mercoledì 16 giugno 2010

Duplice omicidio, ergastolo solo a Sarno

Una condanna all’ergastolo e due assoluzioni. È il verdetto, per certi
verso inaspettato, del Gup alla fine del processo con rito abbreviato
per il duplice omicidio Sarno-Galeota. La moglie del padrino oggi pentito
Giuseppe Misso e il migliore amico di quest’ultimo furono trucidati
nel 1992 nel corso di un clamoroso agguato sull’autostrada e alla
sbarra c’erano tre imputati eccellenti: Costantino Sarno, Vincenzo Licciardi
e Giovanni Cesarano. Ma soltanto il primo, che si era autoaccusato
all’inizio della sua collaborazione con la giustizia poi sospesa,
è stato condannato all’ergastolo senza isolamento come chiesto dal
pubblico ministero. Gli altri due (difesi dagli avvocati Eduardo Cardillo,
Mauro Valentino e Domenico Ducci) sono
stati assolti; restano in carcere in quanto detenuti
per altro.
La sentenza sul clamoroso agguato costato la
vita ad Assunta Sarno e Alfonso Galeotta è stata
emessa ieri mattina. Alla sbarra erano finiti
i tre ras di camorra dell’Alleanza di Secondigliano
dopo le accuse di nove collaboratori di
giustizia, concordi su un punto: fu il clan Licciardi a volere la morte della
donna per colpire pesantemente lo storico nemico. Ma mancavano
i riscontri alle chiamate in correità di Costantino Sarno e le dichiarazioni
dei pentiti erano “de relato”.
L’agguato avvenne il 14 marzo 1992 sulla bretella autostradale Caserta
sud-Napoli, all’altezza dello svincolo Afragola-Acerra, e costò la vita
ai due obiettivi del raid. Assunta Sarno e Alfonso Galeota, luogotenente
di Misso e titolare di un negozio di abbigliamento in via Duomo.
I killer entrarono in azione con fucili da caccia caricati a pallettoni
e fucili mitragliatori, ha scritto la Procura antimafia, “accanendosi
contro le quattro persone e devastando i corpi della Sarno e di Galeota”.
Le vittime tornavano da Firenze, dove avevano assistito a una delle
ultime udienze del processo per la strage del “rapido 904”: il treno
sventrato da una bomba piazzata, secondo l’accusa, da camorristi e
mafiosi per deviare l’attenzione dalla criminalità organizzata al terrorismo.
Fu quella l’ultima volta che il boss del rione Sanità vide la moglie
viva.
Vincenzo Licciardi “’o chiatto”, Costantino Sarno (il re del contrabbando
di Miano, pentito-“spentito”) e Giovanni Cesarano erano già
detenuti per altri motivi quando fu notificato
loro il provvedimento restrittivo per il duplice
omicidio Sarno-Galeota. L’inchiesta ha riguardato
anche altri pezzi da novanta della
malavita napoletana (tutti ovviamente innocenti
fino a prova contraria) per i quali il gip
ha respinto la richiesta di misura cautelare non
ritenendo sufficienti gli indizi raccolti dalla
procura: Giuseppe e Francesco Mallardo, Maria Licciardi, Gaetano
Bocchetti ed Eduardo Contini. Ma per loro la procura non ha coltivato
l’indagine ed è pressoché certo che le posizioni saranno tutte archiviate.
Gli elementi a carico erano meno pesanti rispetto a quelli
gravanti su Vincenzo Licciardi e Giovanni Cesarano, ritenuti innocenti
ieri dal Gup, e quindi il proscioglimento appare inevitabile.

