sabato 31 ottobre 2009

Ex cutoliano trucidato tra la folla


I sicari conoscevano abitudini e spostamenti di Salvatore
Caianiello detto “Manomozza”, grosso ras del Giuglianese negli anni settanta
specializzato in estorsioni, con legami con la Nco e la mala del Casertano.
E perciò sono entrati in azione a colpo sicuro, sparandogli nel
centro di Mugnano, sotto gli occhi di decine di persone. Un agguato che
secondo gli investigatori affonderebbe le radici nella personalità della vittima,
ancora forte nonostante i 65 anni, di cui 20 trascorsi dietro le sbarre
per l’omicidio di un nipote 16enne. Avrebbe dato fastidio alla camorra
vincente, il clan Amato-Pagano o degli ex “scissionisti”, e da ciò sarebbe
scaturita la sua eliminazione: è questa al momento la pista maggiormente
seguita dai carabinieri. Indagini parallele vengono
svolte dal commissariato di polizia di zona.
Le indagini sono condotte dai carabinieri del Nucleo
investigativo di castello di Cisterna (guidati
dal colonnello Fabio Cagnazzo) e dai carabinieri
della compagnia di Giugliano (agli ordini del capitano
Alessandro Andrei). Investigatori esperti,
che avrebbero già individuato il possibile movente
e ricostruito la dinamica. Salvatore Caianiello era
fermo da solo in via Roma, nei pressi di casa quando è sopraggiunta l’auto
con due sicari a bordo. Uno è sceso e riconosciuto la vittima, è partita
una raffica di proiettili, due dei quali lo hanno centrato al volto e al torace.
Un’azione rapidissima: in pochi secondi il 65enne già non era più
sulla terra. Così, sul marciapiede in un lago di sangue, l’hanno trovato i
primi soccorritori. Ma per lui non c’era nulla da fare.
Il 65enne spesso passava del tempo in un deposito vuoto, in passato adibito
a circolo ricreativo, di cui aveva la disponibilità e nel quale aveva
piazzato alcuni computer. Alle 18 di ieri forse aveva intenzione di entrarvi,
ma prima si stava intrattenendo davanti al palazzo. Non ha fatto
in tempo a tentare una fuga, comunque molto difficile.
Caianiello è stato un boss emergente negli anni '70-80, quando della camorra
si aveva un'idea piuttosto confusa e Raffaele Cutolo era «soltanto»
un detenuto condannato a decine di anni di carcere, ma non ancora il
boss della «camorra delle carceri», la “Nuova camorra organizzata”. L'ultimo
arresto del 65enne risale al 1988, quando era ricercato per evasione.
Era fuggito dal carcere di Fossombrone nell'autunno dell'88 e i carabinieri
lo beccarono a Varcaturo mentre passeggiava lungo l'arenile. Due
militari della stazione Lago Patria si insospettirono
e lo fermarono. Lui, alzando le mani, li invitò
a disarmarlo: sotto il giubbino di pelle nera aveva
due grosse pistole.
L'accusa per cui aveva trascorso 20 anni in cella
era di aver ucciso un nipote di 16 anni. La storia
giudiziaria parlava di “deliberata volontà assassina”;
ma, secondo la voce popolare, il boss
non aveva alcuna intenzione di ammazzarlo,
bensì soltanto di fargli prendere un grande spavento per redarguirlo dopo
una furibonda lite che aveva avuto con il cugino, ossia il figlio. Quello
stesso figlio che molti anni prima, quando era neonato, prese in braccio
e così si mostrò ai carabinieri che avevano circondato il suo nascondiglio,
sparando all'impazzata. E solo in quel modo riuscì a bloccare le
armi.

venerdì 30 ottobre 2009

«Un aiuto per inchiodare killer e pali»


