martedì 23 novembre 2010

Delitto di Gelsomina Verde, nuova udienza per Cosimo Di Lauro

Oggi una nuova udiena per il processo dove è imputato
Cosimo Di Lauro (nella foto), considerato il mandante dell’omicidio
di Gelsomina Verde la povera ragazza ammazzata
nel corso della faida di Secondigliano. Attualmente il
pregidicato è detenuto al regime del carcere duro e condannato
in primo grado all'ergastolo per quel delitto e inoltre
ha incassato 30 anni per il reato di associazione camorristica
come capo e promotore della cosca che porta il
suo cognome e che fu di suo padre Paolo detto “Ciruzzo ‘o
milionario”. Cosimo è l’unico imputato e sarà giudicato dinanzi
alla prima Corte d’Assise d’Appello di Napoli, presidente Romerez. In
primo grado ad incastrare alle sue responsabilità Cosimo Di Lauro sono stati
i pentiti. Fu lo stesso giudice di primo grado Isabella Iaselli, estensore della
sentenza della quarta Corte d'Assise di Napoli, che condannava
Cosimo Di Lauro all'ergastolo, ad ammetterlo. «Le
sole intercettazioni ambientali e telefoniche non sarebbero
bastate». Pentiti che hanno aiutato le indagini ed hanno
fatto la differenza. «Maurizio Prestieri va ritenuto credibile
e intrinsecamente attendibile - scrive il giudice - perché
egli ha deciso di collaborare quando ha compreso che
per lui non vi sarebbe stata nessuna prospettiva futura nè
nell'ambito del clan Di Lauro, ormai allo sbando, né nell'ambito
degli scissionisti, che non gli avrebbero mai perdonato
di essere stato fedelissimo dei Di Lauro. Risulta logico che un soggetto,
molto attento e cauto nelle scelte da prendere, abbia compreso che, anche
al fine di salvare la sua famiglia da vendette successive».

Omicidio Pandolfi, sentenza tra 7 giorni

Lunedì prossimo si conosceranno le sorti di Giuseppe Mallardo e Luigi
Guida che in primo grado erano stati condannati all’ergastolo e che
adesso potrebbero essere assolti con formula piena. Questo perché il
procuratore generale nella scorsa udienza ha chiesto l’assoluzione per
entrambi ritenendo credibile la ricostruzione fornita da Guida che nel
frattempo si è pentito. «Ho ucciso più di venti persone ma non Pandoli
padre e figlio». È il processo per il duplice omicidio di Gennaro e Nunzio
Pandoli, padre e figlio ammazzati in una spedizione punitiva del clan
Contini durante la faida con i Giuliano.
A giudicarli in primo grado fu la quinta Corte d'Assise di Napoli che
accolse la ricostruzione del pubblico ministero della Dda. I due pregiudicati,
entrambi detenuti da tempo al regime del carcere duro, ordinarono
la morte di Gennaro Pandolfi e fu erroneamente ucciso anche
il figlio Nunzio, due anni, in braccio al padre al momento del raid.
In galera, condannati in via definitiva, da anni ci sono già gli esecutori
materiali. Si tratta di Eduardo Morra, affiliato al clan Contini del Vasto-
Arenaccia, e Mario Rapone, fedelissimo dei Guida del rione Sanità.
Il raid maturò nell'ambito dello scontro tra i Giuliano di Forcella e
i Licciardi di Secondigliano, spalleggiati dai Contini e dai Mallardo di
Giugliano. Grazie alle indagini portate a termine dalla Procura e dai
carabinieri del nucleo operativo del comando provinciale di Napoli,
diretti dall'allora maggiore Francesco Rizzo, scattò l'ordinanza di custodia
cautelare, emessa dal gip Francesco Todisco, per i due boss,
ritenuti esponenti di primissimo piano dell'allora Alleanza di Secondigliano,
che erano comunque già dietro le sbarre per altri fatti di camorra.

Forcella trema, riparte il maxiprocesso

Il procuratore generale Riccardi al termine della sua requisitoria in Corte
d’Appello ha annunciato che depositerà una memoria scritta nella
quale ha annunciato che chiederà la conferma dei mille anni di carcere
inflitti in primo grado ai componenti del cosidetta “sistema Forcella”,
scoperto con la maxi-inchiesta denominata “Piazza pulita”. Inoltre ha
chiesto la condanna per chi era stato assolto in primo grado e un aumento
di pena per i ras per i quali alcuni capi di imputazione erano stati
esclusi dal gup che aveva letto la sentenze di primo grado in un’aula
blindata del carcere di Poggioreale. Per questo c’è fermento perché la sentenza
d’appello rappresenta un momento importante sia per la Dda che
che gli imputati ad un passo dal “paradiso” della libertà o dall’“inferno”
del carcere. Tra le condanne inflitte si sicuro spiccano quelle dei 16 anni
a Marianna Giuliano, 28 anni a Michele Mazzarella, 18 anni a Francesco
Anaclerio, 15 anni a Giuseppe Buonerba, 12 a Salvatore, 16 a Salvatore
Aprea. La sentenza di primo grado fu pronunciata dal gup Carlo
Modestino dopo quasi dieci ore di camera di consiglio. La requisitoria
del pm Alfonso D’Avino durò invece oltre tre ore. Tempo necessario per
spiegare al giudice per le udienze preliminari di Napoli il quadro accusatorio
che ha sostenuto l’emissione di una mega-ordinanza di custodia
cautelare che ha portato in carcere oltre 200 persone facendo piazza pulita
di ciò che restava degli ultimissimi avamposti del clan Giuliano a
Forcella e spazzato via i ras dei Mazzarella. La camera di consiglio è durata
molte ore. Il pm aveva chiesto 1.500 anni di reclusione per 114 imputati
che avevano scelto il rito abbreviato. Secondo l'accusa è la droga,
il controllo delle sostanze stupefacenti, a piegare sotto il peso della
criminalità la città. Per questo arrestare in un solo colpo 126 tra boss,
gregari e spacciatori, equivale a fare “piazza pulita” di ciò che resta della
criminalità nel centro della città. Duecentodue ordinanze di custodia
cautelare emesse nei confronti di chi, secondo la procura Antimafia e il
pm Alfonso D'Avino, che ha condotto le indagini per tre lunghi anni,
rappresenta la nuova camorra. Un passaggio di consegne obbligato dal
clan Giuliano, dopo il pentimento di tutti gli esponenti di primo piano,
al clan Mazzarella. Che fosse il processo dei grandi numeri questo lo si
sapeva già da quando scattò il blitz. Secondo l’accusa è la droga, il controllo
delle sostanze stupefacenti, dei traffici illeciti di cocaina e di eroina
a scatenare le guerre di camorra, a creare insicurezza, a piegare sotto
il peso della criminalità la città. I morti della camorra hanno un unico
collegamento e un unico comun denominatore: il controllo dei traffici illeciti
di droga. Per questo arrestare in un solo colpo 126 tra boss, gregari,
spacciatori, e fiancheggiatori equivale a fare “piazza pulita” di ciò
che resta della criminalità nel centro della città, nel “cuore” nevralgico,
nella zona che nei sogni dell’Amministrazione comunale dovrebbe essere
l'attrattiva principale per turisti.

