giovedì 30 settembre 2010

Il pentimento di biagino

Nel giro di due mesi hanno deciso di cambiare vita e di raccontare ai pm i retroscena di omicidi e traffici di droga che loro stessi per anni hanno organizzato. Da luglio il clan degli scissionisti di Secondigliano è più debole: quattro affiliati si sono pentiti. Si tratta di Biagio Esposito detto “Biagino”, boss emergente, colui il quale ha indirizzato gli inquirenti verso i nascondigli dei superlatitanti; i suoi due cognati Luca Menna e Luigi Secondo, coinvolti nel blitz del 2004 che portò in carcere 65 persone; e Carmine Cerrato, capo di cinque “piazze” di cocaina a Scampia e autore di un triplice omicidio durante la faida. Inoltre la Dda ha ottenuto altri due 41 bis: quello di Elio Amato e Marco Liguori. Sempre un mese fa si è pentito Claudio Sacco, scissionista dei Licciardi già condannato per un omicidio. I cinque hanno svelato 25 delitti.Un vero terremoto che rischia di dare la mazzata definitiva al clan degli scissionisti,che sono ormai allo sbando, da mesi senza una guida che riesca a guidare il clan.C'e' il rischio di una lotta intestina,una lotta che vede le giovani leva ribellarsi hai loro padroni,i cognati Cesare Pagano e Raffaele Amato,i capi della frangia scissionistica del clan di lauro.Ma partiamo dall'inizio,tutto inizia con la ferma decisione opportunistica di Biagio Esposito che da uomo libero si e' presentato in procura con l'intenzione di parlare con i pubblici ministeri antimafia,e svelare tutto quello che sa,tutta l'esperienza accumulata e gli omicidi da lui commessi in tantissimi anni di manovalanza,prima nel clan di lauro e dopo nel clan degli scissionisti di cui e' stato uno dei fondatori della scissione.Si mormora a secondigliano che comunque Biagio Esposito sia sempre stato effettivamente un confidente,e proprio per la paura calcolata e il rischi di finire ammazzato lo abbiano spinto a collaborare con la magistratura.Comunque cosa lo abbia spinto a collaborare non ha importanza saperlo,basta solo pensare che e' stato uno dei reggenti del clan degli scissionisti,e ne sa davvero tante di cose,e le sta svelando minuziosamente alla magistratura,con lui anche i cognati hanno deciso di collaborare,resta comunque un contributo importante quello che biagino puo dare alle forze dell'ordine,molti elementi che sicuramente spalancheranno le porte del carcere a molte persone,e ne chiudera' altre definitivamente.



mercoledì 29 settembre 2010

Assolti da un omicidio con 120mila euro

Con 120mila euro due
clan di camorra si comprarono
l’immunità e l’assoluzione da un
sicuro ergastolo. I clan Cimmino
del Vomero e i Bidognetti di Casal
di Principe riuscirono a guadagnare
tre clamorose assoluzioni
versando 120mila euro ad un perito,
Alberto Fichera, che “aggiustò”
alcune intercettazioni ambientali
facendo in modo da ottenere per
gli imputati una clamorosa assoluzione.
Il “regista” secondo l’accusa
fu l’avvocato penalista Michele
Santonastaso, che ieri è finito in
carcere, autore della mistificazione
il perito Alberto Fichera che si
avvalso del suo collaboratore Alessandro
Berretta, indagato a piede
libero. I beneficiari furono il defunto
ras del Vomero, Vincenzo Tammaro,
Luigi Cimmino, capo dell’omonimo
clan, da ieri di nuovo in carcere,
e Michele Bidognetti fratello
di Francesco il capo assoluto della
cosca a nome e per conto di Aniello
Bidognetti, figlio di “Cicciotto ‘e
mezzanotte” e imputato nel duplice
omicidio Ruffano-Consiglio, avvenuto
al Vomero il 28 aprile del
1999. Per questa storia già il 14 luglio
del 2009 era finito in carcere il
perito Fichera, ma l’inchiesta era
praticamente top-secret in quanto
dietro c’erano ancora indagini
serrate dei pubblici ministeri che
cercavano riscontri esterni alle dichiarazioni
dei collaboratori di giustizia,
Anna Carrino, Franco Albino
e Bruno Danese, sul coinvolgimento
di altre persone. La Corte
d’Assise di Napoli li aveva assolti
da un duplice omicidio perché il
perito nominato dal presidente
aveva inequivocabilmente stabilito
che la voce di Vincenzo Tammaro,
legato al clan Cimmino del
Vomero, e quella di Aniello Bidognetti,
del clan dei Casalesi, non
era la loro. Tre assoluzioni da un
duplice omicidio (quello di Enrico
Ruffano e Giuseppe Consiglio, del
28 aprile del 1999): per i due esecutori
materiali e per il presunto
mandante, Luigi Cimmino. Ma a
distanza di cinque anni, da quella
che fu definita una clamorosa assoluzione,
si è scoperto che quella
perizia era falsa. Taroccata dal perito
che era stato avvicinato dai
clan coinvolti nel processo che si
erano alleati scatenando una faida
violenta nella zona collinare di Napoli.
Fichera, ingegnere e professore
universitario della facoltà di
Catania, fu il primo a finire in carcere,
arrestato dagli uomini della
Dia di Napoli in collaborazione con
i colleghi siciliani. L’accusa contestata
è di corruzione e falsa perizia
aggravati dall’articolo 7, ovvero
dal metodo mafioso per aver favorito
i clan dei Casalesi e il clan
Cimmino. Poi sono arrivati i pentiti:
Anna Carrino, compagna di
Domenico Bidognetti, Bruno Danese
e Franco Albino, fedelissimi
di Cimmino. Il quadro è diventato
più chiaro. Centomila versati dai
Bidognetti e 20mila dai Cimmino.

La guerra con i Caiazzo, la vendetta ai Camaldoli

La fine degli anni Novanta segnò
anche la fine del supercartello camorristico
del Vomero che un tempo era capeggiato dal
padrino Giovanni Alfano “’o russo”. E se
l’omicidio della povera Silvia Ruotolo, che si
beccò le pallottole destinate al ras Cimmino e
al suo guardaspalle Salvatore Raimondi (che
rimase freddato sul colpo) segnò la scissione
dei Caiazzo-Cimmino dagli Alfano, il duplice
omicidio Consiglio-Ruffano (nella foto il luogo) segnò quella tra gli
ex amici Cimmino e Caiazzo. L’agguato conto i due reggenti del
clan Caiazzo fu portato a termine il 28 aprile del 1999 in via
Orsolona ai Guantai, sulla collina dei Camaldoli. Giuseppe
Consiglio ed Enrico Ruffano, entrambi quarantaduenni, il primo
detenuto in semilibertà, erano in auto quando il commando di
killer, armato fino ai denti, di cui facevano parte anche i casalesi
del clan Bidognetti, vomitò contro di loro una vera e propria
pioggia di fuoco. Un’esecuzione plateale con centinaia di proiettili
esplosi che fece capire subito agli “007” anticamorra che di lì a
poco ci sarebbe stata la clamorosa risposta di Caiazzo, anche
perché uno dei morti era imparentato con il padrino. E la risposta
non si fece attendere molto. il 19 maggio un commando dei
Cimmino ammazzò il boss Vincenzo Montebello, fedelissimo di
Caiazzo, nella centralissima piazza Massini. Rimase ucciso anche il
fruttivendolo Gennaro Testa.

