lunedì 31 gennaio 2011

Addio a un altro figlio di Napoli

Sorridente,spensierato,questo e' Domenico Volpicelli il rapinatore ammazzato ieri sera a Qualiano da un carabiniere fuori servizio,un ragazzo cresciuto troppo in fretta,vittima e carnefice di una citta' allo sbando,una citta' che non offre speranze, non educa e dove lo stato non e' assente,semplicemente non c'e'.Lo voglio ricordare cosi' (nico)un bambino vittima del degrado criminale che attanaglia questa maledetta citta',la sua e'una famiglia di lavoratori,brave persone,il papa' ferroviere la mamma casalinga,persone che mai in tutta la loro esistenza anno avuto a che fare con la giustizia,come del resto anche nico,infatti era incensurato.Cosa e perche' lo abbiano spinto insieme al suo complice Raffaele Topo a dirigersi a Qualiano a tentare quella rapina resta un mistero,ma forse mistero non e' nemmeno la frase giusta,forse una bullonata per sentirsi grande,per raccontare  ai suoi amici che anche lui era uomo di conseguenza,un ragazzo che al momento opportuna sapeva come procacciarsi i maledetti denari.Restano tanti interrogativi e tanti perche',come del resto tante domande me le pongo anch'io,per esempio perche' non lo anno colpito alle gambe,qualcuno potra' opporsi dicendo che il momento la paura non permette tante delucidazioni,ma io la pongo lo stesso,perche'?e ancora perche' nico e il suo amico non hanno abbandonato le loro armi e alzato le mani arrendendosi come da prassi.Ma sono interrogativi che forse mai troveranno risposta,il fato in questi casi ci mette la sua,resta tanta amarezza e tanto dolore per due giovani vite spente in modo cosi' tragico cosi' improvviso.Mi chiedo quanti altri nico o lello o antonio devono morire ancora in questa citta' per far capire alle istituzioni locali che e' il momento di smetterla con il loro giochetti e le loro concussioni.I giovani muoiono e commettono reato perche' non create alternative,non ci sono politiche sociali adatte a creare sviluppo e occupazioni adeguate per impiegare l'enorme numero di giovani che vive in campania.Allora dico che tutti questi lutti se li devono portare loro sulla loro coscienza,forse sono troppo occupati con i loro soci camorristi a sversare percolato e veleni di ogni tipo nelle nostre acque.Vergogna solo questo mi vien da dire...

Si indaga sul video agghiacciante

Sono immagini agghiaccianti quelle che stanno visionando gli investigatori sulla tragica rapina di ieri finita nel sangue con l'uccisione dei due giovani rapinatori Domenico Volpicelli  16enne e Raffaele Topo 24enne  papa' di un bimbo di un'anno.Si indaga per capire se ci sia stato eccesso di legittima difesa da parte del carabiniere scelto 26 enne Francesco Costantino e di suo padre  Armando Costantino guardia giurata.I due si trovavano all'interno del supermercato crai per fare la spesa,visto anche che la proprietaria e' una loro parente,tutto succede in ua manciata di minuti,immagini agghiaccianti,crude,da brividi,visionando il video viene la pelle d'oca,tanto e' lo stupore nel vedere quel giovane rapinatore di appena 16anni ma di corporatura poderosa cadere su se stesso in un lago di sangue,invocando il nome della sua povera mamma prima di spirare nella piu' totale indifferenza.Nel video si vede i due giovani rapinatori arrivare a piedi,con passamontagna e diretti verso la guardia giurata che si trova all'esterno del supermercato.Non si esclude neanche l'ipotesi del terzo complice,che forse li aspettava fuori in macchina per dividere il magro bottino,infatti gli investigatori sono sulle sue tracce,sicuri che c'era un complice che li attendeva fuori.Nelle immagini del sistema di videosorveglianza l'orologio segna le 18 e 45,si vede Domenico e Raffaele tutti e due a piedi dirigersi verso il vigilante che si trova all'esterno del supermercato crai,si avvicinano lo bloccano, e puntandogli contro la pistola una beretta84-f con matricola abrasa si impossessano della sua pistola di ordinanza una 9x21.A questo punto il 16enne si dirige verso le casse obbligando il cassiere a consegnargli l'incasso pari a 700 euro.Armando e suo figlio Francesco si trovano in due punti diversi del locale,ma entrambi si rendono subito conto cosa sta succedendo,coperti dagli scaffali si dirigono verso le casse e anche se con angolazioni diverse notano il 16enne che sta rapinando il cassiere.Domenico Volpicelli non nota che alle sue spalle ci sono due persone che pian piano si stanno avvicinando forse per disarmarlo,la scena viene invece notata dal suo complice Raffaele Topo che e' rimasto all'ingresso del supermercato a pochi metri dalle casse,punta la sua pistola contro Armando e Francesco e nervosamente chiede con insistenza chi sono e cosa vogliono.Ma quello che di piu' sconvolge il giovane,forse e' il fatto che Francesco il carabiniere si fa strada con un braccio piegato all'indietro,infatti in mano stringeva la sua arma di ordinanza.Comunque Raffaele Topo intima a Francesco di fargli vedere le mani,urla,si dimena nervosamente e gli sta per puntare di nuovo la pistola contro,a quel punto interviene il padre di Francesco, Armando la guardia giurata che gli esplode contro a bruciapelo diversi colpi di arma da fuoco che raggiungono il giovane all'altezza del torace e dell'addome,il 16enne vedendo il suo amico complice stramazzare al suolo in una pozza di sangue tenta una disperata fuga inseguito dal carabiniere,forse gli punta l'arma contro, non si sa ancora con certezza,fatto sta che il carabiniere gli spara contro ferendolo alla gamba e all'addome.Sono attimi di tristezza infinita,di angoscia,il giovane e a terra esamine,il carabiniere gli si avvicina e il ragazzo ancora cosciente chiama insistentemente la sua mamma,non avra' il tempo di vederla di li a poco infatti muore anche lui.Resta il dramma e l'enorme dolore per le famiglie dei due ragazzi ammazzati,brave persone tutte incensurate,anche i rapinatori uccisi erano incensurati,il disagio  la rabbia per un governo deplorevole e invisibile che se ne infischia del dramma e del disagio che moltissimi giovani vivono ogni giorno in questa dannata regione campania.Non giustifico chi commette reato ma non giustifico nemmeno il fatto che chi dovrebbe creare occupazione,lavoro giovanile visto che la campania e la regione con il maggior numero di giovani in italia,non se e infischia di niente,pensiamo al bunga bunga e purtroppo qui' si muore,sete di legalita' di educazione legale e di speranza.Maledetto l'abuso e il consumo,e maledetta questa stupenda citta' che suo malgrado non da speranza,non da lavoro,solo incertezze e una sola concretezza scappare lontano in un'altra citta'.




News Prende in ostaggio cassiera ma scivola sul ghiaccio: ucciso dalla polizia/

sabato 29 gennaio 2011

Napoli, rapina in un supermercato Banditi uccisi da vigilante e figlio carabiniere Uno dei rapinatori aveva 16 anni

 Il supermercato affiliato alla Crai aveva aperto i battenti da pochi mesi in via Palumbo, una stradina periferica a poca distanza dalla Villa Comunale e dalla Guardia medica, che conduce dal centro di Qualiano - Comune di 30 mila abitanti dell' entroterra a nord di Napoli - alla Circumvallazione esterna. Una strada velocissima da percorrere. È qui che stasera si è consumata una rapina finita nel peggiore dei modi. Due i morti. Uno è un ragazzo di 16 anni, rimasto a lungo agonizzante a terra. L'altro un 24enne incensurato.

I due banditi sono stati colpiti da una guardia giurata e da un carabiniere, padre e figlio, entrambi fuori servizio, che si trovavano nel supermercato assaltato. I due agenti hanno capito che cosa stava succedendo e hanno intimato l'alt, sembra dalle prime ricostruzioni, qualificandosi. Ma i due rapinatori, forse presi dal panico, invece di arrendersi hano tentato la fuga usando le armi, ma sono stati fulminati.

