venerdì 18 dicembre 2009

Delitto Sacco, una Ferrari come esca


Una Ferrari in regalo come esca per spingere Gennaro Sacco a esporsi.
E così avvenne: il ras di San Pietro a Patierno, ucciso lo scorso 24 novembre
insieme al figlio Carmine, rifiutò l’omaggio di Salvatore Liberti,
legato ai Licciardi; anzi, come risposta lo minacciò di morte. «Voglio ucciderti,
come ho fatto con Carmine Grimaldi». Confermando ciò che gli
ex amici evidentemente sospettavano e di cui volevano avere certezza.
L’inedito racconto è di Angelo Ferrara, pentito di origini casertane e in
ottimi rapporti, fino a quando non è passato con lo Stato, con i Mariano
dei Quartieri Spagnoli e i Moccia di Afragola. Oltre a descrivere alcuni
personaggi di malavita di Secondigliano legati prima ai Licciardi e poi
ai Sacco-Bocchetti, come i fratelli Feldi detti “Tufano”, il 16 dicembre
2008 il collaboratore di giustizia raccontò ai pm antimafia la sua verità
sull’omicidio di Carmine Grimaldi: “Bombolone” per gli amici di camorra,
responsabile per conto del clan della Masseria Cardone della piazza
di spaccio di San Pietro a Patierno. Un delitto che segnò una svolta, sostennero
subito gli investigatori, perché cambiò gli equilibri malavitosi
nella zona. Ecco alcuni passaggi delle sue dichiarazioni, con la consueta
premessa che le persone tirate in ballo devono essere ritenute estranee
ai fatti narrati fino a prova contraria. Precisazione ancora più importante
in questo caso perché l’accusato non può più difendersi.
«Posso riferire circostanze in ordine all’omicidio di Carmine Grimaldi, il
cui mandante è stato Gennaro Sacco. Voglio precisare che dopo questo
omicidio il “Sasariello” (soprannome di Salvatore Liberti, legato ai Licciardi,
ndr) voleva regalare a Gennaro Sacco una Ferrari nuova e il Sacco
gliela restituì dicendo che lui voleva uccidere “Sasariello”, come aveva
già fatto con Carmine Grimaldi e ciò perché “si erano mangiati i soldi
suoi”: così disse».
Angelo Ferrara, nel corso dello stesso interrogatorio, parlò anche della risposta
del clan Licciardi. «Dopo l’omicidio di Carmine Grimaldi, i Licciardi
fecero uccidere a Capodichino (precisamente di fronte all’”autoscala”) la
persona che materialmente aveva consumato l’omicidio di Grimaldi,
che si trovava all’interno di una Smart. Quando è successo, io mi trovavo
insieme a Marco Mariano, figlio di Ciro Mariano, e siamo arrivati sul
luogo pochi minuti dopo. Successivamente mi sono recato a casa della
mamma di Marco Mariano, la quale scoppiò a piangere quando seppe
la notizia in quanto il morto era originario dei Quartieri Spagnoli. Io ho
saputo del botta e risposta da una persona che partecipava alle riunioni
con i Licciardi per la fornitura di droga».
Di Angelo Ferrara come pentito si è scritto pochissimo, al punto che in
pochi lo conoscono tra i lettori di cronaca nera e giudiziaria. Le sue dichiarazioni
compaiono nel decreto di fermo, poi tramutato in ordinanza
di custodia cautelare, a carico di 13 presunti affiliati al clan Sacco-Bocchetti.
Tra essi ci sono Ciro Bocchetti (fratello di Gaetano detto “Nanà”),
Costanzo Apice (diventato famoso per il video dell’omicidio di Mariano
Bacioterracino, nel rione Sanità) e i Feldi. Unico latitante dell’inchiesta
è Antonio Zaccaro.

venerdì 11 dicembre 2009

Raid armato nell’ex regno dei Sarno


Un raid secondo i più classici metodi camorristici: le motociclette, le urla,
le minacce, le armi in pugno. L’altro ieri sera circa dieci uomini, più o
meno giovani, sarebbero entrati in azione nel rione De Gasperi a Ponticelli
per lanciare un messaggio sinistro al nuovo clan Sarno. E secondo
gli investigatori di polizia e carabinieri, che hanno raccolto fonti confidenziali
e stanno cercando i riscontri, gli autori della scorribanda sarebbero
malviventi legati alla camorra di Barra e del Lotto 0 di Ponticelli, i quali
avrebbero preso di mira anche alcune donne ma senza ferire o picchiare
nessuno. Ecco perché le indagini sull’episodio si starebbero indirizzando
verso ambienti dei Minichini, dei Cuccaro e dei De Luca Bossa.
Dunque, dopo l’omicidio di Salvatore Tarantino, nel rione De Gasperi è di
nuovo salita la tensione. Non poteva essere diversamente, del resto, dopo
il terremoto giudiziario che ha sconvolto la camorra del quartiere. Prima
il pentimento del ras Giuseppe Sarno “’o mussillo”, poi quello dei fratelli
Ciro “’o sindaco”, il boss storico del clan, e Vincenzo detto “Enzuccio”,
l’astro nascente che aveva tessuto alleanze in tutta Napoli e conquistato
Cercola. È evidente che il gruppo di mala, anche se assolutamente
non è scomparso, si è indebolito. Colui che aveva preso le redini
in mano, Tarantino, è stato ammazzato e così il quadro è diventato ancora
più confuso. Nelle mappe sulla camorra di Ponticelli la scritta a caratteri
grandi “clan Sarno-Esposito-Tarantino” è durata poco. Era una modifica
nel titolo che sintetizzava gli sconvolgimenti accaduti in seno al clan
in seguito ai clamorosi pentimenti degli ultimi mesi, ma che sottolineava
al tempo stesso come il gruppo non sia affatto scomparso. Circostanza
ancora oggi confermata dagli investigatori di carabinieri e polizia.
Dato per finito anzitempo, il clan Sarno si sarebbe ripreso dalle batoste
giudiziarie e anche i nuovi reggenti avrebbero avuto già la nomina. Ma
nonostante ciò, a Ponticelli si registra un notevole fermento. Se è vero
che nessuno dei fratelli boss (tra i non pentiti) al momento è libero, non
per questo un’organizzazione molto ramificata e articolata da un giorno
all’altro poteva sciogliersi come neve al sole. Ecco perché l’attenzione
degli investigatori nei confronti dei “ponticellari” non si è attenuata.
Salvatore Tarantino è stato ammazzato mentre stava partecipando in via
Cleopatra, nel Lotto 0, bunker dei De Luca Bossa, a un incontro chiarificatore.
Dopo un'accesa discussione con alcuni personaggi della zona,
che non sono stati ancora identificati, l’assassino ha estratto una pistola
calibro 7,65 e ha fatto fuoco da distanza ravvicinata per ben otto volte
contro la vittima che cercava di mettersi in salvo. Tre le pallottole costate
le vita al reggente del nuovo clan Sarno (o di una parte di esso) alla testa
(tra lo zigomo e l'occhio sinistro), al fianco destro e all'avambraccio
destro.

