mercoledì 30 settembre 2009

CHE SUCCEDERA' DOPO CHE IL CLAN SARNO E' STATO DECAPITATO?


Il boss GIUSEPPE SARNO un paio di mesi fa quando decise di passare dalla parte della legge profetizzo' che sicuamente l'avrebbero seguito molti affiliati e molto sicuramente anche i fratelli.Quella frase,quel discorso captato da una cimice dentro la sala colloqui mentre conversava con la moglie,oggi sembra che sia diventata realta'.Oltre una decina di affiliati tra esattori killer e capopiazza hanno seguito il suo esempio,hanno scelto di collaborare con la giustizia,e la notizia piu' eclatante e' che anche il fratello il capo dei capi del clan CIRO SARNO detto O'SINDACO ha deciso di collaborare raccontando verita' e agguati che sicuramente avrebbero trovato riscontri e esecutori materiali di fatti risalenti a una decina di anni fa'.Resta adesso una sola incognita,un rompicapo per magistrati e forze dell'ordine,chi prendera' adesso il posto della famiglia sarno?oltre il rischio di una vera mattanza camorristica per il controllo e per il vuoto enorme di potere che la famiglia sarno lascia.Forse e' il caso di dirlo e il momento di isolare i clan dei mazzarella,dei reale,dei cuccaro,degli aprea,partire con arresti preventivi e confisca dei beni oltre che il 41bis per boss ma anche per i gregari piu' facironosi.Una battaglia contro questi clan che sicuramente semineranno panico,morti e lutti per prendere il sopravvento su quei pochi rimasti del clan sarno in balia della giustizia delle indagini e delle vendette che sicuramente verranno a decine.Adesso e' il momento di mostrare i muscoli,il momento di usare il pugno duro prima che i clan si organizzano,decapitandoli con nuove indagini nuovi elementi e con tanta forza coraggio e fermento per la legalita' e per rendere di nuovo napoli una citta' d'arte,una citta' dove e' nato il teatro.

Sarno, si pentono il capo e 4 affiliati





Il clan Sarno è caduto
sotto il peso dei pentiti. Ieri in un
colpo solo il pubblico ministero
della Direzione distrettuale antimafia
di Napoli, Vincenzo D’Onofrio,
ha depositato in Corte d’Assise
le dichiarazioni di cinque
nuovi collaboratori di giustizia,
ex boss della camorra di Ponticelli
che da alcune settimane
hanno deciso di passare dalla
parte dello Stato, motivati dalla
clamorosa decisione di Giuseppe
“’o mussillo”, ex padrino che
di punto in bianco ha voluto stravolgere
in positivo la sua vita. Da
allora il via alla nuova stagione
dei pentimenti.
Così come fu per i Misso e prima
ancora per i Giuliano, adesso anche
i Sarno sono praticamente
stretti all’angolo dalle dichiarazioni
di quelli che prima erano i
capi e adesso sono diventati dei
pentiti e di sicuro, come probabilmente
accadrà, non saranno
gli ultimi. Oltre a Giuseppe Sarno
e Carmine Caniello, il primo
capoclan, il secondo fidato killer
reo-confesso, ha deciso di dare
una svolta alla sua vita anche Ciro
Sarno detto “’o sindaco”, così
soprannominato per la sua capacità
organizzativa all'interno della
cosca e anche per la circostanza
che fosse lui a decidere
l'assegnazione delle case popolari
della zona orientale di Napoli.
Il boss incontrastato della cosca
ha firmato il suo primo verbale il
6 agosto scorso, un mese dopo la
scelta del fratello che aveva deciso
di raccontare tutta la verità
sulle strategie criminali del clan
diventato nel giro di pochi mesi il
più potente di Napoli con una serie
di alleanze
strategiche
in
tutta la città.
Oltre al
“sindaco”,
altro nome
è quello di
Salvatore Sarno, suo nipote e figlio
di Giuseppe. Il giovane era
finito in carcere dopo il pentimento
del padre per il reato di intralcio
alla giustizia. Faceva parte
di quel gruppo di giovani rampolli
che voleva a tutti i costi impedire
a Giuseppe di “sfasciare”
la cosca e non usava mezzi termini
per cercare di convincere i
genitori. Anche lui alla fine ha ceduto
ed ha deciso di pentirsi.
Stessa decisione anche per Raffaele
Cirella, cognato del pentito
Davide Montefusco, Salvatore
Giordano e Mariano Lanza: i tre
sono stati arrestati in diverse operazioni
e alla fine hanno deciso di
rivolgersi ai magistrati per evitare
probabilmente di passare una
vita intera in carcere stretti dalle
accuse incrociate di metà clan.
Il processo nel quale sono state
depositate le prime dichiarazioni
è quello
in Corte
d'Assise
dove sono
alla sbarra
alcuni
esponenti
di spicco
della cosca di Ponticelli. Era la
guerra tra i Sarno e Panico per il
controllo di Sant'Anastasia. Alcuni
degli imputati, tra i quali Caniello,
hanno deciso di pentirsi, e
adesso racconteranno in aula la
loro verità.

Clan Licciardi, il pm chiede 347 anni



Quasi 350 anni di carcere. È quanto ha chiesto il pm nella requisitoria
contro il clan Licciardi, decapitato e praticamente sgominato nel luglio del
2008 grazie alle intercettazioni che avevano incastrato il capo della cosca
Vincenzo Licciardi, detto “’o chiatto” allora inserito tra i trenta latitanti più
pericolosi d’Italia. Il lungo elenco delle pene richieste dal giudice parte
con i 20 anni per Pietro Licciardi, Giuseppe Barbato ed Antonio Errichelli.
Diciotto invece per Francesco Matafora. Richieste per sedici anni sono ancora
giunte per Paolo Abbatiello, Luigi Carella, Salvatore Liberti, Dodici
anni di pena è al contrario la proposta a carico di Carmine Morra, mentre
undici per Antonio Morra, Gianfranco Leva, Antonio Di Giovanni. Un
decennio potrebbe andare Vincenzo Allocca, Gennaro Cirelli, Renato
Esposito, Carmine Talpa, Ciro Trambarulo, Raffaele Amato, Francesco
Marzano, Giovanni Esposito, Patrizia Vastarella, Francesco Feldi, Vincenzo
Esposito, Vincenzo De Luca, Antonio Gravagnuolo. Nove anni, inoltre,
sono stati richiesti per Massimo Romaniello ed otto per Diego Mastranzo,
Sei anni poi Carlo Benincontri, quattro Francesco Sollazzo, Antonio
Pellegrini. Infine due anni sono stati richiesti per Ciro De Luca, Germana
Esposito e Cristina Gambardella. La possibilità dell’assoluzione, infine,
è invece stata prevista dal pm soltanto per Assunta Russo. La maxi-
operazione che ha portato al fermo di 38 persone sta dunque portando
i propri frutti. Allora, inoltre, ci fu anche il sequestro di quote mobiliari
ed immobiliari pari a 300 milioni di euro, un risultato questo mai ottenuto
prima in altre iniziative della medesima portata. Mai nessuna cosca
italiana, in tal senso, aveva subito un colpo tale ed un sequestro così
ingente dove il clan Licciardi è rimasto privo di uomini e soprattutto di
soldi con enormi difficoltà per un’eventuale riorganizzazione in tempi rapidi.
Ad operare nella mega-operazione furono i poliziotti della squadra
mobile coordinati da Vittorio Pisani e i finanzieri del comando Provinciale
guidati dal colonnello Giuseppe Bottillo e Antonio Quintavalle. Un’ordinanza
di 478 pagine che venne firmata dal gip Luigi Giordano e voluta dai
pm Barbara Sargenti e Luigi Alberto Cannavale, coordinati dal Procuratore
della Repubblica Giovandomenico Lepore e dal capo in quel periodo
della Dda Franco Roberti. Il clamore per il blitz fu infatti forte poiché
in carcere finirono tra gli altri Giovanni e Pietro Licciardi, i due figli del
boss defunto Gennaro “’a scigna”, il presunto capoclan Gennaro Cirelli,
che aveva preso il posto di Vincenzo Licciardi (anche lui destinatario dell’ordinanza
con l’accusa di essere il capo e il promotore della cosca). Poi
Giuseppe Barbato, ritenuto invece il cassiere della cosca, molto vicino al
boss e ai suoi affari e altre decine di soggetti organici alla clan. I reati
contestati vanno dall’associazione camorristica, al traffico di armi e di
droga e infine al riciclaggio per cui finirono sotto sequestro le società “Rocap
spa”, composta da due immobili, un abitazione commerciale, tutti
ubicati a Roma; e l’immobiliare “San Salvatore srl”.