«Così comprammo quel perito»

Una prova importante del
processo per il duplice omicidio Ruffano-
Consiglio era costituita da una
intercettazione all’interno di una
macchina nella quale conversavano
Vincenzo Tammaro e Aniello Bidognetti.
La prima a parlare di come i
clan hanno aggiustato la perizia fu
Anna Carrino, compagna di Domenico
Bidognetti, donna di camorra
adesso pentitasi. Ecco cosa dice. «La
sera dopo il processo mi incontri con
l’avvocato Michele Santonastato e
costui mi disse che corrompendo un
perito era possibile ottenere l’assoluzione
di Bidognetti. Mi disse che
poteva far scomparire la voce di Bidognetti
nel senso che poteva cambiare
il timbro della voce ma ci volevano
100mila euro. Avevo quei soldi
e non potevamo perdere sione. I soldi li avevo nascosti all’interno
di uno scarpone da sci. Misi in
una busta i 100mila euro e li consegnai.
Poco dopo mi dissero che quella
perizia era andata bene». Con queste
parole la Carrino ha tirato in ball’occalo
l’avvocato Santonastaso ed ha fatto
di più, lo ha indicato come il vero
regista dell’operazione. Poi ha continuato
parlando anche di Luigi Cimmino.
«È una persona del Vomero
collegata a mio marito Francesco Biso
dicono 4 anni di processo, un processo complesso, adesso ad uno lo
dobbiamo.. incompr... te l’hanno accollato, io glielo dissi là fuori, il Bidognetti
viene assolto, il Cimmino bellissimo processo e gli dissi al Cristofaro
gli accollate il prosciutto, che avete detto signora? Avete capito bene,
è quello che vi sto dicendo ho capito che il prosciutto lo volete accollare
al Cristofaro, stava Cantelli là. Ma io l’ho sempre detto, te l’ho detto
dal primo giorno che lo vedevo malamente».
Cristofaro: «Va bene ormai è passato».
Moglie: «Mai».
Cristofaro: «Vabbé magari si passano una mano sulla coscienza».
fapos
dognetti e sicuramente anche ad
Aniello Bidognetti. Ricordo che nel
corso di un interrogatorio avvenuto
in carcere nel periodo nel quale il Bidognetti
Aniello era latitante, quindi
tra il 1999 e il 2000, Francesco Bidognetti
mi disse di incontrarmi con
suo figlio Aniello e di dirgli che doveva
incontrarsi con Cimmino del
Vomero. Cicciotto non mi spiegò la
ragione di questo incontro ma in
ogni caso, io a seguito di questo colloquio
mi incontrai con Aniello a casa
di mia sorella Maria Carrino a Villaricca
e gli diedi la predetta imbasciata.
Aniello si prese l’imbasciata
e non fece nessun commento. Solo
in seguito scoprii che Cimmino era
coimputato di Aniello nel processo
“aggiustato” per il duplice omicidio».

«Cristofaro me lo confermò: il capoclan pagò per le bobine»

I riscontri esterni alle indagini della Procura sulla
corruzione al perito sono dati anche dalle dichiarazioni dei
collaboratori di giustizia. Due ex affiliati ai clan del Vomero, Franco
Albino e Bruno Danese, hanno confermato queste tesi alla Dda
partenopea. Albino il 22 aprile del 2008 disse: «Sono stati pagati
20mila euro per aggiustare le bobine delle intercettazioni relative al
procedimento penale per il duplice omicidio Ruffano-Consiglio. Me
lo disse Giuseppe Cristofaro, mi fece lui questa confidenza quando
eravamo detenuti insieme. Quei soldi erano destinati ai periti che
dovevano aggiustare le voci». Bruno Danese invece il 14 aprile del
2008 disse: «Ribadisco quanto già detto negli altri interrogatori in
ordine al duplice omicidio Ruffano-Consiglio vale a dire che io sono
certo che questo duplice omicidio è stato eseguito da Aniello
Bidognetti, Vincenzo Tammaro, Vincenzo Montebello detto
Alessandro, su richiesta di Luigi Cimmino. Ero presente alla
riunione nella quale venne decisa l’azione di fuoco e alla quale
erano presenti Luigi Cimmino, il Tammaro e il Montebello ed altri
del clan Cimmino. Nel corso della riunione il Cimmino assicurò che
avremmo operato insieme ai Casalesi di Aniello Bidognetti e
Giuseppe Cristofaro. Il giorno dell’omicidio di mattina mi chiamò
Cimmino telefonicamente e mi disse di andare lui. Ci incontrammo
presso la sua abitazione a via Conte della Cerra».

Preso l’avvocato dei boss

Lesse in aula, per conto dei suoi clienti boss, un proclama contro lo scrittore Roberto Saviano, la giornalista Rosaria Capacchione e il magistrato Raffaele Cantone che con il loro lavoro stavano dando molto fastidio ai Casalesi. L’avvocato Michele Santonastaso è stato arrestato dalla Dia di Napoli e con lui sono finiti in manette Michele Bidognetti, fratello del boss Francesco, e il capoclan del quartiere Vomero, Luigi Cimmino. Sono complessivamente dieci le persone indagate. Tra loro ci sono anche due periti fonici, Alessandro Berretta e Alberto Fichera, che secondo l’accusa predisposero una falsa relazione facendo ottenere l’assoluzione di tre killer dei Cimmino e dei Bidognetti, imputati per un duplice omicidio in cambio di 120mila euro. Secondo i pentiti il regista dell’operazione fu il penalista finito ieri in galera.

