sabato 23 maggio 2009

«Così Genny Marino sfuggì ad un agguato mortale»




Perché è nata la faida?
Cosa c’era veramente dietro la
guerra di camorra che ha sconvolto
Napoli e la sua periferia nord? Lo
hanno ricostruito gli investigatori
della Dda grazie alle accuse dei
pentiti della cosca. Paolo Di Lauro,
secondo i collaboratori di giustizia,
non è stato estraneo alle decisioni
assunte dal suo gruppo criminale e
dai suoi figli. Difatti le indagini volte
alla cattura del capo clan hanno
accertato che lo stesso dal settembre
2002 al settembre 2005, data in
cui è stato arrestato, ha vissuto nella
sua roccaforte a Secondigliano
protetto dai suoi affiliati. Anche il
figlio Cosimo, resosi latitante a seguito
del provvedimento del dicembre
2004, veniva arrestato nel
successivo mese di aprile 2005 nella
stessa zona del padre. Non risulta
che prima dell’arresto del figlio
Cosimo, Paolo Di Lauro abbia compiuto
gesti significativi volti a contrastare
le decisioni assunte dai figli,
in particolare da Cosimo, a partire
da quella di uccidere Luigi Aliberti
inteso “Gigino ’o luongo” ucciso
il 29 settembre 2004, affiliato
di spicco che gestiva una ricca
piazza di droga in considerazione
del fatto che nell’agguato in danno
di Aliberti sarebbe dovuto morire
anche Gennaro Marino, altro elemento
di spicco da sempre uomo
di fiducia vicino a Paolo Di Lauro,
come riferito sia dal Giovanni Piana
e Giuseppe Misso. Anzi risulta
che Marino nonostante il mancato
agguato chiese spiegazioni a Paolo
Di Lauro, ma questi disse che
egli non avrebbe contrastato la decisione
presa dal figlio Cosimo che,
quindi, condivideva con il padre le
decisioni. Proprio questo immobilismo
da parte del Paolo Di Lauro,
questo volersi nascondere dietro la
figura del figlio, venne rimproverato
duramente dai suoi affiliati più
fedeli, e ne determinò l’allontanamento
prima e la cruenta reazione
poi, diretta a scalzare il controllo del
Cosimo, il quale voleva dare impulso
ad una gestione sempre più
verticistica e dirigistica del clan secondo
la tradizione propria delle organizzazioni
piramidali, a differenza
di quella gestione orizzontale tipica
del Di Lauro Paolo.

Faida, Di Lauro chiese la tregua



Fu Paolo Di Lauro a lanciare
la proposta di tregua agli
“scissionisti”, che prima rifiutarono
e poi dissero sì. Lo ha rivelato
il pentito Giovanni Piana, ex affiliato
agli Abbinante, passato insieme
al suo gruppo dal clan di cupa
dell’Arco agli Amato-Pagano
all’inizio della faida. E proprio al
braccio destro di “Rafele ’a vecchierella”
nonché cognato, Cesare
Pagano, il mediatore Salvatore
Lo Russo avrebbe chiesto per conto
di “Ciruzzo ’o milionario” di
aprire una trattativa. Ecco alcuni
passaggi delle sue dichiarazioni,
con la premessa che le persone tirate
in ballo devono essere ritenute
estranee ai fatti narrati fino
a prova contraria.
«Dopo la cattura di Cosimo Di Lauro,
Paolo Di Lauro, in conseguenza
della forte pressione investigativa
e della presenza delle forze
dell'ordine in mezz'all'Arco e per
gli arresti avvenuti, attraverso Salvatore
Lo Russo fece arrivare al
Cesare Pagano la richiesta di una
tregua a cui fu data risposta negativa;
successivamente con l'arresto
di Raffaele Amato, Paolo Di
Lauro fa arrivare una nuova richiesta
di tregua, sempre tramite
“Totore Capitone”, al Pagano. Questi
ci contattò e chiese a Notturno,
a Riccio e a Esposito che si trovavano
con lui a Varcaturo se fossero
d’accordo. In quell'occasione
loro gli dissero che quello che decideva
lui per noi andava bene. Il
Cesare Pagano decise di accogliere
l'incontro per la tregua, nonostante
le resistenze di una parte
degli scissionisti che avevano
subito lutti dolorosi durante la faida
come gli Abete, i Marino ed in
parte anche noi Abbinante. Pagano
pose precise condizioni per la
tregua e, cioè, che agli scissionisti
restasse il territorio della “167”,
di Melito, Mugnano e Casavatore;
mentre i Di Lauro potevano tenersi
la zona di mezz'all'arco, del Terzo
Mondo, del Cassano, della Vinella.
Tali condizioni furono riferite
dal Lo Russo al Di Lauro che le
accettò. Quindi si concordò di incontrarsi
a Miano, zona dei Lo
Russo, ma il primo incontro non
andò a buon fine in quanto per i
Di Lauro non venne un personaggio
di fiducia della famiglia, non ricordo
chi fosse, ma per Pagano
non era sufficiente in quanto lui
voleva parlare con uno della famiglia
Di Lauro. Al successivo incontro
per i Di Lauro era presente
il figlio di Paolo, Nunzio Di Lauro,
mentre per noi erano presenti Cesare
Pagano, Salvatore Cipolletta,
Pasquale Riccio, Giovanni Esposito,
Enzo Notturno; per i Capitone
c'erano Salvatore Lo Russo e
“Lelluccio musso e scigna”, ossia
Raffaele Perfetto. L'accordo fu fatto
nei termini detti».
Piana in quell’occasione parlò anche
dei Prestieri. «Per quanto riguarda
l'anomalia dei Prestieri e,
cioè, che pur essendo rimasti con
i Di Lauro avevano le piazze di
spaccio in piena zona 167 ed abitando
al Monterosa, si decise che
non c'era problema e potevano
mantenere l'Oasi del buon pastore
anche se stava in territorio scissionista.
Questa situazione è precipitata
dopo l'arresto di Paolo Di
Lauro, Infatti i Prestieri che erano
non detenuti, ossia Antonio detto
“o’ nano” e Antonio Pica detto “Beverone”
decisero di passare con
gli scissionisti per continuare nelle
loro attività illecite»