Forcella, morto il re del contrabbando



Lutto nella famiglia dei Giuliano: è morto Pio Vittorio Giuliano, padre dei
boss pentiti di Forcella. Aveva 80 anni. Figlio di Luigi, a sua volta (come
il padre) ha avuto 11 figli: sei maschi tra cui Luigi, Guglielmo, Raffaele
e Salvatore, e cinque donne, tra le quali Erminia, detta “Celeste”.
Pio Vittorio, insieme ai fratelli Salvatore e Giuseppe si dedicò al contrabbando
di sigarette dando vita negli anni ‘50 al clan Giuliano, di cui
diventò il capo indiscusso. Il padre di “Loigino”, sostituì il primo “re di
Forcella”, cioè il capo dei contrabbandieri, Gennaro Merolla, detto “King
Kong”, il quale, poi, abdicò: Pio Vittorio Giuliano, in pratica, fu il vero
“signore del rione”. Erano trascorsi solo pochi anni da quando gli alleati
erano entrati in città. Era l’ottobre
1943, Forcella diventò il centro
del contrabbando napoletano:
si vendeva di tutto, dalle sigarette
ai liquori, dai cibi in scatola ai “paraschegge”,
parola in codice per intendere
i profilattici. Le cronache
dell’epoca sostennero che tra le
viuzze della Napoli antica “le cose
cambiarono, e la gente pure”. Rispetto
agli altri rioni si rese “necessario” mantenere l’autorità da parte
di un’unica persona che deteneva la borsa nera, controllando il territorio.
Il suo “governo” durò poco meno di un ventennio, fino a quando
cioè non presero il sopravvento i figli: Luigi, detto “’o re”, Guglielmo,
detto “o storto”, Carmine, detto 'o lione (morto nel 2004), Salvatore,
detto 'o montone, Raffaele, detto ‘o zui, che è il più giovane. All’inizio,
l’attività principale fu quella del lotto clandestino, avendo fortemente
osteggiato l’ingresso della droga nei vicoli. Per pochi anni, però.
Nunzio, fratello dei boss, invece, si dissociò dopo la morte per overdose
del figlio: finì nel mirino dei killer nel marzo 2005. Pio Vittorio ebbe
anche cinque figlie: Erminia, detta “Celeste”, Anna, Patrizia Silvana,
Antonietta. Il clan, quindi, a partire dalla fine degli anni ‘70, fino ai
‘90, è stato diretto dai figli di Pio Vittorio Giuliano, con i cugini Ciro
Giuliano e Luigi Giuliano (figli di Giuseppe Giuliano, fratello di Pio Vittorio),
oltre che da Tonino Capuano. Il clan si adoperò per annientare Raffaele
Cutolo, nella prima metà degli anni ‘80, quando si inserì stabilmente
nell'organizzazione detta Nuova Famiglia, messa in piedi con
l’intento di distruggere il “professore” di Ottaviano. Le guerre negli anni
‘90 contro i Contini, i Licciardi i Lo Russo ed i numerosi pentimenti
hanno quasi cancellato questo clan, che oggi vien tenuto
in vita dalla cosiddetta terza generazione. Un clan ricco che
non lesinava nel mostrarlo con matrimoni miliardari con
ostriche, champagne e cantanti. Fecero scalpore all’epoca
la pubblicazione dio foto che ritraevano Diego Armando Maradona
che brindava con alcuni dei fratelli Giuliano. Il conflitto
che sembra poi aver posto definitivamente la parola fine
al clan Giuliano, ha avuto inizio quando, approfittando
dell'assenza dei boss, detenuti o latitanti, alcune giovani leve
hanno cercato di arrivare al potere. Contro di loro si schierarono
zii e cugini, ma anche Michele Mazzarella, giovane figlio del
boss di San Giovanni a Teduccio, Vincenzo, entrato nella famiglia di
Forcella per aver sposato Marianna, figlia di Luigi e di Carmela Marzano.
Inevitabile la spaccatura all’interno dell’organizzazione e soprattutto
all'interno della famiglia. In questo contesto è da inserire l’omicidio
della giovane Annalisa Durante, uccisa per errore il 27 marzo 2004,
in un vicolo di Forcella.

Un avvocato forniva carte segrete



C’è il nome di un avvocato
penalista napoletano che
spunta tra le pagine di dichiarazioni
depositate dal pm in Corte d’Assise.
Quel professionista è nominato
da Giuseppe “’o mussillo”, il primo
ad aver collaborato con la giustizia,
facendo cadere su di lui una
serie di sospetti che al momento
vanno verificati. Ecco cosa racconta.
«Noi eravamo informati in anticipo
in ordine ad indagini condotte
dalla Procura di Napoli nei confronti
del clan Sarno. Un giorno dell’anno
scorso, o comunque di recente,
mi chiamò mia cognata Annamaria
Siesto, moglie di mio fratello Pasquale,
per dirmi di recarmi a casa
sua, dove c’era una persona ad attendermi.
Lì giunto mi venne presentato
l’avvocato che io non avevo
mai conosciuto e che si presentò
come difensore di mio fratello Pasquale.
Egli portava con se della documentazione
che mi mostrò dicendomi
che erano degli atti ancora
segreti in possesso della Procura
di Napoli. Atti giudiziari che avevano
ad oggetto il clan Sarno. Diedi
uno sguardo
fugace a quei
documenti e
se non ricordo
male si trattava
di una informativa
e delle dichiarazioni di
Nunzio Boccia; atti giudiziari che
avevano ad oggetto il clan Sarno, le
quali non conoscevamo ancora e
quelle di altri collaboratori di giustizia.
Documentazione che egli
consegnò a mia cognata. Aggiunse Sarno Giuseppe “o mussillo” nel giorno della sua cattura a Roma
volte alla moglie nel corso dei drammatici momenti che hanno vissuto
prima della retata di qualche mese fa che ha portato in carcere altri
esponenti della cosca accusati di intralcio alla giustizia. Ovvero
avrebbero cercato in ogni modo di far desistere Giuseppe Sarno dalla
collaborazione con lo Stato minacciando la moglie che si è finanche
barricata in casa per una settimana intera. Ma non è bastato dato che i
fedelissimi del clan, primo tra tutti Antonio Sarno, nipote della coppia,
ma anche il figlio Salvatore detto “Tore ‘o pazzo”, ora pentito, ci hanno
provato in ogni modo. Quest’ultimo si allontanò da casa lasciando la
madre in balia degli eventi. Dopo Peppe si è pentito Carmine Caniello,
fidato killer della cosca. fapos
LA VECCHIA CAMORRA ALLA SFASCIO.
LA COSCA PIÙ POTENTE DI NAPOLI
SENZA PIÙ CAPI: ALTRI EX KILLER IN
“LISTA” PER PARLARE CON I MAGISTRATI
di fare attenzione a ben custodire
quella documentazione ed evitare
che venisse rinvenuta dalle forze
dell’ordine, in quanto ciò avrebbe
determinato senz’altro un macello.
All’epoca egli non era ancora difensore
di mio fratello Luciano, difesa
che ha assunto successivamente
», spiega il collaboratore di
giustizia al pubblico ministero in
uno dei sui primi verbali. Poi racconta
di un altro episodio. «L’avvocato
portò la notizia che uno dei
miei cugini aveva scritto in Procura
per iniziare a collaborare. Anche
in quest’occasione consegnò alla
moglie di Pasquale, che poi lo diede
ad uno dei miei nipoti, che poi
lo portò a me, il verbale di dichiarazioni
che aveva reso. Se non ricordo
male quel verbale era reso ad un
magistrato della Dda. Ci tengo a
chiarire che quando ricevemmo
quella documentazione
non si sapeva
ancora nulla che
mio cugino si fosse
pentito. Poi mio
nipote mi diede un
altro verbale che faceva intendere
che in realtà mio cugino aveva chiesto
sì di parlare con il pm ma non
per pentirsi. Inoltre ho saputo che
l’avvocato riusciva ad avere informazioni
perché in Procura aveva
una persona a lui legata..