lunedì 22 novembre 2010

Apocalisse carceri,piu' risorse per il personale piu' dignita' per i reclusi

Questo post lo dedico con piacere al nostro bel paese e alla massa di politici e politicizzati che ogni qualvolte in america o cina o iran viene giustiziato un detenuo si grida allo scandalo,si organizzano manifestazioni cortei e si lanciano reclami nel rispettare la vita umana.Che sfacciatagine vergognosa quando nel nostro paese si uccide un detenuto ogni cinque giorni,si avete capito bene,un detenuto si suicidia ogni cinque giorni nelle nostre carceri,pur di lasciarsi alle spalle quell'inferno che sono chiamati istituti di pena,forse mattatoi di pena.La denuncia arriva da tutte quelle organizzazioni private o anche parastatali che da tempo si battono per i diritti dei detenuti,per i diritti della salute e per spianare la strada verso un iserimento sociale delle migliaia di detenuti che si ammassano ogni giorno come bestie nelle nostre galere.La repressione contro una criminalita' sempre in crescita ci vuole,ma la pena deve essere educativa,non si puo' credere che un'uomo privato della liberta' e per qualsiasi reato si e' macchiato venga trattato come una bestia.Dico con piacere a chi di dovere di fermare questo inutile massacro,anche se assassini,rapinatori,mafiosi camorristi e quant'altro,rispettate la dignita',la costituzione,non aspettate che si attorcigliano una corda alla gola.Si parla sempre nel nostro paese di diritti civili,di battaglie contro tutti i soprusi,ma le carceri come dobbiamo considerarle come un mondo a parte?
Cito questo articolo pubblicato oggi dal giornale il roma,e ci fa capire bene quale sia oggi la situazione negli istituti di pena.
Un detenuto ucciso da un infarto all’Opg di Secondigliano, è giallo. Venerdì
sera i primi problemi respiratori, pressione alta e altri sintomi sospetti.
Ieri, in mattinata, il decesso. Un recluso di 60 anni è stato stroncato da un
infarto nell’ospedale psichiatrico di via Scampia. Una morte naturale sulla
quale comunque si sta indagando per vederci chiaro.
È intervenuta polizia mortuaria che ha prelevato la salma ed è giunto sul posto
il magistrato di turno. Lunedì scorso c’era stato il controllo dell’Asl all'interno
della struttura per monitorare lo stato di salute dell'ospedale psichiatrico
giudiziario partenopeo. Gli addetti dell’Asl hanno ispezionato prima
le cucine, poi le stanze all’interno dei padiglioni. Nelle quattro sezioni
dell’Opg lavorano ogni giorno dalle 8 alle 14 e dalle
12 alle 18 dieci operatori socio-assistenziali, dieci
infermieri e 20 agenti di polizia penitenziaria con
oltre 130 pazienti. Non sono mancati, infine, nelle
scorse settimane casi di aggressioni e tentati suicidi.
Venerdì l'ultima aggressione a danno di tre
agenti finiti poi al Cardarelli. Uno con una prognosi
di 21 giorni per la frattura della mano, un altro
aveva una contusione alla mano sinistra e il terzo una scottatura da sigaro
sulla tempia.
A denunciare il degrado, la mancanza di igiene, di cure e di tutele di quanti
lavorano e vivono all’interno delle celle sono gli stessi operatori: gli agenti
di polizia penitenziaria, il personale Osa e gli infermieri. I detenuti/pazienti
si feriscono, si tagliano di continuo e il personale di polizia penitenziaria,
più di una volta, è intervenuto per salvare la vita di un recluso che
tentava il suicidio.
Una decina di giorni fa, infatti, alle 23 circa, uno dei ricoverati ha cercato
di impiccarsi con un lenzuolo alla porta della cella, gli agenti di turno sono
riusciti a salvarlo per miracolo, l’hanno fatto calmare e rimandato a dormire.
Gli operatori, quotidianamente, puliscono le stanze, ma il degrado è continuo.
A protestare sono le tre categorie di operatori che si sono rivolti ai sindacati
e hanno chiesto, più volte, incontri con la direzione minacciando
scioperi ed azioni di protesta. Con il passare dei mesi gli atti di autolesionismo,
le aggressioni e le liti anziché diminuire aumentano. I pazienti sono
sempre più ingestibili e solo grazie a qualche intervento in extremis si
riescono ad evitare suicidi o ferite gravi. Eppure le spese sono tante. Per il
mantenimento di un internato nell’ospedale psichiatrico
di Napoli si spende in spesa sanitaria,
il doppio di quanto si spende nel carcere di Secondigliano
e quasi il triplo della spesa di Poggioreale.
In passato, infine, già le ispezioni dell’Asl
Napoli 1 hanno accertato situazioni di degrado
tali da suggerire la chiusura della struttura.
Un inferno. Quello degli ultimi tra gli ultimi. La
pena dei 1.500 internati negli ospedali psichiatrici giudiziari italiani viene
chiamata anche ”ergastolo bianco”. Sei le strutture in tutta Italia, ma solo
una si salva da descrizioni e immagini che superano ''la civiltà di un paese''.
E di questi 1.500 pazienti, circa il 40% sono persone dimissibili, che potrebbero
dunque lasciare le strutture. A fotografare con precisione la realtà
tragica è il racconto dei senatori della Commissione parlamentare di inchiesta
sull'efficacia e l'efficienza del Servizio Sanitario Nazionale.
Continua la serie di suicidi negli Istituti di Pena in
Italia. Un suicidio ogni 5 giorni. Mentre aumentano
i decessi e le malattie. L’inerzia della politica, che
crede di risolvere questa strage di Stato con il decreto
appena varato, ritenuto “svuota-carceri”. Sono
questi i punti essenziali della nuova forte denuncia
dell’associazione “il carcere possibile” che da Napoli
conduce una battaglia per la dignità dei detenuti
e per il diritto che ognuno ha ad una detenzione
nella legalità. I dati sui suicidi sono però allarmanti:
60 dall’inizio dell’anno. «C’è una parte del Paese
che muore o soffre ingiustamente. Questa parte
è sottoposta alla privazione della libertà in attesa di
essere giudicata o è stata condannata perchè ha
sbagliato. In entrambe i casi questi individui sono persone offese di
comportamenti che costituiscono reati, ma che nessuno punisce. Il
disastro carcerario è ormai una realtà da tutti denunciata. Possiamo
dire che non vi è persona che lo nega, ad eccezione di coloro che ignorando
i principi costituzionali, le norme vigenti e lo stesso senso di civiltà
di una nazione, affermano che sono altri i problemi da affrontare
e che lo Stato non può occuparsi dei delinquenti. Inutile il dialogo con
costoro a cui manca non solo la cultura giuridica, ma anche la capacità
di comprendere che nella vita sociale ogni segmento è importante,
perchè contribuisce a migliorarne la qualità - scive il responsabile
dell’associazione l’avvocato Riccardo Polidoro -. Dal presidente
della Repubblica, al presidente della Camera, ai Ministri, tutti hanno,
nei loro discorsi, fatto un esplicito riferimento allo stato di emergenza
delle carceri italiane, all'ingiustificato spaventoso stato di prostrazione
in cui vivono i detenuti, quelli condannati e quelli (circa il
50%) che sono ancora in attesa di giudizio. Da tempo ormai questo
istituzionale coro unanime ha ufficializzato la permanente violazione
di diritti negli istituti di pena, ma nulla di concreto è stato fatto per
uscire dall'illegalità, mentre all'orizzonte non s’intravedono soluzioni.
In Italia, a chi è sottoposto a misura detentiva cautelare o alla pena
definitiva, vengono inflitte sanzioni accessorie non indicate dalla legge
e negati diritti, invece, espressamente previsti». E questi sono i
dati: un morto ogni 3 giorni ed un suicidio ogni 5 giorni dall'inizio dell'anno,
sono indici rivelatori di un malessere costante ed in aumento,
che dovrebbe far comprendere la necessità di un intervento urge nte
e non più procrastinabile. «Il decreto appena varato da! l pinocc hiesco
nome “svuota-carceri”, seppure troverà immediata applicazione,
porterà agli arresti domiciliari pochissimi detenuti, circa 7.000, secondo
la stima del Dap, mentre il sovraffollamento, al 31 ottobre 2010,
era indicato in 23.833 unità (68.795 presenze a fronte di 44.962 posti
previsti). Resterebbero 16.833 unità al di sopra della
capienza regolamentare, se la legge avesse effetti immediati.
Nulla sarebbe risolto. Va tenuto presente,
inoltre, che il meccanismo burocratico stabilito dalla
norma, con la relazione della Direzione dell'istituto,
l'idoneità del domicilio di destinazione, la valutazione
del Magistrato di Sorveglianza, non farà altro che
ingolfare ulteriormente gli Uffici Giudiziari, già in costante
affanno, ritardando gli effetti del decreto, mentre
le carceri continueranno ad affollarsi, con l'incremento
costante che caratterizza gli ingressi - continua
il presidente - Una domanda, infine, al Legislatore
va fatta. Ma, prima del nuovo decreto, gli arresti
domiciliari non potevano già essere concessi dal Magistrato
di Sorveglianza, che avesse ritenuto il detenuto meritevole di
tale misura? Abbiamo l'impressione che nulla di nuovo si sia stabilito
e che, dopo un lunghissimo iter parlamentare, l'iniziale disegno di
legge si è talmente “svuotato” che, una volta approvato in via definitiva,
serva solo ad influire sul già vigente potere discrezionale della
Sorveglianza».

domenica 21 novembre 2010

Omicidio Pandolfi, la verità tra 20 giorni

E da tempo che mi occupo del caso di Eduardo Morra camorrista e affiliato al clan di Eduardo Contini clan satellite della ex alleanza di secondigliano.Il caso di Eduardo Morra e' molto emblematico,oserei dire assurdo dal punto di vista sia giudiziale che umano.E' stato arrestato nel 1999 e da allora e' detenuto ininterrotamente per un duplice omicidio del quale si evince dai pentiti e dalle prove raccolte dal suo legale,che non fu Eduardo Morra a premere il grilletto.Il nove dicembre sarà il giorno decisivo, potrebbe essere il giorno della verità,
quella che a quanto pare è mancata sin dall’inizio per il duplice omicidio
Pandolfi, dove in una tragica spedizione di morte morì un bimbo innocente,
tra le braccia del padre uomo del clan Giuliano, cosca in guerra con i Contini.
Una verità mancata non solo perché ci sono dei vuoti che ancora non sono
stati del tutto colmati ma che hanno portato a sentenza di condanna all’ergastolo
e di assoluzione per imputati che sono stati accusati dagli stessi
pentiti, che una volta sono stati considerati attenbili, e una volta no. Tra le
altre cose c’è la posizione di Eduardo Morra che è stato condannato alla pena
dell’ergastolo ma che da sempre si professa innocente. Ci sono delle zone
d’ombre che adesso il suo avvocato difensore, il penalistaVittorio Trupiano
ha la possibilità di gettare luce. Questo perché ha chiesto con forza
ed ottenuto un interrogatorio della pentita numero uno, la donna che accusa
Morra e lo incastra e per il difensore mente. Diciotto domande alle quali
la pentita dovrà obbligatoriamente rispondere e che potrebbero definitivamente
mettere la parola fine sull'omicidio di Gennaro e Nunzio Pandolfi, trucidati
dalla camorra in un raid al rione Sanità. Sull’inchiesta ci sono delle pesanti
crepe da sanare e una di questa riguarda una telefonata tra uno dei
pentiti e suo fratello nella quale si ammetterebbe l’estraneità ai fatti di Morra,
così come alcune pressioni dall'esterno per cercare un colpevole a tutti i
costi per quella strage. Una telefonata choc che potrebbe avere dei risvolti
clamorosi. L’avvocato Trupiano ha per questo presentato una richiesta ai
sensi della legge sulle investigazioni difensive e notificata presso il Centro
di Protezione con sede in Roma, di interrogatorio della pentita Giuseppina
Poziello che dopo anni sarà messa sotto torchio. Un interrogatorio condotto
da un pubblico ministero e teso a stabilire una sola circostanza: verificare
se corrisponde o meno alla sua voce quella registrata su microcassetta. Si tratta
di un dialogo avuto tra la donna e suo fratello Raffaele, nel corpo del quale
Poziello avrebbe ammesso candidamente di aver mentito ai giudici della
II Sezione della Corte di Assise di Napoli, allora presieduta da Pietro Lignola,
ben sapendo il Morra estraneo ai fatti, ma, nel contempo, di essere timorosa
a rendere tale dichiarazione per evitare probabili conseguenze personali
quali l'imputazione per calunnia. Sarebbe poi ancora più raccapricciante la
registrazione di altro dialogo intervenuto tra Raffaele Poziello e la madre Anna
Longotano dove emergerebbe ancor più chiara la trama ordita ai danni
del Morra, oramai detenuto ininterrottamente dal Marzo del 1999. Questo è
quanto potrebbe esserci all’interno di quella cassetta. Quel supporto audio,
così come spiega l'avvocato Trupiano, venne consegnata allo studio legale
dallo stesso Raffaele Poziello e firmata al pari di altra dichiarazione sottoscritta
dallo stesso Poziello. Il tutto venne depositato dall'avvocato Vittorio Trupiano,
unitamente al suo collega Sergio Simpatico, all’attenzione della “Struttura
Centralizzata nelle persone ai pubblici ministeri Giuseppe Narducci,
Sergio Amato e Filippo Beatrice sin dal dicembre del 2005.

Giaccio, una pista dopo dieci anni Lupara bianca firmata dai Casalesi

 Di «lupara bianca», di un errore di persona commesso dalla camorra se ne era parlato a lungo. Per anni si è ripetuta la storia di un ragazzo scomparso nel nulla, sequestrato al posto di un altro, vittima per errore della camorra.

Oggi quella storia torna ad affiorare in un’indagine di polizia giudiziaria, ma si arricchisce di particolari inediti che potrebbero aggiungere nuovi contenuti a un caso mai definitivamente archiviato: Giulio Giaccio, il muratore 26enne scomparso dieci anni fa a Pianura, sarebbe stato sequestrato e ucciso dai casalesi, all’epoca in stretti rapporti economici con il clan Lago. Una pista, quella della lupara bianca, dell’errore di persona, che spinge oggi più che mai a indagare su una «gomorra ante litteram», territorio destinato a finire al centro di attenzioni nazionali.

Indiscrezioni raccolte sul territorio, nuova luce sulla storia di Giulio Giaccio, dunque. Indagano i carabinieri, che provano a fare luce su una storia rimasta per anni lettera morta. Spunti inediti raccolti sul territorio, segno che qualcosa in questi mesi si è mosso. Da tempo e in modo insistente circola una voce, un’indiscrezione che gli inquirenti non intendono lasciare cadere: quella volta, all’esterno della chiesa Sacro cuore di Pianura, arrivarono persone «forestiere».

Cioé gente non del posto. Erano uomini dei casalesi, all’epoca alleati al clan Lago. Due cartelli - Casalesi e Lago - stessi business: cemento e rifiuti. Poi favori reciproci. Scambi di killer. Furono i casalesi, sta emergendo, a sbagliare persona, a prelevare un muratore incensurato al posto del vero obiettivo: pensavano di sequestrare uno dei Marfella, ma sbagliarono bersaglio e se la presero con un ragazzo che non c’entrava niente con la camorra. C’è un riscontro giudiziario: due mesi prima quel maledetto 30 luglio 2000 - giorno del sequestro - un uomo dei Marfella era stato ucciso.

