venerdì 26 febbraio 2010

LA LEGGE DI SERIE A E LA LEGGE DI SERIE B VERGOGNAAAAAA

La Corte di Cassazione ha stabilito che che l'accusa nei confronti dell'avvocato Mills di aver ricevuto 600mila dollari per proteggere Silvio Berlusconi nei processi All Iberian (falso in bilancio e finanziamento illecito ai partito) e Arces più altri, era giustificata, ma il reato deve considerarsi prescritto perchè si verificò l'11 novembre del 1999, e non nel febbraio del 2000, quando i 600mila euro in titoli furono effettivamente versati sul conto di Mills. La Cassazione ha confermato anche la condanna nei confronti dell'avvocato, al pagamento di un risarcimento per danni di immagine alla presidenza del Consiglio dei ministri, che si era costituita parte civile nel procedimento, per un importo di 250mila euro. Mills dovrà inoltre ripagare le spese processuali di 10mila euro.
Quindi il corrotto se l'è cavata grazie alla prescrizione, ma cosa può succedere al presunto corruttore, ovvero il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi? Di tutto, ma più probabilmente niente. Per il premier, infatti, la prescrizione dovrebbe scattare solo l'anno prossimo, ma al momento è praticamente impossibile fare previsioni.
Per Berlusconi il decorso della prescrizione era stato bloccato per un anno e piu a causa del lodo Alfano, poi invalidato dalla Corte Costituzionale. Senza il lodo Alfano, quindi, il reato sarebbe stato dichiarato prescritto anche per il Cavaliere, ma, probabilmente, sarebbe anche arrivata la condanna con Mills in primo e secondo grado, sulla base di un impianto accusatorio che la Cassazione non ha messo in discussione nel merito. Ma siamo nelle ipotesi, perchè, secondo alcuni, le dichiarazioni confessorie di Mills ai pm, poi ritrattate, non sarebbero state utilizzabili contro il premier perchè il legale inglese non era venuto in aula a deporre e i difensori di Berlusconi non avevano prestato il consenso all'utilizzo di quei verbali.
Detto questo, va ricordato che il Parlamento dovrà approvare il legittimo impedimento, per cui il processo potrà essere sospeso per sei mesi a causa degli impegni del capo del Governo ed è rinnovabile per tre volte. In tutto quindi sono 18 mesi. ma, con ogni probabilità la procura di Milano eccepirà la costituzionalità del legittimo impedimento chiedendo ai giudici del processo per il caso Mills e a quelli della vicenda diritti tv di Mediaset di inviare gli atti alla Consulta. E in casi del genere la Corte Costituzionale impiega non meno di un anno a decidere, con conseguente nuovo congelamento dei termini di prescrizione.Questa sentenza lascia sgomenti,dinanzi a una legge che continua a prendere in giro,che si piega davanti al padrone davanti ai potenti,io mi domando ma come fanno ancora a dire che la legge e' uguale per tutti?..Se solo il mese scorso si e' arrestato un vecchietto napoletano di 72 anni per un reato commesso 20 anni prima,e' legge questa,e politica cos'e'..Si condannano persona che vendono cd per sfamare le proprie famiglie,persone che non possono piu' vendere la loro merce nei mercatini rionali perche' la legge non lo consente,ma non lo consente solo per la povera gente?che delusione vedere giudici di prima grandezza intelligenti capaci e autonomi fermarsi davanti a certi poteri,ci vorrebbe la rivoluzione in italia altro che colpo di stato,firmato G.K....