giovedì 16 settembre 2010

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martedì 14 settembre 2010

Slogan che inneggiano alla scissione

Facebook e' senza ombra di dubbio il social network piu' famoso in assoluto,conta milioni di utenti in tutto il mondo che amano questo nuovo modo di comunicare.C'e' chi lo usa per pubblicare foto,che per restare in contatto con amici e parenti che vivono all'estero,oppure chi ama pubblicare link e altro.Ma non tutti lo usano per scopi affettivi.Girovagando su facebook mi sono imbattuto in molti gruppi creati appositamente per inneggiare la violenza o qualche personaggio mafioso.I parenti di Costanzo Apice ad esempio hanno creato un gruppo che chiede la immediata scarcerazione per il killer del video shock della sanita'.Altri per lodare il boss dei boss della camorra Raffaele Cutolo.Io mi sono invece imbattuto in un gruppo che solo dal nome che porta fa capire la portata e l'ignoranza di chi lo ha fondato,la scissione,un vago culto della personalita' che esprime solidarieta' per i capi e gregari reclusi,inni che lodano gli omicidi e le gesta della costola che si e' scissa dal clan di lauro.Addirittura hanno creato uno slogan,(TENG NA PASSION VAC PAZZ PA SCISSION)il gruppo attualmente ha molti iscritti,e molti post che lasciano senza parole.Rimane tanta amarezza di fronte a tanta ignoranza e tanta faccia tosta,ma resta il fatto che le istituzioni le forze dell'ordine ci sono,eccome se ci sono,in un solo bliz hanno distrutto cio' che restava del clan di lauro durante la faida,poi con professionalita' e tenacia si sono focalizzati sul clan degli scissionisti che in due mega bliz ha decapitato la cosca.Ora rimane un clan allo sbando,tutti i suoi capi stanno in galera e dalle prove raccolte dagli investigatori la maggior parte ci rimarra' per il resto della loro vita.Un clan che tutt'ora resiste ma che non ha piu' il consenso che lo ha tenuto in piedi per questi cinque anni,gli obiettivi degli investigatori comunque sono tanti e continuano senza sosta.Le porte del carcere comunque si sono chiuse definitivamente per Cesare Pagano,Vincenzo Pagano,Elio Pagano,Carmine Pagano,Raffaele Amato,Gennaro Marino,Guido Abbinante,Raffaele Abbinante,un capitolo da parte per i latitanti e per gli indagati che inevitabilmente sono destinati anche loro alla carcerazione perpetua.

lunedì 13 settembre 2010

Vita morte e miracoli dell boss dell'alleanza di secondigliano...