Alle 18.30 c' era ancora gente per strada quando si sono uditi in modo distinto i colpi di pistola. In tanti sono accorsi sul posto ed hanno visto il 16enne ancora agonizzante a terra, hanno cercato di rianimarlo insieme al personale del 118 sopraggiunto, ma non c' è stato nulla da fare.

Centinaia di persone, sopratutto giovanissimi, fino a tarda sera hanno guardato oltre le transenne gli uomini delle forze dell'ordine che eseguivano i rilievi. Tra loro anche i parenti delle vittime, in preda allo sgomento. Il 24 enne aveva un figlio di un anno. Il 16 enne, a terra, mostra molto di più della sua età.

Lungo la strada sono stati portati a termine in passato altri colpi. A Qualiano dicono che a metterli a segno è sempre «gente che viene da fuori», persone disposte a tutto per racimolare poche centinaia di euro con una pistola in pugno. La sicurezza qui è un tema molto sentito, un' emergenza che viene avvertita sulla pelle di tutti i cittadini dell' hinterland, anche nel vicino Comune di Giugliano, che con i suoi 120 mila abitanti è il capofila.

Per lunedì mattina il prefetto di Napoli Andrea De Martino aveva indetto in trasferta una riunione del Comitato per l' ordine e la sicurezza pubblica. Un vertice già fissato, che anche alla luce di quest' ultimo evento avrà come tema il rafforzamento dei controlli soprattutto nella sere del week-end. In via Palumbo sostano gruppi di giovani in lacrime, che però non vogliono parlare. Sono gli amici dei due rapinatori uccisi. In maniera sbrigativa allontanano i giornalisti: «lasciateci stare, non è il momento di parlare».

«Era un figlio di mamma», dice una donna, con un'espressione tipicamente napoletana, guardando a terra il copro del 16 enne, mentre gli investigatori portano a termine i rilievi. Intanto a poche centinaia di metri decine di ragazzini nonostante il freddo continuano a scorrazzare sui motorini.

«Silvestri eliminato perché ci umiliava»



Di Luisan...
Maurizio Pestieri l’11
aprile 2008 raccontò ai pm antimafia ciò che sapeva sull’omicidio di Domenico Silvestri, puntando il dito anche contro il fratello Raffaele (ammazzato nel corso della faida tra i Rocco e Di Girolamo, successivamente all’agguato contro Silvestri). Come per
Aniello La Monica, anche in questo caso il movente starebbe in
uno scontro interno all’articolazione di Secondigliano della Nuova Famiglia. Ecco alcuni passaggi del verbale, con la consueta
premessa che le persone tirate in
ballo devono essere ritenute
estranee ai fatti narrati fino a prova contraria.
«La morte di Mimì Silvestri avviene su decisione di mio fratello
Raffaele, Abbinante Raffaele e Pariante Rosario, nella fase decisionale Di Lauro Paolo era all’oscuro di tale decisione. La decisione
di uccidere Mimì Silvestri è da ricollegare al modo arrogante con
cui egli intendeva comandare all’interno del clan, così come già
in passato aveva fatto Aniello La
Monica. Infatti Silvestri maltrattava noi affiliati più giovani, comandandoci a bacchetta, mortificandoci, prendendoci a male parole senza motivo. In particolare
poi vi fu un episodio in cui Pariante Rosario recatosi nella casa
di Mimì Silvestri a Secondigliano
vide il figlio di questi armato, tale fatto fece capire al Pariante che
noi eravamo stanchi del suo modo di comportarsi. Tra noi già da
Lʼex ras del rione Monte Rosa, ora pentito, Maurizio Prestieri
trappola e uscì insieme a un guardaspalle. Mentre attraversavano
la strada, sopraggiunse improvvisamente un’auto a forte velocità,
sulla quale viaggiava il commando, che lo investì in pieno. E, con
il corpo ancora in aria, i sicari nel frattempo già scesi dall’auto
iniziarono a sparare. Fu Abbinante a riferirmi che sulla vettura
c’erano anche Ciro il “milionario”, Raffaele Prestieri che portava
l’auto e Rosario Pariante. Tutti e quattro parlavano della vicenda e
si vantavano di quanto avevano compiuto. Subito dopo l’uccisione
di Aniello La Monica, molti degli appartenenti al gruppo non
ancora passato con Di Lauro decisero di transitare nelle sue file
per paura di rappresaglie». luisan
LA GUERRA PER IL POTERE.
ORDINANZA DI CUSTODIA CAUTELARE
PER SEI PADRINI DELLA COSCA DI SECONDIGLIANO, GIÀ TUTTI IN CARCERE
qualche giorno si iniziò a parlare
della necessità imminente di uccidere Silvestri, il nostro problema era il forte legame di amicizia
tra questi e Di Lauro Paolo. Questi infatti era contrario ad uccidere un compagno se non per
motivi gravissimi ossia fare il confidente delle forze dell’ordine o
molestare la moglie di un altro
compagno, ossia di un altro affiliato. Quindi si decise di dirlo a
Paolo Di Lauro a fatto compiuto».
«La riunione operativa si svolse la
sera prima dell’omicidio a casa di
mio fratello Raffaele. In quell’occasione eravamo presenti, oltre a
me ed a mio fratello Raffaele, anche Abbinante Raffaele e Pariante Rosario. Mio fratello Raffaele
consigliò a Pariante di rimanere
a Bacoli e comunque di non venire a Secondigliano, mentre io
ed Abbinante Raffaele dovevamo
intrattenerci proprio accanto a
Mimì Silvestri. Mio fratello Lello
si raccomandò che io la mattina
dopo scendessi presto in modo
da intercettare subito Silvestri
quando lo vedevo. Tale tattica
serviva a depistare anche le future indagini, perché essendo anche noi presenti sul posto mai si
poteva supporre che eravamo stati proprio noi a decidere e commettere l’omicidio. Sempre in
quell’occasione si decise che ad
eseguire materialmente l’omicidio sarebbe stato Abbinante Antonio, che è un ottimo killer nel
senso che non ha mai fallito un
obiettivo.

