lunedì 30 agosto 2010

Arresti eccellenti


Un video che ancora una volta mette in risalto la professionalita' e' l'impegno delle forze dell'ordine nel perseguitare crimini e criminali,buona visione.

Documento sulla spaccio a scampia..


Una giovane tossicomane milanese documenta con una videocamera nascosta le basi dello spaccio di scampia e non solo,anche una scuola abbandonata usata dai tossicomani come oasi per il buco.

Il covo di Giuseppe Bastone ras della 167


Si dice che durante la faida di scampia tutti i boss scissionisti scappavano dai di lauro e dalle forze dell'ordine,i fratelli bastoni furono gli unici ha non lasciare scampia,ma anzi gli ordini per gli omicidi e altro partiva da loro.

Caso Setola, contromossa della Procura Sì rito al immediato: subito a processo

Mentre Setola puntava in alto, guardava all’Europa per sfuggire al primo ergastolo incassato qui in Italia, la Procura di Napoli non è rimasta immobile. E ha giocato d’anticipo, con una mossa sfoderata in pieno agosto che punta a chiudere il cerchio attorno ai presunti attori di una stagione di terrore camorristico.
Ed è così che pochi giorni fa la Dda di Napoli ha chiesto e ottenuto il decreto di giudizio immediato a carico di Giuseppe Setola e dei suoi presunti fedelissimi, quelli che lo seguirono due anni fa nel corso della svolta stragista dei casalesi. Otto omicidi, una lunga scia di sangue nella terribile primavera del 2008, quando vennero assassinati parenti di collaboratori di giustizia ma anche commercianti «rei» di aver denunciato episodi di racket.

La Dda cala dunque gli assi, mentre il gip Carlo Alessandro Modestino accoglie la richiesta dei pm e firma un decreto di giudizio immediato per otto presunti killer dell’ultima generazione: tra gli imputati, oltre al boss Giuseppe Setola (che è a giudizio anche per la strage di Castelvolturno), anche elementi del calibro di Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia, Massimo Amatrudi, Carlo De Raffaele, Ferdinando Russo, John Loran Perham, Davide Granato.

Per loro un processo sprint, grazie al decreto di giudizio immediato che salta a pie’ pari la fase preliminare: prima udienza il prossimo cinque novembre dinanzi alla seconda sezione di Corte d’Assise del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. A firmare la richiesta di giudizio immediato, il capo del pool che indaga sul cartello dei casalesi, il procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho, assieme ai due pm anticamorra Alessandro Milita e Cesare Sirignano.

Ma quali sono gli omicidi su cui dovranno esprimersi i giudici della corte sammaritana? Agli atti scene da horror, violenza gratuita, vittime persone estranee al crimine che credevano nello Stato: l’omicidio di Raffaele Granata, titolare dello stabilimento La Fiorente, ucciso per non aver pagato il pizzo, ma anche l’assassinio di Umberto Bidognetti, padre del collaboratore di giustizia Domenico Bidognetti, raggiunto dai killer nella sua masseria di campagna dove da tempo si era ritirato voltando le spalle alle evoluzioni criminali del figlio; stesso scenario criminale anche per un altro omicidio che vede coinvolta la banda Setola, il delitto di Stanislao Cantelli, zio dei collaboratori di giustizia Luigi Diana e Alfonso Diana.

Processo sprint per presunti killer e gregari, mossa a sorpresa della Dda, proprio mentre a Strasburgo viene rubricato il ricorso «Setola contro Italia», che punta a scardinare il primo ergastolo definitivo del presunto stragista di Gomorra.

domenica 29 agosto 2010

Delitto Pandolfi, pentita sotto torchio

Diciotto domande alle quali la pentita dovrà obbligatoriamente rispondere
e che potrebbero definitivamente mettere la parola fine sull’omicidio
di Gennaro e Nunzio Pandolfi, trucidati dalla camorra in un
raid al rione Sanità. Per quel delitto c’è Eduardo Morra che è stato condannato
all’ergastolo in via definitiva e che si è sempre professato innocente.
Per questa ragione l’avvocato Vittorio Trupiano sono anni
che si batte per ottenere prove che possano portare alla revisione del
processo. Sull’inchiesta ci sono delle pesanti crepe da sanare e una
di questa riguarda una telefonata tra uno dei pentiti e suo fratello nella
quale si ammetterebbe l'estraneità ai fatti di Morra, così come alcune
pressioni dall'esterno per cercare un colpevole a tutti i costi per
quella strage. Una telefonata choc che potrebbe avere dei risvolti clamorosi.
L'avvocato Trupiano ha per questo presentato una richiesta ai
sensi della legge sulle investigazioni difensive e notificata presso il
Centro di Protezione con sede in Roma, di interrogatorio della pentita
Giuseppina Poziello che dopo anni sarà messa sotto torchio. Un interrogatorio
condotto da un pubblico ministero e teso a stabilire una
sola circostanza: verificare se corrisponde o meno alla sua voce quella
registrata su microcassetta. Si tratta di un dialogo avuto tra la donna
e suo fratello Raffaele, nel corpo del quale Poziello avrebbe ammesso
candidamente di aver mentito ai giudici della II Sezione della Corte
di Assise di Napoli, allora presieduta da Pietro Lignola, ben sapendo
il Morra estraneo ai fatti, ma, nel contempo, di essere timorosa a rendere
tale dichiarazione per evitare probabili conseguenze personali
quali l'imputazione per calunnia. Sarebbe poi ancora più raccapricciante
la registrazione di altro dialogo intervenuto tra Raffaele Poziello
e la madre Anna Longotano dove emergerebbe ancor più chiara la
trama ordita ai danni del Morra, oramai detenuto ininterrottamente
dal Marzo del 1999. Questo è quanto potrebbe esserci all'interno di
quella cassetta. Quel supporto audio, così come spiega l'avvocato Trupiano,
venne consegnata allo studio legale dallo stesso Raffaele Poziello
e firmata al pari di altra dichiarazione sottoscritta dallo stesso
Poziello. Il tutto venne depositato dall'avvocato Vittorio Trupiano, unitamente
al suo collega Sergio Simpatico, all'attenzione della “Struttura
Centralizzata presso la Procura della Repubblica di Napoli" nelle
persone ai pubblici ministeri Giuseppe Narducci, Sergio Amato e Filippo
Beatrice sin dal dicembre del 2005. Infine, con due diverse istanze
depositate ai pubblici ministeri Sergio Amato e Paolo Itri il 9 maggio
2009 i due difensori chiedevano alla Procura della Repubblica di Napoli
l'immediata scarcerazione del Morra.Speriamo che il calvario di morra possa finire una volte per tutte
viste le contraddizioni e le tante lacune che lo hanno visto condannare all'ergastolo.

