giovedì 30 dicembre 2010

Ricostruito l'omicidio di Vincenzo De Gennaro rischio processo per i killer

E' un fiume in piena Carlo Capasso il collaboratore di giustizia che sta decapitando i vertici e i gregari del clan di lauro,un vero cervellone,visto che ricorda ora data e luoghi dove si sono commessi gli omicidi piu' cruenti della faida di scampia.Si e' autoaccusato di diversi omicidi in danno agli scissionisti in guerra con i di lauro,faceva parte del gruppo di fuoco che durante la faida massacrava parenti e amici degli scissionisti.Carlo Capasso da uomo libero busso' alla caserma dei carabinieri di via largo macello e comincio' ad autoaccusarsi di molti omicidi,decise di collaborare con la giustizia per non essere ammazzato,figurava nel libro nero degli scissionisti come uno dei killer dei di lauro da eliminare alla prima occasione,e cosi e' diventato il grande accusatore dei figli del padrino Paolo Di Lauro che probabilmente mai vedranno riaprirsi le porte del carcere un giorno.Tra i tanti omicidi che ha fatto luce e di cui si e' autoaccusato figura quello di Vincenzo De Gennaro trucidato alle ore 15:10 del 29 gennaio 2005 in via lazio miano.Era il 2005,il tremendo anno della faida di secondigliano,i di lauro e gli scissionisti si sfidavano ogni giorno rispondendo colpo su colpo omicidio su omicidio,una carneficina che in solo due anni ha fatto un centinaio di morti.L'omicidio di Vincenzo De Gennaro fu la risposta dei di lauro all'omicidio commesso dagli scissionisti 24 ore prima,avevano trucidato il padre di Ferdinando Cefariello ras di spicco dei di lauro,massacrato nel quartiere di scampia per punire il figlio Nanduccio per non essersi schierato con la scissione.

Gennaro era seduto al posto del
passeggero su una Fiat Tipo di colore blu guidata dallo zio
Vincenzo De Gennaro. In tre aprirono il fuoco contro la vettura,
cominciando a sparare a circa 100 metri dalla palazzina in cui
abitava l’uomo, in via Lazio.. Il 21enne fu ferito a una spalla da
una prima pallottola, ma
riuscì a proseguire la
marcia fino ad arrivare
nel cortile di casa
sempre inseguito dai
killer che lì lo finirono.
Il 12enne visse minuti
di autentico terrore, così
come gli abitanti della
zona in quel momento
in strada o affacciati ai
balconi e alle finestre.
Vincendo De Gennaro
frenò e, con tutte le
forze rimastegli, si
catapultò fuori dalla
macchina cercando l’impossibile salvezza. Riuscì anche a
compiere alcuni metri verso le scale della palazzina per
raggiungere la sua abitazione, ma quando pensava di essere
ormai al sicuro fu freddato alla schiena e si accasciò in un lago di
sangue. Il ragazzino rimase impietrito ma salvo, ferito
lievemente al collo e ad una coscia. Un proiettile lo aveva colpito
attraversando il lunotto posteriore della Fiat Tipo sulla quale si
trovava con lo zio. I medici dell’ospedale San Giovanni Bosco
furono ottimisti fin dall’inizio ed ebbero ragione.