Era il 13 maggio del 2000, omicidio di Gaetano Avolio, per il quale qualche mese fa sono stati arrestati Francesco Bidognetti, Enrico Verde, ma anche Rosario Marra e Salvatore Raciere. Delitto sull’asse Pianura-Casale, una prova del patto criminale. La pista che spiegherebbe molte cose. A cominciare dalla svista, dal sequestro sbagliato di killer provenienti da contesti criminali diversi da quelli frequentati dai pregiudicati di Pianura. Ma l’ipotesi del patto Lago-casalesi potrebbe spiegare anche altre cose: come la scelta della lupara bianca, soluzione delittuosa raramente usata dalla camorra cittadina, che meglio rispecchia modi di agire vicini alla mafia o alle cosche dell’hinterland. Voci, parole, rivelazioni.

E tanta voglia di vederci chiaro da parte del comando provinciale dei carabinieri guidati dal colonnello Mario Cinque. Accertamenti iniziati - rigorosamente sotto traccia - dal capitano della compagnia rione Traiano Federico Scarabello, mai come in questo caso deciso a riavvolgere il nastro. Punto di partenza obbligato, la tarda serata del trenta luglio di dieci anni fa.

Una domenica notte, quando da un’auto spuntano quattro sagome che raccontano di essere della polizia. Poche parole - secondo quanto spiegato da Paolo, amico di Giulio e unico testimone più volte ascoltato dalla pg -: sei tu «Salvatore»? Seguici lo stesso, siamo poliziotti, vieni in Questura.

Da allora tante indagini e tanto silenzio. Fino a quando qualcuno, nel quartiere emblema dell’emergenza rifiuti e cemento abusivo, decide di aprire uno spiraglio di luce: quella volta, quel ragazzo, finì nelle mani sbagliate. «E a sbagliare furono quelli di Casale».

Il boss Iovine subito al carcere duro

Carcere duro e trasferimento
immediato all’istituto di pena
di Badu ‘e Carros di Nuoro, tra i
più sicuri d’Italia e contemporaneamente
tra i meno comodi per i
detenuti. Per il boss dei Casalesi
Antonio Iovine, catturato mercoledì
scorso dopo una latitanza durata
oltre 14 anni, non si prospetta un
periodo facile. Oltre a poter incontrare
i familiari meno frequentemente
di prima, dovrà rinunciare
alle attenzioni delle donne insospettabili
che lo accudivano. Compresi
i pranzetti e i dolci tipici di
cui è goloso, a cominciare dal “Roccobabà”.
Ma questo è il minimo per
lui, se si pensa che rischia di non
uscire più di galera.
Il ministro della Giustizia, Angelino
Alfano, ha mantenuto la promessa
fatta subito dopo l’arresto
del ras dei Casalesi, fedelissimo del
padrino Francesco Schiavone “dokan”. Ieri mattina ha firmato il
decreto per applicare il 41-bis nei
confronti di Antonio Iovine, che ha
trascorso i primi giorni di prigionia
nel penitenziario napoletano di Secondigliano,
dove investigatori e
inquirenti lo hanno incontrato. È
apparso calmo e ha spiegato di essere
preoccupato per i figli, tutti
studenti, uno dei quali avrebbe problemi
di salute.
Le indagini della sezione “CrimiSannalità
organizzata” della Mobile, coordinate
dai magistrati della Direzione
distrettuale antimafia partenopea,
intanto continuano soprattutto
per scoprire le complicità che
hanno garantito a Iovine la lunga
latitanza. Perciò gli investigatori
danno importanza non solo ai files
custoditi nei computer sequestrati
nella villetta di Casal di Principe
in cui ''il ninno bello'' (chiamato così
per il viso da bambino) si era nascosto,
ma anche e soprattutto ai
''pizzini'' trovati nel corso della perquisizione.
Sui biglietti vi sono indicazioni
di nomi e date, e si ipotizza
pertanto che si riferiscano ad
appuntamenti ai quali il 46enne originario
di San Cipriano d’Aversa si
sarebbe dovuto recare. L'obiettivo
è duplice: individuare i suoi contatti
con i fiancheggiatori che lo
hanno aiutato durante la latitanza e
acquisire nuovi elementi sugli affari
gestiti dal clan.
Forze dell'ordine e magistrati antimafia
sperano inoltre che il ''terremoto''
provocato dalla sua cattura
indebolisca ulteriormente i Casalesi
e consenta alle forze dell'ordine di
mettere a segno altri importanti colpi.
Gli inquirenti puntano soprattutto
alla cattura dell'altro boss dei
Casalesi, Michele Zagaria. Infatti,
quest’ultimo e “’o ninno bello”, dopo
la cattura di Francesco Schiavone
detto “Sandokan” e gli altri arresti
che hanno scompaginato il
gruppo di Francesco Bidognetti, soprannominato
“Cicciotto 'e mezzanotte”,
si sono insediati al vertice
dell'organizzazione.
Intanto ieri il gip di Santa Maria Capua
Vetere ha convalidato il fermo
ed emesso contestualmente un’ordinanza
di custodia cautelare nei
confronti di Marco Borrata, il muratore
incensurato che ospitava Iovine.
L'indagato, accusato di procurata
inosservanza della pena, si
è avvalso della facoltà di non rispondere.

venerdì 19 novembre 2010

Riciclatore e delfino di “Sandokan”

Era il “delfino” del superpadrino
Francesco Schiavone “Sandokan”,
arrestato nel 1998 dopo decenni
di latitanza. Ma con il fondatore
del clan dei Casalesi il padrino
Antonio Iovine “’o ninno” era legato
anche da vincoli di parentela abbastanza
forti. Entrambi sono nati e
cresciuti a San Cipriano d’Aversa e
diventati boss alla “corte” del padrino
Antonio Bardellino, amico fraterno
e socio di Mario Iovine. Ben
presto il 46enne (nato il 20 settembre
del 1964), che tutti continuano
a chiamare “’o ninno”, così come lo
chiamava la madre, diventa il prediletto
di “Sandokan” e su di lui il
capoclan contava sempre di più, anche
dopo la cattura. L’amicizia tra i
due camorristi si rinsalda con una
serie di matrimoni e fidanzamenti
tra i rispettivi familiari. Filomena Iovine,
detta Milly, figlia predileta di
“’o ninno”, infatti, è tutt’ora fidanzata
co Ivanoe Schiavone, figlio di
“Sandokan”. Una nipote di Iovine,
Filomena Fontana, è sposata con
Paolo, l’altro figlio di Schiavone. Infine,
Filomena “Filly” Iovine, figlia
di Carmine, un fratello di “’o ninno”,
è stata fidanzata con Carmine
Schiavone, figlio di “Sandokan”. E
con la cattura del padrino Iovine ha
preso a gestire la cosca assieme ad
un altro superlatitante, Michele Zagaria
(nel scriviamo nel pezzo sotto)
“Tonino ‘o ninno” si è specializzato
negli appalti e nei business imprenditoriali
e da figlio di contandino
ha gestito per decenni l’impero
economico dei Casalesi. Solo per i
Regi Lagni sono stati spesi mille miliardi
delle vecchie lire (arrivati dai
fondi del terremoto). Con tanti soldi
l’orizzonte si è allargato alla Spagna,
alla Francia e poi all’est Europeo dove
prima in Slovacchia, poi in Romania,
Bulgaria, Romania, i Casalesi
hanno riciclato capitali da capogiro.
Hanno tanti soldi le organizzazioni
di Iovine e Zagaria da non
costituire un problema se qualcuno
chiedeva loro 20 milioni di euro per
comprare la Lazio. È quello che ha
evidenziato l’inchiesta che ha portato
a decine di arresti e decine di
indagati. Il vero salto di qualità i Casalesi,
intesi come organizzazione
criminale, lo fanno quando il padrino
Antonio Bardellino fa un patto di
ferro con il gruppo di mafia capeggiato
da Stefano Bontade. E lo stesso
Bardellino prende sempre più potere
quando si chiera contro Cutolo
con la Nuova famiglia. Bardellino fu
ammazzato nel maggio del 198 in
Brasile da Mario Iovine e le famiglie
casertane degli Schiavone, dei De
Falco e dei Bidognetti, si schierarono
con Mario Iovine, dopo aver avuto
la certezza della morte di Bardellino.
Allora iniziò la scalata di “Sandokan”
e dei due suoi fedelissimi.
Antonio Iovine “’o ninno” era ricercato
dal 1996 e nel luglio 1999 sono
state diramate le ricerche in campo
internazionale. Il 19 giugno 2008, nel
processo d'appello del maxiprocesso
Spartacus, Iovine viene condannato
all'ergastolo, insieme ad altri
componenti del clan dei Casalesi.
Negli ultimi anni, arresti e sequestri
patrimoniali hanno fatto terra bruciata
attorno al boss. A novembre
dello scorso anno venne arrestato
uno dei suoi nipoti insieme a un
ispettore di polizia e un carabiniere
accusati di essere le “talpe” dei
Casalesi. Prima ancora, a marzo dello
stesso anno, era finita in manette
la sorella Anna per tentata estorsione
aggravata dal metodo mafioso
ai danni della cognata.

Condannato all’ergastolo nell’appello del processo Spartacus

Latitante da 14 anni, Iovine deve scontare la pena
dell’ergastolo comminata nei suoi confronti in sede di appello al
maxiprocesso Spartacus, nel giugno del 2008. Un processo che ha
destato l’attenzione di tutti i media e dell’opinione pubblica
proprio perché ha messo alla berlina il clan campano con tutta
probabilità più potente. Componente con Zagaria della diarchia
che dalla latitanza ha diretto gli affari criminali del clan, Iovine è
considerato il “boss manager”, la mente affaristica del sodalizio
impegnato tra le altre attività anche nel business della
spazzatura. A lui viene attribuita la capacità del clan di
espandere i propri interessi ben oltre i confini campani. E proprio
sul fronte del processo Spartacus, l’europarlamentare Andrea
Cozzolino ha voluto ringraziare tra gli altri il procuratore
aggiunto Cafiero De Raho per l’impegno e l’alta professionalità
con cui ha contribuito a questo arresto e alla lotta contro i clan
camorristici condotta in questi anni, tra tante difficoltà, in
Campania». È stato proprio il pm citato dall’eurodeputato, infatti,
a lavorare alacremente per portare avanti l’inchiesta e riuscire
grazie alle sue qualità investigative a trovare le prove per
l’appello di Spartacus che hanno poi portato alla condanna
all’ergastolo di Antonio Iovine tra gli altri e da ieri assicurato alla
giustizia.

giovedì 18 novembre 2010

LA CATTURA DI 'O NINNO Voleva fuggire da un terrazzo

 Il superlatitante Antonio Iovine arrestato nel pomeriggio a Casal di Principe è stato catturato mentre tentava di scappare attraverso il terrazzo di una villetta di via Cavour. 'O Ninno si nascondeva in una intercapedine ricavata all'interno dell'abitazione di proprietà della famiglia Borrata. Il superlatitante non aveva con sè armi.
Il questore Santi Giuffrè ha dichiarato a Sky che il boss ha tentato una timida reazione, poi si è arreso.


