sabato 29 maggio 2010

Tortora, il pentito Melluso chiede scusa alle figlie

«Chiedo scusa, profondamente
scusa, ai familiari di Enzo
Tortora (nella foto). Mi rivolgo soprattutto
alle figlie Gaia e Silvia, che
hanno patito l’inferno per colpa mia.
È difficile che accettino di perdonarmi,
lo so, ma sento il dovere di
contribuire con la massima onestà
a questa storia. Voglio dichiarare
una volta per tutte che il presentatore
Tortora era innocente. Che non
c’entrava con la camorra, la droga o
qualsiasi forma di malavita organizzata.
Tortora è stato una vittima, e
come tale va onorato». Così l’ex mafioso
Gianni Melluso ribadisce al settimanale
L’Espresso di aver mentito
quando accusò il presentatore di
spacciare cocaina. «Lo ribadisco ora
che sono uscito dal carcere e riassaporo
la libertà: vorrei fosse vivo,
Tortora, per inginocchiarmi davanti
a lui. Una persona perbene, finita
nel tritacarne delle menzogne». L’ennesimo
capitolo di una storia partita
la notte del 17 giugno 1983, quando
Tortora viene arrestato con l’accusa
di associazione camorristica finalizzata
allo spaccio, lanciata dai
boss Giovanni Pandico e Pasquale
Barra. Melluso entra in scena dopo,
nel febbraio 1984, raccontando ai
magistrati napoletani di avere fornito
a Tortora cocaina da smerciare
nel mondo dello spettacolo. «Non voglio
essere ricordato solo come un
accusatore fasullo. Sento il bisogno
di liberarmi la coscienza, e per farlo
devo cominciare proprio dal febbraio
1984, quando Tortora era già in
prigione per le accuse di Barra e
Pandico. In quel momento, mi trovavo
nel carcere di Pianosa con i più
spietati criminali del dopoguerra italiano:
da Raffaele Cutolo e Leoluca
Bagarella, miei compagni di cella, a
Graziano Mesina e Renato Vallanzasca.
Stavo scontando dal 1978 varie
condanne, e non potevo immaginare
cosa sarebbe successo». Una
mattina, dice, «vennero a prelevarmi
i carabinieri. Non capivo quale fosse
il problema, ma poi mi hanno accusato
di spacciare cocaina, per
conto del boss Francis Turatello, agli
artisti che frequentavo». Tutto vero,
riconosce Melluso: «In effetti vendevo
droga, ed è innegabile che conoscessi
i cosiddetti vip, come testimoniano
le foto con dedica che
mi furono sequestrate, dov’ero assieme
a Walter Chiari, Amanda Lear
e Barbara D’Urso («Non miei clienti
», afferma, ma all’epoca accusò ingiustamente
Chiari di comprare droga
da lui e spacciarla, ndr.)». Tortora
invece non lo conosceva, assicura
Melluso. Lo aveva seguito in televisione,
come milioni di italiani. «È
stato un mio ex amico, il boss Andrea
Villa, a sostenere di avermi visto
per locali con Tortora e belle donne.
E sempre Villa ha accusato il presentatore
di essere un pusher cocainomane
legato a Turatello». Calunnie,
commenta oggi Melluso:
«Uno schifo», ripete a voce bassa.
Resta il fatto che nel 1984 la sua linea
eèdiversa: anzi, diametralmente
opposta. «Dichiarai ai magistrati
di avere consegnato a Tortora droga
in quattro occasioni. l’attività di spacciatore che Tortora
avrebbe svolto nello showbiz». Insomma:
Melluso avalla la linea Pandico-
Barra-Villa: «In parte perché
speravo, grazie a queste menzogne,
di uscire prima dal carcere. Ma anche
per una ragione che non ho mai
rivelato. In quel periodo, mi avvicinarono
nella caserma Pastrengo di
Napoli Barra e Pandico, che stavano
collaborando con la giustizia. Mi
dissero: «Caro Gianni, Tortora è già
in galera. Lo abbiamo punito perché
non ci ha trattato con rispetto (si
parlò di una folle vendetta di Pandico,
risentito perché Tortora non aveva
mostrato nel programma Rai
“Portobello” i centrini ricamati in
carcere da un amico, ndr). Segui la
nostra versione, che ti conviene...».
Il tutto con un tono che non prevedeva
repliche. «Era un ordine», racconta
Melluso: «Barra e Pandico rappresentavano
i vertici della nuova
camorra, ordinavano gli omicidi in
carcere: dovevi obbedire. E così ho
fatto, mi sono inventato episodi da
propinare ai magistrati». Accusato
anche da altri pentiti, attirati dalla
pubblicità che il caso garantisce,
Tortora resta sette mesi in carcere.
Poi gli vengono concessi
gli arresti domiciliari.
Poi ancora, nel
settembre 1985, viene
condannato a dieci
anni per associazione
di stampo camorristico
e spaccio. Soltanto l’anno
seguente la Corte d’appello lo riconosce
innocente, e lo stesso fa la
Cassazione nel 1987. Ma è una soddisfazione
tanto grande quanto breve,
perché il 18 maggio 1988 il presentatore
muore per tumore.
«Un finale che non mi sono mai scrollato
di dosso - dice Melluso - Nel
1994, il tribunale di sorveglianza di
Perugia mi ha fatto uscire dal carcere
affidandomi ai servizi sociali. Avrei
dovuto essere felice, ma ho continuato
a provare rimorso per il male
fatto a Tortora». Tantopiù «che Barra
e Pandico mi ripetevano quant’ero
stato leale con loro. Complimenti che
da un lato mi tranquillizzavano, dall’altro
mi facevano sentire un vile».
Da qui, dice, decolla definitivamente la volontà di denunciare il complotto
contro Enzo Tortora: «Dalla
nausea che provavo verso me stesso
e l’ambiente che frequentavo».
Tornato a fine ‘94 in carcere, per una
rapina in provincia di Perugia, Melluso
parla con i magistrati: «Dissi che
avevo mentito, che i boss volevano
vendicarsi con Tortora per un presunto
sgarro». Decisione non facile,
sostiene l’ex mafioso, perché in cella
gli arrivano le pesanti ambasciate
di Barra e Pandico: «Mi mandavano
a dire che volevano uccidermi. E anche
i giudici napoletani ce l’avevano
con me, perché avevo sostenuto
che si erano mossi in cattiva fede».
L’unica colpa di quei magistrati, afferma
oggi Melluso, è «essere caduti
nella trappola di Barra e Pandico».
E per rinforzare il concetto, racconta
dell’incontro avvenuto tra lui e
Barra a inizio anni Duemila, quando
s’incrociano dentro al carcere di Palermo:
«Ci siamo parlati durante l’ora
d’aria. Ricordo quanto il boss fosse
furibondo con me. “Ma che sei andato
a dire ai giudici?”, mi urlò. “Perché
insisti a cacciarti nei guai per
difendere Tortora? Che te ne frega,
Gianni? Pensa alla tua pelle, prima
che a lui...”. Spiega, Melluso, di avere
provato a rispondergli calmo. «Ho
detto a Barra che non volevo passare
alla storia come il principale accusatore
di Tortora. Ma visto che non
mi ascoltava, ho urlato anch’io come
un pazzo: “Avete sparato troppe
cazzate, tu, Pandico e i cretini che
vi hanno seguito... Non voglio rimetterci
per colpe vostre!”. Al che
Barra mi ha sorriso: “Saranno pure
cazzate, ma i magistrati se le sono
bevute per un pezzo. Diciamo che
quattro guai seri li abbiamo fatti passare,
a Tortora...”. Quello che esaltava
Barra, a sentire Melluso, «è essere
riuscito a rovinare fino all’ultimo
la vita del presentatore». E anche
questo ricordo, dice, lo spinge a
chiedere perdono: «A volte», spiega
accendendo l’ennesima sigaretta,
«ripenso alla pazienza con cui i magistrati
mi hanno interrogato per mesi,
mentre io cercavo di depistarli.
Rivedo anche la grinta di Tortora nel
cercare di liberarsi dalle mie falsità...
». E tutto questo dolore, questo
inganno che ha provocato danni irreparabili,
«mi fa sentire in dovere di
esibire la mia vergogna in pubblico».
Gianni Melluso non ha accusato soltanto
Enzo Tortora e Walter Chiari di
essere spacciatori di droga. Ha puntato
il dito anche contro il cantautore
Franco Califano, condannato negli
anni Ottanta a quattro anni e
mezzo di carcere, e poi assolto in via
definitiva. «Devo chiedergli perdono
- dichiara oggi Melluso - perché oltre
a essere innocente, è stato al mio
fianco in serate indimenticabili alle
quali partecipava il boss Francis Turatello.
Califano è padrino di battesimo
di suo figlio». Il cantante, conclude
Melluso, «consumava cocaina,
amava fare la bella vita e si circondava
di donne, ma non è mai stato
uno spacciatore: soltanto un grande
artista che la camorra mi aveva chiesto
di screditare»ARTICOLO PRESO DAL GIORNALE IL ROMA.

venerdì 28 maggio 2010

Colpo al clan Prinno, sette arresti

Un duro colpo è stato assestato
dai carabinieri al clan Prinno
di Rua Catalana. Ieri notte, i militari
del Nucleo investigativo (al
comando del colonnello D’Aloya)
del comando provinciale di Napoli
(diretto dal colonnello Mario Cinque)
hanno eseguito un’ordinanza
di custodia cautelare in carcere
emessa dal gip del Tribunale di Napoli,
su richiesta della Direzione distrettuale
antimafia, a carico di 7
persone, compresi i boss Giuseppe
e Vincenzo, entrambi già detenuti
(il primo nella Casa lavoro di
Modena). In manette anche Ezio
Prinno, considerato l’attuale reggente
del clan, la madre, Carmela
Stefanoni, assieme alla sua consigliera,
Giuseppina Russo,entrambe
ritenute affiliate alla famiglia
malavitosa che ha la sua roccaforte
nella zona centrale della città.
In pratica, secondo gli inquirenti,
nella cosca erano coinvolti padri,
madri, figli, nipoti, partecipando
tutti attivamente all’organizzazione.
Tutti gli arrestati devono ora rispondere
del reato di associazione
per delinquere di tipo mafioso. A
tre di loro, inoltre viene contestata
anche l’accusa di rapina aggravata
ai danni di un istituto di credito,
consumata con la tecnica del
“buco”, e a 5 il reato di detenzione
e porto illegale di armi da fuoco. Il
provvedimento restrittivo è stato
emesso a conclusione di una complessa
ed articolata attività investigativa
del Nucleo investigativo
del reparto operativo dei carabinieri,
che prese il via nel marzo
2009 e si concluse nel luglio dello
stesso anno: l’inchiesta documentò
l’esistenza e l’attività criminale
del sodalizio criminale di Rua Catalana
riguardante il controllo del
territorio e l’assoluta gestione degli
affari illeciti di alcuni rioni cittadini,
tra cui spaccio di stupefacenti
ed estorsioni, in seguito anche
ad accordi con altre organizzazioni
camorristiche.
Dalle indagini sono emerse alcune
fasi, importanti, per la supremazia
del clan: una di queste è rappresentata
dall’accordo sancito tra il
capocosca Giuseppe Prinno ed il
gruppo dei Ricci, referente del clan
Sarno nella zona dei Quartieri Spagnoli,
dopo una scissione familiare;
ed ancora, le opposte alleanze
fatte da Vincenzo Prinno, fratello
di Giuseppe, con la cosca degli
Elia, gruppo egemone nell’area del
Pallonetto di Santa Lucia, con i
Mariano della zona dei Quartieri
Spagnoli, e con i Lepre, operanti
nella zona del Cavone. Le prime
prove acquisite consentirono agli
investigatori, il 28 maggio 2009, di
assicurare alla giustizia i cugini
Salvatore e Luigi Prinno in occasione
del ricevimento in un ristorante
di Terzigno per il matrimonio
di Gianluca Prinno. Il primo,
bloccato, fu trovato in possesso di
una pistola, sistemata nella cintola
dei pantaloni, mentre a casa del
cugino vennero trovate 2 pistole
che l’uomo custodiva in una cassaforte.
Fu anche accertato che le
tre armi erano in uso al braccio armato
del clan. Quasi un anno dopo,
il 24 luglio 2009 è finito dietro le
sbarre Christian Antonio Prinno,
figlio di Vincenzo, con l’accusa di
detenzione e porto illegale di arma
da sparo. Inoltre, sono stati individuati
gli autori della rapina avvenuta
il 16 marzo 2009 ai danni della
Banca Popolare di Puglia e Basilicata,
in via Depretis, a pochi
passi della Questura di Napoli.
Articolo preso dal giornale il roma.

