venerdì 29 gennaio 2010

Il latitante a Natale era a casa


A Natale Paolo Di Mauro era tornato a Napoli, ripartendo per Barcellona soltanto
a inizio gennaio. Ma i giorni di festa trascorsi con i familiari gli sono costati
caro: gli investigatori della Catturandi della Squadra mobile della questura,
che proprio in quel periodo non vanno in vacanza, l’hanno prima localizzato
e poi si sono organizzati per la cattura. Sapevano che nella città
catalana frequentava lo studio di un avvocato del posto e in seguito a un appostamento,
gli hanno stretto le manette intorno ai polsi. In queste ore la polizia
spagnola è in attesa dell’autorizzazione della magistratura per poter perquisire
l’appartamento in cui si nascondeva: un’operazione importante per
trovare eventuali legami tra i latitanti italiani e gli appoggi in terra iberica.
Paolo Di Mauro, “Pauluccio o’ ‘nfermiere” per amici e nemici di camorra,
abitava a Barcellona. Una casa, in un quartiere residenziale e tranquillo, di
tre vani e accessori. Mentre invece non è ancora chiaro dove trascorresse la
latitanza Luigi Mocerino; lui ha dichiarato che dormiva nella villa sequestratagli
a luglio, ma gli inquirenti poco ci credono. E così anche in questa
direzione continuano gli accertamenti lungo l’asse Napoli-Barcellona. Intanto,
oggi i due arrestati saranno trasferiti al carcere di Madrid. L’altro giorno
sono stati i poliziotti Mobile della Questura di Napoli (agli ordini del dirigente
Vittorio Pisani e coordinati dal vice questore Cristiana Mandara), insieme
ovviamente al personale della polizia spagnola e in collaborazione con
l’Interpol, a bloccare a Barcellona prima il 50enne Luigi Mocerino e qualche
minuto dopo Paolo Di Mauro, di 58 anni. I due, quando si sono resi conto di
essere finiti in trappola, con aria indifferente si sono separati per scappare.
Ma l’inseguimento è durato poche decine di metri. Paolo Di Mauro, inserito
nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi d’Italia, è considerato l’attuale
reggente del clan Contini del Vasto-Arenaccia (storicamente collegato all’Alleanza
di Secondigliano) mentre il secondo, inserito nell’elenco dei 100 ricercati,
era il responsabile per conto dello stesso gruppo di malavita del traffico
internazionale di stupefacenti. “Pauluccio o’ ‘nfermiere”, ritenuto anche
il responsabile del gruppo di fuoco dei Contini, è stato condannato in primo
grado per l’omicidio di Francesco Mazzarella, avvenuto nella primavera del
1998, all’ingresso del carcere di Poggioreale, nel corso di una violenta sparatoria
tra gli appartenenti alle due organizzazioni criminali. Era un periodo
in cui infuriava la guerra di camorra. Paolo Di Mauro, destinatario di un ordine
di esecuzione per la carcerazione, dovrà espiare 17 anni, 10 mesi e 25
giorni di reclusione per associazione camorristica. Luigi Mocerino invece
era destinatario di un’ordinanza per traffico internazionale di sostanze stupefacenti.
Nel 2006 al largo delle coste spagnole fu sequestrato un gommone
con oltre 800 chilogrammi di cocaina e quella operazione fu l’epilogo della
prima fase di un’inchiesta per droga che coinvolse l’Italia e la Spagna.

giovedì 28 gennaio 2010

Camorra, braccati due ras del narcotraffico Di Mauro e Mocerino


Paolo di Mauro era in fuga dal 2002. Era il numero tre nella lista dei ricercati italiani più pericolosi. Nella geo-camorra, è considerato come il reggente del clan Contini operante nel quartiere Poggioreale e zone limitrofe. Nel suo curriculum spicca un dato: ras del narcotraffico internazionale con Colombia e Spagna. Proprio a Barcellona aveva stabilito la sua sede operativa facendo sempre molta attenzione agli spostamenti, alle comunicazioni con i famigliari ridotte praticamente all'osso. Ma i tenaci agenti della sezione Catturandi della Questura di Napoli, con i colleghi della squadra Mobile, hanno avuto pazienza e tenacia. Pedinamenti e appostamenti, uniti ad alcune intercettazioni hanno portato frutto. Di Mauro era vestito di tutto punto con tanto di valigetta 24 ore. Usciva da uno studio legale con suo cugino Luigi Mocerino inserito invece nella lista 100 criminali più pericolosi in fuga. Gli agenti non hanno avuto dubbi che fossero i due ricercati, quando li hanno visti circolare con il motorino sul marciapiede. La coppia di camorristi ha tentato di eludere l'arresto mostrando documenti falsi ma le manette erano già pronte grazie all'impulso investigativo venuto dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli.