«Tarantino e Minichini sono i nuovi reggenti della cosca



Che succederà adesso a
Ponticelli? Chi prenderà il posto dei
boss che adesso hanno deciso di
pentirsi? Lo rivela Raffaele Cirella,
uno dei nuovi collaboratori di giustizia
della cosca di Ponticelli. L’uomo
racconta al pubblico ministero
chi sia secondo lui il nuovo capo
della cosca e dà per certa la sua investitura
o meglio la sua conquista.
Ecco cosa dice al pubblico ministero
della Dda Vincenzo D’Onofrio
il primo luglio scorso. «Ho chiesto
di poter parlare con i pm perché
ho preso la decisione definitiva
di voler collaborare con la giustizia.
Una decisione che ho maturato
già da diverso tempo e solo il
caso ha voluto che mi decidessi oggi
di farlo sapere, perché temo molto
per la vita dei miei figli, che abitano
ancora nel rione de Gasperi.
Io da decenni faccio parte del clan
Sarno e sono a conoscenza di fatti
e circostanze di estrema gravità di
cui sono responsabili oltre a me,
decide e decine di persone pericolosissime,
dai vertici del clan fino
all’ultimo appartenente, così come
sono a conoscenza delle responsabilità
per delitti gravissimi di persone
appartenenti ad altri clan con
cui i Sarno sono alleati
». Questa in
buona sostanza la
presentazione che
egli stesso fa al pubblico
ministero della
Dda. A ciò poi egli
aggiunge i nomi di chi pensa che
ora abbia assunto il controllo del
territorio e l’eredità della cosca che
fu dei padrini Ciro “’o sindaco” e
Giuseppe “’o mussillo”. «Già la circostanza
che mio cognato Davide
Montefusco ha collaborato con la
giustizia ha determinato l’esposizione
dei miei figli e di mia suocera
a seri pericoli per la loro incolumità.
Conoscendo come ragionano
gli appartenenti del clan Sarno,
non escludo che in via preventiva,
per fermare una mia eventuale collaborazione,
possano compiere
azioni di ritorsione nei confronti dei
miei familiari». Una paura che mette
nero su bianco facendo i nomi
di chi secondo lui possa nuocere
di più. «Più di tutti tempo Salvatore
Tarantino, Fabio Caruana, Salvatore
Romano, Ciro Minichini. Sono
stato informato fino a ieri (26
agosto, ndr) delle evoluzioni del
clan Sarno, in quanto fino a luglio
scorso ero detenuto a Secondigliano,
insieme anche ad altri appartenenti
al clan, e proprio ieri nel trasferirmi
a Teramo, mi hanno messo
nella stanza con Adriano Fusco.
Ho saputo che attualmente Salvatore
Tarantino è colui che si è messo
a gestire il “Rione” affinacandosi
a Ciro Minichini. Tarantino era
stato allontanato dal clan Sarno per
dei disguidi interni e in particolare
si era allontanato dal clan Sarno
perché litigò con “’o mussillo”. Così
come Ciro Minichini già cognato
di Tonino De Luca Bossa “’o sicco”
, era uno degli acerrimi nemici
dei Sarno».

Ecco chi uccise Aliberti e Gitano



A inizio agosto ha deciso
di collaborare con la giustizia,
dopo essersi inizialmente rifiutato,
e già tredici giorni dopo ha raccontato
alla procura antimafia ciò
che sapeva su tre omicidi: quelli di
Vincenzo Aliberti “’o ragioniere”,
Giovanni Gitano e un affiliato ai
Panico soprannominato “Peppe ‘a
capra”, di cui non ricordava le generalità
precise. Tre delitti collegati
solo in un caso alla guerra di
camorra tra i Sarno di Ponticelli e
i Panico “Sommesielli” di Somma
Vesuviana, mentre gli altri due furono
frutto di contrasti interni. Ecco
quanto ha messo a verbale Salvatore
Sarno detto “’o pazzo”, figlio
di Giuseppe “’o mussillo” (e nipote
di Ciro “’o sindaco”, Luciano e
gli altri fratelli). Naturalmente va
precisato che le sue accuse sono
da pochi giorni al vaglio degli inquirenti
(quindi senza ancora gli
eventuali e necessari riscontri) e le
persone tirate in ballo devono essere
assolutamente ritenute estranee
ai fatti narrati fino a prova contraria.
Ecco alcuni passaggi delle
dichiarazioni
rese.
«’O ragioniere
era una persona
che operava
a San Vitaliano
per conto
dei Sarno. Era molto legato a mio
zio Luciano, che gli voleva molto
bene. Quando costui fu ucciso, tutti
i fratelli Sarno erano detenuti. A
volere la sua morte furono Carmine
Caniello e Ciro Esposito “’o tro- Lʼomicidio di Giovanni Gitano a Somma Vesuviana
avendolo saputo dai fratelli e dagli affiliati. Ecco quanto dichiarò
il 16 giugno scorso, riservandosi di parlare in maniera dettagliata
di ognuno degli episodi nei successivi colloqui. «Gli omicidi su cui
posso riferire sono i seguenti: di un tale “Gioacchino”, referente
dei Mazzarella per piazza Mercato; “Ciro”, uomo dei Mazzarella
al Mercato; Pasquale Palermo; Vincenzo Colacicco; Vincenzo
“banana”; Tubelli a Cercola; “padre Pio”; Castiello, cognato dei
“Summesielli” (i Panico di Somma Vesuviana, ndr); Gitano; Luigi
Altamura e figlio; la strage al “Sayonara”; Guido Ottaiano;
Salvatore Cuccaro». lusa
peano”. I killer furono Diego e Giovanni
Gitano. Io, il giorno dell’omicidio,
ero in Spagna e appresi
della notizia telefonicamente da
mia madre. Quando tornai, venni
a sapere da Diego che lui e Gitano
avevano ucciso il “ragioniere” per
una lite provocata da un’estorsione
».
L’agguato mortale ad Aliberti, indirettamente,
causò anche l’omicidio
di Giovanni Gitano secondo
il neo pentito Salvatore Sarno. «Si
venne a sapere che Giovanni Gitano,
assuntore di alcool e stupefacenti,
aveva la cattiva abitudine
di andarsi a vantare in giro degli
omicidi commessi per conto del
clan, non limitandosi a parlarne
con gli appartenenti all’organizzazione.
Ciro “’o tropeano” pertanto
decise di eliminare Gitano, facendolo
uccidere dallo
stesso Diego.
Per come ho potuto
capire dai discorsi
che mi furono
fatti, nell’azione
dovrebbe essere
coinvolto anche un certo “’o russo”
».
Infine, l’omicidio di “Peppe ‘a capra”.
«I sicari furono Sabatino, il figlio
del “principino” e Giovanni Gitano