giovedì 21 maggio 2009

Uno scorpione tatuato, simbolo del clan



Lo scorpione è furbo. Lo
scorpione è pericoloso. Lo scorpione
sa mimetizzarsi bene. N’è passato
di tempo da quando, poco più
che trentenne, organizzava gli sbarchi
di hashish sulle coste di Bacoli
per rifornire il clan dell’amico Paolo
Di Lauro. Gli spacciatori di Secondigliano
non avevano problemi a
vendere – ogni giorno – centinaia,
migliaia di stecchette di “fumo” ai
giovani napoletani. Bastava guardare
il simbolo impresso sulle “mattonelle”
di droga da 250 grammi:
quell’animale che spalancava le
chele e puntava la coda acuminata
era sinonimo di qualità, di merce di
prima scelta. E quindi di denaro,
montagne di denaro. Libano e Afghanistan,
alla fine degli anni Ottanta,
sono le capitali mondiali dell’hashish:
è lì che inizia la scalata di
Raffaele Amato nel traffico internazionale
di stupefacenti. Con i finanziamenti
e le coperture di Ciruzzo ’o
milionario, diventa uno dei più importanti
narcos d’Europa e dà vita
al “cartello dello scorpione”. Tutti i
gruppi criminali che trattano droga
hanno un simbolo, un marchio di
fabbrica: serve per differenziarsi, per
conquistare e mantenere le quote di
mercato. E Amato, pur senza aver
studiato economia, si dimostra fin
da subito un ottimo uomo marketing:
conquista il monopolio, in
Campania, per l’importazione di hashish
ed eroina, andando a comprare,
direttamente all’estero, i terreni
coltivati a oppio e canapa. In
poco tempo, diventa il “ministro del
Commercio” della holding criminale
di Secondigliano: a metà degli anni
Novanta, l’incontro con i grandi
trafficanti colombiani lo catapulta
nel business che conta. La cocaina.
Dalla Spagna inonda di polvere
bianca i ghetti controllati dal clan,
che macina guadagni stratosferici.
Si muove tra Madrid e Barcellona,
senza grossa difficoltà. Impara la lingua
e le usanze locali. Il cartello, ormai,
non ha rivali sulla piazza partenopea.
E lo scorpione inizia a diventare
un simbolo, un segnale di
appartenenza che gli affiliati più giovani
esibiscono con orgoglio sui muscoli
o sulle targhe delle auto, dove
– accanto ai numeri e alle lettere
identificativi – spunta la sagoma affusolata
del silenzioso killer del deserto.
Poi, arrivano la faida e il tempo dell’odio
contro la dittatura di Cosimo
Di Lauro, con oltre settanta morti lasciati
sull’asfalto. La fuga dopo la
clamorosa scarcerazione del 2006
segna il mutamento delle tecniche
di latitanza del capo degli “spagnoli”:
addio alle auto di lusso e ai guardaspalle
armati. Si muove da solo,
Amato, utilizzando bus e metropolitana.
Come i terroristi baschi dell’Eta
e, prima di loro, gli uomini delle
Brigate rosse. Cerca l’anonimato
nella folla, il padrino, finché da Napoli
non vengono sguinzagliati segugi
dal fiuto fino che lo braccano
fino all’ultimo viaggio. I poliziotti della
Squadra mobile e, in particolare,
quelli della sezione Narcotici arrivano
a lui seguendo le scie di altri
trafficanti di droga. È un giorno come
tanti altri, quando lo scorpione
in trappola non riesce a trovare un
nuovo anfratto in cui rifugiarsi e abbassa
l’aculeo avvelenato.
Dopo quarantott’ore, il colpo di grazia:
oltre sessanta arresti tra capi e
gregari del suo clan, dove la moda
dei tatuaggi ha sostituito lo scorpione
con la minacciosa frase: “Don’t
touch my family”. Non toccare la
mia famiglia.

«Uccisi per non aver tradito i Di Lauro



Fu un duplice omicidio
a convincere Francesco Abbinante
ad abbandonare il clan Di
Lauro e a passare dalla parte degli
scissionisti. Le vittime erano
due persone soprannominate “’o
po” e “spirito”, uccisi nel gennaio
del 2004 dagli scissionisti per
essersi rifiutati di lasciare i Di
Lauro. A riferire i particolari è il
pentito Giovanni Piana, le cui dichiarazioni
sono state inserite
nelle duemila pagine dell’ordinanza
emessa dal gip Laviano su
richiesta dei pm della Dda Castaldi
e Cannavale. Un maxi-blitz
che l’altro ieri ha decimato il clan
Amato-Pagano, protagonisti di
una sanguinosa faida di camorra
a Scampia. Il collaboratore in
questione, Giovanni Piana, era il
braccio destro del boss Abbinante,
di cui gestì la latitanza
proprio durante il periodo della
guerra. Di Piana si serviva come
factotum ed ambasciatore. Proprio
per questo rapporto con il
boss, Piana è in grado di riferire
dei particolari sconosciuti su alcuni
episodi delittuosi. Tra questi,
il duplice omicidio di “’o po”
e ”spirito”, nel gennaio del 2004.
«Ho saputo i fatti da Arcangelo
Abete durante un incontro che
questi ebbe, a Marano, con Francesco
Abbinante a cui io ho presenziato.
Questo incontro avvenne
tra il marzo e l’aprile 2004.
Fu Abbinante Francesco a chiedere
spiegazione ad Abete di
quanto accaduto ai due soggetti
che so chiamarsi Duro e Panico.
Gli Abbinante passano dai Di
Lauro all’Alleanza scissionista
poco dopo l’omicidio di cui stiamo
parlando. Abete gli spiegò
che l’omicidio avvenuto a Mugnano
era stato motivato dal fatto
che i due soggetti allora referenti
dei Di Lauro a Mugnano
avevano deciso di rimanere fedeli
al gruppo di Ciruzzo e di non
passare con Amato. Infatti in
quel periodo, ci disse Abete,
Amato era tornato dalla Spagna
in Italia e si appoggiava proprio
a Mugnano al fine di contattare
tutti i personaggi di spicco del
clan Di Lauro per convincerli ad
abbandonare detto clan e a passare
con l’alleanze degli scissionisti.
Non essendovi riuscito con
Duro e Panico decisero di ucciderli.
Difatti i due soggetti furono
invitati ad un incontro durante
il quale gli fu chiesto di
passare con gli scissionisti, Abete
non ci disse chi era presente
per gli scissionisti a quest’incontro.
Visto il loro diniego, mentre
i due rientravano dall’incontro
a bordo di una Smart vennero
uccisi da un commando formato
dallo stesso Arcangelo Abete
ed ancora da altri soggetti già
passati con gli scissionisti e cioè:
Ciro Mauriello, Gennaro Marino,
Vincenzo Notturno ed il fratello
Gennaro».