venerdì 19 febbraio 2010

LA SCIENTIFICA ASSOLVE COSTANZO APICE IL KILLER DEL VIDEO CHOC


I giornali la televisione e la procura c'e' lo aveva dato impasto come il killer di MARIANO BACIOTERRACINO,l'uomo ammazzato in un agguato di camorra davanti a un bar dei vergini,zona a ridosso del rione sanita',ricordate?il video choc che la procura decise di diffondere per risalire al killer che le telecamere avevano immortalato mentre massacrava MARIANO BACIOTERRACINO,che con freddezza lo finiva con il classico colpo di grazia alla testa.I carabinieri arrestarono dopo alcuni giorni dalla diffusione del video COSTANZO APICE affiliato al clan sacco-bocchetti-egemone nelle zone di secondigliano e di san pietro a patierno.Be sembra che sia tutto da rifare,la polizia scientifica dopo una scrupolosa perizia per meta' per non mettersi contro la procura assolve COSTANZO APICE,il killer non e' lui,l'altezza i tratti somatici e il portamento traggono una persona differente dal killer che ammazzo' bacioterracino.Infatti la procura dietro istanza della difesa di COSTANZO APICE accetto' la sfida,COSTANZO APICE fu portato dalla polizia scientifica sul luogo dell'agguato,gli fu fatto indossare un cappellino identico a quello indossato dal killer del video,e gli fu fatto fare lo stesso percorso del killer,gli stessi inquadramenti.Una ricostruzione magistrale e una perizia come dicevo prima scrupolosissima,nei minimi dettagli,e la settimana scorsa fu depositata,aime' che abbaglio,COSTANZO APICE secondo la scientifica non e' lui il killer,potrebbe essere ma la scientifica non conferma,anzi gli attribuisce un 35% su 100% di probabilita',che dire molto scarsa per tenerlo in prigione.Si aspetta la decisione della procura se assolverlo del tutto oppure rinviarlo a giudizio,in questo caso affronterebbe il processo e rischierebe l'ergastolo.Be il placet c'e' spetta alla procura,anche se COSTANZO APICE ultimamente a rovinarlo di piu' si sono messe le dichiarazioni del nuovo collaboratore di giustizia CARMINE SACCO nipote del boss GENNARO SACCO massacraro pochi mesi fa a san pietro a patierno.Secondo CARMINE SACCO COSTANZO APICE non solo e' egemone nel gruppo di fuoco dei sacco-bocchetti-ma e' il killer di CARMINE GRIMALDI detto bombolone il ras di san pietro a patierno per conto dei licciardi massacrato per non essersi voluto unire alla scissione contro i licciardi portata avanti da GENNARO SACCO GIOVANNI CESARANO e CIRO BOCCHETTI.

mercoledì 10 febbraio 2010

«Patto tra clan per i favori di Mancuso»


Dei tre boss che accusano
il Procuratore di Nola Paolo Mancuso,
il più sorprendente è di certo
Peppe Misso junior. Antonio Cutolo
, infatti, ha passato molti anni
della sua vita in galera e non meraviglia
che abbia potuto raccogliere
voci e dicerie dai tanti compagni di
cella che si sono succeduti. Maurizio
Prestieri è stato al vertice della
camorra secondiglianese, ed è stato
a lungo il braccio destro del padrino
Paolo Di Lauro, alias “Ciruzzo
‘o milionario”: non stupisce che
possa aver ascoltato, nei summit tra
boss, pettegolezzi o millanterie sulle
coperture eccellenti di cui la cosca
avrebbe goduto per crescere e prosperare.
Ma cosa può sapere Peppe
Misso junior, ras del quartiere Sanità,
sulle presunte protezioni del boss
di Secondigliano Paolo Di Lauro?
IL VERBALE DEL 2007
La risposta è in un verbale che il collaboratore
di giustizia sottoscrive nel
2007, davanti ai pm della Dda di Napoli
Barbara Sargenti e Giuseppe
Narducci. Bisogna ricordare che
Peppe Misso jr, “’o chiatto”, era uno
dei nipoti prediletti dell’ex padrino
di largo Donnaregina Peppe Missi
(il diverso cognome è dovuto ad
un errore dell’ufficio anagrafe),
detto “’o nasone”, carismatico leader
della camorra partenopea, prima
amico fraterno del ras di Forcella Luigino
Giuliano “’o re”, poi invischiato
nelle trame nere degli anni
di piombo (arrestato, processato e
parzialmente assolto per la strage del
Rapido 904), infine autore del romanzo
autobiografico “I leoni di marmo”,
vero manuale di storia della criminalità
partenopea. Peppe Misso jr
cresce all’ombra dello zio di cui diventa
fedelissimo killer e “ambasciatore”
nei rapporti con i Lo Russo
di Miano, i Mazzarella del Mercato
e i secondiglianesi. Durante la
detenzione dello zio, prende le redini
del clan assieme al fratello Emiliano
Zapata e lo conduce alla dissoluzione
dopo una sanguinosa faida
interna con il gruppo che faceva
capo a Salvatore Torino. Arrestato,
condannato e convinto a collaborare,
arriva così a mettere a verbale
anche le dichiarazioni che tirano in
ballo il procuratore Paolo Mancuso.
IL PATTO CON I
SECONDIGLIANESI
Riferisce “’o chiatto” che anni addietro,
all’incirca nel 2003, chiese alla
zio Peppe Missi il motivo della loro
alleanza con il clan Di Lauro: che
bisogno c’era dal momento che, assieme
ai Sarno e ai Mazzarella, i Misso
già costituivano il cartello criminale
più potente di tutta la Campania?
«Mio zio mi riferì», racconta il
giovane pentito, «che le ragioni dell’accordo
non erano di tipo militare.
E che i motivi che lo avevano spinto
a coalizzarsi con i secondiglianesi
erano pincipalmente due». Il primo
motivo era che Paolo Di Lauro aveva
insospettabili e potentissime centrali
di riciclaggio dei proventi illeciti.
E con l’alleanza anche i Misso
avrebbero potuto fruire degli stessi
canali per “ripulire” i soldi sporchi
provento dei traffici criminali della
cosca.
IL RUOLO DI STEFANO
MARANO
Il secondo motivo dell’accordo,
avrebbe riferito Peppe Missi al nipote,
era che i Di Lauro avevano fortissime
protezioni in ambienti giudiziari,
e in particolare «contavano in
procura sull’appoggio di Paolo Mancuso
», all’epoca procuratore aggiunto.
Peppe Misso junior aggiunge che,
sempre secondo quanto gli riferì lo
zio, «i rapporti tra Mancuso e Di Lauro
erano di lunga data, risalivano ai
primi anni ‘90, ed erano continuati
anche quando Mancuso era stato al
vertice del Dap», il dipartimento ministeriale
che gestisce le carceri italiane,
dal ‘98 al 2001. Peppe Missi
avrebbe anche confidato al nipote altri
particolari, tra cui quello che a gestire
i rapporti tra il padrino di Scampia
ed il magistrato sarebbe stato il
comune amico Stefano Marano,
potente imprenditore di Melito. Peppe
Missi avrebbe aggiunto che è stato
proprio grazie a tali protezioni che
Paolo Di Lauro ha potuto prosperare
pressocché indisturbato per tutti gli
anni ‘90, fino a diventare il più ricco
e potente boss del narcotraffico europeo.
Dichiarazioni, beninteso, che
lasciano il tempo che trovano in assenza
di riscontri concreti (riscontri
su cui sta lavorando, non si sa con
quali esiti, la Procura di Roma).
LE PROTEZIONI DI DI LAURO
In effetti, bisogna ricordare che la misteriosa
“navigazione sotto traccia”
di Paolo Di Lauro, la cui potenza economica
e militare è cresciuta esponenzialmente
in una decina di anni
in maniera quasi del tutto inosservata,
fa parte della mitologia camorristica
partenopea ed è finita anche
al centro di numerose interrogazioni
parlamentari quando il clan implose
nella sanguinosa faida di
Scampia, nel 2004, con un centinaio
di morti ammazzati in pochi mesi.
Per la cronaca va registrato che la
prima maxi-indagine contro il clan
Di Lauro è stata avviata dall’allora
pm Luigi Bobbio e conclusa dal sostituto
procuratore Giovanni Corona
che, nel 2002, ottenne dal gip
Pierluigi Di Stefano una maxi-ordinanza
di custodia cautelare, la prima
nei confronti di Paolo Di Lauro,
che costrinse il padrino a darsi alla
latitanza. Ma ormai “Ciruzzo ‘o milionario”
aveva costruito un impero
economico e militare difficile da
sconfiggere.
Articolo preso dal giornale il roma scritto da ROBERTO PAOLO..

