mercoledì 27 giugno 2012

Ammazzato Marco Riccio affiliato della venella grassi..


Un clamoroso agguato,
che dai primi accertamenti sembra di stampo camorristico, è avvenuto poco prima della mezzanotte di ieri nel quartiere Secondigliano, tra via Miano e via cupa
Cardone. Proprio nei pressi della
sede della caserma “Caretto” un
giovane dall’aspetto di un giovannissimo è stato trovato già cadavere da un maresciallo dell’Arma che dall’interno aveva sentito dei colpi di pistola e si è precipitato fuori. Inutile si è rivelato
ogni soccorso e anche l’ambulanza del 118 ha dovuto fare marcia indietro. Il ragazzo era stato
ammazzato all’istante da un proiettile alla testa, anche se pure il
volto era stato centrato dagli assassini. Intorno a lui, a terra, non c’era niente. Per cui si presume
che si trovasse a piedi quand’è
cominciata la sparatoria nei suoi
confronti.La vittima era giovanissima,Marco Riccio infatti aveva solo 18 anni,e non era un personaggio di rilievo all'interno dei clan,visto che dai di lauro era passato con gli scissionisti della venella grassi.Per molti era solo un piccolo spacciatore,altri ancora lo indicano come un lesto ladruncolo,fatto sta che la sua e' stata un'esecuzione spietata,portata a termine in pochi secondi,il primo colpo in testa per farlo cadere,poi il colpo di grazia al volto.Per il momento si sa poco sulla vittima e sul movente,anche se qualcosa si potrebbe ipotizzare visto che era entrato a pieno titolo nel clan della venella grassi,forse ma sono solo ipotesi per il momento,il suo omicidio potrebbe essere collegato in qualche modo all'arresto di Fabio Magnetti o' mocill,arrestato pochi giorni fa insieme al suocero e al cugino.Forse Marco Riccio ha pagato con la vita la soffiata che ha fatto arrestare o' mocill?ripeto sono solo ipotesi e nient'altro,resta la rabbia il dolore e il rispetto per questo ennesimo ragazzino ammazzato in modo cosi' feroce e crudele.Rispetto per lui e per i suoi cari che si sono visti ammazzare il loro congiunto in modo cosi' barbaro e feroce..

”Vanella”, adesso è caccia al latitante


Dopo l’arresto di Fabio Magnetti, nel gruppo della “Vinella Grassi”, resta latitante soltanto Rosario Guarino: un 28enne soprannominato “Giò Banana”,
accusato anch’egli di associazione camorristica e droga. Un personaggio
meno noto degli altri indagati, tra i quali spiccano i nomi dei Petriccione, ma
indicato dai collaboratori di giustizia come uno dei componenti il gruppo di
fuoco del clan prima vicino ai Di Lauro e poi agli “scissionista”.
Ecco alcuni passaggi delle dichiarazioni rese da Biagio Esposito detto “Biagino” su di lui, il 30 novembre 2010 e il 2 dicembre successivo. Va naturalmente premesso che le persone tirate in ballo, a cominciare da Rosario Guarino, devono essere ritenute assolutamente estranee ai fatti narrati fino a prova contraria. In particolare, il 28enne detto “Giò Banana” risponde soltanto di
camorra e traffico di stupefacenti, non di altro.
«Indico Raiano Luca come nostro affiliato in quanto quando a settembre 2007
sono tornato a Napoli e l’ho già trovato con noi, mentre prima era dei Di Lauro. Lui insieme ai cugini, tra cui indico Petriccione Gaetano, il padre Salvatore, Giò Banana, Fabio ed i due ----omissis----- gestiva la piazza di spaccio
di eroina e cocaina alla Vanella. Inoltre fa anche i passaggi all’ingrosso di cocaina riforniti dal clan. Tutti questi ragazzi che ho indicato oltre ad occuparsi di droga, sparano anche, sono quindi killer del clan Amato-Pagano. Andai
nella Vinella dove abita Gaetano Petriccione e trovai già preparati con le armi Luca Raiano, Giò Banana, Gaetano Petriccione e Fabio  cugino dei predetti, non so bene come gli sia cugino ma comunque appartiene a Luca e
Gaetano».
«Sono stato poi io a passare l’imbasciata ai killer, cioè ai ragazzi del gruppo
di fuoco che ho prima indicato ossia Luca Raiano, Gaetano Petriccione, Gio’
Banana e Fabio. Ha sparato Luca Raiano, è stato proprio lui a dirmelo. Insieme a lui c’era anche Gaetano Petriccione, se non sbaglio mi dissero che la
vittima era giovane ed io non lo conoscevo. Oltre a Luca Raiano e Gaetano
Petriccione c’erano anche Gio’ Banana e Fabio, anche loro armati. Sono certo della loro presenza perché quando andai nella Vanella, li ho visti tutti e
quattro su due motorini, con quattro pistole, due le teneva Luca e due le teneva o Gio’ o Fabio, quello che era seduto sul lato passeggero.  …omissis…».
Il 2 dicembre 2010 Biagio Esposito aggiunse altri particolari sul gruppo di via
Vanella Grassa. «Conosco questa persona effigiata nella foto è Petriccione
Salvatore detto “o’ Marinaro, è un affiliato al clan Amato-Pagano, già con i Di
Lauro, è proprietario con il figlio Gaetano e i cugini “Giò Banana, cognato di
Carlo Capasso, Fabio, mi sembra Magnetti e un altro cugino Luca Raiano, di
una piazza di droga, storica, alla “Vanella”. Svolgeva la medesima attività con
i Di Lauro». Il 10 dicembre 2010 Esposito rincarò la dose: «Giò Banana attualmente appartiene al gruppo di fuoco più spietato degli Amato-Pagano»

lunedì 25 giugno 2012

Caccia a chi ha ”nascosto” Magnetti


Dove si è nascosto il fuggitivo nel corso di questi due mesi di latitaza? Chi
gli ha dato una mano? E soprattutto, in che modo ha messo a disposizione
il proprio tempo a favore del suo clan di riferimento? Ancora: cosa stavano
decidendo i soldali del gruppo criminale nel corso del summit durante il quale il latitante è stato scovato e tratto in arresto? Sono tutti interrogativi, questi, che aspettano una risposta dal lavoro investigativo della polizia che ha
avviato un'inchiesta più approfondita. Ma ecco che cosa era accaduto: la
polizia l'altra sera aveva interrotto un summit di camorra ed aveva arrestato il latitante sfuggito a 2 catture negli ultimi 6 mesi. La prima volta riuscì a
scappare il 26 gennaio e poi il 29 marzo scorso ma, nel tardo pomeriggio di
venerdì, Fabio Magnetti, di 23 anni, era stato finalmente arrestato dagli agenti del commissariato di polizia Secondigliano.
Il latitante, infatti, era destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in
carcere per concorso in associazione per delinquere di tipo mafioso, aggravato dal metodo mafioso. I poliziotti lo hanno arrestato nel corso di un summit di camorra, all’interno di un’abitazione di un pregiudicato, nel rione Berlingieri. Inutile il tentativo di far fuggire il giovane in un nascondiglio segreto, ricavato in un tunnel da cui si poteva accedere dal terrazzo attraverso
una porta in ferro, previa apertura grazie un pulsante. Magnetti, facente parte di un gruppo criminale in espansione denominato “Vannella Grassi”, così come altri pregiudicati e fedeli seguaci, si legò dapprima al clan Di Lauro
e, successivamente,  a seguito della faida, si legò con gli Scissionisti  del
Clan Amato-Pagano, motivo per il quale tutti gli aderenti furono soprannominati i “Girati”, formando così una nuova associazione “Magnetti-Petriccione”, decapitata lo scorso gennaio. I poliziotti oltre a Magnetti nel corso
del blitz del pomeriggio di venerdì avevano arrestato, perché responsabili
del reato di favoreggiamento i pregiudicati: Luca Di Pinto, di 26 anni, Joanderson Monaco, 26anni, Giuseppe Mele, 35 anni e Vincenzo Esposito, di 57
anni, conosciuto come “'o porche”. “’O mocillo”, all’anagrafe Fabio Magnetti,
pensava di essere al sicuro, ma non è stato così: Magnetti, lo ricordiamo, era
destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare susseguente a un decreto di fermo della Dda del 26 gennaio scorso. Il provvedimento restrittivo riguardava 10 indagati, dei quali quattro già detenuti e sei da catturare. Quel
giorno i carabinieri del Nucleo investigativo, autori delle indagini, ne presero tre e nei mesi seguenti altri due. Dopo l’operazione di venerdì della polizia, uno solo deve essere ancora assicurato alla giustizia: Rosario Guarino.
Gli uomini del vice questore Cristiano hanno concluso il blitz intorno alle 19.
Inutilmente qualcuno ha tentato di far fuggire Fabio Magnetti per un nascondiglio segreto,  ricavato in un tunnel da cui si poteva accedere dal terrazzo attraverso una porta in ferro, previa apertura con un pulsante. “O’ mocillo”, indicato dalla procura antimafia come il numero due sul territorio del
gruppo della “Vinella”, non ha potuto far altro che buon viso a cattivo gioco.
Ora si trova dietro le sbarre, in attesa dell’interrogatorio di garanzia.

