martedì 13 luglio 2010

Un altro pentito accusa Cosentino

Il primo a parlare di lui è
stato Carmine Schiavone, gli ha
fatto seguito Dario De Simone, dopo
di lui Domenico Frascogna,
Oreste Spagnuolo e Gaetano
Vassallo. Cinque pentiti di camorra,
ritenuti credibili dalla Dda, che
da mesi accusano di complicità e
corruzione l’onorevole Nicola Cosentino.
Adesso alla lista se ne aggiunge
un sesto: Raffaele Piccolo.
Le sue dichiarazioni sono racchiuse
nell’ordinanza di custodia cautelare
che ieri ha portato all’arresto di 14
persone. L’esponente PdL è già nei
guai per altre vicende giudiziarie ed
è libero solo per l’immunità garantitagli
dalla sua carica parlamentare.
Nei confronti di Cosentino pende infatti
da mesi una richiesta di arresto
del gip di Napoli, respinta da Montecitorio,
per il reato di concorso
esterno in associazione camorristica.
Un verbale di poche righe che
getta altre ombre sull’onorevole che
ha ovviamente il diritto di essere
considerato innocente fino a prova
contraria. Ecco cosa dice l’ultimo
delle “gole profonde” dei Casalesi.
«Cosentino è stato favorito dal gruppo
Schiavone. Il politico è infatti titolare
di una impresa di commercializzazione
del gas. Io so che il Cosentino
era favorito perché spesso
quale forma di estorsione nei confronti
degli imprenditori procedevano
a dei cambi di assegno che portavamo
agli imprenditori, soltanto alcuni
assegni però potevano essere
portati da Nicola Cosentino ossia
quelli per esempio dei soggetti apicali
del clan come Nicola Panaro o
Nicola Schiavone. Voglio specificare
che spesso, quando avevamo a
che fare per le estorsioni con imprese
più importanti, come ad esempio
“Statuto di Caserta”, onde evitare
rapporti tra noi affiliati e l’imprenditore,
le estorsioni venivano pagate in
assegni a Iorio, quello del calcestruzzo,
il quale poi versava tali assegni
a noi. Questa modalità di pagamento
faceva infuriare per esempio
Nicola Panaro o Peppe Misso, i
quali si trovavano nella necessità di
cambiare i titoli. E così si ricorreva
ad esempio ad imprenditori come
Nicola Cosentino o un tale Ulderico,
che ha una gioielleria importante a
Casale ed a Teano, o Dante Apicella
». Nella richiesta d’arresto che invece
pende al Parlamento, per Cosentino
la Procura sospetta un interessamento
negli affari di imprese
nel settore dello smaltimento rifiuti
in provincia di Caserta, imprese che
a loro volta sarebbero collegate al
clan dei Casalesi. Tecnicamente, il
concorso esterno si realizza quando
una persona, senza essere stabilmente
inserita nella struttura di
un'organizzazione mafiosa, svolga
un'attività, anche di semplice intermediazione,
che consista in un contributo
per le finalità dell’organizzazione
stessa. Nel caso di Cosentino,
i pm dell’Antimafia hanno raccolto
le dichiarazioni di diversi pentiti dei
Casalesi. Alcuni di questi verbali risalgono
molto indietro nel tempo, addirittura
agli ultimi anni ‘90. Ci sono
poi le dichiarazioni più attuali, che
formano il cuore portante della richiesta
di arresto, dei pentiti Michele
Froncillo e Gaetano Vassallo. Rivelazioni
cominciate nel 2008 e che tirano
in ballo Cosentino per la gestione
degli appalti nel settore dei rifiuti
e per sue presunte cointeressenze
con alcune imprese in odore di
clan. In particolare con la Eco4 di
Mondragone, appartenente ai due
fratelli Orsi (uno dei quali poi ucciso
dai Casalesi).

«Tra Sandokan e il politico c’era la società»

Il pentito della camorra
Luigi Diana non va per il sottile e
dice che tra Nicola Ferraro e
Francesco Schiavone detto
“Sandokan” c’era una vera e propria
società. Una società quantomeno
in relazione al redditizio settore
della raccolta dei rifiuti solidi
urbani, tanto che Nicola Ferraro ha
ottenuto l’aggiudicazione dell’appalto
per la disinfestazione nel comune
di Casal di Principe proprio
grazie all’intervento del clan. Le indicazioni
di Diana, secondo il gip
hanno particolare rilievo poiché il
collaboratore di giustizia riferisce
di aver presenziato a diversi incontri
tra Ferraro e Schiavone in cui i
due hanno discusso di tali affari e
della necessità di occultare il loro
legame di fronte agli investigatori
e ciò simulando un’azione estorsiva
in danno di Nicola Ferraro. L’esistenza
di tale connessione avrebbe
poi trovato conferma, sostiene il gip
che ieri ha firmato le richieste di arresto,
anche nelle dichiarazioni rese
da Sergio Orsi, il quale ha riferito
che proprio in considerazione
del notorio legame tra Nicola Ferraro
e gli Schiavone, la famiglia Orsi
aveva pensato di associarsi ai
Ferraro.
Infine Luigi Diana riferisce anche
che il legame con Schiavone si è
tradotto anche nell’appoggio del
gruppo malavitoso in occasione di
campagne elettorali. L’indicazione
di Diana troverebbe plurimi riscontri
in quanto dichiarato dal collaboratore
di giustizia Raffaele Piccolo,
in relazione alla campagna per le
elezioni regionali in cui gli Schiavone
hanno appoggiato Ferraro. Ma
riscontri anche dal Maiello in relazione
a somme di denaro affidate
allo stesso per distribuirle a quegli
elettori disposti a votare Ferraro e i
suoi uomini; da Anna Carrino che
riferisce come Schiavone jr si accompagnasse
pubblicamente con
Ferraro in periodo di campagna
elettorale; dallo stesso Michele
Froncillo che ha ammesso di aver
ricevuto cospicue somme di denaro
da utilizzare, senza necessità di
rendiconto per la campagna elettorale
di Ferraro.

«L’omicidio di Orsi fu un regalo a Ferraro»



Un summit di camorra
al quale partecipò anche Luigi
Ferraro, fratello di Nicola, suo alter
ego. In quell’incontro c’era
Giuseppe Setola e Oreste Spagnuolo.
Il primo killer stragista
dei Casalesi, il secondo killer ora
pentito. È c’è un giallo che porta
direttamente all’omicidio dell’imprenditore
Michele Orsi, delitto
questo voluto proprio da Setola.
Parlavano di un regalo da fare a
Nicola Ferraro e quel delitto era
la contropartita. Una storia assurda
e di sicuro tutta da provare ma
che è inserita nell’ordinanza di
custodia cautelare con un commento
del gip che ha firmato gli
arresti. Ecco cosa scrive testualmente
il magistrato. «È evidentemente
sintomatica la partecipazione
di Luigi Ferraro ad una riunione
che vede presenti i principali
esponenti e killer del gruppo
di fuoco facente capo a Giuseppe
Setola e lascia davvero colpiti la
possibilità che Setola intenda come
regalo all’organizzazione imprenditoriale
di Luigi e Nicola Ferraro,
la commissione di un sanguinario
omicidio nei confronti di
un imprenditore concorrente nel
settore». Ovviamente, ed è bene
ribadirlo, non c’è nessuna accusa
di omicidio per i due, né riscontri
alle dichiarazioni dell’unico
pentito che ricostruisce il fatto.
«Gigino Ferraro detto il “Fucone”
che aveva rapporti con Giuseppe
Setola con il quale si è incontrato
in una cena insieme a
me due tre giorni prima dell’omicidio
di Michele Orsi ove erano
anche presenti Giovanni Letizia,
Massimo Alfiero, Massimo Napolano,
Antonella Pellegrino e una
donna rumena di nome Luminita.
Il fratello del Gigino è una persona
influente ed aveva affari di interesse
in comune in tema di appalti
e lavori da fare in Villa Literno.
Il Gigino parlava per conto del
fratello quando si incontrava con
Setola. In quella cena Peppe Setola
disse testualmente al Fucone
poco prima dì congedarsi “digli a
tuo fratello di non preoccuparsi
perché fra due giorni ti facciamo
un bel regalo"; preciso che durante
la cena Gigino Fucone disse
a Setola che Orsi aveva reso dichiarazioni
contro il fratello di Luigi
Ferraro. Compresi che si riferiva
a Michele Orsi perché dopo
due giorni l’Orsi fu ucciso dal Setola.
Conosco di nome anche altri
parenti di Orsi ovvero Stefano e
Sergio».
Inoltre il gip fa riferimento alle dichiarazioni
rese da Emilio Di
Caterino, altro collaboratore di
giustizia della cosca dei Casalesi,
che fa a Luigi Ferraro, quale sostanziale
alter ego del fratello Nicola
nei rapporti di intermediazione
tra il clan Bidognetti ed i
maggiori esponenti istituzionali
dei Comuni di Castelvolturno Villa Literno nell’attività di agevolazione
del clan per l’acquisizione
di appalti e commesse pubbliche.
Tra Nicola e Luigi Ferraro
il gip parla di «osmosi tra le due
posizioni che trova un determinato
riscontro anche dalla dichiarazione
dei numerosi collaboratori
di giustizia del clan dei
Casalesi che hanno indicato in
più circostanze la loro simbiosi sia
negli affari che nel rapporto con
la cosc

Ras autorizzato a sorvolare con l’elicottero

Non solo appalti: in cambio
dell’appoggio elettorale, i politici
della provincia di Caserta offrivano
ai Casalesi ricompense di
ogni genere. Cosimo Cecere, consigliere
Udeur di Marcianise, per
esempio, si sdebitò prodigandosi
per far ottenere a Franco Froncillo,
fratello dell’attuale collaboratore
di giustizia Michele, l’autorizzazione
perchè un elicottero potesse
atterrare in paese durante i
festeggiamenti del suo matrimonio.
Racconta Michele Froncillo: «Ho
ulteriore prova del fatto che il Ferraro
abbia contatti con la criminalità
organizzata perchè io stesso ho
partecipato alla campagna elettorale
del 2004/2005, in occasione delle
elezioni amministrative, mentre
mi trovavo agli arresti domiciliari.
In particolare, ricordo che un giorno,
nell'imminenza delle elezioni, si
presentarono presso la mia abitazione
Cosimo Cecere e Francesco
Barbato, entrambi candidati alle
elezioni ed entrambi nel raggruppamento
che sosteneva Nicola Ferraro.
Questi due, già in passato,
avevano ricevuto sostegno elettorale
dal clan Belforte per la loro elezione
al consiglio comunale di Marcianise.
Nell’occasione queste due
persone si presentarono altresì con
il rappresentante della ditta di Ferraro,
responsabile della zona di
Marcianise, ed anche con altre persone
di cui al momento non mi ricordo.
Essi mi chiesero un appoggio
elettorale per Cecere, Barbato
e Ferraro». Scrive il gip: «È opportuno
sottolineare che dagli atti dell’Arma
locale è emerso che Cecere,
su richiesta di Franco Froncillo,
fratello di Michele,si è prodigato nel
mese di ottobre 2005 per far ottenere
l’autorizzazione a poter far atterrare
un elicottero in occasione
del matrimonio dello stesso Froncillo
». Anche Francesco Barbato
è consigliere comunale a Marcianise
per l’Udeur e componente della
II commissione Lavori Pubblici.
Continua ancora il pentito Froncillo:
«Il tipo di sostegno che mi fu
chiesto consisteva nel cercare di far
ottenere, attraverso la mia influenza,
più voti al raggruppamento e al
Nicola Ferraro. Mi furono consegnati
- a tale scopo - in due diverse
occasioni, 30 mila e 15 mila euro
circa, materialmente versati da
questo rappresentante dell’azienda
del Ferraro del quale non ricordo
il nome, ma che sarei in grado
di riconoscere in foto