«Caso Mancuso, intervenga Alfano»


Il muro di gomma della
Procura di Roma non si scompone
nemmeno dopo la rivelazione
da parte del nostro giornale dei
contenuti del fascicolo aperto un
anno e mezzo fa sul procuratore
di Nola Paolo Mancuso e affidato
al pm capitolino Giuseppe De Falco.
Un fascicolo rimasto per tutto
questo tempo a modello 45 (fatti
non costituenti reato) senza
mai passare a modello 21 (con la
conseguente iscrizione dell’alto
magistrato partenopeo nel registro
degli indagati). Dalla Procura
capitolina la parola d’ordine è
«no comment». Nessuna voglia di
chiarire se e quando il fascicolo
sia stato definitivamente archiviato,
nè quali attività siano state
svolte. E proprio sulla Procura
di Roma si incentrano ora le polemiche.
L’onorevole Marcello Taglialatela,
componente della
Commissione parlamentare antimafia,
ha presentato una interrogazione
urgente al ministro della
Giustizia. Chiede ad Angelino Alfano
di intervenire sulla Procura
capitolina «affinché si ponga la
parola fine su questa vicenda e si
comprenda definitivamente quali
siano le sorti del fascicolo con
le accuse al Procuratore Paolo
Mancuso». Taglialatela vuole anche
sapere come mai nessuna informazione
è stata data della vicenda
al Guardasigilli ed al Consiglio
superiore della magistratura.
Come anticipato ieri, tre boss di
camorra hanno fatto affermazioni
gravi sul conto del Procuratore
Mancuso, tutte da verificare. L’ex
ras di San Giuseppe Vesuviano
Antonio Cutolo sostiene che il
CUTOLO E I FAVORI AI DETENUTI, MANCUSO GIÀ FINÌ SOTT’ACCUSA
Il precedente del caso Mallardo
magistrato si
sarebbe interessato
per
mitigare le
condizioni carcerarie
di alcuni
camorristi.
Il pentito
Peppe Misso
junior, nipote
del padrino
della Sanità,
sostiene che lo
zio gli disse di
essersi alleato
con Paolo Di
Lauro per godere anche lui della
protezione dell’ex capo della Dda
di Napoli che, a dire di Misso,
avrebbe ammorbidito le inchieste
sul clan di Secondigliano fin
dagli anni ‘90. Infine, il collaboratore
di giustizia Maurizio Prestieri
ha messo a verbale la frase
forse più grave: «Paolo Di Lauro
mi disse che il suo referente in
Procura era Paolo Mancuso». Dichiarazioni
tutte de relato, con
pochi spunti di verifica e nessun
riscontro concreto. Che andavano
dunque approfondite dalla
Procura di Roma.
Articolo preso dal giornale il roma.