Paolo Di Mauro, erede del boss Eduardo Contini, è destinatario di numerosi ordini di arresto, su di lui pesa una condanna a 24 anni di reclusione, sentenza emessa dalla Corte di Appello di Napoli nel 2005. Le accuse: associazione per delinquere di stampo camorristico, omicidio e detenzione illegale di armi. Anche se in realtà l'organizzazione retta da Di Mauro era particolarmente attiva nel traffico di stupefacenti. Luigi Mocerino, era ricercato in base ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per traffico internazionale di droga. Nel 2006 al largo delle coste spagnole gli fu sequestrato un gommone con oltre 800 kg di cocaina. L'uomo rispondeva agli ordini di Di Mauro. Non a caso erano insieme anche oggi. “Erano tornati a Barcellona dopo Natale - ha detto Cristiana Mandara, capo della sezione Catturandi della Questura - siamo arrivati alla loro identificazione dopo una serie di pedinamenti e di servizi di osservazione".

sabato 23 gennaio 2010

“Re” della coca con la pensione di invalidità


Era l'uomo
in grado di muovere quintali di
cocaina grazie alla sua intermediazione
con i trafficanti colombiani.
Un boss fidato, potente, capace
di farsi rispettare anche dai
gotha del narcotraffico internazionale
e a far girare affari miliardari
che secondo gli inquirenti fanno
del cartello criminale da lui capeggiato
una tra le holding più potenti
d'Europa. Per i medici che lo
visitarono ad Aversa, non era capace
di intendere di volere, e per
questo percepiva una pensione di
invalidità di 699 euro, oltre all’accompagnamento.
Per i capi delle
organizzazioni criminali, invece,
era un temibile e rispettato boss
della camorra. Per farsi rispettare,
i suoi uomini di fiducia incutevano
terrore con la violenza, picchiando
e sequestrando gli affiliati che
“sgarravano” nei pagamenti delle
partite di cocaina. “L'organizzazione
da lui gestita è tra le più pericolose
e potenti dell'intera Campania
– evidenzia il tenente colonnello
della Guardia di Finanza Antonio
Quintavalle – in grado di controllare
un traffico di gran lunga superiore
a quello gestito dai clan
della zona nord di Napoli”. Gli affari
che il potente boss Giuseppe
Gallo gestiva, secondo gli 007 dello
Scico delle Fiamme Gialle , toccavano
persino le coste siciliane e
del basso Lazio, dove da tempo
aveva messo su le sue basi operative.
In questa sorta di Risiko criminale
per l'espansione dei traffici
illeciti, Gallo era riuscito ad insediarsi
sul territorio, anche ripulendo
capitali provenienti dalle attività
illecite che venivano rinvestiti
in terreni e ristoranti. Immobili,
ristoranti, terreni, ma anche
auto di lusso e cavalli purosangue:
così accresceva oltreoceano il carisma
del capoclan che sulla carta
non era in grado di intendere e di
volere. Uomo che col suo prestigio
conquistato.