A poco piu' di vent'anni era uno degli allievi piu' promettenti del boss LUIGI GIULIANO,il re di forcella;a quasi 30 si era conquistato i galloni da capoclan e il rispetto di un pezzo da novanta come CARMINE ALFIERI;intorno ai 40 era il capoclan della camorra napoletana.La capacita' di bruciare le tappe e' stata una costante nella vita di GENNARO LICCIARDI,boss cresciuto nel quartiere di secondigliano;ma purtroppo per lui e' stato veloce anche nella bipartita.Quando e' morto,nel 1994 aveva solo 38 anni ed era all'apice di una carriera che dopo l'esordio da rapinatore di periferia lo aveva visto scalare la piramide malavitosa fino ad arrivare ai vertici.Prima che lo stroncasse una setticemia provocata dai postumi di un intervento chrurgico per una banale ernia obelicale,licciardi era il numero uno dell'alleanza di secondigliano,un cartello che stava spandendo la sua influenza in molti quartieri di NAPOLI citta' e in gran parte della periferia.A rendere l'idea dell'importanza del personaggio basti pensare che era l'unico autorizzato a trattare alla pari con alfieri,nei confronti della quale non provava la minima sudditanza psicologica.Gli amici lo chiamano a' scigna perche' come portafortuna ha un ciondolo sul quale e' raffigurata una scimmia.All'inizio la sorte non sembra riservargli tanta fortuna,a vent'anni va in carcere per la prima volta dopo aver commesso un furto e quando esce continua nelle rapine e nei furti fino a quando non approda alla corte di LUIGI GIULIANO o' re di forcella,e' solo un gregario come gli altri anzi lovegino quelli di secondigliano li considera solo dei cafoni e licciardi tale viene considerato.Fino al momento in cui RAFFAELE CUTOLO non scende in guerra contro tutte le famiglie camorristiche del centro storico che non vogliono entrare a far parte della sua nuova camorra.'I giuliano di forcella scendono in guerra contro il professore,e a' scigna si segnala come uno dei piu' spietati e organizzati killer della famiglia giuliano,arriva il rispetto.Ma la vera stima per tutto il fronte anticutoliano gli arriva nel febbraio del 1982,a'scigna si salva miracolosamente da un'imboscta che gli uomini di cutolo gli tendono a lui e ad altri due affiliati della n.f.L'aggressione avviene nelle camere di sicurezza del tribunale di castelcapuano,quando i detenuti sono in attesa dell'inizio delle udienze.Stranamente i seguaci del professore sono in possesso di coltelli,alcuni nascosti persino nell'ano,e dispongono anche di una pistola con la quale viene ucciso ANTONIO GIACCIO detto o'scialo'.A coltellate vengono invece feriti licciardi e GENNARO LIMATOLA detto zuppetiello.La vicenda fa esplodere uno scandalo sui controlli ai carcerati,ma cambia il percorso criminale di a' scigna:diventa popolare e rispettato da tutto l'ambiente perche' e' sopravvissuto a una imboscata difendendosi a mani nude contro assassini armati di pistole e coltelli,mostrando un eccezionale coraggio.All'epoca ha solo 26 anni ma e' gia' un capo temuto e rispettato.E a riconoscerlo come un interlocutore di tutto rispetto e' don CARMINE ALFIERI,detto 'o'ntufato a sua volta proiettato ai vertici della nuova famiglia mentre sta maturando la schiacciante vittoria contro l'esercito del professore.Licciardi e Alfieri s'incontrano all'indomani di una delle tante scarcerazioni di GENNARO LICCIARDI e' quando sono passati pochi anni dall'aggressione a castelcapuano.Il summit non e' per niente casuale,il capoclan di piazzolla di nola,infatti e' ansioso per capire qual e' l'atteggiamento del ras di secondigliano ora che cutolo sta finendo fuori gioco.O'ntufato insomma vuole essere certo che dopo aver messo ko il professore a nessuno venga in mente di infilarsi in un'altra guerra.A fare da tramite tra i due e' ENZUCCIO MOCCIA,amico di licciardi e luogotenente del numero uno della n.f. sui contenuti dell'incontro,alfieri dira'(Moccia concordo' un incontro con il licciardi e io andai a fargli visita a casa sua.All'epoca non ero ricercato,lui invece era uscito da poco dal carcere,e siccome si trattava di una visita organizzata per manifestargli la solidarieta' del nostro gruppo per quello che aveva subito a castelcapuano,mi sembro' nel rispetto andare io da lui e non viceversa.Non ricordo nei particolari il contenuto della nostra discussione,ma fummo daccordo nel sostenere che cutolo in quel momento era il nostro principale e comune nemico e che in caso di reciproco bisogno ognuno avrebbe portato all'altro l'aiuto necessario.Poi non ci siamo piu' rivisti,almeno fino al 1988-1989.
Nonostante le buone premesse,i rapporti tra i due si guastano perche' nel frattempo licciardi ha stretto un'alleanza di ferro con i fratelli mallardo di giugliano,i quali a loro volta sono legati a nuvoletta,nemici giurati della nuova famiglia.Con un giro di amicizie del genere licciardi agli occhi di alfieri non e' piu' affidabile.La diffidenza aumenta al punto che alfieri propone di uccidere licciardi,anche se non tutti i suoi luogotenenti sono daccordo:temono che l'omicidio di un padrino delcalibro di a'scigna possa far scoppiare un'altra sanguinosa guerra.Ma alfieri e' piu' che convinto di eliminare a scigna,e prova a spiegare ai suoi uomini che un eventuale alleanza tra i nuvoletta e a'scigna possa creare danni incalcolabili alla nuova famiglia.Sulla base di questo pensiero incombente alfieri chiede a LUIGI MOCCIA di portare licciardi con una scusa nella sua masseria a piazzolla di nola per poi assassinarlo.Ma moccia si rifiuta di partecipare alla trappola,spiegando prima che deve consultarsi con il fratello detenuto VINCENZO MOCCIA,ma le consultazioni vanno per le lunghe e creano malumore nella nuova famiglia.Per evitare decisioni impopolari e scongiurare una crisi con i fratelli moccia,alfieri decidera' di soprassedere.Evitata inconsapevolmente la condanna a morte,l'ex scugnizzo di
secondigliano pero' non riesce a sfuggire alle tante inchieste delle forze dell'ordine.Gli inquirenti raccolgono pero'prove consistenti sui numerosi traffici illeciti di cui GENNARO LICCIARDI e' il capo,rapine,estorsioni,traffico di armi e di stupefacenti,e merce contraffatta dove i suoi scagnozzi sono pronti ad importare in diverse zone del mondo.Prima che possa finire in manette pero' se la squaglia utilizzando insoliti nascondigli.Una volta gli agenti della squadra mobile di NAPOLI lo arrestano mentre arringa una trentina di affiliati riuniti nel circolo madonna dell'arco-volto santo del rione san gaetano.Pur essendo un luogo all'apparenza destinato a devoti e fedeli,il locale e' dotato di porte blindate e di uscite che portano su diverse stradine solitarie.Piu' che un ritrovo per uomini di chiesa,il ritrovo sembra un locale destinato per summit della camorra.Quando dopo alcuni mesi ritorna libero per un clavillo giudiziari a casa vanno ad omaggiarlo uomini importanti della malavita napoletana,a partire dai suoi alleati EDUARDO CONTINI e FRANCESCO MALLARDO di giugliano.Negli anni successivi diventa il boss piu' potente di NAPOLI grazie soprattutto al narcotraffico,e per poco non diventa il numero uno di una supercupola della criminalita' organizzata della campania.Nel 1988 con la scomparsa di ANTONIO BARDELLINO il boss dei casalesi,la camorra perde un personaggio che con il suo carisma la sua tempra aveva tenuti ben saldi gli equilibri delle varie organizzazioni che sconfitto cutolo volevano porsi uno sopral'altro.Tra i boss e' diffusa una certa preoccupazione perche' l'assenza di un uomo in grado di assicurare l'equa spartizione dei territori e degli affari provocherebbe una guerra che danneggierebbe tutta la camorra campana.Cosi' si decide di creare una cupola con una struttura mutandola dal modello organizzativo di cosa nostra:a gestire i traffici fuorilegge e ad assicurare a tutte le famiglie campane il rispetto delle regole,guidata dai gruppi piu' rappresentativi della camorra inizi anni 90,il boss primo su tutti doveva essere GENNARO LICCIARDI per le cosche delle citta',CARMINE ALFIERI per la nuova famiglia,e il tandem FRANCESCO SCHIAVONE-FRANCESCO BIDOGNETTI per i casalesi.Il progetto pero' non si concretizza,i camorristi non sono come i mafiosi ed e' piuttosto avvertita la sensazione che molti altri clan tenuti fuori dall'organismo non accettino l'idea di dover rispondere ad un nucleo ristretti di boss perche' autorevoli e importanti.Accantonato il proposito di ispirarsi alla mafia siciliana,a' scigna si concentra sulla gestione della sua cosca,nella quale vengono arruolati ragazzi non sempre affidabili.Il limite piu' grosso e' proprio l'impiego di tossicodipendenti che vengono affiliati con il ruolo da killer,gli fanno ammazzare qualcuno e a loro volta vengono fatti scomparire,per evitare che in un momento di debolezza possano collaborare con la giustizia.Quanto alle tangenti ,le entrate piu' sostanziose vengono dal consorzio pro.cal che fornisce alla famiglia licciardi una estorsione sul cemento di 2mila lire al metro cubo trattato.Il pro.cal e' un consorzio gestito da tutti i clan della campania,e tutti sono obbligati nelle loro zone di influenza ad non aumentare l'estorsione delle 2mila lire al metro,ma a'scigna e' cosi' spavaldo e sicuro di se che porta l'estorsione dalle 2mila lire alle 5 mila lire,mettendo a repentaglio la pax mafiosa che regna in campania,