venerdì 27 agosto 2010

Cesare Pagano finisce al carcere duro

Inchiodati dai blitz, stracciati dalle accuse dei pentiti e adesso sottomessi
al regime del carcere duro. La battaglia contro la camorra non ha
fine. Così uno dei capi del sanguinario clan Amato-Pagano è recluso al
regime del carcere duro. La Procura di Napoli due settimane fa ha fatto
richiesta al ministro Angelino Alfano che ha subito firmato il decreto ordinando
al Dap (dipartimento di amministrazione penitenziaria) il trasferimento
del superboss accusato di tre omicidi. Lui è il cognato di Raffaele
Amato detto “Lelluccio ‘a vicchiarella” ed è considerato, pur essendo
incensurato uno dei più importanti bos di Napoli in grado di muovere
un esercito di fedelissimi.
La retata l’otto luglio scorso. Pagano era tutelato da un “sistema di protezione”
impeccabile tanto che era stato messo in risalto anche dal procuratore
aggiunto Alessandro Pennasilico, della Direzione distrettuale
antimafia di Napoli che ha spiegato come “dal suo covo, Cesare Pagano
abbia continuato a tenere le fila del clan, potendo contare su una rete
protettiva sul territorio che gli ha permesso di essere latitante senza
abbandonare il proprio territorio, condizione evidentemente indispensabile
ai capiclan". Un segno di potere, ma anche di sfida agli investigatori
impegnati con tutte le proprie forze, ventiquattro ore su ventiquattro,
nel tentativo di stanarlo. Questa condizione di “fuggitivo”, di
sentirsi braccato, alla fine, Cesare Pagano l'ha pagata con il carcere.
Il suo arresto è giunto ad oltre un anno di distanza da quello di Lello
Amato, catturato sempre dagli uomini della Mobile, il 17 maggio dello
scorso anno a Malaga, in Spagna dove si era rifugiato dal 2006. Invece,
il boss Pagano ha preferito rintanarsi nel suo territorio: il 3 marzo scorso
fu individuato in un villaggio, a Quarto, inaccessibile perché occorreva
raggiungere la sommità del cratere che guarda sui Campi Flegrei.
Il blitz della polizia non fu inutile in quanto nella rete finì Carmine Cerrato,
di 33 anni, uno dei killer degli Amato-Pagano. Anche in quella circostanza
emerse che Cesare Pagano godeva sull'appoggio di un'organizzazione
che lo proteggeva, potendo addirittura contare su una coppia
di fiancheggiatori, marito e moglie, che avevano il compito di vivandieri,
procurando e cucinandogli i pasti, quotidianamente. Insomma,
il boss si circondava di fedelissimi pronti a rendergli, a trasformare
la latitanza, in un soggiorno dotato di ogni possibile confort. Dimostrazione,
questa, che il ricercato non aveva mai avuto alcuna intenzione di
allontanarsi dal “suo” territorio, ma di volere continuare a reggere personalmente
e direttamente il gruppo degli “scissionisti”.
Fin qui, la latitanza. Ma, il procuratore aggiunto Alessandro Pennasilico
pose l’attenzione sul significato, il valore, uno dei tempi che aveva assunto
l’operazione della Squadra Mobile partenopea: «La cattura dei latitanti
- disse il magistrati - rappresenta un effetto educativo per la gente
che abita nel territorio in cui opera il clan, soprattutto per i giovani che
possono capire che il destino di un boss è sempre e solo quello di finire
in carcere». Proprio sulla fitta rete di complicità che le indagini delle forze
dell'ordine si stanno concentrando negli ultimi tempi. Si cerca infatti
di comprendere chi siano le “menti” delle latitanze blindate dei superricercati.
Fino a quando sono in libertà, anche da latitanti continuano a
gestire il loro territorio grazie alla fitta trama che riescono a costruirsi. Ma
al carcere duro la vita è molto più difficile anche considerando che le restrizioni
vigente sono realmente dure. I capi sono tutti reclusi al carcere
dure e le redini le gesticono le donne.