Due delitti dei clan svelati dopo 29 anni


di Luigi Sannino
NAPOLI. Da ieri hanno un nome
i presunti responsabili di altri due
omicidi della guerra di
camorra tra la Nco di Raffaele Cutolo e la Nuova famiglia, che raggruppava tutti i suoi nemici. Grazie alle rivelazioni di un piccolo
esercito di pentiti, e in particolare di Maurizio Prestieri, la Dda ha
ricostruito gli agguati ad Aniello
La Monica, a sua volta killer di
spicco della Nf, e a Domenico Silvestri, chiedendo e ottenendo
l’arresto per sei boss della malavita di Secondigliano. Così i poliziotti della squadra mobile della
questura, autori delle indagini,
hanno notificato loro il provvedimento restrittivo negli istituti di
pena in cui sono detenuti da tempo al 41bis. Tutti, tranne il collaboratore di giustizia, al quale il
Gip ha concesso i domiciliari.
Nell’inchiesta compare anche
Luigi Giuliano, l’ex “rrè” di Forcella passato dalla parte dello Stato: anche per lui la procura aveva
chiesto la misura cautelare, ma il
giudice ha respinto e ora è indagato a piede libero.
La misura cautelare è stata emessa per Paolo Di Lauro, 57enne soprannominato “Ciruzzo o’ milionario”;  Raffaele Abbinante, 60enne detto “Papele cuocc e’ pignate” o “Papele e’ Marano”; Antonio Abbinante, 51 anni; Carmine
Minucci, 49enne; Rosario Pariante, 54 anni; Maurizio Prestieri, 49enne. I primi due (fermo restando per tutti gli indagati la
presunzione d’innocenza fino a
un’eventuale condanna definitiva) sono ritenuti gli autori dell’omicidio di Aniello La Monica,
avvenuto il 1 maggio del 1983.
Mentre gli altri quattro, più Raffaele Abbinante, secondo inquirenti e investigatori assassinarono Domenico Silvestri il 19 marzo
1989.
Un impulso decisivo alle indagini lo hanno fornito i collaboratori
di giustizia Gaetano Guida, Antonio Rocco, i fratelli Luigi e Salvatore Giuliano, Costantino Sarno, Giuseppe Missi, Giuseppe
Misso, Pasquale Gatto, Antonio
Prestieri, Francesco e Antonio Pica, padre e figlio, Giovanni Piano. Ma il contributo più importante è arrivato dalle dichiarazioni di Maurizio Prestieri, che ha
indicato il movente dell’agguato
ad Aniello La Monica. La vittima
infatti, era un esponente di primo piano della Nuova Famiglia,
così come i suoi presunti assassini. Ma una spaccatura interna
aveva provocato il tentativo di La
Monica di uccidere Paolo Di Lauro e Raffaele Abbinante, i quali si
vendicarono qualche settimana
dopo essere scampati alla morte.
Negli atti dell’inchiesta compare
una circostanza, raccontata proprio da Maurizio Prestieri: Raffaele Abbinante fu colpito nella
sparatoria e ancora oggi presenta sul corpo i postumi della ferita.
I collaboratori di giustizia hanno
consentito ai magistrati anticamorra di far luce pure sulla morte di Domenico Silvestri, che era
amico di Paolo Di Lauro. Quest’ultimo in un certo senso subì
l’omicidio e pur non condividendolo, non volle parteciparvi. La
decisione scaturì, secondo la ricostruzione dell’accusa, da un
summit cui parteciparono il defunto Raffaele Prestieri, Rosario
Pariante e Raffaele Abbinante.

venerdì 28 gennaio 2011

Napoli, donne pusher e sentinelle del clan La droga lanciata dalle finestre

Operazione antidroga della polizia all'alba tesa a disarticolare una piazza di spaccio di cocaina gestita, in via Soprammuro, quartiere Vicaria-Mercato, da esponenti del clan Mazzarella. Quattordici gli arrestati tra cui cinque donne. Nel corso delle indagini, protrattesi per alcuni mesi, sono state filmate centinaia di cessioni di droga.
L'attività investigativa si è avvalsa di riprese effettuate con una telecamera ad alta definizione grazie alla quale sono stati filmati centinaia di episodi di cessioni di cocaina, in relazione ai quali, con l'autorizzazione della Procura, gli indagati sono stati oggetto di arresti ritardati, opportunità fornita dalla normativa antidroga.

La «piazza» di spaccio faceva capo a Salvatore Mazzarella ed al figlio Vincenzo, alias «Harry Potter», quest'ultimo sottrattosi alla cattura e già ricercato, entrambi esponenti della omonima famiglia camorristica. Ogni arrestato aveva un ruolo ben preciso nell'ambito dell'organizzazione, così da assicurare il regolare funzionamento della «piazza» da mattina fino a tarda sera.

Tra gli arrestati cinque donne, tra cui Fortuna Mazzarella, figlia di Salvatore, utilizzate sia come vedette, sia per la consegna delle dosi ai tossicodipendenti; di queste, una anziana 65enne custodiva lo stupefacente all'interno di un'abitazione nella disponibilità del clan e, ad ogni richiesta, lanciava dalla finestra le palline di cocaina al complice che poi le distribuiva agli acquirenti.

Interrotto summit di camorra tra i boss Luciano Mazzarella e Paolo Pesce.

Appena in tempo per interrompere un vero summit di camorra tra Luciano Mazzarella il reggente del clan Paolo Pesce e un pregiudicato 36 enne intestatario dell'appartamento.La squadra mobile li ha bloccati appena in tempo visto che per il pallonetto di santa lucia erano posizionate molte vedette che alla vista delle divise se la sono date a gambe.Per gli investigatori rimane un punto interrogativo su cosa ci facevano Paolo Pesce e Luciano Mazzarella insieme visto che il primo abita nei quartieri spagnoli.Forse una nuova alleanza per contrastare i Contini e gli Stolder decisi a tutto per prendere il controllo assoluto nella zone della ferrovia mercato forcella zone saldamente in mano al clan mazzarella.Non si esclude visto anche la tensione registrata nelle ultime settimane proprio a forcella tra agguati e sparatorie.

Zagaria jr in carcere, baciamano al boss Tutti salutano il fratello del superlatitante


di Rosaria Capacchione
CASERTA - Come se fosse entrato un re, o almeno un principe ereditario. In fila, nonostante l’ora tarda, per stringergli la mano e presentarsi al suo cospetto, quello di vicario del capo dei Casalesi tornato tra il popolo delle carceri per «sfizio del governo», come dicevano i guappi della camorra ottocentesca.


Sotto lo sguardo allibito dei poliziotti che lo avevano accompagnato nel carcere di Secondigliano, l’altra notte a Carmine Zagaria, cadetto della famiglia di Casapesenna, sono stati tributati gli onori riservati ai grandi boss: dai detenuti e non solo, pure da qualche agente penitenziario.

Roba che non si vedeva più neppure ai tempi di Luigi Giuliano o dei fratelli Prestieri, roba che rimanda a tempi antichi, ai giorni di Raffaele Cutolo, quando il 41 bis non esisteva e l’accusa di associazione camorristica destinata a una quasi certa cassazione per insufficienza di prove. Solo Giuseppe Setola era stato acclamato al suo ingresso nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere, ma dai suoi seguaci, assassini come lui.

Un gesto, quell’ossequio, che va ben oltre la forma esteriore. È un riconoscimento di rango, è la sottomissione pure dei detenuti napoletani alla supremazia del clan Zagaria su tutti gli altri della Campania: una sorta di investitura per interposta persona a Michele, latitante da più di quindici anni, quale capo dei capi e massimo referente degli affari criminali dal Garigliano in giù.

Prestigio criminale destinato ad aumentare. Per un componente della famiglia che perde la libertà, un altro la riacquista: è il cugino Michele Fontana, conosciuto come «lo sceriffo», fino a ieri pomeriggio in carcere per intestazione fittizia di beni, scarcerato dal gup in sede di processo con il rito abbreviato nel corso del quale è venuta meno la contestazione del metodo mafioso.

È l’uomo che, come ha documentato il processo sugli affari del clan in Emilia Romagna (nel quale è stato condannato), aveva rapporti con gli uffici regionali anche in virtù dei suoi strettissimi rapporti con Imma Capone, moglie di camorrista e camorrista lei stessa, uccisa in un agguato sette anni fa. L’annotazione della Squadra mobile di Napoli a proposito del benvenuto a Secondigliano a Carmine Zagaria peserà non poco sul destino carcerario del fratello del boss, che sarà interrogato oggi dal gip Tullio Morello, arrestato in seguito a un ripristino dell’ordinanza di custodia cautelare annullata nell’aprile dello scorso anno dal Tribunale del Riesame.

Molto probabile, infatti, che la Dda di Napoli chieda al ministro della Giustizia che, come un anno fa al fratello Pasquale, gli vengano applicati i rigori del 41 bis. Carmine Zagaria, 43 anni, è accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Accusa che condivide con il padre Nicola, il fratello Michele, i due imprenditori di Casagiove Luigi Vincenzo Abbate e altri affiliati al clan, in tutto 17 persone per le quali i pm antimafia Antonello Ardituro, Marco Del Gaudio e Catello Maresca hanno formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio. Non ancora fissata la data dell’udienza preliminare.