Appellarsi alla gente del rione, a chi è in grado di riconoscere il killer e
i sui complici, chiedendo la collaborazione di tutti. È questo l’obiettivo
che si sono preposti il capo della Direzione distrettuale antimafia, Sandro
Pennasilico, ed il pm anticamorra Sergio Amato diffondendo il video
dell’omicidio di Mariano Bacioterracino, avvenuto l’11 maggio scorso.
Le immagini, riprese da due telecamere, una nascosta, l’altra nel negozio
di via Vergini dove all’esterno si consuma il raid di morte, sono a
dir poco terribili: viene ripreso l’arrivo del killer, la presenza di uno o più
“specchiettisti”che indicano la vittima agli assassini, intenta a fumare.
Cinque mesi dopo quell’efferato delitto, dal movente ancora oscuro, per
dare un nome ai responsabili dell’agguato, la Procura di Napoli ha firmato
un decreto che rende pubblico il lungo filmato, mettendolo a disposizione
dei mass media. La mancata identificazione dell’assassino
potrebbe essere legata al fatto che possa essere un extracomunitario,
clandestino, di cui non si hanno tracce. Circostanza che potrebbe anche
spiegare il perché l’omicida non conoscesse Mariano Bacioterracino,
noto rapinatore. Nel video, che dura circa 4 minuti, un negozio. All’esterno,
in pantaloni grigi e camicia bianca, c'è Mariano Bacioterracino,
appoggiato ad un distributore di gomme da masticare. A pochi metri
da lui, all’altro lato dell’entrata del locale c’è forse uno “specchiettista”,
così come un “filatore” può essere anche l’uomo che arriva contemporaneamente
al killer davanti al bar dei Vergini. Appena la gente si
allontana e il marciapiedi è libero, arriva sulla scena del crimine l’assassino:
indossa jeans e giubbotto verde, ed ha in testa un cappellino,
nero, da baseball. Entra nel negozio per non farsi notare dalla vittima,
che lo scruta, poi si guarda attorno, si ferma una ventina di secondi, poi
esce e dalla tasca estrae una pistola.
Mariano Bacioterracino si volta verso di lui, come se fosse stato chiamato:
un attimo dopo il killer preme il grilletto dell’arma e spara. La vittima
gira la testa prima di accasciarsi a terra colpito ad un fianco dal
primo colpo di revolver. È in quel momento che l’omicida si china sul
pregiudicato, già a terra, ed esplode un secondo colpo, dritto alla nuca:
è il colpo di grazia. Impietosamente, il video riprende una donna, che
era accanto alla vittima: si allontana senza voltarsi indietro; un uomo
che smonta il suo banchetto e va via; una donna che scavalca il corpo
steso a terra, controllando se è senza vita; un altro uomo, con in braccio
una bambina, che passa davanti alla scena del crimine e si allontana.
Intanto arrivano le prime reazioni: c’è addirittura una taglia sull’assassino,
di 2mila euro, che viene destinata da alcuni imprenditori guidati
da Ottorino Mattera, sostenuti dalla Federazione Regionale dei Verdi,
con in testa Francesco Emilio Borrelli.

Rinviati a giudizio i fratelli calzone


Le accuse dei pentiti li hanno davvero incastrati. E i racconti dei
collaboratori di giustizia evidentemente sono risultati così
convincenti che alla fine è stato deciso per il rinvio a giudizio: i
fratelli Carmine e Rito Calzone, indagati per omicidio,
sono stati rinviati a giudizio e il prossimo 9 dicembre dovranno
comparire dinanzi alla IV Assise. Per i due fratelli era anche stato
chiesto il carcere duro: lo aveva stabilito non molto tempo fa il
ministro della Giustizia Angelino Alfano, dopo aver ricevuto la
relazione della Procura antimafia di Napoli. I due sono considerati
fedelissimi di Cesare Pagano: i due sono infatti entrambi indagati
per l’omicidio di Antonio Pitirollo, incastrati come sono stati non
solo dalle accuse dei pentiti, ma anche dalle intercettazioni
telefoniche e ambientali e dalle indagini. I due ras di Secondigliano
sono stati riconosciuti e accusati da più parti. Carmine “’a golia” in
particolare fu riconosciuto da un sottufficiale della Guardia di
Finanza come uno degli esecutori materiali dell'omicidio di Pitirollo,
cugino dei De Lucia e quindi vicino ai Di Lauro. Secondo i testimoni
oculari l’uomo era assieme al fratello Rito detto “’o pisano”,
elemento di primissimo piano degli scissionisti quando
ammazzarono il rivale davanti ad un ufficio postale, dove era in fila,
per l’appunto, il maresciallo delle Fiamme gialle che li riconobbe
incastrandoli. D’altro canto i i fratelli Calzone erano già noti alle
divise che bene conoscono i mali
di Napoli, e anche perché sono
diversi i pentiti che hanno
parlato del loro ruolo all'interno
della cosca degli Amato-Pagano.
In particolare, di Carmine
Calzone hanno parlato i
collaboratori di giustizia Andrea
Parolisi, Gaetano Conte e
Giovanni Piana. Adesso toccherà
a Luigi e Saverio Senese, Claudio
D’Avino e Cerabona difendere i
due fratelli dalle accuse.