È sotto processo per un duplice omicidio

A giudizio per due omicidi, da latitante incensurato. Eppure
Cesare Pagano, imputato da oggi davanti alla terza Corte d’Assise
di Napoli, è considerato un ras del clan Amato-Pagano, l’alter ego
di Raffaele Amato. Per i magistrati della Dda il cognato del
padrino soprannominato “’a vecchierella” deve rispondere di due
gravi fatti di sangue: uno insieme a due presunti corresponsabili,
l’altro da solo. Naturalmente per tutte le persone coinvolte vale la
presunzione d'innocenza fino all'eventuale condanna definitiva.
L’inchiesta è quella che vede anche una donna tra gli indagati per
i tre omicidi chiariti dagli inquirenti: Teresa Marrone detta
“Nikita”. Insieme con lo zio, Antonio Martone, avrebbe avuto un
ruolo non da pistolera nell'organizzazione dell'agguato costato la
vita a Salvatore Dell'Oioio, uno “scissionista” che aveva
“sgarrato” e fu punito dal suo stesso clan. Così come le altre due
vittime: Luigi Barretta e Carmine Amoroso. Per l'ultimo delitto, e
per la morte di Dell'Oioio, è finito nel mirino Cesare Pagano.
Mentre la donna e il congiunto sono a giudizio soltanto per un
agguato. Dell'Oioio fu assassinato a Qualiano il 24 febbraio 2005 e
secondo i pentiti Andrea Parolisi e Giovanni Piana gli costò la
vita la decisione di aver abbandonato il gruppo di fuoco con base
a Varcaturo per trasferirsi a Mugnano. Secondo l’accusa i suoi
movimenti erano controllati da “Nikita” e dallo zio Antonio
Marrone, i quali l’avrebbero attirato in una trappola. I
collaboratori di giustizia puntarono il dito soprattutto su
Vincenzo Notturno, ras di spicco degli “scissionisti”, e Giovanni
Esposito, ma mancavano i riscontri ed entrambi non sono stati
prosciolti prima dell'apertura del processo. Luigi Barretta fu
ammazzato a Crispano il 9 maggio 2005 mentre Carmine
Amoroso morì due mesi più tardi e per quest’ultimo furono
indagati Raffaele Amato, Cesare Pagano e Salvatore Cipolletta.
Adesso è detenuto al regime del carcere duro come i boss capi del
suo clan.

Messaggero di suo cognato Amato

Durante la faida di Secondigliano l’anello di congiunzione tra i boss detenuti
e gli affiliati in libertà era Cesare Pagano, libero e incensurato, attualmente
latitante. Raccoglieva notizie e le portava ai capi e in particolare al boss Raffaele
Amato “’a vecchierella”, suo cognato. Parola di Salvatore Torino detto
“Totoriello”, che il 14 ottobre 2008 parlò di “Cesarino” accostandolo alla guerra
di camorra, ma senza attribuirgli fatti specifici. Ecco alcuni passaggi del
verbale di interrogatorio, con la consueta premessa che le persone tirate in
ballo devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria.
«In quel periodo non era solo la Vecchirella, ossia Amato Raffaele, a comandare,
questi, in quel periodo, era rifugiato a Caserta, ma anche altri vecchi
affiliati al clan Di Lauro, allora detenuti, avevano dato il consenso alla scissione
e decidevano le mosse da compiere; mi riferisco a Chiappariello, ossia
Rosario Pariante, che conosco personalmente come anche suo fratello, gli
Abbinante oltre a Pagano Cesare che a differenza degli altri era presente sul
territorio e fungeva da collegamento tra questi altri capi di cui ho detto e i
soggetti sempre di vertice, ma che prendevano parte alle fasi operative relative
alla commissione degli omicidi compiuti durante la faida. Mi riferisco
a Cipolletta Salvatore, Esposito Giovanni detto ‘o muorto, Pasquale di Marano
nipote di Abbinante e zio Paolo (Paolo Gervasio, ndr), altro personaggio
di spicco del clan degli scissionisti che oggi ha un ruolo anche maggiore
rispetto al passato, sia per quanto riguarda la gestione del clan degli scissionisti
che per quanto riguarda la gestione del traffico degli stupefacenti. Cesarino,
dunque, oltre a partecipare e condividere le decisioni degli altri capi
in ordine alla individuazione delle vittime, disponeva anche della fase attuativa
del piano criminale». Fino a maggio scorso, quando sulla testa gli è
piovuta un’ordinanza di custodia cautelare per associazione camorristica e
traffico di stupefacenti, era praticamente incensurato, nonostante fosse considerato
il numero due del cartello camorristico Amato-Pagano, i famigerati
scissionisti del clan Di Lauro. Però, il boss Cesare Pagano, 40 anni il prossimo
22 ottobre, meglio noto come “Cesarino” e cognato del padrino Raffaele
Amato “’a vicchiarella”, è inserito nell'elenco dei 30 latitanti più pericolosi
d’Italia. Una sorta di consacrazione per il ras degli “spagnoli”, che probabilmente,
così come il cognato, si nasconde proprio in terra iberica. Un
personaggio scaltro, uno che lavora nell’ombra ma che ha un carisma criminale
di tutto rispetto: è il profilo che i vari collaboratori di giustizia hanno
tracciato per “Cesarino” Pagano, tirato in ballo anche per un omicidio. Nel
blitz che il 19 maggio scorso portò in cella numerosi affiliati alla cosca degli
scissionisti, c’erano anche i fratelli e le sorelle di “Cesarino”, che è conosciuto
anche come “Cesare Paciotti” a causa della sua predilezione per le
scarpe di buona fattura.