mercoledì 9 dicembre 2009

LORENZO NUVOLETTA,IL MAFIOSO DI MARANO




Palermo,aprile 1980.E' questo chi e'?e la domanda che il giudice PAOLO BORSELLINO rivolge al capitano dei carabinieri EMANUELE BASILE dopo che l'ufficiale gli ha appena mostrato una foto sequestrata nell'abitazione dei di carlo,uomini d'onore di altofonte,L'immagine scattata forse durante una festa,ritrae personaggi noti sia a borsellino che a basile:ci sono i fratelli ANDREA e GIULIO DI CARLO,ANTONIO GIOE' E GIACOMO RIINA(zio di toto'riina).E poi c'e' un signore dalla faccia sconosciuta,ha l'aria distinta e i capelli brizzolati.Giudice non lo so replica l'ufficiale al magistrato.Passera' del tempo prima di dare un nome al mister x immortalato insieme alla allegra compagnia dei capi mafiosi piu' spietati e piu' potenti del sud italia.Si scoprira',poi,che quel signore distinto e brizzolato e' LORENZO NUVOLETTA,un imprenditore di marano,un comune a nord di napoli.E' in quella foto non e' assolutamente un intruso,anzi.Nuvoletta infatti e' l'ambasciatore della mafia in campania,l'uomo di fiducia di MICHELE GRECO detto il papa,il capo dei capi di cosa nostra.E' proprio per l'appartenenza a cosa nostra,LORENZO NUVOLETTA,sara' inattaccabile e per un certo periodo di tempo fara' da arbitro in tutta la campania nello scontro tra la nuova famiglia di CARMINE ALFIERI e la nuova camorra di RAFFAELE CUTOLO,tutti volenti o nolenti si piegheranno al suo potere.La sua notorieta' e' sempre stata inverosibilmente proporzionale alla reale capacita' di incidere sulle vicende dei clan napoletani,si potrebbe dire che don lorenzo e' stato un precursore della tenica dell'inabbissamento.E' l'invisibilita' e' stata una tecnica che ha consentito adon lorenzo insieme ai fratelli ANGELO NUVOLETTA e CIRO NUVOLETTA,un business enorme,un fiume di denari senza eguali in tutta la campania.Don lorenzo e la mafia si incontrano intorno al 1979,quando in tutta la campania il mercato di bionde veniva gestito da uomini d'onore di cosa nostra,infatti una buona fetta di mercato era gestita da MICHELE ZAZA nonno degli attuali capocamorra della famiglia mazzarella,era lui il referente di cosa nostra in campania,ma quando gli uomini d'onore conobbero don lorenzo,capirono che per intelligenza e stile di vita era l'uomo adatto da affiliare a cosa nostra facendolo diventare un eminenza grigia per tutti i gruppi criminali della campania.Basti pensare che nell'arco di pochissimo tempo diventa socio di personaggi legati a cosa nostra del calibro di TOMMASO BUSCETTA, GERLANDO ALBERTI E LUCIANO LIGGIO il temuto boss di crleone.Astuto silenzioso e decisionista il mafioso di marano ci mette poco a guadagnarsi la stima di tutta cosa nostra,e che in sicilia lo considerino affidabilissimo(al contrario di MICHELE ZAZA il cui comportamento viene ritenuto discutibile),lo dimostrano le frequentazioni con boss come toto' riina leoluca bagarella e brusca il super killer d cosa nostra.E proprio la tenuta di poggio vallesana diventa una seconda casa per i mafiosi,infatti qui' avvengono parecchie cerimonie per affiliare altri uomini e trasformarli in uomini d'onore,GASPARE MUTOLO ebbe l'investitura di uomo d'onore proprio a poggio vallesana,in casa dei nuvoletta,e quando molti anni dopo decidera' di passare dalla parte dello stato dira' a proposito dei nuvoletta che proprio a poggio vallesana era solito incontrare il padrino latitante TOTO' RIINA steso beatamente al sole benche' latitante,i nuvoletta hanno investiture iportanti a livello politico,nessuno si sogna di disturbare ne carabinieri ne polizia.Ma andiamo con ordine,gli investigatori avevano intuito che don lorenzo insieme ai frtelli avesse amicizie se non di piu' con uomini legati alla mafia,e dopo un lungo calvario burocratico riescono ad avere l'ordine per portare a termine un bliz proprio nella tenuta di poggio vallesana,la sorpresa e' enorme quando arrestano SARO RICCOBONO uomo temibile e tenuto in grande considerazione da cosa nostra,poggio vallesana cosi'diventa scoprono gli investigatori punto di riferimento e luogo tranquillo per latitanti e uomoni d'onore.Con il passare del tempo marano diventa piu' una seconda sicilia,dove avvengono diversi summit tra mafiosi e camorristi,come quello tenutosi nel 1974 per spartirsi le zone di influenza del mercato dei tabacchi lavorati esteri,partecipano uomini del calibro di(STEFANO BONTADE,PIPPO CALO',TOTO' RIINA,BERNANDO BRUSCA,LEOLUCA BAGARELLA,i fratelli GIUSEPPE E ANTONIO CALDERONE,GIOVANNI PULLARA',e infine per la camorra i fratelli SALVATORE E MICHELE ZAZA)un vertice,un gotha di tutta cosa nostra con solo sei camorristi,i loro referenti in campania primo tra tutti don lorenzo.Nel 1975 la mamma di do lorenzo MARIA ORLANDO insieme a unazia del boss ANTONIETTA DI COSTANZO entrano a far parte della societa' stella d'oriente,una societa' che ha come oggeto la commercializzazione del pesce congelato,ma che per inquirenti e magistrati serve a riciclare un fiume di denaro sporco.I soci sono tutti legati a cosa nostra,e in particolare al clan dei corleonesi,ci sono il boss MARIANO E GIOVANBATTISTA AGATE padroni assoluti di marzara del vallo,poi c'e' VITO MAGGIO cognato di toto' riina,ma la prova assoluta dell'esistenza di un organizzazione che agisce tra napoli e palermo salta fuori nel 1978 quando in casa di don lorenzo vengono sequestrati documenti molto importanti e riconducibili a molte famiglie malavitose della sicilia,poi una piccola agenda zeppa di numeri di telefono di moltissimi uomini d'onore,piu' alcune lettere che confermerebbero l'amicizia e il legame che unisce la famiglia nuvoletta a cosa nostra.Il primo pentito che indica don lorenzo come referente di cosa nostra in campania e il boss siciliano GIUSEPPE DI CRISTINA,si presenta dai carabinieri quando apisce che vogliono farlo fuori,e tra le tante cose che racconta di uomini d'onore c'e' pure don lorenzo che secondo di cristina gestisce un enorme azienda agricola per luciano liggio che in realta' non e' altra che una vera e propria raffineria di cocaina e eroina.Purtroppo il boss di rieti non ha il tempo per confermare queste sue dichiarazioni in un aula di tribunale,lo fanno fuori in una squallida periferia di palermo crivellato di colpi,in tasca gli investigatori gli trovano assegni per un totale di diversi miliardi,riconducibili ad una filiale napoletana.Nel 1980 sbuca fuori la foto scattata ad altofonte,a casa dei de carlo,quella foto enigmatica che passao' trale mani del giudice PAOLO BORSELLINO e del capitano dell'arma basile.I nuvoletta pero' si comportarono come se niente fosse,come se nessuno potesse toccarli,del resto la mamma di don lorenzo fornisce addirittura la caserma militare di caserta,di prodotti ortofrutticoli e di polli.L'ente militare all'inizio chiede all'arma di indagare sulla onoricita' di questa azienda,e l'arma spiazza via ogni dubbio stilando un rapporti in cui dice che la orlando in pubblico gode di buona stima,buona rispettabilita' sociale e commerciale.Il prestigio della famiglia nuvoletta sono universalmente riconosciuti,tant'e' che,all'armato dell'apparizione sulla scena di RAFFAELE CUTOLO,il futuro capo della nuova famiglia CARMIBNE ALFIERI si rifugia a poggio vallesana,raccontera' da pentito,(io e mio fratello fummo costretti a cercare la protezione di una delle due famiglie mafiose allora esistenti,quella dei zaza legati a riccobono e quella dei nuvoletta legati ai corleonesi).A cutolopero' non importa di quale investitura dispongono i suoi nemici,difatti ad alfieri fara' ammazzare il fratello salvatore mentre a galasso il fratello nino,oltre al fratello del nemico piu' audace e piu' temibile MARIO FABBROCINO a cui fara' ammazzare il fratello.E proprio durante la faida tra la nuova famiglia di alfieri e la nuova camorra di cutolo che molti affiliati si lamentano dello scarso impegno da parte della famiglia nuvoletta di attaccare frontalmente il cutolo,difatti nuvoletta secondo alfieri e galasso nelle loro rivelazioni da pentiti diranno che don lorenza era troppo ambiguo,si comportava piu' da politico che da mafioso,aspettava chi avrebbe vinto la guerra