito alla fuga. Successivamente, durante i
controlli dei carabinieri nella zona in cui è avvenuto

Di nuovo faida a secondigliano

Si sta sottovalutando da almeno un anno la nuova guerra di camorra scoppiata nell'area nord di Napoli,tra secondigliano scampia e melito.Una guerra fraticida,una frattura scoppiata all'interno del clan degli scissionisti usciti vincenti nello scontro del 2004 contro i di lauro.La guerra all'inizio era deliniata tra le famiglie Pagano-Amato contro gli Abbinante-Notturno-Marino-Petriccione-Magnetti,ma adesso sembra che la strategia dei clan di secondigliano sia cambiata.C'e' da una parte gli Abete-Abbinante che vogliono il controllo assoluto delle piazze di spaccio di secondigliano,daccordi anche con i vertici degli Amato-Pagano dopo una faida lampo e la successiva pacificazione.Mentre dall'altro lato abbiamo le famiglie Magnetti-Petriccione-Di

Spari contro la polizia: due arresti


Mattinata di terrore nell’area a nord di Napoli. Una sparatoria tra malviventi, probabilmente killer, ed una pattuglia di agenti, che ha
risposto al fuoco aperto contro di essa, ha seminato il panico nelle strade di Secondigliano, in particolare in
via Roma verso Scampia, dove c’è
stato il fuggi-fuggi generale: i pedoni hanno cercato riparto dietro le auto in sosta, negli androni dei palazzi,
mentre gli automobilisti si sono fermati all’improvviso per evitare di essere colpiti da qualche pallottola vagante. Consuntivo della vicenda, due
dei quattro sospetti sicari, entrambi
della zona di Vanella Grassi, sono stati fermati, in possesso di armi, di passamontagna, di una palina dei carabinieri, che sono state sequestrate.
Si tratta di  due affiliati del clan Magnetti del gruppo di Vanella Grassi:
Antonio Di Gennaro, 40 anni, latitante, e Gennaro Iorio, 25anni. I poliziotti li hanno bloccati in via Cupa Vicinale dell’Arco. Antonio Di Gennaro era stato colpito, il 4 novembre
2011, da un provvedimento restrittivo, emesso dalla Corte di Appello di
Napoli, dovendo espiare la pena di 13
anni ed 8 mesi di reclusione. Il 25 giugno, invece, la Procura Generale della Repubblica di Napoli aveva emesso nei suoi confronti un’ordinanza di
custodia cautelare in carcere per cumuli di pena.
Anche se per ora non è stato confermato, sembra che i poliziotti abbiano
intercettato i quattro appena dopo il
ferimento di un uomo, avvenuto all’interno di un centro abbronzante,
nella zona: vittima Giovanni Esposito, di 48 anni, personaggio di spicco
del clan Abete, identificato solo in serata. In un primo momento erano state individuate sul luogo del ferimento solo alcune tracce ematiche. Il grave episodio è avvenuto intorno alle
13,30. In quattro se ne andavano in
giro per Secondigliano, armati fino ai
denti. Sorpresi da una pattuglia della polizia, i malviventi sono scappati
e per proteggersi durante la fuga non
hanno esitato ad impugnare le armi
ed a sparare sugli agenti che hanno
risposto al fuoco. Si trattava di una
pattuglia in borghese, in sella su una
moto, in forza al commissariato
Scampia impegnata in un’attività di
controllo del territorio. Percorrendo
via Roma verso Scampia, gli agenti
hanno intercettato le due coppie di
malviventi, a bordo di due ruote di
grossa cilindrata, di cui una T-Max.
Insospettitisi dopo avere notato alcune armi ed un caricatore di una pistola mitragliatrice, appena perso per
strada, gli agenti hanno tentato di
bloccarli, ma i quattro non hanno esitato un solo istante ad esplodere contro di loro alcuni colpi. Dopo la risposta al fuoco dei poliziotti, i sicari hanno ripreso la fuga, correndo a forte velocità: sono stati immediatamente