Omicidi della faida di scampia svelati

La morte di Attilio Romano'
Attilio Romano' era un bravissimo ragazzo,la sua sola colpa e' stata quella di trovarsi al momento sbagliato nel posto sbagliato,era un gran lavoratore attilio,cercava di arrivare in modo sempre onesto a fine mese con vari lavori.L'ultimo lo aveva trovato in una rivendita di telefoni nella zona che da miano arriva a capodimonte,la sua sventura e' stata quella di entrare se pur in modo onesto in contatto con i nipoti di Raffaele Abbinante detto (papel e maran).Era un tremendo anno quel 2004,la faida tra i di lauro e gli scissionisti imperversava nelle strade di secondigliano lasciando ogni giorno nuovi lutti e nuovi veleni.La famiglia Abbinante aveva aderito subito nel fronte opposto ai di lauro,avevano creato un gruppo che si stava ribellando ai di lauro.Attilio romano era come sempre impegnato nel negozio di telefonia,quel giorno pioveva,un brutto tempaccio,su un ciclomotore beverly 250 due ragazzi si erano fermati a pochi metri dal negozio,avevano dato una rapida sbricciatina dentro e si erano allontanati subito,quei due erano Mario Buono detto (topolino) e Carlo Capasso,cercavano la loro nuova vittima,la loro preda,il titolare del negozio di telefonia,il nipote degli Abbinante,lo stavano cercando dalla mattina per massacrarlo,ma non si erano arresi e girovagavano nei dintorni del negozio aspettando il momento opportuno.Il nipote degli Abbinante non viene,i due killer dei di lauro perdono la pazienza e forse credendo di trovarlo all'interno parcheggiano il beverly ed entrano dentro,c'e' attilio che incautamente forse gli chiede se poteva fare qualcosa per loro,Mario Buono estrae la pistola e senza esitare un'attimo massacra quel giovane onesto dal cuore grande senza un minimo di pieta',lo crivella di colpi e scappa via lasciandolo esamine nel suo sangue,cosi' muore a napoli un ragazzo onesto lavoratore che per guadagnarsi da vivere aveva accettato quel lavoro onesto da gente disonesta.
La morte di Domenico fulchiglione  
Era una domenica come tante sul corso secondigliano,le moto che sfrecciano a tutto gas e le ragazzine che fanno su e giu' per farsi notare,fuori al piccolo chalet c'e' Domenico Fulchignone  genero di Pasquale Salomone gregario di prima grandezza del clan Licciardi.Domenico Fulchignone sta con i suoi amici a sorbire un caffe' tra una battuta e l'altra,a pochi metri da loro si ferma una motocicletta guidata Nunzio Di Lauro figlio del padrino Paolo Di Lauro,tra i due non scorre buon sangue e basta una piccola occhiata per scaldare gli animi.Nunzio viene offeso pubblicamente da Domenico Fulchignone che tenta anche di schiaffeggiarlo ma intervengono gli amici per evitare il peggio,si il peggio visto che il figlio del padrino rosso in volto e con mal celata tranquillita' vola come un fulmine miezz a l'arco a prendere una pistola e un suo uomo per dare una lezione a quel mimmuccio che si e' permesso di offenderlo.Sulla moto con Nunzio sale Mario Buono quel topolino accusato dai pentiti di ben sei omicidi,al momento dei fatti era acora minorenne come lo era Nunzio Di Lauro,si recano fuori al piccolo chalet ma Domenico e Gli  amici sono gia' andati via,girovagano per il corso scondigliano ma non c'e' ombra del suo rivale,cosi' non si danno per vinti e igranano la marcia direzione masseria cardone il feudo inspugnabile del clan licciardi.Appena imboccano via regina margherita fuori a un tabacchi indivuduano la loro preda,sta in compagnia di un amico ma per loro non e' un problema se vengono riconosciuti,cosi' si avvicinano e incominciano a sparare contemporaneamente solo su Domenico Fulchignone appena vent'enne,lo massacrano crivellandolo di micidiali proiettili rimanendolo esamine al suolo nel suo stesso sangue.Il giorno seguente succede un putiferio,il suocero Pasquale Salomone vuole a tutti i costi vendicare il genero e si dirige direttamente miezz a l'arc a parlare con Cosimo Di Lauro per chiedergli spiegazioni e avere soddisfazioni.Cosimino conferma che a uccidere suo genero e' stato il fratello Nunzio ma a tutti costi gli nasconde l'dentita' dell'altro killer ben sapendo che al contrario avrebbe condannato Mario Buono a morte certa.Come andarono i fatti lo racconta ancora una volta il pentito Carlo Capasso in questo articolo copiato dal giornale il roma sotto..
( Gli uomini del clan Licciardi di Secondigliano e in particolare Pasquale Salomone,
suocero di Domenico Fulchignone, pensavano che a uccidere il giovane
