domenica 28 giugno 2009

I Di Lauro hanno rialzato la testa



Mezz’ora dopo la morte
di Antonio Matrullo, nel Rione dei
Fiori, chiamato anche “Terzo mondo”,
bunker del clan Di Lauro a Secondigliano,
unica “piazza” concessa
dagli scissionisti, sono stati
esplosi dei fuochi
d’artificio.
Una manifestazione
di
giubilo che per
gli investigatori
(Squadra
mobile della questura e commissariato
Secondigliano) rappresenta
la conferma all’ipotesi maggiormente
presa in considerazione in
queste pre: il 23enne soprannominato
“’o nano” è morto per una
vendetta del gruppo di “Ciruzzo ’o
milionario”. Audacemente, e forse
per compiere un agguato, il giovane
era andato in territorio nemico
in compagnia di un altro affiliato
agli Amato-Pagano, riuscito invece
a sottrarsi al piombo dei killer.
Le sentinelle potrebbero averli visti,
aprendo così
il fuoco contro
gli incursori. La
tesi, suggestiva
anche se al momento
priva di
riscontri concreti,
è stata formulata dagli investigatori
ai pm della Dda (procuratore
aggiunto Pennasilico, sostituto
procuratore Luigi Alberto Cannavale)
che indagano sull’omicidio di
ieri pomeriggio in piazza Zanar- Poliziotti alla ricerca di tracce che possano incastrare i sicari che hanno fatto fuoco
rapina ad un commerciante ed era finito a Poggioreale
per poi essere liberato solo un anno dopo. Il 26 gennaio
del 2007 invece era passato con gli “scissionisti” per i
quali, con altre persone, custodiva un carico di droga e
di armi. Fu arrestato in una retata ed ha pagato con il
carcere l’imputazione, tornando fuori, anche in questo
caso, dopo pochi mesi. Era considerato a capo della zona
di Arzano al posto dei fratelli Girardi trucidati in un raid
di camorra. Ipotesi queste che al momento sono al vaglio
delle forze dell’ordine che stanno indagando coordinati dai magistrati
della Dda Luigi Alberto Cannavale e Stefania Castaldi. fapos
LA CAMORRA CHE UCCIDE.
AGGUATO POCO DOPO MEZZOGIORNO
IN PIAZZA ZANARDELLI NEL FORTINO
CHE FU DI “CIRUZZO ’O MILIONARIO”
delli a poche decine di metri da via
Cupa dell’Arco. Ed è una delle due
che spiegherebbe la presenza di
Antonio Matrullo in una zona, per
lui, a rischio. L’altra è che sia stato
attirato in una trappola, magari
con la scusa di un appuntamento
d’”affari”. Di certo è inquietante
che i primi poliziotti
giunti a
Secondigliano
abbiano trovato
segatura sparsa
sul luogo del delitto.
Qualcuno
voleva cancellare più tracce possibili,
evidentemente per proteggere
gli amici sicari. E in un territorio
controllato dai Di Lauro, è ovvio
pensare al clan con base in cupa
dell’Arco come responsabile
della morte violenta del 23enne di
Arzano. Gli investigatori della polizia
(dirigente Pisani della Mobile,
vice questore Caruso per il commissariato
Secondigliano) seguono
in particolare una pista, che deriva
dal cambiamento di scenario
susseguente alla grossa operazione
del 1 giugno
scorso. Allora,
appena 48 ore
dopo l’arresto del
boss Raffaele
Amato “’a vecchierella”,
la sua
cosca ha subito un grosso colpo
con circa 80 arresti: non da kappaò,
considerato l’enorme numero
di affiliati a disposizione, ma duro.
E così i Di Lauro avrebbero rialzato
la testa.

Ancora sangue miezz a'l'arc ucciso ANTONIO MATRULL detto' o'nano


Agguato di camorra a Secondigliano.
Nel mirino dei killer un
sorvegliato speciale: Antonio Matrullo,
di 23 anni, abitante ad Arzano,
in via Zanardelli. Con precedenti per
rapina e droga, il giovane era considerato
da inquirenti ed investigatori
vicino al gruppo degli “scissionisti”,
il clan capeggiato dai boss Raffaele
Amato (recentemente arrestato
in Spagna) e Cesare Pagano, latitante
da qualche settimana, sfuggito
ad un maxi-blitz. Nel 2003, la vittima
era riuscito a sfuggire ad un
primo raid di morte. L’ipotesi maggiormente
accreditata dalla polizia è
quella di un regolamento di conti all’interno
del sodalizio di appartenenza
o un‘eliminazione decisa dal
clan avversario: i Di Lauro, a cui gli
“scissionisti”, detti anche gli “spagnoli”
contendono il controllo delle
famigerate “piazze dello spaccio”.
Ma non si escluderebbero altre piste.
Due i colpi che hanno raggiunto
alla testa il giovane che viaggiava
a bordo del suo motorino. I sicari erano
in sella ad una moto. Lo avrebbero
affiancato e poi il passeggero
avrebbe premuto più volte il grilletto,
sparando a distanza ravvicinata:
un bersaglio facile, a qual punto. Antonio
Matrullo, arrestato anche per
una rapina ad un commerciante, avvenuta
ad Aversa (novembre 2005,
epoca in cui era con i Di Lauro), non
avrebbe avuto il tempo di tentare
una reazione né tanto meno una fuga
per sottrarsi alla spedizione punitiva.
Mentre i killer si allontanavano
a tutta velocità dalla “scena del
crimine”, il sorvegliato speciale (a
suo carico anche una proposta di obbligo
di soggiorno) veniva soccorso
e trasportato al pronto soccorso del
vicino ospedale San Giovanni Bosco.
Le sue condizioni apparivano immediatamente
gravi. Poco dopo, il
cuore del pregiudicato
cessava di battere.
In un primo
momento, l’identità
della vittima era rimasta
sconosciuta;
infatti, Antonio Matrullo viaggiava
senza documenti. L’accertamento
iniziale individuava il proprietario del
motorino, ma le certezza che intestatario
e vittima fossero la stessa
persona non c’era. Poi, il riconoscimento
effettuato da parte dei familiari
che, nel frattempo, si erano recati
in ospedale non appena la notizia
dell’agguato era iniziata a circolare.
L’arrivo del ferito al nosocomio
faceva scattare l’allerta alla Sala operativa
della Questura di Napoli. Pattuglie
si recavano al San Giovanni
Bosco per fare luce su quanto era accaduto
e per informarsi sulle condizioni
del ventitreenne; invece, altre
si dirigevano in piazza Zanardelli per
eseguire i rilievi del caso. Le indagini
sono effettuate dalla Sezione omicidi
della Squadra Mobile di Napoli
(coordinata da Vittorio Pisani) e dagli
agenti del commissariato Secondigliano
(diretto da Stanislao Caruso).
Non sarebbero stati contattati
eventuali testimoni dell’agguato
mortale. Trascorrevano
pochi minuti e
sul luogo della sparatoria
arrivavano
anche gli specialisti
della Scientifica (diretta
da Fabiola Mancone). Un sopralluogo
che non avrebbe consentito
di rilevare indizi utili per il proseguo
delle indagini. Giunti quando
il corpo dell’uomo era stato già rimosso,
gli agenti non rinvenivano
bossoli sul selciato, rigato da copiose
macchie di sangue.