lo invitano a ragionare parecchi clan di napoli e provincia,ma a'scigna non vuole sentir ragioni,e spalleggiato dal suo fido EDUARDO CONTINI incomincia ad usare il tritolo e altri metodi mafiosi tra cui l'omicidio contro gli imprendirori e altri clan.Licciardi capisce che secondigliano e' un quartiere troppo piccolo per le sue ambizioni,e allarga i suoi affari su alcuni quartieri di NAPOLI citta' e della provincia,tra cui afragola paese dei moccia,di VINCENZO MOCCIA,licciardi si intromette in alcune estorsioni gia' portate avanti dai moccia e per poco non si scatena un nuovo conflitto,l'amicizia e il rispetto dei due boss evita il peggio,e ognuno rimane nella sua zona di influenza.Anche se licciardi ha lasciato perdere la sua mira espansionistica su altre zone della provincia non vuol sentire ragioni su tutta napoli citta',il boss e' pronto a prendersela tutta,consapevole delle guerre di camorra che questa sua sete di potereportera'.Licciardi dimostra di non essere un pazzo megalomane,ma uno straordinario stratega,utilizzando rapporti amicali e di parentela,promuove e organizza una federazione di clan in grado di prendersi una buona fetta del territorio di Napoli citta'.E' il sogno che si realizza,il progetto della sua vita,secondigliano deve comandare in tutti i quartieri di napoli,e chi non e' daccordo viene fatto sparire o buttato in fondo al mare.Crea cosi' l'alleanza di secondigliano,dove i primi ad aderire a questo cartello sono i fratelli FRANCESCO e GIUSEPPE MALLARDO di giugliano,e il fido EDUARDO CONTINI che controlla con la sua organizzazione la zona del vasto san giovanniello e il rione amicizia.L'alleanza di secondigliano ha una potenta militare ed economica che altri boss o altri clan nemmeno immagginano,e ne fanno le spese chi per primo non e' daccordo a cedere una fetta del suo territorio alla sanguinosa alleanza che sta marciando come attila,dove passa rimane macerie e distruzioni.In questa organizzazione entrano man mano a farne parte altri gruppi criminali di secondigliano,tra cui le famiglie di GAETANO BOCCHETTI,i fratelli LO RUSSO i famigerati capitoni,COSTANTINO SARNO l'emineza grigia di tutta la malavita di secondigliano,gli unici che non vogliono sapere di allearsi sono quelli di miezz all'arc una piccola organizzazione gestita dal boss del narcotraffico PAOLO DI LAURO,che per alcuni anni ha gestito l'affare droga anche per conto della famiglia licciardi.Nel frattempo l'alleanza di secondigliano entra in conflitto con i clan di GIUSEPPE MISSO della sanita',una guerra costellata dai tanti colpi di scena e dall'odio che si potrae a tutt'ora.Il clan misso ne esce frantumato,l'alleanza mira al controllo assoluto del rione sanita',e allea tra le sue fila le famiglie GUIDA-VASTARELLA-TOLOMELLI-che abitando alla sanita' commettono omicidi eccellenti per governare sotto il controllo dei secondiglianesi.Il boss PEPPE MISSO nel frattempo viene arrestao,comincia cosi' una recrudescenza di terrore contro la sua famiglia che non conosce sosta,gli vengono massacrati amici e parenti,e l'ultima in ordine di tempo e' la strage dell'autostrada,dove i secondiglianesi massacrano ALFONSO GALEOTA la moglie dello stesso boss misso ASSUNTA SARNO,vengono feriti in maniera grave GIULIO PIROZZI e la moglie di quest'ultimo.E' la vittoria dell'alleanza che caccia via dal quartiere sanita' tutti i parenti del boss misso e dei suoi affiliati.Ecco l'agguato nei particolari.Era il 14 marzo 1994,ASSUNTA SARNO moglie del boss della sanita' GIUSEPPE MISSO,insieme ad ALFONSO GALEOTA ed il loro gregario GIULIO PIROZZI e la moglie di quest'ultimo stavano rientrando dal colloquio avuto nel carcere di firenze con misso,ci mancava ormai poco per arrivare a casa, a pochi chilometri si trovava lo svincolo autostradale che taglia afragola acerra napoli.Discutevano animatamente per lo scontro verbale avvenuto all'uscita del carcera tra ASSUNTA SARNO appunto e la sorella del boss della cupola di secondigliano GENNARO LICCIRDI,una forte rivalita' possedeva le due donne per la posizione di potere che a quei tempi ricoprivano i rispettivi mariti.ASSUNTA SARNO rinfacciava a MARIA LICCIARDI che il potere del fratello finiva di li a poco gusto il tempo che il marito mettesse piede fuori dal carcere e avrebbe messo "A SCIGNA in gabbia,cosa che mando' su tutte le furie a piccerella che evidentemente avviso' qualcuno dello scontro.La ford fiesta dove i 4 viaggiavano riusci' solo ad avvicinarsi allo svincolo per napoli,che due macchine incominciarono a tamponarla costringendo a frenare la corsa,ne uscirono una decina di uomini che armati di mitra fucili e pistole incominciarono a vomitare piombo sui quattro.ASSUNTA SARNO ed ALFONSO GALEOTA morirono quasi subito,mantre GIULIO PIROZZI e la moglie si finsero morti e scamparono alla morte anche se seriamente feriti.Molti sono stati i collaboratori di giustizia che hanno contribuito a risolvere in parte l'enigma,chi erano e mandanti e gli esecutori materiali?si e' sempre saputo che a volere la morte della donna fu' la cupola di secondigliano,ma non si era mai arrivati per certo a capire chi esattamente visto che i collaboratori una volta indicavano EDUARDO CONTINI come mandante un'altra GENNARO LICCIARDI chi invece indicava i MALLARDO di giugliano,ma grazie alle dichiarazioni rese sia dal neo collaborante come lo chiamano i giudici PEPPE MISSO che altri si e' giunto a indicare nomi sie degli esecutori materiali sia dei mandanti.Le ultime dichiarazioni rese da GIUSEPPE MISSO ricalcano proprio i tempi in cui avveni' la strage,secondo le sue dichiarazioni la strage fu voluta da GENNARO LICCIARDI EDUARD CONTINI e i fratelli MALLARDO tutti decisi a cacciare con quella strage i misso dalla sanita' per favorire i TOLOMELLI VASTARELLA loro alleati e da anni in lotta con i misso.Gli esecutori materiali furono VINCENZO LICCIARDI GIOVANNI CESARANO PAOLO ABBATIELLO PAOLO DI MAURO COSTANTINO SARNO,queste circostanze secondo il pentito gli furono raccontate proprio dal boss di miano COSTANTINO SARNO quando questi era in rottura con l'alleanza,erano entrambi detenuti a sollicciano e qui' divennero da nemici ad amici,tanto che sarno consiglio' anche a misso una volta uscito di prigione su come doveva muoversi per fare la guerra contro la cupola che ultimamente anche a lui non andava giu' visto che gli avevano massacrato molti amici per non aver aderito alle proposte della cupola di uccidere il loro ras.Ma sono anche altre le famiglie che pagano un prezzo altissimo per aver detto no all'alleanza di secondigliano.In ordine di tempo sono i fratelli DI BIASI dei quartieri spagnoli,i secondiglianesi ucciderrano quasi tutti i faiano per farsi largo nei quartieri spagnoli.Un capitolo da parte e' la guerra di camorra tra l'alleanza di secondigliano e le famiglie dei MAZZARELLA-SARNO che anche se colpiti duramente si batteranno fino all'ultimo per non cedere nemmeno un centimetro del loro territorio.Rimane comunque la diffidenza nei confronti di PAOLO DI LAURO detto ciruzzo o'milionar,dopo le tante guerre per conquistare nuovi spazi l'alleanza non digerisce il fatto di avere in casa su un clan che agisce autonomamente,e senza chiedere o dare spiegazioni su niente,o'milionar sta conquistando man mano nuovi spazi e sta macinando miliardi a palate con il narcotraffico.Ma per il momento l'alleanza sta a guardare senza muovere un dito contro o milionar,evidentemente vuole studiare l'egemonia del clan prima di attaccarlo,senza contare che se cio' fosse successo la forza militare e la spietatezza dei di lauro avrebbe schiacciato i licciardi.Per l'alleanza tutto va a gonfie vele fino a quando non si pente PASQUALE FRAJESE,detto linuccio e' secondigliano,un killer con alle spalle una lunga militanza nl clan alleato dei licciardi dei quartieri spagnoli comandati da CIRO MARIANO,che usavano propri frajese per gli agguati piu' importanti visto ce non era della zona e nessuno lo conosceva se non pochi intimi della cosca.Frajese parla e parla anche di GENNARO LICCIARDI,offrendo agli inquirenti nuovi e inediti scenari utilissimi a costruire il profilo criminale del nuovo boss della camorra napoletana.Nel dicembre del 1991 il boss riesce a sfuggire per un pelo all'arresto,i carabinieri fanno irruzione in un appartamento sito in via golia,alla masseria cardone,intestato alla moglie PATRIZIA ESPOSITO,il latitante nonc'e' ma dietro il vano doccia i militari scoprono una porticina coperta da mattonelle con apertura comandata a distanza che consente l'accesso a una stanza dotato di sistema di aereazione e in grado di ospitare due persone.Il camorrista riesce a farla franca fino alla mattina del 23 marzo del 1992.Quel giorno polizia e carabinieri sanno che il boss deve incontrarsi nelle campagne di giugliano con il boss alleato FRANCESCO MALLARDO,la zona e' presidiata.Ci sono posti di blocco ovunque ma i due padrini hanno sottovalutato l'impegno delle forze dell'ordine che sono ora come mai decisi ad arrestare i due boss.Il primo a finire in manette e' FRANCESCO MALLARDO,ammanettato in una mansarda del parco in costruzione nuovo mondo,in via campo annone.Il boss latitante anche lui da due anni si consegna senza opporre resistenza davanti alla moglie ANNA AIETA che inpreca contro le forze dell'ordine.Qualche ora dopo ad arrendersi e' a'scigna fermato ad un posto di blocco,con tutte le prove che gli inquirenti hanno raccolto,per lui c'e' il rischio concreto di trascorrere in carcere il resto della sua vita.E' mentre viene confinato al 41bis nel carcere romano di rebibbia i magistrati si danno da fare sequestrandolo ville,appartamenti,interi edifici,cont correnti per un valore di oltre 80 miliardi.Con i riscontri acquisiti,corroborati dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia licciardi va incontro a condanne certe.Ma i giudici non riusciranno mai a processarlo per tutti i reati per cui si e' macchiato.Agli inizi del 1994 lascia il carcere di rebibbia per essere trasferito in quello di voghera,sempre ristretto al 41bis.A meta' luglio si sottopone a un'operazione chirurgica,niente di particolarmente grave,solo un ernia ombelicale.Ma la notte del 2 agosto si sente male e viene trasportato di urgenza in ospedale;pochi minuti dopo il ricovero muore per una setticemia.Laddove hanno fallito gli avversari c'e' riuscita una infezione,il camorrista che ben presto sarebbe diventato il numero uno della criminalita' organizzata in campania,anche perche' nel frattempo CARMINE ALFIERI si e' pentito,esce di scena a soli 38 anni e all'apice della sua ascesa.La scomparsa scatena una ridda di voci,si sospetta la mano maligna di qualche nemico,o un errore dei medici che lo tenevano in cura.Ma l'inchiesta condotta dal sostituto procuratore della repubblica di voghera,FRANCESCO DE SOCIO,stabilira' che a stroncarlo e' stato uno choc settico,cioe' un'infezione.Due giorni dopo il 4 agosto,intorno alle 21 il carro funebre che trasporta la salma di GENNARO LICCIARDI,varca il cimitero di poggioreale,scortato degli agenti della squadra mobile.Ad assistere alla tumulazione sono i familiari piu' stretti,ai quali giungono centinaia e centinaia di corone di fiori,tutte anonime.Il fondatore dell'alleanza di secondigliano non c'e' piu',l'uomo che aveva obbligato i suoi uomini piu' vanitosi che se proprio ci tenevano a portare qualche pezzetto d'oro dovevano avere solo la fede di matrimonio,nient'altro,non voleva pubblicita' il boss dei boss che per amore di secondigliano come affermano i suoi parenti la fatta conoscere a tutta napoli.