I complici di “mocillo” restano in carcere: regge l’accusa



L’impianto accusatorio ha
retto anche per loro e si trovano ancora dietro le sbarre i quattro uomini arrestati per favoreggiamento nei
confronti del latitante Fabio Magnetti: “o’ mocillo”, esponente di
spicco del gruppo della “Vinella
Grassi”, preso il 22 giugno scorso
grazie a una brillante operazione dei
poliziotti della squadra giudiziaria
del commissariato Secondigliano.
Tra essi, spicca il suocero dell’ex primula rossa: Vincenzo Esposito detto “o’ Porche” per la passione per le
auto sportive. Gli altri indagati, sorpresi dagli investigatori mentre era
in corso una riunione, sono Luca Di
Pinto, di 26 anni, di Pianura, Joanderson Monaco, 25, di origini brasiliane, Giuseppe Mele, 35enne anch’egli “pianurese”. Nessuno di loro
era armato.

Raid al centro abbronzante, la vittima cognato degli Abbinante


Giovanni Esposito “’o morto”, cognato degli Abbinante, si
è salvato grazie alla prontezza di riflessi con cui si è rifugiato in un
centro abbronzante in via Napoli-Roma verso Scampia. Era in strada
quando, secondo la ricostruzione della polizia e fermo restando la
presunzione d’innocenza fino all’eventuale condanna definitiva,
Antonio Di Gennaro e Gennaro Iorio avrebbero cercato di ucciderlo
senza però riuscirci. Ferito a un braccio, il 48enne è scappato e
inutilmente i sicari l’hanno cercato in due negozi della strada. Alla
fine si sono dovuti allontanare per l’arrivo dei poliziotti del
commissariato Scampia e dei colleghi di Secondigliano. L’arresto è
avvenuto dopo un lungo inseguimento con sparatoria e ora insieme alle altre accuse, i due indagati devono rispondere anche di tentato
omicidio.

Ferito nella notte parente di un boss


. Un colpo di proiettile al
gluteo, medicato e dimesso dall’ospedale San Giovanni Bosco. La
risposta del clan Abete-Abbinante non si sarebbe fatta attendere,
secondo gli inquirenti. All’una circa (nella notte tra mercoledì e giovedì) due giovani su una moto
hanno compiuto in via Labriola nei
pressi della Vela Celeste un agguato ai danni di un 16enne di
Scampia, estraneo alla malavita organizzata ma imparentato con un
uomo ritenuto legato al gruppo della Vanella Grassi. Ed ecco che agli
investigatori di polizia e carabinieri
giunge la prova che lo scontro in

Spari conto carabinieri: recuperate le armi della faida


Subito dopo il ferimento del
16enne, i carabinieri hanno compiuto un’operazione che ha permesso il sequestro di un fucile mitragliatore e di due pistole. Durante il
controllo, sono riusciti a far perdere
le proprie tracce sei uomini, tra i quali forse c’erano gli autori del raid contro il minorenne. L’episodio dimostra
quanto sia alta la tensione negli ambienti malavitosi di Secondigliano e
Scampia. È ipotizzabile che alcuni
dei componenti il gruppo di fuoco
possano essere identificati attraverso le impronte digitali.
Tutto è cominciato (come scriviamo
anche nell’articolo più importante di
questa pagina) in via Labriola, nei
pressi del complesso edilizio chiamato “Vela celeste”. Il 16enne é stato avvicinato da quattro uomini (secondo gli investigatori, ma può darsi che ne fossero soltanto due)  che
senza apparente motivo gli hanno
esploso contro alcuni colpi d’arma
da fuoco, dandosi subito alla fuga.
Successivamente, durante i controlli dei carabinieri nella zona in cui è
avvenuto il ferimento, i militari dell’Arma hanno notato sei persone,
quattro in sella a due scooter e due
a bordo di un’autovettura, che alla
vista delle forze dell’ordine hanno immediatamente invertito il senso di
marcia e tentato la fuga. È cominciato così un breve inseguimento.
Ma il conducente di uno degli scooter e quello dell’auto si sono messi
di traverso sulla strada per impedire il passaggio dei mezzi dell’arma e
continuare la fuga: tre a piedi e altrettanti sull’altro scooter, esplodendo due colpi d’arma da fuoco contro
i militari, senza colpire nessuno, ma
riuscendo così a far perdere le proprie tracce. Attraverso successiva
perquisizione dell’auto abbandonata i carabinieri hanno trovato un fucile Kalashnikov calibro 7,62 con 29
cartucce nel serbatoio e un colpo in
canna, e una pistola calibro 7,65 con
10 cartucce ed una in canna (rubata il 7 giugno scorso ad una guardia
giurata a Soccavo, durante la rapina
a una banca). Inoltre, vicino a uno
degli scooter abbandonati è stata
trovata anche una pistola calibro 9
con 5 cartucce nel caricatore e con
matricola cancellata. Poco dopo, nei
pressi del lotto G , gli investigatori
hanno trovato, abbandonato, l’altro
scooter.