Decapitato il clan Gallo-Limelli-Vangone


Un cartello
criminale a tre teste, in grado importare
in Italia fiumi di cocaina provenienti
dalla Spagna grazie alla connection
con alcune cellule colombiane
che riuscivano a muovere lo stupefacente
oltreoceano per le piazze
di spaccio di Napoli e del suo hinterland.
Un affaire di spaccio di droga
tra i più grandi d'Europa: la holding
del narcotraffico importava quintali
di polvere bianca ed hashish attraverso
accordi basati su strette di mano
tra personaggi di spicco della malavita
sudamericana e napoletana. Al
vertice dell’organizzazione tentacolare,
in grado di controllare tutti i traffici
illeciti sul territorio - dallo spaccio
di droga alle estorsioni, passando
per il riciclaggio di danaro sporco - vi
era il boss Giuseppe Gallo, capo della
consorteria camorristica che con i
Limelli e i Vangone è riuscito a creare
un impero economico nel triangolo
che s’estende tra Boscoreale, Torre
Annunziata e Boscoreale. Un impero
del malaffare eretto grazie alla
complicità di una serie di “infedeli”
che riuscivano a falsificare perizie psichiatriche
e a far scomparire intere
pagine dalle ordinanze depositate nei
tribunali per mandare all'aria i processi.
Con queste accuse ieri mattina
sono spiccate le ordinanze di custodia
cautelare per 86 tra capi, gregari
e favoreggiatori di quella che per gli
inquirenti era tra le organizzazioni criminali
più potenti del territorio campano:
cinque degli accusati risultano
ancora latitanti, mentre due persone
sono state ammanettate in Spagna.
Tra gli arrestati vi è anche il dirigente
sanitario dell'ospedale psichiatrico
di Aversa Adolfo Ferraro, accusato
di aver favoreggiato il boss Gallo
durante il suo periodo di latitanza terminata
nel marzo del 2009 a Messina.
L’operazione “Pandora”, avviata
nel 2004 dalla Guardia di Finanza di
Napoli, in collaborazione con lo Scico
ed i carabinieri del Ros di Salerno,
ha fatto luce su una serie di intrecci
ed interessi economici che le famiglie
malavitose tessevano per estendere
il proprio controllo anche nel Salernitano
e a Latina: le estorsioni ad
imprenditori e titolari di ristoranti, ma
anche l'imposizione dell'acquisto di
prodotti alimentari commercializzati
da ditte vicine al sodalizio, erano solo
alcune delle voci di bilancio del
clan. Tutto ebbe inizio dopo un controllo
a Scafati nel 2004 in cui emersero
i rapporti tra il clan Pesacane e la
potente famiglia di Torre Annunziata.
Poi, con il fermo della sorella del
boss Gallo, trovata in possesso di documenti
ed assegni falsi occultati sotto
il sediolino della propria vettura, in
cinque anni s'è fatta piena luce su
una storia di soldi e violenza simile a
quella del film Scarface di Al Pacino.
Intercettazioni ambientali e telefoniche
svelarono che dalla Colombia la
sostanza attraversava i canali iberici
grazie alla intermediazione diretta
dello stesso Gallo, uomo di fiducia dei
narcos sudamericani, i quali gli cedevano
la merce anche con la formula
del “pagherò”. Quintali di coca purissima
che fruttavano milioni: ieri i
Gico hanno sequestrato oltre 750 chili
di polvere bianca per un valore di
75 milioni di euro. Denaro che sarebbe
poi stato “ripulito” da funzionari di
banca ed imprenditori pronti ad investirli
anche nell'acquisto di immobili,
terreni di pregio, auto, abbigliamento
e finanche purosangue per
una scuderia di cavalli in possesso
della cosca ed intestati a prestanomi.
Beni per un totale di circa 65 milioni
di euro e che da ieri sono finiti sotto
sequestro.

Lo psichiatra che aiutava il capoclan


Era diventato di famiglia
a casa Gallo-Vangone, e teneva i
contatti direttamente con la compagna
del capoclan Giuseppe Gallo,
che grazie a lui aveva evitato il
carcere diverse volte fingendosi
pazzo. È la figura del dottor Adolfo
Ferraro, 58enne, direttore sanitario
dell’ospedale psichiatrico giudiziario
di Aversa nonché più volte consulente
di parte per la famiglia Gallo.
Sono le intercettazioni telefoniche,
in particolar modo quelle con
Annalisa Di Martino, compagna del
capoclan Giuseppe Gallo, ad inchiodare
il medico alle sue responsabilità.
Conversazioni che, secondo
gli inquirenti, sono inequivocabili
e che hanno portato alla luce
una serie di contatti che il professionista,
sempre per conto dei Gallo,
aveva di volta in volta anche con
i colleghi nominati dal Tribunale
per eseguire perizie nei confronti
del boss ma anche dello zio, il ras
latitante Ciro Vangone. Gallo ha ottenuto
numerosi benefici processuali
grazie a certificati che attestavano
problemi, ma lo psichiatra
in alcune occasione ha anche avvertito
il padrino che stava per scattare
un blitz nei suoi confronti. L’accusa
per lui è di favoreggiamento
aggravato per aver agevolato un
esponente della camorra. Non solo
il medico, infrangendo le regole deontologiche,
ma anche d’ufficio, avvicinava
i colleghi chiamati a pronunciarsi
sullo stato di salute mentale
di alcuni elementi della famiglai
Gallo indagati o arrestati per
reati vari ma addirittura aveva “collegamenti
poco chiari con De Martino
Annalisa, compagna del capoclan
Gallo Giuseppe, con la quale
aveva rapporti stabili di frequentazione
e telefonici nel periodo monitorato
(all’incirca 2 anni e mezzo)”.
Già prima dell’inizio della latitanza
di Gallo, dalle conversazioni intercettate
sulle varie utenze nella disponibilità
della convivente, emerge
in modo palese che Ferraro, “anche
in assenza di specifici incarichi
di consulenza ratificati nell’ambito
delle varie procedure penali
nei confronti di esponenti di
spicco della cosca, svolgeva il ruolo
di vero e proprio regista delle attività
finalizzate al riconoscimento
di false patologie mediche allo scopo
di garantire impunità (o importanti
benefici cautelari e penitenziari)
degli stessi sodali”. Per la Procura,
quindi “Emergevano in questo
contesto, e sempre a prescindere
dall’assunzione di incarichi
formali di consulente
di parte, ad
opera del Ferraro
condotte finalizzate
ad “organizzare”
e preordinare
gli esiti
degli accertamenti
dei periti nominati dalle varie
AA.GG. in relazione alle condizioni
di salute del Gallo Giuseppe
ed altri suoi stretti affiliati”.
Gli interrogatori inizieranno già da
oggi e proseguiranno fino a sabato.
E in sede di convalida dell’ordinanza
di sicuro il dottor Ferraro potrà
tentare di spiegare le circostanze
per cui è stato arrestato.