La doppia vita degli insospettabili



Dirigente della multinazionale
svedese Ikea, Michele Orabona
curava in prima persona gli
interessi economici del clan provvedendo,
ad influenzare le strategie
d’investimento, avvalendosi
quale copertura anche del suo lavoro
lecito che gli ha consentito di
muoversi nel tessuto economicofinanziario
altrimenti precluso al
resto degli affiliati al clan. A dimostrazione
del ruolo svolto da
Orabona il gip riporta una conversazione
del 18 novembre a bordo
della vettura Mini Cooper tra Orabona
e i coniugi Barbato. In questa
circostanza Orabona ammetteva
di aver favorito, in prima persona,
gli esponenti del clan Amato
permettendo loro di avere un
accesso privilegiato al sistema
bancario anche a livello internazionale.
Infatti, il dirigente Ikea così
disse: «Si però tu…chiedere i
piaceri.... Annamaria le cose che
hanno avuto a Barcellona cominciando
da Cesarini che andammo
nell’agenzia, ci presentammo documenti
conto correnti non poteva
avere niente,
disse grazie,
dissi ma
io non devo
avere i soldi,
grazie basta...
a me interessa questo uomo si
scorda le cose che ha fatto». In seguito,
rivolgendosi ad Anna Maria
Amato: «Perché tu qualsiasi cosa
devi avere ..tu hai sempre avuto
una mano .. ricordati di questo».
Un primo indicativo indizio del- Lʼarresto di Annamaria Madonna e Antonio Ferraro
proprio origini, e non vengono più percepiti come legati ad attività che
portano morte ed imbarbarimento del sistema sociale di un intero
pezzo del paese. Chi contribuisce a tale attività non è meno pericoloso
del killer a cui viene armata la mano o dei soggetti a cui si dà mandato
di riscuotere l’estorsione». Negozi, salumerie, agenzie musicali
(“Trionfo” di Melito), bar, caseifici, concessionarie: sono solo alcune
delle molte attività in cui venivano riciclati i soldi. E poi c’era il denaro
guadagnato con le estorsioi: Racconta il pentito Bruno Pianese: «Per i
negozi le mazzette dai 2mila ai 5mila euro al mese. Per i cantieri il
denaro veniva calcolato a percentuale sul lavoro: se vi era un lavoro di
200mila euro la ditta doveva consegnare al clan 20mila euro».
l’organicità di Orabona si ebbe a
settembre 2005, quando prese parte
ad una riunione tenutasi all’interno
dell’ipermercato “Ipercoop -
Medì” di Teverola, dove presenziò
Carmine Amato, nipote dell’Amato
Raffaele, il quale intervenne all’incontro
con al seguito un nutrito
gruppo di affiliati con il preciso
compito di scorta del giovane rampollo
nipote del capo clan. Il vertice
del clan doveva tracciare le linee
programmatiche d’investimento
dei proventi illeciti. A tal
proposito Orabona confermò a
Barbato la sua propria disponibilità.
Prima di passare con gli Amato,
Orabona aveva militato per il
clan Di Lauro: «Nei tempi di guerra
Michele fuggiva sempre». Orabona
aveva coinvolto nei suoi affari
anche i familiari: i fratelli Vincenzo
e Michele, e la moglie Adele
Salzano, tutti
consapevoli degli
affari illeciti del loro
congiunto. Scrive
il gip: «La circostanza
da il senso
della pericolosità di tali soggetti
che conducono una vita apparentemente
lontana dà ogni logica criminale,
in particolare la Salzano risulta
anche essere inserita, con
funzioni di responsabilità, in una
casa-famiglia sita in Qualiano.

«Nocera giustiziato dal suo clan»



Non c’erano sconti per
chi sbagliava. La punizione arrivava
implacabile e a distanza di
poco tempo. Chi osava agire di
propria iniziativa e disobbedire agli
ordini dei capi sapeva già di non
avere scampo. Da quando aveva
ucciso una persona fuori al bar Zelinda
a Scampia senza chiedere il
permesso al capo-clan, Mariano
Nocera era diventato un morto che
cammina. E lo sapeva. E sapeva
anche che la richiesta di intercessione
ad Abbinante non lo avrebbe
salvato: fu ucciso il primo settembre
del 2004 su ordine del boss
Cosimo Di Lauro come punizione.
A riferire i particolari è il pentito
Giovanni Piana. «Ho conosciuto
personalmente solo Cosimo Di
Lauro, Ciro Di Lauro, nonché Nunzio
e Marco, ma con questi ultimi
due ho avuto solo sporadici incontri.
Ho incontrato Cosimo e Ciro
prima della faida di Secondigliano
e precisamente nel periodo in cui
a Secondigliano venne ucciso Mariano
Nocera, questa persona legata
al gruppo Abbinante. Cosimo
Di Lauro ci mandò a chiamare. Il
Cosimo Di Lauro voleva fra capire
alla famiglia Abbinante che lui era
il capo e che tutto veniva gestito
da lui. Ci disse che lui aveva preso
il posto del padre e che voleva
eliminare tutte le persone anziane
del gruppo per lasciare spazio ai
giovani. Ci disse che a Secondigliano
non si poteva fare niente
senza il suo preventivo consenso;
in particolare Di Lauro si riferiva al
fatto che Mariano Nocera, prima
di essere ucciso aveva commesso
l’omicidio di una persona che non
conosco ma posso precisare che
detto omicidio è stato commesso
fuori dal bar Zelinda. Il Nocera aveva
commesso detto omicidio senza
avvisare nessuno e lo aveva
commesso perché l’ucciso doveva
dargli dei soldi derivanti dal traffico
di sostanza stupefacente. Detto
omicidio è stato commesso dal
Mariano Nocera da solo e senza
l’appoggio di nessuno. Cosimo Di
Lauro ci fece capire che era stato
lui a commissionare l’omicidio del
Nocera». Continua Piana: «Dopo la
consumazione da parte del Nocera
dell’omicidio davanti al bar Zelinda,
questi temeva per la sua incolumità
tanto è vero che si impressionò
del fatto che una motocicletta,
a suo dire, la stava seguendo.
Mi riferì detta circostanza
ed io lo accompgnai da Francesco
Abbinante, all’epoca latitante,
il quale mi invitò di mandare a Cosimo
Di Lauro l’imbasciata che il
Nocera aveva sbagliato ma comunque
era suo amico e pertanto
poteva essere perdonato. Io ed Giovanni
Esposito ci recammo da Fulvio
Montanino, all’epoca braccio
destro di Di Lauro, e gli dicemmo
quanto riferitoci da Abbinante con
la preghiera di informare Di Lauro.
Fatto è che lo stesso pomeriggio il
Nocera venne ucciso».
«Quando è stato ammazzato l’Arciello
io mi trovavo a Forte dei Marmi
con Francesco Abbinante, all’epoca
latitante. Dimoravamo in
una villetta presa in affitto. Durante
detta permanenza a Forte dei
Marmi io comunque all’incirca
ogni settimana facevo rientro a Napoli
e, durante uno di questi viaggi,
ho saputo dell’omicidio Arciello,
per come riferitomi dallo stesso
Nocera. Io, risalito a Forte dei Marmi,
riferii il tutto ad Francesco Abbinante,
all’epoca unico della famiglia
ad essere libero».