Nato il 20 settembre del 1964 a San Cipriano D'Aversa, Antonio Iovine, soprannominato o'ninno per la sua faccia da bambino, era inserito nell'elenco dei trenta latitanti piu' pericolosi d'Italia. Iovine e' insieme a Michele Zagaria uno dei principali boss del clan camorristico dei Casalesi. Era ricercato dal 1996 e nel luglio 1999 sono state diramate le ricerche in campo internazionale. Il 19 giugno 2008, nel processo d'appello del maxiprocesso Spartacus, Antonio Iovine viene condannato alla pena dell'ergastolo, insieme ad altri componenti del clan dei Casalesi. Nel maxiprocesso e' condannato anche per omicidio. Negli ultimi anni, arresti e sequestri patrimoniali hanno fatto terra bruciata attorno al boss, che si e' pero' reso irreperibile per ben 14 anni. A novembre 2009 viene arrestato uno dei suoi nipoti insieme a un ispettore di polizia e un carabiniere accusati di essere le talpe dei Casalesi. Prima ancora, a marzo dello stesso anno, era finita in manette la sorella Anna per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni della cognata. A febbraio 2010, l'arresto eccellente che fa pensare a una piu' vicina cattura del superlatitante. In un appartamento di San Cipriano D'Aversa, dove Iovine e' nato e cresciuto, viene sorpreso dopo una lunga indagine, Corrado De Luca, 42 anni, ritenuto braccio destro del boss e condannato a otto anni nel processo Spartacus. De Luca e' considerato dagli inquirenti uno degli uomini piu' legati a Iovine, capace anche di gestire affari e interessi del clan a Roma, dove Iovine e' stato sempre molto attivo.
Con il superlatitante Michele Zagaria, Antonio Iovine, arrestato oggi dalla polizia, e' considerato il capo storico del clan dei Casalesi. Quarantasei anni, nativo di San Cipriano d'Aversa (Caserta), Iovine, soprannominato o'Ninno, era nell'elenco dei trenta latitanti piu' pericolosi d'Italia. Latitante da 14 anni, Iovine deve scontare la pena dell'ergastolo comminata nei suoi confronti in sede di appello al maxiprocesso Spartacus, nel giugno del 2008. Componente con Zagaria della diarchia che dalla latitanza ha diretto gli affari criminali del clan, Iovine e' considerato il 'boss manager', la mente affaristica del sodalizio impegnato tra le altre attivita' anche nel business della spazzatura. A lui viene attribuita la capacita' del clan di espandere i propri interessi ben oltre i confini campani. E' Iovine, per gli inquirenti, a rappresentare per anni la camorra che fa affari e che ricicla i proventi delle attivita' illecite, droga e racket su tutte, nell'economia pulita e nel business del cemento fino a costruire l'impero di 'Gomorra', come testimoniato dai continui sequestri di beni disposti da parte della magistratura.


Ressa per la presenza di molti fotoreporter ma anche felicità tra i poliziotti all'arrivo nella Questura di Napoli del boss del clan dei casalesi, Antonio Iovine. Il superlatitante è giunto accompagnato dal capo della Squadra Mobile di Napoli, Vittorio Pisani, che viaggiava nella stessa autovettura. Una volta entrati nel garage della Questura, Pisani lo ha prelevato personalmente dall'auto per condurlo negli uffici del questore.



CASALESI DECAPITATI Cafiero de Raho: tutto questo grazie alle intercettazioni telefoniche

Non 'un latitante' ma 'il latitante' che 'insieme con Michele Zagaria si è imposto dopo gli arresti dei Bidognetti e Schiavone. Iovine non era una scheggia impazzita ma un ingranaggio importante. Il suo arresto è un fatto eccezionale che equivale alla decapitazione dei casalesi'.
Così il procuratore aggiunto e coordinatore della Dda, Federico Cafiero, nella conferenza stampa tenuta in Procura dopo l'arresto di Antonio Iovine.
Come il procuratore Lepore, Cafiero sottolinea che le indagini, a cui hanno contribuito negli anni tutte le forze dell'ordine, Polizia, Ros e Carabinieri di Caserta, si sono svolte essenzialmente 'con intercettazioni telefoniche ed ambientali, con servizi di osservazione e pedinamento, con l'apporto di collaboratori di giustizia. Tutto questo ha portato a conseguire risultati concreti. Negli anni più volte abbiamo pensato di essere vicini alla cattura di Iovine, è sempre riuscito a fuggire'. Un aspetto, quello delle intercettazioni telefoniche su cui Cafiero di sofferma: 'Si tratta di indagini tradizionali ma svolte con strumenti sofisticati e costosi, più volte il procuratore ha lanciato l'allarme sul fatto che sono tutt'ora ridotte le risorse economiche e quelle umane'.



Sull'arresto di IOvine è intervenuto anche il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, che ha commentato:  'Uno dei precetti fondamentali della criminalità organizzata è che 'nessuno è un re se non vive nel suo territorio', a riprova della sua potenza e autorevolezza perchè si fa proteggere dall'ambiente in cui vive: l'arresto di Iovine, per la figura di vertice del personaggio, è quella di un re arrestato nel suo 'fortino''.  'Il suo prestigio adesso è crollato e la sua organizzazione criminale - ha proseguito Grasso - perde di credibilità e importanza. Ora bisogna decapitare l'altra testa di questa organizzazione, il latitante Michele Zagaria'.
Infine Grasso ha espresso grande soddisfazione per il lavoro svolto dalla Squadra Mobile di Caserta e Napoli, coordinate dallo Sco e dalla Magistratura della Dda di Napoli.

"NON ME L'ASPETTAVO". 'O Ninno dal 'panettone' alle manette. E un cittadino grida "Ammazzatelo"

Sorriso sprezzante, barba incolta e sguardo dritto di fronte a se scrutando l'orizzonte di decine di cronisti, operatori e gente comune che non attendevano altro che vederlo in manette. Così è uscito dalla Questura di Napoli Antonio Iovine super boss dei Casalesi braccato a Casal di Principe nel casertano. Nonostante apparisse sconvolto, il latitante ha trovato il tempo di pronunciare la frase " Non me l'aspettavo", riferendosi all'arresto. In una ressa generale non sono mancati i commenti dei passanti, qualcuno ha gridato in dialetto napoletano "Ammazzatelo". Iovine ha avuto il tempo di girarsi cercando di individuare la voce e ha fulminato con lo sguardo il coraggioso cittadino, pur non riuscendolo a individuare con precisione. Gli agenti della Squadra Mobile di Caserta in lacrime hanno festeggiato con abbracci e cori. Molta gente gli ha gridato "Bravi, bravi".

Il superlatitante Antonio Iovine non si è mai allontanato dal casertano ed è proprio a Casal di Principe che è stato catturato dalla polizia. E' stato sorpreso, intorno alle 14, in casa diMarco Borrata, un muratore incensurato che lo ha ospitato per il pranzo. La villetta di via Cavour, infatti, secondo gli investigatori non era il suo abituale nascondiglio. 'O Ninno, ricercato da 14 anni, si spostava da un covo all'altro e si allontanava da Casal di Principe unicamente per 'lavoro'. Nell'ultimo mese le forze dell'ordine avevano avuto altri segnali della sua presenza, ma soltanto oggi "si è avuta la certezza che fosse lì - ha detto in conferenza stampa a Napoli il capo della Squadra mobile partenopea, Vittorio Pisani -, in azione ci sono stati circa 30 agenti che hanno circondato l'abitazione. Ha tentato la fuga su un terrazzo, ma poi si è arreso e non ha opposto resistenza. 'Sono io, sono qua', ha detto ai poliziotti che lo hanno fermato". Iovine era in casa con un uomo la cui posizione è attualmente al vaglio degli inquirenti, mentre Borrata, 43 anni, è stato arrestato per favoreggiamento. "La sua è una famiglia molto semplice, lui fa il muratore - ha spiegato Pisani - mentre la moglie e la figlia curavano gli aspetti logistici del latitante già da qualche mese". Il nucleo familiare dei Borrata, infatti, sono risultati proprietari di una serie di rifugi, tutti a Casal di Principe, che pare abbiano ospitato Iovine.
"Iovine effettuava degli spostamenti sul territorio, ma usava le massime precauzioni, altrimenti non sarebbe stato latitante per quasi 15 anni - ha spiegato il capo della Mobile Vittorio Pisani -, sarebbe stato difficile anche per i cittadini del casertano riconoscerlo anche se non bisogna dimentica la forza delle intimidazioni dei Casalesi. La gente del luogo, spesso, ha paura". La decisione, da parte dei boss, di non lasciare la propria terra d'origine è anche ribadita dal procuratore capo Giandomenico Lepore: "Iovine non lo abbiamo arrestato in America del Sud o in Svizzera, ma a casa propria ciò significa che i boss per gestire il territorio restano sulla base e che la gente del posto l'ha aiutato, forse per solidarietà, forse per paura. Motivi che non si possono giustificare. La difficoltà per le forze dell'ordine e per i magistrati - ha concluso il procuratore- sta proprio nel non ricevere aiuto dalla popolazione. Questa è una nota amara. questa cattura l'aspettavamo dal 1995, ora ci rimane Michele Zagaria".
Di Iovine gli investigatori avevano a disposizione solo una foto risalente a una ventina di anni fa, un'immagine molto diversa dall'attuale fisionomia del boss. Alla conferenza stampa hanno partecipato i questori di Napoli e Caserta, Santi Giuffrè e Guido Longo, il capo della squadra mobile di Napoli Vittorio Pisani, e diversi magistrati della Dda partenopea che si occupano di indagini sui Casalesi come Antonello Ardituro, Raffaello Falcone, Alessandro Milita, e Cesare Sirignano.
Un panettone natalizio o forse qualcosa di diverso, celato sotto questo nome in codice, avrebbe tradito il boss della camorra casalese Antonio Iovine, arrestato oggi pomeriggio intorno alle ore 15,30 dalla polizia a Casal di Principe. Da una conversazione intercettata ieri su ordine degli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia di Napoli coordinata dal procuratore Giovandomenico Lepore e dal procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho il muratore Marco Borraca, arrestato oggi per favoreggiamento sosteneva l'impellenza di acquistare un panettone. Gli investigatori su questa richiesta definita "strana", in un periodo ancora lontano dalle feste natalizie si sono insospettiti. Alcuni possibili punti di appoggio di Iovine sono stati tenuti d'occhio e oggi quando si e' avuta la certezza che Iovine si trovasse in casa Borraca hanno compiuto il blitz.
Raramente Antonio Iovine si spostava da Casal di Principe, il suo quartiere generale, da lì dirigeva il clan e comandava da 15 anni. Al massimo si spostava fino alla vicina San Cipriano d'Aversa, altro luogo simbolo della camorra casalese. Gli inquirenti hanno ricostruito alcuni suoi spostamenti. Per curare gli affari della cosca Iovine si sarebbe recato in passato a Roma, in Toscana e in Emilia ma anche in Francia. Quando è stato arrestato il boss non aveva documenti. "Tutto sommato la carta d'identità non gli serviva, che cosa avrebbe mai potuto farne?", ha detto ironicamente un poliziotto, ancora raggiante per il duro colpo inferto alla camorra casalese.

Casalesi, catturato il superboss Antonio Iovine È stato tradito dalla voglia di panettone La gioia di Maroni: «Bellissima giornata»

 Ha lo stesso sorriso beffardo di Peppe Setola, quando fu arrestato quasi due ani fa insieme al cugino Riccardo. Ha lo stesso sguardo stralunato, un po' da ebete, come se l'irruzione della Polizia lo avesse sorpreso in pieno sonno. O subito dopo una sniffata di cocaina. Ha la barba lunga, un maglioncino color vinaccia e il corpo magro e asciutto di quando aveva ventuno anni e per l'ultima volta veniva fotografato in un laboratorio di Polizia Scientifica.