«Ecco come si elude il carcere duro»

I. Come hanno fatto per anni i boss della camorra a comunicare dal carcere duro? Pizzini? Parole in codice durante i processi?
Per Giuseppe Misso detto “’o nasone”, ex boss del rione Sanità non
c’era nulla di più semplice: bastava attivare i suoi canali, gli uomini
giusti e parlare, con la massima
scioltezza possibile. Niente di complicato. Un “buco” nel rigido sistema di controllo del carcere duro che
Peppe Misso ha raccontato ai magistrati della Dda, un modo per aiutare i magistrati a svelare i retroscena del modo in cui tanti messaggi passavano tra le maglie “bucate” del severo regime carcerario
destinato ai capiclan della camorra e della mafia. «Quando ero detenuto al carcere duro a Spoleto
avevo chiesto di partecipare ai processi e di non rinunciare. Quindi
mi appoggiavano per il collegamento in videoconferenza dal carcere di Carinola e lì avevo i miei canali per comunicare all’esterno e
questo è avvenuto fino a quando
non ho deciso di collaborare con lo
Stato». In pratica da Spoleto era praticamente impossibile passare
messaggi e allora a Carinola usava
«un inserviente, o meglio un detenuto usato per lavoretti all’interno
del carcere e Aniello Bidognetti».
In questo modo Giuseppe Misso
“’o nasone” veniva informato di
quello che stava accadendo al rione Sanità e faceva arrivare i suoi
messaggi all’esterno. E alcuni anni fa la situazione era febbrile nella zona del rione Sanità in quanto
c’era una guerra in atto tra i suoi
nipoti, Giuseppe “’o chiatto” ed
Emiliano Zapata, e il clan Torino.
Per questo era giusto secondo lui
«predicare la calma». Il sistema che
usava per comunicare all’esterno lo ha riferito nel corso di un processo in Corte d’Assise che si sta
celebrando proprio per alcuni imputati accusati di alcuni omicidi
che sono stati commessi durante
quella guerra di camorra. Alla sbarra i killer del clan Misso, alcuni di
loro pentiti, altri invece “irriducibili”. 
«Avevo lasciato un impero quando
sono entrato in carcere, diventata
una distruzione nel giro di pochi
anni», ha detto nel corso del suo intervento dal sito riservato. Per quel
processo dove Misso ha parlato in
videoconferenza qualche mese fa
stavano per scadere i termini di custodi cautelare e adesso sono sotto processo con l'accusa di una serie di omicidi. Ieri c'è stata la senconda udienza ma il processo ancora deve entrare nel vivo. 
Va avanti il processo per i nove pregiudicati di spessore del rione Sanità accusati di essere dei killer al
servizio del clan Misso e dei Torino,
ma non senza qualche ostacolo. Se
a gennaio stavano per scadere i termini di custodia cautelare, ma per
fortuna la Procura riuscì ad emettere in tempo il decreto di giudizio
immediato, adesso la difesa di Nicola Torino è pronta alla ricusazione del collegio. Il collegio giudicante “è stato rifiutato” dai legali
dell’uomo perché ha già giudicato
Torino per un altro omicidio, dunque, si è vicini ad uno stop in Corte d’Assise prima dell’eventualità
di finire in Corte d’Assise d’appello e in Cassazione.  Si è dunque rischiato di dover rifare tutto il processo da capo. Alla sbarra ci sono
anche Vincenzo Di Maio, Gennaro
Esposito, Luigi Esposito, Marco
Hudelka, Alessandro Maisto, Salvatore Romagnolo, Vincenzo Persico, Nicola Sequino. Nel corso delle indagini, sostenute dal racconti
di decine di collaboratori di giustizia, prima fra tutti i Misso, sono stati ricostruiti nove omicidi: Mariano Sposato, Fabio Silvestri, Anna
Deviato, Marcello Buonocore, Antonio Colucci, Bruno Maltese, Ciro
Beninato e Francesco Caruso Festa, più il tentato omicidio di Ciro
Lepre e per tutti il reato di armi. In
realtà gli idagati al momento del
blitz erano il doppio poi ci sono state le pronunce del Riesame che ha
annullato molte delle ordinanze e
la Procura per questo motivo ha inteso non chiedere il giudizio.

Colpo a 4 clan: in 31 sotto processo


Il due luglio prossimo saranno sotto processo davanti al giudice per le
indagini preliminari. Rischiano di finire a giudizio per i reati di associazione per delinquere di stampo camorristica, estorsione, traffico di
droga e alcuni di loro anche per omicidio. È il processo che potrebbe
realmente assestare un colpo definitivo alla camorra della zona Est.
Quattro cartelli criminali, i D’Amico-Mazzarella e i Reale Rinaldi di
San Giovanni a Teduccio, i Cuccaro-De Luca Bossa di Barra e Ponticelli e i Tarantino di Ponticelli, si sono contesi e si contendono il territorio e le attività illecite che furono dell’ormai ex cosca dei Sarno.
Due “guerre” combattute a suon di morti ammazzati che sono finite
sotto la lente d'ingrandimento della Dda di Napoli in due distinte inchieste coordinate dai pm
D’Onofrio e Valentini e portate a termine dai
carabinieri della compagnia di Torre del Greco,
con il capitano Pierluigi Buonomo, e i colleghi
della tenenza di Cercola. All’alba, l’epilogo con
il maxi-blitz e la notifica delle ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del Tribunale
di Napoli Antonella Terzi. Molti degli indagati, soprattutto i personaggi di più grosso calibro, erano dietro le sbarre e così, materialmente, le manette sono scattate solo per una decina dei 36 destinatari, mentre uno, Giuseppe Incarnato, 27enne di Ponticelli, era riuscito a sfuggire alla cattura.
Uno degli indagati, Ciro D’Alessio, informatore dei D’Amico, nel frattempo si è pentito ed è entrato così nella grande schiera dei collaboratori di giustizia che hanno dato una mano agli inquirenti in queste
due inchieste che hanno molti punti di contatto tra loro. Gli omicidi che
vengono contestati ad alcuni degli indagati sono quelli di Oreste Russo (27 aprile 2001) e di Gennaro Perrotta (28 luglio 2001), botta e risposta, e quello del padrino Salvatore Tarantino (26 novembre 2009),
il ras che voleva riorganizzare il clan Sarno dopo il pentimento dei capiclan. Ma ci sono anche i tentati omicidi dei fratelli Raffaele e Salvatore Maddaluno, organizzati dai D’Amico anche con l’aiuto del consulente immobiliare e contabile Ciro D'Alessio, usato come un “cavallo di Troia” per entrare nella roccaforte del clan nemico (ne scriviamo nel pezzo di lato) . Insomma, le due ordinanze raccontano di una
barbarie infinita, fatta di rancori, vendette private, tradimenti e repentini passaggi da un clan all'altro che danno lo spaccato agghiacciante dei quartieri della periferia est della città, Barra, San Giovanni e Ponticelli: il triangolo della morte. I sodalizi di camorra potevano contare anche su un
agente della polizia municipale di Cercola, Vincenzo Pignatiello, 45enne, che non sono faceva “favori” ai boss che di volta in volta lo contattavano ma addirittura procurava le armi “pulite” ai gruppi di fuoco.
Addirittura, nella notte tra il 5 e il 6 febbraio del 2002, rubò 4 pistole
calibro 7,65 e relative munizioni che erano custodite in un armadietto negli uffici della polizia municipale di Cercola. E non solo. Pignatiello fungeva anche da intermediario tra il clan e le vittime delle estorsioni, per lo più commercianti di Cercola. Insomma, una vero e proprio
appartenente alle forze dell'ordine al servizio della camorra.

Le tensione e la lunga scia di sangue


Sono tre gli omicidi finiti sotto la lente d'ingrandimento degli inquirenti
nell'ambito delle due inchieste coordinate dalla Dda di Napoli. Tre feroci
esecuzioni che sono state svelate solo grazie al fattivo apporto dei collaboratori di giustizia, tra cui gli stessi
fratelli Sarno, ai quali si sono aggiunti di recente Nunzio Grande “Nunziello” e Vincenzo D’Ambrosio “’o presidente”. I primi due omicidi sono
quelli di Oreste Russo, vicino al clan
Mazzarella, e di Gennaro Perrotta, fedelissimo dei D’Amico nonché uno
dei killer di Russo. Un clamoroso botta e risposta, quindi, tutto interno al
clan Mazzarella-D’Amico. In pratica,
il 27 aprile del 2001. Russo fu ammazzato da Perrotta e da Salvatore Autore,
su mandato di Gennaro e Salvatore D’Amico, perché si era permesso di dire che “Gennarella” era un confidente della polizia. La risposta dei Mazzarella
arrivò il 28 luglio del 2001 con l’agguato contro Gennaro Perrotta. Per
questo delitto sono considerati esecutori Antonio D’Amico e Michele
Atonna mentre i mandanti sono Giuseppe e Luciano Sarno, mentre il boss
delle “case nuove” Gaetano Vatiero,
reggente del clan Caldarelli, aveva dato il suo assenso all'agguato, per dare «soddisfazione a Vincenzo Mazzarella che si era risentito per l'omicidio
di Oreste Russo». E, infine, il delitto
più recente, quello ai danni del ras
Salvatore Tarantino (nella foto la scena del delitto), ferito in un agguato nel
Lotto “0” di via Cleopatra a Ponticelli la mattina del 25 novembre del 2009
e morto il giorno dopo. Tarantino, che stava riorganizzando il clan Sarno, fu
ucciso da Ciro Minichini “Cirillino” mentre i mandanti sono Teresa De Luca
Bossa e Andrea Andolfi del clan Cuccaro di Barra.

sabato 23 giugno 2012

Arrestato Fabio Magnetti o'mocill

. Era sfuggito alla cattura già il 26 gennaio e poi il 29 marzo scorso e, nel tardo pomeriggio di ieri, Fabio Magnetti, di 23 anni, è stato arrestato dalla polizia. Il latitante, infatti, era destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per concorso in associazione per delinquere di tipo mafioso, aggravato dal metodo mafioso, ed è considerato uno dei boss della droga della zona della “Vanella Grassi”. I poliziotti lo hanno arrestato nel corso di un summit di camorra del clan Amato-Pagano, all’interno di un’abitazione di un pregiudicato, nel rione Berlingieri. Inutile il tentativo di
far fuggire il giovane in un nascondiglio segreto, ricavato in un tunnel da cui si poteva accedere dal terrazzo attraverso una porta in ferro. I poliziotti oltre a Magnetti hanno arrestato, perché responsabili del reato di favoreggiamento, i pregiudicati Luca Di Pinto, di 26 anni, Joanderson Monaco, 26anni, Giuseppe Mele, 35 anni, e Vincenzo Esposito, di 57 anni, conosciuto come o' porshe..

