giovedì 30 dicembre 2010

Ricostruito l'omicidio di Vincenzo De Gennaro rischio processo per i killer

E' un fiume in piena Carlo Capasso il collaboratore di giustizia che sta decapitando i vertici e i gregari del clan di lauro,un vero cervellone,visto che ricorda ora data e luoghi dove si sono commessi gli omicidi piu' cruenti della faida di scampia.Si e' autoaccusato di diversi omicidi in danno agli scissionisti in guerra con i di lauro,faceva parte del gruppo di fuoco che durante la faida massacrava parenti e amici degli scissionisti.Carlo Capasso da uomo libero busso' alla caserma dei carabinieri di via largo macello e comincio' ad autoaccusarsi di molti omicidi,decise di collaborare con la giustizia per non essere ammazzato,figurava nel libro nero degli scissionisti come uno dei killer dei di lauro da eliminare alla prima occasione,e cosi e' diventato il grande accusatore dei figli del padrino Paolo Di Lauro che probabilmente mai vedranno riaprirsi le porte del carcere un giorno.Tra i tanti omicidi che ha fatto luce e di cui si e' autoaccusato figura quello di Vincenzo De Gennaro trucidato alle ore 15:10 del 29 gennaio 2005 in via lazio miano.Era il 2005,il tremendo anno della faida di secondigliano,i di lauro e gli scissionisti si sfidavano ogni giorno rispondendo colpo su colpo omicidio su omicidio,una carneficina che in solo due anni ha fatto un centinaio di morti.L'omicidio di Vincenzo De Gennaro fu la risposta dei di lauro all'omicidio commesso dagli scissionisti 24 ore prima,avevano trucidato il padre di Ferdinando Cefariello ras di spicco dei di lauro,massacrato nel quartiere di scampia per punire il figlio Nanduccio per non essersi schierato con la scissione.

Gennaro era seduto al posto del
passeggero su una Fiat Tipo di colore blu guidata dallo zio
Vincenzo De Gennaro. In tre aprirono il fuoco contro la vettura,
cominciando a sparare a circa 100 metri dalla palazzina in cui
abitava l’uomo, in via Lazio.. Il 21enne fu ferito a una spalla da
una prima pallottola, ma
riuscì a proseguire la
marcia fino ad arrivare
nel cortile di casa
sempre inseguito dai
killer che lì lo finirono.
Il 12enne visse minuti
di autentico terrore, così
come gli abitanti della
zona in quel momento
in strada o affacciati ai
balconi e alle finestre.
Vincendo De Gennaro
frenò e, con tutte le
forze rimastegli, si
catapultò fuori dalla
macchina cercando l’impossibile salvezza. Riuscì anche a
compiere alcuni metri verso le scale della palazzina per
raggiungere la sua abitazione, ma quando pensava di essere
ormai al sicuro fu freddato alla schiena e si accasciò in un lago di
sangue. Il ragazzino rimase impietrito ma salvo, ferito
lievemente al collo e ad una coscia. Un proiettile lo aveva colpito
attraversando il lunotto posteriore della Fiat Tipo sulla quale si
trovava con lo zio. I medici dell’ospedale San Giovanni Bosco
furono ottimisti fin dall’inizio ed ebbero ragione.

Omicidi della faida di scampia svelati

La morte di Attilio Romano'
Attilio Romano' era un bravissimo ragazzo,la sua sola colpa e' stata quella di trovarsi al momento sbagliato nel posto sbagliato,era un gran lavoratore attilio,cercava di arrivare in modo sempre onesto a fine mese con vari lavori.L'ultimo lo aveva trovato in una rivendita di telefoni nella zona che da miano arriva a capodimonte,la sua sventura e' stata quella di entrare se pur in modo onesto in contatto con i nipoti di Raffaele Abbinante detto (papel e maran).Era un tremendo anno quel 2004,la faida tra i di lauro e gli scissionisti imperversava nelle strade di secondigliano lasciando ogni giorno nuovi lutti e nuovi veleni.La famiglia Abbinante aveva aderito subito nel fronte opposto ai di lauro,avevano creato un gruppo che si stava ribellando ai di lauro.Attilio romano era come sempre impegnato nel negozio di telefonia,quel giorno pioveva,un brutto tempaccio,su un ciclomotore beverly 250 due ragazzi si erano fermati a pochi metri dal negozio,avevano dato una rapida sbricciatina dentro e si erano allontanati subito,quei due erano Mario Buono detto (topolino) e Carlo Capasso,cercavano la loro nuova vittima,la loro preda,il titolare del negozio di telefonia,il nipote degli Abbinante,lo stavano cercando dalla mattina per massacrarlo,ma non si erano arresi e girovagavano nei dintorni del negozio aspettando il momento opportuno.Il nipote degli Abbinante non viene,i due killer dei di lauro perdono la pazienza e forse credendo di trovarlo all'interno parcheggiano il beverly ed entrano dentro,c'e' attilio che incautamente forse gli chiede se poteva fare qualcosa per loro,Mario Buono estrae la pistola e senza esitare un'attimo massacra quel giovane onesto dal cuore grande senza un minimo di pieta',lo crivella di colpi e scappa via lasciandolo esamine nel suo sangue,cosi' muore a napoli un ragazzo onesto lavoratore che per guadagnarsi da vivere aveva accettato quel lavoro onesto da gente disonesta.
La morte di Domenico fulchiglione  
Era una domenica come tante sul corso secondigliano,le moto che sfrecciano a tutto gas e le ragazzine che fanno su e giu' per farsi notare,fuori al piccolo chalet c'e' Domenico Fulchignone  genero di Pasquale Salomone gregario di prima grandezza del clan Licciardi.Domenico Fulchignone sta con i suoi amici a sorbire un caffe' tra una battuta e l'altra,a pochi metri da loro si ferma una motocicletta guidata Nunzio Di Lauro figlio del padrino Paolo Di Lauro,tra i due non scorre buon sangue e basta una piccola occhiata per scaldare gli animi.Nunzio viene offeso pubblicamente da Domenico Fulchignone che tenta anche di schiaffeggiarlo ma intervengono gli amici per evitare il peggio,si il peggio visto che il figlio del padrino rosso in volto e con mal celata tranquillita' vola come un fulmine miezz a l'arco a prendere una pistola e un suo uomo per dare una lezione a quel mimmuccio che si e' permesso di offenderlo.Sulla moto con Nunzio sale Mario Buono quel topolino accusato dai pentiti di ben sei omicidi,al momento dei fatti era acora minorenne come lo era Nunzio Di Lauro,si recano fuori al piccolo chalet ma Domenico e Gli  amici sono gia' andati via,girovagano per il corso scondigliano ma non c'e' ombra del suo rivale,cosi' non si danno per vinti e igranano la marcia direzione masseria cardone il feudo inspugnabile del clan licciardi.Appena imboccano via regina margherita fuori a un tabacchi indivuduano la loro preda,sta in compagnia di un amico ma per loro non e' un problema se vengono riconosciuti,cosi' si avvicinano e incominciano a sparare contemporaneamente solo su Domenico Fulchignone appena vent'enne,lo massacrano crivellandolo di micidiali proiettili rimanendolo esamine al suolo nel suo stesso sangue.Il giorno seguente succede un putiferio,il suocero Pasquale Salomone vuole a tutti i costi vendicare il genero e si dirige direttamente miezz a l'arc a parlare con Cosimo Di Lauro per chiedergli spiegazioni e avere soddisfazioni.Cosimino conferma che a uccidere suo genero e' stato il fratello Nunzio ma a tutti costi gli nasconde l'dentita' dell'altro killer ben sapendo che al contrario avrebbe condannato Mario Buono a morte certa.Come andarono i fatti lo racconta ancora una volta il pentito Carlo Capasso in questo articolo copiato dal giornale il roma sotto..
( Gli uomini del clan Licciardi di Secondigliano e in particolare Pasquale Salomone,
suocero di Domenico Fulchignone, pensavano che a uccidere il giovane
fosse stato un affiliato ai Di Lauro: Francesco Giannino, vittima di un
agguato il 22 marzo 2004 che provocò anche il ferimento di due suoi amici.
Ma, secondo la ricostruzione del pentito Carlo Capasso, fu scelto un bersaglio
sbagliato perché non lui c’entrava nulla con la sparatoria mortale nei
confronti del 20enne incensurato. Il collaboratore di giustizia, come abbiamo
scritto sull’edizione di ieri del nostro giornale, ha puntato invece l’indice
contro Mario Buono e Nunzio Di Lauro.
Dunque, se la ricostruzione di Capasso è esatta e fermo restando che le persone
tirate in ballo devono essere ritenute assolutamente estranee ai fatti
narrati fino a prova contraria, l’omicidio di Domenico Fulchignone provocò
una reazione che ebbe effetto sulla faida di Secondigliano e Scampia. Soprattutto
per un motivo, rivelato dal pentito: ad ammazzare Francesco Giannino,
facendo pensare a una vendetta per l’agguato a Fulchignone, non sarebbero
stati i Licciardi ma gli “scissionisti”. Ecco ciò che ha dichiarato il
18 gennaio scorso il 22enne che da persona libera l’anno scorso ha deciso di
cambiare vita. “ Salomone ovvero i Licciardi pensarono che a commettere detto
omicidio, unitamente a Nunzio Di Lauro, fosse stato tale Giannino detto
“o checco”, persona uccisa dopo qualche mese sulle “quattro vie” e, durante
detta esecuzione vennero ferite anche altre tre persone. Non mi risulta
che a commettere l’omicidio siano stati i Licciardi. Ma, nel nostro ambiente,
dopo la faida, si è detto che a commetterlo erano stati Genny Marino,
Notturno Enzo detto “vettorino”, Arcangelo Abete e altre persone che ora
non ricordo. Si diceva sempre nel nostro ambiente l’omicidio, avvenuto prima
che scoppiasse la faida, era stato ideato da quelli che poi passarono con
gli “scissionisti” al fine di creare un contrasto armato tra i Di Lauro e i Licciardi
in quanto Giannino era persona molto vicina a Nunzio Di Lauro e pertanto
detto omicidio sarebbe stato letto come risposta dei Licciardi all’omicidio
del Fulchignone. Il Buono mi disse che dopo la consumazione dell’omicidio
Fulchignone, i Di Lauro gli consigliarono di allontanarsi da Napoli
in quanto i Licciardi potevano individuarlo quale coautore dell’omicidio
ed ucciderlo; pertanto lo stesso mi disse che andò a Lecce o a Gallipoli per
un paio di mesi”. Il 28 luglio 2003 fu ammazzato Domenico Fulchignone, giovane
incensurato di famiglia per bene e senza legami con la criminalità. Era
il genero del ras dei Licciardi Pasquale Salomone, poi successivamente ucciso
in un agguato di camorra, in quanto fidanzato della figlia. Secondo Capasso,
che lo ha sostenuto sempre nell’interrogatorio del 18 gennaio scorso,
il movente va cercato in un litigio tra la vittima e Nunzio Di Lauro, un altro
dei figli del boss Paolo detto “Ciruzzo o’ milionario”.
Questi sono i fatti raccontati dal collaboratore Carlo Capasso che fa luce anche sull'omicidio di Francesco Giannini zio di un'altro Giannini ammazzato dai di lauro alla fine del 2007....
Omicidio di Vittorio Iodice e di suo zio Ciro Reparato e di Gino o' mocill
Una stupida lite tra il rampollo dei di lauro Antonio Di Lauro e il figlio del ras scissionista ora pentito Biagio Esposito a provocare la morte di Vittorio Iodice e di suo zio Ciro Reparato massacrati a distanza di pochi gorni.I fatti li racconta come sempre Carlo Capasso,la lite scoppio' nella zona della venella grassi tra Antonio Di Lauro e il figlio di Biagino per rancori repressi da mesi e per l'odio che entrambi provano l'uno per l'altro.Ecco i particolari che hanno portato i mesi scorsi all'arresto di Luca Raiano e di Gaetano Petriccione,
«Fummo informati subito dell’omicidio di Vittorio Iodice in quanto
presente all’omicidio vi era mio cugino Genny Mennetta; era con Iodice,
al corso Italia, su una motocicletta Triunph e vennero affiancati da
Gaetano Petriccione e Luca Raiano, che spararono 4/5 colpi alla testa
dello Iodice. Mio cugino rimase illeso. Dopo questo omicidio avvenne
un incontro tra Antonio Di Lauro e mio zio Ciro Reparato con Biagio
Esposito e Domenico Pagano, questi referenti per gli “scissionisti”. Esposito
e Pagano spiegarono che Iodice era morto perché Antonio Di Lauro
aveva litigato con il figlio di Biagio Esposito. Mio zio REPARATO Ciro
disse che Biagio Esposito precisò che Antonio Di Lauro aveva minacciato
di morte suo figlio nonché la moglie e che aveva dato loro anche
un calcio. Mio zio chiese perché il litigio di Antonio Di Lauro aveva
portato come conseguenza l’omicidio di Vittorio Iodice, ricevendo come
risposta che era sufficiente per gli “scissionisti” ammazzare una persona
vicina ad Antonio Di lauro ed, in tale ottica, venne individuato Vittorio
Iodice in quanto i fratelli di questi a nome Antonio e Giuseppe erano
amici di Antonio Di Lauro e Vincenzo D’Avanzo”.
Dunque massacrato non perche' un camorrista ma solo per dare soddisfazione a Biagio Esposito ammazzando uno qualsiasi,e proprio in questa ottica che viene da inquadrare l'omicidio di suo zio Ciro Reprato ammazzato una settimana dopo suo nipote nel rione kennedy zona sotto l'influenza di Giovanni Cesarano ras ribellatosi anche lui alla cosca madre dei licciari..
Omicidio di Luigi Giannini (cutaletta)
Il 2007 e' stato un anno che ha fatto piombare gli abitanti di secondigliano nel terrore,il riaccendersi della faida era concreto,la tensione palpabile,era l'anno in cui Salvatore Petriccione (o'marenar)dalla zona di via venella grassi aveva sfidato l'impero e l'ira dei di lauro sfidandoli apertamente passando daidi lauro agli scissionisti.In questa decisione molti giovani lo affiancarono,tra cui Luigi Magnetti(o' mocill)Luigi Giannino (cutalett)Luca Raiano e altri.E proprio questi ragazzi si batterono in prima linea massacrando una decina di uomini rimasti fedeli ai di lauro,falciarono Giuseppe Pica e Francesco Cardillo,Lucio De Lucia,Salvatore Ferrara,Antonio Siviero e altri.I di Lauro anche per la pressione delle forze dell'ordine erano in forte difficolta',mai come allora il loro feudo il terzo mondo rischiarono di perderlo concretamente.Ma Marco Di Lauro astuto e freddo stratega fece passare il tempo necessario per alleviare la pressione delle forze dell'ordine e dei nemici per sferrare un attacco che decimo' in gran parte i killer bambini della venella grassi.Come mori' il killer Luigi Giannino c'e' lo racconta Carlo capasso.
Nel periodo di giugno 2007 Magnetti e Giannino si trovarono
in via Largo Macello a parlare con Salvatore Barbato; arrivarono Mario
Buono, Gennaro Puzella a bordo di un’auto condotta da Antonello
Faiello; a bordo di altra macchina vi erano Maisto Ciro, conducente, e Raffaele
Musolino. Erano armati di mitragliette e pistole a tamburo. Riuscirono
ad ammazzare Luigi Giannino e il Magnetti riuscì a scappare. A
sparare furono Raffaele Musolino, Mario Buono e Gennaro Puzella. Io, in
quel periodo ed a seguito dell’omicidio di Patrizio De Vitale, commesso
da me e da Mario Buono, mi ero allontanato da Napoli e mi trovavo a Firenze.
Le circostanze ora riferite le ho apprese da Talotti Nunzio, da Mario
Buono, da Raffaele Musolino e da Antonello Faiello».L'obiettivo principale era ammazzare entrambi ma Luigi Magnetti fu lesto e se la dette a gambe,trovera' la more molti mesi dopo riuscendo ad ammazzare Salvatore Ferrara piccolo spacciatore 20ntenne dei di lauro all'interno di un bar del rione berlingieri...Come andarono le cose le racconta sempre Carlo Capasso.
Commise un omicidio di pomeriggio e poche ore
dopo, il 25 settembre 2007, fu ammazzato dal suo
stesso clan perché aveva “sgarrato”. Un destino
che più tragico non poteva essere quello di Luigi
Magnetti, un ex “dilauriano” passato con gli “scissionisti”.
A raccontare la sua verità, ancora una volta, è stato
il collaboratore di giustizia Carlo Capasso. «Magnetti
venne ucciso dopo che questi, unitamente
e tale “’o russo ‘ gemello” della “Vanella grassi”
aveva commesso un omicidio all’interno di un
bar del rione Berlingieri (nella foto i rilievi di quell’omicidio);
durante questo omicidio fu ferito il figlio
di Sergio De Lucia. I fatti li abbiamo appresi dai ragazzi del Berlingieri
nonché da Gino De Lucia, anche perché i killer avevano il volto scoperto
ed erano stati riconosciuti. Dopo la consumazione dell’omicidio da parte
del Magnetti arrivò nuovamente “Quagliarella” (soprannome
di un affiliato al clan Di Lauro) dicendo
che Lello Amato aveva deciso che con Magnetti
se la sarebbe vista lui perché questi aveva commesso
l’omicidio autonomamente ovvero senza il
consenso degli “scissionisti”. La stessa notte in
cui aveva commesso l’omicidio Magnetti venne
ucciso dagli “scissionisti” ad Arzano».
Il 25 settembre 2007, dunque, a Secondigliano fu
ammazzato Salvatore Ferrara, 22enne del clan Di
Lauro e restò ferito gravemente Ugo De Lucia,
19enne cugino omonimo di “Ugariello”, mentre il
gestore incensurato del bar, un 27enne estraneo
alla malavita, fu preso di striscio da un proiettile. La sera ad Arzano fu
trovato il corpo senza vita di Luigi Magnetti, 20 anni, ex Di Lauro passato
con gli “scissionisti”.