Matrimonio e rapina, così è nata l’inchiesta

Un assalto in via Depretis
alla banca popolare di Puglia e
Basilicata. Un colpo da professionisti
che non ha dato il tempo ai
dipendenti di accorgersi di quello
che stava accadendo. Subito dopo
il colpo della “banda del buco” le
forze dell’ordine partirono con le
perquisizioni. Prima la casa di Salvatore
Prinno dove c’era la moglie
Sissi Mazzarella e poi la casa di
Giuseppe Prinno, dove c’era Carmela
Stefanoni. Nel primo caso le
forze dell’ordine non trovarono nulla,
nel secondo caso trovarono invece
delle chiavi che aprivano il
cancello dal quale si accedeva al
luogo dove era stato praticato il foro.
Più che un indizio secondo le
forze dell’ordine che fecero partire
una serie di indagini sull’intera
famiglia. Da lì la scoperta del sistema
che era ancora in atto e delle
alleanze che portarono poi alla
faida fratricita che solo per fortuna
non ha provocato alcun morto.
Ma il patto tra i ras che si erano
alleati era chiaro: eliminare i propri
avversari, chiunque fossero.
Proprio la rapina del
16 marzo del 2009,
che fruttò 127mila euro,
è contestata ai fratelli
Ezio e Gianluca
Prinno e alla mamma
Carmela Stefanoni accusata di essere
una delle artefici del clamoroso
colpo. Altro episodio contestato
anche nell’ordinanza di custodia
cautelare è il famoso blitz
condotto in un ristorante di Trecase,
località in provincia di Napoli,
dove al matrimonio di Gianluca
c’erano delle persone armate.
Si trattava di Luigi Prinno e di
Salvatore che furono arrestati sul
posto, mentre adesso è contestato
il porto dell’arma anche a Gianluca.
Addirittura in alcune conversazioni
telefoniche si ipotizza
che ad aver fatto la soffiata delle
armi siano stati i nemici, magari
qualche appartenente all’opposta
fazione in lotta tra loro. Lo dice
Luisa Prinno, sorella di Ezio, Gianluca
ed Antonio, parlando con la
mamma. «Credo che i camerieri
fossero dei carabinieri», ha detto
la mamma dei rampolli della cosca.

«Papà, adesso voglio diventare io il capoclan»

L’investitura da
capoclan Gianluca Prinno la
riceve direttamente in carcere.
A Poggioreale, dove il padre
Giuseppe è detenuto. Va a
colloquoi e parla con lui non
sapendo di essere intercettato
dalle forze dell’ordine che
invece erano lì pronti a
captarlo. Lui è stanco di fare il
“guaglione” e si sente pronto
ad essere nominato capoclan. È
lui stesso a proporlo al
familiare, lui a raccontare che è
arrivato il momento di farlo.
Ecco cosa si dicono in carcere il
21 maggio dello scorso anno.
C’è anche la moglie Carmela
Stefanoni che è sempre
presente ai colloqui. Gianluca,
scrive il giudice per le indagini
preliminari, suggerisce al padre
che dal momento della sua
scarcerazione non avrebbe
dovuto preoccuparsi più di
nulla, giacché egli avrebbe
assunto direttamente il ruolo di
titolare e gestore del clan,
mantenendo i rapporti con gli
altri sodali, proprio al fine di
evitare che il padre potesse
ulteriormente esporsi. Nel
contesto nel colloquio Gianluca
si auto-elegge a capo del
sodalizio dei Prinno
richiedendo l’assenso del
padre. Ecco cosa gli dice: «Poi
se esci da galera, tu non parli
più con nessuno e faccio tutto
io, per il motivo che te ti stai
sopra riservato dietro alle
quinte e io faccio la faccia con
probabilmente con la sua compagna ed usando un linguaggio
criptico le lascia intuire che è accaduto qualcosa ai Quartieri
Spagnoli, senza fornire alcuna specificazione: «Io stanotte me sono
vista brutta, o vero me lo sono vista brutta». Lei le dice: «Ti prego
statti attento». E lui cerca di rassicurarla dicendole che solo così lui
può fare soldi e possono sperare di coronare il loro sogno d’amore.
Solo così avrebbe potuto mettere un po di soldi da parte per potersi
sposare. La ragazza dice di lasciar stare e di cambiare aria. Ma lui
le spiega che una volta fatto i soldi avrebbe lasciato la città con lei
e si sarebbero sistemati.
fapo
tutti quanti e con chiunque,
così facendo di ogni cosa io
vengo sopra e parlo con te e
nessuno più deve parlare con
te. Così se qualcuno viene
sopra da te gli dirai che tu non
sai niente e che devono parlare
con Gianluca. Così facendo non
andrai più in carcere e starai
più tranquillo». Ci sono però
delle cose che lasciano
perplesso il padre e riguardano
gli eventuali blitz. Cosa
sarebbe successo se lui fosse
finito in carcere? Chi avrebbe
gestito gli affari della cosca? La
risposta gi Gianluca Prinno
arriva lapidaria: «Se mi
arrestano ci stanno quegli altri
due scemi». Riferendosi, scrive
il giudice per le indagini
preliminari, ai fratelli Salvatore
ed Ezio. Ma il momento per
fare passaggi di consegne non
era buono: c’era da difendersi
da nemici e addirittura da
parenti.

I due fratelli erano pronti ad ammazzarsi



Fratelli contro fratelli,
cugini contro cugini, e cognate
contro cognate. Il tutto per la
spartizione di un territorio piccolissimo
ma che permetteva la
sopravvivenza di un gruppo criminale,
quello dei Prinno, che è
in vita dal 1990. Da una parte c’è
Giuseppe Prinno, dall’altra Vincenzo.
Il primo è alleato con i Mariano
dei Quartieri Spagnoli e di
conseguenza con gli Elia e i Mazzarella.
L’altro invece si era schierato
con i Ricci e i D’Amico che
invece contrastavano i nuovi “Picuozzi”
che cercavano di espandersi
tra i vicoli a ridosso di via
Toledo. Una scelta di campo diversa
che ha portato a minacce
pesanti, addirittura di morte. A
dimostrazione di quello che stava
avvenendo ci sono state le intercettazioni
telefoniche e ambientali.
A parlare era Giuseppe
Prinno, con la moglie Carmela
Stefanoni.
L’IMBASCIATA AI SISTEMI
Un colloquio in carcere tra Gianluca
Prinno e suo padre Giuseppe.
Parlano di rotture, imbasciate
e del clima che si respira tra
rua Catalana (zona a di fronte alla
Questura di Napoli) e i Quartieri
Spagnoli.
Gianluca: «Quello mi ha detto:
“Senti tuo padre sta carcerato, e
un ok da tuo padre e ci muoviamo,
ma dato che sta in carcere e
che sei un Prinno pure te, se
scendi con moi risolviamo il problema
».
Giuseppe: «E tu che gli hai risposto?
».
Gianluca: «No, per il momento
non ci muoviamo, però voglio solo
una cosa, che si mandino le
imbasciate a tutti i sistemi nel
senso che il primo che appoggia
a Enzuccio, poi scendete tutti
voi».
RAPPRESAGLIE DELLO ZIO
La conversazione è registrata
sempre nel carcere di Poggiorelae.
Questa volta Giuseppe Prinno
parla con Carmela Stefanoni,
sua moglie, la quale gli riferisce
delle rappresaglie che lo zio cenzo sta facendo ai nipoti. «Gli
sta togliendo i soldi delle estorsioni
al parcheggio». Ecco uno
stralcio della conversazione.
Carmela: «Ha tolto la settimana
ad Ezio».
Giuseppe: «E chi sta facendo
questo?».
Carmela: «Il parcheggio gli ha
tolto».
Giuseppe: «E chi è stato?».
Carmela: «Lui. E quella è la zona
sua, sta facendo dei dispetti
esagerati, non sai come stanno
tutti quelli del vico, i figli tuoi non
se ne importano stanno facendo
la leggenda, ma lo sai io a quella,
se lei ci dice qualcosa, lui lo fa».
LA RISSA TRA PARENTI
Al culmine della tensione tra le
due famiglie, da una parte di
Prinno di rua Catalana (ovvero
quelli di Giuseppe e figli), dall’altra
quella dei Prinno di Palazzo
Ammendola (quella di Vincenzo
e del figlio Christian, c’è
stata una vera e propria rissa alla
quale hanno partecipato tutti
gli uomini del clan. Questo perVinché
Vincenzo Prinno aveva
schiaffeggiato il nipote Salvatore
e alla richiesta di spiegazioni
di quel gesto gli veniva risposto
che stava combinando solo guai.
A raccontarlo, neanche a dirlo sono
loro stessi, finiti tutti sotto intercettazione.
A parlare sono Carmela
Stefanoni e Antonio Prinno.
Antonio: «Allora, che è successo?
».
Carmela: «Ezio stava già sotto il
palazzo, io ho detto guaglioni statevi
attenti che questo è infame.
E ha qualcosa addosso per stare
sotto al palazzo. Ezio non ha capito
nulla e sceso e lo ha ucciso di
mazzate, lo ha ucciso di botte».
Antonio: «E che gli ha detto?».
Carmela: «Che lui fa a fare guai
da tutte le parti che è lui a comandare
da tutte le parti».
LA RISPOSTA ARMATA
A pensare alla risposta da dare
allo zio, che aveva schiaffeggiato
il nipote senza un reale motivo,
è Antonio Prinno. È lui che
chiama Gianluca ed organizza la
rappresaglia. Botte da orbi nelle
quali soccombono Vincenzo e
suo figlio Christian, tanto violenti
che addirittura le tracce ematiche
rimangono al suolo così come
hanno accertato i militari dell’Arma
quando sono arrivati sul
posto. Ma non solo, hanno anche
esploso dei colpi di pistola. Ancora
una volta le intercettazioni
telefoniche rendono il quadro
probatorio molto più limpido. Parlano
Antonio Prinno e sua madre
Carmela.
Antonio: «Allora mamma, dopo
che è successo?».
Carmela: «L’hanno ucciso Sasà,
Gianluca ed Ezio».
Antonio: «E a chi?».
Carmela: «L’hanno ucciso a lui
e a Christian».
Antonio: «Adesso scendo a Napoli
».
Carmela: «Lui se ne è andato dal
quartiere ed è andato dai “sistemi”
».
È UNA GUERRA SCHIFOSA
Luigi Prinno non ha dubbi: quello
che si sta vivendo a rua Catalana
è una guerra ed è schifosa.
È di importante valoro probatorio
ciò che dice il cugino di Antonio,
Gianluca ed Ezio, legato a
Giuseppe. Luigi è intercettato
dalle forze dell’ordine, così come
tutta la famiglia Prinno. Non solo
quando parla al telefono ma anche
in conversazioni ambientali.
Lui proprio mentre cerca di fare
una telefonata pronuncia queste
parole, che sono state poi inserite
nell’ordinanza di custodia cautelare
che ieri ha portato in carcere
sette persone. «Ha detto
questo cosa, è solo una guerra
schifosa, questa». Scrive il gip:
«È chiaro che non ha bisogno di
ulteriori spiegazioni il termine
guerra utilizzato da Prinno per
descrivere la situazione».
DEVI SPARARE IN MEZZO
«Devi sparare in mezzo». Non è
un consiglio che qualcuno dà a
qualcun altro ma l’intercettazione
ambientale captata ascoltando
quello che Luigi Prinno dice
al telefono a suo cugino Gianluca.
In particolare prima dell’inizio
della conversazione telefonica si
sente qualcuno che pronuncia
queste parole: «Poi da là spara là
in mezzo, bum bum bum bum
bum. Devi sparare in mezzo». Dice
la voce captata attraverso il
telefonino.