sabato 11 settembre 2010

Napoli, pizzo per i clan a Natale e Pasqua tra gli esattori il killer del video-choc

Quattro ordinanze di custodia in carcere sono state eseguite oggi dalla squadra mobile di Napoli nei confronti di presunti esponenti del clan Bocchetti, attivo a San Pietro a Patierno, alla periferia nord di Napoli.

L'accusa contestata è di estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni del titolare di un'azienda di prodotti chimici. Tra i destinatari dei provvedimenti, emessi su richiesta del pm della Dda Enrica Parascandolo, figura anche Costanzo Apice, 29 anni, già detenuto per l'omicidio di Mariano Bacio Terracino avvenuto l'11 maggio 2009 al rione Sanità (le sequenze del delitto furono registrate dalla videocamera collocata all'esterno di un bar).

Gli altri arrestati sono Vincenzo Caiazzo, 31 anni, anch'egli già detenuto, Gianluca Musella, 27 e Giuseppe trombetta, 31 anni.

Secondo l'accusa, gli indagati avrebbero imposto al titolare dell'azienda tangenti per complessivi 20mila euro versate tra aprile 2009 e giugno scorso, con «scadenze», dopo la prima rata di 12mila, a Natale, Pasqua e Ferragosto.

venerdì 10 settembre 2010

Riaperto il caso nemolato...

Riaperto il caso di Fortuna Nemolato (nella foto), la 16enne di Barra (figlia di un boss della camorra ammazzato nel 1990), strangolata nella casa in cui viveva con il fidanzato il 3 febbraio del 1996. Salvatore Reale, convivente della ragazza, arrestato e condannato a 18 anni per quel delitto, è stato scarcerato perché non fu lui a togliere la vita alla sua compagna. Dopo quasi 15 anni, gli inquirenti ora sono sulle tracce dei veri colpevoli dell’omicidio: un boss della camorra morto di recente per malattia e un parente della vittima. A mettere gli “007” sulle tracce dei veri responsabili potrebbero essere state le dichiarazioni della madre di Fortuna, che in un primo momento accusò Reale ma poi si ricredette.

Il ras Mariano torna ai Quartieri Spagnoli

Dopo alcuni mesi trascorsi volontariamente in un’abitazione di provincia,
una settimana fa circa il ras Marco Mariano è tornato ad abitare sui
Quartieri Spagnoli. Un rientro alla zona d’origine che non è passato inosservato
per la caratura del personaggio e perché è avvenuto in concomitanza
con la fine delle ferie per la maggior parte degli abitanti. Oltretutto,
in un periodo di calma negli ambienti malavitosi; con la conseguenza
che nessuno ha paura a girare per i vicoli a ridosso di via Toledo
e del corso Vittorio Emanuele e quindi tutti vedono tutti. Ben altro
clima c’era quando “Marcuccio” fu scarcerato, due anni fa, dopo 20 anni
di detenzione quasi ininterrotta. Allora c’erano i Ricci-Sarno a “comandare”,
ora non più.
Marco Mariano è tornato libero dopo meno di un anno di Casa di Lavoro.
Il comportamento irreprensibile tenuto gli ha aperto in anticipo, a
maggio scorso, le porte della struttura in cui era stato rinchiuso in quanto
ritenuto nel 2009 ancora socialmente pericoloso. Le esigenze poi sono
venute meno. Già in primavera il ras dei Quartieri Spagnoli (senza
alcuna pendenza giudiziaria, va sottolineato) aveva iniziato a usufruire
dei permessi-premio: licenze che i tribunali di Sorveglianza concedono
proprio a chi è in vista del traguardo della libertà. Già due volte dall’inizio
del 2010 il “Picuozzo” (fratello minore di Salvatore e Ciro) aveva temporaneamente
lasciato la struttura semicarceraria in cui si trovava per
tornare a Napoli. Ma aveva preferito risiedere in un’abitazione in provincia
piuttosto che nella storica abitazione “quartierana”. Ora il ritorno
in città.
Prima dell’ultimo arresto per l’espiazione della Casa di Lavoro Marco
Mariano era stato assolto da una grave accusa. Era il 7 luglio 2009 quando
gli fu notificata la misura di sicurezza per un anno, accompagnata
da un successivo periodo di libertà vigilata. Per tre giorni non era stato
rintracciato, poi fu sorpreso nel primo pomeriggio in un centro abbronzante
in viale Kennedy. Lo accompagnavano in 5, tutti già noti alle forze
dell’ordine ma uno solo pregiudicato: 4 familiari (due cugini e altrettanti
nipoti, figli di un imprenditore) e un estraneo. Ai poliziotti della
Mobile l’allora 53enne non oppose resistenza, avendo capito subito che
si trattava di uomini della Stato. Gli altri, condotti agli uffici della questura,
furono identificati e lasciati andare: non avevano commesso alcun
reato.
Dei Mariano si è scritto molto nell’ultimo anno a proposito della guerra
di camorra con i Ricci, culminata secondo inquirenti e investigatori nella
sparatoria di Montesanto costata la vita al 33enne Petru Birladeanu.
Ora però da tempo sui Quartieri Spagnoli è scoppiata la pace, anche per
la scomparsa dalla circolazione degli affiliati al clan Sarno di Ponticelli,
alleati dei “Fraulella”. Le scorribande sono terminate, così come i colpi
di proiettili in aria o contro le abitazioni dei nemici di camorra.