«Se non parli ti ammazziamo»


Una volta rapinato Viola, il corriere che trasportava la droga, è scattata subito la
controffensiva di quanti avevano investito soldi, parecchi soldi nel carico per poi poterne ricavare il doppio
o addirittura il triplo una volta rivenduta la marijuana e l’hashish giunti
dall’Olanda. I carabinieri sono riusciti ad intercettare una conversazione all’interno di una Volkswagen
Golf tra gli investitori e gli organizzatori del traffico ed un ragazzo, ritenuto essere il “basista” che aveva
dato la “soffiata” a chi ha poi rapinato il carico.  Soltanto il tempestivo
intervento dei militari dell’Arma, che
stavano ascoltando la conversazione, ha salvato la vita al ragazzo e permesso di arrestare i broker prima che
avvenisse l’irreparabile. In auto ci sono Alfonso Nasto, Francesco Antille, Antonio Agretti e Domenico Caracciolo oltre al ragazzo. I quattro poi
saranno tutti arrestati e condannati
in primo grado con pene che vanno
dai 12 ai 20 anni.
Ecco qualche stralcio dell’intercettazion del 25 giugno del 2010 riportata a pagina
61 dell’ordinanza di custodia cautelare.
Agretti rivolgendosi al giovane dice riferendosi ad Alfonso Viola, il corriere
rapinato: «Solo tu sapevi che veniva
il vecchiarello con la Ypsilon». Poi,
Alfonso Nasto parlando con Viola
dirà: «Non lo fate picchiare più. La
base è da qua dentro». E di seguito
Lʼarresto di Carmela Nasto
Dal Vico Equense era passato al Savoia nell’estate del
2010. Faceva parte del gruppo: protagonista in
Promozione, poi titolare a fasi alterne nel campionato
di Eccellenza, dove nell’undici base di Vitter entrò
Fontanarosa. Centrocampista di buone doti tecniche,
non fortissimo fisicamente, dedito più alla fase di
rottura. Per Nasto, anche una vecchia condanna sempre
per spaccio, nel 2009, quando fu sorpreso con 5 dosi di
marijuana e una dose di cocaina. Fu arrestato e
condannato a una pena di un anno e 4 mesi, oltre a
5mila euro di multa.  anac
la conversazione. Antille: «Ti rendi
conto che tu sei di Torre». Alfonso
Nasto: «Se devi parlare, devi dire dove sta il fumo». Ragazzo rapito: «Io
non so niente Alfò». Nasto: «Devi
prendere il fumo». Ragazzo rapito:
«Ti sto dicendo che non so nulla».
Nasto: «Allora devi morire». Poi,
Agretti lo minaccia: «Tu devi stare
un poco chiuso, devi vedere kalashnikov, mitragliette, coltelli che ti
tagliano un poco...incomprensibile...perché tu se non vedi questo tu
non parli». Al che anche Caracciolo interviene: «Eh».  Agretti aggiunge: «Ue Fo (rivolgendosi ad Alfonso Nasto) noi a questo lo dobbiamo portare solamente là sotto, e devono venire quei due! eh! altrimenti
quà non la quagliamo mai, perdiamo
tempo...». Anche Caracciolo è d’accordo: «Altrimenti perdiamo tempo
uè Fo’». In seguito è
lo stesso Nasto che
prova a far parlare il
ragazzo rassicurandolo su eventuali ritorsioni della banda
di rapinatori di droga: «Non ti tocca nessuno». Ragazzo rapito: «Io non mi inetto paura di
nessuno». Al che Caracciolo interviene: «Tu le pazzielle ancora le devi vedere...».