Torna la mattanza dei clan: due morti


. Travestiti da operai dell’Asia,
sarebbero arrivati da Secondigliano o
dai comuni vicini i due killer che ieri
mattina hanno crivellato di colpi un
28enne incensurato, secondo gli investigatori bersaglio dell’agguato costato la vita anche a uno storico ras di
Barra. Ed è soprattutto sulla base di
questa ricostruzione che si stanno
muovendo gli investigatori della polizia per risalire ai responsabili del duplice omicidio di Ciro Abrunzo “’o cinese”, che aveva amicizie nel gruppo
Abete degli scissionisti, e di Franco
Gaiola “’o fachiro”, 58enne sostanzialmente autonomo rispetto ai clan del
quartiere orientale. Sullo sfondo ci sarebbe la guerra interna alla galassia
camorristica degli Amato-Pagano, ma
non viene esclusa una possibile ripresa delle ostilità a Barra.
Franco Gaiola e Ciro Abrunzo intorno
alle 11 e 30 di ieri si intrattenevano nei
pressi del cortile del palazzo in cui abitava il secondo, sul corso Sirena. Gli
assassini sono giunti a bordo di un’autovettura, a volto scoperto e con addosso le casacche arancione dell’Asia.
Sono scesi e hanno aperto il fuoco soprattutto contro il 28enne: la polizia lo
desume dalla circostanza che il corpo
del giovane è stato crivellato dai colpi
di pistola mentre solo due proiettili
hanno centrato mortalmente “’o fachiro”, al torace e a una gamba. Inutilmente il 58enne ha cercato riparo all’interno dell’edificio mentre l’altro si
è accasciato sul lato opposto della carreggiata: pur ferito, aveva tentato
un’impossibile fuga. Il cadavere è stato ritrovato accanto ad una motocicletta.
Il tremendo raid di camorra è stato fulmineo. Corso Sirena è generalmente
affollato, soprattutto di mattina per la
presenza di negozi a buon mercato.
Ma al loro arrivo, i poliziotti del commissariato
San Giovanni-Barra, dell’Upg e della
Squadra Mobile della
Questura
non hanno
trovato persone disposte a collaborare: solo familiari e amici delle vittime particolarmente infuriati. Tanto che si sono vissuti momenti di forte tensione, con alcuni congiunti che volevano più rapidità nel rimuovere i corpi. Poi la zona
è stata blindata e la situazione con il
passare delle ore è diventata meno incandescente. Gli investigatori, con il
supporto della polizia scientifica, hanno trovato e sequestrato 12 bossoli calibro 7 e 65 e 9x21: dieci affianco al corpo di Abrunzo, due vicino a Gaiola. A
dimostrazione che a sparare sono state due pistole, circostanza che ha fatto in un primo momento persino ipotizzare che si sia verificato un conflitto a fuoco tra le vittime. Negli uffici
della Omicidi della Mobile (dirigente
Andrea Curtale, vice questore Fulvio
Filocamo) e del commissariato San
Giovanni-Barra (dirigente Pietro De
Rosa) ci credono poco, ma per eliminare ogni
dubbio su entrambi è stato eseguito
l’esame dello
Stube. Indizi
utili alle indagini vengono
cercati anche
nelle memorie dei telefonini degli uomini uccisi. Nel quartiere per ore ha
circolato la voce, senza conferme, di
un filmato girato con il telefonino da
qualcuno, in cui si vedrebbe un’auto
sfrecciare a tutta velocità.

Gruppo autonomo con “amicizie” importanti a Napoli e provincia


L’ultima volta era stato arrestato nel 2008, quando assieme
ad altri quattro “specialisti” di una
“batteria di barresi” aveva tentato
di portare a termine un colpo in un
ufficio postale di Milano. Ma il boss
Franco Gaiola “’o fachiro” era soprattutto un “uomo d’onore alla
vecchia maniera”. Assieme al fratello minore Salvatore, arrestato nel
2007 per possesso di armi, negli anni Ottanta creò un gruppo autonomo rispetto agli Aprea, forte anche
della parentela con i Celeste e con
Minichini, altri due gruppi di camorra di Barra.
Era il 27 febbraio del 1998 quando
la latitanza di “Franchetiello ‘o fachiro” finì dopo 5 lunghi anni. Il
boss di corso Sirena fu stanato a
Cerenova, nei pressi di Civitavecchia, dai carabinieri che lo avevano individuato qualche mese prima. Il blitz scattò dopo tre mesi di
serrate indagini e pedinamenti, era
inseguito da provvedimenti restrittivi con le accuse di associazione a delinquere di stampo camorristico, omicidio, ed estorsione.
Il 2 dicembre del 2008, dopo che
era tornato libero da qualche mese, Franco “’o fachiro” fu arrestato
ad Afragola dopo il colpo nell’ufficio
postale di Milano. I malviventi, tutti di Barra, erano andato la domenica prima a vedere la partita di
calcio Inter-Napoli e poi si erano intrattenuti. Lunedì erano entrati in
azione portando via oltre 34mila euro, 500 buoni postali fruttiferi in
bianco, 50mila francobolli di posta
prioritaria e altro materiale, poi tutto recuperato. La banda fu bloccata ad Afragola dai carabinieri quando stava rientrando a Barra.
Il 2 dicembre del 2007, invece, era
toccato a Salvatore Gaiola finire
dietro le sbarre. Il pluripregiudicato, infatti, fu bloccato dalla polizia
dopo che era entrato in un bar di
via delle Repubbliche Marinare armato di una micidiale pistola. Salvatore “’o fachiro” venne arrestato
proprio mentre sorseggiava un caffè al bancone del bar. Nella cintola
aveva una pistola semiautomatica
calibro 9 luger marca “Cbc” e nella manica del maglione un guanto
in lattice. Un poliziotto del commissariato San Giovanni-Barra, libero dal servizio, lo riconobbe, vide
che era armato e allertò i colleghi,
che lo arrestarono poco dopo. Il padre e un altro fratello dei Gaiola furono ammazzati nel 1978 e nel
1979

«Ci avete portato Secondigliano qua»


Ci avete rovinati da
quando avete portato Secondigliano qua. Questi sono i risultati!». A urlare contro un’altra donna, probabilmente una familiare
di Ciro Abrunzo, è una familiare
di Franco Gaiola “’o fachiro”, subito dopo che la polizia mortuaria
aveva portato via le due salme.
Poi le donne sono venute alle mani, divise da una folla di parenti e
familiari di entrambi. La calma è
tornata solo quando un uomo, che
sembrava avere autorità su entrambi i gruppi di donne, ha detto: «Adesso basta, tutte e due le
famiglie tenete il morto». La circostanza si può spiegare con fatto che il clan Abete di Secondigliano, legato agli scissionisti Marino e Notturno, capeggiato dal
ras Arcangelo Abete, ha stretto
un patto con il clan Cuccaro di
Barra. Accordo sancito anche durante la festa dei Gigli del 2010,
quando i boss Angelo Cuccaro e
Arcangelo Abete si diedero il “famoso” bacio davanti al Giglio.
Abrunzo, infatti, è legato a vincoli di parentela con gli Abete che
sono comunque originari di Barra.
Al corso Sirena ieri mattina le forze dell’ordine hanno avuto molta
difficoltà a tenere sotto controllo
la situazione. I parenti dei due
morti erano praticamente dappertutto , visto che abitano proprio lì, dove il commando di killer
in auto ha seminato la morte con
almeno una quindicina di pallottole di grosso calibro poco dopo
le 11,30. A decidere chi doveva
passate attraverso il cordone di
agenti e militari e addirittura a
“vegliare” i morti c’erano le donne. «Ma che aspettate a toglierli
da terra, sono passate due ore,
non vedete che sole che ci sta.
Noi non siamo animali!», un’altra
signora così si è rivolta agli investigatori al lavoro per fare i rilievi
in una situazione veramente paradossale. «Non reagite sennò
questi ci danno addosso» ha detto uno dei carabinieri addetti al
servizio d’ordine pubblico rivolgendosi ai colleghe che cercavano di allontanare la folla, ma che
non ci sono riusciti. Lo stretto budello che dalla “vecchia Posta”
porta a piazza Parrocchia si è
svuotato solo quando la Mortuaria ha portato via le due salme. E
dopo che c’è stata la litigata ta i
due gruppi di donne.
I killer si sono accaniti contro
Abrunzo, il sangue lasciato sul
selciato, proprio davanti alla saracinesca del negozio di abbigliamento “N&G” ha inzuppato
più di un lenzuolo bianco posato
con pietà sul cadavere crivellato
di pallottole. Lì vicino uno scooter, probabilmente di una delle vittime, dove il corpo ormai privo di
vita del 28enne si è appoggiato,
quasi come se si fosse seduto a
terra, con le gambe distese verso
il centro della strada. L’altro cadavere, quello del boss Gaiola,
probabilmente “morto per senza
niente”, come urlava un’altra donna, era nascosto agli occhi della
folla di curiosi. Era riverso sul selciato del cortile, lo stesso cortile
dove il 18 settembre del 1999 un
malato di mente uccise Salvatore
Ambrosio, giovane militare della
Guardia di Finanza, dopo avergli
sottratto la pistola d’ordinanza. Il
corso Sirena è stato teatro più volte di omicidi a colpi di pistola ma
ogni volta lo “spettacolo di morte” attira sempre più curiosi.