Camorrista per amore: «Solo così potremmo sposarci»

Se la storia, se fosse finta, potrebbe ispirare romanzi
d’amore d’altri tempi. Un uomo d’altri tempi innamorato della
compagna a tal punto da diventare un gangster. Ma purtroppo la
storia è vera e non può essere mitizzata quando presa in
considerazione in modo oggettivo per quella che è. È Luigi Prinno,
nipote di Giuseppe e cugino di Ezio, Gianluca ed Antonio. Fa parte
con i tre del gruppo che si controppone a Vincenzo che affiliato ai
Ricci e ai D’Amico imperversa per i Quartieri Spagnoli. Si tratta,
come scrive il giudice per le indagini preliminari, di rappresaglie
urbane. Storie assurde che si sono consumate a Napoli la scorsa
estate culminate in scontri armati. Luigi Prinno probabilmente con la sua compagna ed usando un linguaggio
criptico le lascia intuire che è accaduto qualcosa ai Quartieri
Spagnoli, senza fornire alcuna specificazione: «Io stanotte me sono
vista brutta, o vero me lo sono vista brutta». Lei le dice: «Ti prego
statti attento». E lui cerca di rassicurarla dicendole che solo così lui
può fare soldi e possono sperare di coronare il loro sogno d’amore.
Solo così avrebbe potuto mettere un po di soldi da parte per potersi
sposare. La ragazza dice di lasciar stare e di cambiare aria. Ma lui
le spiega che una volta fatto i soldi avrebbe lasciato la città con lei
e si sarebbero sistemati.

martedì 25 maggio 2010

«Così uccisero Vincenzo Chiaro e Pasquale Grimaldi»

Tre omicidi fuori “zona”.
Consumati in un quartiere
che non è quello di competenza
del collaboratore di giustizia ma
che sono importanti per ricostruire
retroscena di patti, alleanze,
scambi di piaceri e di killer.
Il collaboratore che parla è
Carmine Martusciello, ex affiliato
al clan Di Biasi dei Quartieri
Spagnoli e da anni passato
a collaborare con lo Stato. È ritenuto
un collaboratore attendibile,
un personaggio che ha svolto
ruoli di spessore all’interno della
cosca di appartenenza e per
tale ragione importante per dare
rilievo alle sue accuse. Parla di
tre omicidi e le dichiarazioni dichiarazioni
sono state depositate
nel processo per associazione
a delinquere per personaggi del
clan Mazzarella. Ricostruisce
l’omicidio di Vincenzo Chiaro,
assassinato a Soccavo il 24 marzo
del 2005: fu trovato in un burrone.
Quello di Pasquale Grimaldi,
ucciso al rione Traiano il
16 giugno del 2006 e infine dell’omicidio
di Antonio Cardillo
ai Quartieri Spagnoli dove invece,
Luigi Cangiano, sempre ex
esponente dei clan dei Quartieri
Spagnoli, fa il nome di un altro
presunto assassino che fin a
questo momento non era mai
stato tirato in ballo. Ecco il passaggio
più importante del suo
verbale datato 31 luglio del 2008
ma che solo ieri è stato portato
a conoscenza. «Quando sono stato
scarcerato decisi di vendicare
mio cugino, Vincenzo Chiaro,
uccidendo uno degli Scognamiglio,
ma il “Nirone” che al rione
Traiano ed era a conoscenza dei
fatti, mi disse che l’omicidio di
mio cugino era stato materialmente
commesso da Alfonso
Sorrentino il quale gli sparò prima
alle spalle due colpi e poi lo
spinsero in un dirupo. La madre
di Vincenzo Chiaro mi accompagnò
a vedere il posto dove
avevano trovato il cadavere. Una
volta appresi i fatti tramite Salvatore
Maggio, affiliato ai Mazzarella
ed autore dell’omicidio di
Pasquale Grimaldi, avvenuto al
rione Traiano qualche anno fa.
Individuai tale persona come
persona vicina agli Scognamiglio,
non volli però ucciderlo subito
e poi con il tempo non mi è
stato possibile compiere l’omicidio.
Con riferimento all’omicidio
mi riservo di rendere dichiarazioni
in seguito». Poi un salto al
primo agosto del 2005 quando
tra i vicoli dei Quartieri Spagnoli
fu assassinato il giovane Antonio
Cardillo, figlio del boss scissionista.
Il verbale di Cangiano
è del 9 luglio del 2008 quando i
pubblici ministeri gli mostrano
le foto di alcuni pregiudicati. Lui
dice: «Al numero 3 riconosco mio
cugino Emilio Quindici. Si
tratta di un killer dei Di Biasi ed
è l’autore dell’autore dell’omicidio
di Antonio Cardillo di cui ho
già parlato. Emilio fu incarica in
passato da Scala Raffaele di uccidere
Salvatore Maggio, un affiliato
ai Mazzarella. L’omicidio
non si fece più, perché Maggio
fu arrestato in un garage al rione
Traiano»

«Inguaiato dagli amici di Alberto»

Le sue dichiarazioni sono
precise ed articolate a tal punto
da essere prese in seria considerazione
dalla Procura che punta
sulle sue accuse per aprire uno
squarcio nel regno dei Mazzarella
soprattutto in quelli del Mercato.
Ecco cosa Salvatore Esposito
detto “’o cuzzecaro” dice ai magistrati
della Dda di Napoli in uno
stralcio del suo primo verbale. «Alberto
Mazzarella, fratello minore
di Francesco e Ciro, lo conosco
da quando era piccolo. Ha sempre
avuto dei comportamenti bizzarri
in quanto si attorniava di ragazzi e
pensava di effettuare attività illecite
non coordinandosi con il resto
del clan. Anche per la sua giovane
età era destinato comunque a percorrere
le orme dei fratelli. In sostanza
è una persona poco affidabile
in quanto pensava di poter comandare
da solo. I ragazzi di cui si
circondava erano tutti giovani tra
i quali Emanuele Persico, Umberto
Costagliola, Vincenzo Di
Giuseppe, Eduardo Troianiello,
Emanuele Pignotti detto “’o
russo”. Anche un certo Farid Cinquegrana
detto Raffaele “’o tunisino”
e mio nipote Gennaro
Esposito detto “cap ‘e bomb”.
Molti dei guai che mi hanno colpito
in questa ordinanza derivano
proprio da questi ragazzi portati da
Alberto Mazzarella. Intendo dire
che si trattava di ragazzi giovani e
poco esperti come si ricavava dal
fatto che parlavano troppo al telefono,
circostanza che ci ha fatto
scoprire. Ad esempio il Di Giusep- Alberto Mazzarella, fratello di Ciro e Francesco
LA CAMORRA CHE COLLABORA.
«SONO STATO NELLA COSCA DI GENNARO
PER OLTRE 10 ANNI, MI SONO PENTITO
PERCHÉ MI HANNO ABBANDONATO»
pe praticamente diceva tutto parlando
al telefono». Inoltre Esposito
si concentra soprattutto sulla parte
economica della cosca e su chi
gestisce quello che è considerato
l’impero della cosca. Migliaia di euro,
profitto dei traffici illeciti. «Per
quanto riguarda invece Anna Cirelli
ha costituito sostanzialmente,
dopo l’arresto del marito, il punto
di riferimento principale dell’organizzazione
decidendo tutte le attività
illecite da compiere e le relative
modalità di esecuzione. Tanto
è avvenuto ad esempio nella vicenda
dei Vollaro contestata nell’ordinanza
a mia moglie Annunziata
Imparato. In questa vicenda
mia moglie eera stata mandata
proprio da Anna Cirelli. In altre circostanze
la donna si serve invece
del cognato Natale Ardis, marito
della sorella Maria. Ad esempio
è lui che è andato dai fratelli Lipari
che gestiscono una fabbrica di
fuochi d’artificio a Giugliano che si
presentano a cambiare gli assegni
che la Cirelli riceve da soggetti sottoposit
ad usura con tasso del 6 per
cento mensile. Un altro commercianti
che presta a cambiare assegni
è Pasquale C. che ha un negoio
di import export. In passato fino
a qualche anno fa questa attività
di ripulitura di assegni era gestita
da Loredana Prota e al fratello
Carmine attraverso un supermercato
in via Strettola Sant’Anna alle
Paludi. In sostanza il supermercato
è stato intestato a Prota fin al
nostro arresto del 2006».

Il ras pentito svela quattro omicidi

Quattro omicidi sui quali
il collaboratore di giustizia Vincenzo
Esposito detto “’o cuzzecaro”
racconta la sua verità. In due
verbali il collaboratore di giustizia
dice di poter parlare di quattro episodi
di sangue. Il primo è quello
dell’omicidio di Franco Ferrone,
ammazzato al Mercato il 3 febbraio
del 2004. «Ad assassinarlo è stato
Carlo Radice e Giuseppe Persico
su incarico di Salvatore Astuto
e Francesco Mazzarella - dice
Esposito - Hanno avuto un ruolo
nella fase organizzativa anche Enrico
Autiero e Alfonso Criscuolo
il quale ha anche curato il
recupero dell’arma. Fu utilizzata
una pistola calibro 378». Nel verbale
del 24 marzo scorso, depositato
ieri nel corso del processo che
vede imputati per associazione a
delinquere di stampo camorristico
esponenti del clan Mazzarella del
calibro di Gennaro, Francesco e
Ciro, ci sono delle pagine omissate
dalla Procura e brevi cenni ad altri
delitti che, come dice lo stesso
collaboratore di giustizia, saranno
resi noti in altri verbali di interrogatorio.
Oltre a quello di Ferrone,
Esposito dice di poter raccontare,
«perché ho saputo da Francesco
Mazzarella», dei delitti di Pasquale
Finizio, avvenuto il 24 aprile
del 1998 nella zona del Mercato,
dell’agguato mortale di Giovanni
Attanasio, avvenuto il 7 giungo
dello stesso anno, sempre nella zona
del Mercato e quello di Salvatore
Attanasio del 22 ottobre del
2006 a San Giovanni a Teduccio.
Non fa nomi, ma fa intendere ai
magistrati di essere a conoscenza
dei sicari che hanno agito. Il pentimento
di Salvatore Esposito “’o
cuzzecaro” è ritenuto importante
dalla Procura antimafia perché il
pregiudicato è stato per più mesi
reggente della cosca di piazza Mercato
e soprattutto gestore di una
parte della cassa del clan. Nei suoi
primi verbali infatti fa riferimento
proprio alla quantità di soldi che giravano
nelle casse della cosca. Ha
redatto un manoscritto nel quale
ha annotato tutti i nomi degli esponenti
del clan Mazzarella. «Io faccio
parte dal clan da 10 anni. In particolare
all’inizio questo gruppo era
composto da 4-5 persone e cioè oltre
a me, da Gennaro Mazzarella e
ai figli Ciro e Francuccio. In particolare
io ho conosciuto Gennaro
sono nel 2002 poiché prima era detenuto
ed in sostanza mi sono affiliato
al clan per mezzo dei figli. All’inizio
erano affiliati anche Salvatore
Maggio, Salvatore D’Ambrosio
quest’ultimo poi ammazzato
». Fa poi i nomi di altri presunti
affiliati tra i quali Salvatore Bifulco,
Enrico Autiero, Gennaro
Catapano, Carlo Radice,
Giuseppe Persico, «quest’ultimi
quattro facenti parte del gruppo di
fuoco». Lo stipendio agli affiliati veniva
pagato da Pasquale Cirelli
o da Francesco Mazzarella. «Ogni
affiliato prendeva circa 1.250 euro
al mese. La cassa del clan era gestita
direttamente da Anna Cirelli,
moglie di Gennaro Mazzarella
e la suddivisione dei proventi delle
attività illecite era regolata nel
seguente modo: il 50 per cento dei
proventi di tutte le attività illecite
svolte in nome e per conto del clan
doveva essere consegnato al capoclan
». Il riferimento di Esposito,
da quanto dichiara a verbale, era
Francesco Mazzarella. «I soldi in
sua assenza venivano consegnati
alla moglie Stefania Prota».