martedì 9 febbraio 2010

«Di Lauro disse: Mancuso è cosa nostra»



Un nuovo ciclone si è abbattuto
su Paolo Mancuso. Il capo
della Procura di Nola, uno dei magistrati
più in vista del distretto, per
anni al vertice della Direzione antimafia
di Napoli, è finito al centro delle
accuse incrociate di tre camorristi
di assoluto rilievo nel panorama
criminale partenopeo. Due collaboratori
di giustizia ed un “ex” pentito
lo accusano di essere stato al servizio
del clan Di Lauro. Dichiarazioni
che fanno tornare alla memoria lo
scandalo che travolse Mancuso a cavallo
tra il 2004 ed il 2005, quando in
piena faida di Scampia l'allora procuratore
aggiunto fu indagato per
rivelazione d'atti d'ufficio e favoreggiamento
aggravato dall'articolo
7: ovvero, aver agevolato un'associazione
camorristica; quella, appunto,
che faceva capo al padrino di
Secondigliano Paolo Di Lauro,
alias “Ciruzzo 'o milionario”. Fu una
storia torbida a cui seguì un'inchiesta
travagliata che si concluse con
l'archiviazione di tutte le accuse nei
confronti di Paolo Mancuso. Altrettanto
torbida e travagliata è la vicenda
attuale che, allo stesso modo
della precedente, sembra destinata
ad inevitabile archiviazione. Ricostruire
il corso seguito dal fascicolo
giudiziario contenente le accuse
contro Mancuso non è agevole: la
sua nascita, i suoi sviluppi
e ancor di più la
sua attuale definizione
sono avvolti da una fitta
nebbia. Il “Roma” ha
potuto verificare alcuni
dei pochi punti fermi di
questa storia: conviene
seguirli in ordine strettamente cronologico.
IL BOSS DELLA NCO
ED IL DAP DEVIATO
Il primo ad avanzare sospetti sul
conto del Procuratore di Nola è stato
proprio un camorrista di quel circondario:
Antonio Cutolo, vecchio
boss di San Giuseppe Vesuviano, un
tempo capozona per conto della
Nuova Camorra Organizzata del più
noto Raffaele Cutolo (ma la coincidenza
del cognome è solo un'omonimia).
Intorno al 2006 Cutolo racconta
che Mancuso, quando era al
vertice del Dap (il dipartimento dell'amministrazione
penitenziariabraccio del ministero della Giustizia
che governa tutte le carceri italiane)
si sarebbe interessato alla sorte detentiva
di alcuni camorristi dell'area
nord di Napoli. Sarebbe cioè intervenuto
a favore dei trasferimenti e
della situazione carceraria dei boss
di Secondigliano, sostiene più o meno
Cutolo. A raccogliere le sue dichiarazioni
fu l'allora pm della Dda
Maria Antonietta Troncone (oggi,
ironia della sorte, diventata procuratore
aggiunto proprio alla Procura
di Nola diretta da Mancuso). Le
notizie non furono però ritenute degne
di grande considerazione, sia
perché Cutolo raccontava per sentito
dire e senza fornire riscontri puntuali,
sia perché il personaggio era
ed è ritenuto del tutto inattendibile:
dopo aver avviato un percorso di collaborazione,
infatti, Cutolo fu arrestato
perché dal carcere mandava
ordini ai suoi affiliati e gestiva le
estorsioni nel suo paese natale. Cutolo
è poi finito in una brutta storia
di falsi dossier passati dal carcere di
Sulmona ai servizi segreti senza che
la magistratura fosse debitamente
informata (vicenda per la quale è tutt'ora
sotto processo). Insomma, una
persona da prendere con le molle. Le
accuse a Mancuso restarono così in
un cassetto.
IL PENTITO DELLA SANITÀ
Passa un anno, siamo nel 2007, e il
clan più potente della città di Napoli
entra in una crisi mortale, sfiancato
dai morti ammazzati in una sanguinosa
faida interna e dagli arresti e le
condanne di tutti i capi. Peppe
Misso junior, detto “'o chiatto”, è il
primo dei ras della Sanità a decidere
di pentirsi. Lo seguiranno fratelli,
cugini e soprattutto lo zio omonimo,
il padrino del centro storico. Peppe
Misso parla a raffica, è stato il protagonista
della faida della Sanità e
ha retto le fila della cosca durante i
lunghi anni di detenzione dello zio
capoclan. Ai pm Giuseppe Narducci
e Barbara Sargenti ricostruisce
mandanti, esecutori e moventi
di cento omicidi. E nella marea
di verbali sottoscritti dal collaboratore
di giustizia c'è anche una
pagina in cui viene fuori il nome di
Paolo Mancuso. «Noi della Sanità sapevamo
che i Di Lauro erano protetti
da Paolo Mancuso». Misso è un pentito
affidabile, secondo la Procura e
secondo i giudici che hanno utilizzato
le sue dichiarazioni nelle motivazioni
di diverse sentenze contro
la criminalità organizzata. Anche lui
però, come Cutolo, non parla di
Mancuso per esperienza diretta ma
soltanto “de relato”. Un po' poco per
“inguaiare” un magistrato dalla solidissima
reputazione come Paolo
Mancuso. Anche quelle dichiarazioni
rimangono per il momento in
un cassetto, vicino al fascicolo intestato
ad Antonio Cutolo.
IL PADRINO
DEL RIONE MONTEROSA
Passa un altro anno ancora e, nel settembre
del 2008, la camorra dell'area