venerdì 22 giugno 2012

Mattanza a Barra, due morti

Torna la furia assassina della camorra che spara tra la folla. I killer, travestiti da operai dell’Asìa, sono entrati in azione ieri mattina, poco dopo le 11,30, al corso Sirena, a Barra, massacrando il boss Franco Gaiola “’o fachiro”, 58enne, e l’emergente 28enne Ciro Abrunzo, parente del ras scissionista di Secondigliano Arcangelo Abete. E le prime
indagini della polizia portano proprio ad una vendetta degli Amato-Pagano “in trasferta” nell’ambito dello scontro con gli Abete-Notturno-Marino per il controllo dei traffici illeciti.
Franco Gaiola, secondo gli inquirenti, si sarebbe solo trovato al posto sbagliato al momento sbagliato. I killer, infatti, hanno esploso ben 10 colpi per Abrunzo e solo 2 per Gaiola. Lite tra due donne, familiari dei morti, dopo la rimozione dei cadaveri. «Avete portato Secondigliano qua» ha detto una parente di Gaiola.

Colpo ai “padri” dei clan: 400 anni di carcere


. Due sentenze. Una di primo grado e l’altra d’appello che atterrano i capi storici della camorra
napoletana. Da una parte il gruppo
dei Mazzarella della zona di Forcella,
riorganizzatosi per gestire lo spaccio di droga. Dall’altro i potenti Licciardi dell’Alleanza di Secondigliano ched dal quartier generale della
Masseria Cardone comandono buona parte di Napoli. Ieri in Procura
c’era soddisfazione perché boss storici del calibro di Vincenzo Licciardi
da una parte e Gennaro Mazzarella
dall’altra hanno incassato pene severe che diventarenno definitive solo con la pronuncia della Cassazione
ma che segnano una rotta ben precisa.
IL CLAN MAZZARELLA
Duecentoquarantatré anni. Questo
è quanto i giudici della prima corte
d’Appello di Napoli hanno inflitto ai
19 imputati dell’operazione “Piazza
pulita 2” per il controllo degli affari
criminali della zona di Forcella, sotto l’egida del clan Mazzarella. È l’inchiesta arrivata dopo lo scompaginamento del clan Giuliano e dopo la
maxiretata del 2005. Alla sbarra i
boss della zona coloro i quali sono
considerati i capi incontrastati della
cosca: Gennaro Mazzarella, Angelo e
Antonio Marmolino, Paolo Ottaviano, Biagio Rapicano. Lievi gli sconti di pena, alcune decisioni ribaltate
come quella per Rapicano, assolto in
primo e condannato in secondo grado. Angelo Marmolino, difeso dall’avvocato De Gregorio, ha avuto illivellamento più consistente incassando alla fine 12 anni di reclusione.
Venti anni per Umberto Ponsiglione
e 14 per Giuseppe Del Prete, considerato uno dei capi emergenti della
zona di Forcella. La Dda è riuscita a
scompaginare la cosca di Forcella
non solo con centinaia di arresti ma
con condanne che hanno superato
in totale i mille anni di carcere. Secondo quanto ha stabilito il giudice
in sentenza, gli imputati fanno tutti
parte del clan Mazzarella e ci avevano messo poco a riorganizzare le
“piazze” di droga, pochissimo per
trovare dei sostituti capaci in tutto
e per tutto di gestire la più lucrosa
delle attività del clan, ovvero lo spaccio di sostanze stupefacenti. Così gli
uomini del Roni dei carabinieri e gli
uomini della sezione Pg della Guardia di Finanza diedero esecuzione
all'ordinanza di custodia cautelare
firmata dal giudice per le indagini
preliminari Sergio Marotta.
IL CLAN LICCIARDI
La requisitoria era durata oltre tre ore
nelle quali il pubblico ministero Enrica Parascandolo aveva tratteggiato il profilo dei boss alla sbarra accusati di associazione camorristica
ed estorsione aggravata. Si tratta del
gotha del clan Licciardi che da sempre domina gli affari criminali di
mezza Napoli. Alla sbarra Vincenzo
e Giovanni Licciardi (il pm aveva
chiesto 24 anni, assolto dal traffico
di droga, difeso dall’avvocato Giuseppe Biondi) ma anche insospettabili prestanome. Le indagini prendono spunto dalle indagini che hanno portato nel 2008 a catturare Vincenzo Licciardi “’o chiatto”, boss incontrastato della zona di Secondigliano e inserito nell’elenco dei 30
super latitanti più ricercati dall'interpool. L’unico modo per farlo era
mettere sotto intercettazione tutte
le persone che erano sospettate di
essere vicine alla cosca. Quando fu
braccato (era il 7 febbraio del 2008),
gli inquirenti usarono quelle conversazioni e dato che avevano chiesto
per ogni singolo cellulare captato
l’autorizzazione probatoria al gip, riutilizzarono il tutto decapitando il clan
in una sola notta.
Una maxi-operazione che aveva portato non solo al fermo 38 persone (sei
ordinanze sono state notificate in
carcere in carcere mentre in sei sono ancora latitanti), ma anche al sequestro di quote mobiliari ed immobiliari pari a 300 milioni di euro, un
risultato questo mai ottenuto prima.
Mai nessuna cosca italiana aveva
subito un colpo tale, un sequestro
del genere: adesso il clan Licciardi è
privo di uomini e soprattutto di soldi e sarà difficile che si riorganizzi in
tempi rapidi. L’ordinanza di 478 pagine era stata firmata dal gip Luigi
Giordano. In carcere finirono tra gli
altri Giovanni e Pietro Licciardi, i due
figli del boss defunto Gennaro “’a scigna”, il presunto capoclan Gennaro
Cirelli, che aveva preso il posto di
Vincenzo Licciardi.

Passa allo Stato anche Luciano Sarno


Ho deciso di cambiare vita». E così l’ultimo boss del clan Sarno di Ponticelli
è passato dalla parte dello Stato. Luciano Sarno ha chiuso con il passato ed
è diventato collaboratore di giustizia. Rischiano l’ergastolo e il carcere per tutto il resto della sua vita. Adesso può dare un futuro diverso al suo destino e
alla sua famiglia. Era scritto il suo pentimento. Scritto nelle pagine della camorra della zona di Ponticelli. I suo fratelli sono caduti ad un ano e lui irriducibile non poteva che mollare. Sfiancato dal 41 bis, accusato dai collaboratori di giustizia, senza più un quattrino, senza i suoi fedelissimi ad aspettarlo, il capoclan ha alzato bandiera bianca e si è arreso alla morsa della legge, dello Stato e della giustizia. La prima cosa che ha fatto è stata quella di
autoaccusarsi di due omicidi: quello di Gustavo Viterbo e Luigi Amico. «Sono io il mandante e le persone coinvolte in questo processo sono tutte colpevoli». Parole pensanti che sono state pronunciate
nell’aula di giustizia al termine del processo d’appello che vede imputato il braccio armato del clan
per il duplice omicidio della guerra contro i Panico
di Sant’Anastasia per il controllo della zona. Ha prima revocato i suoi avvocati difensori al momento della costituzione delle
parti, poi prima che la Corte si ritirasse in camera di consiglio, dal sito riservato dove era detenuto, ha chiesto di essere ascoltato. Ha reso quindi dichirazioni spontanee e si autoaccusato del duplice delitto ed ha tirato in ballo anche Antonio Piccolo l’unico a non essersi autoaccusato. Adesso Luciano Sarno non è più detenuto al 41 bis e potrebbe realmente fare luce su una
lunghissima scia di sangue che ha coinvolto Napoli e la sua provincia per anni.  Era la faida tra il clan Panico e il clan Sarno, tra la camorra di Sant’Anastasia e quella di Ponticelli. In primo grado dei ventuno imputati dei SarnoPanico per gli omicidi nella faida in Corte di Assise ben tredici furono gli ergastoli comminati, molti dei quali associati ad alcuni mesi di isolamento per
mandanti ed autori degli omicidi avvenuti nel 2004 nella lotta con la famiglia
vesuviana.
Solo quattro, infatti, furono gli imputati assolti con formula piena. Il carcere
a vita fu deciso in primo grado per Luciano Sarno; per Eduardo Troiano, fedelissimo dei Sarno secondo l’accusa, più tre mesi di isolamento; medesima
pena anche per Fabio de Michele, Francesco Di Grazia, Paolo Di Grazia, Giovanni Panico, Giancarlo Gallucci, Mario Sacco, Gerardo Perillo, Ciro Perillo,
Salvatore Coppola e Salvatore Circone, Giuseppe Piscopo con sei mesi di
isolamento. Quasi tutti decisero di ammettere le
loro colpe per evitare gli ergastoli. Gli appartenenti
al clan Sarno, infatti, sono stati per diversi motivi
condannati in secondo grado per gli omicidi di Luigi Amico, Gustavo Viterbo e Ciro Coppola. Gli imputati furono arrestati nel corso di un blitz che non
solo riuscì a fare piazza pulita di tutti i boss che
dominavano l'area vesuviana per anni e anni ma
anche a fare luce su una lunga scia di sangue dovuta ad una lotta tra due clan,
i Sarno e i Panico. Il boss Luciano Sarno solo per l'omicidio di Luigi Amico,
mentre per quello di Gustavo Viterbo non c'era stata la richiesta di estradizione e quindi il gup lo ha prosciolto. I clan si combattevano con azioni di fuoco continue: l'obiettivo era uno, conquistare sempre più spazio, riuscire a
gestire quanti più traffici illeciti. Non importava che per farlo occorresse passare sui cadaveri dei luogotenenti avversari