fosse stato un affiliato ai Di Lauro: Francesco Giannino, vittima di un
agguato il 22 marzo 2004 che provocò anche il ferimento di due suoi amici.
Ma, secondo la ricostruzione del pentito Carlo Capasso, fu scelto un bersaglio
sbagliato perché non lui c’entrava nulla con la sparatoria mortale nei
confronti del 20enne incensurato. Il collaboratore di giustizia, come abbiamo
scritto sull’edizione di ieri del nostro giornale, ha puntato invece l’indice
contro Mario Buono e Nunzio Di Lauro.
Dunque, se la ricostruzione di Capasso è esatta e fermo restando che le persone
tirate in ballo devono essere ritenute assolutamente estranee ai fatti
narrati fino a prova contraria, l’omicidio di Domenico Fulchignone provocò
una reazione che ebbe effetto sulla faida di Secondigliano e Scampia. Soprattutto
per un motivo, rivelato dal pentito: ad ammazzare Francesco Giannino,
facendo pensare a una vendetta per l’agguato a Fulchignone, non sarebbero
stati i Licciardi ma gli “scissionisti”. Ecco ciò che ha dichiarato il
18 gennaio scorso il 22enne che da persona libera l’anno scorso ha deciso di
cambiare vita. “ Salomone ovvero i Licciardi pensarono che a commettere detto
omicidio, unitamente a Nunzio Di Lauro, fosse stato tale Giannino detto
“o checco”, persona uccisa dopo qualche mese sulle “quattro vie” e, durante
detta esecuzione vennero ferite anche altre tre persone. Non mi risulta
che a commettere l’omicidio siano stati i Licciardi. Ma, nel nostro ambiente,
dopo la faida, si è detto che a commetterlo erano stati Genny Marino,
Notturno Enzo detto “vettorino”, Arcangelo Abete e altre persone che ora
non ricordo. Si diceva sempre nel nostro ambiente l’omicidio, avvenuto prima
che scoppiasse la faida, era stato ideato da quelli che poi passarono con
gli “scissionisti” al fine di creare un contrasto armato tra i Di Lauro e i Licciardi
in quanto Giannino era persona molto vicina a Nunzio Di Lauro e pertanto
detto omicidio sarebbe stato letto come risposta dei Licciardi all’omicidio
del Fulchignone. Il Buono mi disse che dopo la consumazione dell’omicidio
Fulchignone, i Di Lauro gli consigliarono di allontanarsi da Napoli
in quanto i Licciardi potevano individuarlo quale coautore dell’omicidio
ed ucciderlo; pertanto lo stesso mi disse che andò a Lecce o a Gallipoli per
un paio di mesi”. Il 28 luglio 2003 fu ammazzato Domenico Fulchignone, giovane
incensurato di famiglia per bene e senza legami con la criminalità. Era
il genero del ras dei Licciardi Pasquale Salomone, poi successivamente ucciso
in un agguato di camorra, in quanto fidanzato della figlia. Secondo Capasso,
che lo ha sostenuto sempre nell’interrogatorio del 18 gennaio scorso,
il movente va cercato in un litigio tra la vittima e Nunzio Di Lauro, un altro
dei figli del boss Paolo detto “Ciruzzo o’ milionario”.
Questi sono i fatti raccontati dal collaboratore Carlo Capasso che fa luce anche sull'omicidio di Francesco Giannini zio di un'altro Giannini ammazzato dai di lauro alla fine del 2007....
Omicidio di Vittorio Iodice e di suo zio Ciro Reparato e di Gino o' mocill
Una stupida lite tra il rampollo dei di lauro Antonio Di Lauro e il figlio del ras scissionista ora pentito Biagio Esposito a provocare la morte di Vittorio Iodice e di suo zio Ciro Reparato massacrati a distanza di pochi gorni.I fatti li racconta come sempre Carlo Capasso,la lite scoppio' nella zona della venella grassi tra Antonio Di Lauro e il figlio di Biagino per rancori repressi da mesi e per l'odio che entrambi provano l'uno per l'altro.Ecco i particolari che hanno portato i mesi scorsi all'arresto di Luca Raiano e di Gaetano Petriccione,
«Fummo informati subito dell’omicidio di Vittorio Iodice in quanto
presente all’omicidio vi era mio cugino Genny Mennetta; era con Iodice,
al corso Italia, su una motocicletta Triunph e vennero affiancati da
Gaetano Petriccione e Luca Raiano, che spararono 4/5 colpi alla testa
dello Iodice. Mio cugino rimase illeso. Dopo questo omicidio avvenne
un incontro tra Antonio Di Lauro e mio zio Ciro Reparato con Biagio
Esposito e Domenico Pagano, questi referenti per gli “scissionisti”. Esposito
e Pagano spiegarono che Iodice era morto perché Antonio Di Lauro
aveva litigato con il figlio di Biagio Esposito. Mio zio REPARATO Ciro
disse che Biagio Esposito precisò che Antonio Di Lauro aveva minacciato
di morte suo figlio nonché la moglie e che aveva dato loro anche
un calcio. Mio zio chiese perché il litigio di Antonio Di Lauro aveva
portato come conseguenza l’omicidio di Vittorio Iodice, ricevendo come