per saltare sul carro del vincitore.Ad ogni modo don lorenzo agli inizi degli anni 80 viene chiamato a svolgere un ruolo da paciere nella guerra che il professore aveva scatenato contro tutti i clan della campania contrari alla ascesa del cutolo.Nuvoletta continua a mantenere un atteggiamento ambiguo,da l'impressione di non volersi inimicare con i cutoliani,un atteggiamento che fara' inimicare e deteriorare i rapporti con il loro killer e uomo piu' vicina alla famiglia,ANTONIO BARDELLINO che insiste ad usare la linea dura contro i cutoliani.Nell'estate del 1981 viene tenuta un assemblea di almeno un centinaio di camorristi piu' altre centinaia di mafiosi,tutti rigorosamente armati e tra loro diversi latitanti di vario calibro,nuvoletta aveva assicurato tutti che per gli appoggi politici di cui disponeva nessuno li avrebbe disturbati,anzi c'erano anche una decina di pattuglie di polizia a fare da guardia alla tenuta di poggio vallesana.Nonostante si dimostri ambiguo e inaffidabile nessuno si sogna di inimicarsi con don lorenzo,tutti sanno che oltre a essere amico e affiliato dei corleonesi il gotha della mafia siciliana sanno infatti che gode di coperture politiche di alto livello.La pax di pace tra cutoliani e anticutoliani viene firmata alla presenza e grazie a don lorenzo nuvoletta insieme ai corleonesi,ma dura pochissimo al punto da far comprendere al gruppo anticutoliano che don lorenzo pende piu' dalla parte di cutolo che dalla loro.Il piu' ostile e il piu' intrapendente e proprio l'uomo di punta dei nuvoletta,ANTONIO BARDELLINO,non sopporta piu' l'ambigua figura della famiglia nuvoletta e insieme ad alfieri galasso e moccia e pronto a dar filo da torcere a don lorenzo.Cosi' con bardellino che appare il piu' risoluto e avvelenato di tutti discutono del fatto che i nuvoletta a loro parere anno favorito ad alcuni agguati costati la vita ai loro amici e parenti,cosi' decidono di punirli.La guerra tra cutoliani e nuova famiglia e quasi finita,grazie al presidente della repubblica SANDRO PERTINI che si dice indignato di come viene favorito e di come gode di privilegi in carcere il capo della n.c.o. RAFFAELE CUTOLO,firma un decreto che ordini la immediata traduzione del boss nel carcere sardo dell'asinara,in ragime di isolamento totale,e grazie a questo isolamento che trae cutolo in difficolta' nel senso che non riesce piu' ad impartire ordini ai propri affiliati la nuova famiglia si da da fare per sferrare il colpo mortale all'organizzazione cutoliana.Cosi' tramonta il mito cutolo,siamo nel 1984 nel mese piu' caldo di quall'anno giugno,e di domenica e a poggio vallesana nella tenuta dei nuvoletta e' in atto una riunione importantissima degli uomini di maggiore spessore della famiglia,tra cui il mafioso di torre annunziata VALENTINO GIONTA e altri capi camorra.Fuori alla tenuta ci sono quattro automobili con una quindicina di uomini che aspettano l'ordine del loro capo ANTONIO BARDELLINO per muoversi.Si aiutano tra di loro ad indossare parrucche e baffi finti,nella tenuta don lorenzo sa sentenziando il fulcro del suo discorso,quando ANTONIO BARDELLINO fa un cenno,si scatena l'inferno,irrompono nella tenuta sparando all'impazzata,riescono a scappare tutti gli occupanti tranne il piu' temuto killer e intrapendente fratello dei nuvoletta,CIRO,che succede,il boss corre,si dimena chiede aiuto grida con tutto il fiato che ha nei polmoni,la morte la guarda dritta negli occhi,bardellino lo raggiunge e con una lupara mette fine alla giovane esistenza del boss accompagnando l'impulso omicidio con queste parole,(iette o'sang puzzolent).I nuvoletta vengono colpiti a morte nell'orgoglio,nella loro forza,i clan AFIERI e quello dei casalesi anno assestato un colpo mortale al prestigio dei nuvoletta che tutt'avia non limita e ne indebolisce la ferocia e la diplomatica risposta dei nuvoletta.C'e' chi dice che con la scomparsa di ANTONIO BARDELLINO i nuvoletta centrano eccome,comunque nella tarda primavera del 1985 viene arrestato proprio a marano il loro piu' fidato e prezioso alleato,VALENTINO GIONTA,il capo indiscusso di torre annunziata.Si trovava a marano proprio coperto dalla famiglia nuvoletta,che aveva assicurato il gionta che nella loro terra a marano nessuno lo avrebbe arrestato,ma i carabinieri mettono fine alla lunga latitanza del boss torrese.E' proprio l'arresto di VALENTINO GIONTA si intreccia con l'assasinio del giovane cronista del mattino GIANCARLO SIANI,che in un suo articolo ipotizza che il boss di torre annunziata fosse stato sacrificato dai nuvoletta e fatto arrestare per siglare la pace con i clan in guerra contro i nuvoletta e in particolare con i casalesi.La firma in calce dell'aricolo del corrispondente di torre annunziata GIANCARLO SIANI che non si e' reso conto che con quell'articolo ha firmato la sua condanna a morte.Per aver dato dell'infame a don lorenzo nuvoletta siani verra' ucciso tre mesi dopo,mentre sta parcheggiando la sua auto a piazza leonardo al vomero,aveva compiuto 27 anni da quattro giorni.Raccontera' il pentito SALVATORE MIGLIORINO che l'ordine di ammazzare il cronista era arrivato dai nuvoletta,e l'altro pentito che fu uno degli autori materiali del delitto FERDINANDO CATALDO,racconta che lorenzo nuvoletta era infuriato,a tal punto da prendere a calci e a pugni un giovane cane pastore tedesco che aveva comprato da poco per vigilare sulla tenuta di poggio vallesana.Era nervoso don lorenzo,non si dava pace,picchiava il cane e gridava(come noi infami,noi avremmo fatto arrestare VALENTINO GIONTA,quel bastardo con l'articolo ci ha buttato la calunnia addosso,deve morire,lo dovete ammazzare,subito non voglio repliche.Per l'assassinio del giornalista saranno condannati esecutori e mandanti tra cui il boss ANGELO NUVOLETTA alter ego del fratello lorenzo.Gli investigatori comunque si danno da fare e in poco tempo arrestano LORENZO NUVOLETTA,che si chiude in un silenzio cupo e angoscioso come solo i capi di cosa nostra sanno fare.Passa 7 anni in carcere,mantenendo sempre un comportamente dignitoso e mal disposto a collaborare con la giustizia.Gli ultimi processi rimangono indelebili e memorabili nel vedere il boss dei boss della camorra napoletana,l'uomo che aveva deciso il futuro e la morte di migliaia di persone di come si e' ridotto a causa di un cancro al fegato,non riesce neanche a parlare don lorenzo,neanche a dichiarare le sue generalita',steso su una barella con una decina tra infermieri e guardie attorno,altre volte su una sedia a rotelle che grida basta sto morendo non voglio rispondere fatemi morire a casa mia.In carcere il temperamento del boss vacilla,ne sa qualcosa PIETRO CHIAMBRETTI con il suo satirico tg zero,che intervista parenti e amici del boss,poi delle grida e il boss che sta per fare il suo rientro in aula su una sedia a rotelle,il conduttore chiambretti si para davanti e gli domanda se e' lui il boss della camorra lorenzo nuvoletta,la risposta del boss gela chiamretti,e lei vuole continuare ad essere chiambretti.Il boss nel frattempo incassa piu' ergastoli,e le sue disavventure giudiziari non si arrestano,ma il 16 febbraio del 1994 le sue condizioni di salute si aggravano,gli resta poco da vivere,i giudici gli concedono gli arresti domiciliari dando gesta di grande generosita',il boss infatti durante l'ultimo processo aveva dimostrato che gli restava poco da vivere,meno di un mese,aveva espresso la sua ultima volonta' di morire a casa sua.LORENZO NUVOLETTA si spegne il 7 aprile alle 8 di mattina,aveva 63 anni,per sua decisa volonta' aveva chiesto al fratello di dispensare di fiori il suo funerale,il questore di napoli firma un decreto che vieta le esequie del boss,cio' nonostante nella tenuta di poggio vallesana giungono migliaia di gente,tutti rigorosamente controllati dalle forze dell'ordine che presiedono la tenuta.Se ne va via l'ultimo vero capo camorra di napoli e provincia,per lui e per la sua volonta' i mafiosi avevano lasciato napoli ai napoletani senza perdere gli affetti e i contatti col boss.QUESTO POST PRENDE SPUNTO E IN PARTE COPIATO DAL LAVORO DI BRUNO DE STEFANO e del suo libro i boss della camorra.