Omicidio Migliaccio, assoluzioni annullate


La sentenza era già stata ribaltata:
due assoluzioni clamorose per Antonio
Mennetta e per Ferdinando Emolo
a fronte della richiesta, per loro, dell’ergastolo.
Ma la decisione della Corte
d’Assise d’Appello è stata totalmente
stravolta da un’altra decisione,
ugualmente destinata a far discutere:
la Cassazione ha infatti deciso
di annullare le due assoluzioni
per Emolo e per Mennetta: per i due
adesso il processo in Corte d’Assise
d’Appello andrà rifatto tutto daccapo:
e a questo punto - anche se resta
tutto da vedere, a seconda delle richieste
e delle eventulità - potrebbero pure rischiare una nuova condanna.
L’unica cosa certa è, per adesso, che la Procura ha vinto.
I due erano imputati nel processo per l'omicidio di Biagio Migliaccio, ed
erano stati ”presi di mira” dalla Procura anche e soprattutto grazie alle ricostruzioni
rese dai collaboratori di giustizia, oltre che a un lungo lavoro investigativo.
La decisione di qualche tempo fa, di assolvere i due uomini,
era stata figlia delle troppe contraddizioni degli stessi collaboratori di giustizia
su alcuni punti cruciali del raid che il 20 novembre del 2004 portò alla
morte di Migliaccio, che venne trucidato mentre si trovava all’interno
dell'autofficina del padre, al centro di Mugnano. Era incensurato Biagio Migliaccio,
ma cugino di un presunto ras del clan Di Lauro: Giacomo Migliaccio,
ritenuto da investigatori e inquirenti il referente a Mugnano del boss allora
latitante ”Ciruzzo 'o milionario”. E perciò fu ammazzato sotto gli occhi del
padre: una vendetta trasversale, proprio come avvenne il 29 ottobre prima,
quando sempre a Mugnano a cadere sotto il fuoco dei killer fu Massimo Galdiero,
nessun precedente penale, nipote di Salvatore Di Girolamo, scissionista
dal gruppo Di Lauro. Erano le 11 quando i sicari entrarono in azione
contro Biagio Migliaccio, che gestiva insieme con il padre la rivendita di
autovetture ”Centro auto” sulla Circumvallazione esterna al confine con Giugliano.
Con modalità tipicamente camorristiche, i killer che sembravano
clienti, i due si diressero verso il 34enne esplodendo colpi di pistola alla testa,
aò torace, sotto gli occhi del padre dell’uomo, che ha dovuto assistere
inerme all’omicidio. Altri due testimoni oculari, un dipendente e un uomo
che stava visionando alcune macchine, furono ascoltati a lungo dagli inquirenti,
senza che però riuscissero a dare elementi di prova schiaccianti.
Migliaccio era imparentato con il boss Giacomo ”a femmenella”: secondo gli
007 era stato questo il movente dell’omicidio. Una vendetta dei Di Lauro
per la parentela ”eccellente”, visto che Giacomo Migliaccio è uno dei personaggi
di primissimo piano del gruppo degli scissionisti. A portare a termine
la spedizione di morte, secondo gli inquirenti, furono Emolo e Mennetta.
Una ”certezza” quella che gli 007 avevano in mano, che veniva anche dalla
risposta della strada dopo quell’omicidio: A Ferdinando Emolo per vendetta,
poche ore l'omicidio di Mugnano, gli ”scissionisti” ammazzarono il padre,
il 54enne Gennaro, venditore ambulante di carciofi e melanzane sott'olio.
Nonostante queste ”certezze” da parte degli 007, i giudici non hanno
avuto in mano prove sufficienti per incastrarli, i due vennero scagionati
per questo motivo, e per questo motivo i due sono da considerare assolutamente
innocenti. Resta dunque da vedere come si muoverà, ancora, la
Procura, nei confronti di Mennetta (difeso dagli avvocati Vittorio Giaquinto
e Vittorio Guadalupi) ed Emolo (difeso da Giuseppe Ricciulli e Giovanni
Aricò).

