lunedì 30 novembre 2009

LE TANTE IPOTESI DELLA MORTE DI GENNARO SACCO


Non c'e' ombra di dubbio che l'omicidio di GENNARO SACCO e di suo figlio CARMINE SACCO ammazzati alcuni giorni fa a san pietro a patierno e l'inizio di una nuova alleanza,una nuova amicizia sancita con la morte del ras indiscusso di san pietro a patierno.E chi se non gli scissionisti del clan di lauro,gli unici che avevano piu' di un motivo per eliminarlo,per togliere di mezzo un peso ingombrante che mangiava su tutto e tutti,trascurando l'alleanza sancita con gli scissionisti dei di lauro durante la faida con i licciardi.Bisogna infatti ripercorrere la carriera oltre che il carisma di GENNARO SACCO,killer un tempo al soldo della famiglia licciardi della masseria cardone,fino ad entrare a pieno titolo col grado da boss nella cupola della alleanza di secondigliano,insieme a PASQUALE SALOMONE era il killer piu' temuto e rispettato della cupola licciardi.Da ex poliziotto qual'era gli affiliati e i boss ne esaltavano la sua abilita' nel maneggiare le armi da fuoco,specie la pistola che si dice sparava con il polso leggermente incrinato,era capace di centrare un cranio da un centinaio di metri di distanza.E alcuni collaboratori di giustizia confermano questa sua precisione con le armi,attribuendogli alcuni omicidi eccellenti,tra cui l'omicidio del mammasantissima COSIMO CERINO e del suo guardaspalle CIRO OTTAIANO,ma non solo,lo descrivono come freddo e cinico con i nemici,cosi'fino a quando non lo hanno massacrato.La sua spavalderia e il suo essere indipendente l'aveva portato nel 2007 a un chiarimento con la cosca che gli ha consentito di scalare il vertice,ovvero i licciardi,insieme a GIOVANNI CESARANO e a GAETANO BOCCHETTI si era lamentato del lusso che facevano tutti gli altri affiliati,mentre lui insieme ai due citati non aveva accumulato alcuna ricchezza,e proprio questo suo convincimento lo aveva portato a una sanguinosa scissione avvenuta con la morte di CARMINE GRIMALDI detto bmbolone,messo a capozona di san pietro a patierno.Il lusso,le macchine e le attivita' evidentemente avevano distratto bombolone che non si era accorto del mal contento dei suoi amici,che ne decreterranno la morte scindendosi cosi' definitivamente con i licciardi.A differenza dei di lauro i licciardi si sono visti ammazzare alcuni soldati,tuttavia senza creare casino e senza reagire alle provocazioni,erano scesi a compromessi,avevano dato san pietro a patierno e altri piccoli quartieri a questi fuoriusciti senza creare caos,senza fare la fine dei di lauro con i riflettori puntati addosso a livello nazionale che inevitabilmente ha portato allo smembramento e alla distruzione della cosca.I licciardi sono molto pazienti quando si tratta di omicidi e vendette,li compiono a distanza di anni senza lasciare traccia,ma l'omicidio di GENNARO SACCO e del figlio CARMINE vanno inquadrati nella voracita' e nel carisma di non sottostare a nessuno,il ras voleva reverenza e rispetto senza dare conto a nessuno.Proprio durante la faida con i licciardi GENNARO SACCO insieme a NANA' BOCCHETTI aveva sancito l'alleanza con gli scissionisti del clan di lauro,spartendosi i guadagni delle piazze di droga site in san pietro a patierno,aveva incominciato un nuovo percorso criminale che evidentemente gia' era stato programmato dall'inizio la sua fine,forse se ne sono serviti per il coraggio,il carisma,e per prendere san pietro a patierno senza dover muovere guerra e pestare i piedi a nessuno.Vedremo le indagini che diranno,semmai dovesse uscire un nuovo collaboratore che puo' far luce su questo omicidio.

domenica 29 novembre 2009

Muore Tarantino, al lotto 0 si festeggia con i petardi


Giochi pirotecnici, petardi e fuochi d’artificio. Al Lotto 0 di Ponticelli si è festeggiato così per la morte dell’ultimo boss dei Sarno, Salvatore Tarantino (nella foto), deceduto giovedì nell’ospedale Loreto Mare dopo l’agguato avvenuto il giorno precedente proprio nel rione regno dei De Luca Bossa. I clan rivali, infatti, consideravano Tarantino come l’ultimo ostacolo per la loro ascesa dopo il pentimento dei vertici dei Sarno

CLAN PANICO, IL RAS ANTONIO TENTA IL SUICIDIO IN CARCERE


Il tempestivo intervento degli agenti del carcere romano di Rebibbia ha sottratto il capoclan di Sant’Anastasia Antonio Panico (nella foto) a morte sicura. Il boss 51enne, in cella da circa tre anni, infatti, ha tentato il suicidio stringendosi attorno alla testa una busta di plastica. Negli ultimi tempi Panico si è lamentato per le difficoltà ad incontrare la moglie, Concetta Piccolo, anch’essa detenuta a Rebibbia: le nuove misure sul 41bis hanno reso più severe le procedure per i colloqui con i familiari.

mercoledì 25 novembre 2009

Ammazzati il boss Sacco e il figlio


Da poliziotto, anche se per
pochissimo tempo, a boss di un
clan che due anni fa si scisse dai
Licciardi, avvicinandosi agli Amato-
Pagano. Ma Gennaro Sacco era
probabilmente anche uno dei pochi,
secondo gli investigatori, a conoscere
alcuni dei segreti dell’omicidio
di Mariano Bacioterracino: circostanza
che, se confermata, potrebbe
essergli costata la vita insieme
al figlio Carmine, 29enne incensurato.
Il nipote acquisito del
58enne ucciso ieri pomeriggio si
chiama Costanzo Apice e il suo nome,
come presunto assassino del re
delle rapine del rione Sanità, compare
sui giornali dalla settimana
scorsa. Se c’è un collegamento tra
il famoso video, tutto ciò che ne è
conseguito e l’agguato mortale, si
scoprirà almeno tra qualche giorno.
Mentre per ora come terza pista,
dopo quella che conduce al clan
Licciardi, carabinieri e polizia seguono
quella di uno scontro interno
alla malavita di San Pietro a Paterno.
Gennaro e Carmine Sacco alle 17
sono andati incontro alla morte in
motocicletta. Guidava il figlio del
ras quando all’improvviso da dietro
sono spuntati i killer, anch’essi in
due su uno scooter. L’eliminazione
del 58enne è avvenuta in pochissimi
secondi: il tempo per l’esecutore
materiale del duplice delitto di
prendere la mira e sparare alla testa
e al volto dell’uomo. Poi il pistolero,
con un’arma calibro 9x21, ha
fatto fuoco contro il giovane. Non
era lui il bersaglio designato e così,
approfittando di un attimo di minore
concentrazione dei sicari, è
riuscito ad accelerare nonostante
fosse già ferito. Ma dopo cinquanta
metri circa, è caduto e la fuga a
piedi è durata ben poco: un proiettile
alla nuca gli è stato fatale. E’
morto pochi minuti dopo l’arrivo, in
ambulanza, al pronto soccorso dell’ospedale
San Giovanni Bosco.
Sul posto si sono precipitati i carabinieri
della compagnia Stella, della
Stazione di Secondigliano e del
Nucleo investigativo di Napoli, che
procedono nelle indagini con il coordinamento
dei pm Sergio Amato
e Luigi Alberto Cannavale della
Dda. Investigazioni parallele vengono
svolte dai poliziotti della Squadra
mobile della questura e del
commissariato Secondigliano, anch’essi
giunti tra via della Masseria
e via Gagarin, luogo della sparatoria.
Proprio in quest’ultima strada
abitavano i Sacco e la circostanza
fa pensare ad assassini, a
volto scoperto, che conoscevano
bene il territorio.
Almeno fino a quando il giornale
andava in stampa, gli investigatori
lasciavano aperte tutte e tre le ipotesi:
un collegamento con l’omicidio
di Mariano Bacioterracino; uno
scontro interno ai Sacco-Bocchetti;
la vendetta del clan Licciardi per
gli attacchi di due anni fa, quando
furono ammazzati Carmine Grimaldi
detto “Bombolone” e un fedelissimo
di quest’ultimo.
In quel periodo Gennaro Sacco temeva
di rimanere vittima di agguati
e cambiò anche zona di residenza,
ottenendo contemporaneamente il
permesso dal Tribunale di Sorveglianza
di non andare a firmare il
registro dei sorvegliati nel commissariato
di polizia più vicino. Ma
ultimamente era tranquillo, fino all’ultimo
minuto di vita.