sabato 22 maggio 2010

Si è pentito Salvatore Esposito

Da un mese ha deciso collaborare
con la giustizia. Ha chiesto
di parlare con i magistrati per raccontare
la sua verità. Si tratta di Salvatore
Esposito detto “’o cuzzcaro”,
esponente di spicco della cosca dei
Mazzarella, in particolare della frangia
di piazza Mercato, gestita dagli
uomini di Gennaro Mazzarella detto
“’o schizzo”. L’uomo, che fu stanato
dopo lunghi mesi di latitanza,
ha deciso di dare una svolta alla sua
vita decidendo di collaboratore con
lo Stato. Adesso sta vuotando il sacco
ed avrà 180 giorni di tempo per
raccontare quanto è a sua conoscenza.
Conosce molti retroscena
importanti e le sue dichiarazioni serviranno
ad inchiodare alle loro responsabilità
i ras della cosca non solo
per i reati di associazione ma anche
per gli omicidi perché Esposito,
oltre a gestire gli affari del clan, in
particolare il business dei cd e dvd
contraffatti, era stato anche nel
commando di fuco della cosca così
come altri collaboratori di giustizia
hanno raccontato. I poliziotti della
Squadra mobile della questura lo
stanarono a Crispano, dove aveva
preso una casa in affitto grazie all'aiuto
di un parente. Sotto il cuscino
aveva una pistola temendo evidentemente
un agguato. Era sfuggito
alla cattura nell’ottobre precedente,
quando fu uno dei bersagli
di un’inchiesta su camorra e vendita
di materiale audiovisivo falsificato
coordinata dal pm Raffaele
Amato della Dda, Salvatore Esposito
si era rifugiato in un appartamento
della cittadina dell’hinterland
a nord di Napoli grazie alla complicità
di un parente. Ma era sempre
sul chi va là, tanto che al momento
dell’irruzione degli investigatori di
via Medina, fu trovato in possesso
di un pistola semiautomatica calibro
9 con matricola cancellata. Secondo
gli investigatori, “’o cuzzcaro”
è un fedelissimo del gruppo
Mazzarella del Mercato e delle Case
Nuove (i cui ras sono considerati
Gennaro Mazzarella “’o schizzo”
e i figli Ciro e Francesco, tutti e tre
però estranei all'inchiesta in cui è
coinvolto Salvatore Esposito). La
moglie, Annunziata Imparato, fu arrestata
a ottobre e per lo stesso procedimento
penale è in carcere al
41bis, a dimostrazione del suo presunto
elevato grado di pericolosità.
Le indagini che portarono all’emissione
del provvedimento di cattura
furono svolte dalla Guardia di Finanza
del Gruppo di Fiumicino e del
Nucleo di Polizia Tributaria di Napoli.
Attraverso esse, gli inquirenti
della Dda hanno avuto la conferma
che il Mercato era tornato sotto l’influsso
dei Mazzarella dopo il periodo
in cui gli affari illeciti erano controllati
dai Palazzo con l’appoggio
dei Sarno di Ponticelli. Si svolse addirittura
una cena di tutti gli affiliati
al clan Mazzarella per festeggiare
la riconquista del territorio. Le telefonate
intercettate mostrarono, a
partire dal mese di maggio 2009, la
piena ripresa delle attività estorsive
da parte dei Mazzarella. Gli aderenti
al sodalizio, dopo essere stati
a lungo nascosti per evitare possibili
agguati, ricominciarono a muoversi
nel quartiere riprendendo a pieno
ritmo lo spaccio e il racket. Vero
è che, come già documentato nei
mesi di gennaio e febbraio, la raccolta
estorsiva da parte dei Mazzarella,
non si era interrotta, ma di tutta
evidenza sono le telefonate captate
sul punto nel mese di maggio,
a dimostrazione, quindi, che il clan
stava acquisendo nuova forza.

venerdì 21 maggio 2010

Ecco tutte le condanne inflitte agli scissionisti.

AMATO RAFFAELE 20 ANNI 20 ANNI
AMOROSO ANTONIO 6 ANNI 4 ANNI
ANDREOZZI FRANCO 12 ANNI 12 ANNI
ARDIS AGOSTINO 14 ANNI 8 ANNI E 8 MESI
ARUTA ANTONIO 20 ANNI 16 ANNI
BASTONE GIUSEPPE 14 ANNI 9 ANNI E 4 MESI
BIANCOLELLA FRANCESCO 12 ANNI 10 ANNI E 8 MESI
BUONO ANTONIO 16 ANNI 13 ANNI E 4 MESI
CAIAZZA CIRO 20 ANNI 12 ANNI
CALZONE CARMINE 16 ANNI 11 ANNI E 4 MESI
CALZONE RITO 18 ANNI 14 ANNI
CAMPANILE LUANA 10 ANNI ASSOLTA
CAMPANILE TABATA 10 ANNI 5 ANNI E 4 MESI
CANDONE GIOVANNI 3 ANNI E 8 MESI 3 ANNI E 8 MESI
CENTRULO PIETRO 14 ANNI ASSOLTO
CICCARELLI ANTONIO 14 ANNI ASSOLTO
CIPRESSA GIUSEPPE 18 ANNI 5 ANNI
DIANO LUIGI 14 ANNI 8 ANNI E 8 MESI
DI DOMENICO GIUSEPPINA 10 ANNI ASSOLTA
DI PERNA TERESA 8 ANNI 5 ANNI
ESPOSITO FRANCESCO 14 ANNI 8 ANNI E 8 MESI
ESPOSITO PATRIZIO 18 ANNI 11 ANNI E 4 MESI
FERONE GIUSEPPE 10 ANNI 8 ANNI
GARGIULO GENNARO 12 ANNI 8 ANNI
GRANDELLI MAURIZIO 18 ANNI 10 ANNI E 8 MESI
GRASSO CARMINE 12 ANNI ASSOLTO
IRACE FRANCESCO 16 ANNI 12 ANNI
LANZA DI BROLO ANTONIO 18 ANNI 13 ANNI E 4 MESI
LANZA DI BROLO UGO 6 ANNI 6 ANNI E 8 MESI
LICCARDO PASQUALE 14 ANNI 10 ANNI E 8 MESI
MADONNA ANNAMARIA 10 ANNI 5 ANNI E 4 MESI
MAGNETTI ANTONIO 14 ANNI 9 ANNI E 4 MESI
MANGIAPILI CASTRESE 18 ANNI 6 ANNI
MARRA MASSIMILIANO 10 ANNI 5 ANNI E 4 MESI
MARRONE ANTONIO 18 ANNI 10 ANNI
MARRONE RAFFAELE 12 ANNI 8 ANNI
MARRONE TERESA 12 ANNI ASSOLTA
MIGLIACCIO OTTAVIO 16 ANNI 8 ANNI
MORANO FRANCESCO 18 ANNI 10 ANNI
MUSTO DAVIDE 16 ANNI 8 ANNI
NOTTURNO ENZO 20 ANNI 20 ANNI
PAGANO ELMELINDA 10 ANNI 4 ANNI
PAGANO ROSARIA 10 ANNI 2 ANNI E 8 MESI
PAGANO VINCENZO 18 ANNI 8 ANNI
PEZZELLA GAETANO 12 ANNI 8 ANNI
POMPILIO ANTONIO 16 ANNI 9 ANNI E 4 MESI
POZONE GIUSEPPE 14 ANNI 8 ANNI
SICILIANO DAVIDE 18 ANNI 10 ANNI
SPERA VINCENZO 18 ANNI 13 ANNI E 4 MESI
SPINELLI GIOVANNI 12 ANNI 8 ANNI
STORNAIULO SALVATORE 14 ANNI 8 ANNI
VINCIGUERRA MASSIMILIANO 18 ANNI 10 ANNI E 8 MESI

Scissionisti, il giorno del giudizio

Trecentosessantacinque
giorni. Un anno esatto dopo il maxiblitz
che azzerò i vertici del clan degli
scissionisti è arrivato il giorno della
sentenza. Ieri mattina il giudice per le
udienze preliminare Chiaromonte ha
emesso la sentenza dopo una camera
di consiglio durata alcune ore. La lettura
nell’aula bunker del carcere di
Poggioreale, l’unica che potesse contenere
tutti quegli imputati. La stessa
che circa tre anni fa vide il processo
ai vertici dell’opposta fazione, quella
dei Di Lauro. Quarantasei le condanne
per un totale di 430 anni di reclusione
e solo 6 gli assolti con formula
piena. Un quadro accusatorio sostanzialmente
immodificato per coloro i
quali erano e sono, adesso con sentenza,
considerati i capi e promotori
di un clan che nel 2004 dichiarò guerra
ai Di Lauro. Una cosca sanguinosa
capeggiata da Raffaele Amato che
ieri ha incassato 20 anni di reclusione
e da Cesare Pagano, superlatitante
che invece ha scelto di essere processato
con il rito ordinario. Di “Cesarino”
c’erano sotto processo il fratello e le
due sorelle le quali sono state condannate
ma a pene basse e con
l’esclusione del metodo mafioso ed
hanno potuto beneficiare dell’indulto.
Elmelinda e Rosaria Pagano, difese
dall’avvocato Luigi Senese, hanno
lasciato il carcere. La prima ha avuto
4 anni di reclusione, la seconda 2 anni
e 8 mesi. Ma i boss e i riciclatori non
hanno avuto sconti: le intercettazioni
telefoniche racchiuse in una maxiordinanza
chiesta al gip dai pubblici ministeri
Stefania Castaldi e Luigi Alberto
Cannavale che si sono avvalsi
dell’opera instancabile e preziose dei
poliziotti della squadra Mobile di Napoli,
dei carabinieri del Nuclo operativo
e della compagnia di Castello di Cisterna,
dei finanzieri del Gruppo tutela
mercato capitali, sezione riciclaggio,
le dichiarazioni dei collaboratori
di giustizia e gli atti di investigazione
pura (indagini patrimoniali, pedinamenti)
hanno “blindato” l’inchiesta.
Dieci anni per Maurizio Grandelli,
per Pasquale Liccardo, 20 anni per
Enzo Notturno, 13 anni per Vincenzo
Spera, 10 anni per Massimiliano
Vinciguerra. Era un rito abbreviato,
un processo che si basava
solo ed esclusivamente sugli atti portati
dall’accusa e contenuti nel fascicolo