lunedì 7 dicembre 2009

Boss lo tratta da schiavo: si suicida


Aveva accarezzato un sogno - un lavoro, una fidanzata, qualche amico - poi quando ha capito che il boss non gli avrebbe dato tregua è crollato. E si è tolto la vita, un suicidio che vale quanto il rifiuto di vivere da camorrista , anzi, da fiancheggiatore del sistema criminale creato da Carmine Sacco, il boss emergente ucciso a 28 anni assieme al padre Gennaro.

Una storia amara, quella di Pasquale Marra, pizzaiolo 35enne che da giovanissimo sognava di fare una sola cosa nella vita: impastare e farcire pizze davanti a un forno a legna, avere un po’ di tempo da dedicare alla fidanzata, semmai bere una birra al riparo da azioni criminali e retate di polizia.

Un sogno troppo grande qui tra Secondigliano e San Pietro a Patierno, terra bagnata da infinite faide e scissioni, che ha spinto un trentacinquenne a togliersi la vita in modo plateale: uccidendosi con la pistola che il boss gli aveva imposto di nascondere, contando sulla sua lontananza dai circuiti criminali che contano.

Una morte che non è passata inosservata, al punto tale da rendere necessaria l’apertura di un’inchiesta per istigazione al suicidio. Una storia amara, che emerge dagli atti del fermo spiccato due giorni fa dal procuratore aggiunto Sandro Pennasilico e dai pm anticamorra Stefania Castaldi e Barbara Sargenti, contro i vertici del clan Bocchetti. È la stessa indagine che fa chiarezza sul probabile movente dell’assassinio di Mariano Bacioterracino (11 maggio, quello del videochoc alla Sanità), ma anche del duplice omicidio di Gennaro e Carmine Sacco (24 novembre, San Pietro a Patierno), e che racconta oggi una vicenda diversa, scandita sempre e comunque da sofferenza e paura.

Sentimenti che spingono Pasquale Marra, il pizzaiolo, ad uccidersi con un colpo di pistola alla bocca. A leggere le carte della Dda, non è il gesto di uno squilibrato - è bene chiarirlo subito - ma un atto di liberazione dalla camorra. Un rifiuto, una liberazione. E ad accendere i riflettori sul suicidio di Pasquale Marra (il 28 maggio del 2005, aveva 35 anni), ci ha pensato di recente il pentito Carmine Sacco (solo omonimo del dispotico boss emergente ucciso assieme al padre).