risposta che era sufficiente per gli “scissionisti” ammazzare una persona
vicina ad Antonio Di lauro ed, in tale ottica, venne individuato Vittorio
Iodice in quanto i fratelli di questi a nome Antonio e Giuseppe erano
amici di Antonio Di Lauro e Vincenzo D’Avanzo”.
Dunque massacrato non perche' un camorrista ma solo per dare soddisfazione a Biagio Esposito ammazzando uno qualsiasi,e proprio in questa ottica che viene da inquadrare l'omicidio di suo zio Ciro Reprato ammazzato una settimana dopo suo nipote nel rione kennedy zona sotto l'influenza di Giovanni Cesarano ras ribellatosi anche lui alla cosca madre dei licciari..
Omicidio di Luigi Giannini (cutaletta)
Il 2007 e' stato un anno che ha fatto piombare gli abitanti di secondigliano nel terrore,il riaccendersi della faida era concreto,la tensione palpabile,era l'anno in cui Salvatore Petriccione (o'marenar)dalla zona di via venella grassi aveva sfidato l'impero e l'ira dei di lauro sfidandoli apertamente passando daidi lauro agli scissionisti.In questa decisione molti giovani lo affiancarono,tra cui Luigi Magnetti(o' mocill)Luigi Giannino (cutalett)Luca Raiano e altri.E proprio questi ragazzi si batterono in prima linea massacrando una decina di uomini rimasti fedeli ai di lauro,falciarono Giuseppe Pica e Francesco Cardillo,Lucio De Lucia,Salvatore Ferrara,Antonio Siviero e altri.I di Lauro anche per la pressione delle forze dell'ordine erano in forte difficolta',mai come allora il loro feudo il terzo mondo rischiarono di perderlo concretamente.Ma Marco Di Lauro astuto e freddo stratega fece passare il tempo necessario per alleviare la pressione delle forze dell'ordine e dei nemici per sferrare un attacco che decimo' in gran parte i killer bambini della venella grassi.Come mori' il killer Luigi Giannino c'e' lo racconta Carlo capasso.
Nel periodo di giugno 2007 Magnetti e Giannino si trovarono
in via Largo Macello a parlare con Salvatore Barbato; arrivarono Mario
Buono, Gennaro Puzella a bordo di un’auto condotta da Antonello
Faiello; a bordo di altra macchina vi erano Maisto Ciro, conducente, e Raffaele
Musolino. Erano armati di mitragliette e pistole a tamburo. Riuscirono
ad ammazzare Luigi Giannino e il Magnetti riuscì a scappare. A
sparare furono Raffaele Musolino, Mario Buono e Gennaro Puzella. Io, in
quel periodo ed a seguito dell’omicidio di Patrizio De Vitale, commesso
da me e da Mario Buono, mi ero allontanato da Napoli e mi trovavo a Firenze.
Le circostanze ora riferite le ho apprese da Talotti Nunzio, da Mario
Buono, da Raffaele Musolino e da Antonello Faiello».L'obiettivo principale era ammazzare entrambi ma Luigi Magnetti fu lesto e se la dette a gambe,trovera' la more molti mesi dopo riuscendo ad ammazzare Salvatore Ferrara piccolo spacciatore 20ntenne dei di lauro all'interno di un bar del rione berlingieri...Come andarono le cose le racconta sempre Carlo Capasso.
Commise un omicidio di pomeriggio e poche ore
dopo, il 25 settembre 2007, fu ammazzato dal suo
stesso clan perché aveva “sgarrato”. Un destino
che più tragico non poteva essere quello di Luigi
Magnetti, un ex “dilauriano” passato con gli “scissionisti”.
A raccontare la sua verità, ancora una volta, è stato
il collaboratore di giustizia Carlo Capasso. «Magnetti
venne ucciso dopo che questi, unitamente
e tale “’o russo ‘ gemello” della “Vanella grassi”
aveva commesso un omicidio all’interno di un
bar del rione Berlingieri (nella foto i rilievi di quell’omicidio);
durante questo omicidio fu ferito il figlio
di Sergio De Lucia. I fatti li abbiamo appresi dai ragazzi del Berlingieri
nonché da Gino De Lucia, anche perché i killer avevano il volto scoperto
ed erano stati riconosciuti. Dopo la consumazione dell’omicidio da parte
del Magnetti arrivò nuovamente “Quagliarella” (soprannome
di un affiliato al clan Di Lauro) dicendo
che Lello Amato aveva deciso che con Magnetti
se la sarebbe vista lui perché questi aveva commesso
l’omicidio autonomamente ovvero senza il
consenso degli “scissionisti”. La stessa notte in
cui aveva commesso l’omicidio Magnetti venne
ucciso dagli “scissionisti” ad Arzano».
Il 25 settembre 2007, dunque, a Secondigliano fu
ammazzato Salvatore Ferrara, 22enne del clan Di
Lauro e restò ferito gravemente Ugo De Lucia,
19enne cugino omonimo di “Ugariello”, mentre il
gestore incensurato del bar, un 27enne estraneo
alla malavita, fu preso di striscio da un proiettile. La sera ad Arzano fu
trovato il corpo senza vita di Luigi Magnetti, 20 anni, ex Di Lauro passato
con gli “scissionisti”.