L’agguato a “Bombolone” segnò la scissione


Le ostilità furono aperte con l’omicidio di Carmine Grimaldi,
“Bombolone”, e di un suo fedelissimo. Era l’estate del 2007 e se fu
subito chiaro che l’attacco ai Licciardi veniva dal clan Sacco-Bocchetti, si
dovette aspettare qualche tempo per risalire al perché. Gli inquirenti
scoprirono grazie all’inchiesta sui Licciardi il motivo della scissione
interna che aveva improvvisamente provocato la formazione di un
nuovo gruppo di mala: i Cesarano-Sacco-Bocchetti-Feldi. Una guerra
fratricida a colpi di pistole, alla base pure di un clamoroso agguato
fallito ai danni di Pietro Licciardi (figlio del defunto padrino Gennaro
“a’ scigna” e presunto reggente della Masseria Cardone mentre lo zio
Vincenzo “o’ chiatto” era latitante). La risposta fu una sparatoria contro
Vincenzo Allocco. I primi segni della spaccatura la Dda li registrò
captando con una microspia o colloqui in carcere di Giovanni Cesarano
“’o palestrato” (uno dei ras dei fuoriusciti dai Licciardi). Il 20 settembre
2007 ribadiva che il suo referente era “zia Vincenza” ed “Enzuccio” (la
stessa persona, Allocco Vincenzo secondo la procura antimafia). Nella
conversazione, con la figlia Chiara, aggiunse che ormai la scissione
aveva iniziato il suo corso e di conseguenza anche le attività illecite
erano separate: «mo non voglio sapere niente più … ormai sono partito
…io …. E fece anche riferimento alla pretesa di una somma in denaro
di un appartamento dall’impresa che stava costruendo un palazzo dove
abitava un personaggio da lui mimato come una gallina».

domenica 22 novembre 2009

Le intercettazioni che hanno inguaiato il killer della sanita'


Le intercettazioni ambientali
e le videoriprese sono state
decisive per risalire a Costanzo
Apice quale assassino di Mariano
Bacioterracino. Non appena,
infatti, sono sorti i primi sospetti
sul 28enne, gli investigatori
sono partiti all’attacco piazzando
delle microspie laddove ci
fossero parenti di Apice. Di enorme
importanza, infatti, è stato un
dialogo colto in carcere il 10 novembre,
quando Dora Chiappetta,
moglie del detenuto Gennaro
Ramaglia e sorellastra di Concetta
Caso, a sua volta moglie di Apice,
parlarono proprio dell’omicidio
avvenuto alla Sanità. Dora
Chiappetta, nella conversazione
in oggetto, era accompagnata anche
dalla madre Anna Molino.
Dora: «Andai a casa ed Antonella
disse a noi, voi lo sapete io non
sono mai venuta da voi. Mo vengo
proprio perchè
non tengo neanche
un euro e chi me li
presta. Mamma non
sta ccà, mamma sta
da papà e le cose
già non stanno bene pure per mia
sorella figurati un poco».
Gennaro: «Perchè Costanzo che
fine ha fatto?»
Dora: «Che fine ha fatto?»
Gennaro: «Va fuggendo?»
fondamentale in quanto legherebbe l’uomo al clan
Sacco-Bocchetti anche se non ci sono prove concrete
di un legame camorristico con la cosca della
Masseria Cardone. Ed è proprio un movente di
camorra quella che seguono gli investigatori.
Movente che risale a circa 30 anni fa. Mario
Bacioterracino, ultimo in vita dei presunti sicari di
Gennaro Moccia, doveva essere ammazzato. Il
rapinatore dei Vergini fu infatti processato e assolto
per quel delitto ma forse il Tribunale della camorra
aveva emesso la sua sentenza.
L’AGGUATO AI VERGINI.
LA CONFESSIONE FATTA AD UN AMICO:
«HAI VISTO IL VIDEO DELLA SANITÀ?
QUELLO CHE HA SPARATO È MIO FIGLIO»
Dora: «Eh, e se lo acchiappano
non esce più»
Gennaro: «Per il fatto di quello
della Sanità»
Dora: «l’omicidio»
Anna: «Sono venute le guardie
dentro la casa di Costanzo»
Gennaro: «Dora, allora davvero
è stato lui?»
Dora: «Sì»
Gennaro: «E le guardie?»
Dora: «Già sono sette mesi che
sta facendo che non può andare.
Mo Titta è andata a rispondere ieri
perchè mo Titta è venuta io non
la vedevo da quattro mesi»
Gennaro: «Mica c’entra pure lui
nel fatto della Sanità?»
Dora: «Eh»
Gennaro: «Ma mica è lui sopra?»
Dora: «Eh»
Gennaro: «Giura?»
Dora: «Devi morire tu»
Gennaro: «Io appena vidi il telegiornale,
uh mamma mia dissi,
quello è mio cognato. Dissi, mio
cognato. Mentre i compagni nella
stanza dissero ma quando mai
non è lui. Il compagno dentro la
stanza quello lo conoscono non è
lui».

Il patrigno di Apice: «È lui il killer»