Casalesi, preso il figlio di Sandokan

Gli agenti
della squadra mobile di Caserta e
della sede distaccata di Casal di
Principe hanno arrestato Nicola
Schiavone, di 31 anni, primogenito
del boss Francesco, detto “Sandokan”.
L’uomo è considerato il
reggente della fazione del clan dei
Casalesi, capeggiato proprio dal
padre, in carcere dal 1998 dove sta
scontando condanne all’ergastolo.
Al momento dell’irruzione nel villino
di una ventina di poliziotti, Nicola
Schiavone si trovava insieme
con due persone e non ha opposto
resistenza. Nei suoi confronti è stata
eseguita una ordinanza di custodia
cautelare in carcere emessa
su richiesta dei magistrati che
hanno coordinato le indagini, i pm
della Dda di Napoli Antonello Ardituro,
Giovanni Conzo e Cesare
Sirignano. I poliziotti sono riusciti
a scovare il suo nascondiglio nella
sua Casal di Principe, una autentica
roccaforte di una delle più potenti
organizzazioni criminali italiane.
Nicola Schiavone si era reso
irreperibile dal giugno dello scorso
anno, sembra su suggerimento
del padre dal quale per anni riceveva
ordini nel corso di colloqui in
carcere. È accusato di essere il
mandante del triplice omicidio di
Francesco Buonanno, Giovanni
Battista Papa e Modestino Minutolo,
tre affiliati al
clan operanti tra
Grazzanise e S.Maria
la Fossa. I tre,
secondo le indagini,
basate anche
sulle rivelazioni di
due pentiti, furono
uccisi perché intendevano
staccarsi
dalla famiglia
Schiavone, per la
quale operavano
nel settore delle
estorsioni, per aderire
al gruppo guidato
da Francesco
Bidognetti, detto
“Cicciotte ‘e mezzanotte”,
altro
esponente storico
del clan, e per avere
tentato una estorsione ed un recupero
crediti ad un caseificio,
controllato dalla famiglia Schiavone.
La villa-bunker nella quale il
giovane boss trentaduenne aveva
trovato rifugio, oltre ad essere protetta
da alte mura è anche dotata
di un sistema di videosorveglianza
esterna che però non è servita al
latitante per evitare l’arresto. Il procuratore
nazionale Antimafia, Pietro
Grasso, esprime «vivo apprezzamento
». Il questore di Caserta,
Guido Longo, afferma che «abbiamo
colpito nel cuore della potente
organizzazione camorristica dei
Casalesi». I ministri dell’Interno e
della Giustizia, Roberto Maroni e
Angelino Alfano, si sono congratulati
con il capo della Polizia, Antonio
Manganelli,
la Squadra
mobile di Napoli,
il secondo ha
chiamato il procuratore
nazionale
antimafia,
Piero Grasso, e il
capo della procura
della Repubblica di Napoli,
Giovandomenico Lepore. L’arresto
di Nicola Schiavone è «il nuovo risultato
che si aggiunge ai numerosi
altri che rappresentano l’esito
di un sistema di lotta alle mafie che
trova proprio nel cosiddetto “modello
Caserta” il paradigma di più
compiuta efficacia», spiega il sottosegretario
all’Interno, Alfredo
Mantovano, mentre il presidente
della Camera, Gianfranco Fini, parla
di «brillante azione della Squadra
Mobile di Caserta», e in un
messaggio a Maroni ricorda che si
tratta della conferma «della grande
professionalità e il coraggio degli
uomini della Polizia di Stato, al
servizio dei cittadini e delle Istituzioni
democratiche». Congratulazioni
a magistratura e forze dell’ordine
arrivano dal segretario dell’Udc,
Lorenzo Cesa, che però ne
approfitta per polemizzare con il
ddl intercettazioni approvato dal
Senato, chiedendosi «se operazioni
di questo tipo sarebbero ancora
possibili con l’entrata in vigore
del testo sulle intercettazioni passato
pochi giorni fa al Senato».