I collaboratori di giustizia decapitano i clan di secondigliano....

Sconvolgenti,ma utili ad assicurare alla giustizia killer e mandanti dei tanti morti avvenuti nel territorio di secondigliano durante la faida di scampia.Era in atto il tremendo scontro tra i di lauro e gli scissionisti,i morti erano all'ordine del giorno su entrambi i fronti,uomini e ragazzi uccisi,massacrati come cani,e altri uomini e altri ragazzi addestrati come belve per commettere agguati e omicidi spietati.Di anni ne sono passati appena 5,molti killer e mandanti finirono sotto i riflettori della magistratura durante la faida,molti furono condannati al carcere a vita,altri ebbero pene molto severe,ma i nuovi collaboratori di giustizia stanno snocciolando nei minimi dettagli omicidi,agguati,vendette,svelando nomi di mandanti,killer e il perche' di ogni singolo omicidio.E allora rileggendo gli atti verbalizzati da Carlo Capasso,Biagio Esposito,Giovanni Piana,Carmine Cerrato e altri collaboratori di giustizia viene la pelle d'oca,assassini che si sono battuti in prima linea durante la faida,omicidi che niente avevano a che vedere con la guerra di camorra,ma commessi lo stessi per fare numero.Il clan degli scissionisti ottimisticamente si puo' quasi considerare distrutto,decapitato sia nel vertice che nella manovalanza,con appena solo 4 collaboratori di giustizia che ne hanno svelati i misteri,i traffici e gli omicidi,tra i collaboratori di giustizia piu' attendibili che gia' anno permesso di condannare all'ergastolo i vertici della scissione c'e' sicuramente Maurizio Prestieri e i suoi nipoti.Con le loro dichiarazioni si sono aperti processi che sicuramente si concluderanno con la condanna del carcere a vita per i vertici della scissione,tra cui vanno annoverati i nomi di (Gennaro Marino,Arcangelo Abete,Raffaele Amato,Elio Amato,Cesare Pagano,Vincenzo Pagano,Angelo Pagano,Guido Abbinante,Raffaele Abbinante,Vincenzo Notturno,Gennaro Notturno e tanti altri.C'e' poi da prendere in considerazione il fatto che tra i tanti accusatori del clan degli scissionisti mancano ancora le dichiarazioni di Biagio Esposito il ras scissionista che ha deciso anche lui di cambiare vita,si stanno facendo i riscontri necessari e sicuramente con le sue dichiarazioni decapitera' di sicuro il clan degli scissionisti.Per il clan di lauro invece a complicare la situazione si e' messo Carlo Capasso che da uomo libero si presento' l'anno scorso agli uffici della procura della repubblica denunciandosi almeno di una dozzina di omicidi commessi per il caln di lauro,e le sue dichiarazioni hanno permesso il bliz del 23 dicembre che ha portato alla cattura del figlio del padrino di lauro Antonio piu' otto fiancheggiatori accusati a vario titolo di associazione mafiosa traffico internazionale di stupefacenti e di almeno due tentati omicidi e quattro omicidi.Si sta per mettere finalmente la parola fine sui vecchi clan di secondgliano sperando che non ne escano altri,ancora piu' organizzati e sanguinosi.....

mercoledì 22 dicembre 2010

Arrestato Antonio Di Lauro

Altro che declino. I Di Lauro,
dopo la sconfitta nella guerra con
gli Amato-Pagano, si erano riorganizzati
talmente bene da guadagnare
circa 800mila euro al mese
grazie alla droga. Rintanato nel cosiddetto
“Terzo mondo” nel Rione
dei fiori di Secondigliano, negli ultimi
anni il clan ha tratto secondo
gli inquirenti il massimo beneficio
possibile dalla nuova divisione dei
territori e ha creato un nuovo direttorio
sul campo: Marco Di Lauro era
il capo, il fratello Antonio vicario,
Nunzio Talotti detto “Bac” luogotenente
e sei affiliati con diverse mansioni.
Ma da ieri, tranne il primo, tutti
gli altri si trovano dietro le sbarre
con a carico gravi accuse: associazione
camorristica e associazione
per delinquere finalizzata al traffico
di sostanza stupefacente.
Coordinati dal pm della procura antimafia
Luigi Alberto Cannavale, i
carabinieri del Nucleo Investigativo
e del Ros di Napoli hanno sottoposto
a fermo otto personaggi di
spicco Di Lauro, responsabili a vario
titolo in particolare della gestionemiracoli a Milano e in via Praga Magica.
Venivano venduti cocaina, kobrett,
hashish e marijuana per la
gioia dei consumatori più disparati,
che confluivano da tutte le regione
d’Italia. Ma nel corso dell’inchiesta,
alla quale hanno dato una
mano cinque collaboratori di giustizia,
investigatori e inquirenti hanno
ascoltato anche racconti di alcuni
delitti finora impuniti. E se è
presto ipotizzare responsabilità, in
attesa dei riscontri necessari alle dichiarazioni
del collaboratori di giustizia,
ha destato comunque molto
interesse ciò che ha detto Carlo Capasso
in uno dei numerosi interrogatori
cui è stato sottoposto: «Risulta
a me che Marco Di Lauro ha
deciso gli omicidi di Nunzio Cangiano,
Eugenio Nardi, Patrizio De
Vitale e Luigi Giannino». Naturalmente
va sottolineato che gli indagati
per camorra e droga sono da ritenere
innocenti fino all’eventuale
condanna definitiva e le persone tirate
in ballo nei verbali devono essere
considerate estranee ai fatti
narrati fino a prova contraria.
L’indagine dei militari dell’Arma
(con il maggiore Lorenzo D’Aloia) si
è sviluppata attraverso i classici