del pubblico ministero. Senza
ascoltare testimoni, parti lese, investigatori.
In cambio della riduzione di
un terzo della pena e per questo il valore
delle condanne severe è raddoppiato
come significato. Sei soltanto le
assoluzioni: Luana Campanile, difesa
dall’avvocato Antonio Salzano (richiesta
10 anni), Pietro Centulo (richiesta
14 anni), Antonio Ciccarelli
(14 anni) difeso dall’avvocato Giuseppe
Biondi che ha annullato le richieste
dell’accusa, Giuseppina Di
Domenico (10 anni), Carmine Grasso,
difeso dall’avvocato Anna Savanelli
(richiesta di 12 anni) e Teresa
Marrone, difesa dagli avvocati Ercole
Ragozzini e Claudio Davino (richiesta
12 anni). Poi c’è stato chi ha avuto
una richiesta elevata e se l’è vista
dimezzata come nel caso di Davide
Musto, considerato esponente dei Di
Lauro prima e degli scissionisti poi,
che con una richiesta di 16 anni se l’è
cavata con giusto la metà, 8 anni, grazie
all’intervento difensivo dell’avvocato
Giuseppe De Gregorio. O come
Tabata Campanile, 5 anni e 4 mesi,
difesa dall’avvocato Antonio Salzano
che è riuscito ad ottenere la stessa pena
anche per Massimiliano Marra.
Per Giuseppe Cipressa, assistito dai
penalisti Claudio Davino e Luigi Senese,
la condanna è stata di 5 anni di
reclusione ma il reato è stato derubricato
da associazione camorristica ad
assistenza agli associati: non era un
appartenente al clan ma semmai il loro

ro cuoco. Fu già arrestato in passato
per armi ma già in quell’occasione fu
scarcerato. Gennaro Gargiulo invece,
sempre assistito da Davino è passato
da una richiesta di 12 ad 8 anni
di reclusione perché è stata esclusa
l’aggravante del metodo mafioso. Ottavio
Migliaccio assolto dal traffico
di droga e condannato per camorra,
partiva da una richiesta di 16 anni ed
è stato condannato ad otto: era assistito
dall’avvocato Imma Carratore. Teresa
Di Perna, assistita da Anna Savanelli,
ha avuto 5 anni e 4 mesi, su
una richiesta di 8. Antonio Pompilio,
accusato dai pentiti di essere capo
e promotore degli scissionisti e un
killer spietato ha incassato, grazie al
lavoro di Luigi Senese e Raffaele Quaranta
9 anni su una richiesta di 16 anni
di carcere. Vincenzo Pagano, fratello
del ras, considerato capo e promotore
della cosca, curato dal lavoro
difensivo di Luigi Senese, ha incassato
solo 8 anni rispetto ai 18 anni chiesti
dall’accusa. Infine va sottolineata
la posizione di Davide Siciliano, difeso
dagli avvocati Fabio Curcio e Raffaele
Chiummariello che ha avuto 10
anni, rispetto ai 18 chiesti dalla Procura,
per due gravi reati: camorra e
traffico di droga.

giovedì 20 maggio 2010

«I Servizi segreti chiesero al boss Giuseppe Misso di mettere pace tra i clan»


Al boss del rione Sanità Giuseppe Misso fu chiesto di mettere fine alla guerra tra i clan in quanto "c'era la necessità che nella città di Napoli non ci fossero scontri diretti tra le organizzazioni camorristiche o
faide eclatanti perché c'erano in corso procedure per opere
pubbliche importanti" e "soprattutto le istituzioni non
dovevano essere insidiate".
A rivelare il presunto intervento di apparati dello Stato
("appartenevano alle istituzioni, forse ai servizi") per
realizzare una tregua tra le cosche napoletane è il pentito
Michelangelo Mazza, nipote di Misso. L'interrogatorio è stato
reso il 10 settembre 2007 al pm Giuseppe Narducci e oggi il pm
della Direzione distrettuale antimafia di Napoli Sergio Amato lo
ha depositato davanti al gup in un processo contro esponenti del
clan.
Nell'interrogatorio il collaboratore di giustizia parla di un
incontro che si sarebbe svolto alla sua presenza alcuni anni fa
in un ristorante di Salerno tra Misso e due persone "la prima
di circa 60 anni, portava un vestito, la seconda aveva più o
meno 40 anni e portava una maglietta e un jeans". Mazza
racconta che, armato di due pistole, svolgeva il ruolo di
guardaspalle dello zio che temeva di finire in una trappola.
"La persona più giovane - racconta il pentito intervenne nella
conversazione volendo puntualizzare che loro non chiedevano
delle cose ma le ordinavano". Il presunto incontro non ha una
datazione precisa, tuttavia il collaboratore lo colloca ''tre
mesi prima che avvenisse la scarcerazione di Eduardo Contini'',
esponente di primo piano della camorra napoletana contro cui
erano in guerra i Misso. Il piu' anziano degli interlocutori
preciso' che Misso ''non sarebbe stato da solo in questa opera
finalizzata a garantire una specie di assestamento e ad evitare
una guerra di camorra''. L'uomo rivelo' che 'di li' a poco un
suo amico sarebbe stato scarcerato e che lui, quindi, avrebbe
dovuto accodarsi... disse che loro sapevano bene quali erano le
nostre difficolta' economiche e che pero' si sarebbe aperta per
noi una prospettiva diversa ed avremmo potuto guadagnare
molto''. ''La persona anziana - ha aggiunto - invito' mio zio a
considerare che ormai i tempi erano cambiati e che comunque loro
sarebbero stati presenti in questa situazione almeno sino a
quando mio zio non si sarebbe di nuovo esposto. Il colloquio
termino' senza che venissero pronunciate parole esplicite o di
rassicurazione. Anzi, in verita', tutta la conversazione fu
allusiva e nessuno disse parole chiare ed esplicite''.
Ma chi erano i due interlocutori? ''Compresi che
appartenevano alle istituzioni, forse ai servizi segreti, e che
in sostanza dicevano a mio zio che doveva adoperarsi per
impedire una guerra di camorra e che l'unica cautela per lui e
per la sua vita era quella di limitarsi a fare il criminale
senza pensare a cose diverse e riguardanti le istituzioni''.
''Dopo un po' di tempo - racconta il collaboratore di
giustizia - avvenne con modalita' molto singolari la
scarcerazione di Eduardo Contini e quasi subito dopo Contini
fece una offerta insistita e reiterata di pace a mio zio. Ho
gia' spiegato in altri verbali la modalita' e i tempi in cui
intervenne l'accordo tra mio zio e Contini. E' ovvio che pensai
subito alla previsione fatta dalla persona anziana nel corso del
colloqui a Salerno, cioe' a quell'amico di mio zio che sarebbe
stato scarcerato e che si sarebbe adoperato per la pace in
citta'. Ma anche altri successivi avvenimenti sono stati da me
interpretati come manifestazione concreta di quel discorso fatto
a Salerno''. Il pentito cita l'incontro con un tale Franco,
calabrese, che avrebbe proposto a Misso il monopolio sulla droga
da spacciare a Napoli, una proposta che sarebbe stata rifiutata,
e si sofferma sull'intervento di un altro boss della camorra,
Paolo Di Lauro, che si sarebbe attivato per fare ottenere a
Misso un grosso prestito di denaro: ''diceva che lui avrebbe
perso quei cinquecento milioni ma che si stavano aprendo
prospettive piu' fruttuose dal punto di vista economico e che
quindi quella somma era poca cosa rispetto a cio' che stava per
accadere''.
''Tante volte, prima del suo ultimo arresto - ha affermato
Michelangelo Mazza - mio zio mi ripeteva che io avrei dovuto
sempre adoperarmi affinche' nulla succedesse nella citta' di
Napoli, cioe' non scoppiasse una guerra di camorra''.
Giuseppe Misso, interrogato dai pm, non ha tuttavia
confermato le dichiarazioni del nipote. ''Questo racconto �
assurdo e vi chiedo di mettermi a confronto con mio nipote
Michelangelo'', ha detto ai magistrati.

Agguato a Poggioreale, ucciso affiliato ai Mazzarella

Agguato poco dopo le 18,30 in via Giuseppe Buonocore, all'interno del rione Luzzatti, nel quartiere di Poggioreale, bunker del clan Mazzarella. Emanuele Saulino, 31enne, pregiudicato di vico dei Candelai, uscito dal carcere di Sulmona per un permesso-premio, è stato ammazzato a colpi di pistola nella sua auto, una Smart. Sul posto sono arrivati i carabinieri che stanno indagando su una vendetta per la sua appartenenza alla cosca dei Mazzarella. Emanuele Saulino, a settembre del 2006 fu ferito dopo aver reagito, come denunciò alla polizia, a un tentativo di rapina di un rolex.
L'uomo era stato da poco scarcerato grazie all'indulto. Agli agenti del drappello di polizia dell'ospedale Loreto Mare, Saulino racconto' che, mentre si trovava in piazza Mercato, era stato avvicinato da due giovani a bordo di un
ciclomotore che gli avrebbero chiesto di consegnare il rolex. Di
fronte al suo rifiuto, da uno dei due giovani era partito un
colpo che lo ha ferito alla gamba.
Ad aprile del '99, invece, era stato arrestato insieme ad
altri tre complici, con l'accusa di far parte di una banda di
rapinatori di negozi di telefonia della zona Vicaria Mercato. I
quattro, in piu' di una circostanza, secondo l'accusa, entrarono
negli esercizi armi in pugno e dopo la rapina scapparono su
veloci moto.

martedì 18 maggio 2010

«Patto tra “capitoni” e scissionisti»





«Dico anche che oramai i rapporti tra i Lo Russo e gli scissionisti sono
talmente intensi, frequenti e amichevoli che non rieco nemmeno
a distinguere i due sodalizi come entità tra loro diverse. Aggiungo
anche che, in occasione del matrimonio di un nipote di Cesare Pagano,
seppi che di lì a poco si sarebbe sposato proprio Antonio Lo
Russo, figlio di Salvatore, e che a fare da compare di matrimonio sarebbe
stato Cesare Pagano. Dico questo a ulteriore riprova degli
stretti rapporti esistenti tra loro».
Era il 2 marzo del 2009 quando Antonio Pica, uno dei quattro pentiti
del clan Prestieri di Scampia, raccontò ai pm antimafia che i rapporti
tra i Lo Russo e gli Amato-Pagano si erano stretti e citò l’episodio
del matrimonio. «Posso anche aggiungere che in un’occasione
ho assistito a una discussione tra Vincenzo Notturno e Antonio
Lo Russo, figlio di Salvatore, nel corso della quale i due in tono amichevole
discutevano del prezzo al quale il primo doveva effettuare
una fornitura di 5-6 chili di sostanza stupefacente del tipo cocaina».
A proposito del boss latitante Cesare Pagano, del clan Amato-Pagano
o degli scissionisti, c’è un altro episodio raccontato dai pentiti
agli inquirenti e contenuto nel provvedimento restrittivo del 5
maggio scorso. “Cesarino” cercò di mettere pace tra i Misso e i Torino
nel corso della faida della Sanità. Parola di Giuseppe Misso “’o
chiatto”, che nel corso dell’interrogatorio del 9 luglio 2007 (che fa
parte integrante dell’ordinanza di custodia cautelare eseguita ieri)
ha raccontato un inedito retroscena. Nel verbale si fanno anche riferimenti
precisi all’alleanza con i Lo Russo per i traffici di droga in
particolare. Ecco alcuni passaggi delle dichiarazioni del collaboratore
di giustizia, con la consueta premessa che le persone tirate in
ballo devono essere ritenute estranee alle vicende narrate fino a prova
contraria.
«Le attività criminali che fanno capo al clan Lo Russo, e quindi a
Salvatore Lo Russo che ne è il capo anche quando il leader era considerato
suo fratello Giuseppe, che si è sempre consigliato con lui,
sono il traffico di sostanze stupefacenti e la gestione delle piazze di
droga nel territorio di appartenenza, come pure le altre attività di tipo
strettamente criminale come le estorsioni e le zioni di fuoco. Tutte
attività compiute da un gruppo di affiliati che fa capo a Raffaele
Perfetto e nel quale vanno menzionati sicuramente Massimo Tipaldi,
Oscar Pecorelli il più giovane, Luigi Pompeo (genero di Salvatore
Lo Russo), tale “Totore” Milano ed altri che sarei in grado di riconoscere
in fotografia».