Omicidio, scarcerato Trambarulo

Il Tribunale del Riesame di Napoli ha scarcerato Gennaro Trambarulo, accusato
di essere uno dei killer dell’omicidio di Gennaro Baldascini. Una
notizia che ha del clamoroso visto il preciso impianto accusatorio fatto
di decine e decine di pagine di verbali del pentito Luigi Diana che ricostruiscono
per filo e per segno il ruolo svolto dall’ex Licciardi ora passato
con gli scissionisti. Dopo 17 anni dall’omicidio lo Stato è riuscito a
risolvere il caso arrestato i presunti mandanti e gli esecutori materiali
di un omicidio commesso nel 1993. Un delitto per completare la vendetta
per un altro omicidio, quello del padrino Antonio Licciardi, capo
dell'omonima famiglia di camorra di Secondigliano, massacrato nel 1981.
I Licciardi impiegarono 12 anni per farsi “giustizia”, due giorni dopo l’agguato
al congiunto avevano già fatto fuori i due esecutori materiali. Sullo
sfondo la guerra tra La Nco di Raffaele Cutolo e la Nuova famiglia che
negli ani Ottanta fece contare centinaia di morti ammazzati da una parte
e dell’altra. Ma grazie alla collaborazione di diversi pentiti i magistrati
della Dda di Napoli hanno fatto luce sull'omicidio del boss cutoliano Gennaro
Baldascini, detto “’o napulitano”, che controllava gli affari illeciti
per conto della Nco nella zona di Villa Literno. Secondo il “tribunale della
camorra” Baldascini fu ammazzato il 28 novembre del 1993, quando
la Nco ormai esisteva solo nei processi, perchè era stato uno degli ideatori
dell'omicidio Licciardi. Secondo i collaboratori di giustizia, racconti
poi confermati dalle indagini della Dia di Napoli, ad organizzare l'omicidio
di Baldascini furono sei boss, tutti già dietro le sbarre, tranne uno
che è ai domiciliari, che ieri hanno ricevuto un’ordinanza di custodia
cautelare con l’accusa di omicidio. Un delitto deciso sull'asse Casal di
Principe-Secondigliano-Giugliano. Si tratta del padrino Francesco Schiavone
“Sandokan”; del padrino Francesco Bidognetti, meglio noto come
?Cicciotto “e mezanotte”, e del figlio Aniello; di Giuseppe Mallardo, ras
di Giugliano; di Raffaele Maccariello e del ras Gennaro Trambarulo “’o
muntato”, ex fedelissimo dei Licciardi passato poi con gli Amato-Pagano,
che attualmente è detenuto agli arresti domiciliari. Altri due indagati,
lo stesso Gennaro Licciardi “’a scigna” e il ras Raffaele Di Fraia sono deceduti
e quindi sono usciti dall’inchiesta. Il blitz è stato portato a termine
nella notte di ieri dagli “007” della Dia di Napoli con la collaborazione
del Nic del Ministero della Giustizia, che hanno eseguito i provvedimenti
restrittivi emessi dal gip Marcella Suma su richiesta della Dda
di Napoli. Le indagini della Dia, che si sono avvalse anche delle dichiarazioni
rese da più collaboratori di giustizia, hanno delineato lo scenario
in cui maturò l’omicidio del cutoliano Gennaro Baldascini.

Le contraddizione dei pentiti: uno lo accusa e l’altro no

Sia Luigi Diana che Domenico Bidognetti, presunti esecutori
materiali dell’omicidio di Gennaro Baldascini, hanno tirato in
ballo Gennaro Trambarulo. Ma soltanto a proposito di una
riunione in cui si discusse sull’opportunità del delitto, senza
entrare nei dettagli. Ecco alcuni passaggi delle dichiarazioni dei
pentiti, con la consueta premessa che le persone tirate in ballo
devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova
contraria.
«Baldascino Gennaro è un ex cutoliano. Ed era ritenuto da
Gennaro Licciardi, all’epoca intimo amico di Bidognetti
Francesco, responsabile della morte del fratello avvenuta negli
anni ‘80. Licciardi già dall’88 aveva più volte chiesto la testa di
Baldascino, che era transitato nei Casalesi percependo uno
stipendio. Insieme a Licciardi anche Peppe Mallardo aveva
chiesto la testa di Baldascino. Bidognetti prese del tempo perché
all’epoca Baldascino Gennaro era collegato a De Falco Vincenzo,
ma dopo la morte di Bardellino Antonio si svolse una riunione a
casa di Vincenzo Saracano dietro il cimitero di Giugliano in
Campania, cui parteciparono Peppe Mallardo, Licciardi Gennaro,
Pietro D’Alterio, D’Alterio Luigi, D’Alterio Francesco, Gennaro
Tramparuolo detto “o’ pazzo” un certo “Patriziello”, Renato detto
“Paparella”, io, Giuseppe Caterino detto “ tre bastoni”, Bidognetti
Francesco, Mario Iovine, Francesco Schiavone detto “Sandokan”,
Francesco Schiavone di Luigi e Enzo De Falco. In detta riunione
si parlò della paura che i cutoliani potevano riorganizzarsi. Per
detta preoccupazione si decise che tutti quelli che nei propri
territori avevano dei cutoliani dovevano ucciderli e Licciardi
Gennaro fece anche il nome di Baldascino Gennaro».
Il 12 febbraio 2009 Domenico Bidognetti disse: “ Voglio precisare
che alla riunione parteciparono anche altre persone, come
Dell’Aquila Giuseppe per Mallardo Francesco, nonché il fratello di
costui Giuseppe, un tale Gennaro detto “Gennaro ‘o pazzo” con
Contini Edoardo oltre allo stesso Licciardi Gennaro”.

Le ricostruzioni di Misso: «Ha ammazzato anche un’altra persona»