Eccolo, Antonio Iovine, boss dei Csalesi che chiamano il "Ninno bello". E' caduto dopo quattordici anni e undici mesi di latitanza ininterrotta. Un periodo che vale quanto un secolo nella storia della camorra casertana. In questi anni ha fatto in tempo a collezionare un paio di ergastoli e a condannare al destinoi del carcere anche la moglie, la cognata, i giovani nipoti che sul suo rango di capo avevano scommesso.

All'inizio dell'estate aveva perso l'ultimo e più fedele alleato, quel Nicola Schiavone, figlio di Sandokan, che con lui e con Michele Zagaria da dodici anni reggeva le sorti del clan. Ed è stato allora che la sua cattura, sempre sfuggita per un soffio, questa volta è diventata possibile.

Lo hanno trovato i poliziotti della Squadra Mobile di Napoli che da tempo ne stavano seguendo le tracce assieme ai colleghi casertani. Era nella casa di un insospettabile, incensurato, alla quinta traversa di via Cavour a Casal di Principe. Ed è stata, la sua cattura, la giusta ricompensa al lavoro dei pm Antonello Ardituro e Alessandro Milita che ora promettono: «Il prossimo sarà Zagaria».

Arrestato il boss Antonio Iovine l'imprenditore dei casalesi

Non ha opposto resistenza Antonio Iovine quando i poliziotti della squadra mobile di Napoli, di Caserta e del Servizio centrale operativo lo hanno immobilizzato.
Secondo quanto si apprende da fonti investigative, il boss del clan dei Casalesi - al vertice assieme a Michele Zagaria - è stato arrestato in un'abitazione di Casal di Principe appartenente ad una persona che lui frequentava.
All'abitazione gli investigatori sono arrivati grazie ad un complesso lavoro fatto di pedinamenti e di accertamenti sulle persone più vicine al boss




Antonio Iovine, detto 'o ninno, 46 anni, è stato arrestato in una villetta alla quinta traversa via Cavour di Casal di Principe, roccaforte del clan dei Casalesi, di proprietà della famiglia Borraca. Il boss ha tentato solo di scappare dal terrazzo, ma è stato bloccato.
Non aveva armi. L'arresto un'ora fa. Nella villetta c'era un nascondiglio in una intercapedine. Trovata una pistola che però era regolarmente denunciata
Antonio Iovine è arrivato alle 16,48 in una Mercedes in uso alal polizia in Questura a Napoli; era sorridente. Il boss dei Casalesi è stato fatto salire al secondo piano dai garage, mentre applausi e urla di soddisfazione da parte poliziotti risuonavano nei corridoi.
Qualcuno applaudiva anche dalle finestre

martedì 16 novembre 2010

Omicidio Petru, testi chiave denunciati

Colpo di scena annunciato nel processo sull’uccisione di Petru Birladeanu,
il musicista rom assassinato nel corso di una spedizione punitiva della
camorra nella stazione della cumana di Montesanto. Ieri, durante il processo
in Corte d’Assise, è stata la volta di due testimoni chiave: Anna
Cigliano ed Egidia Vincenzo, la prima ex compagna del pentito Salvatore
Scala e la seconda vittima di usura poi diventata testimone di giustizia.
Le dichiarazioni delle due donne, all’epoca dell’arresto dei presunti
killer di Petru, vennero inserite nel decreto di fermo emesso dal pm.
Ieri, però, in aula, incalzate dalle domande del pm della Dda e dagli stessi
giudici Anna Cigliano ed Egidia Vincenzo hanno ritrattato tutto. Hanno
ribadito più volte che le dichiarazioni rese ai
magistrati contro Marco Ricci e i cugini Salvatore
e Maurizio Forte erano sostanzialmente false. A
quel punto il pm ha chiesto al giudice di inviare
gli atti della deposizione in aula al proprio ufficio,
avviando formalmente una inchiesta per falsa testimonianza
a carico delle due donne.
Per quell’omicidio efferato, avvenuto nella stazione
della cumana di Montesanto sono imputati Marco Ricci e i cugini
Salvatore e Maurizio Forte (difesi dagli avvocati Leopoldo Perone, Antonio
Del Vecchio e Raffaele Chiummariello): l’accusa a loro carico è di omicidio
aggravato dal metodo mafioso e tentato omicidio del giovane. Contro
di loro dichiarazioni testimoniali e anche il racconto dei collaboratori
di giustizia che ricostruiscono gli ultimi istanti di vita del musicista ucciso
per errore, tra l’indifferenza della gente. Lui che con la camorra non
c’entrava nulla e che tirava avanti con lavoretti e suonando la sua fisarmonica
tra i vagoni della Cumana.
In molti lo conoscevano ma non in quel giorno quando in otto, in sella a
quattro potenti moto, fucili ben in mostra, sfoderarono tutta la loro rabbia
facendo fuoco all’impazzata tra la folla. Venivano da Ponticelli e dai
Quartieri Spagnoli e avevano un solo obiettivo: uccidere un esponente di
spicco del clan Mariano, forse proprio il capoclan. Colpi di pistola e mitragliatrici
che colpirono un ragazzino di 14 anni ad una spalla e un romeno
che stava correndo verso la Cumana. Un colpo lo trafisse il petto e per lui
non ci fu nulla da fare. Lo conoscevano in tanti ma in quei momenti, in
quei frenetici momenti, la paura cancellò tutta la fratellanza e l’altruismo
che hanno fatto da sempre Napoli la capitale della solidarietà. La paura
di restare in qualche modo coinvolti fece il resto.
Quel povero romeno morì da solo, nella totale
indifferenza. Il video choc fece il giro d’Italia rimbalzando
di televisione in televisione e adesso è
anche su Youtube con decine di commenti che
rappresentano la città come non lo è mai stata.
L’omertà, la paura, quegli spari hanno purtroppo
reso quella vittima innocente un “anonimo”
caduto sotto i colpi dei clan. Prima di comprendere infatti che Petru non
c’entrava nulla con le cosche passò qualche giorno nel quale anche il comune
di Napoli si trincerò dietro un assordante silenzio per poi “riparare”
con una fiaccolata di solidarietà. Adesso però tre dei presunti assassini,
Marco Ricci e i cugini Salvatore e Maurizio Forte, sono sotto processo
con l’accusa di omicidio aggravato dal metodo mafioso e tentato
omicidio del giovane.

“Piazza” di droga dei Lo Russo: 19 arresti

Un’unica “piazza” di spaccio, controllata dal clan Lo Russo, trasformata
in roccaforte, dove si comunicava con l’”esterno” attraverso radio ricetrasmittenti.
Lo scopo era quello di evitare i blitz delle forze dell’ordine
che, più di una volta non avevano sortito l’effetto programmato.
Intanto, però, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli,
proseguivano le indagini da parte dei carabinieri della compagnia
Vomero (al comando del capitano Massimo Fricchiazzi) che ricorrendo
anche all’utilizzo di telecamere riprendevano l’attività di spaccio e chi
vi era impegnato.
Così, dopo mesi di indagini che hanno attraversato parte del 2009, pusher
e vedette hanno
avuto un volto (ed un nome)
e sono stati assicurati
alla giustizia. L’operazione
ha consentito di fare
scattare le manette ai
polsi di 19 persone, tra
cui alcuni già detenuti
perché arrestati durante
altro lavoro investigativo.
Tutte sono ritenute responsabili
di associazione
per delinquere finalizzata
al traffico di stupefacenti.
In pratica, i militari
dell’Arma della compagnia
Vomero hanno filmato
e fissato l’intensa
attività di distribuzione e
di spaccio di droga sul
territorio di Piscinola, a
nord della città, in vendita
c’era un po’ di tutto:
crack, marijuana e cocaina.
Già nel corso delle investigazioni
sono state
arrestate 12 persone e sequestrate
grosse quantità di cocaina, crack e marijuana e notevoli somme
di denaro, 10mila euro circa, denaro proveniente dallo spaccio. I
carabinieri hanno accertato che nel corso del tempo la piazza di spaccio
nel quartiere Piscinola era divenuta una delle più frequentate e dove
il gruppo criminale era riuscito a mettere in piedi un’organizzazione
molto efficiente.
Allestita la “piazza” come una roccaforte, il clan aveva studiato anche
il modo di elevare il livello di sicurezza per quanti erano impiegati nell’attività:
innanzitutto, chi vi lavorava aveva il doppio incarico: quello
di pusher e di vedetta per non dare punti di riferimento facilmente identificabili,
nel tempo. Poi, tutti comunicavano con i walkie talckie, a distanza
diventando, in pratica, difficilmente individuabili e tenendo allo
stesso tempo tutto sotto controllo. Ma, l’organizzazione, pur intuendo
che le forze dell’ordine, e nella fattispecie i carabinieri, erano intenti
a svolgere indagini su di loro, non poteva immaginare che erano già
entrati nell’obiettivo delle telecamere che li stavano riprendendo e,
quindi, stavano mettendo insieme tutte le prove necessar9ie per incastrarli.
Ieri, il giorno delle manette. Durante la notte tra domenica e lunedì,
gli uomini dell’Arma della compagnia Vomero hanno eseguito il
maxi-provvedimento restrittivo assestando un duro colpo all’organizzazione
malavitosa.

“Vedette” e narcos in contatto con le radio rice-trasmittenti

Per comunicare tra loro senza essere intercettati e senza dare
nell'occhio, i narcos del clan Lo Russo usavano i walkie talkie.
Mentre in genere gli spacciatori sono soliti comunicare tra loro
urlando da un capo all'altro della “piazza” di spaccio parole
convenzionali, soprattutto nomi di persona. Le indagini, che si
sono avvalse anche di microtelecamere piazzate nei punti
chiave, hanno chiarote che i narcos non venivano individuati
perché erano in costante contatto tra loro. nel periodo delle
indagini solo una decina di persone sono state catturate, ma per
possesso di piccole quantità di stupefacente, soprattutto
marijuana, crack e cocaina, di cui in totale sono stati sequestrati
600 grammi. Sequestrati anche, in più riprese, diecimila euro.
Dalle indagini è emerso anche che l'organizzazione di pushe
vicina ai Lo Russo si avvaleva di “vedette” per segnalare l'arrivo
delle forze di polizia e di spacciatori che sostavano in strada in
attesa dei clienti; all'occorrenza, però, i componenti della banda
(molti dei quali sono giovanissimi) si scambiavano i ruoli.
Quella di ieri è la seconda inchiesta che colpisce in pochi giorni
il clan capeggiato dai fratelli Lo Russo. Recentemente erano
stati arrestati numerosi altri affiliati oltre ad alcuni vigili urbani;
gli investigatori avevano
scoperto che il clan imponeva
nelle zone di Chiaiano e
Piscinola la tangente sulle
costruzioni abusive: quanti
volevano edificare senza avere
la concessione si rivolgevano a
ditte amiche dei Lo Russo,
pagavano una consistente
somma di denaro agli emissari
dei boss (parte del quale finiva
nelle tasche dei vigili corrotti)
e ottenevano la costruzione
chiavi in mano.