È una conversazione telefonica
che inquirenti ed investigatori
ritengono determinate. Fondamentale
per il prosieguo delle indagini,
capace di incastrare alle sue
responsabilità il presunto assassino
di Mariano Bacioterracino, Costanzo
Apice, il 28enne, arrestato
due giorni fa. La parola finale spetta
ad un giudice ma al momento
nelle 128 pagine del decreto di fermo
ci sono decine di conversazioni
ambientali e telefoniche. Una è
tra Salvatore Corsaro, compagno di
Concetta La Valle, mamma di Apice,
e un tale Felice. Sono nei pressi
di una Fiat Punto di proprietà di
Corsaro. Ci sono delle microspie all’interno
e loro parlano tranquillamente
ignari che lontani chilometri
ci sono carabinieri e poliziotti ad
ascoltarli.
Salvatore: «O video».
Felice: «Quale ambasciata».
Salvatore: «Dentro la Sanità, chi
ha fatto il morto, il video, è mio figlio
».
Felice: «Quella lì che ha ucciso
quello fuori al bar?»
Salvatore: «Lo stanno accusando
a lui. Felice, io non ho detto a chi
appartengo, a chi non appartengo,
mi stai capendo o no. Mio figlio
tempo addietro prima che succedevano
queste cose gli mandò l'ambasciata
a zio Mimì, Domenico Pagano,
disse zio Mimì, vatti a prendere
il camion là dentro».
Felice: «Tiene lui le redini in mano
».
Salvatore: «È un vero signore Felì
».
La conversazione prosegue poi su
questioni personali poi alla fine Salvatore
continua.
Salvatore: «Mi sono trovato in
mezzo a quelli lì ci sta un ragazzo
dei sette palazzi con noi, poi ci sta
diciamo il figlio, siccome me lo sono
cresciuto. Che poi lui si è sposato
una figlia di Gennaro Sacco».
Ma nel decreto di fermo ci sono anche
altre conversazioni telefoniche
e ambientali che raccontano lo stato
di agitazione nel quale vivono i
parenti di Apice. Ad essere intercettata
è Dora Chiappetta, sorellastra
di Concetta Caso, moglie dell’indagato.
Chiappetta nel rappresentare le difficoltà
del marito Gennaro Ramaglia,
detenuto a Poggioreale e della
sua famiglia dopo la trasmissione
del filmato dell'omicidio dice:
«Per il fatto qua le cose non stanno
bene per tutta la famiglia. E comunque
qua le cose non stanno bene
adesso sanno qualcuno ha mandato
il video lì e si sono cantati a
Costanzo».
Ma continua e racconta: «Adesso
Costanzo si deve andare a costituire
per forza perché storto o morto
si dice ergastolo eh. E mia sorella
quella povera mia sorella è incinta
di tre mesi». Nel corso del dialogo,
scrivono i magistrati, emerge
la consapevolezza da parte dei familiari
di poter essere intercettati:
«Poi mamma adesso non si può proprio
avere niente a che fare più con
mammà perché già alla casarella
stanno le microspie e cose, per
mezzo di quello non ce la faccio
più».
Intanto ogni Apice, che ha trascorso
la notte al carcere di Poggioreale,
sarà interrogato per la convalida
del fermo dinanzi al gip del Tribunale
di Santa Maria Capua Vetere,
compentente in quanto l’arresto
è avvenuto a Castelvolturno,
e sarà assistito dagli avvocati Claudio
Davino e Michele Caiafa.

venerdì 20 novembre 2009

Video choc, arrestato l’assassino


«Hai visto che guaio ha
combinato Costanzo? Dobbiamo trovargli
un avvocato che non faccia
parte del sistema». Senza immaginare
di essere ascoltata, tre giorni
fa, si esprimeva così la cognata dell’indagato
di fronte al marito detenuto.
Due frasi pronunciate in pochi
secondi, intercettate in carcere da
una microspia, diventate al momento
l’asso nella manica degli inquirenti
nei confronti di un 28enne
pregiudicato di rione don Guanella.
Sarebbe lui il killer ripreso nel fa Procura
ha diffuso, chiedendo aiuto a
chi avesse riconosciuto l’uomo ripreso
mentre uccideva Mariano Bacioterracino
tra i passanti terrorizzati.
Venti giorni dopo Costanzo Apice,
precedenti per droga e amicizie
negli ambienti del clan Sacco-Bocchetti
di San Pietro a Patierno, è finito
in manette soprattutto grazie
alle dichiarazioni di un confidente
delle forze dell’ordine e di un collaboratore
di giustizia. Senza di loro,
gli investigatori non avrebbe potuto
far scattare le intercettazioni ambientali
alla base del fermo emesso
dall’instancabile pm Sergio Amato.
Apice si nascondeva a Castelvolturno,
in provincia di Caserta, dove
i carabinieri alle 6 di ieri l’hanno sorpreso
nel sonno. Non ha opposto resistenza
né avrebbe avuto possibilità
di fuggire, circondato in pochi secondi
da una decina di militari in
borghese; tra l’altro non era nemmeno
armato. Un’altra traccia li aveva
condotti al 28enne: la telefonata
della madre a una donna incaricata
di portargli il pesce al nascondiglio.
«Mi raccomando, non tardare. Così
se lo mangia fresco». Mentre invece
in un’altra conversazione, è emerso
che il giovane stava per fuggire in
un altro luogo.
Mariano Bacioterracino, rapinatore
vicino al clan Misso, fu ucciso all'ingresso
di un bar l’11 maggio scorso.
Le immagini choc dell'esecuzione
furono diffuse dalla procura di Napoli,
suscitando numerose polemiche.
Anche il ministro dell’Interno
Roberto Maroni si schierò con i contrari,
spalleggiato da alcune associazioni
di commercianti e imprenditori.
“E’ stata data un’immagine
distorta della città”, era il succo dell’accusa.
Ma l’arresto di ieri ha dato
ragione agli inquirenti, come non a
caso ha fatto notare il procuratore
Giovandomenico Lepore in una nota-
stampa. “Anche in virtù della diffusione
del filmato”, c’è scritto, “è
stato possibile pervenire all’identificazione
dell’autore dell’omicidio”.
Per cinque mesi gli investigatori
avevano brancolato nel buio nonostante
fossero in possesso delle immagini
registrate dalle telecamere
di sorveglianza del bar. In meno di
venti giorni, dopo la diffusione del
video attraverso i mass-media, c’è
un indagato in stato di fermo. Indiscutibilmente
un successo per la
procura, la cui iniziativa ha invogliato
a parlare un confidente e un
pentito, che hanno detto di aver riconosciuto
Costanzo Apice nelle immagini.
Naturalmente il 28enne (difeso
dall’esperto avvocato Claudio
Davino) ha il diritto di essere considerato
innocente fino a un’eventuale
condanna definitiva, ma a suo carico
c’è un altro elemento: subito dopo
che i siti on-line dei quotidiani
pubblicarono il filmato, si rese irreperibile.
Resta ora da chiarire il giallo
del complice, visto che il presunto
“palo” ripreso nel video si presentò
in questura e disse che era lì
per caso.

Il movente porta ad Afragola: ha ammazzato per i Moccia


La vendetta dei vecchi Moccia è arrivata trentatré anni dopo?
Una pista che nessuno al momento può escludere. Mariano
Bacioterracino era accusato di aver ucciso, nel maggio del ‘76, Gennaro
Moccia, l’allora potente boss della cosca di Afragola. Arrestato per
questo omicidio, è stato prima condannato, poi assolto in secondo grado.
Ma il dettaglio inquietante è che un altro dei suoi presunti soci di quel
raid di morte è stato assassinato anni fa. Lui era l'ultimo ad essere
rimasto in vita. Gli investigatori ritengono che i vecchi Moccia abbiano
organizzato questo omicidio e la vendetta è arrivata quando alla Sanità
sono arrivati i Lo Russo di Miano, amici storici dei Moccia. Sarebbe stato
usato un killer dei Sacco-Bocchetti, storici alleati dei Moccia. Il quadro mo sarebbe
chiaro ma non escludono altre ipotesi anche perché di
precedenti penali Bacioterracino ne aveva molti e di importanti.
Mariano Bacioterracino, meglio noto come “Tettè” negli ambienti
criminali del rione Sanità, era uno “specialista” della rapina con la
tecnica del “buco”, così come gli altri tre fratelli. Ma Mariano “Tettè”
negli anni Settanta ha fatto parlare di sé per altri due episodi di
criminalità. Il primo, quello più eclatante, nel 1977, riguardava il
rapimento a scopo estorsivo del professor Guido De Martino, figlio del
senatore a vita Francesco (morto nel 2002) allora segretario nazionale
del Psi. Per quella vicenda Bacioterracino fu condannato in primo grado
assieme ad altri numerosi personaggi, alcuni legati ai clan di Afragola.