Cinque le persone offese individuate: Raffaele Cantile, Massimo e Francesco Piccolo (imprenditori edili originari di Casapesenna ma da anni trapiantati in provincia di Modena), Francesco Minutolo e Nicola Santoro. Sono le vittime delle estorsioni, delle richieste di denaro, delle intimidazioni e delle minacce contestate agli imputati e relative a episodi recentissimi, l’ultimo risalente a neppure un anno fa. Per questi fatti fu arrestato anche l’anziano padre della primula rossa dei Casalesi, ultraottantenne, che nonostante l’età avanzata aveva svolto un ruolo attivo in una delle vicende ricostruite dalla Dda, quella relativa all’estorsione ai titolari della Pica Costruzioni.

mercoledì 26 gennaio 2011

Omicidio Moccia, il pg: «Ergastolo per i cinque assassini scissionisti»

Omicidio di Giovanni Moccia: il procuratore generale di Napoli ha chiesto la conferma degli ergastoli per i cinque killer del clan Amato-Pagano. La requisitoria ieri mattina quando il processo di appello è arrivato quasi alla conclusione. Ora la parola passa ai collegi difensivi e la sentenza è prevista per fine marzo. Alla sbarra ci sono il boss Guido Abbinante (nella foto), Giovanni Esposito “’o muorto”, nonché cognato di Antonio Abbinante, Giovanni Carriello “’o brigante”, Paolo Ciprio e Salvatore Baldasarre, già condannati al carcere a vita il 9 giugno del 2009 dai giudici della quarta sezione della Corte d’Assise di Napoli.Tutti sono stati accusati dal collaboratore di giustizia Giovanni Piana che miracolosamente riusci' a salvarsi e fuggire.Dunque ergastolo,carcere a vita per il fratello di (papel e' maran)una dinastia oramai al tramonto dopo le indagini lampo degli investigatori che in pochissimo tempo anno decimato il clan degli abbinante.Gli abbinante va ricordato che sono stati i promotori e gli organizzatori della faida di scampia,il loro allontanamento dalla cosca dei di lauro fece andare su tutte le furie il boss ciruzz o' milionar che tanto aveva fatto per i fratelli abbinante..

Così Sarno fece ritrattare una testimone


di Fabio Postiglione
NAPOLI. Ciro Sarno detto “’o sindaco” era un boss spietato, il capo
incontrastato della cosca che porta il suo nome e che per anni, dopo quella strage per la quale è stato poi raggiunto da una ordinanza
di custodia cautelare, ha comandato non solo una parte di Napoli,
ma anche una buona parte della
provincia. Era questo ciò che accadeva a Ponticelli, nella zona a ridosso del regno di Mazzarella. Un
ras tanto potente che aveva la forza di imporre ad un testimone di
giustizia di tacere e di non accusare il suo acerrimo nemico Giovanni Minichini che, secondo le
voci del quartiere, era l’assassino
di Ferdinando Tranquilli, quest’ultimo eliminato il 3 marzo del 1990.
L’uomo fu ammazzato proprio per
vendetta dal clan Andreotti dopo
la strage del bar Sayonara e la vedova aveva visto i killer. Quei nomi
sparirono, nel giro di pochi giorni,
dai verbali dei pubblici ministeri,
perché ritrattò tutte le accuse. È il
giudice per le indagini preliminari, che ieri ha firmato gli ordini di
arresto, a descrivere questo passaggio, raccontando di quale percorso interiore è stato protagonista Ciro Sarno che racconta in prima persona quell’eccidio costato
la vita a vittime innocenti. «Sembra impossibile, ma il collaboratore di giustizia è lo stesso uomo che,
all’epoca dell’omicidio di Ferdinando Tranquilli, del quale era stato accusato il suo acerrimo nemico Giovanni Minichini, consiglia
alla vedova di ritrattare le sue accuse, perché non è quello il modo
di risolvere le questioni tra “uomini d’onore”. Il suo intervento porterà all’assoluzione del rivale. Questo era ‘o sindaco vent’anni fa». Secondo i magistrati un collaboratore attendibile e che conosce tanto
su tante circostanze e che è pronto a dare dei contributi importanti alla risoluzione di alcuni tra i più
efferati omicidi degli ultimi decenni. Nell’ordinanza di custodia
cautelare inoltre ci sono decine di
riferimenti ad altri delitti. Sono altri dieci gli omicidi ricostruiti dai
pentiti. Uno dei primi a fare i nomi è Giuseppe Sarno “’o mussillo”,
nell’interrogatorio del 16 giugno
del 2009. «Gli omicidi su cui posso riferire sono i seguenti: omicidio di “Gioacchino”, referente dei
Mazzarella per piazza Mercato, di
cui non so indicare il cognome;
omicidio di tale “Ciro”, anch’egli
uomo dei Mazzarella di piazza
Mercato; omicidio di Pasquale Palermo; l’omicidio di una persona di
Pozzuoli; questi sono gli omicidi
più recenti su cui sono in grado di
riferire. Per quanto riguarda gli
omicidi di cui sono responsabile
posso indicare quello di Ottaiano
Guido, ucciso da me personalmente. Vicenda per la quale già c’è
stato un processo da cui sono stato assolto. Altri omicidi su cui posso riferire sono: omicidio Colacicco Vincenzo; Tentato omicidio di
Caruana Fabio; omicidio di Vincenzo “Banana”; omicidio di un ragazzo ucciso lungo corso Malta.
Duplice omicidio di Altamura Luigi e del figlio; la strage al “Sayonara” di Ponticelli; un omicidio di tale “juary” consumato a Cercola;
omicidio di tale Tubelli consumato a Caravita; omicidio di Cuccaro
Salvatore; duplice omicidio di un
padre e di un figlio consumato a
Barra; omicidio di “padre pio”;
Omicidio di Castiello; omicidio di
Gitano».

«Borrelli aveva ucciso Duraccio, fu vendicato»


«Vincenzo Duraccio era
mio amico  e quando fu ucciso,
decisi di rompere gli indugi».
Così, il 28 agosto 2009, esordì Ciro
Sarno “’o sindaco”
nell’interrogatorio in cui ha
raccontato retroscena e dinamica
della strage al bar “Sayonara”.
«Era un periodo in cui non mi
piaceva come Andreotti stesse
gestendo il clan, in ragione del
fatto che non percepivo i proventi
che mi aspettavo. Andreotti si era
sempre giustificato col fatto che,
non trattando droga e dovendo
soddisfare le pretese economiche
di un numero elevato di affiliati, i
proventi che rimanevano da
suddividere erano scarsi. La
situazione tra me e Andreotti
precipitò definitivamente quando
venni a sapere da mio fratello
Giuseppe che nel corso di un
incontro che egli aveva avuto con
Andreotti e i suoi uomini, Borrelli
Antonio detto “Zazà”, di fronte
alle lamentele di mio fratello
Giuseppe che riportava il mio
pensiero, replicò in modo
sgarbato, dicendo “Dì a Ciro che
faccia il carcerato… e che quando
esce ragioneremo”. La
circostanza mi fece andare su
tutte le furie e decisi in seduta
stante che Borrelli avrebbe
dovuto essere ucciso, pensiero
condiviso anche da mio fratello
Giuseppe, il quale mi confidò che
già nel corso dell’incontro aveva
“saltato addosso” a Borrelli. In
quello stesso periodo, quando
ancora ero detenuto, venni a
LA CAMORRA SANGUINARIA.
ERA LO SCONTRO TRA I SARNO E GLI
ANDREOTTI: QUATTRO DELLE VITTIME
SI TROVARONO LÌ PER CASO
sapere che lo stesso Borrelli,
insieme a Meo Vincenzo, erano
stati gli autori dell’omicidio di
Vincenzo Duraccio, una persona
del Rione, cognato di Luigi Riccio,
mio vecchio amico e che già più
volte mi aveva mandato a dire in
carcere di voler far parte del
gruppo che avevo creato. Già
sapevo che l’Andreotti aveva
intenzione di far uccidere
Duraccio, in quanto me lo aveva
confidato quando eravamo
entrambi liberi. Mi diceva che
avevano avuto una discussione
tra loro. Avevo già fermato
Andreotti da quel proposito,
dicendogli che Duraccio non
andava ucciso, perché era uno di
Ponticelli e perché era un mio
amico. Capisce bene, giudice, che
all’atto della scarcerazione non
avevo altra scelta che
contrappormi ad Andreotti. Per
cui, incontrandomi con Giovanni
Aprea e Umberto De Luca Bossa,
il giorno stesso della mia
scarcerazione, li misi al corrente
di questa situazione,
rappresentando espressamente
che il primo a dover essere ucciso
doveva essere Borrelli Antonio.
L’idea venne condivisa con
entusiasmo da De Luca Bossa
Umberto, amico strettissimo di
Duraccio Vincenzo, ucciso proprio
da Borrelli. Anzi mi aggiunse che
sarebbe stato personalmente lui
ad uccidere Borrelli». Va
sottolineata per tutte le persone
citate nel verbale la presunzione
d’innocenza.