Uno scrittore ospita l’ex killer


Mario Savio detto “’o bellillo”, ex boss dei Quartieri spagnoli, ha ottenuto gli arresti domiciliari nell’abitazione di Fabio Venditti, un giornalista romano. Il killer 53enne, condannato all’ergastolo per l’omicidio di un calabrese legato alla ‘ndrangheta, ha bisogno di cure per una grave malattia e il Tribunale di Sorveglianza dell’Aquila, dopo gli arresti ospedalieri, da pochi giorni gli ha concesso i domiciliari. La decisione è stata presa per la disponibilità manifestata dal giornalista, che nel 2006 ha scritto la biografia del boss, ad ospitarlo presso la sua abitazione. Dalla nuova residenza Mario Savio può raggiungere facilmente l’ospedale dove deve sottoporsi a continue terapie. Il ras è famoso anche perché nel 2006 lanciò da Canale 5 un appello al figlio minorenne: «Non seguire la mia strada, i boss non esistono», disse.

Scacco alla cosca, il ruolo di “lady usura


Dopo il blitz che ha inferto un durissimo colpo alla cosca riconducibile a Paolo Gervasio, il “Pablo Escobar di Scampia”, a partire da quest’oggi per i nove arrestati inizieranno gli interrogatori di garanzia dinanzi al giudice. Le forze dell’ordine hanno aperto la caccia ai sei personaggi latitanti, fedelissimi della holding dedita allo spaccio e all’usura, che fino ad ora sono riusciti ad evitare le manette. Intanto si delineano più chiaramente i ruoli di ciascuno degli arrestati, in particolare quello di Susy Leoncito (nella foto), l’unica donna catturata nel corso della retata dei carabinieri nel quartiere a nord di Napoli. Un’intercettazione svela come vengono calcolati gli interessi da parte degli “strozzini

Il ras Prestieri colpito da ictus


Si è sentito male in cella, nel carcere di Secondigliano, dopo che era rientrato dall’interrogatorio davanti al gip per l’ultima ordinanza di custodia cautelare in carcere che lo aveva colpito il 15 gennaio scorso. Il boss del rione Monterosa Tommaso Prestieri ha avuto un ictus ed ora è ricoverato, in gravissime condizioni, nel reparto di rianimazione di un ospedale napoletano. Il suo stato di salute è reso ancora più preoccupante dal fatto che Prestieri soffre di una grave cardiopatia ed è anche in attesa di trapianto. L’allarme è scattato ieri notte, il boss era solo in cella ed ha chiesto aiuto per un malore. Le sue condizioni sono apparse subito allarmanti ed è stato trasferito in ospedale. I suoi legali di fiducia hanno chiesto immediatamente gli arresti ospedalieri e il Tribunale di Napoli ha disposto una perizia medica che potrebbe essere effettuata già nella giornata di oggi.