strumenti investigativi:
intercettazioni telefoniche
e ambientali,
appostamenti e
blitz per sequestrare
la droga. Ma anche il
contributo dei pentiti
è stato fondamentale,
ben cinque: Biagio
Esposito, Carlo Capasso,
Antonio Capasso,
Giuseppe Capasso
e Salvatore
Esposito. Conoscevano
bene gli indagati e
hanno descritto con
precisione i loro profili.
Ne è venuto fuori
un quadro indiziario
sufficiente per la Dda
per l’emissione di un
provvedimento di fermo,
eseguito all’alta
di ieri dai carabinieri.
L’attività investigativa è stata agevolata
da un clamoroso sequestro:
un libro-mastro nella disponibilità
di Angelo Zimbetti, la cui lettura è
servita per quantificare il volume
d’affari mensile in 800mila euro. Una
somma enorme che fa capire quanto
duri siano i colpi inferti con le maxi-
operazioni antidroga. Degli otto
destinatari della misura cautelare
(Antonio Di Lauro, Vincenzo
D’Avanzo, Antonello Faiello, Antonio
Lucarelli, Massimo Rossi, Nunzio
Talotti, Daniele Tarantino e Gennaro
Vizzaccaro) nessuno è sfuggito
alle manette. Marco Di Lauro invece,
non era tra i destinatari..Articolo copiato da il roma scritto da Luisan..

di due piazze di droga: in via I

Tarantino ferito tre anni fa Ma l’agguato resta un mistero

Nell’interrogatorio del 5 febbraio scorso Carlo Capasso
esordì parlando dell’agguato a Daniele Tarantino e di altri affiliati al
clan Di Lauro coinvolti nell’inchiesta della Dda culminata negli 8
fermi di ieri. Ecco la ricostruzione del ferimento, avvenuto durante
le festività natalizie del 2007.
«Voglio ora riferire del ferimento di Daniele Tarantino avvenuto
nel dicembre 2007; all’epoca noi affiliati al clan Di Lauro ci
incontravamo dietro al bar di Pierino e ricordo che arrivò Daniele
Tarantino con la sua Smart ed era ferito ad un braccio. Ricordo
che Gennaro Puzella accompagnò
subito il Tarantino all’ospedale.
Quando il Tarantino fece ritorno
dall’ospedale io, Talotti Nunzio,
Raffaele Musolino, Faiello Antonello,
Maisto Ciro e non ricordo se vi erano
altre persone, ci recammo
sull’abitazione di Gennaro Vizzaccaro.
Tarantino ci spiegò che lui, mentre si
trovava in auto e percorreva via del
Cassano vide una “Honda SH” con a
bordo Nardi Eugenio detto “Gegè” unitamente ad Apice
Costanzo, che lui conosceva bene essendo in precedenza stato
affiliato al clan Licciardi. Mi disse che l’Apice, che guidava il
motociclo, bussando gli faceva segno di fermarsi ma lui, capendo
le intenzioni, provò a scappare. Aggiunse che arrivò un primo
colpo di pistola e che lui venne ferito
al gomito che aveva messo a
protezione del viso. Precisò che lui
provò a scappare e che gli attentatori
continuarono a sparare da lontano
senza colpirlo, ma attingendo solo
l’autovettura. Il Talotti, apprese dette
notizie, ci disse che lui avrebbe
mandato “l’imbasciata” a Marco Di
Lauro».
Il movente dell’agguato a Daniele
Tarantino non è mai stato chiarito con precisione, essendo ormai
finita nel 2007 la faida di Secondigliano e Scampia. Gli stessi affiliati
al clan Di Lauro non se lo spiegavano, tant’è vero che nessuno fece
riferimento a questo nel corso della riunione preparatoria alla
vendetta, poi scattata con l’omicidio di Eugenio Nardi.
Articolo copiato da il roma scritto da luisan..

«Nardi fu ammazzato dai Di Lauro»