A 17 anni fece pestare ladro d’auto



Aveva solo 17 anni
quando ordinò il pestaggio di un
ladro che aveva sfidato il clan rubando
il motorino della sua fidanzata.
Raffaele Amato jr, nonostante
fosse minorenne, era già
una figura di vertice degli scissionisti.
Detenuto per una rivolta
contro le forze dell’ordine, Amato
jr è stato raggiunto in carcere dall’ordinanza
di custodia cautelare
che ieri mattina ha decimato il
gruppo Amato-Pagano. La rapina
dell’autovettura della fidanzata del
giovane boss e il successivo sequestro
di persona e pestaggio
del ladro da parte degli affiliati,
realizzano il concetto di controllo
del territorio e delle attività criminali
da parte dell’organizzazione
camorristica. Nella serata del
6 aprile 2006 Maurizio Errichelli
telefonò a Oreste Sparano ed a
Antonio Ciccarelli, affiliato ai Licciardi,
chiedendo il loro aiuto in
quanto aveva bloccato un ladro
che si era impossessato dell’auto
di Valeria Ostetrico, allora fidanzata
di Amato jr. Arrivati sul posto,
Ciccarelli scopriva di conoscere
il rapinatore che era originario
del suo stesso quartiere. Per
punizione il rapinatore, che aveva
agito in concorso con tale “Umberto
’o biondo”, fu ammanettato
e poi pestato violentemente. Decisiva
per ricostruire la vicenda è
l’intercettazione ambientale tra
Sparano, Ciccarelli, Errichelli e
Antonio Amoruso (il ladro).
Ciccarelli: «Antonio (ndr lo chiama
per nome il ladro, in quanto lo
riconosce)...ma come ti sei trovato
a rubare qua...?».
Sparano: «Pure con la pistola te
la sei presa?...Mannaggia la Madonna.
Senti, “Capa Janca” (ndr,
Raffaele Amato jr) adesso che
esce, non sai con chi stai avendo
a che fare? Era meglio che ti prendevano
le guardie...fratello».
Amoruso: «Ma io stavo a rubare
».
Sparano: «A Secondigliano non
si ruba».
Il giovane rapinatore viene sequestrato
dagli affiliati al clan, per
conto dell’Amato jr. Il primo a
bloccarlo è Errichelli, poi interviene
Sparano che lo investe con
insulti e minacce, tant’è che il ragazzo
viene portato in un altro
luogo rispetto a quello dove viene
bloccato, ossia un box nella
219 di Melito. Dopo il pestaggio
Sparano commenta con Amato jr
quanto successo.
Amato jr: «Stava fatto a cocaina
».
Sparano: «Hai visto quanti
schiaffi che ha avuto?».
Amato jr: «Io lo vedevo tutto “appappagallato”,
tutto imballato,
quello adesso è uscito da carcere...
che cazzo ne sa lui...Secondigliano
».
Sparano: «’O Lello proprio a guardie
proprio abbiamo lavorato...con
i vetri neri».
Anche da questa conversazione
emerge chiaramente che Sparano
e gli altri hanno picchiato il
giovane e si gloriano del fatto che
il loro intervento si è pienamente
sostituito in maniera efficace a
quello delle forze dell’ordine, nel
senso che è come se lo avessero
arrestato con conseguente punizione
che, secondo la loro ottica,
avviene immediatamente attraverso
la aggressione e le sevizie.

ECCO I 114 INDAGATI DELL’OPERAZIONE “C3”