Killer pieni di cocaina e con i fucili a pompa


di Giovanni Cosmo
NAPOLI. Una strage che per oltre
21 anni è rimasta impunita e che
prima che gli ex padrini Sarno
parlassero, era avvolta ancora da
troppe ombre. Anche se, è bene
ricordarlo, uno “007” di razza,
l’allora capo della Squadra Mobile
Francesco Cirillo, aveva avuto
l’intuizione giusta per incastrare
killer e mandanti. L’unica certezza
in mano agli inquirenti era lo
scenario nella quale maturò la
“strage di San Martino”. Gli
equilibri tra i vari clan
diventavano sempre più precari
nella periferia orientale della città
nella seconda metà degli anni
Ottanta. E a Ponticelli, così come a
Barra e a San Giovanni, i boss
cutoliani erano stati soppiantati
da capicosca emergenti, bossragazzini senza scrupoli e con
un’insaziabile sete di potere. E fu
proprio in questa ottica che fu
organizzata la strage di corso
Ponticelli. Erano le 18,55 dell'11
novembre del 1989 quando il
commando di killer dei clan Sarno
e Aprea entrò in azione davanti al
bar “Sayonara”, abituale ritrovo
dei “guaglioni” del clan Andreotti.
I “giustizieri” dovevano punire
l’omicidio di Vincenzo Duraccio,
ex cutoliano e amico di Umberto
De Luca Bossa diventato un
fedelissimo di Ciro “’o sindaco. Il
commando, sei killer più due
autisti, arrivò in corso Ponticelli a
bordo di due automobili: una Fiat
Uno e una Ford Fiesta. Le vetture
sbucarono da via Ulisse
Protagiurleo e si fermarono a
pochi metri dal bar-gelateria. I
killer, armati di un fucile a pompa,
di una lupara e di quattro pistole,
seminarono la morte mentre i due
autisti restarono in macchina ad
aspettare. Umberto De Luca Bossa
si diresse verso Antonio Borrelli e
Vincenzo Meo, unici affiliati al
clan del ras Andrea Andreotti “’o
cappotto”, e cominciò a vomitare
piombo. Borrelli restò a terra
immobile, non era ancora morto.
Meo cercò di scappare ma venne
raggiunto poco dopo, ma anche lui
non morì subito. L’altro gruppo,
quello dei barresi, entrò prima
nella gelateria raccomandando ai
clienti di non uscire in strada. Poi
uscirono dal locale e sparano
all’impazzata colpendo altre
quattro persone, tutti avventori
del bar, freddandoli all’istante.
Erano Salvatore Benaglia,
Gaetano De Cicco, Gaetano Di
Nocera e Domenico Guarracino.
Fu un vero inferno di piombo. Le
vittime vennero “finite” con il
classico colpo di grazia, tutti
colpiti alla testa. Poi i killer
risalirono a bordo della sola Ford
Fiesta, perché la Uno non partì,
facendo perdere le loro tracce. La
Ford Fiesta venne ritrovata
bruciata qualche ora dopo sul
cavalcavia di via Ciccarelli, a
pochi metri dall’abitazione del
boss Giovanni Aprea. Il resto è
storia recente.

Stragisti in cella dopo 21 anni


di Fabio Postiglione
NAPOLI. Era un reato tanto crudele, che per 21 anni nessuno ne
ha mai parlato, per vergogna e per
il collaudato meccanismo di omertà che vige nei camorristi quando
commettono “errori”: nessuno sa.
E così per più di due decenni è
stata una strage senza colpevoli:
sei morti, quattro dei quali estranei
a clan e guerre di camorra. Quel
sangue versato ha chiesto giustizia per anni e finalmente la verità
è uscita a galla. Ieri mattina la svolta: i carabinieri hanno eseguito ordinanze di custodia cautelare nei
confronti di mandanti ed esecutori della strage di Ponticelli, avvenuta l’11 novembre 1989 davanti
alla gelateria Sayonara.
Tredici i provvedimenti, sei dei
quali a carico di esponenti della famiglia Sarno, che per anni ha controllato il quartiere organizzando
decine di omicidi e che adesso sono pentiti. Proprio la decisione di
collaborare con la giustizia presa
nel 2009 da alcuni dei capi, tra cui
il boss Ciro, ha consentito agli investigatori (le indagini sono state
coordinate dai pm Vincenzo
D’Onofrio, Francesco Valentini,
Graziella Arlomede e Maria Cristina Ribera) di ricostruire nei dettagli la tragica sparatoria, dalla
preparazione fino alla fuga dei killer. Particolari raccapriccianti tanto che lo stesso giudice per le indagini preliminari, Antonella Terzi, ha detto di non trovare le parole giuste per descrive quell’avvenimento atroce e senza senso. I
Sarno intendevano colpire il boss
rivale Andrea Andreotti, soprannominato “’o Cappotto”, che infatti
da quel momento quasi sparì dalla circolazione perchè aveva compreso che i Sarno erano pronti al
salto di qualità. Ma gli esecutori
materiali, che erano affiliati al clan
alleato degli Aprea, venivano da
un altro quartiere, quello di Barra,
e non conoscevano le persone da
uccidere; inoltre erano imbottiti di
cocaina. Così quella che doveva
essere una mattanza di pregiudicati divenne una strage di vittime
innocenti. Gaetano De Cicco, Domenico Guarracino, Salvatore Benaglia e Gaetano Di Nocera, erano innocenti. Oltre a loro moriro no due uomini di Andreotti, Antonio Borrelli e Vincenzo Meo.
Altre persone furono ferite, tra cui
una bambina: per la paura, però, i
genitori rivelarono solo alcuni giorni dopo che la piccola era stata colpita nella terribile sparatoria. L’eccidio, infatti, sconvolse persino
uno dei mandanti, il boss oggi
pentito Ciro Sarno, «il sindaco»,
che così lo descrive ai pm in un interrogatorio: «È uno degli episodi
più eclatanti e che ancora mi pesa, anche in ragione del fatto che,
sebbene sia stato il mandante dell'azione, di certo non volevo gli esiti che poi si sono avuti». Nove le
ordinanze che i carabinieri del nucleo investigativo, con il maggiore Lorenzo D'Aloia, hanno notificato a persone già detenute; tre gli
arrestati, uno solo degli indagati,
Pacifico Esposito, è sfuggito alla
cattura.