Appalti, politica e clan: 17 arresti

Camorra e affari legati
ad appalti pilotati, estorsioni, riciclaggio,
traffico di droga e rifiuti.
Come un piovra tentacolare,
il gruppo dei Casalesi riusciva
ad entrare ovunque: nella vita
politica, nei giri milionari e a gestire
la propria cosca anche dal
carcere. Ieri l’ennesimo duro colpo
con l’arresto di 14 persone, tre
sono latitanti, e il sequestro di un
immenso tesoro di oltre un miliardo
e mezzo di euro. L’operazione,
denominata “Normandia
2” è stata condotta dai carabinieri
che su richiesta dei pm della Dda
di Napoli Antonello Ardituro e
Marco Del Gaudio, hanno sequestrato
138 appartamenti in Campania
e nel Lazio, 278 terreni in
Campania, Sardegna, Puglia e
Umbria, 54 società, 600 depositi
bancari e postali e 235 auto e motoveicoli.
Tra i destinatari dei
provvedimenti anche i latitanti
Antonio Iovine e Nicola
Schiavone, figlio del boss Francesco
Schiavone, soprannominato
Sandokan. Le accuse contestate,
a vario titolo, vanno l’associazione mafiosa, al riciclaggio
e turbativa d’asta. Intercettazioni
telefoniche e dichiarazioni
di pentiti sono riusciti a svelare
una parte degli affari a sei zeri
della cosca. Le indagini hanno
evidenziato una ramificata infiltrazione
della camorra nel tessuto
economico e soprattutto nel sistema
degli appalti pubblici nel
Casertano. Tra gli arrestati figura
anche Nicola Ferraro, ex consigliere
regionale dell’Udeur - già
coinvolto in altre due inchieste
su presunti illeciti di pubblica
amministrazione - che è accusato
di 416 bis in quanto si sarebbe
accordato, nella doppia veste
di imprenditore nel settore dei fiuti
ed esponente politico di rilievo
regionale, con gli esponenti
apicali delle associazioni criminali
egemoni nel Casertano e,
in particolare, con i reggenti dei
gruppi Schiavone e Bidognetti.
Secondo gli inquirenti, l’ex consigliere
regionale avrebbe ricevuto
sostegno elettorale e, assieme
al fratello Luigi, a sua volta arrestato,
un appoggio determinante
per l’affermazione delle loro
aziende.
In cambio, avrebbero prestato la
loro opera a favore del clan dei
Casalesi «per agevolare - scrive il
giudice - l’attribuzione di risorse
pubbliche attraverso l'aggiudicazione
di appalti ad imprese compiacenti,
nonchè per favorire il
controllo da parte del clan dello
strategico settore economico dello
smaltimento dei rifiuti». Nell’inchiesta
risulta indagato per
turbativa d'asta il prefetto di Frosinone,
Paolino Maddaloni.
Nei suoi confronti i pm avevano
sollecitato l’arresto, ma il gip Vincenzo
Alabiso ha respinto la richiesta.
Maddaloni è coinvolto
nell’indagine su presunte irregolarità
nell’appalto delle centraline
per il monitoraggio della qualità
dell'aria a Caserta, accusa che
si riferisce agli anni scorsi quando
il funzionario rivestiva l’incarico
di sub commissario prefettizio
al comune di Caserta.

lunedì 12 luglio 2010

Un altro colpo ai Casalesi: 17 arresti. In cella anche l'ex assessore Nicola Ferraro


Beni per oltre 1 miliardo di euro sequestrati dai carabinieri nell'ambito di una vasta operazione in corso da questa mattina in provincia di Caserta. Diciassette ordinanze di custodia cautelare sono state emesse, su richiesta della procura distrettuale antimafia di Napoli, per associazione mafiosa, riciclaggio, turbativa d'asta ed altri reati, nei confronti di esponenti di spicco del clan dei casalesi, tra cui il super latitante Antonio Iovine e Nicola Schiavone, figlio del noto 'Sandokan'.
Le indagini condotte dal Ros hanno permesso - si spiega in una nota - di ricostruire l'intero circuito economico di imprese, complessi turistici, appartamenti e terreni, nel quale venivano reinvestiti gli enormi proventi illeciti del sodalizio.
Documentate - si sottolinea - anche le estese infiltrazioni del clan negli appalti pubblici, individuandone la diffusa rete collusiva nella pubblica amministrazione.
Nel corso dell'operazione contro il
clan dei Casalesi che ha portato all'arresto di 17 persone, i
carabinieri hanno sequestrato 138 appartamenti in Campania e nel
Lazio, 278 terreni in Campania, Sardegna, Puglia e Umbria, 54
societa', 600 depositi bancari e postali e 235 auto e moto
veicoli.
Acquisita anche abbondante documentazione relativa agli
appalti in diversi comuni, tra cui quello di Caserta. Dalle
indagini e' emerso il ruolo di primo piano di Nicola Ferraro,
eletto nel 2005 al Consiglio regionale della Campania con i voti
procurati, secondo l'accusa, dal clan in cambio del sostegno per
l'aggiudicazione di appalti pubblici. Nicola Ferraro, titolare
della Eco Campania, azienda attiva nel settore dei rifiuti, era
acerrimo rivale dei fratelli Michele e Sergio Orsi, titolari
della Eco 4 e concorrenti nell'aggiudicazione degli appalti.
Il pentito Oreste Spagnuolo ha rivelato che il killer
Giuseppe Setola, nel corso di un incontro con Luigi Ferraro,
fratello di Nicola, lo saluto' ricordandogli di riferire al
fratello ''che di li' a qualche giorno avrebbe ricevuto un
regalo''. Dopo pochi giorni Michele Orsi fu assassinato a Casal
di Principe proprio dal gruppo di Setola. Per gli inquirenti
sarebbe proprio questo il ''regalo'' cui faceva cenno Setola.
Nell'ordinanza del gip Vincenzo Alabiso, notificata oggi a 17 persone tra cui Nicola Schiavone, figlio del capoclan dei Casalesi Francesco, compare anche il
nome del sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino.
Riferisce infatti il collaboratore di giustizia Raffaele
Piccolo parlando a proposito delle tangenti imposte agli
imprenditori: ''Anche Cosentino e' stato favorito dal gruppo
Schiavone. Cosentino infatti e' titolare di una impresa di
commercializzazione del gas. Io so che Cosentino era favorito
perche' spesso, quale forma di estorsione nei confronti degli
imprenditori, procedevano a dei cambi di assegni che portavamo
agli imprenditori; soltanto alcuni assegni, pero', potevano
essere portati da Nicola Cosentino, ossia quelli per esempio dei
soggetti apicali del clan come Nicola Panaro o Nicola Schiavone.
Voglio specificare che spesso, quando avevamo a che fare per le
estorsioni con imprese piu' importanti, come ad esempio Statuto
di Caserta, onde evitare rapporti tra noi affiliati e
l'imprenditore, le estorsioni venivano pagate in assegni a Iorio
(Salvatore Iorio, attivo nel settore del calcestruzzo e
arrestato oggi, ndr), quello del calcestruzzo, il quale poi
versava tali assegni a noi''.
''Questa modalita' di pagamento - spiega il collaboratore di
giustizia - faceva infuriare per esempio Nicola Panaro o Peppe
Misso, i quali si trovavano nella necessita' di cambiare i
titoli. E cosi' si ricorreva ad esempio ad imprenditori come
Nicola Cosentino o un tale Ulderico, che ha una gioielleria
importante a Casale ed a Teano, o Dante Apicella''.

Lo smembramento degli scissionisti ad opera delle forze dell'ordine...

Ancora un grande plauso alle forze dell'ordine e' in particolare alla squadra mobile che stanotte ha arrestato un'altro latitante di grossa caratura criminale,parliamo di ELIO AMATO fratello del piu' noto RAFFAELE AMATO,e cognati entrambi di CESARE PAGANO finito anche lui in manette pochi giorni fa.Grandissimo impegno delle forze dell'ordine per frenare l'ascesa di uno dei clan piu' ricchi e piu' organizzati militarmente,ma anche un clan molto aggressivo,organizzato nei minimi dettagli dedito al traffico internazionale di stupefacenti.Dopo la cattura di RAFFAELE AMATO e infine quella di CESARE PAGANO l'arrestato ELIO AMATO era destinato aprendere le redini in mano del clan degli scissionisti,che in solo 6 anni di potere assoluto ha mietuto tantissime vittime innocenti e non.Elio Amato e' stato arrestato in un condomino a villaricca,insieme a lui e' stato arrestato il nipote killer Marco Liquori,che si addestrava in un poligono di tiro paramilitare in bulgaria.Durante la faida i primi a soccombere davanti alla tenacia e alle indagini degli investigatori furono i di lauro,forse un motivo che gli fece perdere la faida in atto,visto che di scissionisti non si sapeva quasi nulla le indagini andarono avanti a singhiozzo,ma il tempo ha premiato gli investigatori che in meno di un anno anno decapitato il clan con arresti e sequestri di beni importantissimi.Sperando come sempre dico che il lavoro degli investigatori vada avanti,e che vengano gradificati non solo con una stelletta ma con qualcosina in piu' sugli stipendi,motivare e premiare la loro tenacia.

Napoli, arrestato il boss Elio Amato Era tra i 100 latitanti più pericolosi

È stato arrestato dagli agenti della squadra mobile di Napoli Elio Amato, esponente di vertice del clan camorristico degli Amato-Pagano. Elio, fratello di Raffaele Amato e cognato di Cesare Pagano, quest'ultimo arrestato dalla polizia giovedì scorso, era inserito nell'elenco dei cento latitanti più pericolosi.
Era ricercato perchè ritenuto responsabile dei reati di associazione camorristica e traffico di stupefacenti. Nel corso dell'operazione, i poliziotti hanno arrestato anche il nipote, Marco Liguori, di 25 anni, latitante e killer del clan Amato-Pagano.

Il boss Elio Amato, 38 anni, dopo la cattura del fratello Raffaele e del cognato Cesare Pagano, avvenuta giovedì scorso, era destinato a diventare il capo del clan Amato-Pagano, protagonista della faida di Scampia. Gli agenti della Mobile di Napoli, una trentina quelli che hanno partecipato all'operazione della scorsa notte coordinati dal primo dirigente Vittorio Pisani,, lo hanno colto nel sonno alle 4,30 del mattino all'interno di un'abitazione di un condominio di Villaricca, comune a nord di Napoli, al terzo piano dell'edificio.