Eugenio Nardi detto “Gegè”
fu ammazzato per vendetta da
uomini del clan Di Lauro e non per
la guerra di camorra tra i Licciardi
e i Sacco-Bocchetti. Parola di Carlo
Capasso, collaboratore di giustizia
dall’anno scorso ed ex “guaglione”
dei “dilauriani” di Secondigliano.
Il 42enne ucciso aveva partecipato,
secondo i rivali, al tentato
omicidio di Daniele Tarantino
(nella foto in basso a sinistra) e il 5
gennaio 2008 i sicari lo trucidarono
in via De Pinedo. La vittima guidava
una Smart, bloccata dal commando
all’incrocio con via Nuovo
Tempio.
Del ferimento di Tarantino (uno degli
arrestati di ieri) scriviamo nell’altro
articolo in pagina. Su di esso
e sull’omicidio di Eugenio Nardi
ha parlato Carlo Capasso, 23enne
che era entrato nel clan Di Lauro da
minorenne e aveva partecipato anche
ad alcune azioni di fuoco nel
corso della tremenda faida con gli
“scissionisti”. Ecco alcuni passaggi
delle sue dichiarazioni del 5 febbraio
scorso, con la consueta premessa
che le persone tirate in ballo
devono essere ritenute estranee
ai fatti narrati fino
a prova contraria.
«Dopo circa 10
giorni scese
Marco Di Lauro,
già latitante, e
venne sulla casa del Vizzaccaro
(nella foto in basso a destra) e il Di
Lauro si informò dal Tarantino della
vicenda e questi rispose descrivendo
la stessa dinamica che aveva
già raccontato a noi. Marco Di
lauro mi chiese se io conoscevo il
Nardi atteso che questi era affiliato
ai Licciardi e frequentava spesso
via Duca degli Abruzzi, dove io abitavo.
Io risposi affermativamente e
che conoscevo anche l’abitazione
del Nardi. Marco Di Lauro mi chiese
anche se ne conoscevo le abitudini
e intervenne nel discorso Tarantino
Daniele, precisando che
Nardi frequentava la zona Foria di
Napoli. Ci disse ancora che Nardi
transitava per la calata Capodichino
e che da là raggiungeva direttamente
San Pietro a Patierno. Antonello
Faiello riferì il tutto a Talotti,
che era il tramite per Marco Di Lauro,
e Talotti fece organizzare me,
Raffaele Musolino e Faiello Antonello
per commettere l’omicidio».
«Io e Raffaele Musolino salimmo a
bordo del “Tmax”, condotto da quest’ultimo,
mentre Vizzaccaro Gennaro
ci seguiva a bordo di una Ford
Fiesta bianca, intestata ad un nostro
prestanome, macchina già predisposta
per tamponare Nardi nel
caso in cui questi avesse viaggiato
a bordo del motociclo. Ci appostammo
nei pressi di una rotonda
nei pressi dello stradone che conduce
a San Pietro a Patierno e ricordo
che, in attesa di Nardi, facemmo
parecchi giri. Ricordo che
durante uno di questi giri perdemmo
anche lo specchietto del Tmax.
Dopo diversi giri vedemmo Nardi
sopraggiungere e Vizzaccaro con la
Ford Fiesta si mise davanti per farlo
rallentare; io, sulla moto condotta
da Musolino, lo affiancai dal suo
lato ed iniziai a sparare con la “Desert”
e, se ben ricordo, iniziai a sparare
anche prima di affiancarlo. Vidi
Nardi cadere sul sediolino laterale
ed, io, presi l’altra pistola, e gli
sparai un altro colpo dietro alla testa.
Dopo di ciò scappammo nel
“Terzo mondo” ed io e Musolino ci
rifugiammo sull’abitazione di Pasquale
al quale consegnammo le pistole;
parcheggiammo il Tmax sotto
il palazzo di questi e tornammo a
casa. Dopo qualche ora ci vedemmo
dietro al bar di Pierino, presente
anche Nunzio Talotti al quale
spiegammo che tutto era a posto...».
Articolo copiato da il roma scritto da Luigi Sannino.

sabato 18 dicembre 2010

Delitto di Gelsomina Verde, assolto Cosimo Di Lauro

Una camera di consiglio durata tre ore. Una sentenza clamorosamente ribaltata
e un omicidio senza alcun colpevole. Cosimo Di Lauro, rampollo della
cosca di Secondigliano è stato clamorosamente assolto dall’omicidio di Gelsomina
Verde, la giovane donna uccisa e bruciata durante la faida con gli
scissionisti. Contro di lui c’erano i racconti dei collaboratori di giustizia che
indicavano in Cosimino il mandante dell’agguato per il quale sono stati già
condannati Ugo De Lucia e Pietro Esposito “’o kojac”, primo pentito della
cosca di Di Lauro. Contro di lui altre decine di ricostruzioni, acnhe investigative,
ma nonostante questo gli avvocati Vittorio Giaquinto e Saverio Senese
sono riusciti ad ottenere il clamoroso risultato. Toccherà probabilmente
aggiornare tutti i libri di camorra che sull’omicidio della giovane e innocente
vittima di camorra, hanno raccontato, parlando anche e soprattutto del ruolo
di Cosimo Di Lauro nell’organizzazione del delitto. Tutti i pentiti dei Misso,
dei Torino, degli scissionisto e dei Di Lauro avevano indicato in Cosimo
il mandante ma così non è. Almeno così ha deciso la Corte d’Assise d’Appello
di Napoli accogliendo in toto la tesi della difesa. Ovvio che la Direzione
distrettuale antimafia preparerà il ricorso per Cassazione in quanto convinta
delle proprie tesi. Cosimo Di Lauro non lascerà ovviamente il carcere.
Al momento è detenuto al regime del carcere duro, è schiacciato dalle accuse
di associazione camorristica per la quale è stato condannato il primo
grado e adesso anche per l’omicidio di un’altra vittima innocente, Attilio
Romanò, anch’egli ammazzato per sbaglio. Per quel delitto, nei mesi scorsi
è arrivata una ordinanza, sempre con il ruolo di mandante.
Gelsomina Verde fu ammazzata, nella ricostruzione degli investigatori e degli
inquirenti della procura antimafia, perché gli assassini ritenevano che
parlasse troppo e forniva informazione agli scissionisti. Era il periodo maggiormente
cruento della terribile guerra di camorra tra il clan Di Lauro e i
fuoriusciti capeggiati da Raffaele Amato. A parlare del delitto, che sconvolse
l'opinione pubblica, fu per primo Pietro Esposito. Ma l'avvocato Giacquinto
ieri mattina ha ribadito che il collaboratore di giustizia, pur parlando
di “vertici del clan Di Lauro", non ha mai fatto nel dettaglio il nome di
Cosimo Di Lauro. Un altro elemento dell'accusa era rappresentato da una
dichiarazione di Antonio Prestieri, che testualmente a verbale dichiarò: «De
Lucia ha fatto le cose a modo suo». Indicazioni che sarebbero poi state confermate,
sempre secondo la Procura, dal cugino Antonio Pica, anch'egli passato
a collaborare con lo Stato.
Articolo di Fabio Postiglione copiato dal giornale il roma..