«Quella strage ancora mi pesa»


di Luigi Sannino
NAPOLI. «Non volevo che venissero coinvolte persone innocenti. È una strage che ancora mi pesa». L'eccidio dell'11 novembre
1989 sconvolse persino uno dei
mandanti, il boss oggi pentito Ciro Sarno “’o sindaco”, che così lo
ha raccontato ai pm durante un
interrogatorio. «È uno degli episodi più eclatanti e che ancora mi
pesa, anche in ragione del fatto
che, sebbene sia stato il mandante dell'azione, di certo non volevo gli esiti che poi si sono avuti». L’obiettivo principale dell’agguato, infatti, era Antonio Borelli: un fedelissimo di Andrea Andreotti che, mentre “’o sindaco”
era detenuto, aveva risposto male al fratello Giuseppe “’o mussillo”: «Devi dire a Ciro di fare il carcerato, ragioniamo dopo».
Ciro Sarno ha ricordato la preparazione dell'agguato e c'erano già
le avvisaglie, ha messo a verbale
il 28 agosto 2009, che poteva accadere qualcosa di brutto. «Prima
che i killer partissero venni chiamato da parte da mio cugino Pacifico Esposito, che era preoccupato per il fatto di aver notato che
quelli di Barra erano tutti drogati e quindi poco lucidi per
un'azione del genere. Gli dissi di
non preoccuparsi e diedi il via all'azione».
L'ottimismo, però, si dimostrò
mal riposto. «Le prime notizie che
mi giunsero, portatemi da mio
cugino Esposito Giuseppe, erano
drammatiche per due ordini di ragioni, sia perché mi diceva che
non era stato ucciso nessuno degli uomini dell'Andreotti sia perché mi aggiungeva erano state
uccise persone innocenti. Solo
successivamente si apprese che
invece, era rimasto a terra, oltre a
quattro vittime innocenti, anche
Borrelli Antonio, ed era stato colpito Vincenzo Meo, che morì dopo qualche giorno in ospedale».
Ecco altri passaggi importanti
delle dichiarazioni di Ciro Sarno.
«Il giorno 11 novembre convocai
da me i “barresi” dicendo che
eravamo pronti per l’azione. Con
me c’erano mio fratello Giuseppe, Luigi Piscopo, Esposito Giuseppe “’o maccarone” e Giuseppe Sarno “Caramella”. Dopo che
sopraggiunsero quelli di Barra,
vennero anche Esposito Pacifico
e Sarno Antonio “ciaciariello”.
Luogo dell’incontro furono i locali dell’ex edificio scolastico dove
abitavano e abitano i miei genitori. Da Barra giunsero, già armati
e con le auto da utilizzare per
l’azione, Giovanni e Gennaro
Aprea, De Luca Bossa Umberto,
Vincenzo Acanfora, Pasquale Palombo e Michele Alberto. Il numero di sei non era casuale, in
quanto l’azione era stata programmata in modo tale che quattro persone scendessero armati
dalle auto e due rimassero in attesa alla guida. Fatto sta che
Gennaro Aprea ci disse che
avrebbe provveduto al recupero,
e, quindi, non avrebbe partecipato all’azione. Fu necessario,
pertanto, individuare un’altra persona da mettere alla guida di una
delle due auto. Nel frattempo era
sopraggiunto mio cugino Sarno
Ciro “il piccolino”, a cui diedi l’incarico di mettersi alla guida di
una delle macchine. Quest’ultimo naturalmente, in quanto conosciuto nel rione, fu l’unico ad
agire travisato da un passamontagna»

lunedì 24 gennaio 2011

Ricordo i signori lettori che con un piccolo gesto di generosita' e di amicizia come gratitudine riceveranno tramite email in formato pdf il libro dossier sulla faida di scampia.Aiutateci a tenere in vita questo blog,con un piccolo gesto equivalente a una tazzina di caffe' aiuti l'informazione autonoma e libera.
Ecco i cio' che contiene il libro la faida di scampia che riceverete direttamente nella vostra email al prezzo di un caffe'.Il libro la faida di scampia equivale a circa 1670 pagine ricche di notizie,omicidi vendette tradimenti biografie di boss e tanto altro ancora.E' importante ricordare che il libro contiene circa 400 verbali trascritti dagli originali delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia hai giudici sui tantissimi omicidi avvenuti prima durante e dopo la faida di scampia.Sotto elencati i capitoli del libro..


domenica 23 gennaio 2011

«Ecco dove è nascosto il tesoro dei clan»


I soldi dei clan della camorra sono conservati in Svizzera. E quando ad ipotizzarlo è un
personaggio di nome Giuseppe
Misso allora c’è da credergli o
quanto meno da farsi delle domande serie e condurre delle indagini intense. È infatti come lui
stesso ha riferito, nel corso di un
interrogatorio dinanzi alla Corte
d’Assise di Napoli, è stato sentito
dai magistrati della conferderazione elvetica più volte. «Ho parlato con loro, con quelli di Roma,
di Firenze, e non so più con chi
devo parlare ancora, ho fatto centinaia di interrogatori». È questa
la novità di indagine che emerge
dai verbali dell’ex ras del rione Sanità soprannominato “’o nasone”.
L’ex capoclan di largo Donnaregina, il quale ha comandato Napoli
per anni ed ha dettato legge, adesso è collaboratore di giustizia e dopo mesi di tentennamenti ha ottenuto il piano di protezione, quello previsto e riconosciuto ai collaboratori di giustizia ritenuti credibili. Quando qualche capoclan
di spessore decide di passare dalla parte dello Stato una delle prime cose che vogliono conoscere i
magistrati della Dda che lo interrogano è dove sono nascosti i soldi suoi e quelli dei suoi affiliati e
se è a conoscenza di dove gli altri
clan riciclano i loro proventi. Questo perché colpire nel portafogli le
cosche è colpirli nell’anima. Con
molta probabilità, per aver parlato con i pm svizzeri alcuni dei suoi
soldi sono nascosti in conti cifrati o anche che i soldi dei suoi alleati o nemici siano nascosti oltre
le Alpi, nelle banche dove anche
imprenditori di spessore del panorama nazionale nascondono i loro patrimoni per sottrarli al Fisco.
Misso infatti ha fatto più volte riferimento nel suo interrogatorio ai
miliardi di vecchie lire che i Licciardi e tutta l’Alleanza di Secondigliano hanno accumulato nel giro degli anni. «Voi non avete idea
dei soldi che hanno sparsi per tutto il mondo». Potrebbe aver riferito proprio questo ai magistrati napoletani che a loro volta, coordinatisi con quelli svizzeri, potrebbero aver messo gli occhi su un
patrimonio milionario che per anni i camorristi hanno occultato.
Misso fa i nomi dei Contini, dei
Moccia, dei Lo Russo, dei Licciardi, dei Mallardo, insomma coloro i quali hanno gestito per anni, sotto un’unica confederazione
i traffici di merce taroccata che veniva smistata in tutto quanto il
mondo. Misso è stato per anni un
boss carismatico e per anni ha
stretto patti e accordi criminali
con i ras della criminalità non solo napoletana ma di mezza Italia e
per questa ragione conosce i segreti che usano le cosche per poter evitare i sequestri dei beni.
Uno di questi sistemi è sicuro
quello di intestare parte dei loro
capitali ad insospettabili prestanome che poi, con molta probabilità hanno depositato i loro soldi in
Svizzera. Sicuramente è uno spunto investigativo nuovo che accende ancora una volta i riflettori su
quanto le cosche della camorra napoletana si stiano “attrezzando”
per far fronte all’incessante offensiva dello Stato che mette le mani
nei loro portafogli. Maestri in opere di occultamento di patrimoni
milionari sono di sicuro i Casalesi
che sono riusciti ad esportare soldi in tutto il mondo.Articolo copiato da il roma ..