ANDREOZZI FRANCO nato a Napoli il 6.6.1973 detto “Franchetiello o’ cinese”
AMATO ANNA MARIA nata a Napoli il 11.8.1961, libera
AMATO RAFFAELE nato a Napoli il 16.11.1965, detto “O Lello”, “’a Vecchia” o “A Vicchiarella”
AMOROSO ANTONIO nato a Napoli il 1.2.1987 , detenuto per altro
APREA FRANCESCO nato a Napoli 23.11.1967
ARDIS AGOSTINO nato a Rossano il 28.8.1954 detto “Franchetiello anni 60”
ARUTA ANTONIO nato a Napoli il 10.3.1949, detto “Tonino o’ Bitt”
BARONE SALVATORE nato a Napoli il 25.5.1953
BARRETTA BERARDINO nato ad Aversa il 1.9.1985
BIANCOLELLA FRANCESCO nato a Mugnano il 7.7.1951 detto “Ciccio o monaco”
BUONO ANTONIO nato a Napoli il 20.6.1964
BUONO MARIO nato a Napoli il 16.1.1985, detenuto per altro
CAIAZZA CIRO nato a Napoli il 18.12.1959
CALZONE RITO nato a Napoli il 3.5.1974, detto “Pisano”
CAMPANILE LUANA nata a Napoli il 11.8.1981
CAMPANILE TABATA nata a Napoli il 26.5.1984
CANDONE GIOVANNI nato a Napoli il 6.1.1974
CENTRULO PIETRO nato a Napoli il 9.2.1973
CICCARELLI ANTONIO nato a Napoli il 4.10.1986
DIANO LUIGI nato a Casavatore il 22.10.1982 detto “Cicciotto” , detenuto per altro
DI DOMENICO GIUSEPPINA nata a Napoli il 11.8.1978
DI NARDO ANNAMARIA nata a Napoli il 25.3.1960
DI PERNA TERESA nata Napoli il 5.5.1973 detta “Susetta”
DISCETTI CARMINE nato a Napoli il 17.11.1971
ESPOSITO FRANCESCO nato a Napoli il 27.1.1966 detto “Franchetiello sparami in petto”
ESPOSITO PATRIZIO nato a Napoli il 18.2.1984 detto “Turam”, “‘ Cantante”, “’o fi glio do Cantante”
FERONE GIUSEPPE nato a Casavatore il 30.5.1965
FERRARO ANTONIO nato a Napoli il 30.12.1973
FUSARI RICCARDO nato a Perugia il 18.1.1963
GARGIULO GENNARO nato a Napoli il 10.5.1959 detto Caramella detenuto per altro
GATTI GIOVANNI nato a Napoli il 18.7.1985
GRANDELLI MAURIZIO nato Napoli il 22.12.1983 detto “Paperino”
IRACE FRANCESCO nato a Napoli il 28.4.1972 detto “Cicciotto”
LANZA DI BROLO ANTONIO nato a Napoli il 3.8.1966 detto “’O Gigant”
LICCARDO PASQUALE nato a Mugnano di Napoli il 1.4.1947 detto “Caccone”
LIGUORI MASSIMILIANO nato a Napoli il 21.12.1972
MADONNA ANNAMARIA nata a Napoli il 28.5.1974
MAGNETTI ANTONIO nato a Napoli il 13.6.64
MAISTO RAFFAELE nato a Napoli il 1.6.1971 detto “Lello a palla”
MANGIAPILI CASTRESE nato a Mugnano di Napoli il 8.10.1963, libero
MARINO NICOLA nato ad Arzano il 25.1.1956, libero
MARRA MASSIMILIANO nato a Napoli il 16.6.1973, libero
MARRONE RAFFAELE nato a Napoli 24.1.1977, detenuto per altro
MARRONE TERESA nata ad Aversa il 19.4.1978 detta “Nichita”, libera
MATRISCIANO GIACINTO nato a Napoli il 3.10.1987, libero
MIGLIACCIO OTTAVIO nato a Napoli il 18.10.1979, libero
MORANO FRANCESCO nato a Napoli il 25.4.1984, libero
MORMONE GENNARO nato a Napoli il 9.1.1983 detto “Pocchiacca”, libero
MUSELLA VINCENZO nato a Napoli il 6.12.1985, libero
MUSTO DAVIDE nato a Napoli il 26.6.1970, libero
NOTTURNO ENZO nato a Napoli il 25.8.1977 detto “Vettor” o “Vittorio”, detenuto per altro
ORABONA ANTONIO, nato a Napoli il 20.13.1974, libero
ORABAONA MICHELE nato a Napoli il 7.3.1966, libero
ORABONA VINCENZO nato a Napoli il 2.1.1970, libero
PAGANO ELMELINDA nata a Casavatore il 12.5.1965, libera
PAGANO ROSARIA nata a Casavatore il 12.5.1965, libera
PAGANO VINCENZO nato a Casavatore di Napoli il 14.3.1964 detto zio Vincenzo, libero
PEZZELLA GAETANO nato a Casavatore il 1.12.1955 detto “o’ Tecnologo” , libero
POZONE GIUSEPPE nato a Napoli il 28.6.1984, detenuto per altro
ROMANO STEFANO nato ad Avellino il 5.1.1957, libero
SICILIANO DAVIDE nato a Napoli il 31.12.1986 detto “Capitone” , libero
SPINELLI GIOVANNI nato a Napoli il 12.9.1981, libero
STORNAIUOLO SALVATORE nato a Napoli il 14.5.1971, libero
TAZZA RAFFAELE nato a Napoli il 9.9.1963, libero
TRINCHILLO COSTANTINO nato a Napoli il 5.5.1986 detto Tino, libero
UZZI CIRO nato a Napoli il 7.9.1965 , libero
VINCIGUERRA MASSIMILIANO nato a Napoli il 15.1.1975 detto “Capucchione” detenuto per altro
I 36 LATITANTI
ABETE MARIANO nato a Napoli il 9.8.1948
AMATO CARMINE nato a Napoli il 22.3.1981, detto “Carmine a vicchiarella”
AMATO ELIO nato Napoli il 26.2.1972, detto Eliuccio, “o chiattone”, “Giovanni o chiattone”
BARBATO SALVATORE nato a Napoli il 1.2.1961, detto “‘o Barbirere”
BASTONE GIUSEPPE, nato a Napoli il 24.6.1981
CAIAZZA ANTONIO nato a Napoli il 12.1.1982 detto “Chiummariello”
CALZONE CARMINE, nato a Napoli il 18.9.1975, detto “Iacolino”, “Iacopino”, “a’ golia”
CARRIOLA LUCIO detto Lucio nato a Napoli il 29.11.1974
CERRATO CARMINE nato a Napoli 14.12.71 detto “Takendò”
CERRATO CARMINE nato a Napoli il 6.10.1976 detto “Carminiello a recchia”
CHIANESE ANDREA nato a Mugnano (NA) il 26.3.1973 detto “Macchiulillo”
CIPRESSA GIUSEPPE nato a Napoli il 14.8.1961 detto “Polpaccio”
COSTAGLIOLA GIUSEPPE nato a Napoli 19.2.1984 detto “Scicchilotto”
D’AGNESE DANIELE nato a Napoli il 29.1.1984 detto “Daniele”
DE MARCO VINCENZO nato a Napoli il 19.12.1965 detto “Enzo”
DURACCIO ANTONIO nato a Napoli 23.4.1980 detto “o’ Chicco”
ERRICHELLI MAURIZIO nato a Napoli il 18.9.1985 detto “Gorilla” o “’O Mostro”
FRANCESC ONE DAVIDE nato a Napoli 22.6.1984
FRASCOGNA MASSIMINO nato a Mugnano di Napoli il 24.4.1972 detto “Massimino o niro”
GALLUCCI GENNARO nato a Napoli il 21.3.1972 detto “Genny a’ puttana”
GRASSO CARMINE nato a Napoli il 17.7.1973 detto “Carminiello a madama”
GUARINO ANGELO nato a Melito (NA) il 16.9.1984
GUARRACINO PAOLO nato a Napoli il 29.7.1976
LIGUORI GENNARO nato a Napoli 17.10.1982
LIGUORI MARCO nato a Napoli il 17.6.1985
MARINO SALVATORE nato a Napoli 11.4.1963 detto “Gargamella” , libero
MARRONE ANTONIO nato a Mugnano di Napoli il 26.2.1974 detto “O Pecc” , libero
MUROLO FORTUNATO nato a Napoli il 29.12.1970 detto “Sasamen” o “Nanduccio”, libero
PAGANO CARMINE nato a Napoli 5.11.1984 detto “Angioletto”, libero
PAGANO CESARE nato a Napoli il 22.10.1969 detto “Cesarino”, libero
PAGANO DOMENICO Antonio nato a Napoli il 3.9.1966 detto Mimì o zio Mimì, libero
POMPILIO ANTONIO nato a Napoli il 28.4.1977 detto “O Cafone”, “’o fi glio da’ Cafona”
ROSELLI SALVATORE nato a Napoli il 20.2.1976 detto “Frizione”, libero
RUGGIERO LAZZARO nato a Mugnano di Napoli, il 7.2.1975 detto “Pazzariello”, libero
SPARANO ORESTE nato a Napoli il 3.3.1986, libero
SPERA VINCENZO nato a Napoli il 10.7.1978, libero
GLI 11 A PIEDE LIBERO
ABETE ANNA nata a Napoli il 22.11.1972
DANESE BRUNO nato a Napoli il 12.4.1975
DI MAIO VINCENZO nato a Napoli il 9.7.1974 detto “Vincenzo l’elettrauto”, detenuto per altro
FERRARA CARLO nato a Napoli il 12.11.1965, detenuto per altro
GIARDINO UMBERTO nato a Napoli il 30.5.1969
LUONGO PATRIZIA nata a Napoli il 19.5.1969
OSTETRICO VALERIA, nata a Napoli il 31.5.1984
PAROLISI ANDREA nato a Grumo Nevano il 12.1.1967 detto zia piccolina o zia chiattona
PEZZELLA ANTONIO nato a Casavatore il 14 .11.1954 , libero
PESCE MARIO nato ad Aversa 1.7.1979 detto “Maresciallo” od “o fi glio d’o marisciall”
TUFANO PASQUALE nato a Napoli il 5.4.1982 detto Lino, o’ Chiatto, detenuto per altro
Scene di disperazione dei familiari allʼuscita dalla caserma dei carabinieri. A destra una donna consegna due pacchetti di sigarette ad un arrestato
Gaetano Pezzella soprannominato
“’o tecnologo” gestiva
gli affari telematici del clan
ma era pronto ad impugnare
le armi: «Se non vi sta bene
datemi una mitraglietta e
cambio subito lavoro»