domenica 14 novembre 2010

Salvatore Lo Russo chiede di pentirsi

Quattro settimane fa ha chiesto ai magistrati della Dda di Napoli un
incontro. Così dal carcere dove era detenuto al regime del 41bis è stato
trasferito per alcuni giorni a Roma. Il chiaro segnale che Salvatore
Lo Russo detto “’o capitone”, esponente di spicco della famiglia di
Miano, aveva deciso di trattare con lo Stato. Una notizia che nel giro
di pochi giorni ha fatto il giro del Palazzo di Giustizia e della città. Voci
che danno per certa la sua collaborazione con la magistratura napoletana.
Circostanza questa che è stata anche pubblicata ieri dal settimanale
“Panorama” che racconta del pentimento del capoclan e degli
scenari che si potrebbero profilare per la camorra partenopea. Ma
il boss al momento non è un collaboratore di giustizia a tutti gli effetti.
Ci sono alcuni passaggi che ancora non consentono ai magistrati
della Dda di concedere lo status di pentito al
capoclan.
I colloqui conoscitivi li sta conducendo l’esperto
pubblico ministero Sergio Amato, coordinato
dal procuratore aggiunto Sandro Pennasilico
e dal Procuratore Capo, Giandomenico Lepore.
I magistrati dunque in queste febbrili ore
stanno valutando la genuinità della sua collaborazione
e stanno cercando di comprendere quale sia la qualità di
queste accuse. Un collaboratore deve innanzitutto raccontare qualcosa
che sia di interesse per la magistratura, qualcosa di nuovo, e oltre
a confessare tutti i delitti che ha commesso deve anche accusare
persone a lui vicine. Dare infine anche una prova concreta che la sua
collaborazione sia attiva: far arrestare qualche latitante, far ritrovare armi,
e soldi nascosti. Sono i punti cruciali di una collaborazione con lo
Stato. Ed è qui che si giocano tutte le carte della collaborazione di Salvatore
Lo Russo “’o capitone”. Due settimane fa, nel pieno dei primi
colloqui con i magistrati, i carabinieri si sono recati dai familiari del boss
per proporgli il piano di protezione ma hanno rifiutato. Da lì la notizia
ha fatto ben presto il giro del quartiere e di Napoli. Se Lo Russo fosse
ritenuto un pentito affidabile le sue dichiarazioni potrebbero ben presto
decretare la parola fine per una parte di camorra che ha segnato
la storia della malavita partenopea. La sua scelta potrebbe essere dipesa
dalle restrizioni dovute al regime al quale è sottoposto. Il carcere
duro infatti “piega” anche le resistenze più dure: pochissimi incontri
con i familiari, lettere censurate, televisione senza programmi regionali,
nessuno quotidiano locale. Anche la socialità è ulteriormente ridotta:
diminuiscono le ore d’aria e le attività
ricreative. Inoltre sono ridotti anche i metri
quadrati della cella. Tutti i ras sono detenuti
in questo regime, ma probabilmente Salvatore
Lo Russo, abituato alla bella vita, lo ha subito
particolarmente. Il ras non ha grosse condanne
da scontare se non una sentenza a 10
anni per associazione camorristica e di recente
è stato prosciolto da un omicidio commesso durante la faida tra la Nco
di Cutolo e la Nuova famiglia. Non è stata evidentemente una scelta
dettata dalle sue condizioni processuali ma probabilmente dalle condizioni
nelle quali vive il carcere. Al momento i colloqui sono continui
ma i pubblici ministeri, così come è stato con Giuseppe Misso “’o nasone”,
ci vanno cauti e stanno ponderando con estrema cura ogni sua
dichiarazioni per valutarne realmente la veridicità.

Amante del lusso e calcioscommesse

Un boss carismatico, capace di tessere tele diaboliche e di allearsi anche
con ex nemici pur di fare affari. Ecco com’è stato descritto Salvatore
Lo Russo “’o capitone” nelle informative riservate di polizia, carabinieri
e Dia. Numero uno del clan originario di Miano, ma con ramificazioni
in tutta Napoli, dopo l’arresto e la dura condanna del fratello Giuseppe.
Di Salvatore Lo Russo ha parlato a lungo il pentito Maurizio Prestieri nell’interrogatorio
del 15 maggio 2008. «Ho intrattenuto rapporti personali
con i capi e gli affiliati del clan Lo Russo per quanto attiene i traffici di
droga, ma anche in occasione delle faide di camorra esplose nelle zone
di nostro interesse nonché per le maggiori estorsioni che, in diverse occasioni,
ci hanno visto compartecipi. Da quando, poi, Lo Russo Giuseppe,
condannato in regime di 41 bis, le redini del clan sono in pratica
finite nelle mani di Lo Russo Salvatore. In ragione anche dei periodi
di detenzione da me sofferti i maggiori rapporti io li ho intrattenuti con
Lo Russo Giuseppe. Tuttavia, in diverse occasioni, ho avuto modo di relazionarmi
ai Lo Russo anche in seguito all’arresto di quest’ultimo, entrando
in diretto contatto con Lo Russo Salvatore. Per quanto riguarda
la gestione delle “scommesse clandestine” riferisco che, da quando lo
Stato ha attivato i suoi centri di raccolta sia su eventi sportivi che quanto
alla lottomatica, le organizzazioni criminali napoletane hanno in pratica
abbandonato il settore. Unica eccezione va fatto per il clan Lo Russo
che ha, infatti, continuato, riuscendo ad attivare un sistema fortemente
concorrenziale, essendo in grado di “bancare” con quote molto più
appetibili. Ovviamente si tratta di raccolte di scommesse per ingenti
capitali in quanto difficilmente vengono accettate dal pubblico piccole
giocate. Sono personalmente a conoscenza di ciò perché lo Russo Salvatore
mi ha sempre “bancato” grosse puntate».
Al boss Salvatore Lo Russo, detenuto per altri reati, facevano spesso riferimento
i suoi affiliati. Come nella conversazione tra Raffaele Perfetto,
detto “Lelluccio a’ scigna”, e Mario Dell’Aquila “o’ figarone” intercettata
nel carcere di Poggioreale. In essa il primo chiedeva all’altro, che era
andato a colloquio con lui, di portare il suo telefono cellulare all’“amore
mio”: una frase in codice per indicare proprio “Totore capitone”, evidentemente
molto benvoluto da luogotenenti e gregari. Era il 26 novembre
2005.
Lello: «Senti vuoi andare un momento dall’amore mio?».
Mario: «Aeh...mamma mia!».
Lello: «Mario».
Mario: «Già quell'altra volta...ma quello l'altra volta disse che devi fare
con questo coso?».

I suoi segreti fanno tremare ras e imprenditori

Se Salvatore Lo Russo dovesse essere ritenuto un pentito
credibile, le sue dichiarazioni potrebbero mettere in luce alcuni
aspetti inediti e sicuramente nuovi. Innanzitutto quelle
riguardanti le collaborazioni che lo stesso ras avrebbe avuto con
apparti dello Stato. Chiarire definitivamente dunque tutte le voci
sul suo conto che lo hanno sempre inquadrato come un confidente
delle forze dell’ordine. Per questo si potrebbe aprire uno scenario
importante quanto delicato sui rapporti con apparati dello Stato
infedeli. Il suo ruolo di capo è riconosciuto da molte cosche, ma
oltre quello di boss il ruolo di Salvatore Lo Russo è stato per anni
anche quello di mediatore. Secondo il racconto degli ultimi pentiti
“’o capitone” è stato al centro della pace siglata tra i Di Lauro e
gli scissionisti di Secondigliano, proprio per il ruolo di super
partes che nel corso degli anni si sarebbe costruito addosso.
Avrebbe seduto allo stesso tavolo i ras che poche ore prima si
scannavano e li avrebbe fatti fare pace. Inoltre sarebbe il paciere
della faida di Barra per le sue influenti amicizie con gli Alberto,
in lotta con i Cuccaro. Infine sarebbe stato mediatore anche di
altre guerre e contrasti per la spartizione degli interessi illeciti
come ai Quartieri Spagnoli, per i rapporti con i Russo, e al rione
Sanità, per i collegamenti con i Sabatino e i Torino. Altro aspetto
interessante sul quale potrebbe aprire uno squarcio è il
riciclaggio di soldi. Il clan Lo Russo è una cosca ricca che ha
accumulato un tesoro immenso anche grazie al calcioscommesse.
I soldi sarebbero stati dirottati in esercizi commerciali intestati a
prestanome insospettabili e di caratura altissima e a personaggi
molto popolari. Per questo la Procura si mostra interessata ai suoi
racconti che se fossero ritenuti genuini potrebbero portare a degli
“scossoni” non indifferenti anche nel mondo imprenditoriale
partenopeo. Lo dimostra l’ultima retata contro la cosca di Miano
dove la polizia è riuscita a sequestrare un patrimonio di oltre
nove milioni di euro.

giovedì 11 novembre 2010

Condanna di 8 anni per Raffaele Amato jr

Da dieci anni e otto mesi e passato ad otto anni, ma circostanza più
importante è che ha ottenuto le attenuanti generiche. È quanto ha deciso
il Tribunale dei Minori di Napoli su Raffaele Amato jr detto “capa
ianca”, nipote omonimo del boss degli scissionisti “Lelluccio ‘a vicchiarella”.
I suoi avvocati difensori, i penalisti Michele Cerabona e Luigi
Senese hanno ottenuto l’affievolimento della condanna di primo
grado. Amato resta comunque detenuto anche perché accusato di altri
gravi reati. Secondo la Procura e in particolare la Direzione distrettuale
antimafia, Amato jr è sempre stato un boss, forte del nome e cognome
che porta, comandava e gestiva affari illeciti anche quando
era minorenne. Proprio per il suo profilo di spessore, così come lo hanno
anche tratteggiato gli ex suo fedelissimi che via via si sono pentiti,
il pubblico ministero, la dottoressa Imparato, in primo grado aveva
chiesto per lui una condanna a 28 anni di reclusione, che poi era arrivata
a 16, nel conteggio, perché quando ha commesso i reati contestatigli
Amato era minorenne e la pena si riduce, anche in virtù del rito
abbreviato che era stato scelto dopo la chiusura delle indagini preliminari.
Le accuse per il nipote omonimo del “socio fondatore” degli
Amato-Pagano sono di aver promosso un’associazione camorristica
finalizzata al traffico di stupefacenti e altri reati “minori”. Con lui furono
anche Dario Amirante (5 anni e mezzo) e Francesco Saviotti (4 anni
e mezzo). I tre, che all’epoca dei reati contestati erano minorenni,
erano in carcere perché implicati nel maxi-blitz che il 19 maggio dello
scorso anno portò dietro le sbarre una settantina di affiliati alla cosca
Amato-Pagano, implicati nella “Operazione C3” riguardante un
vasto traffico di droga nelle “piazze” di via Arcangelo Ghisleri. Il 30
gennaio prossimo inizierà il processo in abbreviato per tutti i maggiorenni
che hanno chiesto di essere giudicati con questo rito. La retata
ribattezzata “C3” ha portato in carcere affiliati e boss del clan che
nel 2004 dichiarò guerra al padrino Paolo Di Lauro scatenando una faida
violenta che portò alla morte di quasi ottanta persone. L’indagini
condotta brillantemente dalla Procura e dai carabinieri portò al fermo
di decine di persone accusati di associazione camorristica e traffico
di droga e in alcuni casi anche di omicidi. Oltre alle intercettazioni telefoniche
e ambientali (il nome dell’operazione prende spunto proprio
dal soprannome che usava Lello Amato per farsi individuare) si è avvalso
anche della collaborazione dei pentiti della cosca. Nel corso del
processo con molta probabilità saranno ascoltati anche le ultime “gole
profonde” che potrebbero meglio ancora inquadrare il ruolo dei vari
affiliati che la Procura teneva d’occhio da tempo. Oltre agli arresti
la Dda ha colpito anche il portafogli degli indagati sequestrando beni
per milioni di euro e in particolare conto correnti a Montecarlo aperti
grazie a prestanome.