Alla vista dei poliziotti, che avevano circondato il palazzo precludendo ogni via di fuga, Amato non ha opposto resistenza consegnandosi agli agenti. A nulla sono valse le telecamere che il boss aveva fatto installare per difendere la sua latitanza e tenere sotto controllo la zona circostante. Con lui c'erano altri familiari, tra cui appunto il nipote Marco Liguori, 25enne, anch'egli latitante.

Su quest'ultimo, considerato dagli inquirenti uno dei killer più pericolosi dell'organizzazione, la polizia indagava da tempo e grazie alla collaborazione delle forze dell'ordine e dei servizi segreti bulgari ne aveva scoperto l'attività di addestramento paramilitare effettuata proprio in Bulgaria, in alcuni poligoni di tiro dove si esercitava con fucili ad alta precisione. L'influenza del clan Amato-Pagano, oltre che sulla periferia a nord di Napoli, in particolare sui quartieri di Secondigliano e Scampia, si estende su una vasta area comprendente alcuni popolosi comuni dell'hinterland, tra i quali Arzano, Casavatore, Melito e Mugnano. I due latitanti sono stati rinchiusi nel carcere napoletano di Secondigliano.Articolo preso da il mattino.

domenica 11 luglio 2010

Scacco al clan Moccia: 60 arresti

Un’indagine sull’usura e l’estorsione che sembrava essersi
conclusa, nel giugno dell’anno scorso, con le prime condanne, di
primo grado, per complessivi 100 anni. Invece, risalendo in maniera
apicale l’organizzazione criminale, il complesso ed articolato lavoro investigativo
ha consentito alla polizia di avvicinarsi alla punta di quella
che era un vera struttura piramidale realizzata dallo storico clan Moccia,
assestandogli l’ennesimo duro colpo facendo scattare le manette
intorno ai polsi di 60 persone. Tra questi: Filippo Iazzetta, marito di
una delle figlie del defunto capoclan Gennaro Moccia e Vincenzo Barbetta,
uno dei protagonisti del film “Un camorrista perbene”. Di notevole
valore anche il sequestro di beni, mobili ed immobili, a carico anche
di numerosi affiliati, quantificato in una settantina di milioni di euro.
Come è emerso dall’inchiesta, confermata dalle dichiarazioni di collaboratori
di giustizia, il vertice della cosca aveva delegato ai “quadri
dirigenziali”, denominati anche “senatori”, gli unici a poter parlare con
i capi, la delicata azione di amministrare l’ingente profitto acquisito
con usura e racket: inoltre, l’organizzazione era stata suddivisa, secondo
un’articolata ripartizione, in base al territorio ed ai compiti ed al
ruolo di ciascuno. Il maxiblitz è avvenuto all’alba di ieri, nel “triangolo
dell’usura”: Afragola, Arzano e Casoria. Gli uomini della Squadra Mobile
partenopea, coordinati da Vittorio Pisani, hanno eseguito 60 ordinanze
di custodia cautelare in carcere, emesse dal Gip della VI sezione
del Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia
cittadina. Le indagini, durate due anni, a cui hanno preso parte
anche gli agenti del commissariato di Afragola e Frattamaggiore,
hanno accertato che l’organizzazione criminale dei Moccia, “potente e
ricca, si avvale tutt’oggi di una notevole forza di intimidazione”, si legge
nel comunicato a firma del procuratore aggiunto Alessandro Pennasilico.
“Un clan che poggia anche sul prestigio derivante dall’appartenenza
della famiglia Moccia a quelle storiche della camorra napoletana,
riconosciuto dagli altri gruppi malavitosi delle provincie di Napoli
e Caserta”. È emerso dal lavoro fatto dagli investigatori che l’organizzazione
criminale ricorreva (e ricorre ancora oggi) ad azioni violente,
come “le gambizzazioni”, allo scopo di intimidire, avvertire cittadini,
compresi gli affiliati. “Uno stato di assoggettamento e di omertà
– si evidenzia nel comunicato della Procura - che consente ancora oggi
all’associazione di consumare una serie indeterminata di estorsioni,
usura, di abusivo esercizio di attività finanziaria, falso, riciclaggio e
reimpiego dei beni”. Secondo gli inquirenti, il clan Moccia ha dimostrato
in tutti questi anni di essere in grado di inserirsi in maniera capillare
nel vasto territorio controllato, imponendo tangenti ad imprenditori
edili, commercianti ed altri operatori economici attivi nei più diversi
settori produttivi e dei servizi. Altro business della famiglia malavitosa
di Afragola è quello del cosiddetto “credito usuraio”. Nella morsa
dell’organizzazione camorrista imprenditori edili, commercianti, industriali
ed altri operatori economici. Spesso per potere uscire dalla
stretta dei “cravattari”, le vittime erano state costrette a cedere le loro
attività, per estinguere l’esoso debito accumulato. Rilevante la presenza
di non poche persone che a titolo individuale, per propri problemi
di necessità, erano ricorsi al clan per un sostegno economico.

Sotto pressione anche la cantante Cinzia Oscar

Destinatario dell’ordinanza di custodia cautelare
anche Giovanni Alleluia, accusato di estorsione
aggravata. Parte offesa Vincenza Testa, la nota cantante
neomelodica Cinzia Oscar. La vicenda aveva inizio nel
periodo precedente all’arresto di Francesco Favella, del
10 settembre 2004, e continuava anche dopo la sua scarcerazione.
Già dal dicembre del 2005, dunque prima della
scarcerazione del Favella, si registravano tentativi di
Anselmo Vitucci di mettersi in contatto con Cinzia, nel
corso dei quali, Vitucci, nell’attesa che la donna rispondesse
e parlando con persona che si trovava vicina a lui,
affermava che stava per ricevere 15 mila euro dalla donna,
danaro che poi avrebbe portato al Favella. Veniva anche
precisato che tale somma era stata prestata alla cantante
non da “Giovanni” (Alleluia), ma dal Favella.
Vitucci: «No, mi deve portare 15mila euro stasera... No,
la devo chiamare, no... Ma io ci devo dare io questi soldi
a Francuccio. Adesso me li deve portare... Io non volevo
mancare di rispetto a quell'amico di Napoli, ma adesso mi
deve dare i soldi....»
Uomo: (incomp.)...
Vitucci: «No, no, un minuto... Cinzia...»

Dentro l’attore di “Un camorrista perbene”

Tra gli arrestati c’è anche Filippo Iazzetta
marito di una delle figlie del defunto capo clan
Moccia e Vincenzo Barbetta (nella foto) uno dei protagonisti
del film “Un camorrista perbene”. Il ruolo
di Barbetta all’interno del clan emerge chiaramente
da alcune intercettazioni. Nella prima conversazione
è a colloquio con Barboncino identificato in
Antonio Iorio di questioni di denaro che gestiscono
in comune. Emerge tuttavia, dal tenore della
conversazione, che Barbetta si trova in una posizione
sovraordinata nel gruppo, rispetto a Barboncino.
La gerarchia dell’organizzazione criminale
si evince chiaramente dalle intercettazioni telefoniche.
Protagonisti della “chiacchierata” Barboncino”,
appunto, e l’attore Vincenzo Barbetta.
Barboncino: «Don Vincenzo, buongiorno»
Vincenzo: «Barboncino, come andiamo? tutto a
posto?»
Barboncino: «A me non bene, ti devo venire a trovare
subito, sto prendendo dei soldi in un posto
che non sono riuscito a prendere...»
Vincenzo: «Mica ti sto chiamando per i soldi....ti
devo parlare un poco, barboncino…»
Barboncino: «Ora vengo da te subito»
Vincenzo: «Io ti devo parlare un poco, ci vediamo
un poco più tardi, vieni verso le 15.30/16.00 all’agenzia
»
Barboncino: «Io vengo subito ora...»
Vincenzo: «No, sto a fare un servizio»
Barboncino: «No... se ti sbrighi prima…»
Vincenzo: «Stai facendo l’esagerato ora, Barboncino…!
».

Il business della camorra: «Ecco il guadagno di ras e affiliati»

L’interrogatorio di un altro pentito, Rocco
D’Angelo, fa invece luce sull’economia della cosca.
«Prendevo il mensile di 1.500 al mese, che venivano mandate
a casa mia da Giuseppe Angelino detto Peppe ‘o lupo, che era
il mio capo e che si premurò presso i Moccia per farmi avere
la gestione di tre paesi, Frattamaggiore, Cardito e Carditello,
vista l’assenza forzata sul territorio di Cennamo Antonio,
Modestino Pellino e Francesco Pezzella “pane ‘e rano”, che
erano detenuti». Poi continua indicando i nomi dei presunti
attuali componenti della cosca malavitosa. «Francesco
Favella detto ‘o ceccio, Giuseppe Angelino detto Peppe ‘o
lupo, Michele Puzio, Salvatore Scafuto detto Salvatore ‘a
carogna, Gennaro Tuccillo detto Gennaro Sisant (attualmente
referente dei Moccia per Orta di Atella), Antonio Cennamo
detto Tanuccio ‘o malommo (il killer spietato), Modestino
Pellino, Enzuccio ‘o minorenne (di cui non so il cognome e
che ho incontrato una sola volta in un ristorante ad Arzano)».
Parla infine delle zona nelle quali opera il clan Moccia e il
clan Cennamo. «Casoria è gestita da Michelino Puzio e da
Giuseppe Angelino, anche perché né Moccia Antonio, né
Iazzetta Filippo, né Moccia Luigi compaiono mai
personalmente nelle estorsioni da noi commesse».

A Natale cannoli imposti dalla cosca

Il clan lucrava su tutto, ma
proprio tutto. A partire dalla distribuzione
di dolciumi, in particolare di
cannoli che imponeva nella zona di
Arzano. L’affare della cosca (nella foto
l’arresto di Salvatore Scafuto) è stato
svelato dal collaboratore di giustizia
Carlo Orlano. Ecco nel suo racconto
del 20 aprile del 2007 cosa dice
ai magistrati della Dda di Napoli.
«A questo proposito, ricordo ora che,
un paio di mesi prima dell'uccisione
di costoro, Andrea Puzone e Salvatore,
ho sentito 'o barone, Gaetano Barone che raccontava a mio padre che ‘o
Cecce Francesco Favella aveva tolto l’attività di distribuzione dei cannoli ai
Puzone e l’aveva assegnata a Scafuro o comunque a soggetti collegati con costui.
L’attività della distribuzione dei cannoli era condotta per conto del clan.
Non so dirle i Puzone da chi li prendessero, so solo dire che, durante le feste
di Natale, i Puzone li distribuivano ai bar di Arzano e di Casoria. Andrea Puzone,
inoltre, aveva anche un ragazzo che lavorava per conto suo e che distribuiva
i gelati della Sammontana, sia in Arzano che in Casoria».
A conferma di quanto ricostruito dalle forze dell’ordine grazie al pentito ci sono
anche alcuni intercettazioni telefoniche.
Un Nino non identificato, comunicava a Girolamo Scafuro di aver ricevuto
dalla famiglia di Andrea Puzone l’ordine di sospendere la propria fornitura
al bar “Rosso e Nero” di Arzano.
Nino: «Senti ... ma il fatto del "Bar Rosso e Nero”»
Girolamo: «Eh...».
Nino: «Eh... niente, non posso andarci più; Girolamo: Non ci puoi andare
più...».
Colui che aveva impartito l’ordine, come sarebbe stato chiarito di lì a poco
nel corso della medesima conversazione, erano Andrea Puzone e il figlio.