Nord di Napoli è scossa da un vero
terremoto: si pente Maurizio Prestieri,
il mammasantissima dell'omonimo
clan, uno dei pochissimi
uomini di fiducia di Paolo Di Lauro,
il “signore della droga” che tratta da
pari a pari con i narcos colombiani e
che gestisce un impero transnazionale
che fattura milioni di euro. Anche
quando “Ciruzzo 'o milionario” si
eclissa per tutti, letteralmente scompare,
non usa mai nemmeno il telefono,
tanto che molti dei suoi fedelissimi
non hanno mai sentito la sua
voce, Maurizio Prestieri è tra coloro
che mantengono i contatti col capo
dei capi. Del resto è con il fratello
maggiore di Maurizio Prestieri, Raffaele,
che Di Lauro aveva mosso i
primi passi nel clan di Aniello La
Monica. Ed è sempre con Prestieri,
Raffaele Abbinante ed EnricuccioD'Avanzo che Di Lauro lanciò
la scalata ai vertici della camorra.
Ora che Prestieri è passato con la
giustizia, i magistrati della Dda sperano
di aprire un varco importante
per incunearsi e scardinare gli assetti
di potere della camorra dell'area
settentrionale di Napoli. Ad interrogare
il boss del Rione Monterosa corrono
i pm Luigi Alberto Cannavale
e Stefania Castaldi. In uno
dei primi verbali, Maurizio Prestieri
spiega: «Paolo Di Lauro mi disse che
il dottor Mancuso era il suo referente
nella Procura di Napoli».
Il FASCICOLO
ALLA DDA DI ROMA
Tutti i pm napoletani che si sono trovati
davanti a queste dichiarazioni
hanno dovuto interrompere il collaboratore
di turno, perché non spetta
a loro indagare su colleghi magistrati
che lavorano nello stesso distretto.
I verbali dei tre boss di camorra
sono finiti prima sulla scrivania
del coordinatore della Direzione
antimafia, all'epoca il procuratore
aggiunto Franco Roberti (oggi capo
della Procura di Salerno), e quindi
su quella del procuratore capo,
Giovandomenico Lepore. Se le
dichiarazioni di Cutolo non valevano
granché e quelle di Peppe Misso erano
poca cosa, ora ci sono anche
quelle di Maurizio Prestieri. Così,
nell'ottobre del 2008, il fascicolo parte
per la Procura di Roma, l'unica
competente ad indagare sui magistrati
partenopei. I verbali vengono
spediti nella Capitale come “atti inerenti
a”, come un seguito di trasmissione
di quanto a suo tempo comunicato,
nel 2004: le famose carte
sui compagni di caccia di Mancuso
che diedero il via alla precedente inchiesta,
condotta dal pm
Andrea Mosca e dal
procuratore aggiunto
Achille Toro, archiviata
nel 2005. Alla Procura
di Roma viene aperto
quindi un nuovo fascicolo,
che viene affidato
a Giuseppe De Falco, pm della Direzione
antimafia della Capitale coordinata
dal procuratore aggiunto
Giancarlo Capaldo.
VERSO L'ARCHIVIAZIONE
Cosa è successo in quest'ultimo anno
e mezzo è difficile dirlo con un
sufficiente grado di certezza. Il “Roma”
ha potuto verificare che nessuna
comunicazione è stata data dalla
Procura di Roma al ministero della
Giustizia e al Consiglio superiore
della magistratura, che sono attualmente
all'oscuro delle accuse mosse
dai pentiti napoletani al procuratore
Mancuso. Se ne può quindi ragionevolmente
dedurre che il fascicolo
non è stato iscritto a “modello
21” (fatti costituenti reato) e Mancuso
non è stato iscritto nel registro
degli indagati. Perché in quel caso
la comunicazione al ministero ed al
Csm sarebbe stata automatica.
Egualmente all'oscuro di tutto è la
Commissione parlamentare antimafia.
Del resto i tre dichiaranti parlavano
tutti “de relato”, ovvero senza
conoscenza diretta dei fatti, e riferivano
cose generiche risalenti a
molti anni addietro. Nel frattempo il
boss Di Lauro è stato arrestato e condannato
a trenta anni, il suo clan è
alle corde. Trovare oggi prove certe
per riscontrare le accuse dei tre pentiti,
o presunti tali, risulta quanto
meno improbabile. Ed è quindi naturale
che il fascicolo “inerente” a
Paolo Mancuso, probabilmente rimasto
a “modello 45” (fatti non costituenti
reato), sia avviato su un binario
morto. D'altro canto ben può
essere che le voci su Mancuso siano
state seminate ad arte, per infangare
un magistrato che per anni
è stato al vertice della lotta alla criminalità
organizzata. Già in occasione
della precedente inchiesta su
di lui, Mancuso si difese sostenendo
che era stato ordito un complotto ai
suoi danni da parte di magistrati,
politici, esponenti delle forze dell'ordine
e giornalisti. Per fare chiarezza
su tutti questi aspetti, a vantaggio
innanzitutto del Procuratore
di Nola, che deve essere in grado di
difendersi da eventuali calunnie
messe in circolazione sul suo conto,
bene farebbe la Procura di Roma a
porre la parola fine su questa vicenda
nella massima trasparenza, informando
gli organi competenti delle
verifiche fatte e delle conclusioni
a cui si è giunti..
ARTICOLO COPIATO DAL GIORNALE IL ROMA SCRITTO DA ROBERTO PAOLO.