Siani, la carta segreta di Ferrara

La Procura di Napoli ha
ripreso in mano le indagini sull’omicidio
di Giancarlo Siani e lavora,
con i pm Sergio Amato e
Giuseppe Narducci, coordinati dal
procuratore aggiunto Alessandro
Pennasilico, sull’ipotesi di un possibile
collegamento con l’omicidio
di Vincenzo Cautero, un esponente
delle cooperative di ex detenuti
massacrato sotto casa al
Vomero quattro mesi dopo l’uccisione
del giornalista del “Mattino”.
Per approfondire la questione, i
pm stanno acquisendo e valutando
gli atti delle indagini sui due
fatti di sangue. Indagini che ad un
certo punto, nel 1987, si intersecarono
e portarono anche a tre arresti
(di Ciro Giuliano, Giorgio Rubolino
e Giuseppe Calcavecchia).
Ma l’inchiesta finì con il proscioglimento
di tutti e tre ad opera dell’allora
giudice istruttore Mino Palmeri.
Un proscioglimento sancito
in un atto lungo 320 pagine dattiloscritte
che pesa come un macigno
sull’ipotesi coltivata di nuovo
oggi dalla Procura, grazie alle recenti
rivelazioni fatte in un libro
dall’ex boss Giacomo Cavalcanti.
Va premesso, per inquadrare storicamente
i fatti, che quell’indagine
fu viziata fondamentalmente
da una guerra interna alla magistratura
fra il procuratore generale
Aldo Vessia, che sosteneva
l’accusa, e l’ufficio del giudice
istruttore, con Mino Palmeri. Vessia
forzò la mano e partendo da alcuni
elementi importanti cercò
con ogni mezzo di costruirvi attorno
i particolari mancanti, anche
attraverso palesi forzature che
poi porteranno a far crollare tutto
il castello accusatorio. Nel crollo
finirono sepolti sotto le macerie
anche alcuni elementi di verità,
quegli stessi che adesso la nuova
indagine della Procura si incarica
di andare a disseppellire. Palmeri,
dal canto suo, applicò tutte le
proprie capacità al contrasto della
forzosa costruzione del procuratore
generale (che per i suoi eccessi
finirà davanti al Csm ed eviterà
il trasferimento d’ufficio solo
scegliendo l’”esilio” volontario in
Cassazione). Lo sforzo di Palmeri
fu certo encomiabile, ma resta il
dubbio che la guerra scatenatagli
contro da Vessia aumentò il suo
zelo, al punto da travolgere e distruggere
tutti gli elementi emersi
dalle indagini, nessuno escluso.
Mentre magari alcuni di essi
dovevano essere salvati. Vediamone
alcuni.
LE PRIME DICHIARAZIONI
DI ANTONIO FERRARA
Nel capitolo che riguarda la connessione
tra il delitto Siani e l’omicidio
Cautero, emerge la figura di
Antonio Ferrara. Contabile della
camorra, questo oscuro ma abilissimo
ragioniere aveva le redini
del business delle cooperative di
ex detenuti. Condivideva l’ufficio
in via Suarez 30 con Vincenzo
Cautero “’o serrone”, imparentato
ai Giuliano di Forcella. Antonio
Ferrara nel 1986 comincia la sua
tormentata collaborazione con la
giustizia. Lo stesso giudice istruttore
Mino Palmeri utilizzerà le sue
dichiarazioni in un altro processo
per arrivare a far condannare camorristi
ed amministratori pubblici
nello scandalo delle cooperative
di ex detenuti. Ma Palmeri
non crede invece ad una sola parola
quando Ferrara parla degli
omicidi di Vincenzo Cautero e
Giancarlo Siani. In effetti Ferrara
non fa molto per rendersi credibile.
All’inizio la sua posizione appare
limpida. Dice solo che sa che
ad uccidere Cautero sarebbero
stati i Giuliano, gli stessi che avevano
ucciso anche Siani quattro
mesi prima. Dice Ferrara che i
Giuliano pianificarono l’omicidio
assieme al clan Gionta di Torre
Annunziata. Ma che a sparare andarono
due ragazzi fidati della
scorta di Ciro Giuliano “’o barone”.
Dice anche Ferrara che Cautero
era in piazza Leonardo la sera
dell’omicidio Siani e che nei
giorni successivi si mostrò molto
preoccupato. Disse anche che
Cautero gli rivelò di avere nel suo
ufficio delle carte di Siani, con le
quali il giornalista doveva fare un
articolo. Siani si sarebbe rivolto a
lui per chiedergli informazioni sulle
cooperative, conoscendolo da
quando erano ragazzini, perché la
famiglia Siani era cliente del negozio
di surgelati del padre di
Cautero in piazza Leonardo. Dice
Ferrara che Cautero voleva rivendere
queste carte, contava che gli
avrebbero fruttato tra i 30 e i 50
milioni di lire. E disse questa cosa
proprio il giorno in cui fu ammazzato,
aggiungendo che la mattina
seguente sarebbe dovuto andare
ad un importante appuntamento
a Torre Annunziata. Quella
sera due giovani killer lo fulminarono
sotto casa.
IL DOCUMENTO
DELLE CARTE DI SIANI
Ma questo nucleo di informazioni
principali non era abbastanza per
il procuratore Vessia. Comincia
così una lunga e snervante serie
di interrogatori e di pressioni. E
Ferrara inizia a fornire ogni tanto
nuovi particolari, arrivando a fare
i nomi di Rubolino e Calcavecchia,
tirando in ballo altri personaggi e
circostanze che gli saranno poi
contestati come falsi da Palmeri.
Fino alla ritrattazione finale di Ferrara
davanti allo stringente interrogatorio
del giudice istruttore.
Forse aveva capito che si era spinto
troppo oltre nel tentativo di accontentare
Vessia, e che ora il
vento era cambiato. Fatto sta che
il nucleo iniziale delle sue dichiarazioni
non sono state smentite
del tutto. Ed inoltre, ad un certo
punto, Ferrara aveva sfoderato un
documento, quello che doveva essere
la prova regina dei rapporti
tra Cautero e Siani. Si trattava di
un foglio con un elenco di nomi e
numeri di telefono dattiloscritti riferiti
a personaggi di Torre Annunziata.
In calce c’era un annotazione
scritta a penna: «Caro
Giancarlo, questo è l’elenco degli
“amici” di cui ti ho parlato. Ciao».
Secondo Ferrara questo foglio faceva
parte delle carte segrete di
Siani, rimaste in via Suarez 30 fino
alla morte di Cautero e poi
scomparse. Ferrara dice di averlo
trafugato al proprietario dell’appartamento,
il professor Antonio
Testa. La circostanza si rivelò falsa:
il Testa aveva affittato l’appartamento
a Cautero il quale aveva
cambiato la serratura. Le chiavi le
avevano Cautero e Ferrara. Testa
dichiarò di non aver mai visto quel
foglietto e del resto sembrava persona
credibile. Ferrara si è inventato
questo particolare, probabilmente
per nascondere le responsabilità
proprie o di altri. Ma per
Palmeri questo vuol dire che Ferrara
non è credibile in toto. Non
solo: una perizia calligrafica stabilisce
che quella frase sul foglio
non l’ha scritta Cautero. E per Palmeri
questa è la prova che Ferrara
si è probabilmente costruito da
sé la falsa pova per accontentare
Vessia e rendere credibile il proprio
racconto. Può darsi. Ma non
risulta dagli atti che il “Roma” ha
potuto consultare che sia dimostrato
che la grafia fosse di Ferrara.
Né che Ferrara potesse essere
sicuro che l’autore della scritta dovesse
essere Cautero. E se fosse
stato qualcun altro? Resta il fatto
che quel foglio potrebbe essere
parte della documentazione di
Siani. Come finisce nelle mani di
Ferrara? E chi sono le persone
elencate nel foglietto? Interrogate,
dicono di non conoscere il Cautero.
Ma nemmeno Ferrara. Il quale
si sarebbe inventato l’elenco
prendendo i nominativi da dove?
Resta tutto poco chiaro. E forse
anche poco approfondito.
VINCENZO CAUTERO
CONOSCEVA SIANI
Altri particolari del racconto di
Ferrara vengono ritenuti falsi. Il
fatto, per esempio, che Cautero
“frequentasse” Siani. Lo negano
tutti, dai familiari agli amici. I due
si conoscevano, certo, e da anni.
Ma vivevano in ambiti sociali
completamente differenti, Di Cautero
si sapeva che fosse un delinquente
legato al clan Giuliano.
Siani non si sarebbe accompagnato
con lui in giro. Appunto.
L’elemento della frequentazione
viene valutato dai magistrati inquirenti
in un senso troppo stretto.
Nessun giornalista “frequenta”
le proprie fonti. Né si fa vedere
tanto in giro con loro. Non si gioca
a tennis con le proprie fonti. E
a volte non si prende neanche un
caffè al bar. Bastano una conoscenza
molto superficiale e incontri
sporadici, difficilmente in
pubblico. Nessuno dei familiari
dei giornalisti sa con chi hanno
parlato la mattina o il giorno prima.
È un’assurdità pensare che
un giornalista torni la sera a casa
e confidi a cena di aver parlato
con un mezzo delinquente (o con
un carabiniere o un magistrato)
che potrebbe avere informazioni
importanti.
LA TELEFONATA
LA SERA DELL’OMICIDIO
Un altro elemento che viene usato
per confutare le affermazioni di
Ferrara poggia sulle dichiarazioni
dell’amante di Cautero. Ferrara dice
che quest’ultimo era in piazza
Leonardo la sera dell’omicidio Siani.
Ed è vero. Ogni sera Cautero
chiamava da un telefono pubblico
tale Mariangela Citelli, definita
da Palmeri «una donna di successo
che occupa un posto di rilievo
nella struttura della Montedison e
che, rimasta affascinata dal giovane
napoletano, da lei conosciuto
occasionalmente a Brera, aveva
instaurato con lui da lungo
tempo una relazione amorosa molto
intensa». Alle 21,30 del 23 settembre
1985 Cautero telefona alla
Citelli dall’apparecchio a gettoni
del bar Leti in piazza Leonardo.
Racconta la Citelli: «Ad un certo
punto si sentì un vociare, ed Enzo
mi disse di aspettarlo al telefono
perché andava a vedere che
cosa stava succedendo. Ritornò
dopo circa un minuto (mi ricordo
ancora dei gettoni che cadevano
durante l’attesa) e mi comunicò
che avevano ucciso un ragazzo
della piazza, di cui non mi fece il
nome. Non mi sembrò sconvolto,
e ricordo che continuammo a discutere
ancora un poco delle nostre
cose». Palmeri insiste molto
su questo punto. Se Cautero sapeva
chi era Siani lo avrebbe detto
subito alla sua amante e si sarebbe
mostrato allarmato. Ma Palmeri
non tiene conto di una cosa.
Che il bar Leti si trova dall’altro lato
di piazza Leonardo rispetto all’ingresso
del vialetto (oggi via
Vincenzo Romaniello) dove fu ucciso
Siani. Per arrivare a vedere
l’auto col cadavere bisognava attraversare
la piazza, imboccare il
vialetto, girare a sinistra e presumibilmente,
a questo punto, farsi
largo tra la folla di forze dell’ordine
e curiosi. Cautero non poteva
fare questo in «meno di un minuto
». Quindi Cautero esce sulla soglia
del bar e chiede ai passanti
che gli dicono che è stato ammazzato
un giovane. Difficile che
nell’immediatezza del fatto già potesse
sapere che si trattava di
Giancarlo Siani. Non si capisce
dunque quale importanza rivesta
la testimonianza della Citelli per
confutare la testimonianza di Ferrara.
Che andrebbe invece riletta
attentamente.