Ecco i colloqui che incastrano i killer

Sono agghiaccianti alcune
intercettazioni ambientali contenute
nell’ordinanza di custodia eseguita
nei confronti del “reggente” del
clan dei Casalesi, Nicola Schiavone.
Nel provvedimento, emesso dal gip
Marina Cimma su richiesta dei pm
della Dda di Napoli Antonello Ardituro,
Giovanni Conzo e Cesare Sirignano,
sono contenute numerose
conversazioni - in cui si fa riferimento
all’omicidio e all’occultamento dei
cadaveri, seppelliti nelle campagna
del casertano - che incastrano autori
e mandante di un triplice omicidio
avvenuto nel maggio dello scorso anno.
Agghiaccianti soprattutto le ambientali
della Smart su cui viaggiavano
due dei killer, Roberto Vargas e
Francesco Della Corte: i due, il giorno
prima di attirare in trappola le vittime,
compiono un sopralluogo per
individuare il luogo più adatto a seppellirle.
Vargas pianifica il tragitto:
«Vediamo come dobbiamo fare in
modo per arrivarci. Dobbiamo vedere
subito la via sulla destra per arrivarci
». Ma Della Corte dissente, pensando
che l’operazione potrebbe farsi
sopra da lui, «perché sta la terra abbandonata
». Ad un tratto Della Corte
individua un punto
congeniale e
invita Vargas a
fermarsi per meglio
visionarlo. Ritenendolo
idoneo,
aggiunge che potrà
transitarvi con
la pala meccanica. Quando hanno
ben chiara la cognizione dei luoghi,
Vargas asserisce che hanno trovato
la soluzione («Abbiamo trovato il modo.
Con la macchina arriviamo, giriamo
e arriviamo direttamente, il
tempo che li cacciamo nella terra e
la macchina se ne deve andare subito
»). Della Corte concorda con Vargas;
aggiunge che dal posto attenderà
una sua telefonata e «nel giro di
tre minuti li coprirà, li butterà sulla
pala». Della Corte dice che la cosa
vorrebbe farla subito, in maniera tale
da togliersi il pensiero evitando in
così perdere tempo. Roberto: «Lo facciamo
adesso?». Franco: «Se davvero
lo facciamo adesso, così mi levo il
pensiero, mi metto a perdere il tempo
domani? Poi domani si pigliano e
si abbarrano (coprono, ndr)». Subito
dopo, i due si fanno prestare una la meccanica, scavano la fossa e avvertono
il proprietario del mezzo che
torneranno a riprenderlo domani. Il
giorno dopo, l’8 maggio 2009, è quello
dell’omicidio. Vargas è nella Smart
con un amico, Eduardo; entrambi
commentano l’attività appena eseguita,
che a parer loro andava pianificata
in modo differente («Sono quattro
sciarmati, Eduardo, perché non
tengono jeep, non tengono niente,
perché sto organizzando io, questi
non tengono niente proprio»). Eduardo,
che esterna malessere e accenna
a qualcosa compiuto poco prima, viene
subito interrotto da Roberto «perché
ormai, sono cose che si devono
fare e sono state fatte!». Nel prosieguo
della conversazione, si intuisce
che Roberto ha ancora nelle tasche
un oggetto di cui disfarsi al più presto
(«La tengo io nella tasca, adesso
la dobbiamo buttare»).