Trappola minuto per minuto, ecco il ruolo dei baby-killer


TORRE DEL GRECO. «La vittima viene attirata a Palazzo Fienga in una
trappola e consegnata spietatamente nelle mani degli esecutori materiali
del delitto». E i tre arrestati, che all'epoca dell'assassino non avevano
compiuto la maggiore età, in quell'omicidio così sfrontato ebbero un
ruolo fondamentale. Emerge dallo studio delle immagini della
videosorveglianza che già ad aprile aveva incastrato gli altri indagati.
Sul nastro è incisa una data - 24 maggio 2007 - e l'ora - 12,31. Salvatore
Paduano, Giuseppe Ferraro e Carmine Maresca sono affacciati dalla
veranda del secondo piano. Ettore Merlino arriva nella roccaforte del
clan, scambia qualche saluto e poi sale pure lui al secondo piano.
Scambia sorrisi, chiacchiere e strette di mano ai tre ragazzini. Poi entra
in uno degli appartamenti. A questo punto le telecamere registrano un
movimento strano. «L'imminente omicidio - si legge nell'ordinanza di
custodia cautelare emessa dal Tribunale per i Minorenni di Napoli - viene
preparato e pianificato in ogni dettaglio». Le immagini parlano chiaro:
alle 12,34 dall'appartamento di Gemma Donnarumma escono due
esponenti del clan Iacomino-Birra, Lorenzo Fioto e Vincenzo Lucio,
giunti a Palazzo Fienga alle 12,07, e si allontanano di corsa.
Per la Procura non ci sono dubbi: «Paduano, Ferraro e Maresca
concorrono all’azione nella fase dei preparativi evidentemente in corso
all’interno del Palazzo Fienga». E ancora: «La lettura logica e
consequenziale delle immagini incrociata con altre risultanze
investigative non lascia adito a molti dubbi: Ettore Merlino esce di casa
per un appuntamento, e così è attirato dai Gionta in una trappola», tant’è
che «viene ammazzato pochi minuti dopo essersi accomiatato dal gruppo
dei presenti». Addirittura «Salvatore Paduano - che insieme a Valentino
Gionta, nipote di Pasquale, viene attualmente considerato reggente del
clan - preleva da un’abitazione due caschi, scende al primo piano dove
riceve addirittura l’arma del delitto e poi si reca in un portone per
consegnare tutto ai due killer». Non solo. Accompagnato sempre da
Maresca, parcheggia anche lo scooter che servirà per l’agguato». Ferraro,
poi, si occupa di «monitorare e segnalare i movimenti della vittima
all’interno di Palazzo Fienga e di dare il via libera per l’uscita
dall’appartamento degli emissari del clan Iacomino-Birra».

Omicidio Merlino, altri 3 arresti


A. Le telecamere (al centro un fotogramma dei tre giovani) che ad aprile consentirono gli 11 arresti di componenti
del clan Gionta, tutti responsabili dell’omicidio di Ettore Merlino, oggi hanno consentito
altri tre riconoscimenti di esponenti del clan
oplontino che, a vario titolo, hanno partecipato all’esecuzione del pregiudicato affiliato al
clan Ascione di Ercolano, antagonista degli Iacomino-Birra, clan vicino proprio ai Gionta.
A consegnare i caschi e le armi ai killer di Merlino fu colui che è considerato l’attuale reggente del clan oplontino: Salvatore Paduano,
22 anni, all’epoca dei fatti minorenne, oggi latitante l’unico per il quale non è stato possibile eseguire l’ordinanza di carcerazione emessa a suo carico dal gip del tribunale dei minori di Napoli su richiesta della locale Procura.
Eseguita invece quella a carico di Carmine Maresca, all'epoca anch’egli minorenne, oggi 21enne, attualmente detenuto nel carcere di Vasto, condannato alla pena definitiva di 17 anni e due mesi di reclusione per l'omicidio
del tenente Marco Pittoni, assassinato a Pagani il 6 giugno del 2008.
Carcere anche per Giuseppe Ferraro, 21enne, ma minore all'epoca dei fatti.
Giuseppe è “figlio d’arte”: suo padre è Salvatore Ferraro, noto “nell’ambiente” col soprannome del “Capitano”, ritenuto personaggio di spicco del clan
Gionta.
I tre sono accusati di concorso in omicidio. Secondo i carabinieri della compagnia di Torre Annunziata al comando del maggiore Luca Toti che hanno
eseguito le indagini, Salvatore Paduano, da nuovo reggente del clan Gionta
aveva il compito di dare ai killer che il 24 maggio 2007 uccisero Merlino, caschi ed armi per portare a segno il raid. Paduano,  sfuggito all’arresto e tutt’ora in fuga, era a conoscenza come gli altri due destinatari delle ordinanze, della missione di morte che i sicari stavano per compiere con la benedizione degli affiliati del clan ercolanese, anche perché allo stesso Paduano furono poi riconsegnati i caschi e le armi quando Amedeo Raia e Alfonso Agnello (che nel 1985 fu indagato per l'omicidio del giornalista Giancarlo Siani), esecutori materiali dell’omicidio e arrestati lo scorso aprile insieme ad altre 9
persone, tornarono dal luogo del delitto.
Dai filmati sequestrati delle 8 telecamere piazzate nella roccaforte dei Gionta, i carabinieri della compagnia di Torre Annunziata hanno potuto ricostruire passo passo gli attimi precedenti all’esecuzione. Quella mattina, era

il 24 maggio 2007,  Merlino viene attirato in
una trappola a palazzo Fienga: i Gionta, rivali degli Ascione, con cui invece l’uomo era alleato gli propongono un patto per scavalcare
negli affari il clan Birra con cui invece i Gionta erano alleati. Merlino avrebbe dovuto gestire una commessa di droga per conto direttamente del clan di Torre Annunziata. Merlino si presenta all’appuntamento a casa di
Gemma Donnarumma, moglie del capoclan
Valentino Gionta. In casa, ad attenderlo, anche alcuni esponenti del clan Birra, presenti
per accordare l’autorizzazione all’esecuzione. Quando Merlino andò via da palazzo Fienga, le telecamere del sistema di videosorveglianza ripresero i due sicari che, su uno scooter, lo inseguirono fino a raggiungerlo su via
Nazionale a Torre del Greco dove lo uccisero senza pietà. Le stesse telecamere riprendono poi gli stessi killer che tornavano a palazzo Fienga acclamati dai vertici e dagli affiliati dei Gionta. Tra loro anche quei tre ragazzini
parte attiva nell’omicidio.

venerdì 8 giugno 2012

Scompaginati tre clan: 43 arrestati


Un colpo che potrebbe
realmente mettere la parola fine
ad un pezzo della “storia” della camorra partenopea. Quarantasette ordini di custodia cautelare, 36
in carcere, 6 ai domiciliari, 4 i latitanti mentre in 30 sono indagati a piede libero. Sono questi i numeri dell’ultimo colpo messo a segno dalla Dda di Napoli che ieri
ha ottenuto da due diversi gip
l’emissione di altrettante ordinanze che hanno scompaginato
il nuovo “superclan”: Bidognetti,
Mallardo e Licciardi. Insieme avevano deciso di allearsi per poter
mettere sotto pressione i commercianti e l’intero litorale Domitio. Ad entrare in azione sono stati i carabinieri del reparto operativo speciale di Roma, con il supporto provvidenziale degli uomini del Nucleo investigativo del comando provinciale di Napoli, coordinato dal colonnello Giancarlo
Scafuri. Il lavoro coordinato da un
pool di magistrati validissimi che
ha raccolto informazioni da collaboratori di giustizia, incrociandole con le intercettazioni telefoniche e ambientali. Gli indizi sono poi diventati prove e così è arrivata la notte del blitz. I carabinieri sono arrivati non solo nelle
roccaforti della cosca: Secondigliano, Castelvolturno e Giugliano
ma anche in altre regione. In
Abruzzo, Calabria, Emilia Romagna, Lazio e Lombardia. Il provvedimento va a colpire gli attuali reggenti del clan Mallardo che
hanno assunto la direzione del
clan dopo la cattura di Feliciano
detto “’o fregiato” e Giuseppe Dell’Aquila detto “’o ciuccio”. L’indagine è divisa in due parti. Nella prima fase gli investigatori hanno delineato la nuova struttura del
sodalizio criminale riconducibile
ai Mallardo accertando come, a
seguito della detenzione o in conseguenza dello stato di latitanza
dei capi storici, la direzione della
compagine era stata assunta direttamente da Giuliano Amico (latitante) e da Raffaele Mallardo
detto “lelluccio schicchirò”, con
una precisa ripartizione di compiti e di territorio nelle estorsioni.
È emerso che attraverso i luogo tenenti Francesco Napolitano,
Biagio Micillo (latitante), i Mallardo mantenevano rapporti con
i Licciardi, capeggiati da Mariano Brancato (arrestato), autorizzato a gestire la distribuzione della droga nel territorio giuglianese. La seconda fase dell’inchiesta verte proprio sul nuovo accordo
dei tre clan che avevano come
unico obiettivo quello di chiedere il pizzo a tutti i commercianti
della zona. La circostanza triste
ed emblematica, secondo anche
quanto raccontato nel corso della conferenza stampa di ieri, è che
neanche una delle vittime ha denunciato e neanche davanti all’evidenza probatoria si sono piegati e convinti. Un altro duro colpo che potrebbe segnare, unito
agli altri messi a segni dalla Procura partenopea e dalle forze dell’ordine nel giro di pochi anni, la
parola fine ad un pezzo “antico”
di camorra che aveva provato a
rigenerarsi unendosi con altre cosche ma che ha dovuto fare i conti con i nuovi pentiti e le pressioni giudiziarie. Le accuse sono di
associazione camorristica, estorsione aggravata dal metodo mafioso, armi, droga e anche un attentato dinamitardo messo a segno nel 2004 proprio ai danni di
un imprenditore restio a pagare.
Quello doveva essere un segnale
per tutti: adesso i responsabili sono stati arrestati. Che sia questo
il segnale per tutti.