Il video dell'agguato a mariano bacioterracino

Il seguente filmato,quello vero,originale trasmesso dalla procura,mostra MARIANO BACIOTERRACINO,leader della banda del buco e vicino al clan ormai disintegrato dei misso.Siamo a Napoli nel cuore del rione sanita',le immagini mostrano un bar,fuori un'uomo appoggiato a un gioco per bimbi e un'altro appoggiato a un banco frigo,poi l'esecuzione del killer,perfetta e spietata,per chiunque riconosca il killer o il basista si prega di contattare immediatamente le forze dell'ordine.

mercoledì 28 ottobre 2009

Esposito ucciso per dissidi nel clan



Pasquale Esposito, 31enne ritenuto legato al clan Piccirillo, sarebbe stato
ucciso per una frizione interna al gruppo di mala della Torretta. Ne sono convinti
gli investigatori, al punto che ipotizzano anche un collegamento tra
l’agguato mortale del 21 luglio scorso e il pentimento di alcuni dei ras del
clan Sarno. La vittima avrebbe cercato spazi autonomi proprio cercando
di infilarsi tra i referenti della cosca di Ponticelli e gli storici boss del suo
quartiere. Ma evidentemente fece il passo più lungo della gamba e scattò
la punizione, che lui certamente non si aspettava: si muoveva infatti
tranquillamente. Negli ambienti malavitosi della Torretta il periodo estivo
ha rappresentato una svolta per i nuovi equilibri. E ora, dopo i contrasti
sotterranei, si sarebbe giunti alla pace sotto il segno di un unico clan. Un
patto, secondo fonti confidenziali raccolte dagli investigatori, che recentemente
sarebbe stato siglato da un gruppo ristretto di ras e luogotenenti
in un appartamento della Torretta al riparo da occhi indiscreti. Ecco perché
dal 21 luglio scorso, quando fu ammazzato Pasquale Esposito a due
passi dalla centralissima via Giordano Bruno, pistole e fucili tacciono. Mentre
i principali esponenti della malavita sono tornati a farsi vedere in giro,
sottolineando così il cambiamento di situazione. Eppure l’ampia fascia
ampia del territorio centrale napoletano che comprende Chiaia-Mergellina-
Torretta era diventata già prima dell’estate teatro di contrasti, anche se
mai esplosi in maniera clamorosa. Gli investigatori non avevano dubbi che
riguardassero i clan Frizziero-Strazzullo e i Piccirillo, questi ultimi considerati
alleati con i Lago di Pianura. E proprio questo nuovo legame saltò
fuori nel corso delle indagini della polizia su un altro tentativo di estorsione
durante le feste dello scorso Natale. Secondo gli investigatori in tre avevano
imposto al titolare di un'agenzia di scommesse, nel quartiere Chiaia,
di chiudere per qualche giorno e di pagare una tangente di 5.000 euro.
Ma la polizia fece scattare accertamenti a tempo di record e riuscì a sottoporre
a fermo di indiziato di delitto tre pezzi da novanta della malavita
del luogo. Due dei quali poi, scarcerati dal Tribunale del Riesame. Tornando
alla situazione attuale, va sottolineato che l’omicidio di Pasquale
Esposito per dinamica e contesto del momento fu clamoroso. Sia perché
l’azione (e su ciò concordarono polizia e carabinieri) fu volutamente eclatante
per lanciare un messaggio, ma anche perché avvenne tra la folla e
sotto gli occhi di passanti che si trovavano a pochissimi metri dalla vittima.
I sicari evidentemente non temevano di essere riconosciuti oppure
l’ordine di morte, tanto era importante, contemplava anche un rischio del
genere. Ora, per l’ennesima volta, la storica rivalità tra i clan Piccirillo e
Frizziero segnerebbe una tregua.