domenica 21 giugno 2009

Ecco la gang che ha ucciso il rom


Gli investigatori della polizia hanno identificato tutti gli otto componenti del commando che sparò all’impazzata davanti alla stazione della Cumana di Montesanto, ferendo un 15enne ed uccidendo l’ambulante rom Petru Birlandaenedu. La sopresa è che non si tratta solo di affiliati al clan Ricci: solo tre sono dei Quartieri Spagnoli, altri tre venivano da Ponticelli, due da Rua Catalana, segno delle alleanze strette dai Ricci con le cosche egemoni in queste due zone. Il lavoro degli investigatori non è però finito, molti del gruppo indossavano caschi integrali, ragion per cui gli accertamenti sui sospetti devono essere ancora completati per fugare ogni dubbio. La tensione nei vicoli resta alta nonostante le voci di una tregua. Marco Mariano, scarcerato dopo una lunga detenzione, non muove da casa dopo che gli è stata notificato l’obbligo di sorveglianza.

venerdì 19 giugno 2009

«Così sono riuscito a mantenere la pace»



Anche Giuseppe Misso
detto “’o nasone”, ultimo pentito
della famiglia di largo Donnaregina,
ha raccontato agli inquirenti della
Dda di Napoli tutto ciò che conosce
sui Sarno, sulla loro ascesa e sui
Mazzarella. «Quando sono stato
scarcerato nel 1999 ho ricominciato
ad organizzare l’attività criminale
del mio clan attraverso l’alleanza
con il clan Mazzarella ed il clan Sarno.
Attorno a questo gruppo orbitavano,
poi, alcuni altri gruppi come i
Russo, i Prinno i quali fornivano comunque
ausilio nelle attività criminali.
Fino alla mia scarcerazione il
mercato della contraffazione era stato
gestito, per lo più, da gruppi criminali
orbitanti all’interno dell’alleanza
di secondigliano e principalmente
dal gruppo di Peppe Ammendola
affiliato a Contini. Per Forcella
operava la famiglia di Peppe
De Tommaso al quale mio nipote
Michelangelo Mazza decise con
una azione di forza, intorno all’anno
2002 se non sbaglio, di togliere
la gestione dei Cd e Dvd per centralizzarla,
prendendosi tutti i guadagni
derivanti da questa illecita attività.
De Tommaso venne a lamentarsi
da me, che ero il referente del
gruppo Mazzarella-Misso-Sarno, peraltro
in quel momento libero, chiedendo
che gli fosse riconosciuta
questa attività che veniva esercitata
da tempo dalla sua famiglia. Mio
nipote Michelangelo si oppose e io
decisi, quindi, di riconoscere ai De
Tommaso solo una percentuale del
ricavato della commercializzazione
di Cd e Dvd. Prima di essere arrestato
nel 2003 io ero riuscito comunque
a far si che anche il mercato
del Cd e Dvd fosse organizzato
in maniera centralizzata e che i
ricavi, poi, fossero divisi tra i tre
gruppi .Gli Introiti di questo mercato
divennero, infatti, man mano
più significativi proprio grazie a
questa operazione che consentì una
diffusione e una distribuzione su base
nazionale di questi prodotti contraffatti.
Si tratta di un mercato che
consente a tantissime persone, centinaia,
vicine al gruppo di lavorare
assicurandosi un guadagno consistente.
Il guadagno netto, tolte tutte
le spese e senza considerare gli
introiti che ricavavano tutti i soggetti
coinvolti nelle operazioni, per
il gruppo si aggirava intorno a 40-
50 milioni mensili. Chiarisco che
questa è una somma minima che
noi cercavamo di ricavare da questo
mercato fermo restando, ripeto,
che ciascun soggetto spesso interi
nuclei familiari che partecipavano
alle operazioni di contraffazione,
spedizione e vendita capillare del
prodotto in tutta Italia guadagnava
introiti consistenti. Si può dire,
quindi, che l’indotto complessivo
del mercato va calcolato in miliardi
di lire mensili. La mia politica, infatti,
che ha consentito al nostro
gruppo di divenire molto potente in
breve tempo è sempre stata quella
di non vessare le famiglie che abitavano
nei nostri quartieri e che orbitavano
attorno ai nostri affiliati e
proprio il mercato dei Cd e dvd consentiva,
proprio come una volta il
mercato delle sigarette, di attirare
persone simpatizzanti e quindi di
porsi in condizioni favorevoli per affrontare
la guerra di camorra in atto
in quel periodo contro l’Alleanza
di Secondigliano. Questo favore al
momento giusto poi si trasformava
in consenso elettorale. Un altro settore
che ho rivitalizzato è quello del
lotto clandestino che affidai, in un
primo momento, a Gennaro Galeota
e Gigino Amodio e successivamente
a Pasquale Gatto