«La città è divisa in due parti: gli scissionisti e i Moccia»

A parlare è il collaboratore di giustizia Angelo Ferrara
che nell’interrogatorio del 2008 fa la mappatura criminale della
zona di Arzano, periferia a Nord di Napoli da sempre spaccata in
più cosche che si spartiscono il territorio.
«Arzano, invece, è divisa in due parti; una metà degli scissionisti
e una metà dei Moccia. Che io so, una volta ad Arzano avevano
messo a Peppe ‘o curt, almeno fino al 2006-2007, poi adesso sta
Mimmuccio, che ho riconosciuto in foto», dice il collabotore di
giustizia, che precisa. «Io queste cose le so perché me la facevo
molto con il cognato di Mauro Franzere, omissis».
Lo stesso Ferrara nell’interrogatorio del 20 luglio del 2008 ha
dichiarato: «La città è divisa, da un punto di vista di gestione
criminale, tra clan Moccia e gli scissionisti. questi ultimi si
interessano della droga, mentre i Moccia delle estorsioni e
dell’usura. Ciò è a mia conoscenza in quanto ho frequentato vari
soggetti dei Moccia, come ad esempio ‘o Cecce, Pierino ‘a Siberia,
cioè Pietro Iodice, che sta per uscire; Mimmuccio che è il
responsabile di Arzano, malgrado sia di Casoria. Ho saputo che
Mimmuccio è il responsabile di Arzano da Giorgio, genero di
Lucci…omissis…».
Nella sua zona e per il suo settore di intervento, il clan Moccia
aveva affidato il controllo delle attività illecite in Arzano prima a
Giuseppe Orlando Giuseppe e poi ad Andrea Puzone. Di Orlando,
in particolare, parlava il vecchio affiliato Pasquale Ruggiero, il
quale affermava nel suo interrogatorio del 14 marzo del 2005:
«Orlando Giuseppe di Afragola è piuttosto bassino; è parente di
Casone. Egli attualmente appartiene al clan Moccia.
Successivamente lo arrestarono a casa mia quando arrestarono me
nel 1992. Io fui arrestato per estorsione aggravata e associazione
per delinquere. Miei coimputati erano Giovanni Di Annicella e
Ciro Casone. Orlando fu arrestato per favoreggiamento, perché
aggredì i carabinieri».

Sesso per pagare rate dell’usura

Regolamento di conti
in “natura”, prestazioni sessuali
per saldare i debiti con il clan. Un
disegno criminale costruito ad arte
da Antonio Iorio che in diverse
occasioni, secondo quanto
emerge dall’ordinanza, aveva costretto
una donna che si trovava in
evidenti difficoltà economiche a
subire rapporti sessuali indesiderati
mediante minacce verbali (del tipo:
“Guarda tu non piangi adesso,
ti faccio piangere stasera...Ti faccio
piangere stasera davanti a tuo
marito...”). Minacce pesantissime
nei confronti della donna che se per
caso rifiutava gli “incontri personali”
da lui imposti finiva per essere
soggetta a soluzioni di pagamento
del debito particolarmente
penalizzanti, ad esempio mediante
cambiali da 500 euro l’una.
In alcune occasioni Antonio Iorio,
con la scusa di dover discutere dei
pagamenti ed essendo in una posizione
di forza nei confronti della
debitrice in difficoltà, approfittava della situazione per incontrare la
donna ed ottenere rapporti sessuali (Donna: “Sempre, quante volte sono
venuta, mi dovevi sempre spiegare una situazione che poi si è girata
a... ...”. Iorio: Ah, ...incomp... fatto quando ci siamo visti da vicino, ci
siamo fatti... il rapporto dici tu?....… Io... se ci siamo visti dieci volte, abbiamo
fatto tre volte… guarda.”).
In una delle telefonate tra i due emerge chiaramente che la donna non
si era fatta trovare in casa, malgrado in precedenza Antonio Iorio fosse
riuscito a strapparle un ennesimo appuntamento. La donna si giustificava
con lui dicendo di avere un grave problema personale.
Una “scusa” che mandò su tutte le furie Antonio Iorio il quale, molto
irritato, le comunicava: “Ora vengo da te, tu ora compri delle cambiali…
delle cambiali e me le firmi, così non ci vediamo proprio più, ci vediamo
tramite cambiali!!". Da qui poi subito le minacce: “Io non voglio
vederti, tu prendi le cambiali, tu hai le scadenze fino a maggio 2007, mi
firmi le cambiali di 500 euro l'una... ogni mese 500 euro fino a maggio".
Affermazioni che portavano la donna a tornare sui suoi passi assumendo
nei confronti dello Iorio un atteggiamento più mite al punto che
si trovava costretta a vederlo, nonostante lo facesse contro la sua volontà.
Dalle parole dello Iorio, inoltre, risultava che egli aveva fatto il prestito
insieme con un cugino, che chiedeva conto dei pagamenti della donna.
Antonio Iorio le diceva che, con quello che lei versava ogni mese (100
euro), non pagava neppure gli interessi sugli interessi che frattanto erano
maturati (“I 100 euro che tu gli porti non vale neanche l'interesse sugli
interessi che tu ci stai dando”). In questo modo giustificava il pagamento
“in natura” da parte della donna che disperata si trovava così a
saldare il suo debito “vendendo” il proprio corpo.

Pagano in cella, ora caccia alle coperture

Assicurato alla giustizia il boss Cesare Pagano, superlatitante degli scissionisti,
le indagini proseguono per individuare coloro i quali gli hanno
consentito di nascondersi, in pratica, nel suo territorio permettendogli
di reggere le redine del gruppo camorristico che capeggiava, unitamente
al cognato Raffaele Amato, detenuto, arrestato dopo anni di latitanza.
Per inquirenti ed investigatori, i fiancheggiatori del boss avrebbero messo
insieme una fitta rete di collegamenti “isolando” il quarantaduenne
pericoloso capocosca e proteggendolo dai blitz delle forze dell’ordine; in
particolare da quelli della polizia che è stata sul punto di arrestarlo nel
marzo scorso ed ancora tre anni prima. Un “sistema di protezione”, messo
in risalto anche dal procuratore aggiunto Alessandro Pennasilico, della
Direzione distrettuale antimafia di Napoli che ha spiegato come “dal
suo covo, Cesare Pagano abbia continuato a tenere le fila del clan, potendo
contare su una rete protettiva sul territorio che gli ha permesso di
essere latitante senza abbandonare il proprio territorio, condizione evidentemente
indispensabile ai capiclan”. Un segno di potere, ma anche
di sfida agli investigatori impegnati con tutte le proprie forze, ventiquattro
ore su ventiquattro, nel tentativo di stanarlo. Questa condizione
di “fuggitivo”, si sentirsi braccato, alla fine, Cesare Pagano l’ha pagata
con il carcere. Il suo arresto è giunto ad oltre un anno di distanza
da quello di Lello Amato, catturato sempre dagli uomini della Mobile, il
17 maggio dello scorso anno a Malaga, in Spagna dove si era rifugiato
dal 2006. Invece, il boss Pagano ha preferito rintanarsi nel suo territorio:
il 3 marzo scorso fu individuato in un villaggio, a Quarto, inaccessibile
perché occorreva raggiungere la sommità del cratere che guarda sui
Campi Flegrei. Il blitz della polizia non fu inutile in quanto nella rete finì
Carmine Cerrato, di 33 anni, uno dei killer degli Amato-Pagano. Anche
in quella circostanza emerse che Cesare Pagano godeva sull’appoggio
di un’organizzazione che lo proteggeva, potendo addirittura contare
su una coppia di fiancheggiatori, marito e moglie, che avevano il
compito di vivandieri, procurando e cucinandogli i pasti, quotidianamente.
Insomma, il boss si circondava di fedelissimi pronti a rendergli,
a trasformare la latitanza, in un soggiorno dotato di ogni possibile confort.
Dimostrazione, questa, che il ricercato non aveva mai avuto alcuna
intenzione di allontanarsi dal “suo” territorio, ma di volere continuare
a reggere personalmente e direttamente il gruppo degli “scissionisti”.
Fin qui, la latitanza. Ma, il procuratore aggiunto Alessandro Pennasilico
ha anche posto l’attenzione sul significato, il valore, uno dei tenti
che ha assunto l’operazione della Squadra Mobile partenopea: «La cattura
dei latitanti - ha detto l’inquirente - rappresenta un effetto educativo
per la gente che abita nel territorio in cui opera il clan, soprattutto
per i giovani che possono capire che il destino di un boss è sempre e
solo quello di finire in carcere».