I collaboratori di giustizia decapitano i clan di secondigliano....

Sconvolgenti,ma utili ad assicurare alla giustizia killer e mandanti dei tanti morti avvenuti nel territorio di secondigliano durante la faida di scampia.Era in atto il tremendo scontro tra i di lauro e gli scissionisti,i morti erano all'ordine del giorno su entrambi i fronti,uomini e ragazzi uccisi,massacrati come cani,e altri uomini e altri ragazzi addestrati come belve per commettere agguati e omicidi spietati.Di anni ne sono passati appena 5,molti killer e mandanti finirono sotto i riflettori della magistratura durante la faida,molti furono condannati al carcere a vita,altri ebbero pene molto severe,ma i nuovi collaboratori di giustizia stanno snocciolando nei minimi dettagli omicidi,agguati,vendette,svelando nomi di mandanti,killer e il perche' di ogni singolo omicidio.E allora rileggendo gli atti verbalizzati da Carlo Capasso,Biagio Esposito,Giovanni Piana,Carmine Cerrato e altri collaboratori di giustizia viene la pelle d'oca,assassini che si sono battuti in prima linea durante la faida,omicidi che niente avevano a che vedere con la guerra di camorra,ma commessi lo stessi per fare numero.Il clan degli scissionisti ottimisticamente si puo' quasi considerare distrutto,decapitato sia nel vertice che nella manovalanza,con appena solo 4 collaboratori di giustizia che ne hanno svelati i misteri,i traffici e gli omicidi,tra i collaboratori di giustizia piu' attendibili che gia' anno permesso di condannare all'ergastolo i vertici della scissione c'e' sicuramente Maurizio Prestieri e i suoi nipoti.Con le loro dichiarazioni si sono aperti processi che sicuramente si concluderanno con la condanna del carcere a vita per i vertici della scissione,tra cui vanno annoverati i nomi di (Gennaro Marino,Arcangelo Abete,Raffaele Amato,Elio Amato,Cesare Pagano,Vincenzo Pagano,Angelo Pagano,Guido Abbinante,Raffaele Abbinante,Vincenzo Notturno,Gennaro Notturno e tanti altri.C'e' poi da prendere in considerazione il fatto che tra i tanti accusatori del clan degli scissionisti mancano ancora le dichiarazioni di Biagio Esposito il ras scissionista che ha deciso anche lui di cambiare vita,si stanno facendo i riscontri necessari e sicuramente con le sue dichiarazioni decapitera' di sicuro il clan degli scissionisti.Per il clan di lauro invece a complicare la situazione si e' messo Carlo Capasso che da uomo libero si presento' l'anno scorso agli uffici della procura della repubblica denunciandosi almeno di una dozzina di omicidi commessi per il caln di lauro,e le sue dichiarazioni hanno permesso il bliz del 23 dicembre che ha portato alla cattura del figlio del padrino di lauro Antonio piu' otto fiancheggiatori accusati a vario titolo di associazione mafiosa traffico internazionale di stupefacenti e di almeno due tentati omicidi e quattro omicidi.Si sta per mettere finalmente la parola fine sui vecchi clan di secondgliano sperando che non ne escano altri,ancora piu' organizzati e sanguinosi.....