Il suo ex alleato voleva farlo fuori


Ettore Sabatino si salvò per
una coincidenza fortuita dalla morte.
Salvatore Torino, suo amico ed alleato
storico, voleva eliminarlo temendo
una ritorsione per l’omicidio
di Giuseppe Perinelli detto “Ciacione”
(fedelissimo di “Ettoruccio” nella
Sanità, ma eliminato ugualmente).
E perciò organizzò una trappola
via filo da concludere all’aeroporto
di Capodichino, dove il bersaglio designato
sarebbe stato ammazzato
una volta arrivato dalla Germania.
Ma terminata la finta telefonata di
amicizia tra i due, la comunicazione
non si interruppe e la vittima del futuro
agguato ascoltò il piano in diretta
semplicemente restando con la
cornetta in mano. Ovviamente da allora
non è tornato più a Napoli. Il 24
giugno 2008 il 55enne boss oggi pentito
Salvatore Torino (ex uomo del
clan Lo Russo alleatosi con i Misso
prima della sanguinosa scissione alla
Sanità) raccontò alla Dda un retroscena
che più camorristico non si
può: sangue e tradimento. Ecco alcuni
passaggi delle dichiarazioni dell’ex
ras originario di Secondigliano,
con la consueta
premessa
che le persone
tirate in ballo
devono essere
ritenute estranee
ai fatti narrati
fino a prova contraria. «In questa
fase (in piena faida della Sanità,
2005-2006, ndr) sia io che i Lo Russo
avevamo in animo di uccidere Ettore
Sabatino una volta che questi
fosse stato scarcerato. Per quanto ri- Salvatore Torino detto “ʼo cassusaro”, ex alleato di Sabatino e ora pentito
la scissione dal gruppo di Miano e addirittura Ettore Sabatino di
persona, per fare capire le sue intenzioni, portò una ghirlanda
funebre sotto l'abitazione dei “capitoni”. Poi Torino e Sabatino si
trasferirono al rione Sanità dove decisero di passare sotto l'egida di
Giuseppe Misso, scarcerato da poco dopo circa 20 anni passati dietro
le sbarre. E come “regalo” al padrino del rione Sanità, che da sempre
odiava i Licciardi e le altre cosche dell’Alleanza di Secondigliano
ritenendo che l’omicidio della moglie Assunta Sarno fosse stato
deciso da loro, decisero di ammazzare il boss Vincenzo Murolo, che
comandava la zona dei Colli Aminei per conto dei “capitoni”, ferendo
gravemete il suo guardaspalle Gennaro De Falco. fapos e luisan
LA CAMORRA CHE COLLABORA.
IL CAPOCLAN POCHE SETTIMANE DOPO
L’ARRESTO FECE INTENDERE DI VOLER
PARLARE CON UN PUBBLICO MINISTERO
guardava me, la ragione va cercata
nell’omicidio di Giuseppe Perinelli.
Questi era particolarmente legato a
Sabatino e temevo che quest’ultimo
potesse “girarsi” e rivoltarsi contro
di me». Il piano fu studiato da Salvatore
Torino e lui stesso lo ha raccontato
nei dettagli. «Tramite la sorella di
Ettore Sabatino, feci pervenire a quest’ultimo
un telefono cellulare per poter
comunicare, anche perché lui
aveva manifestato l’intenzione di tornare
a Napoli nella Sanità. Organizzammo
di sentirci e io feci in modo
che nel momento della telefonata fossero
presenti anche i Lo Russo. Così
fu. Eravamo in uno scantinato di
via Ianfolla io, Raffaele Perfetto, Nicola
Di Febbraio, Salvatore Lo Russo,
Massimo Tipaldi, un tale Oscar e
Carmine, un cognato dei Lo Russo.
Ovviamente con Ettore Sabatino finsi
a telefono di sollecitare
il suo rientro,
dicendogli che
la cosa ci faceva
piacere. Finita la telefonata,
iniziammo
invece a discutere
di come ucciderlo e si pensò che lo
avremmo fatto immediatamente, nei
pressi dell’aeroporto. Ma ultimata la
telefonata, lasciammo inavvertitamente
il collegamento attivo

Si è pentito il boss Ettore Sabatino


Fu arrestato ad agosto in
Germania e probabilmente già allora
maturò l’idea di pentirsi. Ma soltanto
dopo l’estradizione, e la carcerazione
a Rebibbia, Ettore Sabatino
chiese di parlare con i magistrati
per un primo colloquio. Era già
settembre e allora è cominciata la
collaborazione con la giustizia del
54enne originario di Miano, trasferitosi
al rione Sanità grazie a un accordo
con il boss Giuseppe Misso e
poi andato via quando scoppiò la faida.
La notizia del pentimento di Ettore
Sabatino, inedita giornalisticamente,
girava da qualche tempo sia a Secondigliano
che alla Sanità. Tanto
più che i familiari un mese fa circa
hanno preso tutti i mobili e gli oggetti
dall’appartamento in cui abitavano,
in un vicoletto del rione caro
a Totò, e hanno chiuso la casa.
Una manovra che non è passata
inosservata, anche se qualcuno aveva
anche pensato a un trasferimento
motivato dalla prospettiva di una
lunga detenzione dell’indagato.
Che cosa possa raccontare Sabatino
ai magistrati antimafia di Napoli
(procuratore Pennasilico) è più che
evidente. “Ettoruccio” ha vissuto
due stagioni di malavita: prima a Secondigliano,
fianco a fianco con i Lo
Russo-“capitoni” e insieme con
l’amico poi diventato nemico Salvatore
Torino “’o gassusaro”; poi nel
rione Sanità, quando ancora la spaccatura
tra i Misso e i Torino non era
avvenuta e il superclan gestiva affari
illeciti milionari.
Ettore Sabatino fu arrestato a Dortmund,
in Germania, dai Ros dei carabinieri
il 2 agosto scorso. E’ accusato
dell’omicidio di Vincenzo Murolo,
capozona dei Licciardi ai Colli
Aminei, avvenuto
il 14
ottobre
1999. Un delitto
che rappresentò
una prova di
fedeltà del
ras verso i
Misso, che gliel’avevano chiesta. E
ad accusarlo sono ben 13 pentiti, tra
cui proprio gli ex amici Giuseppe
Misso “’o nasone” e Salvatore Torino.
A maggio, sulla sua testa, era piovuta
l’ordinanza di custodia cautelare
in carcere con l'accusa di omicidio
e tentato omicidio. I reati contestati
si riferiscono all'agguato che
si consumò in viale Colli Aminei il
14 ottobre del 1999, quando venne
giustiziato il boss Vincenzo Murolo,
capozona dei Licciardi, nemici storici
dei Misso, durante il quale rimase
ferito anche Gennaro De Falco.
Furono i carabinieri del Ros, sezione
anticrimine di Napoli, in collaborazione
con la polizia tedesca, a stanare
Sabatino nella sua
lussuosissima abitazione di Dortmund.
Il boss era in casa con la famiglia
e si lasciò ammanettare senza
problemi.
I militari dell'Arma
gli
notificarono
il provvedimento
restrittivo
mentre dall’Italia
partiva
già la richiesta di estradizione. I
magistrati sapevano che potenzialmente
“Ettoruccio” aveva interesse
a collaborare con la giustizia e perciò
avevano, giustamente, fretta. Infatti,
così è suc