lunedì 12 ottobre 2009

«Il padre di Furia ucciso per vendetta



Ciro Sarno “’o sindaco” conosce tanto e i
pubblici ministeri della Direzione distrettuale
antimafia di Napoli lo sanno bene e lo ascoltano
quasi ogni giorno. Il 15 settembre, meno
di un mese fa, ha rilasciato una serie di
dichiarazioni sugli anni Novanta quando a
Ponticelli il territorio era diviso tra i Sarno alleati
ai Cuccaro-Aprea-Alberto e i Minichini,
Norcaro. Ed è in questo contesto che secondo
Ciro Sarno maturò l’omicidio del padre di
Vincenzo Furia, un imprenditore legato a
doppio filo al clan Sarno. Ecco cosa dice Ciro
“’o sindaco”. «Stavo per aprire una ditta
di calcestruzzo e avevo intenzione di aprirla
in società proprio con Vincenzo Furia, con il
quale i rapporti si strinsero a tal punto che
egli, qualche tempo dopo, come spiegherò,
non esitò a chiedermi un appoggio elettorale nell’interesse di Alfredo
Vito e Dino Bargi, candidati nelle file della Dc rispettivamente alla Camera
dei Deputati e al Senato della Repubblica. È proprio in questo
contesto che maturò l’omicidio del padre di Vincenzo Furia che fu in
realtà una ritorsione dei Norcaro e dei Minichini contro di noi, vale a dire
i Sarno ed i Cuccaro-Aprea-Alberto a cui Vincenzo Furia si era legato
».
Una vendetta dunque dei clan nemici che mal digerivano quell’affronto
anche perché pare che Furia, che va assolutamente
considerato innocente fino a
prova contraria, gestisse molti affari per conto
della cosca. Ecco Ciro Sarno nello specifico
cosa racconta ai pubblici ministeri della
Dda di Napoli, Enzo D’Onofrio e Stefania
Castaldi. «Agli inizi degli anni ‘90, il padre
di Vincenzo Furia, imprenditore anche’egli
con sede a Barra, era una delle tante vittime
del clan Norcaro, a cui corrispondeva un
tributo periodico in percentuale sui lavori
che realizzava sui territori di Barra e Ponticelli.
All’epoca egli già operava insieme al
figlio Vincenzo. Io venni in contatto con costoro
ed allacciai i rapporti soprattutto con
quest’ultimo quando rompemmo con i Norcaro
ed acquisimmo il controllo del territorio
di Ponticelli. Con Vincenzo Furia feci un
discorso molto chiaro, che preludeva ad una
futura società tra noi nel settore del calcestruzzo: io avrei garantito alla
sua impresa l’acquisizione di tutti i lavori più importanti sul territorio
da me controllato, ed egli, dal suo canto, mi avrebbe garantito una
percentuale sui suoi profitti. Bisogna comunque tener presente che all’epoca
sull’area di Ponticelli vi erano anche altri due imprenditori che
corrispondevano una quota al mio clan, Alfonso Guarracino, che si occupava
però di piccole cose e Vincenzo Romano, titolare della Procal»,
ha concluso Ciro Sarno.

sabato 10 ottobre 2009

Le mani dei Licciardi sul Veneto


Aveva messo su un vero e proprio impero economico sul versante veneto del lago di Garda riciclando in appartamenti e ville i proventi dell’usura e delle estorsioni. Ma i suoi business illegali sono entrati nel mirino della Dia di Padova che già aveva sequestrato, lo scorso anno, beni immobili (appartamenti e una lussuosa villa con piscina sul lago di Garda) per un valore di oltre tre milioni di euro. L’altro giorno le manette sono scattate ai polsi del 54enne Ciro Cardo, piccolo pregiudicato, cognato del padrino di Secondigliano Pietro Licciardi detto “Pierino ‘o fantasma”, grane riciclatore dell’Alleanza di Secondigliano. In carcere anche Egidio Longo, un socio di Cardo, mentre Salvatore Longo è riuscito a sfuggire alla cattura ed è latitante. Nell’inchiesta “Benaco” compaiono anche altri indagati, tutti veneti.