Cinquanta anni compiuti lo scorso 30 maggio, Gennaro Trambarulo è
soprannominato “Gennaro ‘o pazzo” ed è considerato un affiliato storico
al clan Licciardi della Masseria Cardone pur abitando nel rione Don
Guanella.
Di lui ha parlato anche il pentito Giuseppe Misso junior, detto “’o chiatto”,
tirandolo in ballo a proposito di un vecchio omicidio avvenuto a Secondigliano:
quello di Cosimo Cerino. Ma anche in questo caso non sono
stati trovati riscontri. Ecco le dichiarazioni del collaborazione di giustizia,
con la consueta premessa che le persone citate devono essere ritenute
estranee ai fatti narrati fino a prova contraria a maggior ragione
adesso che il Tribunale del Riesame ha annullato l’ordinanza di custodia
cautelare.
«Quanto a Gennaro Trambarulo egli si rese autore del duplice omicidio
di Cosimo Cerino e Ottaviano, fatto delittuoso che avvenne a corso Secondigliano
negli anni 1995-96, e che mi è stato raccontato da Ettore
Sabatino quando eravamo detenuti a Viterbo. Cosimo Cerino faceva parte
del clan Licciardi e voleva prendere potere nella famiglia tanto che
aveva costituito un proprio gruppo di fuoco del quale facevano parte Fabio
Silvestri e Vincenzo Saetta. Fabio Silvestri mi raccontò che Cosimo
Cerino aveva partecipato ad una riunione alla masseria Cardone, nella
quale aveva espresso il suo proposito di starsene da solo, a casa sua. Ciò
non sarebbe stato consentito dal clan Licciardi ed infatti egli subito dopo
venne ucciso mentre viaggiava a bordo di una moto con l’altra vittima.
Ettore Sabatino mi spiegò che era stato Gennaro Sacco a sparare per
primo ed a proposito voglio aggiungere che Sacco era parte del clan
Licciardi. Sabatino diceva che essendo un ex-guardia, Sacco sparava
con la pistola leggermente girata e che era in grado di centrare la testa
di un uomo a 100 metri. Sabatino mi raccontò che il commando omicida
era composto da Gennaro Sacco, Gennaro Trambarulo ed uno dei Lo
Russo».

giovedì 19 agosto 2010

Sarno presto dottore, gli manca un esame

Il conto alla rovescia è cominciato e presto per
Ciro Sarno, (nella foto)l’ex boss di Ponticelli
pentitosi l’anno scorso, arriverà la laurea di primo
livello. Fu lui stesso, nell’interrogatorio iniziale
reso nella nuova veste giudiziaria, a parlarne
al pm antimafia Vincenzo D’Onofrio e a
indicare il “percorso psicologico e formativo”
intrapreso come uno dei motivi alla base della
scelta di passare con lo Stato. A “’o sindaco”,
com’è stato soprannominato fin da giovanissimo
per l’attitudine al comando, mancano soltanto
un esame e la tesi per il titolo di studio
triennale in Scienze dei beni storico-artistici.
Una grande soddisfazione per lui, tra i pochissimi
collaboratori di giustizia a diventare dottore.
Il 4 agosto 2009 Ciro Sarno così raccontò la decisione appena presa. “La
stavo meditando già da un po’ di tempo, anche grazie al percorso psicologico
e formativo che ho intrapreso da qualche anno all’interno della
struttura penitenziaria di Spoleto. Nel corso di questi anni ho anche
studiato per laurearmi e ho ricevuto anche dei riconoscimenti per il mio
percorso formativo, molti encomi e anche un premio che ho vinto insieme
a un altro gruppo di detenuti per alcuni progetti e proposte di risanamento
delle fontane della città di Spoleto. Tornando alla mia scelta,
se mi sono determinato a tanto è perché voglio definitivamente cambiare
vita”.
In quell’occasione Ciro “o’ sindaco” parlò anche di un omicidio. “Antonio
Borrelli rispose male ai miei fratelli che riportavano
le mie lamentele dal carcere. Fu
così che, una volta scarcerato e stretta l’alleanza
con il clan Aprea di Barra per un reciproco
appoggio, decisi di aprire la guerra contro
Andreotti”. Nel primo interrogatorio da
collaboratore di giustizia, il boss Ciro Sarno
rivelò al pm antimafia D’Onofrio il retroscena
della tristemente famosa strage al bar “Sayonara”
a Ponticelli. L’obiettivo, secondo il dichiarante
e fermo restando l’assoluta estraneità
delle persone tirate in ballo nei presunti
fatti narrati fino a prova contraria, era Antonio
Borrelli, definito dal “sindaco” “uno dei
più importanti uomini dell’Andreotti”. Ecco
alcuni passaggi delle sue dichiarazioni. “Dopo
essere stato scarcerato nell’87, decisi di
rendermi latitante. Fu in quel periodo che strinsi l’alleanza con Andrea
Andreotti, un ex affiliato alla Nuova Famiglia. Andreotti all’epoca era legato
ai Nurcaro di Barra e soprattutto a Michele Zaza. Nell’ottobre ‘89
iniziarono i primi contrasti con Andreotti, che da libero non rispettava
a mio parere i patti. In più si aggiunse che Antonio Borrelli rispose male
ai miei fratelli. Per questo, una volta scarcerato, aprii la guerra con
Andreotti. Il primo a essere ucciso fu Antonio Borrelli, su mio mandato
e quello dei miei fratelli, nel corso di quella che fu definita dalla cronache
“la strage del Sayonara”. Successivamente, il 14 settembre, Ciro Sarno
“’o sindaco”, aprì squarci di luce sui delitti che mandarono kappaò il
clan De Luca Bossa, aprendo la strada definitivamente al dominio dei
Sarno su Ponticelli e i paesi vesuviani vicini.