Catturato Salvatore Cava, coinvolto nella strage di Quindici

Salvatore Cava, il capo dell'omonimo clan camorristico di Quindici (nella foto la cattura del fratello Biagio) è stato catturato dagli agenti della Squadra Mobile di Avellino e Napoli.
Cava, 35 anni, inserito nella lista dei cento latitanti più pericolosi, è stato arrestato a Pago Valle Lauro, a pochi chilometri da Quindici. Il capoclan, che da due anni aveva fatto perdere ogni traccia, si trovava in una villetta del centro irpino al confine con la provincia di Napoli, di proprietà di un uomo che gli investigatori considerano un fiancheggiatore del clan Cava.
A Cava è legato uno dei fatti di sangue che forse non ha precedenti nella storia delle stragi: la strage di Quindici. Furono infatti uccise tre donne, di cui una di soli 16 anni. Altre quattro ferite, tre gravissime. Ferito pure il boss Luigi Salvatore Graziano. Un conflitto a fuoco, decine di proiettili sparati da due auto nel pieno centro del paese. E tutto quando erano da poco passate le otto e mezza di ieri sera. Lauro è un paese dell' Irpinia a pochi chilometri da Avellino, confina con Quindici, e da queste parti c' è una guerra di camorra che dura da anni, da decenni. Due le famiglie in lotta. Da una parte quella dei Graziano, dall' altra quella dei Cava, alla quale appartenevano le vittime.
«La cattura di Salvatore Cava rappresenta un duro colpo alla camorra. Lo seguivamo da tempo, parliamo di un boss in grande ascesa». Così il questore di Avellino Antonio De Iesu.«Le indagini - ha sottolineato il questore - andavano avanti da più di due anni e siamo arrivati a lui senza soffiate. Cava, dopo l'arresto dei fratelli Russo - ha concluso De Iesu - stava cercando di espandere i suoi affari in tutta la zona compresa tra il Vallo di Lauro e il Nolano».
A rendere ancora difficile la sua cattura, oltre all'omertà, il fatto che Salvatore Cava (come suo padre Biagio, attualmente in carcere) non usava telefoni né computer ma comunicava con i familiari e gli affiliati attraverso «pizzini».

Spaccio a Scampia,14 arresti nel clan Amato-Pagano

La scorsa notte i carabinieri di Napoli hanno arrestato 14 persone in quanto destinatarie di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip di Napoli per spaccio di stupefacenti continuato in concorso. Nel corso delle indagini i militari dell’Arma hanno scoperto l’esistenza di un gruppo criminale i cui componenti erano dediti allo spaccio di hashish e marijuana sulla “piazza di spaccio” della “Torre A2”, nel quartiere Scampia, sotto il controllo del clan camorristico Amato-Pagano(gli “scissionisti” dal clan Di Lauro).
La torre, che era stata fortificata con barriere metalliche e filo spinato per impedire o ritardare gli interventi delle forze dell'ordine, era ormai comunemente chiamata “Torre dell’Erba”. Lo spaccio era organizzato in turni per coprire l’arco delle 24 ore. Ai 14 personaggi era stato affidato un compito ben preciso: alcuni facevano da vedette, altri ricevevano i soldi dagli assuntori, altri ancora materialmente consegnavano la droga.
Cento euro al giorno per i celibi e i semplici ''pusher'', duecento per gli sposati e i ''capi paranza'': grazie ai colloqui intercettati in carcere tra il boss Giuseppe Negri ed i suoi familiari, gli investigatori sono
riusciti a ricostruire dinamiche e giro di affari degli
spacciatori della ''torre dell'erba'' di via Galimberti a
Scampia. Dalle conversazioni emerge inoltre il disappunto del
boss detenuto per i continui blitz dei carabinieri, sia quelli
della compagnia Stella, che hanno svolto gran parte
dell'indagine, sia quelli della compagnia Vomero, autori di
numerosi arresti in flagranza nella zona di Scampia. Negri, in
particolare, teme che qualche abitante della torre ospiti in
casa propria i militari e suggerisce alla madre, Lucia
Gagliardi: ''Bisogna andare a vedere. Si deve andare a
minacciare la gente. Si deve bussare porta a porta''. Dai
colloqui, inoltre, emerge il sospetto che qualche appartenente
alle forze di polizia si sia lasciato corrompere per agevolare
il lavoro degli spacciatori.
Le intercettazioni sono contenute nell'ordinanza emessa dal
gip Nicola Miraglia del Giudice su richiesta del pm Ivana Fulco.

Delitto Siani, ora la parola alla Procura

C’è molta attesa per le decisioni che, eventualmente e non necessariamente
subito, prenderà la Procura della Repubblica dopo le rivelazioni
di Giacomo Cavalcanti (riportate dal nostro giornale, unico tra i quotidiani)
sull’omicidio di Giancarlo Siani. Rivelazioni che potrebbero portare
a una clamorosa riapertura dell’inchiesta, anche se in casi del genere
dubbi e perplessità devono essere la regola. E infatti sia il fratello
del giornalista ucciso, Paolo, che Geppino Fiorenza, responsabile regionale
dell’associazione anticamorra “Libera”, hanno commentato la notizia
con estrema cautela.
Il racconto del boss-poeta Giacomo Cavalcanti contenuto in un libro (“un
detenuto mi confidò di essere l’assassino e fece anche il nome del complice,
morto negli anni scorsi”) effettivamente potrebbe riaprire il caso
Siani nonostante le condanne definitive per 7 imputati. Ma non solo: il
58enne napoletano di Bagnoli e da 20 anni a Verona, ha scritto anche sull’omicidio
di Franco Imposimato, fratello del giudice Ferdinando, e sui
cosiddetti “mostri di Ponticelli”: tre giovani dalla faccia pulita condannati
definitivamente con l’accusa di aver sezionato e ammazzato due
bambine. “Viaggio nel silenzio imperfetto” é il titolo dell’opera, che sarà
pubblicata a giugno da Pironti ed è ispirato a storie apprese nel carcere
in cui ha trascorso 14 anni, 7 dei quali in regime di massima sicurezza
(“a Volterra in una fortezza buia, dove la notte parlavo con i fantasmi”).
Il soprannome “il poeta” di Cavalcanti non rappresenta un omaggio al
quasi omonimo autore
stilnovista, ma è dovuto alla sua passione per la scrittura di versi e romanzi
(quello edito il mese prossimo è il quarto e ne ha già in cantiere
un quinto). Il 58enne però è soprattutto un personaggio noto alle cronache
giudiziarie perché tra gli anni Ottanta e Novanta fu indicato come
elemento di spicco del clan di Fuorigrotta. Per quelle frequentazioni ha
ancora una pendenza giudiziaria mentre non ne ha per i presunti contatti
avuti con i movimenti di guerriglia durante gli anni trascorsi in Sudamerica.
L'ex boss ha fatto venerdì scorso anticipazioni all'Ansa su un’intervista
curata da Samuele Ciambriello, presidente dell'Associazione La Mansarda
che si occupa in particolare del reinserimento degli ex detenuti,
andata in onda su Canale 21 sabato alle 20 (e in replica alle 23 e 30). Cavalcanti
tiene a precisare che il passato è alle spalle: da più di 20 anni
ha reciso ogni legame con quel mondo, ha avuto esperienze nel mondo
del volontariato, si è allontanato definitivamente da Napoli trasferendosi
in Veneto per avviare un'attività nel settore della telefonia.