mercoledì 22 dicembre 2010

Arrestato Antonio Di Lauro

Altro che declino. I Di Lauro,
dopo la sconfitta nella guerra con
gli Amato-Pagano, si erano riorganizzati
talmente bene da guadagnare
circa 800mila euro al mese
grazie alla droga. Rintanato nel cosiddetto
“Terzo mondo” nel Rione
dei fiori di Secondigliano, negli ultimi
anni il clan ha tratto secondo
gli inquirenti il massimo beneficio
possibile dalla nuova divisione dei
territori e ha creato un nuovo direttorio
sul campo: Marco Di Lauro era
il capo, il fratello Antonio vicario,
Nunzio Talotti detto “Bac” luogotenente
e sei affiliati con diverse mansioni.
Ma da ieri, tranne il primo, tutti
gli altri si trovano dietro le sbarre
con a carico gravi accuse: associazione
camorristica e associazione
per delinquere finalizzata al traffico
di sostanza stupefacente.
Coordinati dal pm della procura antimafia
Luigi Alberto Cannavale, i
carabinieri del Nucleo Investigativo
e del Ros di Napoli hanno sottoposto
a fermo otto personaggi di
spicco Di Lauro, responsabili a vario
titolo in particolare della gestionemiracoli a Milano e in via Praga Magica.
Venivano venduti cocaina, kobrett,
hashish e marijuana per la
gioia dei consumatori più disparati,
che confluivano da tutte le regione
d’Italia. Ma nel corso dell’inchiesta,
alla quale hanno dato una
mano cinque collaboratori di giustizia,
investigatori e inquirenti hanno
ascoltato anche racconti di alcuni
delitti finora impuniti. E se è
presto ipotizzare responsabilità, in
attesa dei riscontri necessari alle dichiarazioni
del collaboratori di giustizia,
ha destato comunque molto
interesse ciò che ha detto Carlo Capasso
in uno dei numerosi interrogatori
cui è stato sottoposto: «Risulta
a me che Marco Di Lauro ha
deciso gli omicidi di Nunzio Cangiano,
Eugenio Nardi, Patrizio De
Vitale e Luigi Giannino». Naturalmente
va sottolineato che gli indagati
per camorra e droga sono da ritenere
innocenti fino all’eventuale
condanna definitiva e le persone tirate
in ballo nei verbali devono essere
considerate estranee ai fatti
narrati fino a prova contraria.
L’indagine dei militari dell’Arma
(con il maggiore Lorenzo D’Aloia) si
è sviluppata attraverso i classici

strumenti investigativi:
intercettazioni telefoniche
e ambientali,
appostamenti e
blitz per sequestrare
la droga. Ma anche il
contributo dei pentiti
è stato fondamentale,
ben cinque: Biagio
Esposito, Carlo Capasso,
Antonio Capasso,
Giuseppe Capasso
e Salvatore
Esposito. Conoscevano
bene gli indagati e
hanno descritto con
precisione i loro profili.
Ne è venuto fuori
un quadro indiziario
sufficiente per la Dda
per l’emissione di un
provvedimento di fermo,
eseguito all’alta
di ieri dai carabinieri.
L’attività investigativa è stata agevolata
da un clamoroso sequestro:
un libro-mastro nella disponibilità
di Angelo Zimbetti, la cui lettura è
servita per quantificare il volume
d’affari mensile in 800mila euro. Una
somma enorme che fa capire quanto
duri siano i colpi inferti con le maxi-
operazioni antidroga. Degli otto
destinatari della misura cautelare
(Antonio Di Lauro, Vincenzo
D’Avanzo, Antonello Faiello, Antonio
Lucarelli, Massimo Rossi, Nunzio
Talotti, Daniele Tarantino e Gennaro
Vizzaccaro) nessuno è sfuggito
alle manette. Marco Di Lauro invece,
non era tra i destinatari..Articolo copiato da il roma scritto da Luisan..

di due piazze di droga: in via I

Tarantino ferito tre anni fa Ma l’agguato resta un mistero

Nell’interrogatorio del 5 febbraio scorso Carlo Capasso
esordì parlando dell’agguato a Daniele Tarantino e di altri affiliati al
clan Di Lauro coinvolti nell’inchiesta della Dda culminata negli 8
fermi di ieri. Ecco la ricostruzione del ferimento, avvenuto durante
le festività natalizie del 2007.
«Voglio ora riferire del ferimento di Daniele Tarantino avvenuto
nel dicembre 2007; all’epoca noi affiliati al clan Di Lauro ci
incontravamo dietro al bar di Pierino e ricordo che arrivò Daniele
Tarantino con la sua Smart ed era ferito ad un braccio. Ricordo
che Gennaro Puzella accompagnò
subito il Tarantino all’ospedale.
Quando il Tarantino fece ritorno
dall’ospedale io, Talotti Nunzio,
Raffaele Musolino, Faiello Antonello,
Maisto Ciro e non ricordo se vi erano
altre persone, ci recammo
sull’abitazione di Gennaro Vizzaccaro.
Tarantino ci spiegò che lui, mentre si
trovava in auto e percorreva via del
Cassano vide una “Honda SH” con a
bordo Nardi Eugenio detto “Gegè” unitamente ad Apice
Costanzo, che lui conosceva bene essendo in precedenza stato
affiliato al clan Licciardi. Mi disse che l’Apice, che guidava il
motociclo, bussando gli faceva segno di fermarsi ma lui, capendo
le intenzioni, provò a scappare. Aggiunse che arrivò un primo
colpo di pistola e che lui venne ferito
al gomito che aveva messo a
protezione del viso. Precisò che lui
provò a scappare e che gli attentatori
continuarono a sparare da lontano
senza colpirlo, ma attingendo solo
l’autovettura. Il Talotti, apprese dette
notizie, ci disse che lui avrebbe
mandato “l’imbasciata” a Marco Di
Lauro».
Il movente dell’agguato a Daniele
Tarantino non è mai stato chiarito con precisione, essendo ormai
finita nel 2007 la faida di Secondigliano e Scampia. Gli stessi affiliati
al clan Di Lauro non se lo spiegavano, tant’è vero che nessuno fece
riferimento a questo nel corso della riunione preparatoria alla
vendetta, poi scattata con l’omicidio di Eugenio Nardi.
Articolo copiato da il roma scritto da luisan..

«Nardi fu ammazzato dai Di Lauro»

Eugenio Nardi detto “Gegè”
fu ammazzato per vendetta da
uomini del clan Di Lauro e non per
la guerra di camorra tra i Licciardi
e i Sacco-Bocchetti. Parola di Carlo
Capasso, collaboratore di giustizia
dall’anno scorso ed ex “guaglione”
dei “dilauriani” di Secondigliano.
Il 42enne ucciso aveva partecipato,
secondo i rivali, al tentato
omicidio di Daniele Tarantino
(nella foto in basso a sinistra) e il 5
gennaio 2008 i sicari lo trucidarono
in via De Pinedo. La vittima guidava
una Smart, bloccata dal commando
all’incrocio con via Nuovo
Tempio.
Del ferimento di Tarantino (uno degli
arrestati di ieri) scriviamo nell’altro
articolo in pagina. Su di esso
e sull’omicidio di Eugenio Nardi
ha parlato Carlo Capasso, 23enne
che era entrato nel clan Di Lauro da
minorenne e aveva partecipato anche
ad alcune azioni di fuoco nel
corso della tremenda faida con gli
“scissionisti”. Ecco alcuni passaggi
delle sue dichiarazioni del 5 febbraio
scorso, con la consueta premessa
che le persone tirate in ballo
devono essere ritenute estranee
ai fatti narrati fino
a prova contraria.
«Dopo circa 10
giorni scese
Marco Di Lauro,
già latitante, e
venne sulla casa del Vizzaccaro
(nella foto in basso a destra) e il Di
Lauro si informò dal Tarantino della
vicenda e questi rispose descrivendo
la stessa dinamica che aveva
già raccontato a noi. Marco Di
lauro mi chiese se io conoscevo il
Nardi atteso che questi era affiliato
ai Licciardi e frequentava spesso
via Duca degli Abruzzi, dove io abitavo.
Io risposi affermativamente e
che conoscevo anche l’abitazione
del Nardi. Marco Di Lauro mi chiese
anche se ne conoscevo le abitudini
e intervenne nel discorso Tarantino
Daniele, precisando che
Nardi frequentava la zona Foria di
Napoli. Ci disse ancora che Nardi
transitava per la calata Capodichino
e che da là raggiungeva direttamente
San Pietro a Patierno. Antonello
Faiello riferì il tutto a Talotti,
che era il tramite per Marco Di Lauro,
e Talotti fece organizzare me,
Raffaele Musolino e Faiello Antonello
per commettere l’omicidio».
«Io e Raffaele Musolino salimmo a
bordo del “Tmax”, condotto da quest’ultimo,
mentre Vizzaccaro Gennaro
ci seguiva a bordo di una Ford
Fiesta bianca, intestata ad un nostro
prestanome, macchina già predisposta
per tamponare Nardi nel
caso in cui questi avesse viaggiato
a bordo del motociclo. Ci appostammo
nei pressi di una rotonda
nei pressi dello stradone che conduce
a San Pietro a Patierno e ricordo
che, in attesa di Nardi, facemmo
parecchi giri. Ricordo che
durante uno di questi giri perdemmo
anche lo specchietto del Tmax.
Dopo diversi giri vedemmo Nardi
sopraggiungere e Vizzaccaro con la
Ford Fiesta si mise davanti per farlo
rallentare; io, sulla moto condotta
da Musolino, lo affiancai dal suo
lato ed iniziai a sparare con la “Desert”
e, se ben ricordo, iniziai a sparare
anche prima di affiancarlo. Vidi
Nardi cadere sul sediolino laterale
ed, io, presi l’altra pistola, e gli
sparai un altro colpo dietro alla testa.
Dopo di ciò scappammo nel
“Terzo mondo” ed io e Musolino ci
rifugiammo sull’abitazione di Pasquale
al quale consegnammo le pistole;
parcheggiammo il Tmax sotto
il palazzo di questi e tornammo a
casa. Dopo qualche ora ci vedemmo
dietro al bar di Pierino, presente
anche Nunzio Talotti al quale
spiegammo che tutto era a posto...».
Articolo copiato da il roma scritto da Luigi Sannino.

sabato 18 dicembre 2010

Delitto di Gelsomina Verde, assolto Cosimo Di Lauro

Una camera di consiglio durata tre ore. Una sentenza clamorosamente ribaltata
e un omicidio senza alcun colpevole. Cosimo Di Lauro, rampollo della
cosca di Secondigliano è stato clamorosamente assolto dall’omicidio di Gelsomina
Verde, la giovane donna uccisa e bruciata durante la faida con gli
scissionisti. Contro di lui c’erano i racconti dei collaboratori di giustizia che
indicavano in Cosimino il mandante dell’agguato per il quale sono stati già
condannati Ugo De Lucia e Pietro Esposito “’o kojac”, primo pentito della
cosca di Di Lauro. Contro di lui altre decine di ricostruzioni, acnhe investigative,
ma nonostante questo gli avvocati Vittorio Giaquinto e Saverio Senese
sono riusciti ad ottenere il clamoroso risultato. Toccherà probabilmente
aggiornare tutti i libri di camorra che sull’omicidio della giovane e innocente
vittima di camorra, hanno raccontato, parlando anche e soprattutto del ruolo
di Cosimo Di Lauro nell’organizzazione del delitto. Tutti i pentiti dei Misso,
dei Torino, degli scissionisto e dei Di Lauro avevano indicato in Cosimo
il mandante ma così non è. Almeno così ha deciso la Corte d’Assise d’Appello
di Napoli accogliendo in toto la tesi della difesa. Ovvio che la Direzione
distrettuale antimafia preparerà il ricorso per Cassazione in quanto convinta
delle proprie tesi. Cosimo Di Lauro non lascerà ovviamente il carcere.
Al momento è detenuto al regime del carcere duro, è schiacciato dalle accuse
di associazione camorristica per la quale è stato condannato il primo
grado e adesso anche per l’omicidio di un’altra vittima innocente, Attilio
Romanò, anch’egli ammazzato per sbaglio. Per quel delitto, nei mesi scorsi
è arrivata una ordinanza, sempre con il ruolo di mandante.
Gelsomina Verde fu ammazzata, nella ricostruzione degli investigatori e degli
inquirenti della procura antimafia, perché gli assassini ritenevano che
parlasse troppo e forniva informazione agli scissionisti. Era il periodo maggiormente
cruento della terribile guerra di camorra tra il clan Di Lauro e i
fuoriusciti capeggiati da Raffaele Amato. A parlare del delitto, che sconvolse
l'opinione pubblica, fu per primo Pietro Esposito. Ma l'avvocato Giacquinto
ieri mattina ha ribadito che il collaboratore di giustizia, pur parlando
di “vertici del clan Di Lauro", non ha mai fatto nel dettaglio il nome di
Cosimo Di Lauro. Un altro elemento dell'accusa era rappresentato da una
dichiarazione di Antonio Prestieri, che testualmente a verbale dichiarò: «De
Lucia ha fatto le cose a modo suo». Indicazioni che sarebbero poi state confermate,
sempre secondo la Procura, dal cugino Antonio Pica, anch'egli passato
a collaborare con lo Stato.
Articolo di Fabio Postiglione copiato dal giornale il roma..