mercoledì 18 agosto 2010

Il boss Pagano rischia il carcere duro

La richiesta è arrivata nei giorni scorsi. Adesso per Cesare Pagano, la permanenza
in carcere potrebbe farsi più difficile e complicata. Questo perché
la Direzione distrettuale antimafia di Napoli ha depositato al Dap
una richiesta di applicazione del regime del carcere duro. Lui è il cognato
di Raffaele Amato detto “Lelluccio ‘a vicchiarella” ed è considerato,
pur essendo incensurato uno dei più importanti bos di Napoli in
grado di muovere un esercito di fedelissimi.
La retata l’otto luglio scorso. Pagano era tutelato da un “sistema di protezione”
impccabile tanto che era stato messo in risalto anche dal procuratore
aggiunto Alessandro Pennasilico, della Direzione distrettuale
antimafia di Napoli che ha spiegato come “dal suo covo, Cesare Pagano
abbia continuato a tenere le fila del clan, potendo contare su una rete
protettiva sul territorio che gli ha permesso di essere latitante senza
abbandonare il proprio territorio, condizione evidentemente indispensabile
ai capiclan”. Un segno di potere, ma anche di sfida agli investigatori
impegnati con tutte le proprie forze, ventiquattro ore su ventiquattro,
nel tentativo di stanarlo. Questa condizione di “fuggitivo”, di
sentirsi braccato, alla fine, Cesare Pagano l’ha pagata con il carcere. Il
suo arresto è giunto ad oltre un anno di distanza da quello di Lello Amato,
catturato sempre dagli uomini della Mobile, il 17 maggio dello scorso
anno a Malaga, in Spagna dove si era rifugiato dal 2006. Invece, il
boss Pagano ha preferito rintanarsi nel suo territorio: il 3 marzo scorso
fu individuato in un villaggio, a Quarto, inaccessibile perché occorreva
raggiungere la sommità del cratere che guarda sui Campi Flegrei. Il blitz
della polizia non fu inutile in quanto nella rete finì Carmine Cerrato, di
33 anni, uno dei killer degli Amato-Pagano. Anche in quella circostanza
emerse che Cesare Pagano godeva sull’appoggio di un’organizzazione
che lo proteggeva, potendo addirittura contare su una coppia di
fiancheggiatori, marito e moglie, che avevano il
compito di vivandieri, procurando e cucinandogli i pasti, quotidianamente.
Insomma, il boss si circondava di fedelissimi pronti a rendergli,
a trasformare la latitanza, in un soggiorno dotato di ogni possibile confort.
Dimostrazione, questa, che il ricercato non aveva mai avuto alcuna
intenzione di allontanarsi dal “suo” territorio, ma di volere continuare
a reggere personalmente e direttamente il gruppo degli “scissionisti”.
Fin qui, la latitanza. Ma, il procuratore aggiunto Alessandro Pennasilico
ha anche posto l’attenzione sul significato, il valore, uno dei tenti
che ha assunto l’operazione della Squadra Mobile partenopea: «La cattura
dei latitanti - ha detto l’inquirente - rappresenta un effetto educativo
per la gente che abita nel territorio in cui opera il clan, soprattutto
per i giovani che possono capire che il destino di un boss è sempre e
solo quello di finire in carcere». Proprio sulla fitta rete di complicità che
le indagini delle forze dell’ordine si stanno concentrando negli ultimi
tempi. Si cerca infatti di comprendere chi siano le “menti” delle latitanze
blindate dei super-ricercati

Si indaga sull'agguato costato la vita a Francesco Attrice

C'e' del mistero nella morte di Francesco Attrice,massacrato appena una settimana fa nell'oasi del buon pastore,nella famigerata 167.Era il nipote di Carmela Attrice,la donna massacrata durante la faida tra i di lauro e gli scissionisti nel 2005,la massacrarono nel regno di Gennaro Marino o'mkay,nelle case celesti di via limitone di arzano.Per il momento sulla morte del nipote Francesco Barone ci sono solo ipotesi,ma quelle piu' accreditate al momento resta lo sgarro per una partita di droga non pagata e il suo sogno di diventare boss.Il ragazzo era diventato spavaldo e aggressivo,non guardava in faccia nessuno,sembra che sia anche coinvolto nel ferimento nei mesi scorsi dei piccoli spacciatori rimasti fedeli ai di lauro,per sfregio dopo averli percorsi duramente li avrebbe anche sfregiato il volto in segno di spregio.Ma al momento tutte le ipotesi sono al vaglio degli investigatori che non stanno lasciando nulla al caso.

mercoledì 11 agosto 2010

Scampia, ucciso nipote di Carmela Attrice vittima della faida e raccontata in Gomorra

Un uomo di 30 anni, Francesco Attrice, incensurato, è stato ucciso nel pomeriggio di oggi, verso le 14,30, a colpi d'arma da fuoco, in via Ghisleri, nel quartiere Scampia, nella zone dell'Oasi del Buon Pastore, area di spaccio di hashish e marijuana. Secondo una prima ricostruzione, l'uomo che stava passeggiando in strada, è stato raggiunto da alcuni sconosciuti che hanno aperto il fuoco. L'uomo è stato soccorso da alcuni passanti e portato al «Cardarelli» ma in ospedale è giunto già morto. Sulla vicenda indagano i carabinieri.

La vittima è figlia di Vincenzo, fratello di Carmela Attrice, la donna uccisa nel 2005 durante la faida di Scampia. La sua storia venne poi raccontata da Roberto Saviano in Gomorra e poi nel film di Matteo Gomorra. Attrice venne interpretata da Maria Nazionale: venne uccisa sull'uscio di casa dai killer del clan Di Lauro per essersi rifiutata di lasciare la casa popolare in cui abitava dopo "il tradimento" del figlio spacciatore, Francesco Barone passato nelle fila degli scissionisti.