Ciro Sarno svela tre omicidi a catena



«Mio fratello Luciano
strinse un’alleanza con Gianfranco
Ponticelli, che aveva mire su
San Sebastiano al Vesuvio e passò
con noi. Per avere una dimostrazione
di lealtà, Luciano gli chiese
la testa di tre dei principali uomini
dei De Luca Bossa che erano
ancora liberi: Daniele Troise, Giuseppe
Mignano e Giorgio Tranquilli.
Furono uccisi in quest’ordine
».
Era il 14 settembre scorso quando
Ciro Sarno “’o sindaco”, appena dal
4 agosto precedente intenzionato
a collaborare con la giustizia «per
cambiare vita», ha aperto squarci
di luce sui tre delitti che mandarono
kappaò il clan De Luca Bossa,
aprendo la strada definitivamente
al dominio dei Sarno su
Ponticelli e i paesi vesuviani vicini.
Decisiva fu, secondo il neo pentito,
l’alleanza stretta dal fratello
Luciano con Gianfranco Ponticelli,
ras di Cercola. Ecco alcuni passaggi
delle sue dichiarazioni sull’argomento,
con la consueta premessa
che le persone tirate in ballo
devono
tamente estranee ai fatti narrati fino
a prova contraria. Tanto più se
si tratta di accuse riferite a fatti
gravissimi, di sangue.
«Il clan Sarno aveva un’alleanza anche
con Gianfranco Ponticelli dell’area
di Cercola. Costui un tempo
era affiliato alla Nco e operava anche
insieme a me alle dipendenze
di Carmine Argentato. Dopo la disarticolazione
del gruppo cutoliano,
egli strinse rapporti con il gruppo
capeggiato dai fratelli D’Avino,
che controllavano Somma Vesuviana,
San Sebastiano al Vesuvio
e Cercola. Successivamente alla
scissione tra noi e i De Luca Bossa,
Ponticelli strinse un’alleanza
con questi ultimi. Ma dopo l’arresto
di Tonino De Luca Bossa e di
gran parte dei suoi uomini, avendo
egli delle pretese su San Sebastiano
al Vesuvio, su cui operavano
anche uomini dei De Luca Bossa,
ebbe un abboccamento con
mio fratello Luciano, proponendo
un’alleanza».
Secondo il racconto di Ciro Sarno,
il fratello Luciano «accettò immediatamente
quella proposta perché
indeboliva fortemente il gruppo dei
nostri nemici in quanto Ponticelli era
una persona particolarmente
capace». E, ha messo a verbale “’o
sindaco”, «Luciano gli chiese immediatamente
la testa di tre dei
principali uomini di Antonio De
Luca Bossa che erano ancora liberi:
Daniele Troise, Giuseppe Mignano
(detto “Peppe scè-scè”, indagato
per l’autobomba che costò
la vita a un nipote dei Sarno, ndr)
e di Giorgio Tranquilli. Tutti e tre
vennero effettivamente uccisi, così
come richiesto da mio fratello
Luciano, il quale aveva proposto a
Ponticelli quegli omicidi anche
perché quest’ultimo avrebbe potuto
commetterli con l’inganno, in
quanto l’accordo con mio fratello
ancora non era noto all’esterno».
L’ultimo passaggio delle dichiarazioni
di Ciro Sarno sull’argomento
è il più inquietante. «Sono stati uccisi
nell’ordine: Daniele Troise, che
Ponticelli ha fatto sparire; Giuseppe
Mignano, sorpreso in casa dai
killer, ai quali aprì la porta senza
sospettare nulla; infine, Giorgio
Tranquilli. Luciano mi disse che
Ponticelli aveva eseguito gli omicidi
su suo mandato, ma non so se
ha dato incarico a qualcuno del suo
gruppo».

venerdì 18 settembre 2009

I BOSS E KILLER DI SECONDIGLIANO SPEDITI AL 41BIS


Le carcerazioni facili,le carcerazioni doc sembra che oramai siano solo un brutto ricordo da ripercorrere ai tempi di RAFFAELE CUTOLO,adesso l'incubo che fa restare svegli i camorristi senza farli dormire sta ritornando sempre piu' di moda,sempre piu' i pm ne chiedono l'applicazione,il 41bis.Si l'articolo che rivoluziono' le carcerazioni dalle vacche grasse,voluto dopo le stragi di capaci e di via d'amelio,l'isolamento totale dei detenuti che si avvalgono del vincolo associativo,dei boss della camorra,si quello che fa marcire in una camera di poci metri quadri dove la posta viene censurata e le reazioni di cibo contate col contagocce,si quello che seppellisce vivi che si macchia di crimini orribili,crimini da far raccapricciare la pelle.Notizia di pochi giorni fa e' la decisione del dipartimento penitenziario di applicarlo per CLAUDIO SACCO il killer di MODESTINO BOSCO ammazzato nel 2006 in una traversa del corso secondigliano,colui che insieme al fratello il boss GENNARO SACCO inspiegabilmente ancora libero dopo che tutti i pentiti l'accusano di omicidi di essere a capo di una potente organizzazioni criminale operante a san pietro a patierno ma ultimamente si e' espasa anche al rione berlingieri dove chi comanda sono proprio persone di san pietro a patierno col benestare degli scissionisti del clan di lauro.Dicevo CLAUDIO SACCO e' stato spedito dritto al 41 bis,ma non solo lui,altri due killer di secondigliano sembra stiano per fare la stessa fine,parliamo di RITO CALZONE detto o' pisano e il fratello CARMINE CALZONE accusati di associazione a delinquere oltre che per l'omicidio di ANTONIO PITIROLLO ucciso l'anno scorso in via del cassano a secondigliano.Passi da gigante per la magistratura che sembra ultimamente stia aprendo nel vero senso della parola gli occhi su questi mostri,boss e killer spedendoli dritti al piu' totale isolamento e al piu' totale e duro regime detentivo,speriamo solo che il 41 bis sia perpetuo per questi carnefici.

giovedì 17 settembre 2009

CASA LAVORO PER MARIANO: IL RAS DENTRO PER ALTRI 2 ANNI


Per Marco Mariano (nella foto) è pronta una nuova misura di sicurezza. Lo ha stabilito il Tribunale di Sorveglianza di Napoli che ha proposto due anni di Casa lavoro per il ras dei Quartieri Spagnoli. Attualmente “’o picuozzo” è detenuto a Favignana dove sta scontando un anno di Casa lavoro inflittagli dal Tribunale di Sorveglianza di Milano dopo una sentenza di condanna di oltre 20 anni. In settimana l’appello degli avvocati difensori.