Sequestrato il lago d'Averno s.p.a.casalesi

Operazione anticamorra della Dia di Napoli contro il clan dei Casalesi. In applicazione di un decreto emesso dai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli nei confronti di affiliati al clan, è stato sottoposto a sequestro preventivo anche il lago di Averno, uno specchio d'acqua della zona flegrea, ricco di importanti siti storici. Ancora oggi rinnova suggestivi ricordi narrati dall'epopea virgiliana e dantesca, del mito dell'entrata agli Inferi e della tradizione della Sibilla.
Il Lago d'Averno è un lago vulcanico che nel 1750 fu donato dai Borbone ad una nobile famiglia napoletana con un lascito regio, poi tramandato agli eredi che l'hanno venduto nel 1991 alla società Country Club srl della famiglia Cardillo.
È di proprietà di un prestanome del boss dell'ala stragista dei Casalesi, Giuseppe Setola, la società Country Club tra i cui beni vi è anche il lago d'Averno, sequestrato dalla Dia di Napoli in applicazione di un decreto della magistratura. La società Country Club srl nel 2008, pochi giorni dopo l'arresto di Giuseppe Setola, fu acquistata da Gennaro Cardillo, di 43 anni, imprenditore nel settore turistico-alberghiero, attualmente detenuto, ritenuto un prestanome di Setola.
Le indagini svolte dalla Dia e coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia napoletana hanno evidenziato che Cardillo ha favorito Setola e gli altri componenti del gruppo camorristico, sia nella fase della latitanza che in quella di supporto logistico per le operazioni criminali, con la messa a disposizione di ristoranti e camere d'albergo.
Tra le strutture identificate vi è l'agriturismo Terra Mia, il ristorante Aramacao e la stessa società Country Club, tutte sottoposte oggi a sequestro. «Gennaro Cardillo - è scritto nel decreto di sequestro - ha operato acquisizioni di beni, direttamente o tramite la sua società, del tutto sproporzionate rispetto ai redditi dichiarati. Tale sproporzione impone la presunzione di illecita provenienza dei mezzi impiegati per gli acquisti in mancanza di ogni attuale giustificazione circa la lecita provenienza dei mezzi medesimi».
«Irrilevante - si aggiunge - è la circostanza che vi siano iscrizioni ipotecarie nei confronti della società, in quanto uno degli strumenti utilizzati per occultare l'illecita dei mezzi impiegati per l'acquisizione dei beni è costituito dal ricorso al credito esterno rispetto al quale assume rilevanza, ancora una volta, tra il capitale acquisito a credito e i redditi dichiarati; nel caso di specie, Cardillo, come si desume dalle dichiarazioni presentate, non aveva certamente i mezzi per ricorrere a significativi capitali di credito esterni».
La società «Terra mia» aveva rilevato negli anni scorsi il ristorante e agriturismo «Il licaone», immerso nel verde e con una vista mozzafiato sul lago. Qui, come hanno raccontato alcuni collaboratori di giustizia, si incontravano Setola e altri affiliati al clan dei casalesi. Sempre nella stessa zona Cardillo gestisce la discoteca Aramacao. Il decreto di sequestro è stato emesso dal procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho e dai pm Giovanni Conzo, Alessandro D'Alessio, Catello Maresca, Alessandro Milita e Cesare Sirignano. Le operazioni di sequestro sono state coordinate dal dirigente della Dia, vicequestore Maurizio Vallone.
«La brillante operazione della DIA mette in luce la devastante azione di accaparramento dei più preziosi beni della nostra regione condotta dalla criminalità organizzata. Vive congratulazioni alle forze dell'Ordine, dunque. Data la fondamentale importanza naturalistica e culturale dell'intero complesso, vi è ora la necessità di seguire con attenzione tutta la complessa fase giudiziaria ed amministrativa che potrebbe portare dal sequestro alla confisca dei beni». Lo afferma, in una nota, Antonio Amato presidente commissione regionale sui beni confiscati.
«Pur attendendo che si avvii e completi l'iter giudiziario, credo infatti che la vera vittoria dello Stato ci sarà quando il Lago d'Averno e le altre strutture oggi sequestrate saranno confiscati, sottratti al patrimonio della camorra e restituiti a tutti noi. Su quest'ultimo versante - afferma ancora Amato - credo che le Istituzioni debbano ancora fare molto, e con il direttore dell'Agenzia Nazionale per i beni confiscati, il Prefetto Morcone, che incontrerò la prossima settimana, voglio verificare eventuali possibilità di intervento regionali per semplificare e rendere più agevole l'intero processo che va dal sequestro alla confisca dei beni fino alla loro restituzione alla collettività».
L'avvocato Fabio Fulgeri, che assiste Gennaro Cardillo, ha reso noto che nei prossimi giorni fara' ricorso al Riesame contro il sequestro.
Il lago d'Averno e gli altri immobili sequestrati, spiega il legale, furono acquistati molti anni fa dai familiari dell'indagato con denaro che era nella loro disponibilita': i casalesi, sostiene Fulgeri, «non hanno dunque avuto alcun ruolo nell'acquisto e nella gestione dei beni».
Ma intanto scoppia la polemica.
La Corte di Cassazione, con una nota, ribadisce che il Lago di Averno è un bene demaniale, e ricorda che a stabilirlo è una sentenza già passata in giudicato delle sezioni unite.
Il sequestro del lago arriva, in pratica, mentre e' ancora in corso la querelle giudiziaria sul possesso del bacino, che e' il piu' noto e suggestivo dei Campi Flegrei.
Gennaro Cardillo lo acquisto' per due miliardi di lire nel 1991 dalla famiglia Pollio, i cui antenati nel 1750 lo avevano ricevuto in dono dai Borbone. Poche settimane dopo, il ministero dei Beni culturali annuncio' l'esercizio del diritto di prelazione e la richiesta urgente al Tesoro dei due miliardi necessari.
Il ministro della Marina mercantile, Ferdinando Pacchiano, firmo' il decreto che vincolava la zona. Nel febbraio del 1993 i sei eredi Pollio citarono in giudizio il ministero dei Beni culturali: aveva esercitato la prelazione, ma non aveva versato il corrispettivo della vendita. Il ministero, infatti, aveva cambiato strategia: eccepi' di non essere tenuto al pagamento per 'essere nullo il procedimento'; il lago, sosteneva, pur non essendo incluso nell'elenco delle acque pubbliche, faceva parte del demanio idrico. Nel marzo del 1995 il Tribunale di Napoli si dichiaro' incompetente a decidere; nell'ottobre dello stesso anno il caso approdo' al Tribunale delle acque. Dopo cinque anni finalmente la sentenza: il lago e' demaniale. Gli eredi Pollio fecero appello al Tribunale superiore delle acque, ma persero ancora.
Anche l'ultimo grado di giudizio, quello della Cassazione, fu negativo per loro: la Corte, a sezioni riunite, confermo' la sentenza del Tribunale delle acque. Nelle motivazioni specifico' che, in base all'articolo 822 del codice civile, «i laghi devono senz'altro considerarsi pubblici». Tuttavia, gli eredi Pollio e Gennaro Cardillo si rivolsero anche alla giustizia amministrativa e una sentenza del Consiglio di Stato diede loro ragione. Se il sequestro di oggi sara' confermato e diverra' confisca, lo Stato entrera' finalmente in possesso del lago.

venerdì 9 luglio 2010

Il boss of bosses closed

Un grande plauso alla squadra mobile che con le poche risorse a disposizione e con stipendi che molte volte va via per pagare benzina e divise di servizi,e' riuscita ad arrestare uno dei boss piu' spietati e strateghi dell'ultima ora,Cesare Pagano ras indiscusso degli scissionisti.Non deve stupire l'aria sorniona quando viene presentato davanti ai flash dei fotografi,con le mani dietro alla schiena scortato dagli agenti della mobile all'uscita della questura centrale.Cesare Pagano e' un ras furbo e intelligentissimo,senza niente da invidiare hai tanti padrini della camorra che popolano questa sgangherata napoli.Scaltro,stratega,e' riuscito in pochi anni a creare una fitta rete di alleanze,con il benestare di Totore Capitone e' riuscito a spodestare i di lauro prima e i licciardi dopo,ha saputo creare il clima adatto per una nuova scissione che ha portato in pochi mesi gli uomini piu' illustri dei licciardi a fondersi con il suo clan,con il suo carisma.Ha messo le mani su qualiano melito casavatore scampia rione berlingeri e chi piu' ne ha piu' ne metta,la sua travolgente sete di potere ha portato morte e distruzione ovunque.Dopo la vittoria contro i di lauro si e' organizzato per creare una associazione diversa,con regole rigide e spietate con tutto e tutti,la sua sete di potere nasconde terribili segreti,tra cui molte lupare bianche,tra cui tanto per citare alcuni GAETANO SPASIANO,MASSIMO FRASCOGNA,RUGGIERO LAZZARO,PAOLO GUARRACINO,il primo e' sparito durante la terribile faida di scampia,i tre invece hanno pagato con la vita la loro voglia di mettersi in proprio.Piu' tardi postero' delle relazioni molto interessanti su cesare pagano.Volevo ricordare che il mio libro verita' sulla faida di scampia dagli inizi ad oggi sta per finire,per prenotarlo c'e' il mio indirizzo email in alto a destra,una vera rarita',una perla di informazioni scoop e altro che rimarrano i lettori col fiato sospeso.Prenotatelo in fretta rimangono solo altre 47 copie,altrimenti dovete aspettare settembre per le prossime ristampe.

giovedì 8 luglio 2010

Carmine Pagano (ANGIOLETTO)il baby boss


In foto si vede Carmine Pagano detto (angioletto)nipote dei fratelli che fa capo al cartello degli scissionisti Cesare pagano Vincenzo Pagano e Domenico Pagano.I tre fratelli sono cognati del boss Raffaele Amato,piu' noto con il soprannome di (o'lell)capo carismatico e il responsabile della scissione.Il baby boss Carmine Pagano ha un curriculum di tutto rispetto,e' indagato per associazione mafiosa traffico internazionale di stupefacenti e omicidio.La sua carriera da camorrista incomincia sotto l'ala protettrice degli zii,nato e cresciuto nel rione berlingieri angioletto ben presto si e' rivelato un capo carismatico obbedito e riverito da tutto il clan.Con i consigli e le imbasciate degli zii ha fatto una carriera fulminante,bruciando tutte le tappe,praticamente in melito di napoli non si muoveva una foglia se lui non voleva,era il vero alter ego degli zii.Si era distinto sia prima che dopo la faida per il suo carisma criminale sviluppatosi in tenera eta',aveva hai suoi comandi un manipolo di killer pronti a tutto,e' responsabile delle piazze di spaccio di tutta melito,il suo e' stato un ruolo chiave all'interno dell'organizzazione scissionistica del clan di lauro.Ho raccolto nel mio libro nei minimi dettagli gli omicidi il traffico di stupefacenti e tutto cio' di cui viene accusato angioletto ben prima del suo arresto.Se volete leggere la storia le gesta non avete altro da fare di contattarmi alla mia email che e' gasper33@hotmail.it e ordinare il prezioso libro di chi e' curioso di sapere la verita' e le trame oltre che gli omicidi della faida..

Un dono per tutti i lettori di questo blog,una magnifica offerta...

Sono ormai 5 anni che ho creato questo blog,ho raccolto notizie testimonianze e vendette e agguati che nessun giornalista si e' sentito di narrare.Da poche settimane ho finito di stampare un libro,dove c'e' minuziosamente riportati tutti i fatti di cronaca riguardanti la faida di scampia.Testimonianze di chi e'stato in trincea durante la guerra tra i di lauro e scissionisti,di come e' iniziata,chi l'ha guidata e tutti gli omicidi avvenuti narrati minuziosamente da chi li ha commessi.Un libro unico che non troverete in nessuna libreria,svelati gli omicidi,le lupare bianche e tutto il contesto camorristico degli ultimi 8 anni che si sono verificati a secondigliano.Oltre la faida il mio libro racconta un'altra scissione avvenuta tra le famiglie camorristiche dei licciardi e dei sacco-feldi-bocchetti.Un testo unico da non perdere,non sono un giornalista ma raccontero' i fatti e misfatti in modo crudo reale come si sono susseguiti senza romanzare o modificare nulla.Per tutti coloro che sono interessati il mio libro costa 13 euro,e sono 321 pagine ricche di racconti e anedotti che nessun altro avra' il coraggio di raccontare.Sono disponibili attualmente solo 145 copie,per tutti voi che siete interessati potete contattarmi alla mia email che e' gasper33@hotmail.it.Potete prenotare il libro che nel giro di pochi giorni massimo 3 riceverete a casa vostra.Lo consiglio vivamente a tutti i lettori del mio blog,vi dico che quello che avete trovato interessante fino ad adesso su questo blog e' solo un assaggio di tutto quello che troverete nel mio libro.Vi aspetto in tanti augurandovi una vita libera e felice con saluti ricchi di stima,vi raccomando prenotate il mio libro una vera rarita'.

La sanguinaria faida di Scampia




Una guerra costata una settantina di morti, combattuta sparando in mezzo alle strade dagli uomini cui Roberto Saviano dedicò il suo Gomorra. Una guerra di sangue e di droga, di vendette personali e di furia di capi-piazza ambiziosi e spietati ambientata nei quartieri di Napoli: a Scampia e Secondigliano, soprattutto.