sabato 7 agosto 2010

La morte nei dettagli di di gennaro

Vide lo zio morire e lui stesso in pericolo di vita. Ma per fortuna
Gennaro, 12enne di Miano, non diventò la vittima innocente più
giovane della faida di Scampia. Si trovava in macchina con
Vincenzo De Gennaro (nella foto) quando i sicari del clan Di
Lauro, tra cui Carlo Capasso, replicarono all'agguato contro
Gennaro Cifariello (padre di un ras ritenuto molto vicino al boss
"Ciruzzo 'o milionario") che era stato ammazzato 24 ore prima.
Alle 15 del 29 gennaio del 2005, Gennaro era seduto al posto del
passeggero su una Fiat Tipo di colore blu guidata dallo zio
Vincenzo De Gennaro. In tre aprirono il fuoco contro la vettura,
cominciando a sparare a circa 100 metri dalla palazzina in cui
abitava l’uomo, in via Lazio.. Il 21enne fu ferito a una spalla da
una prima pallottola, ma
riuscì a proseguire la
marcia fino ad arrivare
nel cortile di casa
sempre inseguito dai
killer che lì lo finirono.
Il 12enne visse minuti
di autentico terrore, così
come gli abitanti della
zona in quel momento
in strada o affacciati ai
balconi e alle finestre.
Vincendo De Gennaro
frenò e, con tutte le
forze rimastegli, si
catapultò fuori dalla
macchina cercando l’impossibile salvezza. Riuscì anche a
compiere alcuni metri verso le scale della palazzina per
raggiungere la sua abitazione, ma quando pensava di essere
ormai al sicuro fu freddato alla schiena e si accasciò in un lago di
sangue. Il ragazzino rimase impietrito ma salvo, ferito
lievemente al collo e ad una coscia. Un proiettile lo aveva colpito
attraversando il lunotto posteriore della Fiat Tipo sulla quale si
trovava con lo zio. I medici dell’ospedale San Giovanni Bosco
furono ottimisti fin dall’inizio ed ebbero ragione.

«Vi dico come ammazzai De Gennaro»

«Sono stato io a uccidere Vincenzo De Gennaro, adesso vi dico tutto».
Così, il 31 dicembre dell’anno scorso, mentre il mondo intero si preparava
a festeggiare l’arrivo del 2010, esordì Carlo Capasso, fedelissimo
dei clan Di Lauro, al cospetto di un ufficiale di polizia giudiziaria
al quale aveva chiesto di parlare con un magistrato. Voleva pentirsi, sentendosi
in pericolo, e lo ha fatto da uomo libero. Anche se proprio per
il delitto del 22enne ritenuto vicino agli scissionisti è stato destinatario,
due mesi dopo, di un’ordinanza di custodia cautelare per omicidio.
Vincenzo De Gennaro fu ammazzato il 29 gennaio del 2005 mentre
guidava in auto con un nipote di appena 12 anni, che per fortuna rimase
ferito in maniera leggera. Non era il ragazzino il bersaglio e infatti
fu colpito da un proiettile vagante, ma lo zio. Quest’ultimo era
stato arrestato nel dicembre precedente nel corso del maxi-blitz della
polizia contro la camorra di Secondigliano; però era già tornato in libertà
per insufficienza degli indizi a suo carico.
Del gruppo di fuoco entrato in azione faceva parte, per sua stessa ammissione,
l’attuale collaboratore di giustizia Carlo Capasso. Il quale subito
riferì di essere dall’anno 2003 un affiliato al clan Di Lauro, con partecipazione
al “gruppo di fuoco”. Ma di aver percepito negli ultimi
tempi di essere in pericolo e temendo ritorsioni nei confronti suoi e
del nucleo familiare, si era deciso a collaborare con l’autorità giudiziaria.
Già nel primo interrogatorio, il pentito precisò di aver svolto all’interno
della cosca prima attività di spaccio di droga e poi funzioni
di killer. Erano gli anni della faida di Scampia con gli scissionisti e gli
fu subito affidato un primo incarico: ammazzare Vincenzo De Gennaro.
L’inchiesta, ritenendolo i pm della Dda attendibile, è a buon punto
e per lui è marzo è scattato il provvedimento restrittivo.
Vincenzo De Gennaro, 22enne vicino agli “scissionisti”, arrestato nel
blitz del 7 dicembre e scarcerato il 10 gennaio, fu ucciso a Miano. Nella
famosa retata che rappresentò la prima risposta dello Stato alla guerra
di Secondigliano, era finito in cella con l’accusa di essere uno degli
esponenti del clan degli “spagnoli”. Ritenuto dalla Dda di Napoli in
particolare fedelissimo dei ras Manganiello e Marino, era stato intercettato
più volte nel corso delle indagini culminate nell’emissione dei
65 mandati di cattura alla vigilia dell'Immacolata. Gli inquirenti lo avevano
bollato come presunto esponente del gruppo degli “spagnoli”,
prima della scarcerazione ottenuta dal penalista Carlo Ercolino. Vincenzo
De Gennaro era stato ascoltato dalla polizia e dai carabinieri soprattutto
mentre comunicava con il fratello Giuseppe e con Francesco
Barone, alias “'o red”, a sua volta figlio di Carmela Attrice, uccisa
a sua volta il 15 aprile 2005 nel corso di uno degli spaccati più mostruosi
della tremenda faida che insanguinò Secondigliano, Scampia
e l’hinterland.

«’A scigna organizzò la vendetta»