mercoledì 19 gennaio 2011

Le prime dichiarazioni del killer pentito Carmine Cerrato

Era destinato nel tempo a diventare l'uomo di fiducia del boss Cesare Pagano,il suo primo cavaliere,tanta era l'ammirazione che Cesare Pagano provava nei confronti di Carmine Cerrato al punta da dargli in comodato uso due piazze di spaccio situate una nella zona di scampia e l'altra nella zona di melito.Erano inseparabili anche nella latitanza,condividevano lo stesso appartamento ubicato nel comune di mugnano,be appartamento poi,un complesso turistico munito di tutti i confort,piscina campi da tennis ristorante e chi piu' ne ha piu' ne metta.Una latitanza da re,da veri boss da veri uomini di rispetto,una latitanza e un'amicizia nella buona e cattiva sorte,erano come un tutt'uno Cesarino e Carminiello,il boss e il suo killer di fiducia inseparabili anche nella fuga.Ma qualcosa ando' storto nelle loro precauzioni per non farsi localizzare dalle forze dell'ordine che gli davano la caccia da un bel po',la sera del 3 marzo del 2010 la mobile venne a sapere dove si nascondeva il boss Cesare Pagano,furono convocati gli uomini migliori per preparare il bliz,tutto era pronto,ma quando i poliziotti entrarono in azione nella camera da letto trovarono solo il killer Carmine Cerrato,si sacrifico' per permettere a Cesare Pagano di fuggire per le campagne che circondavano il residence.Un'atto di fedelta' assoluto che ancora una volta dimostro' a Cesare Pagano che di Carmine Cerrato si poteva fidare,il suo killer mai e poi mai lo avrebbe tradito.Ma per Carmine Cerrato il carcere diventa giorno dopo giorno un golgota,il 41 bis lo piega definitivamente al punto da fargli confessare tutti i suoi crimini e di iniziare una piena collaborazione con la giustizia.La sua collaborazione con la giustizia inizia' proprio con l'indicare Cesare Pagano come il capo dei capi degli scissionisti,i traffici di droga e gli innumorevoli agguati durante la faida di scampia che vede proprio Cesare Pagano come mandante di un gran numero di omicidi.Si autoaccusa di 4 omicidi e del triplice omicidio di casavatore commesso da lui e da altre persone i cui nomi sono tenuti in gran segreto dagli investigatori per trovare i riscontri necessari a processarli.Oltre gli omicidi da lui commessi sta raccontando per filo e per segno i tanti agguati di camorra di cui e a conoscenza e commessi sempre dal clan degli scissionisti di secondigliano.L'ultima rivelazione importante l'ha fornia sull'agguato costato la vita a Ciro Reparato zio del collaboratore di giustizia Carlo Capasso e di Vittorio Iodice il 20 massacrato per ordine degli scissionisti per una banale lita tra Antonio Di Lauro e il figlio del ras oggi pentito Biagio Esposito.Ecco nei fatti cosa racconta Carmine Cerrato sull'omicidio di Ciro Reparato(L’alleanza tra i Sacco-Bocchetti e gli
scissionisti è nata grazie ad alcuni agguati che commisero per noi.
È stata sancita comunque con il
raid ai danni dello zio di Carlo Capasso. Raffaele Amato e Cesare
Pagano volevano cioè che i Sacco-Bocchetti commettessero un'agguato ai danni dei Di Lauro
quindi organizzarono un incontro
con i Di Lauro a cui andarono Antonio Di Lauro e Ciro Reparato.
Questi ultimi si fermarono con il
motorino un po’ più avanti del rione Berlingieri, dove c’era il vecchio Upim, e quando loro arrivarono, per essere condotti da Gennaro Sacco, Ciro Reparato venne
ammazzato mentre volontariamente non fu assassinato Antonio
Di Lauro».

martedì 18 gennaio 2011

Le dichiarazioni di Claudio Sacco

Pile di cartelle,pagine e pagine di verbali che i nuovi collaboratori di giustizia stanno raccontando nei particolari minuziosamente agli inquirenti su quasi dieci anni di camorra nell'area nord di napoli.Sono dichiarazioni di boss o semplici gregari che raccontano nei minimi dettagli gli omicidi da loro commessi o commissionati, di estorsioni e fiumi di droga fatti arrivare all'ombra delle vele di scampia.Storie di ordinaria follia e di omicidi raccontati con freddezza,un distaccamento quasi inumano,ma anche di estorsioni,si pensa che la metropolitana che divide in due parte di secondigliano ha prodotti introidi da capogiro alle famiglie malavitose operanti nelle zone di secondigliano miano e piscinola.A raccontare delle estorsioni agli inizi degli anni novanta alle ditte che appaltavano i lavori per la costruzione della metropolitana che attraversa scampia e' Claudio Sacco omonimo di Gennaro Sacco boss di san pietro a patierno trucidato insieme al figlio mesi fa.Second il racconto di Claudio Sacco le famiglie malavitose che si sono arricchite di piu' con le estorsioni nella zona di secondigliano sono state i Licciardi e i Lo Russo,e proprio a lui fu affidato l'ingrato compito di fermare i lavori della costruzione della metropolitana nella zona di scampia,cosa che secondo il suo racconto egli fece affidando in un secondo momento il compito ad un suo uomo di fiducia detto Gaetano e' nana',che porto' a compimento l'estorsione consegnando l'intera somma versata dalle ditte,nella mani delle famiglie lo russo e licciardi.Ma Claudio Sacco uomo di spicco della camorra di secondigliano sta raccontando nei dettagli anche fatti delittuosi di cui si e' macchiato in prima persona,omicidi e agguati avvenuti durante la sua affiliazione al clan licciardi di secondigliano.In particolare ricostruisce nei dettagli due omicidi da lui stesso commessi di tale o tautaro e di Gennaro Macri' uomo di punta dell'ex boss di miano Costantino Sarno pentitosi di essersi pentito.Nei dettagli Claudio Sacco sta facendo verbalizzare fatti e misfatti avvenuti durante la sua affiliazione e frequentazione nel clan licciardi,non si escludono altri colpi di scena,e sicuramente Claudio Sacco ne sa abbastanza per far condannare al carcere a vita boss e gregari della famiglia licciardi.Vagamente si e' parlato anche dell'omicidio di Carmine Grimaldi detto bombolone ammazzato a san pietro a patierno,ma anche degli omicidi di o schiatto e peppenella,il primo affiliato al clan licciardi il secondo ai lo russo...

sabato 15 gennaio 2011

Scomparsa Cristoforo Oliva, arrestati due amici: lo uccisero

Gli agenti della Questura di Napoli hanno arrestato due giovani napoletani, ritenuti responsabili della scomparsa di Cristofaro Oliva, avvenuta nel novembre 2009.
Su richiesta della Procura della Repubblica e della Procura dei Minorenni è stata emessa un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per omicidio, sequestro di persona ed occultamento di cadavere.
Il delitto, secondo la Questura sarebbe maturato per litigi relativi alla gestione di un'attività di coltivazione e traffico di sostanza stupefacente del tipo canapa.
Gli arrestati, come riferisce la polizia, sono Karim Sadek, 18 anni, di origine egiziana, e Fabio Furlan, 20 anni. Proprio quest'ultimo, secondo quanto si è appreso, era particolarmente legato a Cristoforo. Sadek, oggi diciottenne, era minorenne quando scomparve Cristoforo Oliva. Ieri sera gli ufficiali della Squadra Mobile della Questura di Napoli hanno eseguito l'ordinanza di applicazione della misura cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Napoli nei confronti di Fabio Furlan con l'accusa di omicidio premeditato e di coltivazione e cessione di sostanze stupefacenti in concorso con Sadek, anch'egli raggiunto da un'analoga misura restrittiva nell'ambito del procedimento penale collegato pendente presso la Procura della Repubblica presso il Tribunale dei minorenni di Napoli.
Le indagini che hanno consentito di adottare le misure restrittive sono state condotte dalla Squadra Mobile della Questura di Napoli, sezione omicidi, e dal commissariato di polizia di Scampia e coordinate dalla procura di Napoli e da quella dei minorenni in costante e pieno collegamento investigativo come evidenzia il procuratore aggiunto della Repubblica di Napoli, Giovanni Melillo.
«La dolorosa vicenda della scomparsa del giovane Cristofaro Oliva - sottolinea Melillo - ha generato nel corso del tempo numerosi appelli rivolti agli amici del ragazzo, e tra questi allo stesso Fabio Furlan, ed a quanti potessero essere a conoscenza di elementi rilevanti per il ritrovamento del corpo di Oliva. Il compendio gravemente indiziario a carico degli indagati è il frutto di circa un anno di intense e complesse indagini realizzate attraverso intercettazioni telefoniche, telematiche e acquisizione di dichiarazioni testimoniali, nonchè di interrogatorio dello stesso indgato Furlan».
«È stato tradito dai suoi amici, in particolare da un giovane che abbiamo anche ospitato per un mese e mezzo a casa nostra. Che amarezza, un dolore infinito che si aggiunge alla notizia dell'uccisione di Cristoforo». Così, Fiorella Mormone, la mamma

martedì 11 gennaio 2011

Delitto Iodice, confessa l’assassino,Gaetano Petriccione si accusa di essere l'esecutore materiale