Omicidio Frattini, ergastolo a sei capoclan

Quasi trent’anni. Trent'anni per un
omicidio, per stabilire - per legge - chi
furono i mandanti e gli esecutori materiali
di una terribile vendetta. Quando
venne ammazzato, Giacomo Frattini
detto "Bambulella" aveva appena
compiuto 23 anni. Un giovane. Un giovane
che però aveva attirato sulla sua
testa tutto l'odio possibile, un giovane
che secondo la Fratellanza napoletana
- siamo nel pieno della guerra
tra la Nuova Famiglia e i cutoliani -
addirittura era stato tra i promotori
della strage del carcere di Poggioreale,
il 23 dicembre del 1980: approfittando
del caos venutosi a creare a
causa del terremoto, un gruppo di cutoliani
fece irruzione nel reparto degli
adepti del "professore" di Ottaviano, uccidendo varie persone. Un affronto. Un
"passo falso" che i nemici vollero ripagare con una punizione esemplare.
C'era chi avrebbe voluto crocifiggerlo davanti al Castello di Cutolo, chi invece
avrebbe voluto vederlo senza testa. Si decise per la decapitazione, sfruttando
l'affiliazione, nel clan, di un macellaio. Frattini venne torturato, poi gli
fu strappato il cuore. Al cadavere vennero mozzate la testa e le mani, e i pezzi
del corpo furono poi infilati nella sua auto, una Fiat 500 (nella foto in basso
a destra), insieme al cadavere ricoperto da lenzuola. La Fratellanza, guidata
all'epoca da Luigi "Lovegino" Giuliano, aveva ucciso e lanciato un messaggio.
Oggi per quel “messaggio” la Corte d’Assise ha condannato all'ergastolo
sei boss della malavita partenopea
e della provincia di Napoli. Nove
furono gli indagati, tra di loro anche
i pentiti che hanno permesso di
fare luce sul delitto datato 21 gennaio
1982 - si tratta di Luigi Giuliano "'o
rre" e di Pasquale Gatto - insieme a
Raffaele Abbinante, a Renato Cinquegranella,
a Paolo Di Lauro, a Mario
e Salvatore Lo Russo, a Rosario Pariante
e Luigi Vollaro il Califfo di Portici.
Proprio per Vollaro e per Salvatore
Lo Russo il pubblico ministero aveva
chiesto l'assoluzione. E invece le
condanne sono state pesantissime:
ergastolo per tutti, ergastolo per Paolo
Di Lauro, per Rosario Pariante, per
Raffaele Abbinante, per Luigi Vollaro
e per Salvatore Lo Russo. I due collaboratori
di giustizia, Giuliano e Gatto,
sono invece stati rispettivamente condannati a 16 e a 14 anni. Unica sorpresa,
l'assoluzione di Mario Lo Russo, difeso dall'avvocato Claudio D'Avino,
che è riuscito a dimostrare anche le minime contraddizioni del racconto dei
quasi 20 collaboratori di giustizia che hanno fatto luce sulla vicenda. La Procura
di Napoli aveva riaperto il caso a 27 anni dall’omicidio, ricostruendo il
movente. Le indagini, a suo tempo archiviate, erano state riaperte dopo che
Luigi Giuliano decise, nel 2002, di collaborare con la giustizia. Ricostruendo
la guerra di camorra tra la Nco e la Fratellanza delle famiglie cresciute nel
dopoguerra all'ombra dei siciliani, “Lovegino” ha permesso i fare chiarezza
e di archiviare, salvo “cambiamenti” in Appello, l’omicidio di “Bambulella”.
Articolo copiato dal giornale il  roma di Nadia Labriola..

martedì 23 novembre 2010

Delitto di Gelsomina Verde, nuova udienza per Cosimo Di Lauro

Oggi una nuova udiena per il processo dove è imputato
Cosimo Di Lauro (nella foto), considerato il mandante dell’omicidio
di Gelsomina Verde la povera ragazza ammazzata
nel corso della faida di Secondigliano. Attualmente il
pregidicato è detenuto al regime del carcere duro e condannato
in primo grado all'ergastolo per quel delitto e inoltre
ha incassato 30 anni per il reato di associazione camorristica
come capo e promotore della cosca che porta il
suo cognome e che fu di suo padre Paolo detto “Ciruzzo ‘o
milionario”. Cosimo è l’unico imputato e sarà giudicato dinanzi
alla prima Corte d’Assise d’Appello di Napoli, presidente Romerez. In
primo grado ad incastrare alle sue responsabilità Cosimo Di Lauro sono stati
i pentiti. Fu lo stesso giudice di primo grado Isabella Iaselli, estensore della
sentenza della quarta Corte d'Assise di Napoli, che condannava
Cosimo Di Lauro all'ergastolo, ad ammetterlo. «Le
sole intercettazioni ambientali e telefoniche non sarebbero
bastate». Pentiti che hanno aiutato le indagini ed hanno
fatto la differenza. «Maurizio Prestieri va ritenuto credibile
e intrinsecamente attendibile - scrive il giudice - perché
egli ha deciso di collaborare quando ha compreso che
per lui non vi sarebbe stata nessuna prospettiva futura nè
nell'ambito del clan Di Lauro, ormai allo sbando, né nell'ambito
degli scissionisti, che non gli avrebbero mai perdonato
di essere stato fedelissimo dei Di Lauro. Risulta logico che un soggetto,
molto attento e cauto nelle scelte da prendere, abbia compreso che, anche
al fine di salvare la sua famiglia da vendette successive».

Omicidio Pandolfi, sentenza tra 7 giorni

Lunedì prossimo si conosceranno le sorti di Giuseppe Mallardo e Luigi
Guida che in primo grado erano stati condannati all’ergastolo e che
adesso potrebbero essere assolti con formula piena. Questo perché il
procuratore generale nella scorsa udienza ha chiesto l’assoluzione per
entrambi ritenendo credibile la ricostruzione fornita da Guida che nel
frattempo si è pentito. «Ho ucciso più di venti persone ma non Pandoli
padre e figlio». È il processo per il duplice omicidio di Gennaro e Nunzio
Pandoli, padre e figlio ammazzati in una spedizione punitiva del clan
Contini durante la faida con i Giuliano.
A giudicarli in primo grado fu la quinta Corte d'Assise di Napoli che
accolse la ricostruzione del pubblico ministero della Dda. I due pregiudicati,
entrambi detenuti da tempo al regime del carcere duro, ordinarono
la morte di Gennaro Pandolfi e fu erroneamente ucciso anche
il figlio Nunzio, due anni, in braccio al padre al momento del raid.
In galera, condannati in via definitiva, da anni ci sono già gli esecutori
materiali. Si tratta di Eduardo Morra, affiliato al clan Contini del Vasto-
Arenaccia, e Mario Rapone, fedelissimo dei Guida del rione Sanità.
Il raid maturò nell'ambito dello scontro tra i Giuliano di Forcella e
i Licciardi di Secondigliano, spalleggiati dai Contini e dai Mallardo di
Giugliano. Grazie alle indagini portate a termine dalla Procura e dai
carabinieri del nucleo operativo del comando provinciale di Napoli,
diretti dall'allora maggiore Francesco Rizzo, scattò l'ordinanza di custodia
cautelare, emessa dal gip Francesco Todisco, per i due boss,
ritenuti esponenti di primissimo piano dell'allora Alleanza di Secondigliano,
che erano comunque già dietro le sbarre per altri fatti di camorra.

Forcella trema, riparte il maxiprocesso

Il procuratore generale Riccardi al termine della sua requisitoria in Corte
d’Appello ha annunciato che depositerà una memoria scritta nella
quale ha annunciato che chiederà la conferma dei mille anni di carcere
inflitti in primo grado ai componenti del cosidetta “sistema Forcella”,
scoperto con la maxi-inchiesta denominata “Piazza pulita”. Inoltre ha
chiesto la condanna per chi era stato assolto in primo grado e un aumento
di pena per i ras per i quali alcuni capi di imputazione erano stati
esclusi dal gup che aveva letto la sentenze di primo grado in un’aula
blindata del carcere di Poggioreale. Per questo c’è fermento perché la sentenza
d’appello rappresenta un momento importante sia per la Dda che
che gli imputati ad un passo dal “paradiso” della libertà o dall’“inferno”
del carcere. Tra le condanne inflitte si sicuro spiccano quelle dei 16 anni
a Marianna Giuliano, 28 anni a Michele Mazzarella, 18 anni a Francesco
Anaclerio, 15 anni a Giuseppe Buonerba, 12 a Salvatore, 16 a Salvatore
Aprea. La sentenza di primo grado fu pronunciata dal gup Carlo
Modestino dopo quasi dieci ore di camera di consiglio. La requisitoria
del pm Alfonso D’Avino durò invece oltre tre ore. Tempo necessario per
spiegare al giudice per le udienze preliminari di Napoli il quadro accusatorio
che ha sostenuto l’emissione di una mega-ordinanza di custodia
cautelare che ha portato in carcere oltre 200 persone facendo piazza pulita
di ciò che restava degli ultimissimi avamposti del clan Giuliano a
Forcella e spazzato via i ras dei Mazzarella. La camera di consiglio è durata
molte ore. Il pm aveva chiesto 1.500 anni di reclusione per 114 imputati
che avevano scelto il rito abbreviato. Secondo l'accusa è la droga,
il controllo delle sostanze stupefacenti, a piegare sotto il peso della
criminalità la città. Per questo arrestare in un solo colpo 126 tra boss,
gregari e spacciatori, equivale a fare “piazza pulita” di ciò che resta della
criminalità nel centro della città. Duecentodue ordinanze di custodia
cautelare emesse nei confronti di chi, secondo la procura Antimafia e il
pm Alfonso D'Avino, che ha condotto le indagini per tre lunghi anni,
rappresenta la nuova camorra. Un passaggio di consegne obbligato dal
clan Giuliano, dopo il pentimento di tutti gli esponenti di primo piano,
al clan Mazzarella. Che fosse il processo dei grandi numeri questo lo si
sapeva già da quando scattò il blitz. Secondo l’accusa è la droga, il controllo
delle sostanze stupefacenti, dei traffici illeciti di cocaina e di eroina
a scatenare le guerre di camorra, a creare insicurezza, a piegare sotto
il peso della criminalità la città. I morti della camorra hanno un unico
collegamento e un unico comun denominatore: il controllo dei traffici illeciti
di droga. Per questo arrestare in un solo colpo 126 tra boss, gregari,
spacciatori, e fiancheggiatori equivale a fare “piazza pulita” di ciò
che resta della criminalità nel centro della città, nel “cuore” nevralgico,
nella zona che nei sogni dell’Amministrazione comunale dovrebbe essere
l'attrattiva principale per turisti.