mercoledì 20 gennaio 2010

Soldi freschi a tassi del 200%


È stato Antonio Prestieri
a far emergere come Paolo Gervasio,
parallelamente al traffico di sostanza
stupefacente, gestisse anche
un giro di usura nei confronti
di commercianti di Secondigliano e
comuni limitrofi. Il pentito ne parlò
dell’interrogatorio del 28 maggio
2008. Ecco alcuni passaggi, con la
consueta premessa che le persone
tirate in ballo devono essere ritenute
assolutamente estranee ai fatti
narrati fino a prova contraria.
«Con riferimento all’usura voglio
precisare che la stessa nel Rione
Monterosa è effettuata da zio Paolo,
zio di Cafasso Massimiliano detto
“maglietella”. Ricordo, per attestare
ciò un episodio particolare
che ha visto tra l’altro coinvolto un
mio lontano parente, tale Salvatore
che gestisce una caffetteria all’interno
del Rione Monterosa. Detto
Salvatore come seconda attività
svolge anche piccoli lavori edili
e perciò è entrato in rapporti con
tale Di Donato, soggetto abitante a
Posillipo, persona di circa 40 anni
leggermente
calva. Questo
Di Donato è
proprietario di
alcuni capannoni,
non ricordo
dove, e stava per entrare in
società con il Salvatore. Per alcuni
problemi economici detto Di Donato,
in un periodo antecedente alla
faida, ebbe la necessità di un prestito
di circa 400mila euro e per detto
prestito si rivolse al Salvatore,
che lo mise in contatto con lo zio
napoletani di via Fratelli Cervi. Valore commerciale presunto:
circa un milione di euro. Poi i sigilli sono stati apposti a un Punto
Snai in via Piero Gobetti a Napoli, di fronte alla fermata della
metropolitana “Scampia”, intestato a Maria Rosaria Gervasio,
napoletana di via Labriola, figlia di Francesco. Valore
commerciale: circa 250mila euro.
Infine, è stato sequestrato un complesso immobiliare a Villaricca,
in corso Europa 49, composto da tre appartamenti tutti di
proprietà di Valentina e Giuseppe Gervasio (figli di “zio Paolo”) e
di Antonietta Abbatiello (moglie di Paolo Gervasio). Valore,
900mila euro.
Paolo, il quale fece materialmente
consegnare la somma di denaro da
tale Federico Pasquale, soggetto di
Melito. Non posso dire il tasso di
interesse praticato ma posso solo
dire che detto prestito iniziale è
maturato fino a poco tempo fa a circa
un milione e 50.000 euro».
Il collaboratore continuò così: «La
somma di 400mila euro è stata consegnata
al Di Donato in più tranche
nell’arco di un mese. L’accordo era
che, senza toccare il capitale, lo zio
Paolo ogni mese ritirava 10mila euro
quale interesse. Voglio precisare
che ad un certo punto Federico Pasquale
e lo zio Paolo litigarono in
quanto quest’ultimo non si trovava
con i conti relativi a tutti i prestiti
usurai effettuati e pertanto lo
zio Paolo allontanò il Pasquale Federico
ed iniziò a chiamarsi tutti i
debitori dicendo
agli stessi che da
quel momento dovevano
avere rapporti
solo con lui.
Lo zio Paolo riscontrò
un ammanco da parte del Pasquale
Federico, che tra l’altro svolge
l’attività di bidello, di circa
170mila euro, ed i predetti si accordarono
nel senso che il Pasquale
Federico avrebbe corrisposto allo
zio Paolo la somma di 1.000 euro
al mese».