“Prima gli interessi”, il ras era contrario a tutte le faide


Aveva lasciato il rione Sanità subito dopo che era scoppiata
la faida tra i Misso e i Torino. Non voleva schierarsi con nessuno dei
suoi due vecchi amici e così il padrino Ettore Sabatino, 55enne,
camorrista originario di Miano, si era trasferito in Germania, a
Dortmund, assieme al figlio Francesco. E lì, in terra tedesca, aveva
messo su una grossa attività commerciale. Prima di essere il boss
della Sanità, Sabatino era capoclan dei “capitoni” di Miano. Secondo
gli inquirenti della Dda di Napoli, Sabatino decise di staccarsi,
assieme a Torino, dai Lo Russo perché Antonio Lo Russo, figlio di
Giuseppe “’o capitone”, voleva comandare la cosca e un giorno
schiaffeggiò Francesco Sabatino, figlio di Ettore. Da allora fu decisala scissione dal gruppo di Miano e addirittura Ettore Sabatino di
persona, per fare capire le sue intenzioni, portò una ghirlanda
funebre sotto l'abitazione dei “capitoni”. Poi Torino e Sabatino si
trasferirono al rione Sanità dove decisero di passare sotto l'egida di
Giuseppe Misso, scarcerato da poco dopo circa 20 anni passati dietro
le sbarre. E come “regalo” al padrino del rione Sanità, che da sempre
odiava i Licciardi e le altre cosche dell’Alleanza di Secondigliano
ritenendo che l’omicidio della moglie Assunta Sarno fosse stato
deciso da loro, decisero di ammazzare il boss Vincenzo Murolo, che
comandava la zona dei Colli Aminei per conto dei “capitoni”, ferendo
gravemete il suo guardaspalle Gennaro De Falco.

domenica 15 novembre 2009

AMMAZZATO NEOMELODICO NAPOLETANO


Napoli piange un'altro figlio,un figlio di soli 29 anni che per caso si e' trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato,un figlio particolare,un figlio che credeva ancora nei sogni,anzi nel suo grande sogno,diventare cantante di successo,incidere un cd e farsi notare da qualcuno.Salvatore Barbaro aveva solo 29 anni,padre di un bambino di 2 di anni e prossimo alle nozze con la sua cara compagna che gli ha dato la gioia piu' bella piu' sognata della paternita'.Di lavoro Salvatore anzi lo chiamo come lui amava essere chiamato,il suo sinonimo di artista (SALVIO)da tempo coltivava un grnade sogno,si faceva un mazzo tutta la settimana come imbianchino,ma nei fine settimana si esibiva come neomelodico nelle feste di piazza e nei ristoranti di san sebastiano al vesuvio,dove era amato e rispettato da tutti per la sua indole mite educata e di gran bravo ragazzo.Coabitava con i suoceri,e visto che l'appartamento era grande aveva deciso insieme ai suoceri di dividerlo a meta',quella meta' che sarebbe dovuta essere il suo nido d'amore,e proprio lui si stava occupando dei lavori di muratura ,quando i killer lo hanno sorpreso aveva ancora gli abiti sporchi di pittura.Chi lo conosce lo descrive come un ragazzo dai grandi valori umani,umile onesto lavoratore e con una gran voglia di vivere,oltre all'affetto che nutriva per il figlio e per la sua compagna.I killer forse due in sella a una moto di grossa cilindrata,prima di strappare barbaramente questa giovane vita,hanno avuto l'ardire di richiamare dei ragazzini che giocavano a pochi passi dalla loro preda,e li anno fatto allontanare dicendogli che dovevano giocare a guardie e ladri,poi fuori le pistole e il panico,una giovane vita strappata agli affetti dei suoi cari e il suo sogno andato via con lui,volato in cielo.Almeno 15 i colpi,ma solo tre hanno raggiunto salvio alla spalla,torace e collo recidendo di netto la giugulare,una giovane donna subita accorsa per dare aiuto a salvio,racconta che ci son dovuti ben 30 minuti di agonia prima che salvio con occhi pieni di lacrime spirasse,chiamava continuamente la mamma,una scena orrenda,un ragazzo senza nessuna colpa ammazzato cosi' senza motivo.Mi stringo col cuore al dolore dei familiari,per la perdita di una persona cosi' cara e cosi' unica,senza colpe apparenti,sperano che a queste belve senza un briciolo di umanita' li arrestano subito,facendogli scontare la pena dell'ergastolo al 41 bis,o al carcere pane e acqua,che merde e che merda la camorra e chi l'appoggia,che cosa e' diventata napoli e i napoletani,e dopo tutte le cose successe e che stanno continuando a succedere ancora non abbiamo coscienza e forza per ribellarci.Mi vien da ridere quando si parla di rispetto per i detenuti e un carcere piu' umano,ma come si fa',con delle belve simili,altro che carcere dove mangiano e dormono,ci vorrebbero i lavori forzati per questi bastardi,w lo stato w la legge e w a tutti coloro che hanno la forza di ribellarsi.

sabato 7 novembre 2009

ARRESTATO IL LATITANTE LUIGI ESPOSITO


I carabinieri di Napoli hanno arrestato oggi un esponente di spicco del clan camorristico Nuvoletta, inserito nella lista dei 30 latitanti più pericolosi d'Italia.
Lo riferiscono gli stessi carabinieri.

Luigi Esposito, di 49 anni, latitante dall'ottobre 2003, era ricercato per associazione a delinquere di tipo mafioso, traffico di stupefacenti e trasferimento fraudolento di valori.

Nel 2003, rilevano gli investigatori, aveva costruito un villaggio turistico nelle isole Canarie, a Tenerife (Spagna).

Il latitante è stato catturato in una lussuosa villetta nel quartiere residenziale di Posillipo dove trascorreva la latitanza con il falso nome di Fabrizio Caliendo.

"Un altro arresto importantissimo nel giro di pochi giorni che premia l'impegno senza sosta del Governo, delle Forze dell'ordine e della magistratura in Campania contro la criminalità organizzata", ha commentato in una nota il ministro dell'Interno Roberto Maroni.