domenica 6 giugno 2010

L'emblematica intervista al boss Giacomo Cavalcanti

Condannato a 24 anni di galera per un omicidio avvenuto 25 anni fa ma assolto
clamorosamente in appello, lo scorso giovedì. Per Giacomo Cavalcanti, l’ex
boss della mafia flegrea soprannominato “’o poeta”, la vita è stata davvero
un’altalena. Ha scontato il suo debito con la giustizia trascorrendo 17 anni in
carcere (per buona parte in isolamento). Poi si è rifatto una vita al Nord. Vent’anni
dopo, ecco arrivare la nuova, gravissima accusa: essere stato il mandante
dell’omicidio del boss Alvino Frizziero. Ancora una volta l’arresto, la prima
condanna, poi una scarcerazione che ha fatto discutere tutta Italia. Ora
l’assoluzione e un libro di prossima pubblicazione che promette rivelazioni
eclatanti e un mare di polemiche. Questa è la sua prima intervista ad un giornale.
«Alla soglia dei 60 anni, mi preparavo alla pensione. Invece questa accusa mi
ha aperto una prospettiva catastrofica. Ora mi sento come rinato. Questa sentenza
mi ha ridato la vita. Ma io ho avuto sempre fiducia nella magistratura.
In primo grado c’è stato un evidente errore di valutazione, ma il nostro ordinamento
prevede gli opportuni rimedi. E infatti il risultato è stato l’assoluzione.
Io mi sono sempre professato innocente, e la verità è venuta fuori. Spero
che questo metta fine alle polemiche per la mia scarcerazione».
Si è gridato allo scandalo, forse c’è stato anche un cortocircuito mediatico,
confondendo la custodia cautelare in attesa di giudizio con
l’esecuzione della pena.
«È stata una scempiaggine,
c’è stato anche qualche
politico che ci ha fatto
la campagna elettorale
sulla mia scarcerazione.
Un ex ministro della
Giustizia, in particolare,
non poteva ignorare che
un cittadino in attesa di
giudizio è innocente fino
a sentenza definitiva. Lo dice la Costituzione. Per la custodia cautelare occorre
essere pericolosi o in grado di reiterare il reato. Io ero in cella per un omicidio
del 1985, e da vent’anni vivo e lavoro lontano da Napoli e da contesti criminali.
Non sono stato scarcerato perché scrivo poesie, come qualcuno ha voluto
far credere».
Lei era accusato da un collaboratore di giustizia, Bruno Rossi. La Corte
d’appello non gli ha creduto. Che idea si è fatto del pentitismo?
«Lo Stato giustamente ha bisogno dei pentiti. Però da soli non possono bastare.
Del resto abbiamo ottimi magistrati ed ottimi investigatori in tutte le forze
dell’ordine e nei corpi speciali, tecnologie d’indagine evolutissime, di analisi
e di intercettazione. Quando si porta una persona davanti ad una Corte
d’assise ci vogliono anche elementi di fatto oltre alle parole dei pentiti, che a
volte riferiscono cose per sentito dire e si autoriscontrano uno con l’altro. Il
pentito deve essere un mezzo per arrivare alla verità, non può essere la Verità
».
Dice di essere rinato dopo questa sentenza, cosa farà della sua nuova
vita?
«Ora, piano piano, devo ricostruirla. Avevo una piccola attività imprenditoriale
che ho dovuto chiudere. Devo ripartire da zero, non è facile sia per la crisi
economica sia perché sono un 60enne meridionale al Nord, con tutta la pessima
fama che ho avuto....».
Verona da questo punto di vista è una città difficile?
«Sono grato a questa città, non ho trovato un ambiente ostile, nonostante le
notizie sul mio conto ho trovato accoglienza. La gente che mi ha conosciuto

in questi vent’anni non ha creduto alle nuove accuse che mi sono piovute addosso.
Tra quello che leggevano sui giornali e la propria esperienza personale,
le persone si sono fidate della seconda. Comunque non è stato facile».
Cosa l’ha aiutata in questi mesi sulla graticola giudiziaria?
«Ho ripreso a scrivere e dipingere. Bisogna andare avanti».
E ora arriva il libro, “Viaggio nel silenzio imperfetto”, che uscirà nei
prossimi mesi per Pironti. Guarda caso si parla di innocenti in carcere.
«Ci sono varie storie di cronaca giudiziaria molto note che io racconto a modo
mio, così come le ho apprese, senza esprimere giudizi. E poi queste storie
si intrecciano alla mia storia personale, i 17 anni di carcere, che è stata una storia
di solitudine e disperazione».
E tutte queste storie sono accomunate da cosa?
«Dal fatto che sono stati compiuti degli errori giudiziari, ritengo io. E questi errori
spesso sono dipesi dal fatto che la magistratura si è rifiutata di approfondire
le indagini, sulla base di precisi indizi, preferendo basarsi solo sulle dichiarazioni
dei pentiti. Questo fenomeno sta diventando una “tarantella”. Nei
mesi trascorsi in un carcere di massima sicurezza ai confini del Paese, ho conosciuto
personaggi che già pianificano di pentirsi in caso vadano male i propri
programmi criminali. Programmano già da ora il proprio pentimento futuro.
È una situazione assurda e pericolosa, sulla quale c’è bisogno di un’attenta
riflessione».
In un’intervista televisiva il mese scorso lei ha parlato del caso Siani,
affermando che il vero copevole dell’omicidio del giornalista napoletano
le ha confessato in cella il delitto. E il nome del suo complice,
che nel frattempo è morto. Ne parla anche nel libro di prossima
uscita. La procura l’ha convocata dopo queste rivelazioni? È stato
interrogato in merito?
«No, nessuno è venuto a chiedermi niente».
Perché rivela queste cose solo ora?