«Un raid al carcere di Pozzuoli


L'obiettivo era uno e uno
solo: uccidere Salvatore Esposito
detto “’o cuzzcar”. Sono molti gli
episodi che dimostrano la perseverante
opposizione verso Esposito e
verso qualunque sua attività, sia essa
di natura lecita sia illecita. Addirittura,
durante l’attività captativa
non sono mancati i riferimenti
alla volontà da parte dell’organizzazione
di sopprimere definitivamente
“’o cuzzcaro”, evidentemente
perché ritenuto l’unico esponente
della famiglia Mazzarella in grado
di poter ostacolare l’ascesa di Vincenzo
Palazzo e quindi l’estensione
sul territorio della più ampia coalizione
diretta dalla famiglia Sarno.
La sequenza delle conversazioni telefoniche
di seguito riportate confermano
ulteriormente lo stato di
tensione esistente nell’intero quartiere
e soprattutto testimoniano
l’ostinazione della famiglia Palazzo
verso Esposito. Addirittura, come
si coglie da una interecettazione del
27 gennaio scorso dove si ipotizzava
di realizzare finanche un agguato
nei confronti del pregiudicato approfittando
della circostanza che lo
stesso si era recato presso il carcere
di Pozzuoli per il colloquio con la
moglie detenuta, Annunziata Imparato,
agguato di fatto saltato per
il traffico di corso Calma dove Palazzo
restò imbottigliato. La conversazione
è tra Palazzo e Loredana
Ostetrico, la sua compagna.
Enzo: «Chi è?».
Loredana: «Senti ma non puoi venire
qua urgentemente?».
Enzo: «Perché dobbiamo venire là
urgentemente?».
Loredana: «Eh, urgentemente perché
Luisa è andata al colloquio a
Pozzuoli dalla sorella».
Enzo: «Eh».
Loredana: «Stai venendo?».
Enzo: «Luisa è andata al colloquio
a Pozzuoli dalla sorella?».
Loredana: «Eh e sta là».
Enzo: «Aspetta ma chi ci sta là?».
Loredana: «Stanno tutti quanti».
Enzo: «Ah, ho capito ho capito».
Loredana: «Hai capito?».
Enzo: «E sto da vicino eventualmente
vedo di fare io qua».
Loredana: «E vedi dai».
Enzo: «Hai capito sto qua vicino».
Loredana: «È sicuro, è confermato
».
Enzo: «Ah va buò in caso la prendo
io».
Loredana: «Apposto allora dalle
pure un passaggio».
Fondamentale risultano poi essere
gli spostamenti di Vincenzo Palazzo
che appena ricevuta la notizia
cerca di raggiungere immediatamente
il carcere di Pozzuoli e dare
quindi corso ai suoi propositi criminali.
Poi però ci rinuncia come si
rileva dalle successive chiamate e
dai suoi spostamenti evidentemente
perché il traffico gli aveva impedito
di raggiungere tempestivamente
il comune di Pozzuoli ed in
particolare la struttura carceraria.
Poi la conversazione tra lui e la compagna
continua.
Loredana: «Ma dove stai?».
Enzo: «Ma mi hai chiamato con lo
sconosciuto?»
Loredana: «E perché il telefono della
casa di Rosaria, perché io ho preso
il telefono nuovo, ho messo la
scheda dentro, però non ho messo
la batteria dietro e sta spento il telefono
».
Enzo: «Che è?».
Loredana: «Dove stai?».
Enzo: «Sto venendo perché là è negativo!
Sto all'uscita del Corso Malta
».

domenica 14 giugno 2009

Arrestato il “ragioniere” di Contini


Lo chiamavano “lo zio” negli anni d’oro del predominio assoluto del clan
Contini su una zona che va dalla Ferrovia ai confini con Secondigliano e
Capodichino. Ma Ciro Mantice, 68enne, cadde in disgrazie nel 2001, quando
venne arrestato per ben due volte in seguito a due distinte inchieste
della Dda napoletana per un vasto giro di riciclaggio di denaro proveniente
dalle attività illecite del clan Contini attraverso attività commerciali
di facciata. È considerato un “colletto bianco” dell’Alleanza di Secondigliano
ed ora è tornato in carcere perché deve scontare un residuo
di pena: 2 anni e 5 mesi di reclusione dopo la condanna definitiva per associazione
per delinquere di stampo camorristico. a Catturarlo nella sua
lussuosissima abitazione di salita Ugo De Fazio, nella zona del rione Amicizia,
da sempre bunker del clan Contini, sono stati i poliziotti del commissariato
di San Carlo Arena, guidati dal vicequestore Sossio Costanzo,
che gli hanno notificato il provvedimento restrittivo emesso dalla Procura
della Repubblica presso il Tribunale di Napoli. Ora “zio Ciro” è rinchiuso
in una cella del carcere di Poggioreale dove sconterà il resto della sua condanna.
Ciro Mantice è da sempre il “contabile” del clan Contini e fino al 2001 era
un personaggio semisconosciuto che però aveva una posizione di assoluto
rilievo per quel che concerne le attività finanziarie del clan di Eduardo
“’o romano”, arrestato due anni fa dopo un decennio di latitanza. E proprio
per questo suo ruolo di grande riciclatore dei proventi di droga, estorsioni,
gioco d’azzardo e prostituzione, “zio Ciro” venne arrestato agli inizi
del 2001 assieme a Antonio Aieta, cognato di Contini, con cui aveva un
rapporto diretto e con cui venne condannato negli anni scorsi a cinque anni
e otto mesi di reclusione per una serie di reati e anche per associazione
camorristica. Anche Aieta, conosciuto come “’o piccirillo”, venne condannato
a 4 anni e 4 mesi di carcere. Ma Ciro Mantice, oltre ad avere l’incarico
di far fruttare i miliardi dei boss, era anche una sorta di manager
del cartello camorristico. Era lui, secondo gli inquirenti, che teneva i contatti
con i legali dei boss detenuti e che si preoccupava di procurare i biglietti
d’aereo quando gli avvocati andavano a colloquio con i loro assistiti
che sono detenuti in penitenziari dell’Italia settentrionale. Lui procurò il
biglietto d’aereo Napoli-Pisa per il 5 agosto del 1998 per consentire a Rita
Aieta di andare a far visita al marito Patrizio Bosti detenuto nel carcere
toscano. Quando nell’agosto del 1998 morì Augusto Contini, padre del
boss, Mantice era in vacanza in Sardegna e incaricò il figlio di recarsi al
funerale e portare le condoglianze alla famiglia. Un ruolo dunque assai articolato,
quello di Mantice, all’interno del gruppo Contini: anche di mediatore
e di consigliere tra i vari componenti del nucleo familiare. Era sempre
“lo zio”, infatti, ad acquistare auto di lusso per i figli del padrino