lunedì 22 novembre 2010

Apocalisse carceri,piu' risorse per il personale piu' dignita' per i reclusi

Questo post lo dedico con piacere al nostro bel paese e alla massa di politici e politicizzati che ogni qualvolte in america o cina o iran viene giustiziato un detenuo si grida allo scandalo,si organizzano manifestazioni cortei e si lanciano reclami nel rispettare la vita umana.Che sfacciatagine vergognosa quando nel nostro paese si uccide un detenuto ogni cinque giorni,si avete capito bene,un detenuto si suicidia ogni cinque giorni nelle nostre carceri,pur di lasciarsi alle spalle quell'inferno che sono chiamati istituti di pena,forse mattatoi di pena.La denuncia arriva da tutte quelle organizzazioni private o anche parastatali che da tempo si battono per i diritti dei detenuti,per i diritti della salute e per spianare la strada verso un iserimento sociale delle migliaia di detenuti che si ammassano ogni giorno come bestie nelle nostre galere.La repressione contro una criminalita' sempre in crescita ci vuole,ma la pena deve essere educativa,non si puo' credere che un'uomo privato della liberta' e per qualsiasi reato si e' macchiato venga trattato come una bestia.Dico con piacere a chi di dovere di fermare questo inutile massacro,anche se assassini,rapinatori,mafiosi camorristi e quant'altro,rispettate la dignita',la costituzione,non aspettate che si attorcigliano una corda alla gola.Si parla sempre nel nostro paese di diritti civili,di battaglie contro tutti i soprusi,ma le carceri come dobbiamo considerarle come un mondo a parte?
Cito questo articolo pubblicato oggi dal giornale il roma,e ci fa capire bene quale sia oggi la situazione negli istituti di pena.
Un detenuto ucciso da un infarto all’Opg di Secondigliano, è giallo. Venerdì
sera i primi problemi respiratori, pressione alta e altri sintomi sospetti.
Ieri, in mattinata, il decesso. Un recluso di 60 anni è stato stroncato da un
infarto nell’ospedale psichiatrico di via Scampia. Una morte naturale sulla
quale comunque si sta indagando per vederci chiaro.
È intervenuta polizia mortuaria che ha prelevato la salma ed è giunto sul posto
il magistrato di turno. Lunedì scorso c’era stato il controllo dell’Asl all'interno
della struttura per monitorare lo stato di salute dell'ospedale psichiatrico
giudiziario partenopeo. Gli addetti dell’Asl hanno ispezionato prima
le cucine, poi le stanze all’interno dei padiglioni. Nelle quattro sezioni
dell’Opg lavorano ogni giorno dalle 8 alle 14 e dalle
12 alle 18 dieci operatori socio-assistenziali, dieci
infermieri e 20 agenti di polizia penitenziaria con
oltre 130 pazienti. Non sono mancati, infine, nelle
scorse settimane casi di aggressioni e tentati suicidi.
Venerdì l'ultima aggressione a danno di tre
agenti finiti poi al Cardarelli. Uno con una prognosi
di 21 giorni per la frattura della mano, un altro
aveva una contusione alla mano sinistra e il terzo una scottatura da sigaro
sulla tempia.
A denunciare il degrado, la mancanza di igiene, di cure e di tutele di quanti
lavorano e vivono all’interno delle celle sono gli stessi operatori: gli agenti
di polizia penitenziaria, il personale Osa e gli infermieri. I detenuti/pazienti
si feriscono, si tagliano di continuo e il personale di polizia penitenziaria,
più di una volta, è intervenuto per salvare la vita di un recluso che
tentava il suicidio.
Una decina di giorni fa, infatti, alle 23 circa, uno dei ricoverati ha cercato
di impiccarsi con un lenzuolo alla porta della cella, gli agenti di turno sono
riusciti a salvarlo per miracolo, l’hanno fatto calmare e rimandato a dormire.
Gli operatori, quotidianamente, puliscono le stanze, ma il degrado è continuo.
A protestare sono le tre categorie di operatori che si sono rivolti ai sindacati
e hanno chiesto, più volte, incontri con la direzione minacciando
scioperi ed azioni di protesta. Con il passare dei mesi gli atti di autolesionismo,
le aggressioni e le liti anziché diminuire aumentano. I pazienti sono
sempre più ingestibili e solo grazie a qualche intervento in extremis si
riescono ad evitare suicidi o ferite gravi. Eppure le spese sono tante. Per il
mantenimento di un internato nell’ospedale psichiatrico
di Napoli si spende in spesa sanitaria,
il doppio di quanto si spende nel carcere di Secondigliano
e quasi il triplo della spesa di Poggioreale.
In passato, infine, già le ispezioni dell’Asl
Napoli 1 hanno accertato situazioni di degrado
tali da suggerire la chiusura della struttura.
Un inferno. Quello degli ultimi tra gli ultimi. La
pena dei 1.500 internati negli ospedali psichiatrici giudiziari italiani viene
chiamata anche ”ergastolo bianco”. Sei le strutture in tutta Italia, ma solo
una si salva da descrizioni e immagini che superano ''la civiltà di un paese''.
E di questi 1.500 pazienti, circa il 40% sono persone dimissibili, che potrebbero
dunque lasciare le strutture. A fotografare con precisione la realtà
tragica è il racconto dei senatori della Commissione parlamentare di inchiesta
sull'efficacia e l'efficienza del Servizio Sanitario Nazionale.
Continua la serie di suicidi negli Istituti di Pena in
Italia. Un suicidio ogni 5 giorni. Mentre aumentano
i decessi e le malattie. L’inerzia della politica, che
crede di risolvere questa strage di Stato con il decreto
appena varato, ritenuto “svuota-carceri”. Sono
questi i punti essenziali della nuova forte denuncia
dell’associazione “il carcere possibile” che da Napoli
conduce una battaglia per la dignità dei detenuti
e per il diritto che ognuno ha ad una detenzione
nella legalità. I dati sui suicidi sono però allarmanti:
60 dall’inizio dell’anno. «C’è una parte del Paese
che muore o soffre ingiustamente. Questa parte
è sottoposta alla privazione della libertà in attesa di
essere giudicata o è stata condannata perchè ha
sbagliato. In entrambe i casi questi individui sono persone offese di
comportamenti che costituiscono reati, ma che nessuno punisce. Il
disastro carcerario è ormai una realtà da tutti denunciata. Possiamo
dire che non vi è persona che lo nega, ad eccezione di coloro che ignorando
i principi costituzionali, le norme vigenti e lo stesso senso di civiltà
di una nazione, affermano che sono altri i problemi da affrontare
e che lo Stato non può occuparsi dei delinquenti. Inutile il dialogo con
costoro a cui manca non solo la cultura giuridica, ma anche la capacità
di comprendere che nella vita sociale ogni segmento è importante,
perchè contribuisce a migliorarne la qualità - scive il responsabile
dell’associazione l’avvocato Riccardo Polidoro -. Dal presidente
della Repubblica, al presidente della Camera, ai Ministri, tutti hanno,
nei loro discorsi, fatto un esplicito riferimento allo stato di emergenza
delle carceri italiane, all'ingiustificato spaventoso stato di prostrazione
in cui vivono i detenuti, quelli condannati e quelli (circa il
50%) che sono ancora in attesa di giudizio. Da tempo ormai questo
istituzionale coro unanime ha ufficializzato la permanente violazione
di diritti negli istituti di pena, ma nulla di concreto è stato fatto per
uscire dall'illegalità, mentre all'orizzonte non s’intravedono soluzioni.
In Italia, a chi è sottoposto a misura detentiva cautelare o alla pena
definitiva, vengono inflitte sanzioni accessorie non indicate dalla legge
e negati diritti, invece, espressamente previsti». E questi sono i
dati: un morto ogni 3 giorni ed un suicidio ogni 5 giorni dall'inizio dell'anno,
sono indici rivelatori di un malessere costante ed in aumento,
che dovrebbe far comprendere la necessità di un intervento urge nte
e non più procrastinabile. «Il decreto appena varato da! l pinocc hiesco
nome “svuota-carceri”, seppure troverà immediata applicazione,
porterà agli arresti domiciliari pochissimi detenuti, circa 7.000, secondo
la stima del Dap, mentre il sovraffollamento, al 31 ottobre 2010,
era indicato in 23.833 unità (68.795 presenze a fronte di 44.962 posti
previsti). Resterebbero 16.833 unità al di sopra della
capienza regolamentare, se la legge avesse effetti immediati.
Nulla sarebbe risolto. Va tenuto presente,
inoltre, che il meccanismo burocratico stabilito dalla
norma, con la relazione della Direzione dell'istituto,
l'idoneità del domicilio di destinazione, la valutazione
del Magistrato di Sorveglianza, non farà altro che
ingolfare ulteriormente gli Uffici Giudiziari, già in costante
affanno, ritardando gli effetti del decreto, mentre
le carceri continueranno ad affollarsi, con l'incremento
costante che caratterizza gli ingressi - continua
il presidente - Una domanda, infine, al Legislatore
va fatta. Ma, prima del nuovo decreto, gli arresti
domiciliari non potevano già essere concessi dal Magistrato
di Sorveglianza, che avesse ritenuto il detenuto meritevole di
tale misura? Abbiamo l'impressione che nulla di nuovo si sia stabilito
e che, dopo un lunghissimo iter parlamentare, l'iniziale disegno di
legge si è talmente “svuotato” che, una volta approvato in via definitiva,
serva solo ad influire sul già vigente potere discrezionale della
Sorveglianza».