«Ho scritto nel libro la mia verità per come l’ho appresa e senza alcun interesse
personale. L’ho tenuta in me tanto tempo per vari motivi. Non volevo
nemmeno che si pensasse che parlavo per ottenere qualcosa quando ero in carcere
».
Sul caso Siani c’è stato un processo finito con le condanne definitive
di killer e mandanti...
«Sì lo so. Del resto non pretendo che si prendano per buone le mie parole. Lì
c’è un Dna da verificare (quello sulle cicche di sigarette trovate sul luogo dell’omicidio
di Giancarlo Siani, ndr). Se dall’esame risulta vero quello che dico,
allora abbiamo una prova scientifica. Altrimenti, vorrà dire che le mie sono
solo chiacchiere senza fondamento».
La sua ricostruzione prevede anche un movente diverso da quello
emerso nel processo.
«Sì, ma è un movente che fu oggetto della prima inchiesta sull’omicidio Siani
e si riferisce alle cooperative di ex detenuti. Furono anche arrestati Rubolino
e Ciro Giuliano (poi prosciolti e deceduti, ndr)».
Nel libro si parla pure dell’omicidio di Franco Imposimato, sindacalista,
ambientalista e fratello del giudice Ferdinando Imposimato.
Qual è la sua verità?
«Il mandante dell’omicidio è un siciliano, ma non si tratta di Pippo Calò (condannato
per l’omicidio Imposimato, ndr). Nel libro c’è il nome, il cognome e il
perché. Poi se si vuole si può riscontrare. Io racconto quello che ho appreso in
carcere, non devo essere io a fare i riscontri. Ma non posso dirle di più, per
una questione di correttezza nei confronti dell’editore. Aspettiamo che esca
il libro».
E poi c’è il caso dei “mostri” di Ponticelli: due bambine stuprate e uccise.
«Anche in quel caso, secondo me sono in carcere tre innocenti. Come e perché
lo racconto nel libro»
Date le anticipazioni, si prevede che susciterà reazioni forti. Non teme
ricadute sfavorevoli?
«Sono cosciente che è un libro sotto certi aspetti pericoloso. L’ho detto anche
al mio editore, Tullio Pironti. Sa cosa mi ha risposto? “Ho 75 anni e non ho più
paura di niente e di nessuno”. Comunque, credo che inviterà a riflettere chi
vuole riflettere. Una cosa sia chiara: io non ho alcun interesse in questi casi,
non voglio lanciare salvagenti a nessuno, e in cambio non ho mai chiesto né
chiedo niente, non è merce di scambio. È solo la mia verità, per come l’ho appresa.
Ma nel libro non si parla solo di storie giudiziarie».
E di cosa altro?
«Un capitolo è dedicato ad una proposta di riforma del sistema penitenziario,
fatta da chi in galera ci ha vissuto e non da politici che di carceri non capiscono
niente. L’idea è di trasformare le prigioni in fabbriche, sia perché così non costerebbero
niente al contribuente, sia per renderle luoghi in cui i detenuti vengano
recuperati veramente».
E dopo questo libro, quali sono i suoi progetti futuri?
«Sono libero da vent’anni, lavoro onestamente. Ho una moglie e tre figli che
studiano o lavorano lontano da Napoli. Sotto il profilo familiare posso dire di essere
una persona che ha realizzato i suoi sogni. Ora però spero di ottenere finalmente
la riabilitazione. La legge prevede che si possa essere riabilitati dopo
cinque anni di buona condotta. La pratica per me si è interrotta varie volte,
a seguito delle vicende che conoscete. Ora mi auguro che possa andare a
bun fine. E poi ho un solo sogno: di poter far riaprire il processo nel quale fui
condannato per 416bis (associazione camorristica, ndr). Anche se ho già scontato
interamente la pena, vorrei che fosse riconosciuta giuridicamente la mia
innocenza. Pensi che mi hanno condannato come un boss in quanto ritenuto
uomo di fiducia di Antonio Malventi: però Malventi non è mai stato nemmeno
processato per associazione mafiosa...Articolo copiato dal giornale il roma..