Ha deciso di farsi ascoltare dal pubblico ministero perché ha voluto confessare,
tecnicamente si dice che “ha ammesso l’addebito”. In pratica
vuol dire che potrebbe per questo godere di uno sconto di pena importante.
Si tratta di Salvatore Petriccione, adesso 20enne ma all’epoca dei
fatti un minorenne e per questo sotto processo al Tirbunale dei Minori.
Il giovane, assistito dall’avvocato Dario Russo, tra un po’ sarà davanti al
gip per l’udienza preliminare. Il 20enne è l’assassino di Vittorio Iodice,
incensurato, di 20 anni, ucciso con un colpo di pistola al volto il 25 gennaio
2008. Un assassinio che inquirenti ed investigatori ambientarono
nel duro e sanguinoso scontro della faida di Scampia. Furono per questo
arrestati dai carabinieri, Luca Raiano, ventunenne,
ed il complice, Salvatore Petriccione, di
20 anni, i quali devono rispondere della grave accusa
di omicidio. I killer, che sono ritenuti affiliati
al clan degli “scissionisti”, capeggiato da
Raffaele Amato e Cesare Pagano, entrambi detenuti,
sono stati bloccati dai carabinieri che diedero
esecuzione a 2 provvedimenti di fermo
emessi dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli e dal Tribunale per
i Minorenni. Le indagini hanno anche consentito di accertare che la vittima
fosse vicina al clan Di Lauro, retto da Paolo Di Lauro, anch'egli in
carcere e quale fosse il movente: il ventenne venne assassinato perché
sospettato di aver dato fuoco ad auto di affiliati al clan rivale, appunto il
clan degli “scissionisti”. La sera del 24 gennaio più incendi distrussero
6 macchine, risultate intestate a pregiudicati dei due gruppi in guerra:
2 di malavitosi legati ai Di Lauro e 4 vicini agli “scissionisti”, o anche
detti “spagnoli”. I roghi si consumarono in via Vittorio Emanuele ed in
via Dante, a distanza di poche ore. Poi, ci fu la ritorsione contro il ventenne
che fu affrontato con un revolver dai suoi sicari.La dinamica dell'agguato e' stata ricostruita
da Gennaro Mennetta che quella maledetta sera era su una moto con Vittorio Iodice prima che
quest'ultimo venisse barbaramente ucciso.Ecco il suo Racconto,«L’agguato è avvenuto - ha sostenuto Mennetta -, in una
zona del quartiere Secondigliano conosciuta come “Largo Macello”.
Pochi minuti prima, nel transitare su Corso Italia in direzione di via
del Cassano, abbiamo superato un motociclo Honda Sh 300 di colore
blu condotto da Gaetano Petriccione e Luca Raiano, passeggero, con
i quali ci siamo scambiati un saluto con un colpo di clacson. Dopo
aver imboccato la strada che da Corso Italia conduce al cosiddetto
“Largo Macello”, Vittorio, evidentemente avvedutosi che qualcuno
ci stava seguendo, mi chiese di voltarmi per vedere chi ci stesse
seguendo. Una volta giratomi e notato che alle nostre spalle vi erano
Petriccione Gaetano e Raiano Luca, ho informato di ciò mio cugino
Vittorio. All'atto di svoltare su detta Traversa quarta corso Italia, il
motociclo con a bordo Rainao e Petriccione si è affiancato alla nostra
motocicletta ed il Rainao, che era seduto dietro, ha sparato un colpo
di pistola in direzione di Vittorio, attingendolo al volto».Comunque rimane il dubbio
sulla confessione di Gaetano Petriccione il minorenne all'epoca dei fatti che si e'
auto accusato dell'omicidio.Infatti per molti si tratta della solita farsa per scongiurare l'ergastolo
per Luca Raiano all'epoca del detto omicidio maggiorenne e indicato da diversi collaboratori come
l'esecutore materiale del delitto.In poche parole Gaetano Petriccione avvalendosi del fatto che all'epoca
dell'agguato era minorenne sa bene che per lui la parola ergastolo non sara' pronunciata,oltre le attenuanti della confessione che gli permettera' sicuramente di godere di tutti i benefici che la legge offre.Spero solo che
per questo povero ragazzo ammazzato in modo barbaro e indegno la giustizia almeno dia soddisfazione alla famiglia,usando il pugno duro per questi due giovani killer,cosi' facendo stronchera' sul nascere la futura carriera dei due.

giovedì 6 gennaio 2011

La mamma di Anthony: "Mio figlio sta lottando come un leone"


Sta lottando come un leone» Anthony, il 17enne ferito alla testa da un poliziotto libero dal servizio, durante la rapina a una tabaccheria di un vicolo di via Foria. Il cuore del ragazzo continua a battere, ma il coma resta irreversibile. Davanti al reparto di rianimazione, la mamma aspetta. Lo fa tra la disperazione e la rabbia: «Voglio giustizia perchè quel poliziotto non doveva sparare alla testa». «Sparare alla testa vuol dire essere cattivi - dice Stefania - vuol dire voler uccidere».
«Come stava, così sta, bisogna aspettare un miracolo - dice ancora Stefania - Non è vero che quel poliziotto è stato minacciato, ha sparato perchè i poliziotti sono fanatici». Il proiettile è ancora nella testa di Anthony e non può essere asportato: «Mio figlio sta lottando come un leone per vivere».
Stefania parla avvolta da una coperta per combattere la stanchezza e il freddo della sala d'attesa nelle lunghe ore in cui ripensa al destino della sua famiglia: il marito ucciso durante un tentativo di rapina alle poste, il primo figlio ucciso per ordine della camorra, ora Anthony in coma irreversibile.
«Questa città sta morendo non esistono opportunità per i giovani», aggiunge. Accanto alla donna ci sono gli amici, i parenti che si alternano nel farle compagnia, cercando di confortarla nella lunga attesa.
«I medici - spiega il nonno di Anthony - ci hanno detto che il suo cuore è forte ma manca l'attività del cervello. Questa situazione può proseguire per alcuni giorni ma anche per tre mesi, un anno».
E così la speranza della madre resta accesa, Stefania non vuole pensare alla morte e precisa anche di non aver autorizzato alcun espianto degli organi per una eventuale donazione dopo il decesso: «Gli organi di mio figlio - dice - devono restare a lui, chi ha detto o scritto il contrario ha mentito».
L'attesa continua per la mamma di Anthony, sempre sospesa tra rabbia e speranza, con un pensiero che le passa per la testa: «Tra trentasei giorni Anthony farà 18 anni, il suo cuore è forte».
I. È lentissima l’agonia del babyrapinatore 17enne, Anthony Fontanarosa. Ieri mattina è stato dichiarato clinicamente morto dai medici del Loreto Mare, ma nel pomeriggio l’apposita commissione ha bloccato la procedura di accertamento del decesso dopo aver rilevato dei lievi flussi cerebrali. I sanitari però non hano dubbi: «Per il ragazzo non ci sono più speranze, è in coma irreversibile». La terribile fine del giovanissimo rapinatore potrebbe invece regalare la vita ad altre persone. La madre, infatti, sembrerebbe intenzionata a donare gli organi del figlio morente. Intanto, gli amici all’esterno dell’ospedale gridano vendetta: «Il poliziotto non si faccia mai riconoscere, altrimenti lo puniremo. Non doveva sparare alla testa, ha commesso un grave errore». L’agente non è però indagato per aver ferito mortalmente alla testa il 17enne. Per i magistrati non ci sono stati eccessi nella sua condotta.ARTICOLO COPIATO DA IL GIORNALE IL ROMA..