E' la guerra di camorra scoppiata nel 2004 che vide contrapporsi da una parte i Di Lauro, e dall'altra i cosiddetti "scissionisti" che se ne separarono e assunsero il controllo di parte di quel territorio a suon di morti.

Per capire come mai tanti cadaveri furono seminati per il controllo di un pezzo di terra, quella di Secondigliano e di Scampia, tutto sommato così piccola, bisogna considerare che si tratta di un potere che s'allarga pure fuori Napoli, ma soprattutto che quella zona è considerata la più grande piazza d'Europa per lo spaccio di ogni tipo di droga. Una piazza che garantisce dunque un giro d'affari spaventoso.

Qui, alla fine degli anni Novanta, Paolo di Lauro era re e signore incontrastato. Dopo il 2002, però, al vertice della piramide del clan subentrarono pure i figli: Cosimo, Vincenzo e Marco, che cominciarono a rinnovare i capi-piazza con persone di loro fiducia. Ed ecco la scintilla della guerra. Torna a Napoli dalla Spagna Raffaele Amato, fedelissimo del vecchio boss, e i figli di Di Lauro lo accusano di essersi preso dei soldi che spettavano al clan. Amato - di cui Cesare Pagano, arrestato oggi, è parente - reagisce alleandosi con una parte dei componenti del clan non contenti del modo in cui i figli gestiscono le cose. Gli scissionisti, appunto. Li battezzano sprezzantemente anche «gli spagnoli», allundendo alla fedeltà al camorrista rientrato dalla Spagna.

E così scoppia l'inferno. C'è un morto al giorno, quando non di più. Si spara nelle strade, nelle piazze, in mezzo alla folla. Si spara pure nelle case. E si spara per un niente, certe volte facendo finire di mezzo chi non c'entra nulla: chi passa per caso nelle vie sbagliate, o addirittura chi somiglia a qualcun altro. Nel giro di sei mesi, da ottobre del 2004 al marzo del 2005, finisce ammazzata una cinquantina di persone, e non si contano i ferimenti e gli attentati dinamitardi.

In quei giorni di sangue e terrore, anche carabinieri e polizia picchiano duro. Arrestano 150 appartenenti e fiancheggiatori dei camorristi in meno di un anno. Non è sufficiente. I fedeli agli Amato, e quelli fedeli ai Di Lauro, continuano la faida. Come in un romanzo, ci sono tensioni, soffiate, spiate, colpi di scena, rovesci, passaggi tra sottogruppi rivali. Si ammazzano gli amici e i parenti dei propri nemici, per costringerli a uscire allo scoperto sperando di farli fuori direttamente. Si ammazzano tre persone pure il giorno della visita a Napoli del presidente della Repubblica. Il giorno dell'arresto di Cosimo Di Lauro c'è un parapiglia contro le forze dell'ordine per bloccare le manette, con la gente per strada, ma c'è pure, da parte degli scissionisti, l'esplodere dei fuochi d'artificio per manifestare davanti a tutti la gioia.

Un giorno Paolo Di Lauro torna nel quartiere, forse per tentare di pacificare la guerra di persona dopo l'arresto del figlio. E un giorno, dopo qualche settimana, finisce nella rete delle forze dell'ordine. Lo tradisce, pare, la passione per il salmone e la pezzogna: gli inquirenti sanno che li predilige e seguono gli spostamenti della donna che li acquista dai migliori fornitori.

La guerra avrà strascischi per anni, con molti altri morti. E strascichi e conseguenze sono sotto gli occhi di tutti anche oggi. Ma c 'è un momento simbolo in cui convenzionalmente si segna la fine della faida di Scampia. O almeno della sua fase più sanguinaria. Quello in cui in tribunale, nell'autunno del 2005, il boss Paolo Di Lauro incontrò un capo degli scissionisti, Vincenzo Pariante. Quella volta diede un segnale forte e chiaro a tutti quelli che camminavano per le strade di Napoli con le pistole che spuntavano dalle tasche dei giubbini. Di Lauro lo vide, e lo baciò.

Camorra, preso Cesare Pagano Era il capoclan degli scissionisti



Per vent’anni è stato un fantasma: mai arrestato, mai comparso in un’aula di tribunale, nessuna foto segnaletica. L’unica fotografia di cui fino a ieri gli investigatori disponevano di Cesare Pagano, 42 anni, prima affiliato al clan camorristico dei Di Lauro e poi protagonista della tragica scissione all’origine della faida di Scampia,, era quella di una vecchia carta d’identità trovata durante una perquisizione. Il boss è stato stanato alle quattro e mezzo del mattino in una villetta di Licola, sul litorale flegreo. Era sveglio, come sua abitudine: per avere più probabilità di sfuggire all’arresto, infatti, si costringeva a dormire di giorno e a stare sveglio di notte, vestito e con le scarpe ai piedi, pronto a scappare. Gli riuscì lo scorso marzo; ieri, invece, hanno avuto la meglio gli uomini della squadra mobile, coordinati dal vicequestore Vittorio Pisani.

Cesare Pagano era inserito nella lista dei 30 latitanti più pericolosi d’Italia e per questo il suo arresto è stato accolto con soddisfazione dai massimi rappresentanti istituzionali. Il presidente del Consiglio, Berlusconi, ha fatto i complimenti al ministro Maroni e alla polizia. Maroni, a sua volta, ha telefonato al questore di Napoli, Santi Giuffrè, e gli ha manifestato l’intenzione di incontrare in Questura gli uomini della squadra mobile. Il guardasigilli Alfano ha invece telefonato al procuratore, Giovandomenico Lepore, che non ha mancato di rammentargli come gli arresti dei boss latitanti siano possibili soprattutto grazie alle intercettazioni. Congratulazioni anche da parte di Schifani, Fini, del governatore Stefano Caldoro e del sindaco Rosa Russo Iervolino.

Cesare Pagano è accusato di associazione camorristica, traffico di stupefacenti e omicidio; presto però potrebbero essergli contestati altri reati, dal momento che nuovi collaboratori di giustizia, come Antonio e Maurizio Prestieri, stanno ripercorrendo le fasi degli scontri tra clan che dagli anni Novanta in poi hanno funestato la periferia a nord di Napoli ed alcuni comuni dell’hinterland.

Il gruppo degli “scissionisti”, di cui Pagano è il capo assieme al cognato Raffaele Amato, dopo aver vinto la guerra con i Di Lauro controlla infatti quasi tutta la zona di Secondigliano e Scampia, ma anche i Comuni di Arzano, Casavatore, Melito e Mugnano. Al centro delle attività della cosca c’è soprattutto lo spaccio della droga, che garantisce guadagni da favola; il denaro viene poi ripulito attraverso investimenti immobiliari, soprattutto nei paesi dell’Est e in Spagna (non a caso gli “scissionisti” nel loro territorio sono conosciuti anche gli “spagnoli”). Proprio i ghiotti proventi dello spaccio furono la causa della faida di Scampia, nel corso della quale vennero assassinate anche persone innocenti e del tutto estranee alla criminalità organizzata.

Per catturare il boss latitante, la polizia aveva tentato molte strade. Erano state persino piantonate le edicole aperte 24 ore su 24, quando si era capito che Pagano, nelle sue veglie notturne, aveva l’abitudine di leggere le prime edizioni dei giornali. Ma, come hanno sottolineato gli investigatori, la svolta è arrivata grazie alle intercettazioni telefoniche e ambientali, che hanno consentito di capire come le persone deputate a mantenere i rapporti con lui fossero i due generi. Seguendone gli spostamenti, gli agenti sono arrivati alla villetta di Licola. Uno dei generi del capoclan, Mario Riccio, faceva da sentinella al suocero assieme ad un’ altra persona; nell’abitazione c’erano poi la moglie ed un nipote del boss, Carmine Pagano, a sua volta latitante e perciò arrestato.

Arrestato Cesare Pagano, il capo degli scissionisti



Ricercato dal marzo del 2009, era a capo del clan degli scissionisti di Scampia dopo la cattura di Bastone. Faceva parte della lista del "programma speciale di ricerca"
Il boss degli scissionisti, Cesare Pagano,è stato arrestato dalla polizia alla periferia di Napoli. Pagano era nella lista dei trenta latitanti più pericolosi. Il quarantunenne boss uno dei protagonisti indiscussi della faida di Scampia, era ricercato dal marzo del 2009 per associazione di tipo mafioso e traffico internazionale di stupefacenti tra i ricercati di massima pericolosità inseriti nel "Programma Speciale di Ricerca" selezionati dal Gruppo Integrato Interforze. Pagano era nascosto in una villa a poca distanza dalla spiaggia, insieme con due guardaspalle, il nipote Carmine, soprannominato "Angioletto", anch'egli latitante, ed il genero. La polizia ha circondato l'abitazione ed ha fatto irruzione, sparando colpi di pistola in aria, a scopo intimidatorio. I tre non hanno opposto resistenza. Cesare Pagano era latitante dal maggio 2009, quando era riuscito a sfuggire alla cattura in occasione di un'operazione della polizia che portò all'arresto del cognato, Raffaele Amato. I due sono considerati i capi del clan degli scissionisti che nel biennio 2004-2005 diede vita con il clan Di Lauro alla faida di Scampia, per il controllo della più grande piazza di spaccio d'Europa, che provocò una settantina di morti. Da quello scontro gli scissionisti uscirono vincitori e presero il sopravvento nel controllo delle attività criminose, in particolare dello spazio di droga. Pagano era ricercato con le accuse di associazione per delinquere di tipo mafioso e traffico internazionale di stupefacenti.

Camorra, preso a Licola il boss Cesare Pagano Il capoclan degli «scissionisti» di Scampia nella lista dei 30 latitanti più pericolosi/


Colpo alla camorra: la squadra mobile di Napoli ha arrestato a Licola, sul litorale flegreo, Cesare Pagano, capoclan degli "scissionisti", che negli anni scorsi diede vita con il clan Di Lauro alla sanguinosa faida di Scampia. Il boss, considerato uno dei trenta latitanti più pericolosi, è il capo del clan Amato-Pagano, noto come quello degli "scissionisti" o degli "spagnoli". Clan fortissimo sul territorio napoletano, sia dal punto di vista militare sia da quello economico, controllando il flusso della droga in tutta l'area metropolitana.

IL COVO DEL BOSS PAGANO - FOTO - VIDEO

Era in una villetta di Licola. Pagano era vestito, perché aveva invertito l'ordine delle proprie abitudini, sveglio di notte, a riposo di mattina, ed era in una villetta di via Licola Mare, nel Comune di Giugliano con la moglie, il nipote, il genero e un altro uomo che gli facevano da sentinelle.

Incastrato da una copia de «Il Mattino». Pagano era già sfuggito alla cattura nel marzo scorso. Ma ha lasciato in quella occasione una traccia che ha aiutato gli inquirenti a rintracciarlo. Nel covo dove si era rifugiato, infatti, a Quarto nell'entroterra flegreo, le forze dell'ordine trovarono delle copie delle prime edizioni del Mattino. Da quel momento, gli uomini della Mobile guidati da Vittorio Pisani hanno tenuto d'occhio tutte le edicole eperte di notte e alcuni strilloni: «Una intuizione che ha premiato», ha detto Pisani.