I pentiti dicano chi uccise veramente Riccio


Dal signor Ciro De Vincenzo, detenuto nel carcere di Secondigliano, riceviamo e pubblichiamo. «Carissima redazione del Roma, chi vi scrive è Ciro De Vincenzo, mi trovo ristretto presso il centro penitenziario di Secondigliano. Vi chiedo la gentilezza di pubblicare questo mio scritto, visto che sono stato accusato ingiustamente di un omicidio che non ho assolutamente commesso e vorrei dire ai signori giudici di fare chiarezza sulla mia posizione, visto che sono stato condannato, in primo e secondo grado, all'ergastolo. Considerando la mia giovane età e con tutte le prove e i testimoni a mio favore i giudici non hanno considerato nulla. L'omicidio a cui mi riferisco è quello di Giuseppe Riccio, che lavorava nella pizzeria Donn'Amalia di calata Capodichino. Per quanto riguarda l'accaduto, mi associo cordialmente alla sua stimata famiglia, ma per tutto questa storia mi proclamo del tutto estraneo ai fatti. Con questa mia lettera vorrei far capire la mia totale innocenza chiedendo a tutti i collaboratori di giustizia che, se sono a conoscenza dei veri autori di questo crudele delitto, facciano chiarezza su quanto accaduto, aiutando a scagionarmi definitivamente. Mi auguro di vero cuore che lei pubblichi questa mia missiva al più presto nella speranza che qualcuno accolga questa mia preghiera in quanto sono disperato al solo pensiero che dovrò passare il resto dei miei giorni in prigione. Ho solo 21 anni e sono entrato in carcere quando ne avevo 19. Vi ringrazio anticipatamente con i più cordiali saluti».

De Cicco ucciso per una partita di coca


Una partita di coca venduta dai Mazzarella di San Giovanni a Teduccio ai Sarno di Ponticelli che non è stata mai pagata. E Luigi De Cicco, che negli ambienti di mala di San Giovanni a Teduccio era conosciuto come “capa vacante”, aveva fatto da “contatto” e da garante per quella partita di droga ed è stato punito perché venuto meno alla parola. Anche se non doveva morire. Il sicario che sabato 20 giugno scorso è andato a prelevarlo presso il ristorante dove si doveva svolgere il banchetto di nozze della figlia del 60enne, era stato incaricato dai Mazzarella di “fargli male” ma non di ammazzarlo. E così quando il malvivente lo ha spogliato di oggetti d’oro e dei circa 20mila euro con cui doveva pagare il ristorante poi è andato via ed ha colpito alle spalle De Cicco. Un solo colpo alla coscia destra che doveva essere il “marchio della punizione” ma che ha reciso l’arteria femorale dell’ex contrabbandiere facendolo morire dissanguato in poco tempo. “Capa vacante” ha avuto solo il tempo di chiamare il figlio al cellulare e dire che gli avevano sparato. Poi è svenuto per non riprendersi mai più. Ora gli “007” di polizia e carabinieri che indagano sull’omicidio hanno imboccato la strada giusta e stanno cercando all’interno dello stesso clan Mazzarella, attorno al quale la vittima gravitava da anni, l’assassino di Luigi De Cicco. Resta da capire come i vertici del clan Mazzarella si muoveranno per “apparare il guaio” visto che Alessandro De Cicco, figlio di “Giggino capa vacanta”, è un fedelissimo del baby-padrino Roberto Mazzarella. Insomma, un guaio tutto interno al gruppo di Pazzigno che già ha subito colpi mortali da parte di forze dell’ordine e magistratura con i Sarno che ancora una volta sono usciti vincenti da uno scontro con gli ex alleati di ferro. La vicenda che ha portato alla morte di Luigi De Cicco si è consumata un paio di mesi fa, quando alcuni “guaglioni” del clan Sarno si rivolgono a Luigi “capa vacanta”, ex contrabbandiere e quindi in buoni rapporti con i “ponticellari”, per acquistare una partita di cocaina dai narcos del clan Mazzarella. De Cicco fa da mediatore e anche da garante così la “roba” viene consegnata dopo la “prova qualità”, con la promessa da parte dei Sarno di pagarla al più presto. Ma i soldi non sono mai arrivati. I “ponticellari” dicono che la droga non era buona e che quindi non hanno intenzione di pagare e i narcos del clan Mazzarella chiedono conto a De Cicco. Ma nienet da fare, quei narcos del clan Sarno proprio non vogliono pagare e “capa vacante” si trova in mezzo a due fuochi. Fino a quando decide di tirarsi fuori dalla vicenda, mossa non gradita dai Mazzarella che ordinano la punizione e il “recupero crediti”. E quale occasione più propizia che il matrimonio della figlia di De Cicco, quando l’uomo ha una forte somma di denaro contante con sé. Parte la spedizione punitiva e il 60enne viene prelevato al ristorante di Boscoreale da un “guaglione” che conosceva bene e portato in una zona isolata sul Vesuvio. Qui la “rapina” con la consegna dei soldi e dei gioeielli che De Cicco indossava per l’occasione e poi la punizione per lo “sgarro”: un solo colpo di pistola alla coscia sinistra, sparato da dietro, che ha reciso l’arteria femorale e non gli ha lasciato scampo. Ora gli “007” sono sulle tracce dell’assassino, che si è dileguato anche per paura di una vendetta da parte dei familiari di “capa vacante”

I pentiti: «Lotto G fortezza del clan


Che il lotto G sia da tempo diventato il quartier generale degli scissionisti lo dicono i collaboratori di giustizia. Antonio Pica il 27 febbraio scorso ha dichiarato: «Sulle case dove ci riunivamo nel lotto G non portavamo armi, ma i ragazzi che facevano le vedette sotto al Palazzo erano armati. Sia io che mio cugino andavamo sempre disarmati. Che i fratelli Bastone si curavano di questi aspetti della sicurezza del lotto G mi fu confermato dal fatto che un giorno che il citofono si ruppe. Cesarino disse ai Bastone di farlo aggiustare, in quanto erano loro che conoscevano la persona che lo aveva istallato». Mentre Antonio Prestieri durante la verbalizzazione dell'11 giugno riferiva che: «Nel lotto G a Scampia, di recente si è aperta un'altra piazza di spaccio è precisamente si è aperta nell’estate 2007. In detta piazza si vendono tutte le sostanze stupefacenti ed in particolare eroina, cocaina, kobrett, marijuana ed hashish. Detta piazza su incarico di Domenico Pagano detto Mimì, fratello di Cesare Pagano, è stata affidata alla gestione dei fratelli Bastone e precisamente Antonio e Giuseppe. Non posso riferire dei rapporti precisi tra i Pagano ed i Bastone. I fratelli Bastone hanno anche un altro fratello più piccolo, di cui però non ricordo il nome e che opera insieme a loro». Analogamente il collaboratore Giovanni Piana nel verbale del 28 marzo 2008 evidenziava che: «Ho appreso queste circostanze in più occasioni in quanto mi sono recato personalmente, e spesso con mio cognato Pasquale Riccio e Giovanni Carriello, all’interno di una casa sita nel lotto G dove solitamente si riunivano Cesare Pagano, Carmine Amato ed altri affiliati al clan, in quella occasione vi erano nella casa anche i fratelli Bastone, ossia Lello e Peppe».