sabato 6 febbraio 2010

AMMAZZATO IL KILLER DI GIANLUCA CIMMINIELLO



E' stato attirato in una trappola e punito dal suo stesso clan per uno sgarro forse legato al traffico di sostanze stupefacenti. È l’ipotesi che in queste ore sostengono investigatori ed inquirenti per risalire a mandanti ed esecutori materiali dell’omicidio di Giuseppe Costagliola, detto “scicchilotto”, il 25enne legato agli scissionisti di Secondigliano e latitante dal 19 maggio, ammazzato ad Arzano due sere fa. Il delitto inoltre potrebbe essere collegato in qualche maniera anche a quello di Gianluca Cimminiello, tatuatore di Casavatore, a poche decine di metri dalla casa di Costagliola. Quest’ultimo aveva tre vistosi tatuaggi che potrebbero essere stati fatti dal 32enne trucidato cinque giorni fa davanti al suo negozio.E' proprio questa potrebbe essere il nesso piu' plausibile per inquadrare questi due agguati che in due giorni l'uno da l'altro ha visto massacrare due giovani vite.Proprio questa e' la pista che gli inquirenti stanno battendo nelle ultime ore per risalire ai mandanti e il killer che ha massacrato GIANLUCA CIMMINIELLO,chi lo conosceva lo descrive come un bravo ragazzo senza grilli per la testa,due solo passioni lo legavano da piccolo,la passione per i tatuaggi e quella per il culturismo.Comunque sembra che a decretare la morte del 32 enne ammazzato fuori il suo negozio zendark tatoo sia stato proprio un tatuaggio,un tatuaggio forse che il 32enne non aveva il diritto di tatuare visto che era stato creato da un'altro tatuatore,comunque siamo sempre nell'ambito delle ipotesi ma questa e' quella che resta la piu' plausibile,e' stato ammazzato per la passione che aveva per il suo lavoro.Storia diversa invece per GIUSEPPE COSTAGLIOLA truidato poche sere fa ad arzano,affiliato ai clan degli scissionisti un curriculum criminale di tutto rispetto,era latitante da quando i carabinieri fecere scattare le manette nell'operazione c3 che decapito' il clan degli scissionisti.Inquadrando bene questi due agguati sembra tornare indietro quando al rione berlingieri fu ammazzato SALVATORE FERRARA nel bar mery,e subito dopo venne trucidato il suo kille LUIGI MAGNETI,ammazzato anche lui ad arzano per ordine del suo stesso clan sempre gli scissionisti che cosi' misero la parola fine su un giovane che si stava guadagnando a colpi di pistola notorieta' e stima oltre una buona fetta di business sul traffico della droga.Lo liquidarono cosi' o'mocill,perche' aveva fatto di testa sua senza il bene placido del clan,e sembra che la stessa sorte sia toccata a GENNARO COSTAGLIOLA detto scicchilocc.Avrebbe ammazzato lui GIANLUCA CIMMINIELLO e' per questo e' stato punito dal suo clan,forse doveva solo avvertire il tatuatore senza ammazzarlo magari spararlo nella gamba,comunque al momento sono tutte ipotesi che sicuramente sono al vaglio della grande professionalita' dei carabinieri,bisogna adesso solo capire se la fidanzata e il collaboratore che quella sera si trovavano con GIANLUCA CIMMINIELLO riconoscono in GIOVANNI COSTAGLIOLA il ragazzo che entro' nel negozio di tatoo con la scusa del tatoo esposto fuori i vetrina per far uscire GIANLUCA CIMMINIELLO all'esterno del negozio per finirlo con un colpo di pistola alla gamba e un'altro al petto.Sono ipotesi che in qualche modo collegano questi due agguati avvenuti nell'arco di pochi giorni l'uno dall'altro,si aspetta con dovuta cautela adesso che gli inquirenti facciano il loro lavoro con la solita professionalita' per capire se c'e' un nesso tra i due agguati.