Presi in Spagna i killer di Petru


Sono stati stanati perché frequentavano ambienti malavitosi spagnoli assieme ad altri pregiudicati napoletani rifugiatisi in terra iberica. È finita così, in un residence dove dividevano un appartamento, la latitanza dei cugini Salvatore e Maurizio Forte, di 31 e 29 anni, pregiudicati dei Quartieri Spagnoli. I due sono accusati di aver partecipato all’omicidio del musicista ambulante romeno Petru Birladenau, ucciso il 26 maggio da una pallottola vagante mentre era assieme alla moglie nei pressi della stazione della Cumana di Montesanto. Durante quell’agguato contro Salvatore Mariano, che rimase illeso, fu ferito anche un 14enne che stava giocando a pallone. Ad accusare i cugini Forte, e Marco Ricci (arrestato a luglio), ci sono le testimonianze di 5 persone che li hanno visti, assieme ad altri 5 “pistoleri”.

Uccisero una donna a pugni»


Fu uccisa perché aveva fatto da “specchiettista” per l’omicidio di un affiliato al clan Sarno, Vincenzo Mauri. Per questa accusa fu decisa la sua morte senza alcuna pietà. Questo il retroscena della fine di Filomena De Cicco, ammazzata nell’ottobre del 2005 nelle campagne di Acerra. A raccontarlo è il pentito Giuseppe Sarno detto “’o mussillo”. «Quella donna, madre di quattro figli, fu presa a cazzotti da Andrea Mauri che voleva vendicare la morte del fratello. Ma io non ero sicuro che lei avesse partecipato al delitto del nostro affiliato». Intanto emergono retroscena anche del pentimento di Carmine Caniello, fidato killer di Sant’Anastasia al servizio della cosca di Ponticelli. L’uomo era detenuto nello stesso padiglione di Vincenzo Licciardi e Vincenzo Mazzarella e aveva paura che i due scoprissero il suo pentimento prima che la sua famiglia fosse messa in sicurezza.

IL BOSS LELLO AMATO AL 41 BIS ALFANO: È PERICOLOSISSIMO


È uno dei boss più pericolosi d’Europa, il più pericoloso d’Italia ». Con queste motivazioni il ministro Angelino Alfano ha firmato il 41 bis per il boss Lello Amato (nella foto). Il ras da Torino sarà trasferito questa mattina all’Aquila dove sarà visitato da due medici che dovranno documentare il suo stato di salute. Il capoclan di Secondigliano nei giorni scorsi ha avuto seri problemi cardiaci e gastrointestinali forse dovuti al forte stress che il boss si trova a vivere continuamente da quando e' stato estradato dalla spagna,dove i carceri in terra spagnola sembrano piu' alberghi che carceri appunto.A vicchiarella come e' chiamato dai suoi gregari gia' il mese scorso fu operato urgentemente per una occlusione intestinale,poi si sono aggiunti anche i problemi cardiocircolatori,ora vedremo che cosa succedera,visto che il 41 bis e' l'incubo piu' temuto dai boss sia della camorra che della mafia.La reclusione in se gia' e' sofferta,figuriamoci chiusi 24ore al giorno da soli,senza tv enza giornali e una solo visita al mese,chissa' se o lello decidera' di soffrire da capoclan oppure decidera' di passare anche lui dalla parte dello stato.

Morta in auto, a giudizio Pagano jr



Finirà sotto processo con l’accusa di omicidio colposo. È stato infatti rinviato
a giudizio Carmine Pagano, 24 anni, di Scampia, nipote del padrino
Cesare, entrambi latitanti dopo il maxiblitz contro il clan Amato-Pagano.
Il giovane è accusato di aver ucciso Viviana Minale, la 23enne morta sul
colpo nel tunnel di Capodimonte della Tangenziale nel corso di un drammatico
incidente automobilistico.
Il giovane incensurato, difeso dall’avvocato Luigi Senese, non rispose alle
domande degli investigatori della Polizia Stradale, guidati dal sostituto
commissario Fulvio Papa, ma si è limitato a dire che era dispiaciuto per
quello che è successo a Viviana, una sua carissima amica. Tramite il difensore
di fiducia, l'avvocato Luigi Senese, Pagano faceva sapere che la sera
dell'incidente non era sotto l'effetto né di alcol né di stupefacenti e che
si è trattato di una tragica fatalità. E sì perché a bordo della Smart guidata
da Pagano, Viviana era l'unica a non indossare la cintura di sicurezza,
essendo la piccola vettura omologata per due persone e loro erano in tre.
La 23enne era seduta in mezzo tra Pagano e un altro ragazzo e quando
l'auto si è schiantata contro il muro della galleria è stata scaraventata fuori
dal finestrino e la vettura ancora in corsa le ha schiacciato la testa stroncandola
sul colpo. È molto probabile, secondo gli investigatori della polizia
stradale che hanno effettuato le indagini, che Pagano procedesse a velocità
sostenuta perché i tre ragazzi, usciti da una discoteca stavano andando
verso un altro locale notturno, e che fosse distratto quando ha perso
il controllo della Smart, che dopo l'urto si è quasi capovolta. Poi Pagano,
resosi conto di quello che era successo, sconvolto, ha lasciato l'amico
vicino al cadavere della ragazza ed è scappato facendo perdere le tracce
per due giorni e consegnandosi due giorni dopo.