Armato e in fuga il ras latitante


. Da latitante Gennaro
Trambarulo “’o muntato”, napoletano del rione Don Guanella ed
esponente di spicco del clan Licciardi, si sarebbe spostato in auto armato fino ai denti: con pistola, mitraglietta e bomba a mano.
Parola del pentito Massimo Amatrudi, agganciato sia alla mala
partenopea che casertana prima
di pentirsi. È sua la descrizione ritenuta più efficace dalla Dda del
pregiudicato di Secondigliano destinatario dell’ordinanza di custodia cautelare emessa ieri ed
eseguita dai carabinieri del Ros.
«Riconosco nella foto tale Gennaro o’ Muntato appartenente alla
famiglia Licciardi,  abitante in Napoli in Viale Don Guanella, forse
nel Parco dei Fiori ove abitava anni fa anche mia moglie. So che
questa persona è un esponente di
spicco del clan Licciardi. L’ho incontrato più volte tramite Domenico Bidognetti e in una occasione gli ho regalato una bottiglia di
champagne quando uscì dal carcere di Secondigliano. Una volta
mi chiese di chiedere a Bidognetti Domenico se stesse usando la pistola che gli aveva regalato. Preciso che conosco Gennaro
Trambarulo dal 1992-1993, quando io all’epoca mi occupavo anche del riciclaggio delle auto rubate».
«Che io sappia, il Gennaro partecipava alle riunioni con Mimì Bidognetti con il quale aveva stretto un’alleanza. Le posso dire questo perché io stesso ho portato le
Francesco Bidognetti detto “cicciotto ʻe mezanotte”
Cafiero de Raho (nella foto), coordinatore del pool
di magistrati che si occupano di criminalità della
provincia di Napoli - Un accordo militare ed
economico che permette a tre importati gruppi
criminali di fondarsi tra loro creando un gruppo
unico». C’è infatti la cassa comune della cosca dove
confluiscono tutti i proventi delle attività illecite.
«Metà di quei profitti - spiega il generale dei Ros
Parente - servivano per pagare gli stipendi agli affiliati, ai detenuti
e ai loro parenti. L’altra metà veniva divisa in tre parti per i tre
gruppi aderenti alla “supercosca”». fapo
ambasciate per conto di Domenico Bidognetti al Gennaro. In
un’occasione, addirittura mi recai nel Rione Don Guanella insieme a Michele Bidognetti per avere notizie in merito alla scomparsa di un suo parente poiché si sospettava che questi fosse stato
ucciso dai Cantiello, all’epoca in
lotta con i Bidognetti. Effettivamente proprio Mimì mi chiamò
sul telefono dicendomi di andare
ad incontrare una persona di Don
Guanella per capire cosa era successo al ragazzo. Io effettivamente capii che Bidognetti si stava riferendo a Gennaro che era il responsabile del Rione Don Guanella. Lì mi incontrai in particolare con tale Tyson che vedo effigiato e un tale Raffaele “Capozzella” che era un affiliato di Gennaro o’ Muntato”». Tramite l’intervento di questi ultimi che si rivolsero agli zingari di Secondigliano riuscimmo a rintracciare il
ragazzo scomparso e venimmo a
sapere che si era allontanato da
casa per motivi di droga. Vi ho citato questo episodio proprio per
gli stretti rapporti tra i due clan.
Altri affiliati come Egidio Coppola e Maurizio Lavoro mi hanno
confermato questi stretti rapporti di alleanza. Addirittura in un’occasione nel 1994 -1995 vidi il Gennaro che era latitante, all’interno
del Rione Don Guanella, che girava a bordo di una Fiat Brava all’interno della quale vidi una bomba a mano, una pistola ed una mitraglietta.

«Ecco com’è nata la maxi-alleanza»


«In questo incontro si
strinse l’alleanza tra i Mallardo e il
mio gruppo, nel senso che mi assicurarono il loro appoggio. Alla fine si creò un gruppo “misto” Mallardo-Bidognetti-Licciardi, la cui
operatività è stata a 360 gradi, in
tutti i settori illeciti: estorsioni, droga, usura e anche omicidi (che però non sono stati commessi perché non ce n’è stato il tempo). Per
stringere la vera e propria alleanza con i Licciardi vi fu però un altro incontro.
Il 6 ottobre 2009 Francesco Diana,
plenipotenziario del clan Bidognetti del Casertano fino al momento del pentimento, mise nero
su bianco per la prima volta quello che gli inquirenti sospettavano
da tempo: un’alleanza tra tre clan
tra Napoli e Caserta, due dei quali già federati nell’Alleanza di Secondigliano. Il collaboratore di giustizia, considerato la principale
fonte di prova nel procedimento
penale in corso, era un emergente all’interno della fazione dei Casalesi e non condivise la strategia
del terrore del gruppo di Giuseppe
Setola. E dopo l’arresto di quest’ultimo, si rese conto della necessità di un legame con le due
organizzazioni forti del Napoletano, a Giugliano i Mallardo e a Secondigliano i Licciardi. Ecco alcuni passaggi delle sue dichiarazioni sull’esistenza del “gruppo
misto”.
«Dopo l’arresto di Giuseppe Setola, all’interno del nostro gruppo vi
fu una scissione con la formazione
di due fazioni: una facente capo a
me ed un'altra facente capo a
Franco Letizia. Il mio gruppo criminale operava prevalentemente
in Lusciano e sul litorale Domizio,
a Parete ed a Cancello Arnone. La
mia fazione era appoggiata in particolare da Michele Bidognetti,
che al fine di rafforzare la potenza
della mia fazione, mi fece stringere una alleanza con la famiglia
Mallardo e con la famiglia Licciardi di Secondigliano. Ciò risale
a Febbraio 2009. A tale fine fu realizzato un incontro a casa della
nonna di Giuseppe Pellegrino sita in Giugliano nei pressi del cimitero. All’incontro erano presenti: Bidognetti Michele, suo nipote
Caterino Stanislao oltre a me; Pellegrino Giuseppe e Massimo “o’
mericano” nonché Barbato Pasquale quali intermediatori tra le
due organizzazioni in quanto si
trattava di soggetti legati sia ai Bidognetti che ai Mallardo; Mallardo Feliciano e un’altra persona di
cui non ricordo il nome, ma che
saprei riconoscere in foto».
Il racconto di Giuseppe Diana, ritenuto attendibile dai magistrati
della Dda, proseguì con altri particolari sull’operatività del “gruppo
misto”. «Ho formato un gruppo
con cui ho commesso estorsioni;
a tale gruppo partecipavano anche altri soggetti del clan Licciardi inviatimi da Gennaro “’o Muntato” (Gennaro Trambarulo, ndr)
di cui uno, Cosimo Migliore, fu anche arrestato proprio in relazione
ad una estorsione ad un lido balneare. Come dicevo, al gruppo
“misto” partecipavano anche affiliati al clan Licciardi; essi erano
Francesco Avolio detto “Tyson”,
suo cognato di nome Giovanni,
ma di cui non ricordo il cognome,
e Cosimo Migliore. Sulla divisione degli utili; l’accordo fu preso
con Feliciano Mallardo Gennaro
“’o Muntato”».