giovedì 3 giugno 2010

Arrestato avvocato "portavoce" dei Casales

I carabinieri del comando provinciale di Caserta hanno notificato tutte le 14 ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dal tribunale di Napoli,su richiesta della Dda partenopea, nei confronti di altrettanti
esponenti, capi e gregari della fazione del clan dei Casalesi
guidata da Francesco Bidognetti. Cinque delle misure sono state
notificate in carcere a indagati già detenuti, tra cui lo
stesso Bidognetti.
Quest'ultimo, al carcere duro da circa dieci anni, secondo le
risultanze delle indagini dei carabinieri dei Reparti Operativo
ed Investigativo di Caserta, coordinate dalla Dda, avrebbe
continuato a guidare il proprio gruppo attraverso l'avvocato
Carmine D'Aniello, del foro di S.Maria Capua Vetere e con studio
ad Aversa, difensore di alcuni degli indagati. Il professionista
aversano è stato arrestato nelle prime ore di oggi nella
propria abitazione, così come altri 8 destinatari dei
provvedimenti restrittivi, tre dei quali rintracciati tra
Altopascio (Lucca) e Montepulciano (Siena), dove di fatto
risiedevano. Le ordinanze di custodia cautelare
sono state emesse dal gip Oriente Capozzi su richiesta dei pm
Antonello Ardituro, Giovanni Conzo, Raffaello Falcone,
Alessandro Milita e Cesare Sirignano. Gli elementi di accusa nei
confronti dell'avvocato D'Aniello sono diverse intercettazioni
ambientali e telefoniche e le dichiarazioni di alcuni
collaboratori di giustizia.
Oltre a fare da portavoce di Francesco Bidognetti, secondo
l'accusa, l'avvocato teneva i contatti con altri clan
camorristici, custodiva il denaro dell'organizzazione e si
occupava di investirlo. In una circostanza, per intimidire il
boss dei casalesi Luigi Guida che sembrava prossimo a diventare
collaboratore di giustizia, D'Aniello si servì di un'ignara
giornalista casertana: le rivelò il contenuto di alcuni verbali
di interrogatorio resi da Guida affinché la vicenda diventasse
pubblica e il boss ritrattasse. Per intercettare le
conversazioni tra D'Aniello e Bidognetti, "cimici" sono state
installate nella sala colloqui del carcere dell'Aquila e nelle
sale da cui il boss si collegava in videoconferenza con i
giudici in occasione delle udienze.
Molti dei colloqui tra i due vertono sulla decisione di
collaborare con la giustizia di Domenico Bidognetti, cugino di
Francesco, al quale il clan, per ritorsione, uccise il padre.
Dopo aver revocato il mandato ai suoi legali casertani, Domenico
Bidognetti ufficializzò il suo pentimento e nominò una
avvocatessa di Montepulciano. Ritenendola responsabile del
pentimento, i casalesi cominciarono allora a minacciare
pesantemente la donna, che da tre anni vive sotto scorta.
Lei, Anna Carrino, compagna di un
boss. Lui, Domenico Bidognetti, figlio di chi fu ucciso con
tredici colpi di arma da fuoco per una vendetta della camorra;
lui stesso, ha ammesso, ha ucciso decine di persone.
Collaboratori di giustizia, entrambi, in questi anni, sono stati
più volte indotti alla ritrattazione: e a farlo sono stati capi
e gregari della fazione Bisognetti dei Casalesi oggi arrestati.
Ai 14 indagati, destinatari delle ordinanze di custodia
cautelare in carcere emesse, su richiesta della Dda partenopea
viene, infatti, contestato anche il tentativo di indurre alla
ritrattazione, con minacce e promesse di danaro, alcuni
collaboratori di giustizia, tra cui Domenico Bidognetti e Anna
Carrino.