lunedì 17 maggio 2010

Il tradimento dei capitoni e la sconfitta dei di lauro

Quando alla fine degli anni 90 scoppio' la faida tra i licciardi e i fratelli lo russo,Paolo di Lauro si era dovuto impegnare molto per far cessare le ostilita' tra le due famiglie entrambe fondatrici dell'alleanza di secondigliano.Era stato lui ad organizzare un summit con lui a capo tavola e le mani tese tra Salvatore Lo Russo e un rappresentante della famiglia licciardi ,aspettando che le mani dei due si stringessero per mettere la parola fine a quella spirale divendetta che in pochi mesi aveva fatto gia' una ventina di morti tra entrambi i lati.Sia salvatore lo russo che il rappresentante della famiglia licciardi si impegnarono entrambi dando parole che ognuno si sarebbe occupato dei fatti propri in casa sua,senza sentimenti di odio e di vendetta ma che si sarebbe pensato solo agli affari,infatti o'milionar aveva spiegato loro che quella guerra stava mettendo in serio pericolo sia i suoi affari che i loro che continuavano senza tregua a farsi una guerra assurda attirando solo l'attenzione dei magistrati e delle forze dell'ordine che ogni giorno irrompevano all'interno delle piazze di spaccio arrestando spacciatori e fiancheggiatori.Senza contare i bliz che si susseguivano senza sosta nelle abitazioni dei pregiudicati dell'intera area nord,e molte volte questi bliz avevano fatto perdere a capi e capiparanza decine di milioni di lire che venivano sequestrati dalle forze dell'ordine.Con Paolo di Lauro come garante per la pax appena stipulata l'accordo ando' in porto,fini' subito la guerra tra le due famiglie ma non le rivalita' e il sentimento di odio e vendetta verso l'altro.Infatti il conto i licciardi lo presentarono alcuni anni dopo,i capitoni i fratelli Mario, Carlo,e Salvatore lo russo erano tutti detenuti,era in liberta' solo Giuseppe Lo Russo,i licciardi mandarono l'imbasciata miezz all'arco a Paolo di Lauro,lo volevano incontrare per discutere delle strategie da adottare e per dividersi i proventi di alcune estorsioni.Di lauro accetto' e fu invitato a un summit nella masseria cardone, la roccaforte dei licciardi,lo accompagnarono Raffaele Abbinante e Rosario Pariante.La rinunione era presidiata sia da Vincenzo Licciardi che dalla sorella Maria Licciardi,piu' alcuni uomini di fiducia della famiglia licciardi,si discusse di affari poi prima che la riunione finisse Vincenzo e Maria fecero capire a Paolo Di Lauro che si doveva ammazzare Giuseppe Lo Russo.Fecero spallucce ma poi ammisero che lo volevano eliminare per vendicare la morte di alcuni loro affiliati durante la guerra lampo che ci fu' tra le due famiglie.Paolo Di Lauro si oppose e senza mezzi termini gli fece capire che Giuseppe Lo Russo non si doveva toccare,in quando egli stesso aveva fatto da garante dando la sua parola d'onore,nel discorso si intromisero pure pariante e abbinante cercando di spiegare a ciruzzo o'milionar che quella morte avrebbe avvicinato il loro gruppo a quello dei licciardi,si sarebbe consolidata ancora di piu' la loro amicizia,ma o' milionar non ne volle sapere di venir meno alla parola data e la sua risposta fu no.Alcuni mesi dopo fu proprio Giuseppe Lo Russo che si presento' a casa di Paolo Di Lauro per ringraziarlo,gli fece capire che la sua famiglia era a disposizione dei di lauro per qualsiasi evenienza,mai uomo aveva conosciuto Giuseppe Lo Russo che sapeva mantenere fede alla parola data come si era dimostrato di essere o'milionar.Per scongiurare vendette e agguati Paolo Di Lauro  fece scortare fin sopra casa dal fedele cognato Enrico D'avanzo Giuseppe Lo Russo,che ancora manifesto' a d'avanzo la sua riconoscenza.Quando nel 2004 scoppia' la faida interna al gruppo di PAOLO DI LAURO i capitoni dimostrano di non conoscere il senso della riconoscenza,ma anzi si alleano con gli scissionisti del clan di lauro mettendo a disposizioni le loro batterie di fuoco per annientare definitivamente i di lauro.Adesso si conosce di piu' sia la causa che il malessere che porto' i fratelli pagano insieme al loro cognato Raffaele Amato a dare fuoco alle polveri sfidando l'esercito e la potenza della famiglia di lauro.Oltre agli arresti che furono eseguiti durante la faida il fattore predominante che vide i di lauro perdere la guerra furono proprio le amicizie venuto meno di altre famiglie malavitose dell'area nord di napoli,che decisero infatti di aiutare gli scissionisti sia economicamente che militarmente.L'omicidio piu' efferato il piu' crudele della faida fu ad opera dei capitoni,la morte di tre giovani ragazzi ammazzati a casavatore,erano tutti e tre affiliati di scarso rilievo dei di lauro,Salvatore Lo Russo presto' agli scissionisti il suo braccio destro,il killer piu' spietato e crudele della famiglia lo russo,il suo nipote Raffaele Perfetto detto muss'e'scign,che gia' in passato aveva dato prova della sua abilita' e spietatezza nel commettere tantissimi omicidi per la famiglia lo russo,non solo per secondigliano ma anche per napoli citta' muss e'scugn aveva seminato morte e terrore.Fu lui muss e' scign ad organizzare tutto,si prepararono in quattro,con paline dei carabinieri falsi tesserini e perfino un lampeggiante sulla tetto della macchina,avvicinarono fuori una sala gioco i tre,con una scusa li ammanettarono e li fecero salire in macchina,li portarono in una strada deserta di casavatore in via benedetto croce li fecero scendere dalla macchina e li trucidarono senza pieta' con un colpo alla nuca.Ma si sono resi responsabili anche di altri delitti durante la faida,tutto venuto alla ribalta grazie alla collaborazione di Maurizio Prestieri il ras del monterosa con le forze dell'ordine.



giovedì 13 maggio 2010

LE GUERRE DEI CLAN DI SECONDIGLIANO


Siamo alla fine degli anni 90,Gennaro Licciardi il fondatore della cupola detta alleanza di secondigliano e' morto per una banale ernia ombelicale nel carcere di voghera,i suoi fedelissimi mal sopportano l'arroganza del suo erede al trono Vincenzo Licciardi detto o' principino.Con il suo carattere irruento e spietato sta mettendo in serio pericolo le alleanze che hanno permesso ai secondiglianesi per oltre un decennio di detenere il monopolio esclusivo sui traffici di droga in quasi tutta la campania.Il primo che non riesce a mandare giu' il fatto di essere comandato da un ragazzetto di appena 24anni e' Cosimo Cerino,malavitoso di alto rango del clan licciardi,ben inserito nei traffici di stupefacenti e killer spietato,vuole tuttavia sganciarsi dal clan liccirdi senza spargimenti di sangue,vuole uscirne amichevolmente,spiegando che lui vuole farsi i fatti propri in casa sua senza pestare i piedi a nessuno.La cupola gli da appuntamento in un appartamento proprio nella masseria cardone roccaforte dei licciardi,cerino si fida e senza sospettare nulla si presenta al detto appuntamento per spiegare le sue ragioni e per dimostrare che non vuole inimicarsi con nessuno.Si fa accompagnare dal suo autista e guardia spalle Ciro Ottaviano.Sembra che gli ex amici comprendano la scelta di cerino ma e' tutto falso,appena finisce la riunione cerino e il suo autista salgono in sella a una potente moto transalp,giusto il tempo di fare un centinaio di metri che da un fiorino che si trova davanti alla moto si spalancano le porte ed escono due uomini armati.sono Gennaro sacco e Ciro Trambarulo,gli scaricano addosso due interi caricatori di 9x21 sfigurandili entrambi.Il clan licciardi e' all'apice della sua supremazia militare,e con agguati e morti dimostra sia ai nemici che amici che il clan e' ben saldo nelle mani della famiglia e che per nessun motivo venisse in mente a qualcuno solo per un istante di pensare di contrapporsi a tale regola.Ma proprio a poche centinaia di metri dalla masseria cardone sta crescendo un'altro clan militarmente assai ben organizzato,e disponibilita' economiche illimitate,si tratta di una famiglia di cupa dell'arco dedita al narcotraffico.Il suo padrino pochi lo conoscono,forse solo il nome avranno sentito qualche volta,Paolo Di Lauro detto ciruzzo o' milionar anni indietro curo' per l'alleanza di secondigliano proprio il traffico della droga,facendo arricchire in pochi anni molti boss della cupola tra cui Costantino Sarno.E' intelligente o' milionar,sta lontano dai riflettori sia della magistratura che delle persone normali,semplici lavoratori,nessuno sa che il suo clan la sua famiglia e' una delle piu' potenti e piu' ricche di tutta napoli,seconda solo ai casalesi.Si sta rendendo conto che ormai l'alleanza di secondigliano si sta sgregolando da sola,vendette interne,arresti e bliz che ogni giorno portano inesorabilmente affiliati a varcare le soglie del carcere di poggioreale,con prospettive di uscirne presto ridotte all'osso.Ma la sua astuzia la sua intraprendenza lo porta ad organizzare un agguato che se andra' a buon fine decapitera' del tutto i licciardi e la loro potenza,l'omicidio del principino puo' portare ottimi risultati,tra cui l'amicizia incondizionata del clan misso della sanita' e dei sarno di ponticelli che covano odio e vendette da tempo visto che l'alleanza di secondigliano in piu' riprese ha cercato di sottrargli affari e territorio,ammazzando parenti e amici delle due famiglie malavitose.Cosi' per un banale litigio con affiliati dei licciardi i prestieri famiglia alleata dei di lauro ammazzano il principino,sapevano e conoscevano molto bene il carattere irruento del ragazzo,sapevano che si sarebbe spinto fin nel loro rione il monterosa per affermare la sua supremazia e quella di tutta la famiglia licciardi.Accade quello che ciruzzo o' milionar aveva previsto,il ragazzo armato entra nella roccaforte dei prestieri e ammazza un loro guardia spalle,ma nella fuga viene a sua volta ucciso crivellato da proiettili impazziti giunti da ogni direzioni,racconteranno molti collaboratori di giustizia che per ammazzarlo c'erano gente armata fin sopra i tetti e sui balconi,sicuri che una volta entrato non sarebbe uscito vivo.La reazione dei licciardi e' spietata,crudele,ma sempre posta sotto una logica che solo ciruzo o'milionar poteva prevedere e farla finire,acconsentendo alle richieste dei licciardi mantiene fede alla sua parola facendo eliminare dal suo stesso clan persone che in qualche modo avevano avuto a che fare con la morte del principino,amici suoi,alleati del suo clan che in quel momento dovevano morire per portare a termine il suo diabolico progetto.Da li' a pochi anni o' milionar diventa padrone assoluto di tutta secondigliano,importando tonnellate di eroina e cocaina che inondano secondigliano in un mare di stupefacente.Ma  mantiene forte e attivo il suo clan,facendo arricchire molte persone,e sempre pronto ad aiutare tutt gli affiliati che si trovano in difficolta' economiche,manda soldi a tutti,anche ad altri clan,mangia e fa mangiare sicuro che nessuno lo attacchera',sicuro di questa strategia criminale va avanti come un buldozer travolgendo tutti e tutto.La cosa strana e' che i licciardi anche se militarmente ed economicamente non potrebbero mai competere con la potenza del suo clan,lui li lascia fare,li fa curare i propri affari e anzi li aiuta anche a risolvere situazioni che richiedono tatto e sangue freddo.I licciardi comunque continuano a crescere ma in maniera diversa dai di lauro visto che non hanno le stesse risorse economiche incominciano a sorgere i primi dissidui e i primi problemi con famiglie organiche al loro stesso clan.Prima fra tutte quella di Costantino Sarno,che da tempo e' latitante e si e' rifugiato in montenegro curando lo smercio dei tabacchi lavorati di contrabbando,entrano grazie alle sue amicizie in montenegro migliaia e migliaia di casse di sigarette,oltre che armi,i licciardi sembra che si siano rialzati da tutte le guerre e le lotte intestine al loro clan con una superiorita' e una forza enorme.Quando tutto sembra andare di nuovo bene ecco che qualcosa si ferma,Costantino Sarno non manda piu' soldi alla famiglia licciardi ed e' deciso ad estrometterli dai suoi affari,di nuovo un'altra guerra con decine di vittime e decine di lupare bianche,i licciardi ne escono vincitori tant'e' che il boss di miano per non essere ammazzato diventa per poco tempo un collaboratore di giustizia,per poi ritrattare e farsi consegnare dal clan licciardi una maxi estorsione per ritrattare le sue dichiarazioni da molti miliardi di lire.Comunque va ricordato che in questa guerra tra i liccirdi e i sarno di miano c'e' un episodio agghiacciante,in una sola giornata furono ammazzati 4 persone fedelissime del boss COSTANTINO SARNO e i loro corpi fatti sparire,distrutti e i pezzi sparsi per le campagne di secondigliano.Finisce una guerra e subito se ne apre un'altra,questa volta i licciardi entrano in contrasto con il clan dei fratelli  lo russo i famigerati capitoni,il clan dei lo russo e controllato dai 4 fratelli,MARIO LO RUSSO GIUSEPPE LO RUSSO SALVATORE LO RUSSO e CARLO LO RUSSO,entrarono in contrasto per una partita di eroina tagliata male,che nonostante cio' i capitone misero sul mercato provocando le ire e la reazione dei licciardi.I lo russo si giustificarono facendo presente hai licciardi che loro da un po' di tempo non ricevevano piu' quelle cifre consistenti a cui erano abituati,e per tale motivo loro avevano bisogno di capitali e volenti o nolenti i licciardi dovevano approvare la loro decisione di piazzare sul mercato l'eroina killer.I primi a colpire furono i licciardi uccidendo un certo peppenella uomo di punta del clan lo russo,i capitoni risposero ammazzando o'schiatto fratello di un noto neomelodico di seconigliano,poi furono trucidate altre persone dell'una e dell'altra frazione in lotta,finche' tutto si calmo',la guerra era finita,si erano separati ma con la promessa che nessuno dei due avrebbe aggredito l'altro.Tale guerra fini' per volere del boss PAOLO DI LAURO,che obbligo' entrambe le famiglie a non continuare in quella spirale di vendetta che sicuramente avrebbe portato solo i riflettori delle forze dell'ordine ancora una volta sui clan di secondigliano.Poi i licciardi man mano vengono indeboliti da arresti e scissione interne mentre la famiglia dei lo russo cresce a dismisura trovando consenso anche tra le altre famiglie dell'area a nord di napoli,poi la faida di scampia che porto' i di lauro a subire a loro volta una scissione interna ad opera dei fratelli pagano,sempre comunque sotto la regia occulta dei lo russo che ha detta di magistrati e collaboratori di giustizia sarebbero i registi anche dela faida scoppiata nel centro di napoli al quartiere sanita' tra i misso e i torino appoggiati sia militarmente che economicamente dai capitoni..