«Così massacrammo il pentito Scala»


Aveva cominciato a descrivere i traffici di droga tra un gruppo di affiliati del clan
Sarno, capeggiati da Antonio De Luca Bossa, e i componenti di un’organizzazione
di Montesarchio nel Beneventano, che si riforniva a Ponticelli. Era il 1994 e Mario Scala, prima ai poliziotti del commissariato di Ponticelli e successivamente
a un pubblico ministero, aveva iniziato a raccontare: era il primo pusher che stava rompendo il granitico fronte omertoso della cosca. Troppo perché potesse
scampare a una punizione esemplare, tanto più che due pestaggi consecutivi
non gli avevano fatto cambiare idea. In quel periodo anche un valentissimo ispettore del commissariato di zona, al quale il giovane si era rivolto confidandogli
una serie di notizie, fu minacciato di morte insieme ai suoi congiunti. Ma senza
alcun risultato: continuò e ancora continua a rappresentare un baluardo dello
Stato in quella zona. Dell’omicidio di Mario Scala ha parlato, accusandosi come
mandante, il 6 giugno 2010 Pasquale Sarno detto “Giò-giò”. Confermando agli
inquirenti il movente dell’agguato: la collaborazione, ancora in fase iniziale, con
la giustizia. Naturalmente, come sempre in casi del genere, soltanto la fine del
procedimento penale, con l’eventuale condanna definitiva degli indagati, può
scrivere la parola fine sulla tragica vicenda. Tanto più che il corpo della vittima
fu fatto pezzi. «Io, Antonio De Luca Bossa, Giuseppe Marfella e Teresa De Luca
(unica tra i quattro che non è destinataria del provvedimento restrittivo eseguito lunedì scorso dai carabinieri, ndr) decidemmo di uccidere Mario Scala appena fosse tornato al Rione De Gasperi. Mi accordai con Antonio De Luca Bossa,
precisando che il cadavere doveva sparire. Quella sera stessa seppi che Scala
era stato ucciso. Il primo a raccontarmi gli avvenimenti fu mio cognato Vincenzo Cece, uno dei partecipi all’azione, il quale mi disse che il ragazzo era stato
prelevato da Antonio De Luca Bossa con la scusa di dover provare una partita di
droga e condotto in una villa di Varcaturo in uso a Teresa De Luca. Cece mi aggiunse che all’azione avevano partecipato anche Ciro Minichini e Giuseppe Marfella». Pasquale Sarno ha poi continuato, sempre nel corso dello stesso interrogatorio. «Mario Scala, condotto alla villa, fu prima interrogato e poi ucciso. Nel corso dell’interrogatorio confermò di avere reso delle dichiarazioni accusatorie alla
procura di Napoli, in cui aveva descritto il sistema relativamente al settore degli stupefacenti. Cece mi disse che, quando l’interrogatorio finì, lo Scala venne
ucciso a colpi di coltello, il suo cadavere fatto a pezzi e dato alle fiamme per essere poi abbandonato in un cassonetto della spazzatura sulla pubblica via in quelle zone di Varcaturo. Poco dopo, sopraggiunsero da me Antonio De Luca Bossa,
Ciro Minichini e Giuseppe Marfella, i quali mi confermarono tutto ciò che Cece
mi aveva raccontato. Il cadavere carbonizzato di Mario Scala venne trovato il
giorno successivo, ma nessuno ha mai sospettato che esso appartenesse a Scala se poteva indicargli un luogo in cui posare un fiore. Ma De Luca Bossa fece finta di non sapere niente».

mercoledì 6 giugno 2012

«Mi giurò che lo avrebbe ammazzato»


. I pentiti che hanno collaborato all’inchiesta non hanno
avuto dubbi: fu Roberto Schisa,
uno dei pregiudicati arrestati all’alba di ieri dai carabinieri del
gruppo di Castello di Cisterna, a
contribuire all’omicidio del fratello Giuseppe. Una vicenda ancora
più tragica dei delitti abituali di
camorra, anche perché la vittima
non collaborò mai con la giustizia. Ma avendo fatto capire che
poteva prendere quella decisione
a una parente a colloquio con lui
in carcere, la notizia arrivò all’entourage del clan Sarno e fu organizzata la spedizione di morte.
Dunque, fratello contro fratello per
un tradimento senza precedenti.
Se le accuse (ovviamente con la
presunzione d’innocenza) saranno confermate in giudizio, Roberto  Schisa avrebbe fatto da “specchiettista” durante l’omicidio di
Giuseppe. Quest’ultimo doveva
essere ammazzato perché aveva
intenzione di pentirsi. E il gip di
Napoli,  Antonella Terzi, non usa
mezzi termini per descrivere
un’azione da «ineffabile caino che
sparge il sangue di suo fratello
senza  tentennamenti né remore
in una infamia inescusabile e priva di  riscatto».  Secondo il giudice che ha ricostruito tutte le fasi
che hanno portato all’arresto di
Schisa e di altre 14 persone (mentre in 6 sono invece indagati a
piede libero) "non si trattava di
obbedire a degli ordini cui non ci
si poteva sottrarre ma fu proprio
Schisa a sollecitare il delitto del
Ciro Confessore
LA MALA DELL’AREA ORIENTALE.
LA STRATEGIA DEL TERRORE PER
FERMARE I PENTIMENTI: LUPARE BIANCHE, TORTURE E CADAVERI SCEMPIATI
fratello". Poi termina il resoconto
con un’amara riflessione, dettata
probabilmente anche dalla circostanza che tutti i capi del clan, al
quale Schisa si era affidato, si sono pentiti e le loro dichiarazioni
hanno portato al suo arresto. «Una
gloria effimera, nata da un calcolo dissennato e che  evaporerà,
spazzata via, paradossalmente
proprio dal pentimento di  coloro
che aveva cercato di compiacere. Chissà - scrive il giudice riferendosi a Schisa - se prova rimorso o soltanto rabbia e rammarico. Lui rischia di finire i suoi
giorni in prigione e suo fratello
e' morto invece inutilmente».
Il 21 giugno 2011 Ferdinando
Adamo racconto che dell’omicidio di Giuseppe Schisa gli aveva
parlato Vincenzo Sarno. «Mi disse
Vincenzo Sarno, detenuto con me
nel carcere di Viterbo nel giugno
2003, che all’omicidio aveva preso parte anche il fratello Roberto e
che era stato ucciso in quanto si
temeva una sua collaborazione».
Il 22 giugno del 2011 i pm della
procura antimafia raccolsero le dichiarazioni di Raffaele Cirella. “Fu
Vincenzo Sarno a dirmi che Schisa era stato ucciso da Massimo
Nocerino detto “Patacchella” e
che un ruolo decisivo nella deliberazione e nella esecuzione del
delitto aveva avuto Roberto Schisa, che aveva portato il fratello
nell’androne di un palazzo nella
zona dello “stretto” di corso Ponticelli, dove attendeva Nocerino”.

Presi i “macellai” del clan Sarno


È il colpo del kappaò, almeno nelle intenzioni di inquirenti e investigatori, quello che ieri
Dda e carabinieri di Castello di Cisterna hanno sferrato al clan Sarno di Ponticelli. I collaboratori di
giustizia, a cominciare dall’ex padrino Ciro “’o sindaco”, hanno ricostruito quattro omicidi lontani
nel tempo e riconducibili a vendette per i primi pentimenti all’interno della cosca. Cosicché, acquisiti i riscontri, per 15 affiliati è
scattata un’ordinanza di custodia
cautelare: boss, luogotenenti e gregari, tra i quali nomi di spicco come Luciano Sarno, Giuseppe Marfella e Antonio De Luca Bossa.
Nessuno immaginava allora la valanga di pentimenti che avrebbe
messo in ginocchio, a cominciare
dalla decisione di Giuseppe Sarno
“’o mussuto”, il potente clan di
Ponticelli. E infatti all’epoca dei fatti contestati, alcuni dei vertici dell’organizzazione decisero di passare subito all’azione per evitare
che le prime dissociazioni fossero
imitate. Così, fu sancita la fine per
Mario Scala, Anna Sodano, Gennaro Busiello e Giuseppe Schisa:
tutti torturati nel corso di un “interrogatorio” e poi uccisi. Gli indagati nel corso dell’inchiesta sono stati 21; ma soltanto per 15 di
essi, la maggior parte dei quali già
dietro le sbarre per altre vicende
giudiziarie, il gip ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare per
omicidio, detenzione e porto illegale di armi da fuoco. A vario titolo, e a seconda delle responsabilità accertate (fermo restando per
tutti la presunzione d’innocenza fino all’eventuale condanna definitiva), avrebbero partecipato all’organizzaqzione o all’esecuzione dei
delitti.
Mario  Scala si occupava, prima di
avere dei ripensamenti, della vendita di eroina per conto del clan. Il
tronco e altre parti del suo corpo
furono trovati carbonizzati il 3 dicembre 1994 in contenitori per la
raccolta di rifiuti in località Varcaturo di Giugliano in Campania. Il
cadavere era talmente irriconoscibile che solo con l’autopsia si stabilì che apparteneva a un maschio
e non a una donna, come sembrava inizialmente. L’uomo, prima di
essere assassinato, fu sottoposto a
terribili torture per svelare i contenuti della sua collaborazione con
la giustizia.
Anna Sodano scomparve il 29 gennaio 1998 da un albergo di Napoli
mentre era in attesa di essere trasferita  in località segreta e sotto
protezione, in ragione della sua collaborazione. Il suo corpo non è mai
stato trovato, ma secondo i pentiti anch’ella fu interrogata brutalmente prima dell’omicidio. Gennaro Busiello, compagno di Anna
Sodano, fu ammazzato il 18 marzo
2000 con 4 colpì di pistola calibro
7e65 per la sua volontà  di pentirsi. L’omicidio fu deciso, secondo la
procura antimafia,  a condizione
che la stessa sorte fosse toccata ad
altri componenti del clan che avevano manifestato analoghi intenti
collaborativi. Infine, Giuseppe
Schisa, dedito alle estorsioni fin dai
tempi della sua appartenenza alla
Nco di Raffaele Cutolo, fu assassinato a Ponticelli il 18 marzo 2002 a
colpi di pistola dopo che si sparse
la voce che era andato in procura
per pentirsi. L'uccisione sarebbe
stata addirittura condivisa dal fratello, che avrebbe fatto da “specchiettista”.