Spuntano foto dei ras con i calciatori


La prima fotografia li ritrae,
in un ristorante di lusso, a
Barcellona, abbracciati a due calciatori
campioni del mondo – uno
italiano e l’altro brasiliano – che
sorridono, ignari di dividere
l’obiettivo con pericolosi malavitosi,
affiliati al potente cartello di
Secondigliano.
La seconda foto, invece, immortala
uno dei capi del clan Amato-
Pagano, attualmente latitante, insieme
a un giocatore straniero del
Napoli.
Le immagini sono state ritrovate
nel covo di un ricercato, in via
Ghisleri, e sono finite agli atti dell’inchiesta
sui trafficanti di Scampia,
coordinata dal pm anticamorra
Luigi Alberto Cannavale.
Foto che, agli occhi degli inquirenti,
non hanno alcuna rilevanza
penale ma che testimoniano la
straordinaria capacità mimetica
degli “scissionisti”, soprattutto in
terra spagnola, e sono utili a conquistare
e mantenere il proprio
“prestigio criminale” sul territorio.
Lo stesso desiderio di prestigio
(un po’ megalomane) che aveva
portato gli uomini di fiducia di
Paolo Gervasio, “erede” del padrino
Raffaele Amato, a scrivere
su un muro, nella piazza di spaccio
“33”, sempre in via Ghisleri,
una frase che suona come una investitura,
o forse un’autodenuncia:
«Zio Paolo = Pablo Escobar».
Gervasio è, senza dubbio, il “pezzo
pregiato” del blitz condotto dai
carabinieri di Castello di Cisterna.
Fermato in un appartamento
a Giugliano, lontano dalla sua abitazione,
non ha nascosto la sua
sorpresa ai militari, quando ha
aperto loro la porta. «Ma come
avete fatto a trovarmi?», è riuscito
soltanto a balbettare il boss.
Secondo le informative dei militari,
oltre alla droga, avrebbe gestito
anche un colossale giro di
usura del valore di centinaia di
migliaia di euro (gli inquirenti
hanno accertato che una vittima
di “zio Paolo” è stata costretta a
ipotecare, presso un istituto di
credito, la propria casa per fare
cassa ed estinguere il debito con
l’organizzazione criminale).
Quella di ieri è, dunque, la conclusione
di un lavoro di intelligence,
durato mesi, che ha visto
in prima linea investigatori esperti
e capaci – come il tenente colonnello
Fabio Cagnazzo, comandante
della sezione investigativa,
il capitano Michele Meola e il maresciallo
Giuseppe Iannini – che
hanno portato a termine, negli ultimi
mesi, alcune delle operazioni
più difficili e rischiose sugli agguerriti
gruppi criminali di Secondigliano,
e gli 007 del centro
partenopeo dell’Aisi, il servizio
segreto civile. Un ulteriore passo
verso lo smantellamento del potente
cartello degli “scissionisti”.

venerdì 15 gennaio 2010

ARRESTATO ANTONIO ZACCARO 'O LUONGO RAS DI SAN PIETRO A PATIERNO


E' stato arrestato nella notte dalla polizia il reggente dei clan SACCO-BOCCHETTI,il ras di san pietro a patierno che giusto un mese fa sfuggi' alle manette che sempre la mobile di napoli esegui' decapitanto il sodalizio criminale dei sacco-feldi-bocchetti.ANTONIO ZACCARO per gli amici tonino o'luongo era uno dei pochi che sfuggi' al bliz,e l'arteficie secondo gli inquirenti del duplice omicidio costato la vita a GENNARO SACCO e al figlio CARMINE,trucidati a pochedecine di metri dalla loro abitazione poco piu' di un mese fa a san pietro a patierno.La sua carriera criminale o'luongo la fa dopo una lunga gavetta nel clan dei licciardi,spietato killer ma anche un'ottimo diplomatico che in caso di conflitti o guerre era sempre tenuto in grande considerazione per siglare nuove alleanze o finti pace dopo conflitti inutili e omicidiari.Bisogna anche ricordare che o' luongo fu condannato ma poi subito dopo scagionato per il duplice omicidio di PASQUALE IORIO e di suo nipote,trucidati nel rione gescal di scondigliano alla fine degli anni 90.Proprio il fratello di PASQUALE IORIO accuso' o'luongo di essere uno degli esecutori materiali dell'omicidio di suo fratello e di suo nipote,venne messo sotto scorta per fare marcia indietro subito dopo raccontando diversi racconti che comunque allontanarono 'o luongo da una condanna severa e sicura.Poi ci sono altri omicidi che lo vedono coinvolto in veste di mandante ed esecutore,ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso sono state le intercettazioni tra lui e CIRO BOCCHETTI detto zi'ciro,che entrambi si lamentavano di GENNARO SACCO e del figlio per il fatto che sperperavano denari senza aiutare i detenuti.Anzi contestano a GENNARO SACCO il fatto che ogni volta c'era da risorvere un problema economico o bisognava aiutare la famiglia di un detenuto,quest'ultimo dimostrava reticenza addicendo che non c'erano fondi necessari,mentre in realta' c'e' nerano eccome,visto che per l'onomastico del figlio gli compro'una ferrari da 100mila euro.Poi l'omicidio di MARIANO BACIOTERRACINO,il fatto che i moccia il clan egemone ad afragola aveva ringraziato GENNARO SACCO per il favore fatto facendo ammazzare dal marito della nipote MARIANO BACIOERRACINO,una vicenda dai contorni oscuri e intriganti che difficilmente si potra' arrivare a una svolta o a una verita'.