domenica 21 novembre 2010

Omicidio Pandolfi, la verità tra 20 giorni

E da tempo che mi occupo del caso di Eduardo Morra camorrista e affiliato al clan di Eduardo Contini clan satellite della ex alleanza di secondigliano.Il caso di Eduardo Morra e' molto emblematico,oserei dire assurdo dal punto di vista sia giudiziale che umano.E' stato arrestato nel 1999 e da allora e' detenuto ininterrotamente per un duplice omicidio del quale si evince dai pentiti e dalle prove raccolte dal suo legale,che non fu Eduardo Morra a premere il grilletto.Il nove dicembre sarà il giorno decisivo, potrebbe essere il giorno della verità,
quella che a quanto pare è mancata sin dall’inizio per il duplice omicidio
Pandolfi, dove in una tragica spedizione di morte morì un bimbo innocente,
tra le braccia del padre uomo del clan Giuliano, cosca in guerra con i Contini.
Una verità mancata non solo perché ci sono dei vuoti che ancora non sono
stati del tutto colmati ma che hanno portato a sentenza di condanna all’ergastolo
e di assoluzione per imputati che sono stati accusati dagli stessi
pentiti, che una volta sono stati considerati attenbili, e una volta no. Tra le
altre cose c’è la posizione di Eduardo Morra che è stato condannato alla pena
dell’ergastolo ma che da sempre si professa innocente. Ci sono delle zone
d’ombre che adesso il suo avvocato difensore, il penalistaVittorio Trupiano
ha la possibilità di gettare luce. Questo perché ha chiesto con forza
ed ottenuto un interrogatorio della pentita numero uno, la donna che accusa
Morra e lo incastra e per il difensore mente. Diciotto domande alle quali
la pentita dovrà obbligatoriamente rispondere e che potrebbero definitivamente
mettere la parola fine sull'omicidio di Gennaro e Nunzio Pandolfi, trucidati
dalla camorra in un raid al rione Sanità. Sull’inchiesta ci sono delle pesanti
crepe da sanare e una di questa riguarda una telefonata tra uno dei
pentiti e suo fratello nella quale si ammetterebbe l’estraneità ai fatti di Morra,
così come alcune pressioni dall'esterno per cercare un colpevole a tutti i
costi per quella strage. Una telefonata choc che potrebbe avere dei risvolti
clamorosi. L’avvocato Trupiano ha per questo presentato una richiesta ai
sensi della legge sulle investigazioni difensive e notificata presso il Centro
di Protezione con sede in Roma, di interrogatorio della pentita Giuseppina
Poziello che dopo anni sarà messa sotto torchio. Un interrogatorio condotto
da un pubblico ministero e teso a stabilire una sola circostanza: verificare
se corrisponde o meno alla sua voce quella registrata su microcassetta. Si tratta
di un dialogo avuto tra la donna e suo fratello Raffaele, nel corpo del quale
Poziello avrebbe ammesso candidamente di aver mentito ai giudici della
II Sezione della Corte di Assise di Napoli, allora presieduta da Pietro Lignola,
ben sapendo il Morra estraneo ai fatti, ma, nel contempo, di essere timorosa
a rendere tale dichiarazione per evitare probabili conseguenze personali
quali l'imputazione per calunnia. Sarebbe poi ancora più raccapricciante la
registrazione di altro dialogo intervenuto tra Raffaele Poziello e la madre Anna
Longotano dove emergerebbe ancor più chiara la trama ordita ai danni
del Morra, oramai detenuto ininterrottamente dal Marzo del 1999. Questo è
quanto potrebbe esserci all’interno di quella cassetta. Quel supporto audio,
così come spiega l'avvocato Trupiano, venne consegnata allo studio legale
dallo stesso Raffaele Poziello e firmata al pari di altra dichiarazione sottoscritta
dallo stesso Poziello. Il tutto venne depositato dall'avvocato Vittorio Trupiano,
unitamente al suo collega Sergio Simpatico, all’attenzione della “Struttura
Centralizzata nelle persone ai pubblici ministeri Giuseppe Narducci,
Sergio Amato e Filippo Beatrice sin dal dicembre del 2005.

Giaccio, una pista dopo dieci anni Lupara bianca firmata dai Casalesi

 Di «lupara bianca», di un errore di persona commesso dalla camorra se ne era parlato a lungo. Per anni si è ripetuta la storia di un ragazzo scomparso nel nulla, sequestrato al posto di un altro, vittima per errore della camorra.

Oggi quella storia torna ad affiorare in un’indagine di polizia giudiziaria, ma si arricchisce di particolari inediti che potrebbero aggiungere nuovi contenuti a un caso mai definitivamente archiviato: Giulio Giaccio, il muratore 26enne scomparso dieci anni fa a Pianura, sarebbe stato sequestrato e ucciso dai casalesi, all’epoca in stretti rapporti economici con il clan Lago. Una pista, quella della lupara bianca, dell’errore di persona, che spinge oggi più che mai a indagare su una «gomorra ante litteram», territorio destinato a finire al centro di attenzioni nazionali.

Indiscrezioni raccolte sul territorio, nuova luce sulla storia di Giulio Giaccio, dunque. Indagano i carabinieri, che provano a fare luce su una storia rimasta per anni lettera morta. Spunti inediti raccolti sul territorio, segno che qualcosa in questi mesi si è mosso. Da tempo e in modo insistente circola una voce, un’indiscrezione che gli inquirenti non intendono lasciare cadere: quella volta, all’esterno della chiesa Sacro cuore di Pianura, arrivarono persone «forestiere».

Cioé gente non del posto. Erano uomini dei casalesi, all’epoca alleati al clan Lago. Due cartelli - Casalesi e Lago - stessi business: cemento e rifiuti. Poi favori reciproci. Scambi di killer. Furono i casalesi, sta emergendo, a sbagliare persona, a prelevare un muratore incensurato al posto del vero obiettivo: pensavano di sequestrare uno dei Marfella, ma sbagliarono bersaglio e se la presero con un ragazzo che non c’entrava niente con la camorra. C’è un riscontro giudiziario: due mesi prima quel maledetto 30 luglio 2000 - giorno del sequestro - un uomo dei Marfella era stato ucciso.

Era il 13 maggio del 2000, omicidio di Gaetano Avolio, per il quale qualche mese fa sono stati arrestati Francesco Bidognetti, Enrico Verde, ma anche Rosario Marra e Salvatore Raciere. Delitto sull’asse Pianura-Casale, una prova del patto criminale. La pista che spiegherebbe molte cose. A cominciare dalla svista, dal sequestro sbagliato di killer provenienti da contesti criminali diversi da quelli frequentati dai pregiudicati di Pianura. Ma l’ipotesi del patto Lago-casalesi potrebbe spiegare anche altre cose: come la scelta della lupara bianca, soluzione delittuosa raramente usata dalla camorra cittadina, che meglio rispecchia modi di agire vicini alla mafia o alle cosche dell’hinterland. Voci, parole, rivelazioni.

E tanta voglia di vederci chiaro da parte del comando provinciale dei carabinieri guidati dal colonnello Mario Cinque. Accertamenti iniziati - rigorosamente sotto traccia - dal capitano della compagnia rione Traiano Federico Scarabello, mai come in questo caso deciso a riavvolgere il nastro. Punto di partenza obbligato, la tarda serata del trenta luglio di dieci anni fa.

Una domenica notte, quando da un’auto spuntano quattro sagome che raccontano di essere della polizia. Poche parole - secondo quanto spiegato da Paolo, amico di Giulio e unico testimone più volte ascoltato dalla pg -: sei tu «Salvatore»? Seguici lo stesso, siamo poliziotti, vieni in Questura.

Da allora tante indagini e tanto silenzio. Fino a quando qualcuno, nel quartiere emblema dell’emergenza rifiuti e cemento abusivo, decide di aprire uno spiraglio di luce: quella volta, quel ragazzo, finì nelle mani sbagliate. «E a sbagliare furono quelli di Casale».

Il boss Iovine subito al carcere duro

Carcere duro e trasferimento
immediato all’istituto di pena
di Badu ‘e Carros di Nuoro, tra i
più sicuri d’Italia e contemporaneamente
tra i meno comodi per i
detenuti. Per il boss dei Casalesi
Antonio Iovine, catturato mercoledì
scorso dopo una latitanza durata
oltre 14 anni, non si prospetta un
periodo facile. Oltre a poter incontrare
i familiari meno frequentemente
di prima, dovrà rinunciare
alle attenzioni delle donne insospettabili
che lo accudivano. Compresi
i pranzetti e i dolci tipici di
cui è goloso, a cominciare dal “Roccobabà”.
Ma questo è il minimo per
lui, se si pensa che rischia di non
uscire più di galera.
Il ministro della Giustizia, Angelino
Alfano, ha mantenuto la promessa
fatta subito dopo l’arresto
del ras dei Casalesi, fedelissimo del
padrino Francesco Schiavone “dokan”. Ieri mattina ha firmato il
decreto per applicare il 41-bis nei
confronti di Antonio Iovine, che ha
trascorso i primi giorni di prigionia
nel penitenziario napoletano di Secondigliano,
dove investigatori e
inquirenti lo hanno incontrato. È
apparso calmo e ha spiegato di essere
preoccupato per i figli, tutti
studenti, uno dei quali avrebbe problemi
di salute.
Le indagini della sezione “CrimiSannalità
organizzata” della Mobile, coordinate
dai magistrati della Direzione
distrettuale antimafia partenopea,
intanto continuano soprattutto
per scoprire le complicità che
hanno garantito a Iovine la lunga
latitanza. Perciò gli investigatori
danno importanza non solo ai files
custoditi nei computer sequestrati
nella villetta di Casal di Principe
in cui ''il ninno bello'' (chiamato così
per il viso da bambino) si era nascosto,
ma anche e soprattutto ai
''pizzini'' trovati nel corso della perquisizione.
Sui biglietti vi sono indicazioni
di nomi e date, e si ipotizza
pertanto che si riferiscano ad
appuntamenti ai quali il 46enne originario
di San Cipriano d’Aversa si
sarebbe dovuto recare. L'obiettivo
è duplice: individuare i suoi contatti
con i fiancheggiatori che lo
hanno aiutato durante la latitanza e
acquisire nuovi elementi sugli affari
gestiti dal clan.
Forze dell'ordine e magistrati antimafia
sperano inoltre che il ''terremoto''
provocato dalla sua cattura
indebolisca ulteriormente i Casalesi
e consenta alle forze dell'ordine di
mettere a segno altri importanti colpi.
Gli inquirenti puntano soprattutto
alla cattura dell'altro boss dei
Casalesi, Michele Zagaria. Infatti,
quest’ultimo e “’o ninno bello”, dopo
la cattura di Francesco Schiavone
detto “Sandokan” e gli altri arresti
che hanno scompaginato il
gruppo di Francesco Bidognetti, soprannominato
“Cicciotto 'e mezzanotte”,
si sono insediati al vertice
dell'organizzazione.
Intanto ieri il gip di Santa Maria Capua
Vetere ha convalidato il fermo
ed emesso contestualmente un’ordinanza
di custodia cautelare nei
confronti di Marco Borrata, il muratore
incensurato che ospitava Iovine.
L'indagato, accusato di procurata
inosservanza della pena, si
è avvalso della facoltà di non rispondere.

venerdì 19 novembre 2010

Riciclatore e delfino di “Sandokan”