Patto di camorra con gli Scissionisti


Duecentomila euro di stupefacenti andati in fumo. L’operazione dei carabinieri dal comando di
Torre Annunziata, terminata con i
venti arresti di mercoledì, è partita
due anni fa con la rapina di un ingente carico di droga. Marijuana e
hashish arrivati dall’Olanda e rapinati a Poggiomarino da qualcuno che
conosceva le mosse e gli spostamenti
dei narcos del clan Gionta. Il gruppo
di broker della droga, però, hanno fatto di tutto per recuperare il carico da
più di trenta chili che poteva fruttare diverse centinaia di euro una volta finito agli angoli delle strade e delle piazze oplontine. I narcos torresi
avevano deciso di diffondere la voce
in giro e di chiedere aiuto alle potenti cosche napoletane. Un patto di camorra per recuperare la droga scomparsa siglato con gli Scissionisti di
Secondigliano, ma anche con i Mazzarella di piazza Mercato e i Sarno di
Ponticelli. Secondo gli inquirenti il
clan non voleva rimetterci i soldi e la
faccia, l’intenzione, dunque, era quella di recuperare il prezioso carico e
dare una lezione esemplare a chi si
era permesso di rapinare i “valentini”. Ecco uno stralcio delle intercettazioni contenute nell’ordinanza
emessa dal gip Claudia Picciotti del
Tribunale di Napoli. Nella conversazione in auto tra Alfonso Nasto, Francesco Antille e Domenico Caracciolo, è il primo a prendersela con la staffetta. «Non lo sapeva dire il compare, vedi che questa è roba dei Valentini». Poi, aggiuge: «Se non esce la roba ci hanno rovinato completamente...No? Se erano dei nostri, se va bene abbiamo perso trentamila euro».
A questo punto è Antille a proporre
di coinvolgere le altre potenti cosche
nella ricerca del carico: «Ambasciamo anche a Marano, portiamo l’imbasciata anche dentro a Secondigliano, ma questa erba...ma dove, ma
dove la vanno a vendere...quello come arriva l’imbasciata che...e ci portano l’imbasciata qua...».
Dal dialogo si evince chiaramente
che i rapporti tra i differenti clan e anche il peso della cosca di Torre Annunziata permetteva ai broker della
droga torresi di poter trattare e chiedere un favore ad altre cosche per recuperare il carico di stupefacenti rapinato. Questo, insomma, per far capire che la cosca dei “valentini” ha
ancora contatti e un peso specifico
che le consente di andare dalle cosche che gestiscono la holding dello
spaccio partenopeo e “trattare” per i
propri interessi. Grazie alle indagini
coordinate dal procuratore aggiunto
della Dda Rosario Cantelmo e dai sostituti Falcone e Filippelli, si riescono
a definire, dunque, i ruoli all’interno
dell’organizzazione. Le singole mansioni e l’intera organizzazione che faceva capo ai Nasto e a Caracciolo,
detto “mughi mughi” che si occupavano della gestione dei trasporti della droga importata dall’estero. Ancora in fuga, invece, Salvatore Paduano, detto “sasà”, secondo gli inquirenti si tratterebbe dell’attuale boss
della potente cosca dei “valentini”.