«Intercettazioni indispensabili». Pagano, in quanto boss, è indagato per reati riconducibili al 416 bis e per l'omicidio di Carmine Amoruso, compiuto nel 2005 nell'area nord di Napoli. L'indagine è stata coordinata dal procuratore aggiunto Alessandro Pennaslico nel corso della conferenza stampa con il procuratore Lepore e il questore Santi Giuffrè. Lepore e Santi Giuffrè hanno sottolineato l'importanza della «indispensabile attività di intercettazione telefonica e ambientale, anche per questa inchiesta, e che con la nuova legge non sarebbe stata possibile». Mentre Pennasilico ha ricordato come le vite dei camorristi - anche a livello dei boss - siano vite destinate al fallimento, perché finiscono in carcere o alla morte violenta».

Maroni presto a Napoli. Telefonate di congratulazioni sono arrivate a Lepore e Santi Giuffrè dai presidenti di Camera e Senato, Fini e Schifani e dai ministri Alfano e Maroni, il quale ha anticipato una prossima visita a Napoli per incontrare i protagonisti della cattura.

Il boss era latitante da un anno ed era accusato di associazione per delinquere di tipo mafioso e traffico internazionale di stupefacenti. Pagano, inserito nell'elenco dei primi trenta latitanti più pericolosi, non era mai stato arrestato in precedenza.

GUARDA LA PAGINA DEL BOSS PAGANO SUL SITO DEL MINISTERO DELL'INTERNO

Pagano era nascosto in una villa a poca distanza dalla spiaggia, insieme con due guardaspalle, il nipote Carmine, soprannominato "Angioletto", anch'egli latitante, e il genero. La polizia ha circondato l'abitazione e ha fatto irruzione, sparando colpi di pistola in aria, a scopo intimidatorio. I tre non hanno opposto resistenza.

Pagano era latitante dal maggio 2009, quando era riuscito a sfuggire alla cattura in occasione di un'operazione della polizia che portò all'arresto del cognato, Raffaele Amato. I due sono considerati i capi del clan degli "scissionisti" che nel biennio 2004-2005 diede vita con il clan Di Lauro alla faida di Scampia, per il controllo della più grande piazza di spaccio d'Europa, che provocò una settantina di morti. Da quello scontro gli "scissionisti" uscirono vincitori e presero il sopravvento sugli avversari nel controllo delle attività criminose, in particolare dello spazio di droga, in tutto il quartiere di Secondigliano.

Il boss dormiva di giorno e restava sveglio la notte. Per sfuggire alla cattura aveva preso l'abitudine di dormire di giorno e stare sveglio di notte. Quando l'hanno arrestato, infatti, il boss degli «scissionisti» Cesare Pagano era vestito di tutto punto, ma non è riuscito a scappare come invece riuscì a fare lo scorso marzo a Quarto, nel Napoletano. In quella circostanza, ha spiegato il capo della squadra mobile di Napoli, Vittorio Pisani, proprio l'abitudine di restare sveglio di notte gli consentì di sfuggire all'arresto. Pisani ha anche rivelato che la Polizia si accorse del «trucco» perché trovò nel covo i quotidiani appena stampati, che gli erano stati portati nel corso della notte.

Le accuse. Cesare Pagano è accusato di associazione camorristica, omicidio e traffico di stupefacenti. Oltre a numerosi delitti avvenuti durante la faida con il clan rivale dei Di Lauro, il boss è ritenuto responsabile di altri omicidi avvenuti agli inizi degli anni '90 nel corso di un'altra faida, quella contro il clan Ruocco di Mugnano. Tra quegli omicidi particolarmente odioso quello di Angela Ronga, l'anziana madre dei fratelli Ruocco, assassinata a Mugnano per vendetta trasversale nei confronti dei figli.

Lepore: ne arrestiamo 10 e ne escono 11. «Abbiamo preso tutti i capi degli scissionisti, purtroppo però vediamo sempre che ne arrestiamo dieci e ne escono undici». Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Napoli, Giovandomenico Lepore, oggi a margine di una conferenza stampa. Lepore ha commentato con soddisfazione la cattura del boss Pagano, sostenendo che effettivamente la criminalità organizzata a Scampia è stata decapitata. Alla domanda se gli Scissionisti siano ormai in decadenza, Lepore ha risposto: «Penso proprio di sì. Cominciano a diminuire sempre di più e dovrebbero arrivare ad ingaggiare i bambini. Non credo proprio che lo faranno».

giovedì 1 luglio 2010

Napoli, insidiava figlie di Celeste Giuliano Il pentito: omicidio chiesto in locale talora frequentato da Gigi D'Alessio


Secondo il boss pentito Luigi Giuliano, suo cognato, Giuseppe Roberti, gli chiese di aiutarlo ad uccidere Nicola Gatti, l'uomo "punito" per una relazione con le figlie dello stesso Roberti e di Erminia Celeste Giuliano. La richiesta fu fatta in un locale che il boss aveva e dove andava anche il cantante Gigi D'Alessio (che è totalmente estraneo all'inchiesta) con il quale l'ex capoclan collaborava nella scrittura di alcune canzoni diventate poi famose.
Gli arresti questa mattina. Tre personaggi di spicco del clan camorristico dei Giuliano del rione Forcella, nel centro storico di Napoli, sono stati arrestati nella notte dai carabinieri del comando provinciale di Napoli, con l'accusa di omicidio aggravato. Nel corso di indagini - coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia partenopea - i militari hanno ricostruito il movente e le modalità dell`omicidio di Nicola Gatti, perpetrato il 30 agosto 1993.

L'omicidio sul motoscafo. L`uomo era stato trucidato su un motoscafo al largo di Napoli poiché aveva intrattenuto relazioni sentimentali con due ragazze, all`epoca minorenni, figlie della sorella dell'ex capoclan, oggi collaboratore di giustizia, Erminia Giuliano detta Celeste e Giuseppe Roberti, conosciuto a Forcella come «Peppe capavacante», sulle quali aveva invece avuto il compito di 'vigilare'.

Il racconto a verbale. Giuliano chiarisce anche perchè, a suo avviso, il cognato sbagliava a considerare la relazione tra Nicola e le figlie un disonore: Roberti, infatti, aveva accettato in silenzio la relazione tra la moglie Celeste ed il boss del Vasto Patrizio Bosti. Questo il racconto di Giuliano: 
«Già nel 1984 - racconta Luigi Giuliano - mia sorella Celeste divenne l'amante di Bosti Patrizio; io lo venni a sapere, ne parlai nella mia famiglia e tutti mi dissero che io ero pazzo a dire una cosa del genere, che si trattava, da parte mia, di un'insinuazione calunniosa, perchè non era possibile questo fatto. Celeste giurava che non era vero; ma poi il tempo mi ha dato ragione. In pratica io non mi fidavo nè di lui nè di mia sorella. Quanto a lui (Roberti, ndr), si trattava di un confidente dei carabinieri, poi faceva trovare le armi alla polizia, facendo arrestare gente innocente; poi si è fatto i miliardi. Insomma, quando vedevo lui e la moglie, cioè mia sorella, mi veniva voglia di fuggire, perchè per me loro due erano la stessa cosa. Insomma, lui mi diceva che, a causa di quel ragazzo, era entrato il disonore a casa sua, ma io pensai che lui, l'onore, non lo aveva mai avuto, proprio a causa di quello che ora ho raccontato a proposito di sua moglie».

Gigi D'Alessio. Alla domanda del pm sul periodo in cui Roberti gli fece quella richiesta, Luigi Giuliano risponde: «Verso l'inizio degli anni '90. Dico questo perchè ricordo che lui venne nell'ufficio che io avevo aperto in via Cesare Sersale, nella zona di Forcella; in questo ufficio vi era attrezzatura musicale (chitarre, pianoforti, ecc.) e lì mi incontravo con i cantanti, tra cui Gigi D'Alessio, con Massimo Capasso (un diacono) e scrivevo canzoni. Potete citare come testimoni Massimo Capasso ed anche Gigi D'Alessio, che, artisticamente parlando, è nato in quell'ufficio».

D'Alessio non c'era quando si parlò del delitto. Gigi D'Alessio non era presente al quel colloquio durante il quale fu chiesto al boss Luigi Giuliano di partecipare all'omicidio del 18enne Nicola Gatti. La testimonianza del cantante, sollecitata dallo stesso Giuliano ma non presa in considerazione dagli inquirenti della procura di Napoli, avrebbe potuto infatti riguardare la sola frequentazione di D'Alessio del locale dove sarebbe avvenuto il colloquio. È quanto si evince dalla lettura dell'ordinanza di custodia cautelare in cui è riportato la deposizione del pentito Giuliano. «Dico questo - racconta Giuliano - perché ricordo che lui venne nell'ufficio che io avevo aperto in via Cesare Sersale, nella zona di Forcella; in questo ufficio vi era attrezzatura musicale (chitarre, pianoforti, ecc.) e lì mi incontravo con i cantanti (tra cui Gigi D'Alessio), con Massimo Capasso (un diacono) e scrivevo canzoni. Potete citare come testimoni Massimo Capasso ed anche Gigi D'Alessio, che, artisticamente parlando, è nato in quell'ufficio». Dalla lettura degli atti si deduce pertanto che D'Alessio non fu presente all'incontro bensì, secondo il pentito, avrebbe frequentato il locale per la sua attività musicale.

Insidiò figlie di Celeste Giuliano Fu ucciso in mare, tre arresti

Aveva intrattenuto relazioni sentimentali con due ragazze minorenni, figlie di personaggi di primo piano dello storico clan Giuliano di Forcella: per questo fu punito. Portato a bordo di un motoscafo, stordito con una serie di colpi al capo, e poi, dopo averne assicurato il corpo a una pesante ancora, gettato in mare al largo del golfo di Napoli. Il cadavere di Nicola Gatti, assassinato il 30 agosto del ’93, non è mai stato ritrovato, ma oggi è stata segnata una svolta nella vicenda. Sono stati i carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale a risolvere un ‘cold casè della camorra, con l’esecuzione tra Napoli e Formia di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip di Napoli su richiesta della locale Direzione distrettuale antimafia. Tre le persone accusate, già affiliate all’ormai disarticolato clan Giuliano, egemone sino al 2002 nel quartiere di Forcella di Napoli, tutti ritenuti responsabili dell’omicidio di Gatti. L’indagine, avviata ad aprile del 2009 e conclusasi lo scorso febbraio, ha consentito di individuare gli autori dell’omicidio, secondo l’accusa, in Giuseppe Roberti, di 60 anni, Salvatore Roberti, di 38 anni e Salvatore Roberti, di 51 anni, rispettivamente marito, figlio e cognato di Erminia Giuliano, molto più conosciuta con il nome di Celeste, sorella di Luigi Giuliano, già capo dell’omonimo clan ma lei stessa ritenuta una vera e propria lady camorra. Le ragazze su cui Gatti avrebbe dovuto vigilare sono le sorelle, minorenni all’epoca dei fatti, Gemma e Milena, rispettivamente figlie di Giuseppe Roberti e della stessa Erminia Giuliano. L’indagine è stata condotta attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali, riscontri alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e riascolto e rivalutazione delle intercettazioni telefoniche svolte nel ‘93 nell’ambito di un altro procedimento penale nei confronti del clan Contini.