In una pizzeria il summit di camorra


Non solo droga, estorsioni, usura,
ma anche storie di legami amorosi adulterini, sono
riportate nelle oltre duecento pagine dell’ordinanza
cautelare notificata, l’altra mattina, dagli investigatori
della Dia di Napoli, ai 21 indagati. I protagonisti
parlano senza veli, incuranti del pericolo di poter essere
sentiti. Una delle protagoniste, è la moglie di un
affiliato detenuto del gruppo capeggiato da Francesco
Rea. La conversazione viene captata dagli investigatori,
nel mentre due di questi parlano delle “mesate”
destinate ai carcerati.
«E non ce li hai i soldi per l’albergo?», domanda al telefono
una delle indagati, e l’altro risponde: «l’albergo
costa 30 euro, ma questo - indicando il nome della struttura recettiva
ubicata in zona - ma questa dopo la mezzanotte è chiusa ed è pericoloso
andare al C…- se lo vede lo zio». (Francecso Rea meglio noto
come il “Pagliesco”- ndr ). Poi l’uomo continua chiedendo notizie sul
“piecoro” (riferendosi al marito dell’infedele donna, esponente del clan
Venersuo di Volla- attualmente in carcere). Nel corso di una successiva
telefonata, la stessa donna parla di una serata trascorsa, con buona
parte degli appartenenti al clan, all’interno di una nota pizzeria napoletana,
ubicata in pieno centro storico. Qua a svelare la tresca ci
pensa un cameriere troppo facilone, che resosi conto della presenza di
una donna già vista in precedenza chiede ad uno dei commensali «La
signora bruna si è fatta bionda?» Un’affermazione che mandò in tilt
uno dei commensali, che resosi conto di essere stato
smascherato, cambio colore e per la donna seduta
al tavolo furono poi dolori e così tutti seppero che
la donna del noto personaggio era una fedigrafa e che
questa aveva tradito con uno del gruppo, andando
addirittura a mangiare con l’amante all’interno di
quella pizzeria dove poi era andata con la famiglia.
Storie de genere, sono troppe volte all’ordine del giorno,
finendo di essere scoperte con sistematicità, grazie
alle attività investigative poste in essere dalle forze
dell’ordine. Qualche tempo fa, grazie ad una serie
d’intercettazioni telefoniche, venne scoperta la tresca
amorosa che univa sentimentalmente la moglie del
capocamorra, al genero. I due, ignari di essere “intercettati”,
parlavano senza preoccuparsi di nulla
scambiandosi effusioni verbali e ripromettendosi giornate di sesso infuocate.
In molti casi, gli organi investigativi ( e quelli inquirenti) tagliano dalle
ordinanze cautelari ogni traccia di questi colloqui troppo spinti. In
alcuni casi comunque, sono costretti a tenerli in pagina, soprattutto
per dare un senso alla conversazione. Allora sono dolori, per traditori
e traditi, anche se troppe volte vale la regola del perdono, anche se
solo apparente, visto che in mezzo a queste vicende dal chiaro sapore
boccaccesco, ci sono sempre i figli, che rappresentano l’anello più
debole di una famiglia, dove molto spesso, non esistono valori,neppure
quelli più elementari, in virtù dei quali i figli possono crescere
senza il pericolo di seguire le orme dei familiari.

venerdì 6 novembre 2009

Usura ed estorsioni, in manette Rea junior


È «Venere rossa» il nome dell'operazione che ha portato questa mattina all'arresto di Francesco Rea junior, il nipote del boss omonimo, a capo del clan attivo tra Casalnuovo e Volla. Impegnati nel blitz oltre 200 agenti della Direzione investigativa antimafia dei carabinieri del Comando provinciale di Napoli. Oggetto dello spiegamento di forze l’esecuzione di numerose ordinanze di custodia cautelare nell’ambito di indagini dirette dalla Direzione distrettuale antimafia nella zona dei comuni alle porte del capoluogo partenopeo. I provvedimenti della magistratura tesi a colpire l'organizzazione camorristica dei Veneruso-Rea dedita alle estorsioni e all’usura a danno di imprenditori e operatori commerciali dell'hinterland napoletano.Gli affari dell'organizzazione criminale riguardano in particolare estorsioni, usura e spaccio di stupefacenti e ammontavano a oltre 200 mila euro mensili. Nel corso delle perquisizioni sono stati sequestrati tre Rolex d’oro, un’auto blindata in uso al capo clan e diverse decine di migliaia di euro, frutto delle estorsioni e dell’usura. A riprova che la «Gomorra» campana ha tentacoli anche nel settentrione, nell’ambito dell’operazione sono state eseguite perquisizioni anche nel Nord Italia e in particolare nella provincia di Cesena, città di residenza di alcuni degli indagati. Sono stati notificati, inoltre, numerosi avvisi di garanzia a carico di altri affiliati e fiancheggiatori a piede libero perché non colpiti dall'ordinanza di custodia in carcere.Il nipote 36enne del capoclan Francesco Rea, che si chiama a sua volta Francesco Rea, è invece una delle 15 persone raggiunte da ordinanze di custodia cautelare, una delle quali notificata già in carcere, eseguite da Dia e carabinieri. Il boss si è sottratto alla cattura insieme alla «cassiera» dell'organizzazione. In totale sono almeno otto le persone che sono riuscite a sfuggire alla cattura. Francesco Rea senior - coinvolto tra l’altro nell’omicidio della piccola Valentina Terracciano, nel 2000 - era già latitante perché colpito da un provvedimento restrittivo per esecuzione della pena dovendo scontare due anni di reclusione per i reati di estorsione e associazione mafiosa.
Servivano in particolare per pagare il silenzio dei detenuti affiliati affinchè non collaborassero con la giustizia, i soldi che il clan Rea-Veneruso raccoglieva estorcendo soprattutto imprenditori edili e commercianti tra Volla, Sant’Anastasia e Casalnuovo, nel Napoletano. Clan nemico i Sarno di Ponticelli e in alcune occasioni tra i rispettivi affiliati ci sono stati veri e propri raid armati a scopo intimidatorio effettuati per il controllo del territorio. In una intercettazione telefonica il boss del clan, Francesco Rea detto «'o pagliesco» parla alla cassiera Carla Argenziano, a sua volta sfuggita all'arresto delle paghe da distribuire: «Prima si pagano i detenuti poi quelli fuori». La cassa dell’organizzazione prevedeva una rigida ripartizione dei fondi, con mensilità che andavano da mille e 500 a 5 mila euro a seconda dell’importanza dell’affiliato. Ai familiari dei detenuti in carceri lontane venivano pagate anche le spese per il viaggio. Le indagini erano scattate nel gennaio 2007 e si erano concentrate su alcuni episodi di racket al Caan (il Centro agroalimentare di Volla) di cui aveva parlato il collaboratore di giustizia Salvatore Esposito. Una caratteristica dell’attività estorsiva era poi la mancanza di periodicità delle richieste che, normalmente, in tutta la provincia di Napoli vengono pretese a Natale, Pasqua e Ferragosto. In questo caso, invece, il clan faceva visita ai propri «clienti» ogni qual volta vi era un’esigenza di cassa. Le richieste, a volte incessanti, hanno portato gli imprenditori alla completa sottomissione al clan e, in alcuni casi, alla chiusura delle aziende.