Domenico è il nipote di Francesco Bidognetti, il capo dei
capi ora in carcere. Suo padre, Umberto, fu ucciso il 2 maggio
del 2008 a Cancello Arnone, in un'azienda zootecnica che
gestiva, per una vendetta trasversale. Fu ucciso con 12 colpi
d'arma da fuoco ed un tredicesimo alla testa dal gruppo
stragista di Giuseppe Setola. Domenico tempo fa ando' in tv e a
tutti disse: ''La camorra non protegge nessuno, da' solo morte,
terrore e veleni. Ai capi clan dico: se avete coraggio
pentitevi, altrimenti resterete vigliacchi''.
E poi c'è Anna, pentita anche lei. Compagna di Francesco
Bidognetti, dopo essere sfuggita ad un agguato nel quale rimase
gravemente ferita la sorella e la figlia di quest'ultima, fu
arrestata e lancio' un appello agli affiliati. Anche al suo
compagno, papa' dei suoi tre figli. Chiaro fu il suo messaggio:
pentitevi.
Dalle intercettazioni tra il boss
Francesco Bidognetti e il suo legale Carmine D'Aniello, traspare
l'enorme preoccupazione del boss dei Casalesi quando, nel 2008,
la sua compagna, Anna Carrino, si allontano' da casa.
Il capoclan e i suoi figli erano fortemente preoccupati che
la donna (come poi accadde, ndr) potesse decidere di collaborare
con la giustizia. Tramite il legale, Katia, una dei tre figli di
Francesco Bidognetti e Anna Carrino, informo' il padre che, per
quanto la riguardava, la madre era morta: il genitore avrebbe
potuto prendere qualsiasi decisione.
Secondo il gip, il messaggio era il via libera al boss per
l'omicidio della Carrino. Si legge nell'ordinanza: ''Il legale
portava al Bidognetti un messaggio chiaro ed univoco circa le
decisioni della figlia Katia, evidentemente portavoce delle
intenzioni del clan (''Ma vostra figlia ha detto solamente una
cosa: io non voglio sentire piu' nulla di quella donna,
qualsiasi cosa fate, fatela voi ed a me non lo dovete nemmeno
far sapere'').
Il messaggio che il difensore reca al suo assistito e' quello
che i familiari avevano deciso che il capo potesse decidere
liberamente sulla sorte della Carrino, purche' non li includesse
nell'esecuzione della scelta.
Il messaggio giunge ad un uomo noto per la sua ferocia ed e',
all'evidenza, la decisiva informazione sul via libera alla
decisione di assassinarla, decisione che ovviamente necessitava
dell'autorizzazione o ordine del capo.
Difatti, l'autorizzazione viene data dal capo clan in
perfetto stile mafioso, messaggio codificato ma - anche qui -
chiaramente leggibile: ''Quando succede una cosa cosi', quella
sta in mezzo ad una strada, che ne sappiamo noi che succede?
(allarga entrambe le braccia). Che ne possiamo sapere noi...
(intendendo dire che qualcuno le potrebbe fare del male, ndr).
Seguono altre frasi assolutamente emblematiche circa la
decisione finale: Bidognetti: ''Quello che mi preme di piu' e'
acchiappare a quella''. D'Aniello: ''Io gliel'ho detto!''
Bidognetti: ''Vedi come si vuole fare, ma si deve
acchiappare''''.
Figura anche un imprenditore
coinvolto nell'inchiesta della procura di Firenze sugli appalti
per il G8 della Maddalena, tra le persone a cui oggi i
carabinieri del comando provinciale di Caserta hanno notificato
le 14 ordinanze di custodia cautelare in carcere.
Secondo i pm napoletani il professionista, Carmine Diana,
avrebbe fatto da prestanome a Bidognetti dal quale avrebbe
ricevuto 500 milioni delle vecchie lire per acquistare un
terreno nel Casertano su cui realizzare una speculazione
edilizia.