Omicidio Frattini, ergastolo a sei capoclan

Quasi trent’anni. Trent'anni per un
omicidio, per stabilire - per legge - chi
furono i mandanti e gli esecutori materiali
di una terribile vendetta. Quando
venne ammazzato, Giacomo Frattini
detto "Bambulella" aveva appena
compiuto 23 anni. Un giovane. Un giovane
che però aveva attirato sulla sua
testa tutto l'odio possibile, un giovane
che secondo la Fratellanza napoletana
- siamo nel pieno della guerra
tra la Nuova Famiglia e i cutoliani -
addirittura era stato tra i promotori
della strage del carcere di Poggioreale,
il 23 dicembre del 1980: approfittando
del caos venutosi a creare a
causa del terremoto, un gruppo di cutoliani
fece irruzione nel reparto degli
adepti del "professore" di Ottaviano, uccidendo varie persone. Un affronto. Un
"passo falso" che i nemici vollero ripagare con una punizione esemplare.
C'era chi avrebbe voluto crocifiggerlo davanti al Castello di Cutolo, chi invece
avrebbe voluto vederlo senza testa. Si decise per la decapitazione, sfruttando
l'affiliazione, nel clan, di un macellaio. Frattini venne torturato, poi gli
fu strappato il cuore. Al cadavere vennero mozzate la testa e le mani, e i pezzi
del corpo furono poi infilati nella sua auto, una Fiat 500 (nella foto in basso
a destra), insieme al cadavere ricoperto da lenzuola. La Fratellanza, guidata
all'epoca da Luigi "Lovegino" Giuliano, aveva ucciso e lanciato un messaggio.
Oggi per quel “messaggio” la Corte d’Assise ha condannato all'ergastolo
sei boss della malavita partenopea
e della provincia di Napoli. Nove
furono gli indagati, tra di loro anche
i pentiti che hanno permesso di
fare luce sul delitto datato 21 gennaio
1982 - si tratta di Luigi Giuliano "'o
rre" e di Pasquale Gatto - insieme a
Raffaele Abbinante, a Renato Cinquegranella,
a Paolo Di Lauro, a Mario
e Salvatore Lo Russo, a Rosario Pariante
e Luigi Vollaro il Califfo di Portici.
Proprio per Vollaro e per Salvatore
Lo Russo il pubblico ministero aveva
chiesto l'assoluzione. E invece le
condanne sono state pesantissime:
ergastolo per tutti, ergastolo per Paolo
Di Lauro, per Rosario Pariante, per
Raffaele Abbinante, per Luigi Vollaro
e per Salvatore Lo Russo. I due collaboratori
di giustizia, Giuliano e Gatto,
sono invece stati rispettivamente condannati a 16 e a 14 anni. Unica sorpresa,
l'assoluzione di Mario Lo Russo, difeso dall'avvocato Claudio D'Avino,
che è riuscito a dimostrare anche le minime contraddizioni del racconto dei
quasi 20 collaboratori di giustizia che hanno fatto luce sulla vicenda. La Procura
di Napoli aveva riaperto il caso a 27 anni dall’omicidio, ricostruendo il
movente. Le indagini, a suo tempo archiviate, erano state riaperte dopo che
Luigi Giuliano decise, nel 2002, di collaborare con la giustizia. Ricostruendo
la guerra di camorra tra la Nco e la Fratellanza delle famiglie cresciute nel
dopoguerra all'ombra dei siciliani, “Lovegino” ha permesso i fare chiarezza
e di archiviare, salvo “cambiamenti” in Appello, l’omicidio di “Bambulella”.
Articolo copiato dal giornale il  roma di Nadia Labriola..