martedì 3 novembre 2009

LA MISTERIOSA SCOMPARSI DI TRE GIOVANI KILLER DI SECONDIGLIANO


Quello che sto per raccontare e' la sparizione di tre giovani killer inghiottiti nel nulla,forse vittime di lupara bianca,ma fatto sta che i loro cadaveri tutt'oggi non sono stati ancora recuperati.Tutto inizia durante la faida di scampia,gli scissionisti sono in dificolta',credevano che dopo l'omicidio di FULVIO MONTANINO e di suo zio CLAUDIO SALERNO i di lauro si sarebbero automaticamente fatti da parte,e gli irriducibili rimasti fedeli alla famiglia di via cupa dell'arco logicamente sarebbero passati dalla loro parte.Si erano fatti mali i conti,i di lauro rispondono con una ferocia inaudita,massacrando non solo gli infedeli,ma anche tutti coloro che orbitrano intorno a loro,l'ultima mossa degli scissionisti affiliare giovani ladri o killer che comunque vogliono entrare a faida finita e a guerra vinta a pieno titolo nel loro clan.Tra questi ci sono tre giovanissimi killer,molto dotati di freddezza sangue freddo e ferocia quanto basta per massacrare le batterie di fuoco dei di lauro.I tre sono MASSIMO FRASCOGNA detto (massimino o'niro)PAOLO GUARRACINO detto (paolillo)e infine RUGGIERO LAZZARO,tutti e tre killer professionisti schierati dalla parte degli scissionisti con la promessa di sterminare i nemici di via cupa dell'arco.Inizialmente i tre si appoggiano tramite gli scissionisti a mugnano,un comune a pochi chilometri da napoli,il resto degli scissionisti invece e' appoggiato nel comune di varcaturo,e proprio a varcaturo viene stabilita la strategia di morte per colpire i di lauro,proprio a varcaturo si tengono diverse riunioni a cui i tre non mancano mai,sempre presenti e sempre pronti ad eseguire ordini di morte.Su l'altro fronte invece ras e killer non si sono mossi da secondigliano,e proprio nel quartier generale del rione dei fiori COSIMO DI LAURO tiene diverse riunioni per cercare di sterminare nelminor tempo possibile tutti i ras ribelli,tra i tanti giovani killer che sono rimasti fedeli ai di lauro e che stanno massacrando interi nuclei familiari degli scissionisti ci sono due in particolare che fanno davvero paura.Si tratta di UGO DE LUCIA e ANTONIO MENNETTA,entrambi sterminatori degli scissionisti,a Massimo Frascogna Paolo Guarracino ed Ruggiero Lazzaro viene dato il compito di sterminare questa batteria di fuoco che sta dilagando nel gruppo scissionista terrore e lutti.Sicuramente i tre scomparsi commetteranno anche loro diversi omicidi,ma ancora non e' chiaro chi e perche',non ci sono ancora collaboratori di giustizia che anno raccontato questa circostanza,anzi c'e' ne sono tre che stanno raccontando molto di questo gruppo,ma purtroppo le loro conoscenze si limitano al dopo faida e alla fine che gli e'stata riservata a tutti e tre killer.Quello che fino ad adesso e' venuto fuori e che quando la faida stava per finire,ovvero quando gli scissionisti in varie riunioni erano riusciti a reclamare la loro autonomia,la restituzione delle case dei parenti e degli amici cacciati durante la faida,e infine il controllo assoluto di tutte le piazze di spaccio di secondigliano melito e casavatore,fatta eccezione per quella del rione dei fiori,rimasta ai di lauro per sostenere i propri uomini che si trovano in prigione.Dunque gli scissionisti sotto il profilo diplomatico anno vinto,adesso si sta deliniando la disciplina del clan,ruolo gregari e zone da spartire,sembra comunque che i tre incominciano a mancare a molte riunioni che si svolgono a varcaturo,e che fanno orecchie di mercante ai continui richiami e agli inviti dei capi.Anzi fanno il contrario,mandano l'imbasciata ai loro capi che loro vogliono rimanere nella zona di mugnano visto che si possono muovere con disinvoltura e visto che ogni mese gli viene recepito un mensile di tremila euro piu' vari regali dal clan di girolamo affiliati degli scissionisti,e proprio i di girolamo avevano dato copertura ai tre killer.Tutto sembra filare liscio per i tre killer,fino a quando la gente del posto spazientita dagli atteggiamente dei tre non fa arrivare lo scontento alle orecchie dei capi degli scissionisti.Da quando si e' saputo i tre assidui cocainomani dopo aver assunto in grande quantita' lo stupefacente molte volte approfittavano con violenza di donne e ragazze del posto,in alcuni casi addirittura sequestrandole portandole in casa loro per violentarle a turno.La vendetta scatta imminente,gli scissionisti devono per forza sembrare migliori dei di lauro,e specie all'inizio non possono in alcun modo tollerare questi atteggiamenti cosi' rozzi da parte di persone affiliate al proprio cartello.Da quando si e' appreso i primi a essere soppressi con la morte e lo sfregio di non far piu' ritrovare i corpi sono MASSIMINO FRASCOGNA ed RUGGIERO LAZZARO,gli danno appuntamento alle spalle del cimitero di mugnano,loro arrivano in moto,forse i loro carnefici amici arrivano in macchina,fatto sta che da allora nessuno ne riesce piu' a trovare le tracce,i familiari ne denunciano la scomparsa due giorni dopo.Storia a parte quella di PAOLO GUARRACINO,un paio di mesi dopo la scomparsa di MASSIMO FRASCOGNA ed RUGGIERO LAZZARO gli scissionisti incominciano un'opera di epurazione interna nella zona di mugnano,vengono uccisi diversi pregiudicati,poi la scomparsa il mistero che tutt'ora rimane e una sola domanda,che fine ha fatto PAOLO GUARRACINO?

Mario Savio ottiene gli arresti ospedalieri


Le sue condizioni di salute sono gravissime tant'è che è in attesa di
un fegato compatibile con il suo gruppo sanguigno per essere trapiantato.
Mario Savio, ex boss della Nuova camorra organizzata di Raffaele
Cutolo, condannato a due ergastoli e da anni al regime del carcere
duro, è in pericolo di vita e per questo ieri, dopo estenuanti battaglie,
il suo avvocato difensore Franco Piccirillo è riuscito ad ottenere gli arresti
ospedalieri. Sarà curato. In una interrogazione parlamentare fatta
da Rita Bernardini, deputata del Partito democratico, c’era scritto
nero su bianco quanto era accaduto al detenuto. Fatti che raccontano
il calvario del pregiudicato che ha il diritto sacrosanto ad essere assistito
così come avevano già ampiamente sottolineato gli avvocati difensori
Franco Piccirillo e Matilde Pontillo che ha presentato diverse
istanze. «Già a partire dal 2006 una gastroscopia ha accertato la presenza
nel detenuto di varici esofagee, sintomatiche di una malattia epatica
in evoluzione; sebbene un successivo esame effettuato a pochi mesi
di distanza non confermava la predetta diagnosi, pur rilevando una gastrite
cronica antrale - scrive la parlamentare -. Nel 2008 una successiva
ecografia ha rilevato la presenza nel detenuto di ben due lesioni epatiche,
nonostante ciò il signor Savio non veniva sottoposto ad alcuna
terapia adeguata in carcere, atteso che solo nel maggio del 2009 il medesimo
è stato sottoposto a trattamento antivirale, per di più del tutto
al di fuori dalle linee guida, perché senza preventiva determinazione
dei marcatori del virus Delta. Il 15 maggio 2009 il dottor Fabrizio Scordino
ha sottoposto il detenuto, allora ancora recluso nel carcere di Sulmona,
a consulenza medico-legale; la predetta relazione ha accertato
che Savio, durante il suo periodo di detenzione nel carcere di Sulmona,
è stato curato male e con notevole ritardo, tanto è vero che nello
stesso documento vengono paventati danni irreparabili per la salute
del paziente, fino a prevedere nefaste soluzioni; veniva quindi rappresentata
la necessità di ulteriori indagini diagnostiche mai effettuate
nonché di fronteggiare la grave patologia di cui risultava affetto il detenuto
in ambiente non carcerario», ha continuano nella sua relazione.
«Nel frattempo le condizioni fisiche del detenuto hanno continuato a
subire un ulteriore deterioramento, il che ha indotto gli avvocati ad inoltrare
presso la direzione carceraria di Sulmona una ulteriore istanza
chiedendo che il loro assistito venisse quanto meno ricoverato presso
il vicino ospedale di Avezzano; ma anche questa ennesima richiesta
veniva rigettata dalle autorità penitenziarie, se è vero, come è vero, che
nei giorni successivi il detenuto ha continuato a rimanere recluso nel
carcere di Sulmona venendo semplicemente sottoposto, di tanto in tanto,
ad accertamenti in Day Hospital presso strutture sanitarie esterne,
accertamenti che però non sono risultati idonei ad evidenziare la reale
portata della malattia»