Tanto che oggi, il nuovo collaboratore di giustizia ha provato a spiegare come fossero brutali padre e figlio, proprio ricordando il suicidio del pizzaiolo: «A Secondigliano lo sanno tutti, Pasquale si uccise perché non riusciva a farsi una vita propria, neppure ad uscire con la fidanzata. Carmine Sacco - aggiunge il pentito omonimo - gli aveva dato un posto di pizzaiolo nel suo ristorante di San Pietro a Patierno, ma pretendeva anche che stesse sempre a disposizione.

Per qualsiasi cosa: vuoi per custodire una pistola, vuoi per conservare una pacco di droga». Terrore e disperazione, hanno fatto il resto. Specie, quando il povero Pasquale Marra ha capito che da quel tunnel non sarebbe mai più uscito e che non avrebbe potuto sottrarsi del tutto alle richieste dell’emergente Carmine Sacco: «Si uccise proprio con la pistola che Carmine gli aveva imposto di custodire - aggiunge il pentito omonimo del 28enne ucciso -. A Secondigliano lo sanno tutti: in fondo, Pasquale voleva solo fare il pizzaiolo».

Un racconto che spiega tante cose, che mette a fuoco il temperamento del 28enne, ma anche la decisione della camorra di Secondigliano di uccidere padre e figlio: arrogante, violento, non ancora trentenne, faceva piazzate a tutti. Carmine Sacco non faceva girare i soldi del «sistema», ma comprava auto di lusso, viveva in una casa costosa e faceva la bella vita con moglie e figli: «E stressava tutti - spiega il nuovo pentito - fino al terrore e alla disperazione».

È la faccia peggiore di una camorra sempre più sanguinaria, anche a leggere la ricostruzione dei pm, che commentano ad esempio la decisione di Vincenzo Caiazzo (in cella due giorni fa) di convocare un intero nucleo familiare come punizione dopo un litigio tra ragazzi: «La sete di vendetta per un episodio di alcuno spessore - scrivono i pm - deve dispiegarsi non solo contro il giovane coinvolto, ma anche contro i genitori e i fratelli più piccoli. Vendetta che rimanda alla più classica e bieca iconografia dei boss, divenuta letteratura, di cui gli stessi camorristi si cibano, agendo contro gli inermi e onesti cittadini». Sono gli stessi «biechi modelli» che Pasquale Marra, il pizzaiolo, ha rifiutato togliendosi la vita.

Bacioterracino, i killer erano almeno due


Due sicari, forse addirittura
tre, uccisero a maggio scorso
Mariano Bacioterracino nel rione
Sanità (nella foto). Fermo restando
la presunzione d’innocenza fino a
un’eventuale condanna definitiva
per l’unico indagato finora, Costanzo
Apice, gli inquirenti desumono
che il nipote di Gennaro Sacco
abbia agito insieme ad almeno
un complice da un’intercettazione
ambientale compiuta dalla polizia
in un terraneo nella disponibilità di
Antonio Zaccaro detto “’o luongo”.
Era il 19 ottobre scorso e il luogo è
chiamato “Casarella”. Ecco, sull’argomento,
la conversazione integrale
tra Ciro Bocchetti detto “zio
Ciruzzo”, numero uno del gruppo
omonimo, e Zaccaro, esponente di
primo piano.
Bocchetti: «Ueh gli afragolesi…mi
credi? Ma non mi risulta che noi...
gli afragolesi.. abbiamo guadagnato
un euro...».
Zaccaro: «E le 70 lire?».
B. : «Che noi abbiamo guadagnato
un euro...».
Z.: «E le 70 lire che arrivarono?»
B. : «Quali 70 lire?».
Z.: «Eh…che ebbero 500 euro per
uno quei due».
B. : «Il fatto?».
Z. : «Quel fatto dei tre…».
B. : «Ci ha guadagnato 70 lire?».
Z. : «70mila euro e me lo ha detto
più di una persona…ha detto poi a
Costanzo e a quell’altra persona che
io glielo dissi voi siete due lote…».
B. : «500 euro».
Z. : «500 euro per uno… gli diede…
dissi io “Carminiello”, venimmo
da là che lui tutto quanto se ne
scappò dietro la pizzeria... stava la
sopra la casa… disse solo una cosa
questi stanno senza soldi tutti e
due… Devono avere 4-5000 euro…
levali da sopra i conti… falli riprendere
un poco, io me ne vado e
acchiappo Costanzo… Te li ha dati?
Tutto a posto? Dissi io: “se devo
cacciare qualcosa pure io… li caccio
pure io…” e gli ha dato 500 euro
per uno… tu sei un pezzo di merda
dissi io…».
B. : «Te li sei presi?».
Z. : «Ti sei preso 500 euro? Vale 500
euro? Quella è un’azione che vale
un milione di euro quella che abbiamo
fatto…».
Da questa e altre intercettazioni allegate
la procura antimafia e la
squadra mobile della questura sono
arrivati alla conclusione che l’omicidio
di Gennaro Sacco e del figlio
Carmine sia stato provocato da
vecchi malumori nei loro confronti
per la gestione della cassa comune.
Ma che la goccia capace di far
traboccare il vaso sia stato l’agguato
mortale a Mariano Bacioterracino.
In sostanza, secondo gli inquirenti,
sarebbero arrivati al clan
70mila euro dagli “afragolesi” come
compenso per il clamoroso delitto
della Sanità; però ai sicari sarebbero
stati dati soltanto 500 euro
a testa.

«I Sacco uccisero Carmine Capano»