In fuga Pagano, il boss incensurato



Tra i latitanti c’è anche
Cesare Pagano, il cognato del boss
Raffaele Amato, ritenuto un personaggio
di spicco nell’organizzazione
criminale, eppure con la fedina
penale completamente pulita. A
parlare di lui è il pentito Giuseppe
Misso “’o chiatto”, durante un interrogatorio
del 7 giugno 2007. «Di
Cesare Pagano ho sentito parlare sia
prima che durante la faida di Secondigliano.
Infatti, il cognato di
Amato Raffaele, era come questi affiliato
al clan Di Lauro, a seguito dello
scontro interno al clan si crearono
due fazioni, una che faceva capo
ai Di Lauro ed in particolare era comandata
in quel periodo da Cosimo
Di Lauro coadiuvato dai fratelli Marco
e Nunzio. Dall’altro lato vi era proprio
Raffaele Amato, detto “’o lello”.
In questo periodo, che sarebbe quello
antecedente alla fase cruenta della
faida, Amato si recò in Spagna da
dove organizzò la scissione e la successiva
vendette nei confronti dei
Di Lauro. Il cognato Pagano, in questo
periodo e successivamente, rimase
quale rappresentante sul territorio
del Napoletano del gruppo
che si era scisso. Il suo ruolo di capo
si delineò in quel periodo. Durante
la faida sia i Di Lauro che gli
scissionisti inviò emissari per chiedere
un appoggio, anche militare,
da parte del clan Misso. Anche perché
in quel periodo il nostro clan era
un clan egemone».

Una donna mandante di un omicidio



C’è anche una donna tra
gli indagati per i tre omicidi chiariti
dagli inquirenti nel corso dell’inchiesta:
Teresa Marrone detta “Nikita”.
Insieme con lo zio, Antonio,
avrebbe avuto
un ruolo non da
pistolera nell’organizzazione
dell’agguato
costato la vita a
Salvatore
Dell’Oioio, uno
“scissionista” che aveva “sgarrato”
e fu punito dal suo stesso clan, ma
da basista. Così come per le altre
due vittime: Luigi Barretta e Carmine
Amoroso. Per quest’ultimo
delitto sono finiti nel mirino i due
capiclan: Raffaele Amato e il cognato
Cesare Pagano. Dell’Oioio fu
assassinato a Qualiano il 24 febbraio
2005 e secondo i pentiti Andrea
Parolisi e Giovanni Piana gli
costò la vita la decisione di aver abbandonato
il gruppo di fuoco con
base a Varcaturo per trasferirsi a
Mugnano. Secondo l’accusa (naturalmente
per tutti gli indagati vige
il principio della presunzione d’innocenza
fino a eventuale condanna
definitiva) i suoi movimenti erano
controllati da “Nikita” e dallo zio
Antonio Marrone, i quali l’avrebbero
attirato in una trappola. I presunti
esecutori materiali invece non
sono stati ancora individuati dalla
Dda (procuratore
aggiunto
Pennasilico, pm
Cannavale e
Castaldi) e dalla
Mobile della
questura (dirigente
Pisani, vice
questori Curtale, Vasaturo e Morelli).
I collaboratori di giustizia puntano
il dito soprattutto su Vincenzo
Notturno, ras di spicco degli “scissionisti”,
e Giovanni Esposito, ma
mancano i riscontri e i loro nomi
non sono stati iscritti nel registro
degli indagati.
Luigi Barretta fu ammazzato a Crispano
il 9 maggio 2005 e la procura
ritiene responsabili Bruno Danese,
Salvatore Cipolletta, Ciro e Antonio
Caiazza, Antonio, Carmine e
Antonio Amato. Mentre Carmine
Amoroso morì due mesi più tardi e
in tre figurano come indagati: Raffaele
Amato, Cesare Pagano e Salvatore
Cipolletta. Di tutti e tre i delitti
ha parlato Parolisi, ma in particolare
di Dell’Oioio.
«Innanzitutto - ha sostenuto - va
detto che insieme a dell'Oioio, durante
la faida si appoggiavano da
noi a Mugnano anche altri due killer
facenti parte del gruppo di fuoco
degli Scissionisti durante la faida,
ossia Barretta Luigi e Guarracino
Paolo. Quando stava per finire
la fase più cruenta della faida,
Salvatore prima e gli altri due, Luigi
e Paolo, successivamente, dissero
ad Amoruso che volevano rimanere
definitivamente a Mugnano
in quanto il resto degli Scissionisti
che stavano a Varcaturo erano
ancora chiusi nelle case di appoggio
e non potevano muoversi tanto,
mentre loro, nella nostra zona, erano
molto più liberi e più tranquilli.
Amoruso disse che se loro dovevano
stare a Mugnano lo stipendio
glielo poteva corrispondere il nostro
gruppo, dandogli 3.000 euro al
mese più qualche regalo extra. Ciò
significava che i tre, e soprattutto
Salvatore, non si recavano più spesso
a Varcaturo. Di tale situazione
Pagano Cesare e gli altri Scissionisti
non erano contenti.