mercoledì 2 giugno 2010

«Carcere a vita per i fratelli Calzone

Contro di loro le accuse di un testimone oculare ma soprattuto quelle
dei collaboratori di giustizia che li hanno incastrati. Adesso i fratelli
Carmine e Rito Calzone, indagati per omicidio, rischiano di essere condannati
all’ergastolo. È quanto il pm della Dda di Napoli ha chiesto per
entrambi. La sentenza sarà pronuciata solo a fine mese. I due sono considerati
fedelissimi di Cesare Pagano. Carmine “’a golia” in particolare
fu riconosciuto da un sottufficiale della Guardia di Finanza come uno
degli esecutori materiali dell'omicidio di Antonio Pitirollo, cugino dei
De Lucia e quindi vicino ai Di Lauro.
Secondo i testimoni oculari l'uomo era assieme al fratello Rito detto “'o
pisano”, elemento di primissimo piano degli scissionisti quando ammazzarono
il rivale davanti ad un ufficio postale, dove era in fila, per
l'appunto, il maresciallo delle Fiamme gialle che li riconobbe incastrandoli.
D'altro canto i i fratelli Calzone erano già noti alle divise che
bene conoscono i mali di Napoli, e anche perché sono diversi i pentiti
che hanno parlato del loro ruolo all'interno della cosca degli Amato-
Pagano. In particolare, di Carmine Calzone hanno parlato i collaboratori
di giustizia Andrea Parolisi, Gaetano Conte e Giovanni Piana. Adesso
toccherà a Luigi e Saverio Senese, Claudio D'Avino e Cerabona difendere
i due fratelli dalle accuse. Eppure Antonio Pitirollo lo volevano morto
tre clan: i Di Lauro, i Sacco-Bocchetti e gli Amato-Pagano. Il suo omicidio
è stato l'unico che non ha scontentato nessuno. I Di Lauro avevano
intenzione di eliminarlo perché era passato con gli scissionisti,
gli scissionisti perché durante la faida non era passato con loro, i Sacco-
Bocchetti perché aveva fatto uno sgarro ad un ras della zona. Questi
retroscena li racconta il nuovo collaboratore di giustizia della cosca,
Carlo Capasso, che da persona libera, ha deciso di consegnarsi alla Procura
ed ha iniziato a raccontare ai pm della Dda Stefania Castaldi e
Luigi Alberto Cannavale, quello che è accaduto dal 2005 al 2010 nell'area
nord di Napoli ed è stato sentito anche nella scorsa udienza, l’ultima.
In particolare i nomi di presunti assassini e mandanti degli omicidi
della prima, ma soprattutto della seconda faida, dove Carlo Capasso
è stato un killer fidato dei Di Lauro. In un suo verbale, datato 8
aprile 2010 l'uomo fa un breve resoconto di quello che conosce dell'omicidio
di Antonio Pirollo, assassinato il 30 dicembre del 2008 in via
del Cassano, nella zona del Perrone, roccaforte del gruppo De Lucia, federati
ai Di Lauro. «Mi sono affiliato al clan Di Lauro nel 2003 - dice il
collaboratore di giustizia -. Sono entrato nella cosca grazie a Vincenzo,
Marco e Nunzio Di Lauro. Li conoscevo. Ho iniziato a gestire la piazza
di spaccio di Melito, quella nella 219. Poi scoppiò la faida. Io nel gennaio
del 2005 chiesi di entrare a far parte del gruppo di fuoco - ha detto
il neopentito - Lo feci grazie a Giuseppe Pica che intercesse per me
con Marco Di Lauro che già era latitante». Così iniziò la carriera criminale
di Capasso che ha raccontato per filo e per segno tutti i delitti che
lui per prima ha commesso partendo ovviamente dai raid ai quali ha partecipato
in prima persona.