«Carmine Capano, detto
“Carminiello ‘o chiattone”, fu ucciso
dal clan Sacco per vendetta: aveva
avuto dei problemi con loro e lo
avevo preso con me a lavorare, affidandogli
la gestione della piazza
di spaccio nell’Oasi del Buon Pastore.
Proprio davanti a un circoletto
della zona, che ora non esiste
più, lo ammazzarono un tale soprannominato
“’o cacaglio” e un altro
detto “Masaniello”. Io ebbi un
chiarimento con Vincenzo Sacco,
il quale giustificò l’omicidio con il
fatto che Capano si era allontanato
da poco».
Il 29 aprile 2008 Maurizio Prestieri
raccontò a un pm della Dda ciò che
sapeva a proposito di un omicidio
avvenuto nel 1997 a Scampia. Carmine
Capano, la vittima, era conosciuto
personalmente dal ras pentitosi
l’anno scorso, primo del gruppo
di mala con base in via Monterosa.
Va premesso, come al solito,
che le persone tirate in ballo devono
essere ritenute estranee ai fatti
narrati fino a prova contraria. Ecco
alcuni passaggi delle sue dichiarazioni,
nelle quali è sintetizzato benissimo
il grande business del traffico
di droga. Al punto che Prestieri
in modo naturalmente utilizza il
termine “lavorare” a proposito dell’attività
di spaccio.
«Capano - ha messo a verbale il
pentito- per anni ha gestito una
piazza di spaccio all’interno del lotto
Sc per conto dei Sacco: Almerigo
detto Vincenzo, Gaetano e Gennaro,
legati alla famiglia Licciardi.
Io con i predetti Sacco ho avuto
rapporti diretti in materia di cessioni
di sostanza stupefacente del
tipo cocaina, nel senso che in alcune
occasioni ho acquistato da loro
grossi quantitativi di cocaina,
pari a 5/10 chili, nonché in altre occasioni
ho venduto agli stessi analoghi
quantitativi della sostanza
stupefacente».
Maurizio Prestieri ha poi continuato,
parlando dell’omicidio. «Capano
ebbe problemi con i Sacco e pertanto
io lo pigliai con me a lavorare,
dandogli compiti in ordine alla
gestione della piazza di spaccio dell’Oasi
del Buon Pastore. Questa circostanza
non andò a genio ai Sacco,
i quali decisero di ucciderlo. Effettivamente
così avvenne e Capano
fu ammazzato nei pressi di un
circoletto che ora non esiste più,
davanti al quale era seduto su una
sedia. Vicino a lui c’era un altro affiliato,
che rimase ferito di striscio,
Vincenzo Longobardi detto “scimmietella”.
Successivamente Vincenzo
Sacco giustificò l’omicidio
con il fatto che Capano si era allontanato
da loro e io gli contestai
che almeno dovevo essere avvisato
dell’agguato, visto che Capano
lavorava con me. Lui mi rispose che
non ne era a conoscenza».
Sottolineando che alle dichiarazioni
di Prestieri non sono seguiti riscontri,
va precisato che le dichiarazioni
sono allegate al decreto di
fermo emesso ed eseguito l’altro a
carico di 13 esponenti del clan Sacco-
Bocchetti: Costanzo Apice, Ciro
Bocchetti, Vincenzo e Giovanni
Caiazzo, Stefano Foria, Salvatore
Criscuolo, Antonio, Giovanni e Vincenzo
Feldi, Raffaele Bevo, Ciro Casanova,
Giancarlo Possente e Antonio
Zaccaro, unico latitante.

domenica 6 dicembre 2009

Si è pentito il figlio del boss Sacco


Carmine Sacco si è pentito
e la sua decisione è destinata a
segnare il corso delle indagini sulla
mala dell’area Nord. L’uomo non
è un pregiudicato qualunque, lui è
il figlio di un boss condannato all’ergastolo
per un omicidio ed era
detenuto solo per droga. Quindi il
motivo che lo ha spinto a decidersi
è sicuramente importante, un peso
forse per il quale non ne poteva non
parlarne per liberarsene. Ha parlato
con i pubblici ministeri Stefania Castaldi
e Barbara Sargenti della Dda
di Napoli ed ha raccontato tutto
quello che conosce. Innanzitutto ha
permesso la cattura di 12 presunti
affiliati al gruppo Bocchetti, alleato
ai Sacco e poi ha parlato di esponenti
del suo stesso clan, accusandoli
anche di omicidi.
È un “figlio d’arte” e quando fu catturato
era inseguito da due provvedimenti
restrittivi emessi dalla magistratura
napoletana per droga. Ad
arrestarlo furono i poliziotti del commissariato
di Secondigliano che riuscirono
a bloccarlo all'interno di
un'abitazione di via Monte Faito. Il
28enne ricercato non ebbe neanche
il tempo di tentare la fuga e si lasciò
ammanettare. I due provvedimenti
emessi dalla magistratura,
entrambi di custodia cautelare in
carcere, erano uno del febbraio
2007, emesso dal Tribunale di Napoli,
mentre l'altro fu emesso qualche
giorno mese di marzo dalla sezione
gip sempre del Tribunale di
Napoli. Il padre invece è detenuto
per l’omicidio di Modestino Bosco,
ucciso in un garage di Secondigliano
il 2 settembre del 2006, e sono
stati condannati all'ergastolo, in
primo grado, oltre a Claudio Sacco,
anche Giacomo Selva e Salvatore
De Santo.
Il cerchio attorno ai presunti responsabili
dell'omicidio di Bosco si
chiuse nel giro di pochi giorni. In libertà
restano solo “Gennaro”, colui
che viene tirato in ballo da killer e
mandanti del delitto come l'organizzatore,
e altri due personaggi
non ancora identificati e potrebbe
essere proprio lui a far luce su questo
personaggio non ancora identificato.
L'accusa è quella di omicidio
volontario premeditato in concorso
con l'aggravante del metodo
mafioso. A loro carico ci sono per lo
più esplicite conversazioni telefoniche
intercettate dagli investigatori.
L'omicidio, secondo la Procura,
era premeditato. Adesso proprio
Carmine parlerà sicuramente di
quel delitto e ricostruirà anche quelli
della faida con il clan Licciardi.
Già ha detto di aver saputo i presunti
assassini di Carmine Grimaldi
detto “Bombolone” affiliato alla
cosca dei Licciardi e prima vittima
della scissione.

«Di quei 70mila Costanzo ha avuto solo 500 euro»


C’è un filo che collega le
indagini sul blitz di ieri contro il
clan Bocchetti di San Pietro a Patierno
all’omicidio di Mariano Bacioterracino
(nella foto il video
choc della sua esecuzione), assassinato
a maggio al rione Sanità.
Questo filo è raccontato dalle
intercettazioni telefoniche tra due
affiliati ai Bocchetti. È una microspia
che capta ciò che si dicono
Ciro Bocchetti e Antonio Zaccaro
unico ad essere
riuscito a fuggire
al blitz. «Di quei
70mila euro che ci
hanno dato gli
Afragolesi non abbiamo
visto un soldo.
Costanzo e l’altro
hanno avuto
solo 500 euro. Valeva
un milione di euro». È questa
la sintesi che ne fa la Procura che
ritiene che quel Costanzo sia Apice
e che quei soldi siano il prezzo pagato dai Moccia per l’omicidio
di Mariano Bacioterraccino. Queste
dichiarazioni sono state depositate
ieri al Tribunale del Riesame.
Apice, assistito dagli avvocati
Davino e Caiafa, si dichiara innocente
ma la Procura antimafia
sostiene invece il contrario. C’è
inoltre la perizia che è stata fata
sul luogo dell’omicidio ma sarà
pronta solo fra qualche settimana.