«Fatto a pezzi, bruciato e gettato»


I.  I boss avevano il sospetto che Mario Scala, vecchio
trafficante di droga del clan Sarno
di Ponticelli avesse dei rapporti
con la polizia e stesse iniziando a
fare “il cantante”, il pentito. Allora un giorno lo intercettarono, lo
portarono in una casa e lo perquisirono. Nelle tasche la prova
dei loro sospetti. Su un bigliettino di carta c’erano dei nomi di alcuni dirigenti del commissariato
di zona, segno inequivocabile che
Mario Scala stava iniziando a collaborare. Fu ammazzato senza
pietà, a coltellate. Il suo corpo fu
smembrato in tante parti e poi
bruciato. I resti sparti nei cassonetti dell’immondizia. A parlarne
tra gli altri è Pasquale Sarno detto “giò giò”. «Eravamo io, Antonio De Luca Bossa, Giuseppe
Marfella e Teresa De Luca Bossa
eravamo a Castelcapuano a seguire un processo. Apprendemmo che Scala avevano iniziato a
parlare con i magistrati e in quell’occasione decidemmo di ammazzarlo. Scala era libero in quel
momento e senza alcun obbligo.
Sarebbe stato semplicissimo ucciderlo. Quella sera stessa decidemmo con Antonio De Luca
Bossa di ucciderlo e poi far sparire il suo cadavere. Quella sera
stessa seppi che Scala era stato
ucciso. Il primo a raccontarmi fu
mio cognato Vincenzo Cece, uno
dei partecipi all’azione, il quale mi
disse che il ragazzo era stato prelevato da De Luca Bossa, con la
scusa di dover provare una partiAntonio De Luca Bossa
nella maggior parte, dai vertici del clan Sarno. Poi nelle
conclusioni, così il gip: «Davvero poco da dire. La presunzione
legislativa è resa anzi concreta dalla somma efferatezza dei
crimini, realizzati con ferocia non comune, con fredda e
lunghissima premeditazione, per biechi motivi. Omicidi che
dovevano servire a celare altre e altrettanto gravi responsabilità.
Una cruenta catena di delitti, scelte di vita pervasive e mai
abbandonate. E tutto questo in un contesto di delinquenza
organizzata dai tratti allarmanti che nessuno degli indagati pare
aver rinnegato, se si eccettua Luigi Casella la cui virata verso un
percorso di legalità sembra seria e consapevole». fapo
ta di droga che poi doveva essere distribuita. Lo Scala si occupava dello spaccio per conto del
clan. Cece mi disse che all’azione parteciparono anche Ciro Minichini e Giuseppe Marfella. Scala, condotto in quella villa, venne
prima interrogato e poi ucciso.
Confermò di aver parlato con la
Procura di Napoli, in cui aveva descritto il sistema relativamente al
settore degli stupefacenti. Cec mi
disse che quando l’interrogatorio
finì Scala venne ucciso a colpi di
coltello, il suo cadavere venne fatto a pezzi e dato alle fiamme, per
poi essere abbandonato in un cassonetto della spazzatura sulla
pubblica via in quelle zone di Varcaturo. Dopo circa una decina di
giorni dall’omicidio, Antonio De
Luca Bossa mi raccontò che si era
presentato a casa sua il fratello di
Scala per chiedergli se gli potesse indicare dove poter posare un
fiore sul cadavere del congiunto.
Sapeva che l’avevamo ammazzato noi».

«Cinque colpi di pistola per farla tacere»


Attirata in trappola e
massacrata in auto con cinque
colpi di pistola alla pancia e al petto. Il clan, come nelle migliori tradizioni tribali, ha poi fatto sparire
il corpo per non lasciare tracce. Da
Ponticelli fu portata senza vita a
Sant’Antimo dove i fedelissimi del
boss l’hanno fatta sparire per sempre. La fine di Anna Sodano è sta
per anni tenuta nascosta dal clan
Sarno ma alla fine, quegli stessi
capi che si sono “palleggiati” la responsabilità da una parte all’altra
hanno dovuto cedere e raccontare il “vile” omicidio. Nelle logiche,
solo teoriche della camorra, donne e bambini non si toccano. Ma
più volte è stato così e chi credeva nella “onestà” della camorra si
è dovuto ricredere anche se il più
delle volte ha fatto finta di non vedere. Per quel delitto infame, motivato dalla voglia di tappare la
bocca ad una aspirante collaboratrice di giustizia, sono stati raggiunti da una ordinanza di custodia cautelare tre persone mentre
altre tre sono indagate a piede libero. Antonio Ippolito è stato l’esecutore materiale, Raffaele Cirella
portava l’auto mentre Stefano Ranucci ha fatto sparire il cadavere.
Il gip non usa mezzi termini per
descrivere quell’atroce delitto.
La svolta è arrivata a dodici anni
dalle sue ultime notizie. Si era
sempre creduto che la sparizione
di Anna Sodano fosse legata a
qualche fatto di camorra, lei che
era la donna di un camorrista e
che faceva parte a pieno organico
del clan Sarno di Ponticelli, quando la cosca faceva i primi concreti passi verso la conquista di tutta Napoli. Nessuna certezza, solo
ipotesi non confortante da nessuna dichiarazione che potesse aiutare inquirenti ed investigatori. La
donna, che gestiva con il marito
affari di droga, decise di cambiare vita e di iniziare a parlare dei
fratelli Sarno e dei suoi maggiori
affiliati aprendo uno squarcio nella solida cosca che poteva vantarsi, prima di allora, di non avere collaboratori al suo interno. Quella
donna, dopo i primi verbali segretissimi, che fecero scuotere la
compagine criminale, come mai
nessun blitz aveva fatto prima, era
un pericolo. Andava avvicinata,
raggiunta e ammazzata. Così a distanza di 12 anni quel caso non è
più catalogato come lupara bianca o addirittura come allontanamento volontario, ma come omicidio e l'inchiesta è stata riaperta. Il primo a parlarne fu Vincenzo
Sarno detto “Enzuccio”, ex capoclan della cosca che era guidata
dai fratelli Giuseppe “'o mussillo”
e Ciro “'o sindaco”. Come lui stesso ha detto, il suo compito era
quello di curare ed organizzare la
realizzazione di omicidi.

venerdì 1 giugno 2012

Omicidio Iodice, “sconto” al babykiller


Gli hanno riconosciuto le attenuanti perché i giudici della Corte d’Appello hanno escluso le aggravanti dei motivi futili e abbietti. Così Luca Raiano, 22 anni, all’epoca dell’omicidio appena maggiorenne, da 22 anni è passato a 16 anni e 8 mesi. Merito anche del lavoro difensivo degli avvocati Gandolfo Geraci
e Dario Russo. All’epoca del delitto, uno dei killer era 17enne ed è stato giudicato dal tribunale dei Minori. Vittorio Iodice, la vittima era incensurato, di
20 anni, e fu ucciso con un colpo di pistola al volto il 25 gennaio 2008. Un assassinio che inquirenti ed investigatori ambientarono nel duro e sanguinoso scontro della faida di Scampia. I killer, che sono ritenuti affiliati al clan degli “scissionisti”, capeggiato da Raffaele Amato e Cesare Pagano, entrambi
detenuti, furono bloccati dai carabinieri. Le indagini hanno anche consentito di accertare che la vittima fosse vicina al clan Di Lauro, appartenente al
clan Di Lauro, retto da Paolo Di Lauro, anch'egli in carcere e quale fosse il movente: il ventenne venne assassinato perché sospettato di aver dato fuoco ad
auto di affiliati al clan rivale, appunto il clan degli “scissionisti”. La sera del
24 gennaio più incendi distrussero 6 macchine, risultate intestate a pregiudicati dei due gruppi in guerra: 2 di malavitosi legati ai Di Lauro e 4 vicini
agli “scissionisti”, o anche detti ?spagnoli?. I roghi si consumarono in via
Vittorio Emanuele ed in via Dante, a distanza di poche ore. Poi, ci fu la ritorsione contro il ventenne che fu affrontato con un revolver dai suoi sicari.
Insomma si trattò di un regolamento di conti in seguito ad uno “sgarbo” considerato grave dalla camorra. L’agguato ai danni di Vittorio Iodice avvenne
in Largo Macello, a Secondigliano. Colpito al volto da un colpo di pistola, il
ventenne morì quasi subito. Il giovane allora poteva essere considerato un
incensurato: infatti, aveva solo un precedente per resistenza alle forze dell'ordine.
L'omicidio del giovane avvenne in una fase di recrudescenza della faida, che
venne definita come seconda, nell'ambito di un complesso quadro di controllo,
o meglio spartizione, della gestione delle famigerate “piazze di spaccio”, attive tra Secondigliano e Scampia. Il lavoro investigativo dei carabinieri si è
avvalso anche di diversi collaboratori di giustizia, sia del clan “Di Lauro” che
degli Amato-Pagano, le cui dichiarazioni hanno fatto luce sul movente dell'omicidio. Gli investigatori dell'Arma hanno, quindi, identificato gli autori
materiali dell'azione di sangue che sono stati anche riconosciuti da un testimone, presente al regolamento dei conti in Largo Macello, il quale subito
dopo si era dato alla fuga nascondendosi in un'officina del Rione dei Fiori,
temendo per la sua incolumità. Vittorio Iodice era il nipote di Ciro Reparato,
di 39 anni, ucciso una settima dopo in un agguato in viale dell'Acquario, a
Secondigliano, sempre nell'ambito della faida. Il pregiudicato, come il nipote, infatti, era considerato vicino al clan dei “Di Lauro”, ed aveva precedenti per rapina, estorsione, violazione legge armi. L’uomo abitava in via Duca
degli Abruzzi, una parallela del corso Secondigliano, a poca distanza dal luogo dell’agguato, una zona considerata roccaforte dei “Di Lauro”.