Omicidio Napolitano, sopralluogo tra paura e tensione



Alle 10,30 il gruppo era già tra in vico
Polito, nel “cuore” dei Quartieri Spagnoli.
Il testa il presidente della quarta
Corte d’Assise d’Appello di Napoli, Pietro
Lignola. Accanto a lui i giudici togati.
In due auto i boss ergastolani Paolo
Russo e Paolo Pesce con accanto i
militari dell’Arma. C’erano poi gli avvocati
difensori Leopoldo Perone, Diego
Abate e Luigi Iossa che fortemente
avevano chiesto quel sopralluogo. Più
avanti, guardato a vista dagli uomini
della scorta armati di tutto punto e
pronti ad ogni evenienza, c’era Gennaro
Oliva killer reo-confesso della camorra,
ora pentito.
Un sopralluogo di tutta la Corte sul luogo di un dellitto, sulla scena del crimine,
ripercorrendo la strada che il commando di assassini aveva percorso per uccidere
il 24 marzo del 1991 Ciro Napolitano.
Ma ieri si sono vissuti momenti di tensione non solo per gli occhi dei curiosi piuttosto
infastiditi che scrutavano il gruppo di almeno venti persone che “salivano”
per i vicoli dei Quartieri, ma anche perché alcuni parenti dei due detenuti
si erano avvicinati troppo alle auto di scorta. Sono stati allontanati dai carabinieri
e loro hanno reagito con decisione. A metà del sopralluogo poi il pentito
Gennaro Oliva detto “Giubba Rossa” ha lasciato di fretta il gruppo. Questo perché
era concreto il rischio di un attentato nei suoi confronti e nessuno poteva
correre questo rischio. Almeno il sospetto degli uomini della scorta era proprio
questo. Le forze dell’ordine hanno notato infatti personaggi poco raccomandabili
aggirarsi nei pressi dell’auto e per questo hanno chiesto al presidente della
Corte di allontanarsi nell’auto blindata.
Il percorso è continuato per altre tre ore,
verso vico Calaiole fino al corso Vittorio
Emanuele nei pressi dell’istituto
Suor Orsola Beninicasa.
Sono passati quasi venti anni da quel
delitto che segno la rottura tra due cosche
nemine, ma il processo ancora
non si è chiuso. Il sopralluogo di ieri si
è reso necessario perché occorreva valutare
con precisione il luogo del delitto
in quanto non ci sono dichiarazioni
congruenti tra i vari testimoni proprio
sul posto dove sarebbe stato assassinato
il pregiudicato. In primo grado erano
stati inferti due ergastoli. In sede di
Appello, però, il dibattimento si è riaperto.
Tra gli imputati c'è anche il pentito
reo confesso. Paolo Pesce e Paolo
Russo furono condannati al carcere a
vita, mentre fu assolto Ciro Di Mauro.
Condannati anche i collaboratori di giustizia
Gennaro Oliva e Pasquale Fraiese.
L'omicidio di Ciro Napolitano è stato
considerato dagli inquirenti un agguato
eccellente, perché ricondotto fin
dalle primissime battute nella faida tra
i “picuozzi” e gli scissionisti che ha insanguinato
la collina di Montecalvario.
Ciro Napolitano morì perché vicino a Vincenzo Romano ras del clan in lotta. A
raccontare le circostanze legate all'agguato contro Enzuccio 'o romano, sono stati
i collaboratori di giustizia Pasquale Frajese e Gennaro Oliva, che hanno spiegato
ai pm della Dda i motivi e le responsabilità di un agguato che aveva un solo
obbiettivo dichiarato.