giovedì 11 giugno 2009

L'omicidio e' pascaluccio o'curto ripreso dalle telecamere



Registrate dalle telecamere poste all’esterno del bar pasticceria
Mosè, tutte le fasi del mortale agguato nel corso del quale è
stato trucidato cinquantuenne Pasquale Iorio Raccioppoli ed al cugino
Crescenzio. L’importante documento video è stato subito acquisito agli
atti dai carabinieri della compagnia di Castello di Cisterna (agli ordini del
capitano Orazio Ianniello), giunti sul posto solo pochi attimi dopo la fuga
dei due sicari, che si sono allontanati a piedi, ripercorrendo la strada
attraverso la quale erano sopraggiunti. A sparare, almeno secondo le
prime risultanze investigative, sarebbe stato un solo uomo a sparare,
che per l’occasione ha utilizzato il mitico kalashnikov, che da anni è divenuta
l’arma preferita dei killer professionisti.
Tornando alla ricostruzione dell’afferrato omicidio, questo, è stato studiato
in ogni suo piccolo particolare, senza tralasciare nessuna variabile. Quasi
certamente i sicari, giunti dall’ingresso principale del noto e rinomato
bar, si sono avvalsi non solo della collaborazione di un terzo elemento,
ma certamente di un “insospettabile” specchiettista, che ha segnalato
l’arrivo del noto personaggio malavitoso, che con una sistematicità
unica, giungeva nei pressi del noto locale pubblico, frequentato tra
l’altro, da buona parte della classe professionistica locale. Pasquale Iorio
Raccioppoli, che da anni era noto con il caratteristico nomignolo, poco
prima di giungere al Mosè , era stato visto intrattenersi presso il distributore
di benzina gestito dalla società che fa capo ad alcuni suoi familiari.
Qua l’uomo (che certamente era disarmato), si sarebbe incontrato con
uno dei suoi tanti conoscenti, soffermandosi a parlottare con questi per
alcuni minuti, allontanandosi poi in direzione del bar, dove già era giunto
il cugino imprenditore Crescenzio Raccioppoli, il quale aveva avuto
modo di fermare dinanzi al bar il suo fuoristrada. La cosa certa (e le immagini
in possesso dei carabinieri ne sono la conferma) è che sotto ai gazebo,
seduti ai tavoli in quel momento c’erano decine di clienti, molti
dei quali avevano già terminato la giornata di lavoro. Giunto dinanzi al
bar, Pasquale Iorio Raccioppoli subito intravede il cugino Crescenzo (che
non annovera a proprio carico precedenti di polizia), raggiungendolo al
tavolo che già occupa in fondo al giardino. Passano solo pochi minuti,
appena il tempo di ordinare un caffè e dal nulla appaiono due giovani,
che senza farsi notare si affiancano a Crescenzio Raccioppoli e Pasquale
Iorio Raccioppoli, che probabilmente solo all’ultimo momento si rendono
conto delle intenzioni delle due “ombre funeste”, una delle quali
estrae il micidiale fucile mitragliatore Ak 47, sparando una sventagliata
di colpi contro il noto pregiudicato, che forse solo all’ultimo momento
si rende conto di trovarsi dinanzi a due killer.
Quella prima sventagliata di colpi, oltre a raggiungere la vittima predestinata
(Pascaluccio ’o curt) colpisce anche il cugino (molto più alto di
lui) che resosi conto della situazione, stava cercando di fuggire senza
comunque riuscirci. L’intero raid, dura solo una manciata di secondi
(che per tanti sono sembrati un’eternità), poi i due assassini, certi di
aver svolto bene il compito affidatogli, s’allontanavo, tenendo ben in vista
il fucile mitragliatore che poco prima era servito per uccidere uno
degli ultimi pezzi da novanta della camorra napoletana, che aveva imparato
le regole della malavita, apprendendola da uomini dello spessore
di Carmine Alfieri, Luigi Basile, Antonio Bardellino, Pasquale Galasso
e tanti altri “professori” della camorra napoletana, che per anni hanno
dettato le regole del gioco, riuscendo a sottomere al loro volere non
solo gli uomini del malaffare ma anche quelli delle istituzioni

«Così i miei compagni volevamo ammazzarmi»



L’omicidio Moccia nel racconto alla Dda del supertestimone Giovanni
Piana, scampato miracolosamente all’agguato e poi pentitosi. «Alle ore
19 e 15 circa sono stato avvicinato da Ciprio Paolo detto “’o nasone”,
anch’egli affiliato al clan degli “scissionisti” del gruppo Abbinante, il
quale riferiva che mi sarei dovuto recare unitamente al mio compagno,
Moccia Giovanni, da Guido Abbinante, presso l’abitazione di Villaricca.
Io e il Moccia ci siamo recati dal predetto e, dopo aver ricevuto delle
“ambasciate” per un recupero di somme di danaro, ci siamo allontanati.
A questo incontro siamo andati a bordo del mio scooter Honda Sh 300 ed
è proprio mentre eravamo sulla strada di ritorno, siamo stati avvicinati
alle spalle da una autovettura Toyota Yaris con alla guida Carriello
Giovanni, detto “’o brigante”, mentre al lato passeggero si trovava
Esposito Giovanni, detto “’o muort”, entrambi soggetti a me ben noti
poiché anch’essi affiliati al medesimo sodalizio di camorra. È stato
l’Esposito a esplodere diversi colpi di pistola al nostro indirizzo,
attingendo mortalmente il Moccia mentre io sono rimasto leggermente
ferito alla schiena. Non ricordo con precisione l’esatta successione dei
colpi di pistola sparati ma ritengo siano stati esplosi almeno quattrocinque
colpi con una pistola, molto probabilmente calibro 38. Preciso di
essere riuscito a vedere l’autovettura Yaris e i citati occupanti
nell’istante in cui venivano sparati i primi colpi ed il Moccia precipitava
al suolo; in tale frangente mi giravo istintivamente all’indietro
riuscendo a riequilibrare il motociclo». «Ricordo di essere riuscito
miracolosamente a darmi a precipitosa fuga lasciando mio malgrado il
mio compagno esanime sulla strada. Non ho alcun dubbio sulla identità
dei soggetti che vi ho indicato quali autori dell’agguato poiché da me
conosciuti e frequentati da anni visto la comune militanza, così come è
stato assolutamente pretestuoso l’invito ricevuto da Abbinante