Sono diversi i collaboratori di giustizia che hanno parlato dell’omicidio
di Gennaro Baldascini “’o napolitano” come vendetta per l’agguato mortale
contro Antonio Licciardi. L’ultimo in ordine di tempo è di sicuro Pasquale
Gatto, napoletano del rione Sanità che nel 2002 entrò a far parte
del clan Misso, che può vantare un curriculum di tutto rispetto negli ambienti
criminali avendoci vissuto per molti anni. «Posso dire di avere iniziato
ad avvicinarmi alle organizzazioni camorristiche attraverso Esposito
Ciro detto ‘o ceccio, al quale ero legato quale criminale comune perché
facevamo insieme dei fili di banca. Esposito Ciro era molto amico
di Gennaro Licciardi detto ‘a scigna e quando venne ucciso il fratello
Antonio Licciardi. Esposito Ciro si unì al gruppo di Gennaro Licciardi,
che era una figura molto carismatica, amato da tutti, in grado di organizzare
una forte risposta anticutoliana. Infatti il fratello Antonio venne
ucciso dai cutoliani che volevano colpire proprio Gennaro ed anzi scambiarono
il primo per il secondo». Dopo l’omicidio di Antonio Licciardi,
secondo Pasquale Gatto, il clan di Secondigliano serrò le file. «Gennaro
Licciardi, in quegli anni, ossia negli anni 80-81 era tra i capi delle varie
famiglie camorristiche che lottavano contro la Nco di Cutolo, e che egli
fu in grado di far unire attorno a lui dopo la morte del fratello. Anche Ciro
Esposito e quindi anche io con lui facemmo parte di uno dei gruppi
anticutoliani».
Altro pentito “doc” che ha parlato dei rapporti tra i Casalesi e la Nuova
famiglia durante la guerra contro Cutolo è stato Domenico Bidognetti, che
per la prima volta ha svelato il motivo per cui periodicamente si facevano
dei summit tra le varie cosche. «A tali riunioni - dice Bidognetti -
partecipavano, oltre me, anche Bidognetti Francesco, Mallardo Francesco,
Mallardo Feliciano detto ‘o sfregiato e Dell’Aquila Giuseppe detto
Peppe o’ ciuccio. Ricordo anche di una riunione effettuata presso “un appoggio”
procurato da Pollastro Vincenzo (affiliato al clan dei Piripicci e
che poi fu ammazzato) a cui parteciparono Licciardi Gennaro detto “a’
scigna”, Edoardo Contini, Mallardo Francesco, Mallardo Giuseppe, Dell’Aquila
Giuseppe, Bidognetti Francesco accompagnato da me e da altri
esponenti del clan; ovviamente a questi appuntamenti i capi erano accompagnati
ognuno dalle proprie persone di fiducia. In queste riunioni
si parlava di affari dei clan e si prendevano accordi anche su omicidi da
compiere con l’accordo o con l’assenso dei diversi clan nonché sulla ripartizione
delle quote estorsive concernenti i grandi lavori delle superstrade
e della metropolitana provinciale. Ad esempio nell’ambito dell’ultimo
incontro che ho citato si discusse dell’omicidio di Baldascini,
di cui ho parlato in altri verbali… omissis…».

Delitto Baldascini, incastrati 6 padrini

La giustizia della Stato ha impiegato 17 anni per inchiodare alle proprie
responsabilità i mandanti e gli esecutori materiali di un omicidio commesso
nel 1993. Un delitto per completare la vendetta per un altro omicidio,
quello del padrino Antonio Licciardi, capo dell’omonima famiglia
di camorra di Secondigliano, massacrato nel 1981. I Licciardi impiegarono
12 anni per farsi “giustizia”, due giorni dopo l’agguato al congiunto
avevano già fatto fuori i due esecutori materiali. Sullo sfondo la guerra
tra La Nco di Raffaele Cutolo e la Nuova famiglia che negli ani Ottanta
fece contare centinaia di morti ammazzati da una parte e dell’altra. Ma
grazie alla collaborazione di diversi pentiti i magistrati della Dda di Napoli
hanno fatto luce sull’omicidio del boss cutoliano
Gennaro Baldascini, detto “’o napulitano”,
che controllava gli affari illeciti per conto della
Nco nella zona di Villa Literno. Secondo il “tribunale
della camorra” Baldascini fu ammazzato
il 28 novembre del 1993, quando la Nco ormai
esisteva solo nei processi, perchè era stato uno
degli ideatori dell’omicidio Licciardi. Secondo i
collaboratori di giustizia, racconti poi confermati dalle indagini della Dia
di Napoli, ad organizzare l’omicidio di Baldascini furono sei boss, tutti
già dietro le sbarre, tranne uno che è ai domiciliari, che ieri hanno ricevuto
un’ordinanza di custodia cautelare con l’accusa di omicidio. Un
delitto deciso sull’asse Casal di Principe-Secondigliano-Giugliano. Si
tratta del padrino Francesco Schiavone “Sandokan”; del padrino Francesco
Bidognetti, meglio noto come “Cicciotto ‘e mezanotte”, e del figlio
Aniello; di Giuseppe Mallardo, ras di Giugliano; di Raffaele Maccariello
e del ras Gennaro Trambarulo “’o muntato”, ex fedelissimo dei Licciardi
passato poi con gli Amato-Pagano, che attualmente è detenuto agli
arresti domiciliari. Altri due indagati, lo stesso Gennaro Licciardi “’a scigna”
e il ras Raffaele Di Fraia sono deceduti e quindi sono usciti dall’inchiesta.
Il blitz è stato portato a termine nella notte di ieri dagli “007” della Dia
di Napoli con la collaborazione del Nic del Ministero della Giustizia, che
hanno eseguito i provvedimenti restrittivi emessi dal gip Marcella Suma
su richiesta della Dda di Napoli. Le indagini della Dia, che si sono avvalse
anche delle dichiarazioni rese da più collaboratori di giustizia, hanno
delineato lo scenario in cui maturò l’omicidio del cutoliano Gennaro
Baldascini. Erano passati 12 anni dall’agguato
mortale ad Antonio Licciardi e il fratello Gennaro
“’a scigna”, nel frattempo diventato capo
indiscusso dell’Alleanza di Secondigliano, voleva
chiudere i conti con chi gli aveva ammazzato
il congiunto. La minuziosa ricostruzione
operata dagli “007” è di estrema importanza per
delineare le alleanze storiche dei clan, succedutesi
nel tempo. L’omicidio di Baldascini, infatti, venne commesso dal
clan dei Casalesi, allora unito, in virtù di un patto di alleanza con la confederazione
di clan raggruppatasi intorno alle famiglie Malardo-Licciardi-
Contini. In particolare, Gennaro “’o napulitano” era considerato l’ideatore
dell’omicidio Licciardi Antonio, il cui cadavere venne ritrovato il 2
giugno del 1981 in una auto parcheggiata all’esterno dell’ospedale Cardarelli.