“Costanzo libero”, un gruppo su Facebook

Su Facebook, il social network più famoso del mondo, si può tutto. Si
possono inneggiare ai boss della camorra, Paolo Di Lauro, Raffaele Cutolo,
Vincenzo Licciardi, o anche offrire solidarietà ad un indagato per
omicidio, augurandosi una immediata liberazione. E se quell’indagato
è Costanzo Apice, sotto accusa per il delitto di Mariano Bacioterracino,
il cui nome ha fatto suo malgrado il giro del mondo per un video choc che
gira anche su Youtube, allora l’attenzione è maggiore, così come lo stupore.
Sono ventuno le persone che hanno aderito a questo gruppo che
ha un nome eloquente quanto chiaro: “x (per) tutti quelli che voglio (no)
libero Costanzo Apice...”. Nella descrizione del gruppo c’è scritto: “Un
bacione e un presto ritorno
a casa”. Ci sono
amici e parenti del giovane
ritratto nel profilo
con una foto scattata
dalla polizia durante
il sopralluogo nei pressi
del bar dei Vergini
dove ci fu l’omicidio di Mariano Bacioterracino. Un foto un po’ sgranata
dove si vede il volto di Apice un po’ spaesato ripreso da telecamere
della Scientifica e da quelle delle televisioni private. Un cappellino azzurro,
come quello che indossava il killer del video (che su Youtube lo si trova
inserendo la chiave “omicidio alla Sanità”). In quell’occasione Apice fu
portato su richiesta del pubblico ministero della Dda Sergio Amato sul
luogo del delitto per una superperizia antropometrica e un confronto tra
l’immegine del video e la sua. Quelli su Facebook sono messaggi di persone
che si augurano che presto possa tornare libero: “Tutti quelli che
voglio (no) libero Costanzo Apice, la perizia salava Apice, non c’è somiglianza.
Ti amo vita un presto ritorno a casa”, scrive una donna. O ancora:
“Cos.. (diminutivo di Costanzo, ndr) ti voglio un mondo di bene e
ti penso sempre”, scrive un altra ragazza. E c’è anche il post (il messaggio
lasciato sulla bacheca di Facebook) di un bambino, probabilmente
suo parente perché porta il suo stesso cognome, il quale scrive:
“Ti voglio bene da morire, ti amooooo”.
Eppure il momento della verità
per Costanzo Apice potrebbe
arrivare molto presto, ovvero all’udienza
preliminare che sarà fissata
probabilmente entro la fine di
questo mese. Il giovane, assistito
dagli avvocati Claudio Davino e Michele
Caiafa, tenterà di difendersi
dall’accusa di essere l’assassino di
Mariano Bacioterracino. La Dda
non ha dubbi: è Apice il killer con
il berretto. Una assassino spietato
che ha colpito due volte ammazzando
un rapinatore specializzato negli assalti ai tir. La Procura dunque
non ha dubbi nonostante la perizia sul video dell’omicidio che ancora
lascia aperta una strada. Su una scala da uno a cinque il riconoscimento
è due. La scientifica era entrata in azione come aveva chiesto il pm
Sergio Amato ed aveva, con riprese video molto sofisticate, ripercorso
quei momenti immortalati dalla telecamera di sorveglianza della tabaccheria
della Sanità.
Gli agenti avevano ripreso Apice in tutte le posizioni del killer, lo avevano
vestito come lui e gli avevano fatto indossare anche il cappello. Lo hanno
fatto per comparare i tratti somatici di Apice con quelli del killer immortalato
nelle immagine. Poi il deposito della superperizia. Parzialmente
compatibile: ci sono dei tratti che corrispondono e altri che invece non
possono essere assimilati.

mercoledì 8 settembre 2010

Abuso e sopruso nelle carceri

 (Per tutti i politici e i garantisti italiani,prima di chiedere la grazia per una donna straniera condannata a morte,guardate bene queste foto e riflettete sui tanti detenuti italianiche ogni giorno lasciate morire in modo indegno,vergognatevi,Stefano Cucchi e' l'esempio vivente..
La notizia della condanna ha morte della detenuta iraniana sakenh accusata di adulterio e di complicita' nella morte del marito ha fatto il giro del mondo.Alla donna era stata inflitta la condanna ha morte per lapidazione,il figlio aveva rivolto al mondo intero un accorato appello per salvare la vita alla mamma.I governi europei e di altre nazioni si sono mobilitati con tutti i mezzi necessari per salvare la vita ha questa sventurata,fra i tanti governi che hanno trattato per la sospensione della pena di morte,in prima linea c'e' stata l'italia.Ora mi domando,con quale sfacciatagine e con quale coraggio il governo italiano implora l'iran per salvare la vita di questa donna?quando in italia ogni anno si lasciano morire per suicidi maltattamenti ecc. decine di detenuti?perche' dobbiamo essere rappresentati da un governo fantoccio senza dignita' e senza un minimo di condegno?.Dimentichiamo la storia di Stefano Cucchi?il giovane romano arrestato per pochi grammi di droga,arrestato e percosso fino alla morte?e tutti i detenuti che ogni giorno ogni mese vivono vessazioni i ogni genere,suicidi percosse e tante altre porcherie?perche' guardare altre nazioni e mobilitarsi per una donna straniera quando ogni anno si lasciano morire decine di persone italiane?.L'italia e' l'unica nazione al mondo che nel suo codice di procedura penale condanna per 416bis,e il carcere duro,il cosiddetto 41bis che annulla la volonta' dei detenuti e con lungo andare toglie dignita' e memoria,e tutti i suicidi che succedono?il problema del sovraffollamento,tutte poblematiche che vengono ignorate sia dal governo che dai media oltre che dai potenti che dovrebbero vigilare sul diritto alla salute e alla pena educativa.Solo la settimana scorsa nel carcere di poggioreale si e' lasciato morire Luigi Scotti detto o' gheddaf detenuto di scampia morto subito dopo il colloquio con i familiari in circostanze molto dubitative e strane.Dobbiamo aspettare il governo iraniano che manda un accorato appello all'italia affinche' i nostri detenuti vengono trattati in modo dignitoso e umano?perche' mettere becco in casa altrui trascurando le immense problematiche che affliggono le carceri italiane?maledetto il consumo e abuso sulla pelle dei tanti disperati diseredati,la nostra costituzione recita che la legge e' uguale per tutti,allora perche' il senatore MARCELLO DELL'UTRI condannato per mafia ha 7 anni di carcere ancora non ha messo piede non dico in un carcere ma almeno in una camera di sicurezza?Finisco questo post con rammarico e con una frase dubbia napoletana(uardammc e corn nostr primm e uarda' e corn e l'at).