Omicidio Moccia, cinque ergastoli



La quarta Corte d’Assise di Napoli ha condannato all’ergastolo cinque
pregiudicati di Secondigliano tra i quali Guido Abbinante. Ha
avuto ragione la Procura Antimafia che con il pubblico ministero Cristina
Ribera ha ripercorso tutte le tappe che hanno portato all’individuazione
di killer e mandanti dell’omicidio di Giovanni Moccia. Per
questo li ha ritenuti colpevoli del reato di omicidio premeditato e aggravato
ed aveva chiesto per tutti e cinque gli imputati la pena massima
ovvero l’ergastolo. Gli imputati rispondono oltre che dell’omicidio
di Giovanni Moccia anche del tentato omicidio di Giovanni Piana.
Quest’ultimo doveva morire ma è diventato poi il grande accusatore
della cosca capace di inchiodare con le sue accuse i responsabili del
raid omicidiario. Ha riconosciuto ad uno ad uno tutti i killer e successivamente
indicato il mandante: Guido Abbinante, che quando ha saputo
della scelta del suo ex affiliato ha deciso di darsi alla latitanza per
poi essere riarrestato. Oltre alle accuse di Giovanni Piana si sono poi
sommate le accuse di Antonio Prestieri, Maurizio Prestieri e Antonio
Pica. I tre, tutti appartenente alla stessa famiglia, e legati da un vincolo
di parentela, hanno ricostruito, sulle domande del pubblico ministero
Ribera, il contesto nel quale è maturato il delitto e il tentato
omicidio di quello che poi sarebbe diventato un collaboratore di giustizia.
I tre hanno detto che Tommaso Prestieri si sarebbe visto con
Lello Amato e con Cesare Pagano, capi degli scissionisti del clan Di
Lauro, e avrebbero deciso di ammazzare Moccia perché rientrava in
una serie di accordi e di piaceri e di epurazioni avvenuti per rimediare
a dei dissidi scoppiati durante la faida di Secondigliano tra chi si era
rifiutato di fare la guerra. Collegato a questo omicidio, anche se non
rispondono di tale delitto, c’è anche l’epurazione di Giuseppe Carputo.
I due, Moccia e Carputo, erano stati condannati dal loro stesso clan
per essersi rifiutati, durante la faida di Secondigliano di far parte del
gruppo di fuoco degli “scissionisti” che partiva di volta in volta per eliminare
i rivali dei Di Lauro. Perciò sono stati uccisi e doveva morire
Giovanni Piana, dal 1 ottobre scorso collaboratore di giustizia e grande
accusatore dei presunti killer entrati in azione il 27 settembre del
2008 a Calvizzano. I primi ad essere stati arrestati furono Giovanni
Esposito, 44enne napoletano soprannominato “’o muorto” (nonché cognato
di Antonio Abbinante), e Giovanni Carriello detto “’o brigante”,
30enne, entrambi originari di Napoli e legati agli Abbinante. Poi il cerchio
si allargò fino a coinvolgere gli attuali imputati. Del gruppo Abbinante
anche le vittime e il ferito ne facevano parte ma con due pecche
costate loro il pollice verso: si erano messi in proprio nel vendere
la droga e soprattutto non avevano voluto partecipare in prima persona
ai raid contro i nemici di camorra. Si rese latitante per lo stesso
motivo anche Guido Abbinante, successivamente ammanettato.

E Giuseppe Misso scagiona eduardo morra e accusa edoardo contini.



Giuseppe Misso era stato
chiamato a testimoniare per il
duplice omicidio di Gennaro e
Nunzio Pandolfi. “’O nasone”,
oltre ad accusare Giuseppe
Mallardo e Luigi Guida “’o
ndrink”, fa il nome di Eduardo
Contini, al momento
assolutamente estraneo alle
accuse. «So per certo che anche lui
è tra i mandanti di quell’omicidio
e sono certo che sia responsabile.
Ne ho parlato già con i pubblici
ministeri». Poi fa riferimento ad
Eduardo Morra che per questo
omicidio è già stato condannato in
via definitiva. «Lui dice che è
innocente, dice che non c'entra
niente con il delitto ma forse vero è che non ha materialmente
partecipato all'agguato ma di sicuro posso affermare per deduzione
che è tra i mandanti», sostiene il collaboratore di giustizia. «Questo
perché io sono un malavitoso e so che Eduardo Morra non si poteva
tirare fuori da una cosa così importante». Sul movente che ha portato
all'uccisione di Gennaro Pandolfi, Misso non ha dubbi. «Lui era
l'autista del clan Giuliano e per questo fu individuato come un
obiettivo da eliminare. Ovviamente lui e non il bambino. Quando poi
ci fu l'omicidio io seppi dopo una quindicina di giorni i nomi dei
mandanti e non c'erano dubbi sul fatto che erano stati quelli di
Secondigliano». Sul ruolo di Luigi Guida e Giuseppe Mallardo,
Giuseppe Misso dice di averlo saputo da Costantino Sarno quando
erano detenuti insieme. Per Morra, già in carcere da anni, si apre la
possibilità di una revisione, fortemente auspicata dall’avvocato
Vittorio Trupiano che da anni si batte per dimostrare l’innocenza del
suo cliente. Lo stesso Itri, nella sua requisitoria ha descritto come
«alquanto dubbio il ruolo del Morra».