«Apice ha ucciso anche Carmine “bombolone”»


Costanzo Apice ha ucciso anche Carmine Grimaldi detto “Bombolone”
e con lui hanno agito altre due persone: Stefano Foria e un altro
del quale non ricordo il nome». È questo quanto ha detto il neopentito
Carmine Sacco, figlio di Claudio, che da qualche mese ha deciso di passare
dalla parte della giustizia. «Apice non ha mai fatto parte del clan Licciardi,
solo dopo la scissione si è avvicinato al clan Bocchetti ma non ha
mai avuto contatti diretti con Claudio, solo per la questione di una motocicletta
». A parlare poi è anche Francesco Diana, nuovo pentito della
cosca dei Casalesi: «Venne da me con Franco “Mekkey” a prendere la
droga e poi non l’ho visto più. Quando ho visto il video l’ho riconosciuto
». Grimaldi fu ucciso il 27 ottobre del 2007 a San Pietro a Patierno in
via Quattro Aprile, poco dopo le quattro di un martedì. La zona era quella
del centro del quartiere, nei giardinetti circondati dagli edifici. Era riverso
accanto alla panchina dove era seduto fino a poco prima, crivellato
di proiettili, caduto sotto i colpi dei sicari. “Bombolone” era un affiliato
del clan Licciardi ed è stato il primo ad essere ammazzato. Era stato
scarcerato nel 2006, dopo essere stato arrestato nel 2004, risultato coinvolto
in un episodio estorsivo ritenuto riconducibile ai Licciardi. Abitava
in via Degli Ortolani, lo freddarono a pochi metri da casa sua. Dove si
sentiva sicuro, dove non avrebbe mai pensato che i killer riuscissero a
raggiungerlo per poi scappare via indisturbati. Erano killer dalle facce
pulite, mai viste prima.

«Salomone fu ucciso dai Licciardi»


Pasquale Salomone aveva
intenzione di passare con i Sacco-
Bocchetti e perciò fu ucciso». È uno
dei passaggi più importanti delle dichiarazioni
di Carmine Sacco, ultimo
pentito di camorra dell’area di
Secondigliano, legato ai Sacco-Bocchetti
che racconta di un omicidio
di ex affiliato (nella foto). Il 26 novembre
scorso fece una panoramica
ai pm della Dda sul clan di cui fino a
qualche tempo fa ha fatto parte con
compiti di gestione di stupefacenti.
Ha iniziato a collaborare da detenuto
ed è il figlio di Claudio, ma non sono
parenti di Gennaro: soltanto omonimi.
Naturalmente va premesso che
le persone tirate in ballo nel verbale
devono essere ritenute estranee ai
fatti narrati fino a prova contraria.
«Vincenzo Licciardi si era esteso su
San Pietro a Patierno, zona per la
quale il referente criminale è sempre
stato Gennaro Sacco, e non aveva alcuna
intenzione di fargli spazio in
quella zona. Anzi, Gennaro Sacco
soffriva la condizione di essere subordinato
al clan Licciardi e di non
potersi muovere senza il benestare
di Vincenzo Licciardi. Ugualmente
anche il suo compagno fraterno Giovanni
Cesarano soffriva una condizione
di limitato spazio all’interno del
clan Licciardi nonostante i trent’anni
di malavita che aveva speso per i
Licciardi». Ecco quindi, secondo il
pentito, le ragioni della scissione dei
Sacco-Bocchetti dai Licciardi. «Queste
furono in buona sostanza, le ragioni
che portarono alla scissione dei
Bocchetti dal clan Licciardi, scissione
dopo la quale alcuni affiliato sto
rici ai Licciardi passarono con i Sacco-
Bocchetti: ad esempio “Carminiello
o’ musso”, Vincenzo Allocco,
lo stesso Cesarano e altri dal carcere,
i fratelli Tufano. Anche Pasquale
Salomone aveva questa intenzione
e per questo venne ucciso. Parallelamente
alla scissione dai Licciardi,
Gennaro Sacco fece un accordo con
gli scissionisti di Secondigliano e
con i Lo Russo. Dall’accordo
derivò l’impossessamento
della zona del
Perrone, che è molto vicina
a San Pietro a Paterno,
e degli affari di droga
che prima erano trattati
da Gino e Sergio De Lucia,
“Giambillone” Antonio
Pitirollo, “Peppe o’ capellone”,
“Peppe o’ nasone”,
“Peppe a’ scarola”. La conseguenza
della pressione del clan Bocchettu
e degli scissionisti fu che Pitirollo,
“Capellone”, “Nasone” e “Scarola”
passarono dalla parte dei Bocchetti
mentre Gino De Lucia e
“Giambillone” se ne andarono al Terzo
Mondo e Sergio De Lucia si allontanò
definitivamente dopo l’ultimo
agguatoı».

Sgominati i Bocchetti: presi in 12


L’inchiesta andava
avanti da tempo e aveva come
epicentro il traffico illecito di droga,
con l’aggravante mafiosa. Ma
in corso d’opera si è intrecciata
con le indagini sul clan Sacco-
Bocchetti di San Pietro a Paterno
due clamorosi fatti di sangue: l’assassinio
tra la folla della Sanità di
Mariano Bacioterracino, il cui sicario
fu ripreso dal video diffuso
dalla procura, e il duplice agguato
mortale proprio ai Sacco, il ras
Gennaro e Carmine. Alla fine la
Dda ha emesso 13 decreti di fermo,
12 dei quali eseguiti ieri mattina
dalla polizia, che hanno decapitato
l’organizzazione scissasi
due anni fa dai Licciardi per allearsi
con gli Amato-Pagano. Tra
i reati contestati agli indagati
(compreso l’unico sfuggito alla
cattura, Antonio Zaccaro detto
“Tonino o’ luongo”) non c’è l’omicidio;
gli stessi inquirenti però, sono
convinti che tra gli arrestati ci
siano i sicari di padre e figlio.
Le indagini della procura antimafia
(procuratore aggiunto Pennasilico,
pm Sargenti e Castaldi) sono
state condotte dai poliziotti
della squadra mobile della questura
(agli ordini del dirigente Pisani)
attraverso intercettazioni telefoniche
e ambientali. Così, è venuto
fuori che Ciro Bocchetti, fratello
del boss Gaetano detto “Nanà”,
si lamentava con Antonio
Zaccaro del comportamento di
Gennaro Sacco, allargatosi troppo
rispetto al ruolo che già aveva
di capozona a San Pietro a Patierno
per conto dell’”Alleanza di
Secondigliano”. Ecco perché gli
investigatori ritengono che il duplice
omicidio sia maturato per
l’ostilità crescente verso il 58enne
e il figlio,
accusati
da
quelli che
da amici
stavano diventando
nemici di
gestire la
cassa del clan ad uso loro e di aver
intessuto rapporti troppo stretti
con i Moccia di Afragola. “Non ci
sono i soldi per i detenuti e poi
quello si compra la macchina da
cento milioni”, è una delle frasi
emblematiche registrate da una
microspia e agli atti dell’inchiesta.
Da mesi il sodalizio non era
più compatto e il raid del 24 novembre
scorso è stato soltanto
l’epilogo, deciso dopo la storia del
70mila euro per l’assassinio di
Mariano Bacioterracino.
Tra gli arrestati, i personaggi più
noti sono Bocchetti, i fratelli Feldi,
Antonio Zaccaro e naturalmente
Costanzo Apice. Le indagini
hanno chiarito alcuni episodi
collegati alla scissione dei Sacco-
Bocchetti con i Licciardi, da cui
si era staccato anche Giovanni
Cesarano,
tra i quali
l’omicidio
di Carmine
Grimaldi
detto “Bombolone”.
Dopo
altri fatti
di sangue,
era stata sancita una tregua con
l’accettazione da parte del gruppo
della Masseria Cardone della nuova
formazione autonoma. E infatti
Gennaro e Carmine Sacco non
sono stati uccisi dai Licciardi.