Così decidemmo di staccarci dal clan Lo Russo di Miano




E' un verbale inedito giornalisticamente e in esso il boss oggi pentito Salvatore Torino (nella foto) raccontò (era il 24 giugno 2008) la scissione dal clan Lo Russo e l’evoluzione dei suoi rapporti negli ambienti di mala dopo la scarcerazione. Ecco alcuni passaggi, con la consueta premessa che le persone tirate in ballo devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria. «Quando insieme ad Ettore Sabatino facemmo la scissione dal clan Lo Russo, non ci trasferimmo immediatamente alla Sanità. In un primo momento restammo nella zona di Secondigliano e in particolare a Marianella, dove vennero anche i Russo dei Quartieri Spagnoli. In questa prima fase di rottura con i Lo Russo noi godevamo dell’appoggio dell’alleanza di Secondigliano e in particolare di Salomone, di Gennaro Sacco e di “Paoluccio l’infermiere”. Tuttavia ben presto la scena cambiò e ci fu, invece detto che, se non avessimo ricucito lo strappo con i Lo Russo, ci avrebbero sparato addosso. Poiché non era nostra intenzione fare ciò, ci trasferimmo alla Sanità. Prima di allontanarci io ed Ettore Sabatino ci recammo armati nella Masseria Cardone perché era nostra intenzione uccidere Pasquale Salomone che, però, non incrociammo. Preciso che con noi e i Russo a Marianella in quel periodo c’erano anche Salvatore Acciarino, nipote di Ettore Sabatino poi ucciso a piazza Mercato, tale Daniele, Enzo Tolomelli e altri. Nel periodo in cui restammo a Marianella insieme, tra gli altri ai figli di Mimì dei cani, portammo a compimento l’omicidio di Francesco Di Biasi». Una volta trasferitisi alla Sanità, Torino e i suoi luogotenenti si aggregarono ai Misso. «Con i Misso entrammo in contatto tramite Ciro Beninato, a tal fine inviato da Missi, il quale poi mi disse che, sebbene avesse avuto sul mio conto buone informazioni, non era il caso che io e le persone che, di volta in volta mi accompagnavano, fossimo presenti nella sua zona; in quanto eravamo pur sempre legati all’alleanza di Secondigliano essendo affiliati ai Lo Russo. Dunque, onde evitare “inconvenienti”, ce ne saremmo dovuti andare. Io gli risposi che non avevo intenzione di creargli questo problema e lo tranquillizzai circa il fatto che, seppure fossi passato con 10 moto sotto il suo palazzo, anche se l’avessi visto affacciato al balcone, non gli avrei mai sparato».

Così il ras sequestrò l’assessore


Siete voi l’assessore Saporito? Io sono Antonio Giugliano, io comando Poggiomarino, ho fatto molti omicidi. Voi dovete farmi sapere i lavori pubblici a chi li affidate». Fu così, secondo la ricostruzione degli inquirenti, che la sera del 17 ottobre 2005 il boss di Poggiomarino si rivolse all’assessore ai Lavori Pubblici di allora, Antonio Saporito. Ma non si trattò di un incontrò per strada previo appuntamento o casuale: l’esponente politico di centro-sinistra fu sostanzialmente sequestrato e costretto a seguire due emissari presso l’appartamento in cui si nascondeva da latitante il ras oggi 45enne: a Scafati, altra zona controllata dal clan. Successivamente la vittima, sotto choc, fu riaccompagnata a casa e la notizia iniziò a circolare grazie a una serie di confidenze ricevute da un maresciallo dei carabinieri. La Procura antimafia e la Dia (diretta dal vice questore Maurizio Vallone) ora sono in grado di diradare le nebbie intorno al gravissimo episodio, dando atto all’assessore Antonio Saporito (poi dimessosi dalla carica) che il suo comportamento fu corretto. L’esponente della giunta rispose ad Antonio Giugliano, nonostante la situazione fosse oggettivamente inquietante, che i nomi delle ditte aggiudicatarie degli appalti del Comune erano scritti all’esterno di ogni cantiere. E a quel punto il boss controbattè, prima di chiudere il colloquio e salutare, che “aveva colto l’occasione per fare conoscenza e iniziare un rapporto di amicizia”. Legame che poi non c’è mai stato, va sottolineato. Ecco alcuni passaggi della relazione del maresciallo dei carabinieri che insieme al sindaco dell’epoca seppe per primo cos’era successo quella sera. «L’assessore Saporito, in presenza del primo cittadino, dopo alcuni tentennamenti iniziò a raccontare che verso le 21 di una sera della settimana precedente aveva ricevuto una chiamata a citofono da un suo conoscente, che con una scusa lo invitava a scendere. Una volta giù, si era trovato di fronte una terza persona che disse testualmente: “salite in macchina perché Antonimo Giugliano vi vuole parlare”. L’assessore inizialmente non voleva aderire, ma per timore di torsione salì nell’Audi A 3 parcheggiata davanti al suo palazzo». Dopo un breve tratto, secondo la ricostruzione della Dda avallata dal gip che ha emesso le ordinanze di custodia cautelari, la vettura giunse a Scafati. Ad Antonio Saporito fu messa una benda sugli occhi e dopo vari giri, finalmente l’Audi si fermò. “Fu accompagnato in un vano dell’edificio e fatto accomodare in un salotto, dopo essere stato ricevuto da un uomo che lo tranquillizzò. Era verosimilmente il padrone di casa e soltanto dopo una ventina di minuti entrò nella stanza Antonio Giugliano. Il quale, quando rimasero soli, con modi arroganti disse: io comando Poggiomarino, dovete farmi sapere i lavori a chi li affidate”.

Rinnego la camorra e la mia vita


Mario Savio è stato un potente boss della camorra napoletana. Il più potente, nel suo territorio: i Quartieri Spagnoli. Astuto, abile, donnaiolo, spregiudicato. Vendicatore. Violento. Ora si trova in carcere, nel penitenziario di massima sicurezza dell’Aquila, da dove uscirà soltanto in una bara, perché tra tutti i peccati capitali che ha commesso nella sua vita, è stato condannato all’ergastolo per l’unico del quale, da anni, si ostina ancora a proclamarsi innocente. Ora, la camorra che lui comandava nel rione che sovrasta il “salotto buono” della città gli fa schifo. Non la riconosce più. «È un’armata brancaleone», afferma. Perché quella vera - la vera camorra - è un po’ come un ordine cavalleresco: onore e morte. Anche se, oggi, c’è rimasta soltanto la morte. Lei si trova in carcere da molti anni, ormai: qual è la differenza tra la sua malavita e quella attuale? «È una differenza abissale. Nella camorra attuale ormai non mi ci riconosco più. La vecchia camorra aveva un proprio fascino, perché allora si rispettavano certi valori, certe regole. Sembra un paradosso, ma in quel contesto si veniva accettati solo se si possedevano doti non comuni: il coraggio, il rispetto per il più debole. Il camorrista, ai miei tempi, aiutava chi aveva bisogno, c’era maggiore solidarietà. La violenza non era mai gratuita, non veniva usata per il solo scopo di dimostrare la propria forza. Era l’estrema soluzione. Insomma, c’era un modo cavalleresco di comportarsi». Che cosa significa camorra per lei? «Significa sentirsi qualcuno, uscire dal grigiore in cui la società ti ha relegato. Significa sentirsi accettato da una organizzazione. È come dimostrare a se stessi di non essere un fallito, ma di essere uno che sa affrontare la vita anche quando questa ti presenta poi il conto in sofferenze, anni di carcere. Può sembrare un controsenso, ma è una rivincita sulle umiliazioni subite, sulla miseria e la fame patita». Ma è una rivincita che prevede sempre una sconfitta… «È vero, l’ho sperimentato sulla mia pelle. Infatti, che cosa fa un camorrista appena guadagna un po’ di soldi? Vuole comprare l’auto più bella, la casa più chic, avere più donne che gli ronzano intorno. Questo non è soltanto un atteggiamento sconsiderato, è qualcosa di più profondo. È un modo per dire che non sei una nullità. Solo che il prezzo da pagare è troppo alto». Come si può sconfiggere la camorra a Napoli? «Credo che sia un po’ complicato, se per camorra intendiamo quella attuale, cioè le varie bande che si fanno la guerra per stabilire chi in quel vicolo (sì, dico vicolo) deve vendere la droga, oppure far pagare la tangente di pochi euro a un poverocristo con una bottega. Ormai, se uno fa un furto, oppure una truffa, lo si definisce camorrista. Allora si mischia tutto e il risultato è che anche i ladri di polli, o le mezze calzette, vengono messi sullo stesso piano di coloro che fanno parte di questi clan». Che cosa rinnega della sua vita? «Della mia vita, anzi della mia malavita dovrei dire che rinnego tutto, ma credo che non sia esatto. In questa malavita, io ci sono nato. Ne sono stato nutrito, da bambino sono diventato un uomo (nel senso di crescita fisica). Ho conosciuto tante tragedie, tanti drammi familiari e tante sofferenze. Ho procurato tanto dolore, ricevendone il doppio, il triplo in cambio. E non è valsa, assolutamente, la pena». La camorra a Napoli può distruggersi da sola? «Giovanni Falcone aveva certamente ragione nel dire che la criminalità organizzata è un fatto umano e, come tutti i fatti umani, ha un inizio e avrà una fine. Il pericolo però è un altro: oggi anche l’ultimo arrivato si crede un boss e si atteggia di conseguenza. Il fatto è che si auto- convince e, non essendo fornito del bagaglio di esperienze per affrontare il ruolo, esperienze che gli permetterebbero quantomeno di evitare parte delle numerose trappole di cui è disseminato il percorso ai vertici della camorra, al primo errore è bello e fottuto. La conclusione non può che essere tragica. Oppure, nel migliore dei casi, la galera a vita, come è accaduto a me».