Era il “delfino” del superpadrino
Francesco Schiavone “Sandokan”,
arrestato nel 1998 dopo decenni
di latitanza. Ma con il fondatore
del clan dei Casalesi il padrino
Antonio Iovine “’o ninno” era legato
anche da vincoli di parentela abbastanza
forti. Entrambi sono nati e
cresciuti a San Cipriano d’Aversa e
diventati boss alla “corte” del padrino
Antonio Bardellino, amico fraterno
e socio di Mario Iovine. Ben
presto il 46enne (nato il 20 settembre
del 1964), che tutti continuano
a chiamare “’o ninno”, così come lo
chiamava la madre, diventa il prediletto
di “Sandokan” e su di lui il
capoclan contava sempre di più, anche
dopo la cattura. L’amicizia tra i
due camorristi si rinsalda con una
serie di matrimoni e fidanzamenti
tra i rispettivi familiari. Filomena Iovine,
detta Milly, figlia predileta di
“’o ninno”, infatti, è tutt’ora fidanzata
co Ivanoe Schiavone, figlio di
“Sandokan”. Una nipote di Iovine,
Filomena Fontana, è sposata con
Paolo, l’altro figlio di Schiavone. Infine,
Filomena “Filly” Iovine, figlia
di Carmine, un fratello di “’o ninno”,
è stata fidanzata con Carmine
Schiavone, figlio di “Sandokan”. E
con la cattura del padrino Iovine ha
preso a gestire la cosca assieme ad
un altro superlatitante, Michele Zagaria
(nel scriviamo nel pezzo sotto)
“Tonino ‘o ninno” si è specializzato
negli appalti e nei business imprenditoriali
e da figlio di contandino
ha gestito per decenni l’impero
economico dei Casalesi. Solo per i
Regi Lagni sono stati spesi mille miliardi
delle vecchie lire (arrivati dai
fondi del terremoto). Con tanti soldi
l’orizzonte si è allargato alla Spagna,
alla Francia e poi all’est Europeo dove
prima in Slovacchia, poi in Romania,
Bulgaria, Romania, i Casalesi
hanno riciclato capitali da capogiro.
Hanno tanti soldi le organizzazioni
di Iovine e Zagaria da non
costituire un problema se qualcuno
chiedeva loro 20 milioni di euro per
comprare la Lazio. È quello che ha
evidenziato l’inchiesta che ha portato
a decine di arresti e decine di
indagati. Il vero salto di qualità i Casalesi,
intesi come organizzazione
criminale, lo fanno quando il padrino
Antonio Bardellino fa un patto di
ferro con il gruppo di mafia capeggiato
da Stefano Bontade. E lo stesso
Bardellino prende sempre più potere
quando si chiera contro Cutolo
con la Nuova famiglia. Bardellino fu
ammazzato nel maggio del 198 in
Brasile da Mario Iovine e le famiglie
casertane degli Schiavone, dei De
Falco e dei Bidognetti, si schierarono
con Mario Iovine, dopo aver avuto
la certezza della morte di Bardellino.
Allora iniziò la scalata di “Sandokan”
e dei due suoi fedelissimi.
Antonio Iovine “’o ninno” era ricercato
dal 1996 e nel luglio 1999 sono
state diramate le ricerche in campo
internazionale. Il 19 giugno 2008, nel
processo d'appello del maxiprocesso
Spartacus, Iovine viene condannato
all'ergastolo, insieme ad altri
componenti del clan dei Casalesi.
Negli ultimi anni, arresti e sequestri
patrimoniali hanno fatto terra bruciata
attorno al boss. A novembre
dello scorso anno venne arrestato
uno dei suoi nipoti insieme a un
ispettore di polizia e un carabiniere
accusati di essere le “talpe” dei
Casalesi. Prima ancora, a marzo dello
stesso anno, era finita in manette
la sorella Anna per tentata estorsione
aggravata dal metodo mafioso
ai danni della cognata.

Condannato all’ergastolo nell’appello del processo Spartacus

Latitante da 14 anni, Iovine deve scontare la pena
dell’ergastolo comminata nei suoi confronti in sede di appello al
maxiprocesso Spartacus, nel giugno del 2008. Un processo che ha
destato l’attenzione di tutti i media e dell’opinione pubblica
proprio perché ha messo alla berlina il clan campano con tutta
probabilità più potente. Componente con Zagaria della diarchia
che dalla latitanza ha diretto gli affari criminali del clan, Iovine è
considerato il “boss manager”, la mente affaristica del sodalizio
impegnato tra le altre attività anche nel business della
spazzatura. A lui viene attribuita la capacità del clan di
espandere i propri interessi ben oltre i confini campani. E proprio
sul fronte del processo Spartacus, l’europarlamentare Andrea
Cozzolino ha voluto ringraziare tra gli altri il procuratore
aggiunto Cafiero De Raho per l’impegno e l’alta professionalità
con cui ha contribuito a questo arresto e alla lotta contro i clan
camorristici condotta in questi anni, tra tante difficoltà, in
Campania». È stato proprio il pm citato dall’eurodeputato, infatti,
a lavorare alacremente per portare avanti l’inchiesta e riuscire
grazie alle sue qualità investigative a trovare le prove per
l’appello di Spartacus che hanno poi portato alla condanna
all’ergastolo di Antonio Iovine tra gli altri e da ieri assicurato alla
giustizia.

giovedì 18 novembre 2010

LA CATTURA DI 'O NINNO Voleva fuggire da un terrazzo

 Il superlatitante Antonio Iovine arrestato nel pomeriggio a Casal di Principe è stato catturato mentre tentava di scappare attraverso il terrazzo di una villetta di via Cavour. 'O Ninno si nascondeva in una intercapedine ricavata all'interno dell'abitazione di proprietà della famiglia Borrata. Il superlatitante non aveva con sè armi.
Il questore Santi Giuffrè ha dichiarato a Sky che il boss ha tentato una timida reazione, poi si è arreso.


Nato il 20 settembre del 1964 a San Cipriano D'Aversa, Antonio Iovine, soprannominato o'ninno per la sua faccia da bambino, era inserito nell'elenco dei trenta latitanti piu' pericolosi d'Italia. Iovine e' insieme a Michele Zagaria uno dei principali boss del clan camorristico dei Casalesi. Era ricercato dal 1996 e nel luglio 1999 sono state diramate le ricerche in campo internazionale. Il 19 giugno 2008, nel processo d'appello del maxiprocesso Spartacus, Antonio Iovine viene condannato alla pena dell'ergastolo, insieme ad altri componenti del clan dei Casalesi. Nel maxiprocesso e' condannato anche per omicidio. Negli ultimi anni, arresti e sequestri patrimoniali hanno fatto terra bruciata attorno al boss, che si e' pero' reso irreperibile per ben 14 anni. A novembre 2009 viene arrestato uno dei suoi nipoti insieme a un ispettore di polizia e un carabiniere accusati di essere le talpe dei Casalesi. Prima ancora, a marzo dello stesso anno, era finita in manette la sorella Anna per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni della cognata. A febbraio 2010, l'arresto eccellente che fa pensare a una piu' vicina cattura del superlatitante. In un appartamento di San Cipriano D'Aversa, dove Iovine e' nato e cresciuto, viene sorpreso dopo una lunga indagine, Corrado De Luca, 42 anni, ritenuto braccio destro del boss e condannato a otto anni nel processo Spartacus. De Luca e' considerato dagli inquirenti uno degli uomini piu' legati a Iovine, capace anche di gestire affari e interessi del clan a Roma, dove Iovine e' stato sempre molto attivo.
Con il superlatitante Michele Zagaria, Antonio Iovine, arrestato oggi dalla polizia, e' considerato il capo storico del clan dei Casalesi. Quarantasei anni, nativo di San Cipriano d'Aversa (Caserta), Iovine, soprannominato o'Ninno, era nell'elenco dei trenta latitanti piu' pericolosi d'Italia. Latitante da 14 anni, Iovine deve scontare la pena dell'ergastolo comminata nei suoi confronti in sede di appello al maxiprocesso Spartacus, nel giugno del 2008. Componente con Zagaria della diarchia che dalla latitanza ha diretto gli affari criminali del clan, Iovine e' considerato il 'boss manager', la mente affaristica del sodalizio impegnato tra le altre attivita' anche nel business della spazzatura. A lui viene attribuita la capacita' del clan di espandere i propri interessi ben oltre i confini campani. E' Iovine, per gli inquirenti, a rappresentare per anni la camorra che fa affari e che ricicla i proventi delle attivita' illecite, droga e racket su tutte, nell'economia pulita e nel business del cemento fino a costruire l'impero di 'Gomorra', come testimoniato dai continui sequestri di beni disposti da parte della magistratura.


Ressa per la presenza di molti fotoreporter ma anche felicità tra i poliziotti all'arrivo nella Questura di Napoli del boss del clan dei casalesi, Antonio Iovine. Il superlatitante è giunto accompagnato dal capo della Squadra Mobile di Napoli, Vittorio Pisani, che viaggiava nella stessa autovettura. Una volta entrati nel garage della Questura, Pisani lo ha prelevato personalmente dall'auto per condurlo negli uffici del questore.



CASALESI DECAPITATI Cafiero de Raho: tutto questo grazie alle intercettazioni telefoniche

Non 'un latitante' ma 'il latitante' che 'insieme con Michele Zagaria si è imposto dopo gli arresti dei Bidognetti e Schiavone. Iovine non era una scheggia impazzita ma un ingranaggio importante. Il suo arresto è un fatto eccezionale che equivale alla decapitazione dei casalesi'.
Così il procuratore aggiunto e coordinatore della Dda, Federico Cafiero, nella conferenza stampa tenuta in Procura dopo l'arresto di Antonio Iovine.
Come il procuratore Lepore, Cafiero sottolinea che le indagini, a cui hanno contribuito negli anni tutte le forze dell'ordine, Polizia, Ros e Carabinieri di Caserta, si sono svolte essenzialmente 'con intercettazioni telefoniche ed ambientali, con servizi di osservazione e pedinamento, con l'apporto di collaboratori di giustizia. Tutto questo ha portato a conseguire risultati concreti. Negli anni più volte abbiamo pensato di essere vicini alla cattura di Iovine, è sempre riuscito a fuggire'. Un aspetto, quello delle intercettazioni telefoniche su cui Cafiero di sofferma: 'Si tratta di indagini tradizionali ma svolte con strumenti sofisticati e costosi, più volte il procuratore ha lanciato l'allarme sul fatto che sono tutt'ora ridotte le risorse economiche e quelle umane'.



Sull'arresto di IOvine è intervenuto anche il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, che ha commentato:  'Uno dei precetti fondamentali della criminalità organizzata è che 'nessuno è un re se non vive nel suo territorio', a riprova della sua potenza e autorevolezza perchè si fa proteggere dall'ambiente in cui vive: l'arresto di Iovine, per la figura di vertice del personaggio, è quella di un re arrestato nel suo 'fortino''.  'Il suo prestigio adesso è crollato e la sua organizzazione criminale - ha proseguito Grasso - perde di credibilità e importanza. Ora bisogna decapitare l'altra testa di questa organizzazione, il latitante Michele Zagaria'.
Infine Grasso ha espresso grande soddisfazione per il lavoro svolto dalla Squadra Mobile di Caserta e Napoli, coordinate dallo Sco e dalla Magistratura della Dda di Napoli.

"NON ME L'ASPETTAVO". 'O Ninno dal 'panettone' alle manette. E un cittadino grida "Ammazzatelo"

Sorriso sprezzante, barba incolta e sguardo dritto di fronte a se scrutando l'orizzonte di decine di cronisti, operatori e gente comune che non attendevano altro che vederlo in manette. Così è uscito dalla Questura di Napoli Antonio Iovine super boss dei Casalesi braccato a Casal di Principe nel casertano. Nonostante apparisse sconvolto, il latitante ha trovato il tempo di pronunciare la frase " Non me l'aspettavo", riferendosi all'arresto. In una ressa generale non sono mancati i commenti dei passanti, qualcuno ha gridato in dialetto napoletano "Ammazzatelo". Iovine ha avuto il tempo di girarsi cercando di individuare la voce e ha fulminato con lo sguardo il coraggioso cittadino, pur non riuscendolo a individuare con precisione. Gli agenti della Squadra Mobile di Caserta in lacrime hanno festeggiato con abbracci e cori. Molta gente gli ha gridato "Bravi, bravi".