venerdì 3 settembre 2010

«Ho paura dei Giuliano, comandano loro»

«Quando sono stato portato in carcere mi hanno trasferito a Rebibbia
dove sono detenuti i Giuliano che continuano a comandare tranquillamente.
Ho avuto paura perché ho saputo che volevano ammazzarmi
e tendermi un agguato». È questa l’accusa che Giuseppe Misso
“’o chiatto” lancia nella sua lettera agli ex boss di Forcella anche loro
diventati tutti collaboratori di giustizia e fa riferimento in particolare
ad un episodio che ha coinvolto lo zio omonimo detto “’o nasone”, aggredito
da Raffaele Giuliano nell’ora d’aria. Una brutta storia che si è
conclusa con una serie di querela. I due collaboratori di giustizia si incrociarono
al carcere di Rebibbia dove erano entrambi detenuti nel
reparto dove sono protetti i collaboratori di giustizia che stanno scontando
le pene residue. Secondo quando ricostruito fu proprio Raffaele
Giuliano ad aver avvicinato Misso ed averlo aggredito una prima
volta e poi una seconda volta. Una aggressione avvenuta con violenza
e senza una motivazione ben precisa ma probabilmente per vecchi
rancori covati all'interno per anni. L'unica occasione per rivedersi era
propria quella. Che Giuseppe Misso “’o nasone” diventasse un collaboratore
di giustizia. Una ipotesi assolutamente fuori da ogni logica se
solo la si pensa tre o quattro anni fa quando i Misso spadroneggiavano
per tutta la Sanità. Adesso è realtà e la cosca, che una volta fu padrona
di Napoli, adesso non esiste più. L’aggressione suscitò anche
molta perplessità nel mondo dell’avvocatura napoletana. Non tanto
per il gesto di Raffaele Giuliano ma quanto per la possibilità che due
pentiti avevano di incontrarsi liberamente nell'ora di aria. Si scopre
infatti che la legge consente ai collaboratori di giustizia detenuti di
parlare tra loro, confrontarsi ed eventualmente (nessuno può escluderlo)
mettersi d'accordo. La legge sui pentiti, (d.l. 15 gennaio 1991
n.8, riformato con la legge 13 febbraio 2001 n. 45), impedisce ai collaboratori
di giustizia di avere contatti sia con l'esterno che con altri
collaboratori, entro i sei mesi dall'inizio del pentimento. Per evitare
condizionamenti o pressioni. Tali misure valgono fino a quando non viene
conclusa la fase della redazione dei verbali. Proprio perché temeva
di essere aggredito, sostiene il pentito, aveva avuto paura di finire
a Rebibbia. Adesso però è rinchiuso nel carcere di Vincenza e pare
che la situazione sia sempre complicata a tal punto che «ho subito
un’umiliazione proprio la scorsa settimana davanti agli altri detenuti»,
scrive il collaboratore. «Per questi motivi, alla luce di ciò che da tre
anni sto subendo ho deciso di protestare con decisione e di iniziare uno
sciopero della fame ad oltranza, fino a quando qualcuno non si occuperà
del mio caso», ha detto

Giuseppe Misso jr tenta il suicidio

È uno dei pentiti di gran lunga più importanti degli ultimi anni, che con
la sua decisione di collaborare con lo Stato ha squarciato e abbattuto
il muro della vecchia camorra napoletana, quella dei Misso, che per
decenni ha gestito gli affari sporchi di Napoli. Ma Giuseppe Misso
detto “’o chiatto”, nipote di Peppe “'o nasone”, adesso è in uno stato
di frustrazione e per due volte ha tentato di togliersi la vita tagliandosi
le vene. Ora invece è disposto a morire di fame ed ha iniziato da alcuni
giorni lo sciopero della fame. Questo perché a suo dire, contro di
lui si stanno perpetrando delle ingiustizie enormi. Tutto sarebbe nato,
così come è lui stesso a raccontare in una lettera inviata al “Roma”,
quando alcuni mesi fa lo hanno riportato
in carcere. «La mia collaborazione con la “ingiustizia”
inizia il 30 marzo del 2007 con il pubblico
ministero Filippo Beatrice al carcere di
Parma, poi ho fatto oltre sessanta interrogatori
con vari pubblici ministeri - scrive il collaboratore
di giustizia -. Dopo un po’, così come prevede
la legge, ho ottenuto i benefici previsti per
chi collabora con lo Stato e sono stato trasferito agli arresti domiciliari
per circa 16 mesi. Non ho mai trasgredito a nessuno obbligo, non ho
mai saltato un'udienza, sono sempre stato preciso. La situazione dunque
era inizialmente tranquilla fino a quando non sono subentrati problemi
seri con il servizio centrale di protezione». Giuseppe Misso nella
sua lettera usa toni forti, dice addirittura di essere stato vittima di
estorsioni, minacce e addirittura di un agguato che avrebbe subito e
che solo per miracolo non è andato a segno. «Ho sempre denunciato
tutto alle Autorità e ben presto mi sono ritrovato in carcere perché mi
sono rifiutato di spostarmi da Roma. Subii - dice l'ex rampollo del rione
Sanità - un arresto ingiusto in quanto in nessun Codice penale è previsto
l'arresto per una tale accusa, se di accusa si vuole parlare. Entrando
nel pianeta carcere, o meglio nel sistema totalitario, ho iniziato
a subire ogni tipo di angherie: botte, minacce, persecuzioni, il tutto
- continua il collaboratore di giustizia - coperto da una omertà in
stile mafioso». A controprova di quello che racconta ci sarebbero decine
di certificati medici. «Ma nonostante abbia scritto alle varie Procure
con le quali collaboro, al ministro Angelino Alfano, al Presidente
della Repubblica, Giorgio Napolitano, il mio caso va avanti così, tra
abusi di ogni genere». Da qualche mese Giuseppe
Misso ha lasciato il carcere di Rebibbia
ed è stato trasferito a Vicenza «e anche qui le
cose non sono cambiate, se non addirittura
peggiorate». Per questo nella sua lettera racconta
di aver provato per due volte il suicidio:
«Ho cercato di ammazzarmi tagliandomi le vene
perché ho bisogno che le mie parole vengano
ascoltate e che il mio appello non si perda nel nulla. Chiedo - dice
Misso - un intervenuto delle istituzioni per senzibilizzarle sulla mia
situazione e trovare una soluzione». Per questo Misso ha annunciato
di aver iniziato lo sciopero della fame e che continuerà fino a togliersi
la vita. «Voglio morire con la mia famiglia che ha rifiutato il piano di
protezione ed è ancora a Napoli, rischiando la vita tutti i giorni», ha concluso
nella sua lettera.
Articolo copiato da il roma..