Carcere a vita per Mallardo e Guida



Una sentenza scritta dai pentiti quella che ha portato alla condanna di Giuseppe
Mallardo e Luigi Guida. I due, dopo 19 anni, sono stati riconosciuti
colpevoli del duplice omicidio di Gennaro e Nunzio Pandolfi, padre e figlio
trucidati al rione Sanità da un commando di killer. I due sono stati condannati
all’ergastolo perché ritenuti i mandanti dell’efferato delitto che
sconvolse l’opionione pubblica. A giudicarti la quinta Corte d’Assise di Napoli
che ha accolto la ricostruzione del pubblico ministero della Dda Paolo
Itri. I due pregiudicati, entrambi detenuti da tempo al regime del carcere
duro, ordinarono la morte di Gennaro Pandolfi e fu erroneamente ucciso
anche il figlio Nunzio, due anni, in braccio al padre al momento del raid. In
galera, condannati in via definitiva, da anni ci sono già gli esecutori materiali.
Si tratta di Eduardo Morra, affiliato al clan Contini del Vasto-Arenaccia,
e Mario Rapone, fedelissimo dei Guida del rione Sanità. Il raid maturò
nell’ambito dello scontro tra i Giuliano di Forcella e i Licciardi di Secondigliano,
spalleggiati dai Contini e dai Mallardo di Giugliano. Grazie alle
indagini portate a termine dalla Procura e dai carabinieri del nucleo operativo
del comando provinciale di Napoli, diretti dall’allora maggiore Francesco
Rizzo, scattò l’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip Francesco
Todisco, per i due boss, ritenuti esponenti di primissimo piano dell’allora
Alleanza di Secondigliano, che erano comunque già dietro le sbarre
per altri fatti di camorra. Giuseppe Mallardo ha 56 anni ed è il fratello del
padrino di Giugliano Francesco, detto “Ciccio ’e Carlantonio”. Luigi Guida,
50enne, meglio noto come “’o ’ndrink”, ex boss del rione Sanità, e del gruppo
dei Casalesi è stato acerrimo nemico del gruppo Misso-Pirozzi. Secondo
gli “007” dell’Arma, coordinati dai pm della Dda di Napoli Paolo Itri e anche
da Sergio Amato che si è occupato dell’indagine per anni, i due malviventi
ebbero il ruolo di organizzatori del clamoroso agguato del 18 maggio
del 1990. L’omicidio fu ordinato, sempre secondo gli inquirenti, dal defunto
padrino di Masseria Cardone Gennaro Licciardi, detto “’a scigna”,
morto per setticemia nel carcere di Voghera il 3 agosto del 1994. In particolare
Luigi Guida offrì l’apporto logistico a uno degli esecutori materiali del
duplice omicidio. Essendo un capobastone del rione Sanità Guida conosceva
bene la zona dove Gennaro Pandolfi abitava e soprattutto conosceva
le abitudini dell’autista dei Giuliano. Morra, invece, rappresentava il clan
Contini e quindi l’Alleanza di Secondigliano. A dare un apporto importante,
se non determinante, all'inchiesta della Dda che ha portato a scoprire i
mandanti dell’agguato sono stati anche i collaboratori di giustizia. I pentiti
di Forcella, del rione Sanità e di Caserta. Di sicuro le dichiarazioni più
importanti sono state quelle dei fratelli Luigi ed Alfonso Diana, ex casalesi,
addentro alle cose napoletane. Ma anche quelle di Luigi Giuliano, l’ex “’o
rre” di Forcella. Ma anche i fratelli Salvatore “’o montone” e Raffaele “’o
zuì”, oltre alle “gole profonde” degli ultimi tempi, vale a dire Gennaro Lauro,
Gennaro e Giuseppe Albino. Tutti personaggi che hanno vissuto in prima
persona la guerra degli anni Novanta tra il gruppo Giuliano, aiutato dai
Misso del rione Sanità, e l’Alleanza di Secondigliano, che poteva contare su
una serie di cosche-satellite in tutti i quartieri della città

Sfugge all’agguato assieme alla moglie



Cinquanta proiettili esplosi a raffica da più pistole, ma nessun ferito. Un agguato
clamoroso, compiuto allo scoccare della mezzanotte (tra lunedì e
martedì) nel cosiddetto “Terzo Mondo” di Secondigliano, feudo principale
del clan Di Lauro dopo la guerra con gli Amato-Pagano, più forti invece
in altre zone del quartiere e nell’hinterland. Un attentato impressionante,
soprattutto per un motivo: a fare fuoco contro un incensurato 49enne e la
moglie è stato un commando composto da ben 10 sicari su 5 moto “Yamaha
T-max”, mezzi molto conosciuti dalle forze dell’ordine perché utilizzati
spesso durante la faida. Eppure A. L., bersaglio della sparatoria, è rimasto
completamente illeso: sotto choc, ma incolume. Così come la moglie,
di un anno più giovane, anch’ella senza precedenti penali. I due erano
a bordo di una Lancia Y e stavano parcheggiando in via Gerusalemme
Liberata quando si è scatenato l’inferno. I proiettili hanno sforacchiato la
carrozzeria dell’auto e infranto i vetri; i coniugi però, sono riusciti a mettersi
in salvo buttandosi fuori e nascondendosi dietro un’altra vettura parcheggiata.
E’ stata una telefonata anonima ad avvertire polizia e carabinieri di quanto
era appena avvenuto, l’altra notte. Sul posto in pochi minuti si sono precipitati
a sirene spiegate i poliziotti delle Volanti dell’Upg della questura,
con i colleghi della Squadra mobile e del commissariato Secondigliano insieme
con i carabinieri della stazione del quartiere e della compagnia Stella.
Un pool di investigatori esperti e agenti che conoscono a fondo il territorio,
tanto che in breve tempo la dinamica dell’agguato fallito è stata ricostruita
con una certa precisione. Più difficile capire il movente, non risultando
affiliato alla malavita organizzata A. L. (e ovviamente nemmeno
la moglie, A. B.). Al punto che alcuni uomini dell’intelligence arrivano a
ipotizzare che possa essersi trattato addirittura di un errore di persona.
Così come appare davvero strano che, pur esplodendo quel numero di proiettili,
nessuno sia andato a segno. In ogni caso, le indagini sono scattate
immediatamente (con il coordinamento della Procura antimafia) e vanno
avanti a ritmo serrato. Si è rischiato molto che aumentasse il numero delle
vittime innocenti, com’è successo a Montesanto con la morte violenta
del 33enne romeno.
A. L. e la moglie stavano tornando a casa in macchina quando è cominciato
l’agguato, proseguito fino a via del Camposanto; come dimostrano il
lungo tratto di strada costellato di bossoli, raccolti dalla “scientifica” della
questura, che ha compiuto accurati rilievi sul luogo. Per qualche minuto
gli spari si sono succeduti a ritmo serrato squarciando il silenzio della notte
e per questo gli investigatori sono convinti che è impossibile che nessuno
abbia visto qualcosa, affacciandosi a finestre o balconi. E infatti, in
forma anonima, è stato riferito che il comando era di 10 persone.