mercoledì 20 maggio 2009

IL DUPLICE DELITTO DI “CAPECECCIA”



Lo pedinarono fino a
quando non ebbero la certezza
di eliminarlo. Purtroppo con
lui c’era anche un’altra
persona: testimone scomodo
che per questo fu assassinato.
È il duplice omicidio di
Annibale Cirillo detto “Mimì
“’o lupanaro” e Luigi Pirozzi,
avvenuto il 25 marzo del 1992.
È lo stesso esecutore
materiale, Antonio Ruocco, a
raccontarlo ai magistrati della
Direzione distrettuale
antimafia di Napoli. «Colui che
reggeva le fila del mio ex
gruppo era “Mimì ’o lupanaro”
e perciò doveva essere
ammazzato». Comincia così il
suo racconto che poi entra nel
vivo precisando una serie di
particolari che non sarebbero
mai potuti essere scoperti
senza le confessioni. «Io e
Negri ci fermammo a dormire
in un albergo a Roma. Il
pomeriggio successivo, intorno
alle 16, ritornammo a
Mugnano, ma questa volta solo
io ed il Negri. Girammo per il
paese per diverso tempo e solo
in serata, ricordo più o meno
all’orario in cui stava iniziando
una partita di calcio, notai
“Mimì ’o lupanaro” in una via
chiamata del Ritiro». Poi il
racconto dei particolari del
delitto: «Mimmo era in
compagnia di una persona che
io sapevo chiamarsi Pirozzi e
che non aveva mai visto in
precedenza, sapevo che
Pirozzi era il vero proprietario
dell’auto e che lo stesso era
stato indicato come uno degli
autori dell’agguato a mio
fratello Sebastiano. Fermai
l’auto a circa dieci metri di
distanza e aprii lo sportello
silenziosamente. Scesi
dall’auto e mi portai vicino alla
macchina. Ero armato con un
fucile safari nel cui caricatore
avevo inserito otto cartucce. Il
finestrino dell’auto era aperto.
Non mi curai delle persone che
si trovavano a bordo di
un’altra auto. A circa tre metri
esplosi il primo colpo che
ammazzò Pirozzi. E poi colpì
Mimmo. Dopo mi misi in
macchina e con Negri
percorremmo la strada
dell’andata. Lunga il percorso
buttai il fucile in un cassonetto
della spazzatura.

La testa mozzata del cavallo preferito



Antonio Ruocco aveva
tradito e per questo andava punito
nel modo peggiore. Con la vita
e se non ci fossero riusciti avrebbero
ucciso chi gli era vicino. Ma
la prima vittima fu un cavallo al
quale il ras nemico teneva particolarmente.
Lo rapirono e gli mozzarono
la testa che fu esposta a casa
di Peppe “Capececcia”. Un atto
dimostrativo che segue ad altri
dimostrativi ben più gravi. «Vi fu
un primo episodio, riuscimmo a
localizzare Ruocco in un appartamento
di Mugnano e si prepara il
seguente gruppo di fuoco: Raffaele
Abbinante, Enrico D’Avanzo,
Raffaele Amato, Ciro Vitale e Salvatore
Petrozzi - dice Maurizio
Prestieri - Andarono tutti sul posto
muniti di taniche di benzina
per incendiare la casa, cosa che
fecero ma Ruocco di salvò mettendosi
sotto la doccia con l’acqua
aperta». Nella tragedia lo stesso
Prestieri racconta un risvolto tragicomico.
«Quando D’Avanzo esce
dalla casa in fiamme si aspettava
di trovare Abbinante con la macchina
ad attenderlo e vide lui che
già partiva, fortunatamente “Papele”
si accorse che non aveva con
se D’Avanzo e tornò indietro a
prenderlo». Poi c’è l’episodio del
raid contro il cavallo del ras nemico.
«I Di Lauro rapirono un cavallo
al quale Ruocco teneva moltissimo,
gli tagliarono la testa e la
portarono davanti alla casa di Peppe
“Capaceccia”. A farlo furono
Lello Amato, e Vitale detto “il tapezziere”
». La genesi della faida di
Mugnano avvenne nel 1991 quando
Antonio Ruocco, che era il capo
della zona per conto dei Di Lauro,
iniziò a capire che “Ciruzzo”
guardava con favore Gennaro Di
Girolamo detto “’o niro”. Questo
atteggiamento fece andare su tutte
le furie Giuseppe Ruocco che la
sera stessa si armò, andò sotto casa
di Di Girolamo e riuscì ad ucciderlo.
«Venne dai noi Prestieri, essendo
ancora vivo mio fratello Raffaele
che era, come da me già precisato,
il capo assoluto del clan per
le zone della 167 e per i comuni a
nord di Napoli tra cui anche Mugnano.
Vennero Giacomino detto
“a femmenella” e Salvatore De Girolamo.
Per questo decidemmo di
uccidere Ruocco», cosa questa
che non è mai avvenuta.