venerdì 4 dicembre 2009

IL KILLER DEL VIDEO CHOC SUL LUOGO DEL DELITTO


Ai Vergini va in scena la morte. La polizia scientifica ha riportato Costanzo Apice (nella foto durante la ricostruzione del raid), presunto killer di Mariano Bacioterracino incastrato dal video-choc, sul luogo del delitto per girare un altro filmato. Sarà confrontato con quello dato alla stampa dalla Procura e che ha permesso di arrestare il presunto assassino. Ma secondo l’avvocato di Apice, dalla ricostruzione emerge che l’assassino è più alto del giovane, il quale ha fatto fatica a seguire le orme tracciate a terra dagli “007”.Ora si tratta di aspettare qualche settimana,il tempo che la polizia scientifica con scrupolosita' e professionalita' fara' un esame scientifico del video agguato e del video girato da loro per capire e mettere a confronto i fotogrammi per capire se effettivamente COSTANZO APICE e' lui il killer.Anche se in realta' il video choc mostra una persona di corporatura piu' robusta rispetto a quella di COSTANZO APICE,ma cio' non dimostra che non sia lui il killer,sara' un po' sciupato,si e' tagliato il pizzetto e i baffi,ma a un primo esame sembra proprio che il killer sia prprio lui senza ombra di dubbio.

giovedì 3 dicembre 2009

ASSOLUZIONE BIS PER UGARIELLO


La Corte d’Assise d’Appello di Napoli ha assolto Ugo De Lucia, killer del
clan Di Lauro di Secondigliano accusato di aver assassinato Biagio Migliaccio.
Il processo arrivava dalla Cassazione che aveva accolto la tesi
della Procura che aveva fatto ricorso all’assoluzione decretata in primo
grado. L’anno scorso infatti non era possibile appellare le sentenze
di assoluzione se non dinanzi alla Suprema Corte. Poi la legge è decaduta
e per questa ragione il ricorso della Procura è stata convertito dalla
Cassazione in motivi di appello. Ieri il procuratore generale ha chiesto
l’assoluzione e l’avvocato difensore Domenico De Rosa ha avuto vita
facile. Poche ore e la Corte è uscita con la decisione: assoluzione. In
primo grado il killer di Gelsomina Verde era difeso dall’avvocato Dario
Russo che aveva dimostrato molte incongruità sul racconto dei collaboratori
di giustizia che indicavano in “Ugariello” l’assassino del cugino
di uno scissionista. Una delle tante vittime innocenti della faida del
2004. Adesso è attesa per la fissazione del processo d’appello per Antonio
Mennetta e Ferdinando Emolo, indagati per lo stesso delitto. I
due erano stati assolti a fronte della richiesta di ergastolo ma la Corte
di Cassazione ha deciso di cancellare la sentenza e di rimandare gli atti
ad una Corte d’Assise d’Appello. Per i due adesso il processo andrà
rifatto tutto daccapo: e a questo punto - anche se resta tutto da vedere,
a seconda delle richieste e delle eventualità - potrebbero pure rischiare
una nuova condanna. I due erano imputati nel processo per
l'omicidio di Biagio Migliaccio, ed erano stati arrestati anche e soprattutto
grazie alle ricostruzioni rese dai collaboratori di giustizia, oltre
che a un lungo lavoro investigativo. La decisione di qualche tempo
fa, di assolvere i due uomini, era stata figlia delle troppe contraddizioni
degli stessi collaboratori di giustizia su alcuni punti cruciali del raid
che il 20 novembre del 2004 portò alla morte di Migliaccio, che venne
trucidato mentre si trovava all'interno dell'autofficina del padre, al centro
di Mugnano. Era incensurato Biagio Migliaccio, ma cugino di un
presunto ras del clan Di Lauro: Giacomo Migliaccio, ritenuto da investigatori
e inquirenti il referente a Mugnano di Lello Amato. E perciò
fu ammazzato sotto gli occhi del padre: una vendetta trasversale, proprio
come avvenne il 29 ottobre prima, quando sempre a Mugnano a cadere
sotto il fuoco dei killer fu Massimo Galdiero, nessun precedente penale,
nipote di Salvatore Di Girolamo, scissionista dal gruppo Di Lauro.
Erano le 11 quando i sicari entrarono in azione contro Biagio Migliaccio,
che gestiva insieme con il padre la rivendita di autovetture
“Centro auto” sulla Circumvallazione esterna al confine con Giugliano.
Con modalità tipicamente camorristiche, i killer che sembravano clienti,
i due si diressero verso il 34enne esplodendo colpi di pistola alla testa,
aò torace, sotto gli occhi del padre dell'uomo, che ha dovuto assistere
inerme all'omicidio.

martedì 1 dicembre 2009

UNA SVOLTA NELLE INDAGINI PER IL DUPLICE OMICIDIO SACCO


Forse l'agguato che e' costato la morte a GENNARO SACCO e al figlio CARMINE SACCO,potrebbe essere a una svolta,infatti gli investigatori sono riusciti a scovare nel telefonino di entrambi delle chiamate ricevute che al momento risultano molto interessanti.Chiamate che riguardano sia il padre che il figlio,cio' potrebbe significare che i due sono caduti in trappola come spesso succede,chiamati da qualcuno che li conosceva e che subito dopo ha allertato i killer.Si indaga a 360gradi per codificare la chiave di questoduplice agguato eccellente,capire chi siano i mandanti,se i licciardi che i sacco insieme ai bocchetto cesarano feldi si erano scissi,oppure gli scissioniti del clan di lauro,infatti sembra che subito dopo la guerra lampo con i licciardi i sacco si erano legati proprio a quest'ultimi.C'e anche chi ipotizza un collegamento con l'omicidio di MARIANO BACIO TERRACINO ammazzato al rione sanita' fuori al bar dei vergini,proprio dal marito della nipote di sacco,ma e' un'ipotesi tutta da verificare,c'e' da prendere in considerazione che la famiglia sacco specie economicamente stava crescendo in fretta.