mercoledì 10 giugno 2009

Giustiziati il ras Iorio Raccioppoli e il cugino



Ucciso in un agguato di camorra il pluripregiudicato
cinquantuenne Pasquale Iorio Raccioppoli, meglio noto con il soprannome
di “Pascaluccio ’o curto”, ritenuto dagli investigatori napoletani il
ras indiscusso della piccola cittadina posta a confine della città di Napoli,
divenuta famosa negli anni addietro come la capitale dell’abusivismo
edilizio. Insieme al boss è stato ucciso massacrato anche l’imprenditore
52enne Crescenzio Raccioppoli, cugino della vittima ed immune
da ogni precedente di polizia, che era giunto poco prima dinanzi
alla rinomata caffetteria “Mosé” dove in genere s’intratteneva il noto
”pregiudicato. Molto probabilmente, al momento dell’agguato, seduti ai
tavoli adiacenti c’erano altri clienti, che hanno preferito subito allontanarsi
per evitare rogne. Secondo un prima e sommaria ricostruzione dei
fatti, sarebbero stati due i killer entrati in azione per uccidere l’ingombrante
personaggio malavitoso, che sapeva bene di essere nel mirino
dei suoi rivali, tanto è vero che da sempre viaggiava a bordo di autovetture
corazzate. A terra, accanto ai due cadaveri, i carabinieri della
locale tenenza (coadiuvati dai colleghi del gruppo di Castello di Cisterna
agli ordini del colonnello Antonio Jannece) hanno recuperato oltre
una ventina di bossoli 7,62 Nato, probabilmente espulsi da un fucile mitragliatore
automatico. Non è da escludere che per portare a termine
l’agguato oltre al mitra (probabilmente un Kalasniskov), sia stato usato
anche un revolver di grosso calibro, utilizzato da uno dei sicari per dare
il colpo di grazia al presunto boss, sfigurandolo. Sul posto, dopo qualche
ora dall’agguato, è arrivato il pm dell’antimafia Vincenzo D’Onofrio,
che si è a lungo soffermato a parlare con il maggiore Fabio Cagnazzo, a
cui sono state affidate le redini dell’indagine. Nel corso dei rilievi tecnici,
diversi familiari delle vittime hanno tentato di avvicinarsi ai corpi insanguinati
riversi in terra e coperti da due lenzuola bianche.
I fatti. Erano da poco passate le 17 quando Pasquale Iorio Raccioppoli,
a bordo del suo suv Nissan Terrano blindato, giungeva dinanzi al bar
“Mosè”, che a quell’ora doveva essere tanto affollato da costringere la
vittima a fermare venti metri in avanti all’ingresso principale. Il boss,
che è stato trovato privo di ogni arma (ma non è da escludere che qualcuno
poteva in qualche modo curare la sua sicurezza), dopo aver salutato
alcuni avventori a lui noti, prendeva posto ad uno dei tavoli posti all’esterno
della sala, protetti da un gazebo. Subito dopo al tavolo occupato
da “Pascaluccio ’o curto” giungeva il cugino Crescenzio, ben noto per
essere un imprenditore della zona che operava nel settore della plastica.
Trascorrono solo pochi minuti, quando improvvisamente dinanzi ai
due cugini apparivano, quasi come fantasmi, due sagome umane, che
senza tanti scrupoli iniziavano a sparare all’indirizzo dei due uomini raffiche
di mitra, uccidendoli sul colpo, senza avere neppure il tempo di
tentare la fuga. Attorno a loro, mentre in tanti fuggivano nella vana ricerca
di trovare un riparo per non finire vittima dei due assassini, si
creava il vuoto, grazie al quale i due killer potevano indisturbatamente
allontanarsi, fuggendo probabilmente a bordo di una vettura, dove ad
attendere c’era un terzo complice, che seppure da lontano controllava
ogni tentativo di reazione. Subito dopo la fuga dei killer (che si sarebbero
diretti in direzione del vicino centro commerciale), qualcuno ha avvertito
i carabinieri che nel giardino antistante il bar-pasticceria “Mosè”
c’erano due corpi senza vita. I primi ad accorrere, quando nell’aria si
sentiva ancora l’odore della polvere da sparo, sono stati i carabinieri del
nucleo radiomobile, che non hanno potuto fare altro che tentare di tenere
lontano i tanti familiari delle due vittime, che nel giro di pochi minuti,
saputa la notizia, sono sopraggiunti provocando momenti di grossa tensione.

martedì 9 giugno 2009

Perquisizioni tra i vicoli, caccia a Mariano


Venti perquisizioni domiciliari in meno di una settimana: se non è un record, poco ci manca. E a batterlo, indirettamente, è stato Marco Mariano dei Quartieri Spagnoli: la polizia lo ha cercato con il massimo dell’insistenza possibile a casa e in appartamenti ritenuti nella sua disponibilità o in quella di parenti. Ma inutilmente; per cui il fratello del boss detenuto Ciro “o’ picuozzo” risulta ancora formalmente irreperibile. Non rischia l’arresto, comunque: gli deve essere notificata la sorveglianza speciale per due anni, misura di sicurezza scattata all’atto della scarcerazione dall’istituto penitenziario di Opera. Proprio allora ne ebbe comunicazione orale, ma per essere valido il provvedimento deve finire materialmente nelle sue mani, con tanto di firma per ricevuta. Ecco perché la polizia, incaricata dell’esecuzione della notifica, sta cercando Marco Mariano praticamente dal giorno dopo il ritorno in libertà, comprese le feste di Pasqua e i successivi ponti del 25 aprile e del 1 maggio. Inizialmente gli stessi investigatori (commissariati San Ferdinando e Montecalvario, oltre che Squadra mobile) pensarono a un disguido nel cambio di residenza: ma sui Quartieri Spagnoli né nel luogo da lui indicato, in un’altra città, il 54enne è stato finora trovato. Libero e senza pendenze giudiziarie, con soltanto la misura di sicurezza a carico. Ma per Marco Mariano, scarcerato alla fine di marzo dopo quasi 20 anni di detenzione ininterrotta, in ogni caso è ben poca cosa rispetto al tempo trascorso dietro le sbarre. Nei confronti del napoletano della famiglia dei “Picuozzi”, fratello più piccolo dei detenuti Salvatore e Ciro, i giudici non erano stati teneri. L’unica condanna definitiva per lui era stata per associazione camorristica e non per fatti di sangue: indagato per un omicidio, infatti, fu assolto dal Tribunale di Napoli. Per quell’ipotesi di reato ha anche sofferto un’ingiusta carcerazione preventiva. Le porte dell’istituto penitenziario si sono aperte per lui, per fine-pena, un anno e tre mesi prima del previsto grazie alla strategia difensiva dell’avvocato Massimo Vetrano. Il penalista infatti aveva presentato un’istanza di esecuzione, accolta, alla quale sono stati aggiunti 45 giorni di sconto per buona condotta. Sempre, in tutti questi anni, il 53enne ha tenuto un comportamento irreprensibile dietro le sbarre. Oggi è un uomo libero e ha scritto una lettera al nostro giornale per ribadire di essere estraneo agli ambienti malavitosi dei Quartieri Spagnoli. Nel calcolo della pena da scontare, ha avuto ovviamente rilievo pure il periodo di carcerazione preventiva inflittagli ingiustamente per l’omicidio De Gais, per la cui morte violenta Marco Mariano fu indagato insieme con Salvatore Cardillo detto “Beckembauer”, uno dei ras “scissionisti” che si staccarono proprio dai Mariano. Storie vecchie comunque