venerdì 5 febbraio 2010

L'ULTIMO MESSAGGIO PRIMA DI MORIRE


L'artista e' il tatuatore e non chi tatui puoi tatuare anche michael jakson incrociato con bruce lee e puoi andare anche in rai ma cio che conta e' il risultato sulla pelle non fatevi fregare o ingannare da stupidaggini di questo genere.Guardate i taoo e confrontateli tra un tatuatore e' l'altro e da li' fate la vostra scelta.Questo e' l'ultimo messaggio che GIANLUCA CIMMINIELLO aveva lasciato sulla bacheca del social network facebook poche ore prima di essere ammazzato proprio fuori al suo negozio,dove trascorreva gran parte della sua giornata.Una sorta di testamento sulla passione di una vita,amava i tatoo visto che ne aveva tanti tatuati anche lui,e amava tatuarli,dopo una lunga gavetta e tanto lavoro era riuscito a mettere su un po' di soldi per avviare l'attivita' che gestiva insieme alla sua fidanzata.Era un bravissimo ragazzo umile altruista e sempre disponibile scrivono gli amici sulla sua bacheca di facebook,e a giudicare dai tanti messaggi che gli hanno dedicato erano tanti ad amarlo,tante brave persone come lui,ed e' insultante cio' che scrivono i giornali,cioe' che era un pregiudicato,luca era una persona,una brava persone capitata a vivere nella citta' sbagliata,speriamo solo che la legge questi eroi di carabiniei e polizia riescono in fretta a mettere le mani sui suoi carnefici che hanno spento una vita cosi' giovane senza un motivo apparente.Ti voleva bene la gente,ti voleva bene gli amici e te ne voglio anch'io luca,eri un bravo ragazzo e chi ti ha stroncato la vita deve pagare,ciao' gianlu'.

AMMAZZATO IL MAESTRO DEI TATOO LUCA CIMMINIELLO


Sono le ore 19.15,c'e' traffico sulla circumvallazione esterna a casavatore,i negoziandi attendono che si faccia l'ora per chiudere con ansia,dopo una giornata di duro lavoro.Su questa strada ci sono diverse attivita,un noto ristorante,un mobilificio e un negozio per tatuaggi,il suo titolare dopo anni di studio e duro lavoro e' riuscito a mettere su questo bellissimo locale che chiama zendark tatoo.All'interno del locale c'e' il titolare GIANLUCA CIMMINIELLO con la sua fidanzata e un loro collaboratore che li aiuta a portare avanti l'attivita'luca guarda l'orologio sta aspettando anche lui l'orario per chiudere e portare chissa' a mangiare una pizza alla sua cara fidanzata.Continuano a chiacchierare quando all'improvviso nel negozio entra un ragazzo con modi garbati e chiede direttamente a luca delle informazioni su un tatuaggio che e' esposto fuori in vetrina,si perche' luca amava esibire le sue opere,non se ne lasciava sfuggire una,ogni tatoo finiva con uno scatto fotografico e veniva affissio sulla vetrina del negozio fuori.Luca chiede al ragazzo di essere meno vago e gli domanda di quale tatoo si tratta,il ragazzo lo invita ad uscire fuori per mostrarglielo,luca si gira verso la sua ragazza gli sorride e gli fa l'occhiolino e si incammina con questo strano cliente all'esterno del suo negozio.Gli chiede quale tatoo gli piace,il ragazzo e' vago,gli mostra uno che si trova in basso alla vetrina insieme ad altri tutti bellissimi,e' un'attimo luca si abbassa con cortesia per indicarglielo quando viene colpito da un primo proiettile alla gamba sinistra,trova la foza di alzarsi e il killer gli spara un secondo colpo quello fatale che lo colpisce dritto in petto spezzandogli il cuore in due.I killer scappano rimanendo luca a terra in un lago di sangue,la fidanzata e il suo collaboratore forse non si sono resi conto di cosa sia successo visto che luca con il cuore spezzato in due con una forza di volonta' e un coraggio senza eguali si rialza e rientra nel negozio per chiedere aiuto o forse per tranquillizzare la sua ragazza,riesce a fare solo pochi passi,stramazza al suolo in una pozza di sangue.La fidanzata urla forte e cerca di aiutarlo mentre il collaboratore si appressa a chiedere aiuto all'esterno del locale,tutto inutile purtroppo quest'artista tatuatore non c'e' la fatta.Si spegne cosi' la vita di un 32 enne senza precedenti penali con un unico vizio e una sola passione il tatuaggio appunto.E' avvolta dal mistero la morte di GIANLUCA CIMMINIELLO titolare del negozio zendark tatoo,umile altruista sempre disponibile e senza grilli per la testa,i carabinieri della compagnia di casoria e di casavatore stanno lavorando senza sosta per cercare di capire il motivo di questa orrende morte senza un motivo plausibile,le piste che stanno battendo sono tre,delitto passionale visto che luca era un bellissimo ragazzo e forse in sordina aveva allacciato una relazione con una donna di sistema,la seconda pista porta a un tentativo di estorsione che luca si sarebbe rifiutato di corrispondere,mentre la terza ipotesi e' un dlitto maturato negli ambienti dei maghi dei taoo,forse gelosia o forse stava conquistando troppa fama sottraendo lavoro e clienti ai piu'