Il ras Lo Russo scrive un inno per il Napoli


Na na na Napoli». Dopo i versi di Luigi Giuliano, i quadri di Tommaso Prestieri, i romanzi di Peppe Misso, arrivano anche le canzoni di Domenico Lo Russo, ras dei Capitoni, fratello del capoclan di Miano Salvatore Lo Russo. Attualmente libero ma sorvegliato speciale, col divieto di incontrare pregiudicati e uscire di casa la sera, Domenico Lo Russo ha già scritto testi d’amore per il neomelodico Franco Calone, uno dei cantanti più gettonati in feste di piazza e cerimonie private. E ora presenta al Caffè Gambrinus (sabato prossimo alle 17) quello che viene definito “il nuovo inno del Napoli”. La canzone si intitola “Cuori allo stadio” ed è cantata da Rosario Miraggio (nella foto), giovane voce emergente nel variegato panorama musicale partenopeo. Fanno da sfondo ai versi di Lo Russo le note composte da Franco Riscetti e arrangiate da Gianni Cuciniello per le edizioni Zeus Record (la casa discografica che si vanta di aver lanciato nientemeno che Massimo Ranieri e Gigi D’Alessio e che ha avuto nella sua scuderia pure Mario Merola). Il lancio del singolo è curato dalla “Massimo Capasso Editore Production” che nell’annunciare l’iniziativa parla di «voglia dei napoletani di liberarsi da ogni sorta di dolore imposto da un potere accecato dalle logiche dell’arricchimento senza scrupoli». Ed il cartoncino di invito alla conferenza stampa porta stampigliato un logo con il ciuccio azzurro che scalcia un pallone e la scritta “dai un calcio alla violenza”. Riferimento non casuale. Anche nel testo dell’inno scritto da Lo Russo, infatti, tutto incentrato sulle speranze e le gioie di un tifoso che va allo stadio, una strofa recita: «Ma nu tifoso vero viulenza nun fa, tutta sta viulenza nuje l’avimme fermà, perché ’o tifoso vero è sulo ammore e fedeltà». Certo, non si può dire che il ritornello («na na na Napoli») e strofe come «nu gol ce basta pe ce fa cancellà tutte ’e probleme che sta vita nce dà» brillino per innovazione. Ma sono sufficienti a far entrare Domenico Lo Russo nell’affollato empireo degli esponenti di famiglie di camorra con il pallino dell’arte.

Giuliano contro Cutolo, ecco come


Anche il gruppo di Luigi Giuliano (l’ex ras di Forcella oggi pentito, ndr) in quel periodo compiva omicidi contro i cutoliani. Io mi dedicavo a compiti non di killer, anche quando si trattava di commettere delitti». È un collaboratore di giustizia poco noto e anche quando faceva vita da pregiudicato non compariva quasi mai sui giornali. E invece Pasquale Gatto, napoletano del rione Sanità che nel 2002 entrò a far parte del clan Misso, può vantare un curriculum di tutto rispetto negli ambienti criminali avendoci vissuto per molti anni. Ma soprattutto, ciò che più interessa agli inquirenti, ha avuto contatti con numerose cosche partenopee, come spiega nell’interrogatorio del 23 agosto 2007. Naturalmente va sottolineato, come al solito, che le persone tirate in ballo devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria. «Posso dire di avere iniziato ad avvicinarmi alle organizzazioni camorristiche attraverso Esposito Ciro detto ‘o ceccio, al quale ero legato quale criminale comune perché facevamo insieme dei fili di banca. Esposito Ciro era molto amico di Gennaro Licciardi detto ‘a scigna e quando venne ucciso il fratello Antonio Licciardi. Esposito Ciro si unì al gruppo di Gennaro Licciardi che era una figura molto carismatica, amato da tutti, in grado di organizzare una forte risposta anticutoliana. Infatti il fratello Antonio venne ucciso dai cutoliani che volevano colpire proprio Gennaro ed anzi scambiarono il primo per il secondo». Dopo l’omicidio di Antonio Licciardi, secondo Pasquale Gatto, il clan di Secondigliano serrò le file. «Gennaro Licciardi, in quegli anni, ossia negli anni 80 - 81 era tra i capi delle varie famiglie camorristiche che lottavano contro la Nco di Cutolo, e che egli fu in grado di far unire attorno a lui dopo la morte del fratello. Anche Ciro Esposito e quindi anche io con lui facemmo parte di uno dei gruppi anticutoliani. Gli anticutoliani, erano rappresentati da numerose famiglie camorristiche su territorio di Napoli e provincia, ognuna delle quali con il compito di eliminare gli avversari nella propria zona di riferimento. Esposito Ciro ed io eravamo nel gruppo di Astuto Ciro che faceva capo a Forcella ed a Luigi Giuliano, giacché la nostra zona, ossia quella dei Miracoli, faceva capo a Forcella insieme alla Sanità, al Borgo, a via Foria. Più in generale la federazione degli anticutoliani era composta, dalle famiglie Giuliano, Zaza, Fabrocino, Bardellino, Vollaro, i Cavallari di San Giorgio, Alfano, Cavalcante, e, per quanto riguarda l’area nord di Napoli vi erano i gruppi di Gennaro Licciardi alla Masseria Cardone di La Monica Aniello in mezzo all’Arco, dei Bocchetti un poco prima dei Di Lauro, dei Lo Russo; vi erano poi i Contini, i Mallardo e Costantino Sarno. Vi erano poi anche altri gruppi in altre zone di Napoli e provincia. In questo periodo anche il gruppo che faceva capo ad Astuto Ciroed a Luigi Giuliano compiva omicidi contro i cutoliani oltre ad altri reati; io ero molto giovane e mi dedicavo a compiti non di killer ma di tipo secondario, anche quando però si trattava di commettere omicidi». Sui Licciardi Gatto ha ricordato un episodio particolare. «Dopo la morte del Principino, ci recammo da Pierino Licciardi o’fantasma per le condoglianze che facemmo nell’ufficio di Penniello Giovanni in vico Campanile ai Miracoli, e ci mettemmo a disposizione di Pierino. Egli ci chiese se avevamo delle armi da dare ad una sua persona. Fu così che demmo a Trambaruolo Gennaro due pistole 9x21».