martedì 2 giugno 2009

Inseguito e picchiato ettoruccio o' figlio ro patrizio



Inseguito, raggiunto e picchiato. Questo è quanto accaduto nella notte
tra venerdì e sabato ad Ettore Bosti, figlio del più noto Patrizio, superlatitante
inserito dall’interpol nelle elenco delle dieci persone più pericolose
d’Italia, arrestato l’estate scorsa in un ristorante di Barcellona in
compagnia di alcuni napoletani, in possesso di 48 banconote da 500 euro
e di una macchina da 120 mila euro. Tutto è cominciato in via Tribunali,
mentre “Ettoruccio” si trovava in compagnia di un amico, S. F. anch’egli
molto conosciuto nell’ambiente criminale perché genero di uno
dei fratelli Mallardo, a bordo di una lussuosissima automobile quando è
scattato l’inseguimento. Un gruppo di giovani armati che viaggiava in
sella a potenti ciclomotori, ha cominciato ad inseguirli mettendoli in fuga.
La fuga, però, è durata molto poco, perché il fuggitivo è stato raggiunto
al vicino corso Garibaldi dove è iniziato il pestaggio. Dopo alcune
frasi intimidatorie e dopo averlo minacciato con una pistola, gli aggressori
hanno tirato fuori la vittima dall’auto con la forza ed hanno cominciato
a picchiarlo con un casco. L’atroce scena è durata però solo
pochi minuti perché il gruppo di centauri dopo aver terminato la spedizione
punitiva è scappato via esplodendo anche alcuni colpi di arma da
fuoco in aria.
Tensione e paura, quindi, per gli abitanti del quartiere san Lorenzo che
dopo aver vissuto attimi di terrore pensano ad un’eventuale risposta del
giovane rampollo della famiglia Bosti. Voci di quartiere, infatti, vogliono
come autori del raid esponenti del clan Mazzarella, giovani criminali che
hanno come roccaforte i vicoli della Duchesca, e che negli ultimi tempi
hanno esteso il loro potere anche tra alcuni vicoli di Forcella. A far scoppiare
la scintilla sembra essere stato un “richiamo”, che Bosti avrebbe
fatto giorni prima proprio ad un “guaglione” dei Mazzarella. Ma Ettore
Bosti non è un giovane qualunque, non è soltanto il figlio del ras Patrizio,
uno dei fondatori dell’Alleanza di Secondigliano nonché cognato di
personaggi del calibro di Eduardo Contini detto “’o romano” e di Francesco
Mallardo, meglio conosciuto come “Ciccio ’e Carlantonio”, padrino
di Giugliano.
“Ettoruccio” è molto noto agli inquirenti per aver scontato, dopo un breve
periodo di latitanza, una condanna di circa cinque anni per spaccio
di stupefacenti. Ed ora si teme una risposta. In questo periodo in cui lo
scacchiere camorristico sta mutando tutti i quartieri di Napoli sono colpiti
da faide e scontri. E viste le vittime innocenti degli scontri armati
tra Ricci e Mariano avvenuti qualche giorno fa alla Pignasecca, gli abitanti
del quartiere Vasto-Arenaccia, da sempre regno di Contini, temono
per una nuova faida tra Contini e Mazzarella, faida che già alla fine
degli anni ?80 provocò decine di morti.

Ucciso il boss Di Gioia, reggente dei Falanga

->

Erano insieme, a bordo della Lancia Y del figlio.
Erano fermi in strada e stavano parlando quando sono arrivati i killer:
in quattro in sella a due motociclette e con il volto coperto. Una pioggia
di fuoco si è abbattuta sul boss Gaetano di Gioia (nel riquadro)“’o
tappo”, 54enne, cognato del capoclan Giuseppe Falanga “’o struscio”,
e sul figlio 27enne Isidoro. Il primo è morto sul colpo, freddato da diverse
pallottole alla testa e al torace esplose a distanza ravvicinata mentre il
figlio è rimasto ferito in modo grave. È stato soccorso da alcune persone
di passaggio ed accompagnato all’ospedale Maresca, dove è stato sottoposto
ad un lungo e delicato intervento chirurgico. Le sue condizioni
sono gravi. L’agguato si è consumato poco prima delle 18 tra via
Diego Colamarino e piazza Santa Croce, proprio davanti alla Basilica,
quando in strada c’erano numerose persone che passeggiavano nonostante
la pioggia fastidiosa. Poco dopo sul posto sono arrivati i poliziotti
del commissariato corallino e i colleghi della Squadra Mobile e
della Scientifica che hanno dato vita alle indagini. Le piste investigative
seguite sono due: la prima porta alla rottura della tregua con gli
ex Gargiulo-Formicola (patto di non belligeranza che era stato sancito
per la droga) e una epurazione interna al gruppo di “Peppe ’o struscio”.
Secondo gli “007”, però, i killer erano “facce nuove” a Torre del Greco,
infatti hanno agito a volto scoperto, e quindi potrebbero essere arrivati
da Ercolano, ipotesi che avvalora la pista legata agli ex Gargiulo, che
sono legati agli Ascione. Posti di blocco e perquisizioni sono stati effettuati
fino a notte inoltrata sia per cercare di scovare i killer che per
fermare eventuali risposte da parte dei “guaglioni” del clan Falanga.
Alcuni pregiudicati sono stati fermati, sottoposti a Stube e rilasciati.
Gaetano Di Gioia “’o tappo” era il cognato di Falanga. Era stato scarcerato
un paio di anni, così come il figlio Isidoro, che aveva usufruito
dell’indulto. Entrambi erano sottoposti alla sorveglianza speciale ed
erano considerati i reggenti della cosca dopo l’omicidio de boss Giuseppe
Serra, ucciso a giugno di due anni fa.
Gaetano “’o tappo” era un personaggio di grossissimo spessore criminale.
A dicembre del 2000 venne condannato a 14 anni di carcere per
traffico di stupefacenti nell’ambito del processo che scaturì dall’operazione
“Valleblu”, per la quale era stato anche latitante per un periodo.
Di Gioia senior venne catturato a Calvizzano a luglio del 1999 dopo
un anno di latitanza. Dopo la “mazzata” giudiziaria fu mandato al
“soggiorno obbligato” in Piemonte e alla fine del 2007 è tornato in libertà.
Il figlio Isidoro, “specialista” del traffico di armi, invece, fu protagonista
di una clamorosa scarcerazione ad agosto del 2005, Ci fu un malinteso
tra le Procure di Napoli e di Torre Annunziata e per il figlio di
“’o tappo” si spalancarono i cancelli di Poggioreale. Isidoro venne riarrestato
qualche mese dopo per poi essere scarcerato per l’indulto ad
agosto del 2007.