mercoledì 3 febbraio 2010

Caniello accusa in aula i killer dei Sarno



È entrato in aula poco prima delle dieci. Scortato da tre poliziotti si è messo
dietro il paravento bianco ed ha dichiarato le sue generalità: «Mi chiamo
Carmine Caniello». Un interrogatorio fiume che ha messo un tassello in più
all'inchiesta sulla camorra di Ponticelli e sulla faida tra i clan Sarno e Panico
per la spartizione della zona di Sant'Anastasia. In aula c'erano i suoi ex “compagni”
che ascoltavano, a volte con agitazione, altre volte con il sorriso stampato
sul volto, quanto aveva da dire, controllato dalle domande del pubblico
ministero Vincenzo D'Onofrio, magistrato anticamorra che per primo ha preso
le sue volontà collaborative. «Ho iniziato a far parte del clan nel 1998 e l'-
ho fatto perché ero attratto dalla bella vita e dai soldi facili. Per questo motivo
ho iniziato ad avere rapporti con i Sarno». Comincia così la storia di un
killer della camorra che da pusher è salito fino ai vertici della cosca ed ha organizzato,
con il placet dei ponticellari la faida contro i “summesielli”. Ed è
proprio su questa faida che si sono concentrate le domande dell'accusa che
ha cercato passo dopo passo di ricostruire buona parte delle vicende contestate
agli imputati. Non solo l'associazione camorrisitica ma gli omicidi. «Decidemmo
di attaccare i Panico perché su Sant'Anastasia prima fecero un
discorso e poi ne fecero un altro, nel senso che prima ci dissero che volevano
la quota sulle estorsioni e poi ci dissero che la cassa delle estorsioni si sarebbe
decisa a Sant'Anastasia e che noi avremmo dovuto prendere le quote
- dice Caniello - A quel punto decidemmo di entrare in azione e portammo
avanti due intimidazioni. Nella prima volevamo ammazzare Francesco Panico.
C'erano due su una moto e altri, tra i quali io, su due auto. Lo vedemmo
affacciato ad un balcone ma quando spararono, la mitraglietta si inceppò.
Poi uscì uno dei Panico e fece fuoco ma non colpì nessuno». Poi racconta
Caniello di altre azioni di fuoco messe a segno fino all'omicidio di Gustavo
Viterbo. L'omicidio fu commesso il 21 marzo del 2004 da un gruppo di
fuoco inviato dal clan Sarno di Ponticelli fino al centro di Sant'Anastasia. I
presunti assassini furono arrestati nel corso di un blitz che non solo riuscì a
fare piazza pulita di tutti i boss che dominavano l'area vesuviana per anni e
anni ma anche a fare luce su una lunga scia di sangue dovuta ad una lotta
tra due clan, i Sarno e i Panico. In 21 sono imputati per il reato di omicidio
dinanzi la Corte d'Assise di Napoli, altri 100 dinanzi al tribunale di Nola per
il reato di associazione a delinquere di stampo camorristico. L'ex boss Luciano
Sarno solo per l'omicidio di Luigi Amico, mentre per quello di Gustavo
Viterbo non c'è stata la richiesta di estradizione e quindi il gup lo ha prosciolto.
Rispondono di omicidio anche Carmine Caniello, Paolo Di Grazia,
quest'ultimi due pentiti, Riccardo Di Grazia, Francesco Di Grazia, Fabio De
Michele, Antonio Piccolo, Eduardo Troiano, Salvatore Circone e Salvatore
Coppola, Fabio de Michele, Giovanni Panico, Francesco Panico, Raffaele
Manfellotto e Francesco Piccolo, Gerardo Perillo, Ciro Perillo, Mauro Passarelli,
Pasquale Maione, Armando Ceriello e Francesco Castaldo. Per due imputati,
Castiello e Mauri, gli atti sono stati inviati al tribunale dei Minori.