RISSA IN CARCERE TRA I BOSS DELLA CAMORRA E BOSS DELLA MAFIA ALBANESE


Ancora i napoletani,ovvero i ras della camorra che riescono a far parlare di loro anche dietro le sbarre,si e' saputo solo ieri ma la notizia risale a diversi mesi fa della mega rissa scoppiata nel carcere tormezzo in provincia di udina tra i ras di napoli e ras albanesi.Tutto e' iniziato per motivi di supremazia di carisma criminale e per far capire realmente chi comanda anche dietro le sbarre,la rissa ha visto coinvoli tre ras della camorra come dicevo,NICOLA RULLO il luogotenente del ras EDUARDO CONTINI per il quale comandava la zona del vasto per dovere di cronaca e' stato condannato ultimamente al carcere a vita.Poi c'e' FERDINANDO EMOLO detto (nanduccio o' schizzato)affiliato al clan di lauro condannato per associazione mafiosa e ultimamente sotto processo per l'omicidio di BIAGIO MIGLIACCIO assassinato durante la faida con gli scissionisti in un autosalone di mugnano di napoli.Per finire l'allegra compagnia c'e' anche il ras MARCO MARIANO dei quartieri spagnoli,nipote di CIRO MARIANO,arrestato mentre in auto con il suocero trasportava oltre tre kg di cocaina.La rissa come dicevo e' scoppiata con ras albanesi,simili ai napoletani quando si tratta di azioni eclatanti e criminali,tutto per far capire chi comanda realmente anche dietro le sbarre,si sono avuti momenti di panico quando tra botte schiaffi e pugni si son visti spuntare coltelli,grazie al tempestivo intervento delle guardie di custodia si e' evitato il peggio,ma due albanesi son dovuti ricorrere alle cure dei sanitari del penitenziario,sembra che a scatenare la rissa sia stato NICOLA RULLO con quel suo caratteraccio,comunque appena verranno fuori nuovi sviluppi non manchero' di comunicarli.

venerdì 4 settembre 2009

Il boss Amato operato d’urgenza



Il boss Raffaele Amato è stato ricoverato d’urgenza, ieri pomeriggio,
e sottoposto a un delicato intervento chirurgico della durata di alcune
ore. Il motivo del malore, secondo quanto trapelato, sarebbe un’occlusione
intestinale che ha costretto la direzione del carcere di Carinola,
dove è rinchiuso dal luglio scorso, dopo l’estradizione dalla Spagna,
a predisporre un eccezionale cordone di sicurezza attorno al capo
degli scissionisti per l’immediato trasporto in ospedale. Le sue condizioni,
pur non gravi, destano comunque preoccupazione nei medici
che ne hanno disposto il ricovero presso la struttura sanitaria per ulteriori
accertamenti. Raffaele Amato è stato arrestato dalla polizia, il
17 maggio scorso, al termine di un pedinamento durato cinquanta chilometri
nella hall di un albergo a Marbella, dov’era in compagnia dei
suoi fratelli. Il boss, un tempo uomo di fiducia e plenipotenziario del
capoclan Paolo Di Lauro, viveva sulla Costa del Sol, mimetizzandosi tra
turisti e residenti grazie a documenti falsi e a un ottimo spagnolo. Latitante
dal 2006 a causa di una clamorosa scarcerazione, è considerato
dagli investigatori il comandante in capo del più potente cartello di
narcotrafficanti della Campania, con interessi (criminali e non) in mezzo
mondo e una speciale relazione d’affari con le holding della droga
sudamericane. Attualmente, il clan degli «scissionisti» controlla la quasi
totalità delle piazze di spaccio dell’area nord di Napoli ed ha la propria
roccaforte nei bunker inaccessibili del quartiere di Scampia. Raffaele
Amato risponde inoltre di otto omicidi, commessi tra il 1991 e il
1993, nella faida che vide contrapposta la potente e oscura cosca di Ciruzzo
‘o milionario alla «brigata criminale» di Antonio Ruocco, ex luogotenente
di Di Lauro a Mugnano, animato da feroci propositi di vendetta
per un progetto di avvicendamento ai vertici della cellula camorristica
locale.
Di lui hanno parlato numerosi pentiti, alcuni dei quali - Antonio Pica
e Antonio Prestieri - si sono soffermati, in particolare, sulla sua straordinaria
preparazione in materia di intercettazioni telefoniche e ambientali,
che l’hanno portato ad acquistare costosissime apparecchiature,
in uso ai servizi segreti, per la rilevazione di cimici e sistemi
di controllo elettronico. Agli inizi degli anni Novanta, Raffaele Amato
aveva allestito una agguerrita ed efficiente struttura capace di importare
in Italia, dalla penisola iberica, centinaia di quintali di hashish
- acquistati da narcos turchi e marocchini - che avevano uno scorpione
come marchio di qualità. Era il «brand» che garantiva la provenienza
e la qualità della droga.

Gambizzato, muore in ospedale



Omicidio a Barra: nel mirino dei sicari
un trentaduenne, conosciuto alle
forze dell’ordine, per piccoli precedenti.
La vittima era Franco Bottiglieri
che, secondo gli investigatori,
non sarebbe vicino ad organizzazioni
camorristiche. Il delitto è avvenuto
nel cuore della roccaforte del clan
Aprea, sotto gli occhi di diversi testimoni.
La sparatoria avvenuta intorno
alle 21,15 ha seminato il panico
nella strada. Qualcuno ha chiamato
il “113” per informare la polizia
che c’era stato un ferito. Avvertito
anche il “118” che è giunto sul posto
pochi minuti dopo. Franco Bottiglieri era steso a terra. Sebbene fosse stato
ferito alle gambe le sue condizioni apparivano immediatamente gravi.
Uno o più proiettili potevano avere reciso una delle arterie femorali. L’uomo,
infatti, perdeva sangue in maniera copiosa. Caricato il giovane, l’ambulanza
correva speditamente verso il pronto soccorso del vicino ospedale
Loreto Mare. Pochi minuti dopo il ricovero, il trentaduenne decedeva.
Nel frattempo, le prime Volanti raggiungevano la “scena del crimine”: da un
primo sopralluogo, effettivamente, c’era il riscontro che qualcosa era accaduto:
i poliziotti rinvenivano tracce di sangue. Ricevuta l’informazione
dalla sala operativa che un ferito era stato trasportato dal 118 al Loreto Mare,
la polizia si recava in ospedale. Qualche minuto ancora e in piazza Crocella
si portavano anche gli uomini della Squadra Mobile, in particolare
quelli della sezione omicidi e gli specialisti della Scientifica per i primi rilievi
del caso. Una volta identificata la vittima era possibile ipotizzare ch’egli
uomini, forse due, in sella ad uno scooter, avevano intenzione solo di dargli
una lezione, anche se pesante, sparandogli alle gambe. Insomma, un
avvertimento. Ma, la tragedia si sarebbe consumata poco dopo. I proiettili
hanno, infatti, danneggiato un’arteria. L’uomo è morto dissanguato. Franco
Bottiglieri abitava in via Mastellone, a pochi metri da dove i sicari gli
hanno spezzato la vita. La dinamica, così come ricostruita dalla polizia, sarebbe
stata questa: il trentaduenne era in piazza Crocella quando è stato affrontato
da due persone, con il volto coperto da caschi. Quindi, gli spari e
poi la fuga verso il centro di Barra. Appena dopo l’omicidio sono iniziati i
sopralluoghi negli ambienti dove si incontra la malavita comune. Al momento,
però, come sostengono gli investigatori, non sarebbe emerse importanti
novità per dare una rapida svolta alle indagini.