Colpo al clan Formicola, 28 arresti

Una organizzazione perfetta
ed efficace dove ognuno sapeva
quello che doveva fare e aveva
il proprio compito. In questo
modo riuscivano a gestire una
delle piazze di spaccio più redditizie
della zona orientale. Il clan
Formicola occupava via Taverna
del Ferro, via Alveo Artificale e via
Atripaldi, il “Bronx” di Napoli:
quartiere-roccaforte della cosca.
Un labirinto senza via d’uscita per
chi non è del posto. È lì che i carabinieri
della tenenza di Cercola,
coordinati dal tenente Vito Ingrosso
e dal capitano di Torre del
Greco Pierluigi Buonomo, sono
entrati in azione la scorsa notte.
In 270 hanno dato scacco agli uomini
del clan riuscendo a notificare
l’ordine di carcerazione a tutti
i destinatari. Ventotto gli arresti,
un indagato a piede libero, nessun
latitante, droga, armi e proiettili
sequestrati. Un colpo importante
per un clan a gestione
familiare che non ha al suo interno
collaboratori di giustizia ed è
forte di alleanze strategiche che
gli danno credibilità anche all'esterno.
Tutto è partito grazie all’installazione
all’interno
un’ascensore condominiale di
una microcamera con la quale si
sono videoriprese tutte le fasi dello
spaccio di droga, per lo più di
crack, cocaina e marijuana. In
quaranta giorni di osservazione
sono state segnalate 870 operazioni
di smercio. C'era un via vai
di gente che cercava bustine di
droga e nelle riprese i carabinieri
hanno accertato che per pagare
la sostanza stupefacente gli acquirenti
pagavano con tutto quello
che aveva a disposizione. Anelli
nuziali, collanine d'oro, orologi
e telefoni cellulari. Quegli oggetti
venivano poi riciclati dagli stessi
spacciatori sempre dalle stesse
persone. In un anno, è stato
calcolato che l'introito era circa di
un milione di euro. Come in una
holding multinazionale, il clan
Formicola, faceva una stilava una
sorta di contratto non scritto con
il pusher che ingaggiava. Lui non
doveva sbagliare e se si comportava
bene aveva diritto, oltre che
allo stipendio, anche all'alloggio
in una casa popolare. Per questo
alla causa della cosca contribuivano
anche le donne. Facevano
per lo più le vedette e avvertivano
i mariti spacciatori dell'arrivo
di persone sospette: carabinieri o
poliziotti che tentavano di fare il
loro lavoro. Se “sgarravano", il clan
gli toglieva la casa e lo cacciava
via dal “Bronx”. Le “piazze” di droga
erano aperte ventiquattro ore
su ventiquattro, in turni stabiliti
settimana per settimana. Lo spacciatore,
così come è stato accertato
dalle riprese delle telecamera
e dalle intercettazioni telefoniche
ed ambientali, non lasciava
mai il luogo di lavoro neanche per
un minuto. Se era necessario
mangiava e beveva sul posto. In
questo modo la cosca aveva la
possibilità di non perdere nessun
cliente e di aumentare i profitti di
guadagno in modo esponenziale.
La soddisfazione dei pubblici ministeri
della Dda, del procuratore
aggiunto Rosario Cantelmo e del
capo della Procura, Giandomenico
Lepore, è velata dalla polemica:
«le istituzioni sono assenti», hanno
detto.

Le “piazze” sempre aperte, si mangiava nella pizzetteria

Le indagini dei carabinieri
della tenenza di Cercola, coordinati
dal tenente Vito Ingrosso e dal capitano
Pierluigi Buonomo della compagnia
di Torre del Greco, hanno
consentito di ricostruire nei dettagli
l’attività di spaccio da parte del clan
Formicola nella zona di San Giovanni
a Teduccio conosciuta come
Bronx. Dalle intercettazioni è emerso
per esempio che i giovani assoldati
per vendere le bustine di stupefacente
rimanevano sui ballatoi
degli edifici ininterrottamente giorno
e notte, a turno, senza potere allontanarsi
neppure per i pasti. Una
pizzeria gestita da persone vicine
al clan provvedeva a consegnare le
vettovaglie. Scrive il gip Carlo Alessandro
Modestino nell’ordinanza
emessa su richiesta del pm Mariella
Di Mauro: «In una sola circostanza
gli spacciatori sono autorizzati
ad allontanarsi per il tempo strettamente
necessario dal posto di lavoro
ed è nel caso in cui vi è segnalata
dalle vedette la presenza di personale
delle forze dell’ordine all'interno
del quartiere; comunque l’ordine
è chiaro ed incontestabile, l’assenza
deve essere ridotta al minimo,
per non creare un disservizio
alla clientela. Il potere di gestione
del personale - scrive ancora il giudice
- implica il potere disciplinare
e relativo potere sanzionatorio inteso
come potere di esclusione dal
gruppo dei singoli associati e soprattutto
l'autorità di modificare il
ruolo ricoperto dal singolo in caso
di sopraggiunte necessità». Sempre
dalle intercettazioni «si evince il potere
da parte dei promotori di cambiare
i turni lavorativi dei soggetti
a loro subordinati. Se un “lavoratore
dipendente” si rende responsabile
di inadempienze dovute a ritardi
sul luogo lavorativo, assenze
ingiustificate dallo stesso e ancora
più grave ingiustificate mancanze
a fine turno lavorativo di sostanza
stupefacente o denaro, l'organizzazione
interviene immediatamente
con forza verso il singolo soggetto».
« Decine di giovani fiancheggiatori,
a bordo di motocicli si aggirano continuamente
per l'area in questione,
fermando autovetture e persone non
a loro conosciute, scortando le stesse,
anche solo dopo un breve transito
nel quartiere, per alcune centinaia
di metri.- Benchè le palazzine
siano fatiscenti, i cancelli in ferro
posti all’ingresso degli edifici rimangono
obbligatoriamente chiusi
con le serrature perfettamente funzionanti
e con periodica manutenzione;
dai piani superiori, ogni qual
volta si intuisce che personale delle
forze di polizia entra nel quartiere,
si ode chiaramente qualcuno gridare
il segno convenzionale: Antonella
».

Agli spacciatori le case popolari

Una sorta di welfare della
droga. Un modo che il clan aveva
di riuscire a controllare il territorio
in modo capillare. Dall’ordinanza
di custodia cautelare emerge
come il clan Formicola concedeva
o toglieva a proprio piacimento
gli appartamenti agli abitanti
del rione, a seconda del loro
comportamento. Tra gli episodi ricostruiti
dagli investigatori c’è per
esempio l’usurpazione di un appartamento
dai cui proprietari il
clan pretendeva una somma di denaro.
Uno degli arrestati, Antonio
Marigliano, vantava un credito di
50mila euro da un conoscente. Prima
cercò di farsi pagare dai genitori
di quest'ultimo, titolari di un
negozio di frutta e verdura: devastò
la loro casa, si impadronì di 500
euro e, mentre andava via, colpì
con un bastone il portiere dello stabile
che aveva incrociato per le
scale riducendolo in fin di vita.
Quindi, insieme con due complici,
andò a casa del creditore, dove
c’era la moglie di quest'ultimo:
«Con metodi tipicamente mafiosi
la buttarono fuori di casa e si impossessarono
delle chiavi dell’appartamento
». In un altro caso una
donna fu costretta a lasciare la propria
abitazione perchè i Formicola
ritenevano il suo convivente responsabile
di uno “sgarro”. Artefice
dello sgombero fu, tra gli altri,
Maria Domizio, moglie del boss Ciro
Formicola. La donna costretta a
lasciare la propria abitazione si
confidò con i carabinieri, ma rifiutò
di formalizzare la denuncia dell'accaduto
«per paura di ripercussioni
sulla sua persona e su quella
dei suoi famigliari, che già aveva
indotto il suo convivente ad allontanarsi
dalla Campania, atteso che
l’interessata identificava i soggetti
presentatisi presso il suo appartamento
come appartenenti ad
una famiglia che nel quartiere in
cui vive è da generazioni rispettata
e temuta». In un altro caso, invece,
il clan concesse ad uno spacciatore
appena arruolato quello che
il gip chiama «l’alloggio di servizio
». Fondamentali, ancora una volta,
le intercettazioni: Salvatore Pianese,
conversando con Teresa Lanza
(entrambi destinatari di ordinanze)
la invita, dopo aver fatto le
pulizie nella Scala D di una palazzina
del Bronx, a prolungare il turno
di lavoro e a pulire l’appartamento
di Giuseppe Costagliola,
nuovo pusher.

Cancelli, cunicoli sotterranei e botole: questo è il “Bronx”

«Quando passiamo dalle
parti del “Bronx” ci sono sempre dei
ragazzini che anche in piena notte
sono in strada. Ci guardano con
aria di sfida, con sufficienza e tutto
ciò è deprorevole. Lì è un ghetto
e io mi chiedo come mai nessuno
fa nulla?». Parole accorate e decise
quelle del capitano di Torre del
Greco Pierluigi Buonomo che l’altra
sera ha coordinato il blitz che
ha portato all’arresto di 28 persone.
«Abbiamo anche arrestato il doppio
dell persone ma quello che abbiamo
vissuto ieri resterà nella nostra
memoria». Il “Bronx” e il
“Bronx” e 270 uomini sono riusciti
a stento a tenere sotto controllo la
situazione. «Quando entri in via Taverna
del Ferro e guardi in alto quasi
non riesci a vedere la luce del sole
- ha raccontato Buonomo -. Casermoni
a più piani, tutti collegati
tra loro, con cunicoli sotterranei,
botole e cancellate a protezione degli
appartamenti dei pusher». Nove
casermoni di edilizia popolare,
ambienti degradati, fatiscenti, nella
quasi totalità occupati abusivamente
o gestiti comunque dalla camorra
che provvedeva all'assegnazione
degli alloggi. Lo chiamano
“Bronx”, e si trova in via Taverna
del Ferro, quartiere San Giovanni a
Teduccio, periferia est di Napoli.
Qui l’attività di spaccio di droga si
svolgeva ininterrottamente, “h24”,
come spiegano gli investigatori per
i quali la zona era stata trasformata
in un vero e proprio “centro commerciale”
per la vendita di stupefacenti
dove si trovava di tutto: cocaina,
marijuana, hashish e crack.
Quando alle quattro del mattino è
scattato il blitz, i carabinieri hanno
notato in strada la presenza di ragazzini,
dai 13 ai 15 anni, che probabilmente
svolgevano anch'essi il
compito di vedette. Gli investigatori
hanno anche individuato la rete
di ricettatori degli oggetti (soprattutto
telefonini) che i tossicodipendenti
spesso cedono agli
spacciatori in cambio delle dosi di
droga. «Non sapevamo quello che
facevano in strada. Possiamo supporlo
- spiega Buonomo -. Possiamo
dire che erano delle vedette o
che erano in strada perché non
avevano nulla da fare?. Sembravano
dirci: “questo è il nostro regno”».