Il superlatitante Antonio Iovine non si è mai allontanato dal casertano ed è proprio a Casal di Principe che è stato catturato dalla polizia. E' stato sorpreso, intorno alle 14, in casa diMarco Borrata, un muratore incensurato che lo ha ospitato per il pranzo. La villetta di via Cavour, infatti, secondo gli investigatori non era il suo abituale nascondiglio. 'O Ninno, ricercato da 14 anni, si spostava da un covo all'altro e si allontanava da Casal di Principe unicamente per 'lavoro'. Nell'ultimo mese le forze dell'ordine avevano avuto altri segnali della sua presenza, ma soltanto oggi "si è avuta la certezza che fosse lì - ha detto in conferenza stampa a Napoli il capo della Squadra mobile partenopea, Vittorio Pisani -, in azione ci sono stati circa 30 agenti che hanno circondato l'abitazione. Ha tentato la fuga su un terrazzo, ma poi si è arreso e non ha opposto resistenza. 'Sono io, sono qua', ha detto ai poliziotti che lo hanno fermato". Iovine era in casa con un uomo la cui posizione è attualmente al vaglio degli inquirenti, mentre Borrata, 43 anni, è stato arrestato per favoreggiamento. "La sua è una famiglia molto semplice, lui fa il muratore - ha spiegato Pisani - mentre la moglie e la figlia curavano gli aspetti logistici del latitante già da qualche mese". Il nucleo familiare dei Borrata, infatti, sono risultati proprietari di una serie di rifugi, tutti a Casal di Principe, che pare abbiano ospitato Iovine.
"Iovine effettuava degli spostamenti sul territorio, ma usava le massime precauzioni, altrimenti non sarebbe stato latitante per quasi 15 anni - ha spiegato il capo della Mobile Vittorio Pisani -, sarebbe stato difficile anche per i cittadini del casertano riconoscerlo anche se non bisogna dimentica la forza delle intimidazioni dei Casalesi. La gente del luogo, spesso, ha paura". La decisione, da parte dei boss, di non lasciare la propria terra d'origine è anche ribadita dal procuratore capo Giandomenico Lepore: "Iovine non lo abbiamo arrestato in America del Sud o in Svizzera, ma a casa propria ciò significa che i boss per gestire il territorio restano sulla base e che la gente del posto l'ha aiutato, forse per solidarietà, forse per paura. Motivi che non si possono giustificare. La difficoltà per le forze dell'ordine e per i magistrati - ha concluso il procuratore- sta proprio nel non ricevere aiuto dalla popolazione. Questa è una nota amara. questa cattura l'aspettavamo dal 1995, ora ci rimane Michele Zagaria".
Di Iovine gli investigatori avevano a disposizione solo una foto risalente a una ventina di anni fa, un'immagine molto diversa dall'attuale fisionomia del boss. Alla conferenza stampa hanno partecipato i questori di Napoli e Caserta, Santi Giuffrè e Guido Longo, il capo della squadra mobile di Napoli Vittorio Pisani, e diversi magistrati della Dda partenopea che si occupano di indagini sui Casalesi come Antonello Ardituro, Raffaello Falcone, Alessandro Milita, e Cesare Sirignano.
Un panettone natalizio o forse qualcosa di diverso, celato sotto questo nome in codice, avrebbe tradito il boss della camorra casalese Antonio Iovine, arrestato oggi pomeriggio intorno alle ore 15,30 dalla polizia a Casal di Principe. Da una conversazione intercettata ieri su ordine degli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia di Napoli coordinata dal procuratore Giovandomenico Lepore e dal procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho il muratore Marco Borraca, arrestato oggi per favoreggiamento sosteneva l'impellenza di acquistare un panettone. Gli investigatori su questa richiesta definita "strana", in un periodo ancora lontano dalle feste natalizie si sono insospettiti. Alcuni possibili punti di appoggio di Iovine sono stati tenuti d'occhio e oggi quando si e' avuta la certezza che Iovine si trovasse in casa Borraca hanno compiuto il blitz.
Raramente Antonio Iovine si spostava da Casal di Principe, il suo quartiere generale, da lì dirigeva il clan e comandava da 15 anni. Al massimo si spostava fino alla vicina San Cipriano d'Aversa, altro luogo simbolo della camorra casalese. Gli inquirenti hanno ricostruito alcuni suoi spostamenti. Per curare gli affari della cosca Iovine si sarebbe recato in passato a Roma, in Toscana e in Emilia ma anche in Francia. Quando è stato arrestato il boss non aveva documenti. "Tutto sommato la carta d'identità non gli serviva, che cosa avrebbe mai potuto farne?", ha detto ironicamente un poliziotto, ancora raggiante per il duro colpo inferto alla camorra casalese.

Casalesi, catturato il superboss Antonio Iovine È stato tradito dalla voglia di panettone La gioia di Maroni: «Bellissima giornata»

 Ha lo stesso sorriso beffardo di Peppe Setola, quando fu arrestato quasi due ani fa insieme al cugino Riccardo. Ha lo stesso sguardo stralunato, un po' da ebete, come se l'irruzione della Polizia lo avesse sorpreso in pieno sonno. O subito dopo una sniffata di cocaina. Ha la barba lunga, un maglioncino color vinaccia e il corpo magro e asciutto di quando aveva ventuno anni e per l'ultima volta veniva fotografato in un laboratorio di Polizia Scientifica.

Eccolo, Antonio Iovine, boss dei Csalesi che chiamano il "Ninno bello". E' caduto dopo quattordici anni e undici mesi di latitanza ininterrotta. Un periodo che vale quanto un secolo nella storia della camorra casertana. In questi anni ha fatto in tempo a collezionare un paio di ergastoli e a condannare al destinoi del carcere anche la moglie, la cognata, i giovani nipoti che sul suo rango di capo avevano scommesso.

All'inizio dell'estate aveva perso l'ultimo e più fedele alleato, quel Nicola Schiavone, figlio di Sandokan, che con lui e con Michele Zagaria da dodici anni reggeva le sorti del clan. Ed è stato allora che la sua cattura, sempre sfuggita per un soffio, questa volta è diventata possibile.

Lo hanno trovato i poliziotti della Squadra Mobile di Napoli che da tempo ne stavano seguendo le tracce assieme ai colleghi casertani. Era nella casa di un insospettabile, incensurato, alla quinta traversa di via Cavour a Casal di Principe. Ed è stata, la sua cattura, la giusta ricompensa al lavoro dei pm Antonello Ardituro e Alessandro Milita che ora promettono: «Il prossimo sarà Zagaria».

Arrestato il boss Antonio Iovine l'imprenditore dei casalesi

Non ha opposto resistenza Antonio Iovine quando i poliziotti della squadra mobile di Napoli, di Caserta e del Servizio centrale operativo lo hanno immobilizzato.
Secondo quanto si apprende da fonti investigative, il boss del clan dei Casalesi - al vertice assieme a Michele Zagaria - è stato arrestato in un'abitazione di Casal di Principe appartenente ad una persona che lui frequentava.
All'abitazione gli investigatori sono arrivati grazie ad un complesso lavoro fatto di pedinamenti e di accertamenti sulle persone più vicine al boss




Antonio Iovine, detto 'o ninno, 46 anni, è stato arrestato in una villetta alla quinta traversa via Cavour di Casal di Principe, roccaforte del clan dei Casalesi, di proprietà della famiglia Borraca. Il boss ha tentato solo di scappare dal terrazzo, ma è stato bloccato.
Non aveva armi. L'arresto un'ora fa. Nella villetta c'era un nascondiglio in una intercapedine. Trovata una pistola che però era regolarmente denunciata
Antonio Iovine è arrivato alle 16,48 in una Mercedes in uso alal polizia in Questura a Napoli; era sorridente. Il boss dei Casalesi è stato fatto salire al secondo piano dai garage, mentre applausi e urla di soddisfazione da parte poliziotti risuonavano nei corridoi.
Qualcuno applaudiva anche dalle finestre

martedì 16 novembre 2010

Omicidio Petru, testi chiave denunciati

Colpo di scena annunciato nel processo sull’uccisione di Petru Birladeanu,
il musicista rom assassinato nel corso di una spedizione punitiva della
camorra nella stazione della cumana di Montesanto. Ieri, durante il processo
in Corte d’Assise, è stata la volta di due testimoni chiave: Anna
Cigliano ed Egidia Vincenzo, la prima ex compagna del pentito Salvatore
Scala e la seconda vittima di usura poi diventata testimone di giustizia.
Le dichiarazioni delle due donne, all’epoca dell’arresto dei presunti
killer di Petru, vennero inserite nel decreto di fermo emesso dal pm.
Ieri, però, in aula, incalzate dalle domande del pm della Dda e dagli stessi
giudici Anna Cigliano ed Egidia Vincenzo hanno ritrattato tutto. Hanno
ribadito più volte che le dichiarazioni rese ai
magistrati contro Marco Ricci e i cugini Salvatore
e Maurizio Forte erano sostanzialmente false. A
quel punto il pm ha chiesto al giudice di inviare
gli atti della deposizione in aula al proprio ufficio,
avviando formalmente una inchiesta per falsa testimonianza
a carico delle due donne.
Per quell’omicidio efferato, avvenuto nella stazione
della cumana di Montesanto sono imputati Marco Ricci e i cugini
Salvatore e Maurizio Forte (difesi dagli avvocati Leopoldo Perone, Antonio
Del Vecchio e Raffaele Chiummariello): l’accusa a loro carico è di omicidio
aggravato dal metodo mafioso e tentato omicidio del giovane. Contro
di loro dichiarazioni testimoniali e anche il racconto dei collaboratori
di giustizia che ricostruiscono gli ultimi istanti di vita del musicista ucciso
per errore, tra l’indifferenza della gente. Lui che con la camorra non
c’entrava nulla e che tirava avanti con lavoretti e suonando la sua fisarmonica
tra i vagoni della Cumana.
In molti lo conoscevano ma non in quel giorno quando in otto, in sella a
quattro potenti moto, fucili ben in mostra, sfoderarono tutta la loro rabbia
facendo fuoco all’impazzata tra la folla. Venivano da Ponticelli e dai
Quartieri Spagnoli e avevano un solo obiettivo: uccidere un esponente di
spicco del clan Mariano, forse proprio il capoclan. Colpi di pistola e mitragliatrici
che colpirono un ragazzino di 14 anni ad una spalla e un romeno
che stava correndo verso la Cumana. Un colpo lo trafisse il petto e per lui
non ci fu nulla da fare. Lo conoscevano in tanti ma in quei momenti, in
quei frenetici momenti, la paura cancellò tutta la fratellanza e l’altruismo
che hanno fatto da sempre Napoli la capitale della solidarietà. La paura
di restare in qualche modo coinvolti fece il resto.
Quel povero romeno morì da solo, nella totale
indifferenza. Il video choc fece il giro d’Italia rimbalzando
di televisione in televisione e adesso è
anche su Youtube con decine di commenti che
rappresentano la città come non lo è mai stata.
L’omertà, la paura, quegli spari hanno purtroppo
reso quella vittima innocente un “anonimo”
caduto sotto i colpi dei clan. Prima di comprendere infatti che Petru non
c’entrava nulla con le cosche passò qualche giorno nel quale anche il comune
di Napoli si trincerò dietro un assordante silenzio per poi “riparare”
con una fiaccolata di solidarietà. Adesso però tre dei presunti assassini,
Marco Ricci e i cugini Salvatore e Maurizio Forte, sono sotto processo
con l’accusa di omicidio aggravato dal metodo mafioso e tentato
omicidio del giovane.