I Russo ko, stanato anche Pasquale


Nun passammo pò furno»,
in italiano “non passiamo per il forno”.
Così, captando grazie a una
microspia la frase pronunciata da
una donna della famiglia, i carabinieri
hanno capito dove poteva nascondersi
il padrino Pasquale Russo.
Erano le 23 dell’altro ieri e i familiari
stretti ancora commentavano
l’arresto dell’altro ras, Salvatore.
Ma non immaginavano, parlando
nel chiuso di un appartamento
o al massimo in un cortile,
che l’intercettazione ambientale
mettesse i carabinieri sulle tracce
del fratello più grande, considerato
il capo del potente clan del Nolano.
All’una e 30 (nella notte tra
sabato e domenica) il blitz è andato
in porto e nella rete è finito anche
Carmine, l’altro fratello. Un
doppio colpo quindi, portato a termine
dagli investigatori del Nucleo
investigativo di Castello di Cisterna
(diretti dal colonnello Fabio Cagnazzo)
e della compagnia di Nola
(agli ordini del capitano Andrea
Massari). Dunque, in due giorni il
vertice del clan Russo è stato decapitato.
Prima, sabato mattina, la
polizia ha catturato il 51enne Salvatore;
poi, sedici ore dopo, è toccato
a Pasquale, 62 anni, anch’egli
ricercato per una condanna all’ergastolo,
e Carmine, 47 anni, latitante
dal 2007 per associazione
mafiosa. A completare il fine-settimana
più nero che si potesse immaginare,
c’è stato (come scriviamo
a parte) pure l’arresto per estorsione
di Giovanni Siringano, genero
di Salvatore Russo. Le notizie
in rapida successione avevano suscitato
un'ondata di emozioni e
reazioni all'interno del gruppo, con
i familiari e gli affiliati che si sono
sentiti sotto pressione. E in una
conversazione è scappata la frase
di troppo: i carabinieri ascoltavano
e tramite quell'indizio fornito involontariamente,
sono arrivati fino
al nascondiglio del boss. Pasquale
Russo, “primula rossa” dal 7 maggio
1993, era inserito da oltre 16
anni nell'elenco dei dieci latitanti
più pericolosi, più volte condannato
all'ergastolo per vari omicidi
e per associazione per delinquere
di tipo mafioso. I carabinieri lo hanno
bloccato in un casolare di Sperone,
in provincia di Avellino ma
molto vicino a Nola, alle spalle di
un forno adibito anche ad abitazione
di un panettiere incensurato,
Antonio De Sapio, 53 anni, finito
in manette per procurata inosservanza
di pena (una sorta di favoreggiamento).
I due fratelli dormivano
in stanze separate e sul comodino
accanto al letto di Pasquale
c'era il libro del giornalista
napoletano Gigi Di Fiore: “La Camorra”.
Ma anche una pistola Beretta
calibro 9x21 e due caricatori,
nonché un rilevatore Gps di microspie,
scanner di ultima generazione
per intercettare le conversazioni
telefoniche delle forze dell'ordine,
una parrucca e due walkie-
talkie. La tecnologia, a guardia
del covo, era quasi tutta d'importazione
polacca e prevedeva anche
dei visori a infrarossi per controllare
lo spazio esterno durante
la notte. I carabinieri, dopo essere
stati certi che in quel casolare lo
avrebbero trovato, sono arrivati
scendendo dal cavalcavia dell'autostrada
Napoli-Bari e hanno circondato
l'edificio. Una decina di
uomini in tutto, guidati dall’instancabile
colonnello Cagnazzo,
pronti a tutto. Ma Pasquale Russo
nemmeno ha tentato la fuga.

Il killer scappò in scooter con un complice


«La diffusione delle immagini che
riprendono l’omicidio di Mariano
Bacioterracino ha contato moltissimo
per l’individuazione del killer e
del probabile filatore, ma soprattutto
è servita a svegliare le coscienze
dei napoletani. Ho indotto
molte persone a parlare, soprattutto
informatori, a parlare con gli inquirenti
che ora stanno dando la
caccia al 30enne di Secondigliano,
esecutore materiale dell’efferato delitto del rione Sanità». È stato il commento
del procuratore Giovandomenico Lepore il giorno dopo l’identificazione
dell’assassino di Mariano Bacioterracino, meglio noto come
“tettè”, che ora è in fuga braccato dalle forze dell’ordine che hanno ricostruito,
grazie ad altre testimonianze, anche ulteriori dettagli della
spedizione di morte. L’assassino, per esempio, non era solo ed oltre all’assistenza
del “filatore” aveva anche l’appoggio di un complice con cui
era arrivato in sella ad uno scooter e assieme al quale è scappato dopo
l’agguato. «Anche il dipendente comunale indicato come “specchiettista”
o “palo” del commando, dopo che il filmato è stato reso pubblico -
continua Lepore - si è fatto avanti per dare la sua versione, sulla quale
sono in corso verifiche, ed anche questo è stato utile alle indagini. La
ricerca della persona irreperibile continua».
Il killer che l’11 maggio scorso ammazzò Marino Bacioterracino davanti
alla caffetteria “Dei Vergini” è un
personaggio già conosciuto dalle
forze dell’ordine ma per reati minori,
ritenuto vicino ai Sacco-Bocchetti.
Non è stato mai indagato per
associazione camorristica nè per
fatti di sangue. Gli “007”, però, non
escludono che essendo uno quasi
incensurato sia stato usato in altri
delitti. Un killer professionista, quindi.
D’altra parte, su questo non
c’erano dubbi, soprattutto dopo
aver visionato l’intero filmato dell’esecuzione.
L’uomo non perde mai la freddezza e ammazza la sua vittima
con soli 3 colpi di revolver di grosso calibro, conservando le altre 3
per ogni evenienza. L’esecuzione duro poco meno di 30 secondi dopodiché
l’assassino sparisce nel nulla sempre camminando con molta calma
verso il complice che lo aspetta poco più in là con il motore acceso.
Per quanto riguarda il movente dell’omicidio Bacioterracino, gli inquirenti
sono concentrati su una ipotesi in particolare. La vendetta dei Moccia
di Afragola per l’omicidio del capoclan Gennaro, ammazzato il 31
maggio del 1976 e cui fu implicato anche “tettè”. Bacioterracino, infatti,
era l’ultimo personaggio del commando di quel delitto rimasto ancora
vivo, tutti gli altri sono stati ammazzati nel corso degli anni. Gli investigatori
ritengono che i Moccia abbiano organizzato questo omicidio
e la vendetta è arrivata ora che alla Sanità comandano i Lo Russo di
Miano, amici storici dei Moccia.

domenica 1 novembre 2009

Identificato il killer del video dell'agguato al rione sanita'


E' di questa sera la notizia che il killer di MARIANO BACIOTERRACINO e' stato inchiodato,grazie alle immagini riprese da una telecamera di sorveglianza e al coraggio della procura di renderlo visibile a tutti per incastrare il colpevole,adesso c'e' la certezza,il killer oltre al volto che mostra spavaldo ha anche un nome e cognome.Gli ivestigatori erano certi che mostrando il video dell'esecuzione,qualcuno avrebbe parlato,rotto il muro di omerta' davanti a un video che mostra un'uomo morire e l'altro che non solo lo ammazza ma che ha anche l'ardire di fargli le corna.Comunque il killer e del quartiere secondigliano,e da quando si apprende e un trentenne vicino ai clan camorristici della zona a nord di napoli,sembra che l'omicidio sia maturato per motivi passionali,visto che il MARIANO BACIOTERRACINO se la facesse con la moglie di un detenuto di alto rango della zona a nord di napoli.Comunque il killer risulta irriperibile dopo che gli investigatori si sono presentati a casa sua per arrestarlo,ma sono certi che e' questioni di giorni se non di ore per arrestarlo e sbatterlo in cella.