mercoledì 12 maggio 2010

Il business dell’ortofrutta: 66 arresti

Tre clan della Campania e
addirittura la mafia. Prima in guerra
tra loro e poi in federazione: perché
gli affari vengono prima di tutto. Prima
delle guerre e degli atti intimidatori,
dei feriti e delle risse. Così i
Licciardi di Secondigliano, la fazione
di Schiavone dei Casalesi, i Mallardo
di Giugliano e i mafiosi di Catania,
sono riusciti a gestire in completo
monopolio il trasporto di frutta,
ortaggi e verdura da nord a sud
con società intestate a prestanomi
ma che erano direttamente riconducibili
alle cosche. Ieri la Dia di Roma,
la squadra Mobile della questura
di Caserta, coordinati dalla Procura
di Napoli (con il capo degli Uffici,
Giandomenico Lepore e il procuratore
aggiunto Federico Cafiero
De Raho), hanno eseguito 66 ordinanze
di custodia cautelare su 67.
Ma per l’unico latitante è questione
di ore in quanto già è stato individuato.
L’inchiesta conta inoltre sette
indagati a piede libero (per un totale
di 74 persone coinvolte), per i
quali il giudice per le indagini preliminari
di Napoli Marzia Castaldi non
ha ritenuto necessaria l’applicazione
della misura di custodia cautelare
chiesta dai pm della Dda di Napoli.
Nelle 510 pagine di ordinanza
c’è ricostruita tutta la genesi che,
dallo scontro tra le cosche alla federazione,
ha portato al monopolio totale
della camorra in un settore che
garantiva milioni di euro al mese.
Tant’è che le cosche erano pronte a
scannarsi pur di non perdere l’affare.
Il sistema era semplice. Ogni clan
aveva la sua società di riferimento:
la “Junior Trasporti” di Almerico Sacco,
referente dei Licciardi, la “Panico
Trasporti”, legata al clan Mallardo
con il suo referente Antonio Tesone
che opera nel settore anche
grazie alla ditta che fa riferimento ai
fratelli Panico, ed infine il clan dei
Casalesi con il suo referente Francesco
Schiavone di Luigi, con la ditta
“Paganese Trasporti”, di Costantino
Pagano. Ciascuna di queste ditte
era in grado di mobilitare al suo
seguito un’ampia flotta di autoarticolati
di proprietà di diversi padroni.
Dopo momenti di tensione forti
(tra il 2005 e il 2006) con scontri armati
e raffiche di intimidazioni si è
assistito ad una spartizione del mercato
tra le varie organizzazione che
rendeva del tutto impossibile la libera
concorrenza. Inoltre tra un carico
di frutta e l’altro veniva anche
trafficato altro: droga ma soprattutto
armi da guerra che erano destinate
il più delle volte ai Casalesi. Nessuno
ovviamente poteva rifiutarsi di affidare
a quelle ditte la propria merce
per essere trasportata anche se il
servizio era più oneroso o addirittura
scadente di un altro offerto da
un’altra ditta. Dalle intercettazioni
telefoniche e dalle dichiarazioni dei
collaboratari di giustizia (Felice Graziano
dell’omonimo clan di Quindici
e Carmelo Barbieri del clan Madonia)
si sono anche ricostruite tutte le
pressioni che i venditori di frutta e
verdura di mezza Italia erano costretti
a subire. Contestualmente alle
ordinanza di custodia cautelare è
stato eseguito nei confronti degli indagati
arrestati e dei loro familiari un
decreto di sequestro preventivo d’urgenza
di un ingente patrimonio, valutato
in circa 90 milioni di euro. Si
tratta di aziende del settore, di appartamenti,
appezzamenti di terreno,
conti bancari ed una flotta di automezzi
di oltre 100 unità

sabato 8 maggio 2010

Omicidio Fontanarosa, arresto bis per Bosti


carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Napoli ieri sera hanno notificato ad Ettore Bosti (nella foto), 30 anni, figlio del boss Patrizio attualmente detenuto, un decreto di fermo di indiziato di delitto emesso dalla direzione distrettuale antimafia di Napoli. L'uomo è ritenuto essere mandante ed esecutore dell’omicidio di Ciro Fontanarosa perpetrato a Napoli il 24 aprile 2009 per motivi abbietti, il 17enne che non aveva voluto affiliarsi alla camorra. Il 30enne, che era stato tratto in arresto l’8 marzo in esecuzione di analogo provvedimento, è stato individuato presso lo scalo aeroportuale di Capodichino al rientro dalla Spagna ove si era recato nei giorni successivi all’udienza del tribunale del Riesame di Napoli che il 30 marzo ne aveva disposto la scarcerazione.

Clan Lo Russo, 17 arresti: alleanza con i Misso e gli "scissionisti"

carabinieri del Nucleo investigativo di Napoli hanno arrestato 17 persone ritenute affiliate al clan camorristico dei “Lo Russo”, operante in diversi quartieri del capoluogo campano.Gli indagati sono destinatari di un'ordinanza di custodia cautelare emessa su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia partenopea per associazione per delinquere di tipo mafioso, trafficoe spaccio di stupefacenti e detenzione e porto illegale di armi. L’indagine, sviluppata attraverso intercettazioni ambientali e telefoniche e con riscontri a dichiarazioni di numerosi collaboratori di Giustizia, ha permesso di accertare ruoli, compiti e responsabilità di ognuno degli affiliati nel contesto del gruppo criminale e di documentare alleanze con il clan degli “scissionisti” di Secondigliano per il traffico di droga e l’infiltrazione anche nel controllo degli affari illeciti del rione Sanità mediante alleanza con il clan “Misso”. C'é anche colui che è considerato l'attuale reggente del clan Lo Russo, tra le diciassette persone arrestate dai carabinieri del Nucleo investigativo di Napoli. Si tratta di Antonio Lo Russo, 29 anni, figlio del boss Salvatore, attualmente in carcere. Tra i personaggi di vertice fermati anche Oscar Pecorelli e Bruno Taglialatela; destinatari di un secondo provvedimento cautelare anche lo stesso Salvatore Lo Russo e Raffaele Perfetto, entrambi in carcere. L'indagine, evoluzione di quella già conclusa nel 2007, disegna alleanze e attività dei Lo Russo. Un tempo confederato all'Alleanza di Secondigliano, uscito vittorioso dagli scontri armati con il clan Stabile registratisi negli ultimi anni nelle zone di Miano, Chiaiano, Piscinola, Marianella, il clan, secondo quanto ricostruito dalla Dda di Napoli, ha conseguito una piena egemonia estesasi fino al quartiere di Napoli di Capodimonte: zone dove oltre a gestire le piazze di droga, i Lo Russo esercitano anche estorsioni. Le indagini hanno anche accertato alleanze con gli Scissionisti di Secondigliano e all'indomani della disgregazione del clan Misso, il subingresso nel controllo del quartiere Sanità. Sequestrati anche immobili: quattro appartamenti, una villa residenziale, due società immobiliari e due alberghi a Faenza, una rivendita di giornali, ma anche una società di panificazione, vendita e produzione di prodotti farinacei e di gastronomia, autovetture, nove conti correnti, 1000 azioni della Banca Popolare di Puglia e Basilicata e una polizza assicurativa per un valore complessivo stimato in 

venerdì 7 maggio 2010

Resta in carcere il boss Ettore Bosti



Resta dietro le sbarre il boss Ettore Bosti, anche se non si conoscono ancora


le motivazioni del gip che ha deciso ieri pomeriggio. Gli avvocati Raffaele

Chiummariello e Michele Cerabona, difensori di fiducia di Bosti jr, ora studieranno

il nuovo decreto di fermo emesso dalla Dda e appronteranno le strategie

da presentare al Riesame. Ettore Bosti “’o russo” è stato arrestato martedì

pomeriggio all’aeroporto di Capodichino appena sceso dall’aereo arrivato

da Madrid, dove aveva trovato riparo da qualche tempo. Il rampollo di camorra,

che deve rispondere dell’omicidio del 17enne Ciro Fontanarosa, era

in attesa del bagaglio quando i militari dell’Arma del nucleo investigativo di

Napoli sono entrati in azione e lo hanno fermato. Bosti è apparso particolarmente

dispiaciuto e ha detto di non essere colui che cercavano. Ma il volto

del figlio del padrino Patrizio era troppo noto per uno stratagemma del genere.

Ora è rinchiuso in carcere accusato ancora una volta di aver fatto ammazzare

un rapinatore minorenne che aveva “osato” sfidarlo a viso aperto

non volendosi piegare alle leggi della cosca. La sua scarcerazione aveva provocato

una bufera sugli uffici giudiziari di Napoli, finanche con l’invio degli

ispettori da parte del ministro Alfano. Il pregiudicato era finito in carcere l’8

marzo sulla scorta delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vincenzo

De Feo, imparentato con un boss del clan Contini, e di alcune intercettazioni

telefoniche. Il Tribunale del Riesame di Napoli, accogliendo le tesi dei difensori

di fiducia del rampollo di camorra, lo aveva scarcerato dichiarando l’ordinanza

nulla per un difetto formale. Ovvero mancavano le bobine delle intercettazioni

telefoniche che la Procura, nonostante le richieste della difesa,

non aveva provveduto ad inviare in tempo per l’udienza. A quel punto la Procura

corse ai ripari e prima ancora che l’uomo potesse lasciare il carcere,

aveva emesso un nuovo decreto di fermo bloccando Bosti nel penitenziario

di Asti. In sede di convalida del fermo, però, la difesa sollevò nuovamente la

questione delle intercettazioni e nonostante una copiosa relazione della Procura

che attestava la presenza presso gli uffici del pm di tutte le bobine originali

il magistrato lo scarcerò rendendo la misura inefficace. Contro Bosti ci

sono le accuse di De Feo, un uomo affiliato al clan che per amore ha scelto

di cambiare vita e di pentirsi. «La sera prima dell’omicidio - raccontò De Feo

ai giudici - ci fu una riunione e la sera prima ancora Ettore Bosti aveva saggiato

la mia disponibilità ad una azione violenta nei confronti di Ciro Fontanarosa

avendone risposta positiva da me; tuttavia mi disse, e c’era anche

Gaetano Esposito con noi, che l'indomani mattina avremmo parlato meglio

e ci saremmo organizzati. Dopo di che Ettore Bosti mi chiede il favore d andare

a prendere la sua amica Rosa e di portarla nella casa du Capodichino

dove si incontrarono. Dopo aver svolto questo servizio, io, in un ultimo tentativo

di salvare la vita al mio amico Fontanarosa, sono andato a cercarlo e

l'ho avvisato di non uscire di casa il giorno successivo. Lui capì la sincerità

del mio gesto e mi abbracciò ma non era spaventato ed anzi girava con la pistola

dichiarandosi disponibile a rispondere al fuoco contro di lui».