domenica 7 novembre 2010

«I Lo Russo e i Mauro uccisero insieme»

Il clan Mauro del Mercato avrebbe supportato i Lo Russo nell’omicidio,
commesso proprio in piazza Mercato, di un nipote dell’ex ras oggi pentito
Ettore Sabatino. Ma quest’ultimo, secondo il racconto del padrino
Giuseppe Missi, anch’egli passato tra le file dei collaboratori di giustizia,
non volle scatenare una guerra contro gli ex amici dell’”Alleanza di
Secondigliano”. I capi del Rione Sanità ne presero atto e non seguirono
altri agguati in quella zona. Era il 28 aprile 2008 quando Giuseppe Missi
(boss soprannominato “’o nasone”) parlò dei rapporti tra Ettore Sabatino
e Salvatore Lo Russo. Ecco alcuni passaggi delle sue dichiarazioni,
con la consueta premessa che le persone tirate in ballo devono essere ritenute
estranee ai fatti narrati fino a prova contraria.
«Per tutto il periodo in cui Ettore Sabatino
ed il suo gruppo restano nella Sanità i nostri rapporti
con i Lo Russo di fatto si interruppero e d’altra
parte i Lo Russo uccisero un nipote di Ettore
Sabatino a piazza Mercato ove beneficiarono dell’appoggio
dei Mauro. Questo omicidio fu commesso
dal figlio di Peppe Lo Russo che agì insieme
ad uno dei figli dei Mauro il cui nome non conosco. Non ricordo
il nome del figlio di Lo Russo Giuseppe e posso ancora aggiungere che
questo omicidio fu commesso con una pistola che era stata nascosta o
appoggiata in un bar o qualcosa del genere. Si consideri che io stesso
proposi allora una ritorsione armata contro i Lo Russo, ma poi non se ne
fece nulla perché questa fu la volontà dello stesso Ettore Sabatino. lo,
comunque, convocai a casa di mio fratello Umberto uno dei più anziani
della famiglia Mauro al quale dissi che potevo dimenticare quanto
avevano fatto purché mi consegnassero quel loro parente che aveva partecipato
all’omicidio del nipote di Sabatino. Mi fu risposto che neanche
loro sapevano ove si nascondesse ed ho poi saputo che si era realmente
nascosto a Miano dai Lo Russo anche perché, se non erro, aveva una
relazione sentimentale con una donna di quella famiglia. Comunque Ettore
Sabatino volle che tutto finisse lì». Giuseppe Missi non odiava i Lo
Russo come i Licciardi, in quanto a differenza di questi ultimi non avevano
partecipato all’omicidio della moglie Assunta Sarno. Ma contava
comunque di attaccare anche loro e per questo aveva predisposto un
piano, da lui stesso rivelato ai pm antimafia nell’interrogatorio del 27
giugno 2008. Il tranello poi fallì. «Avevo in animo di scatenare una guerra
senza precedenti. Non avevo con me molti
uomini e quelli che avevo neanche erano particolarmente
esperti. Pensai allora di scatenare
una faida tra i Licciardi e i Lo Russo, avrei così
indebolito entrambi. Progettai di procurarmi un
appartamento nei pressi della Masseria Cardone.
Da lì avrei nuovamente colpito i Licciardi
per poi colpire subito anche i Lo Russo, i quali
avrebbero, a quel punto, inevitabilmente attribuito ai primi la paternità
di quella reazione. Volevo giocare questa partita e per questo mi rivolsi
a Mazzarella Franco e Mazzarella Ciro, i figli di Gennaro, i quali hanno
sempre condiviso con me questi attacchi ai Licciardi. Chiesi loro di procurarmi
questa casa e mi raccomandai di non farne parola con nessuno
». Ma uno dei nipoti, sostenne Misso, fece un confidenza a Giuseppe
Perinelli detto “Ciacione” e il segreto svanì.

venerdì 5 novembre 2010

Le riunioni per fermare la faida di scampia

Oltre a Salvatore Lo Russo,
delle cui qualità di mediatore in
ambienti di camorra si scrive da
tempo, nel clan originario di Miano
avevano un ruolo simile anche due
degli arrestati dell’altro ieri: Oscar
Pecorelli detto “’o malox” e Salvatore
Milano, alias “Totore ‘o Milan”.
Secondo il pentito Antonio Prestieri,
che lo ha riferito il 22 maggio
2009, avrebbero partecipato anche
ad alcuni incontri organizzati per
stabilire tra accordi tra i Di Lauro e
gli Amato-Pagano per il dopo faida.
Ecco alcuni passaggi delle dichiarazioni
del collaboratore di giustizia
di Scampia, ex emergente dello storico
clan con base nel Rione Monterosa.
«Poco dopo gli omicidi di Pica, Cardillo
e De Lucia Lucio (14 marzo
2007 e 21 marzo 2007, ndr) vi fu una
riunione tra Vincenzo Di Lauro, allora
latitante, Pagano Cesare e Perfetto
Raffele detto “muss ‘e scigna”.
Tale incontro era stato organizzato
dai Lo Russo per arrivare ad una mediazione
tra i Di Lauro e gli Amato-
Pagano. Durante la riunione Vincenzo
Di Lauro
disse chiaramente
che
questa volta
tutte le persone
che dai Di
Lauro fossero
passate agli scissionisti sarebbero
state da loro uccise allorquando loro
li avessero individuati e trovati in
territori non gestiti direttamente dagli
Amato-Pagano. Vincenzo precisò
che questa volta non aveva al- Lʼarresto di Giuseppe Tipaldi
lì avrei nuovamente colpito i Licciardi per poi colpire subito anche i
Lo Russo, i quali avrebbero, a quel punto, inevitabilmente attribuito
ai primi la paternità di quella reazione. Volevo giocare questa
partita e per questo mi rivolsi a Mazzarella Franco e Mazzarella
Ciro, i figli di Gennaro, i quali hanno sempre condiviso con me
questi attacchi ai Licciardi. Chiesi loro di procurarmi questa casa e
mi raccomandai di non farne parola con nessuno. Neanche i miei
nipoti hanno mai saputo di questo mio progetto e temevo che, se la
voce si fosse sparsa, non avrei potuto più portare a termine il mio
piano». Ma uno dei nipoti, sostiene Misso, fece un confidenza a
Giuseppe Perinelli detto “Ciacione” e il segreto svanì. lusa
SCACCO AI “CAPITONI” DI MIANO.
VOLEVANO INDURRE IL PENTITO A RIPRENDERE
LA COLLABORAZIONE CON LA GIUSTIZIA
ACCUSANDO I NEMICI LICCIARDI
ternativa in quanto se i Di Lauro non
avessero posto in essere un reazione
chirurgica ma armata, avrebbero
dovuto “mettersi la merenda sotto
il braccio e andare a lavorare”. Pagano
Cesare prese atto di questa cosa.
Salvatore Lo Russo non ritenne
che la riunione fosse stata inutile in
quanto si era stabilito che non vi sarebbe
una guerra a tutto campo».
Il 10 luglio 2008 Antonio Prestieri
precisò che a questo tipo di riunioni
partecipavano anche altri affiliati.
«I Lo Russo operano principalmente
a Miano, Piscinola e Marianella.
Agli incontri di mediazione è
sempre stato presente Salvatore Lo
Russo, a me noto come “Totore ‘o
capitone”. Parimenti per i Lo Russo
c’era tale “Lelluccio muss ‘e scimmia”,
che credo chiamarsi Raffaele
Perfetto. Nel periodo degli incontri
costui fu arrestato,
credo per rapina,
per essere successivamente
scarcerato
e riprese a partecipare
agli incontri.
Sempre per Lo
Russo era presente tale “Oscar”, che
è persona di circa trent’anni, con i
capelli neri. Talvolta partecipava anche
Antonio, il figlio di Salvatore Lo
Russo, e in maniera incostante era
presente “Totore ‘o Milan”».

«Peppe Sarno fu ucciso dai Lo Russo»

Il 3 gennaio 2002 fu ammazzato
Giuseppe Sarno, fratello
del boss di Miano Costantino, collaboratore
di giustizia che all’epoca
aveva però appena ritrattato le
sue dichiarazioni. Sul delitto, inizialmente
motivato dagli inquirenti
come una vendetta trasversale
della camorra contro il pentito,
ha parlato l’ex padrino della Sanità
Giuseppe Missi (soprannominato
“’o nasone”) delineando
nuovi scenari: l’agguato fu effettivamente
un messaggio a Costantino
Sarno, ma opposto a quello
che si pensava. Il clan Lo Russo
voleva che il re del contrabbando
di sigarette riprendesse la sua collaborazione
con la giustizia, continuando
così ad accusare i nemici
Licciardi.
È la prima volta che un pentito indica
espressamente i Lo Russo di
Miano (i cui luogotenenti e gregari
l’altro ieri hanno subito un duro
colpo dalla Dda e dalla Squadra
mobile della questura, che hanno
operato 56 arresti) a proposito dell’omicidio
di Giuseppe Sarno. Ecco
quanto ha dichiarato Giuseppe
Missi nell’interrogatorio del 22
aprile 2010, con la consueta premessa
che le persone tirate in ballo
devono essere ritenute estranee
ai fatti narrati fino a prova contraria.
«In merito al clan Lo Russo devo
ancora aggiungere che ad essi è
riferibile l'omicidio del fratello di
Sarno Costantino, fatto accaduto
dopo la mia scarcerazione, credo
siamo tra il 2002 e il 2003. Questa
persona era soprannominata “'o
‘mbriacone” e credo fu uccisa per
indurre Sarno Costantino a riprendere
la collaborazione, posto
che quest'ultimo con le sue dichiarazioni
colpiva i Licciardi e i
Contini mentre aveva poche conoscenze
sui Lo Russo. Se ben ricordo
tanto mi è stato riferito dalle
persone che in quegli anni frequentavo
e, quindi, indico Torino
Nicola e Perfetto Raffaele quali prime
persone che mi vengono alla
mente».
Il 3 gennaio 2002 ci fu un tiro al
bersaglio contro Giuseppe Sarno,
ma una sola pallottola lo uccise.
Un colpo che centrò alla testa il
46enne pregiudicato con precedenti
per traffico di sostanze stupefacenti.
Ma ad ammazzare “’o
‘mbriacone” erano stati due sicari,
che entrambi fecero fuoco. Stava
camminando all’interno del
Rione don Guanella e non ebbe il
tempo di abbozzare nemmeno
una parvenza di reazione. Dopo
essere stato ferito dal proiettile, si
accasciò in un lago di sangue.
Il cadavere di Giuseppe Sarno fu
trovato sotto il marciapeidi che
conduce alla scala A dell’isolato in
cui abitava. Addosso non aveva
alcun documento di riconoscimento
e perciò occorsero una decina
di minuti per identificarlo. Era
stato arrestato in una maxi-retata
avvenuta il 2 luglio 1998 nei confronti
dei clan Sarno e Stabile, agguerriti
nemici tra loro e che si
contesero per anni il controllo del
traffico di sostanze stupefacenti
nella zona a suon di morti ammazzati.
Lui fu acciuffato a Viareggio,
e contemporaneamente finirono
in carcere altre 34 persone,
ritenuti boss e affiliati alle due cosche.
Una complessa e brillante
operazione investigativa coordinata
dalla Direzione distrettuale
antimafia che segnò la fine dell’aspro
conflitto.