«Così sono morti i miei fratelli



È il racconto di un fratello,
che pur se camorrista, pur se
reo-confesso di atroci delitti, parla
di una strage che lo ha colpito nel
profondo e in prima persona. In un
agguato studiato a tavolino dai camorristi
del clan Ruocco, prima alleati
e poi nemici giurati dei Di
Lauro, furono assassinati Raffaele
e Rosario Prestieri, fratelli di Maurizio,
il 18 maggio del 1992, nel loro
quartier generale, il rione Monterosa.
Un delitto nel quale moriroro
cinque persone e fu ribattezzato
“strage” del Monterosa. E sono
oltre 20 i delitti ricostruiti dai pentiti.
Questa una parte del racconto
di Maurizio Prestieri ai pm della
Dda di Napoli: «Mio fratello Raffaele
il lunedì mattina come suo solito
si recò presto al bar “Fulmine”
per cambiare degli assegni. Lì trovò
Raffaele Abbinante, Guido Abbinante,
Antonio Esposito, che è
vigile urbano ed è fratello di Gennaro
’o curto affiliato alla Masseria
Cardone, Franco Cimmino affiliato
al clan Limelli-Vangone, Francesco
Murolo nostro affiliato, Domenico
Abbate nostro affiliato, Aniello
Quarto, nostro affiliato e Rosario
Prestieri». Nessuno poteva neanche
immaginare quello che sarebbe
accaduto di li a pochi istanti. Un
commando di fuoco era già pronto
con le armi in pungo per sferrare
un colpo decisivo alla cosca nemica.
«Mio fratello si intratteneva a
parlare con Franco Cimmino, ad un
certo punto Raffaele Abbinante si
allontanava verso la salumeria del
“casaro”, si attendeva anche l’arrivo
di Rosario Pariante, il quale non
raggiunse mai il Montererosa perché
quando era giunto al ponte di
Melito ebbe già la notizia della strage
», dice il pentito. Poi il racconto
dell’azione di fuoco così come gli
è stata riferita da chi era presente
al raid. «Improvvisamente sopraggiunsero
due autovetture con a
bordo il gruppo di fuoco dei Ruocco
di cui faceva parte sicuramente
Giuseppe Ruocco. I killer in totale
sono cinque muniti di mitragliette
i quali scendono simultaneamente
dalle auto e iniziano a far fuoco
sugli uomini presenti fuori al bar
“Fulmine”». Parole precise anche
sulla fine dei due fratelli. «Per come
mi è stato riferito Giuseppe
Ruocco munito di kalasnikov si dirige
direttamente su mio fratello
Raffaele colpendo con una sferragliata
di mitra, mio fratello Rosario
nell’intento di distogliere il killer da
“Elluccio” prende il braccio di Peppe
“Capececcia” attirando il kalasnikov
verso il proprio petto e morendo
egli stesso». Nell’agguato veniva
colpito anche Domenico Abbate
e Aniello Quarto. Solo Franco
Murolo pur se gravamente ferito
sopravvisse per poco morendo poi
in ospedale. Furono solo feriti Franco
Cimmino, Antonio Esposito e
miracolosamente sopravvissero
Guido e Raffaele Abbinante. Questo
degli Abbinante fu un giallo che
è scritto nero su bianco a pagina
51 dell’ordinanza di custodia cautelare.
«Era strano che da quello
scempio siano sopravvissuti solo
gli Abbinante, ben noti a “Capececcia”.
Per quanto è successo dopo
la strage e per il modo in cui
hanno agito gli Abbinante non
escludo - riferisce Prestieri - che in
quella occasione i due possano
aver indicato ai killer la presenza
di mio fratello»

La feroce risposta: ammazzata la mamma del ras



La vendetta fu atroce e veloce. Per la strage del Monterosa i
ras non ebbero pietà e organizzarono la controffensiva. Una
settimana dopo a quel delitto fu assassinata Angela Ronga, madre di
Antonio Ruocco. È sempre Maurizio Prestieri a fare luce sul delitto
consumatosi nel 1991. «Questo omicidio viene deciso da Paolo Di
Lauro, Rosario Pariante e Raffaele Abbinante. So di questi fatti
perché ne abbiamo parlato nel clan centinaia di volte e quindi sono
certo di questi particolari e nello specifico della morte della madre di
Capececcia». E sono particolari raccapriccianti come lo sono i
particolari di qualsiasi omicidio di camorra in particolare di donne
che non hanno nulla a che fare con la malavita ma si trovano nel
posto sbagliato o in compagnia sbagliata. «Ricordo che Paolo Di Lauro
fece sapere ad Antonio Ruocco che se avesse commesso gravi fatti di
sangue lui gli avrebbe ucciso la madre ecco perché viene uccisa
Angela Ronga. Su questo fatto eravamo concordi anche io, mio
fratello Raffaele, Raffaele Abbinante e Rosario Pariante». Poi
racconta della dinamica dell’agguato. «Ho saputo che i killer erano a
bordo di due moto, la prima era guidata da Massimiliano Cafasso e
dietro c’era Guido Abbinante, la seconda da Ciro Vitale e dietro vi era
Raffaele Amato. Le due moto arrivarono a Mugnano dove la signora
anziana aveva una piccola rivendita di detersivi. Il primo a far fuoco
fu Lello Amato, poi Guido Abbinante che si accanì sulla morta»

Capuozzo ammazzato perché voleva vendicare il padre



«Sapemmo che il giovane
cercava vendetta ed era
solito accompagnare la madre
al cimitero di Miano per onorare
la salma del padre. Pertanto
io, Paolo Di Lauro, Raffaele
Abbinante e Rosario Pariante
decidemmo di ucciderlo.
E così avvenne, proprio nelle
vicinanze della tomba».
Cominciò così, il 28 maggio
2008, il racconto di Maurizio
Prestieri a proposito dell’omicidio
di Pasquale Capuozzo, figlio
di Rocco detto “Rocchino”.
Quest’ultimo fu eliminato perché
nel clan Di Lauro-Prestieri
erano convinti che avesse
fatto la filata davanti al bar
“Fulmine” a Secodigliano in
occasione dell’agguato costato
la vita ai fratelli Rosario e
Raffaele Prestieri. Padre e figlio
furono assassinati a distanza
di pochissimo tempo: il 13 aprile
’93 il primo, il 9 maggio il secondo.
Ecco alcuni passaggi
delle dichiarazioni del pentito,
con la consueta premessa della
presunzione d’innocenza per
le persone tirate in ballo.
«Diedi il compito- ha sostenuto
Maurizio Prestieri- a Salvatore
Esposito detto il “Formaggiaro”
di controllare fuori al cimitero
di Miano quando arrivavano
madre e figlio. Il “Formaggiaro”
svolse il suo compito,
ma io compresi che non potevo
partecipare all’agguato in
quanto la polizia avrebbe subito
intuito che ero stato io e
in particolare un ispettore che
ben mi conosceva. Quindi io
organizzai la regia dell’agguato:
su una moto Transalp montarono
Cicciotto Irace alla guida
e Francesco Fusco dietro,
armato di una calibro 38 corta
e di una 9x21. Il “Formaggiaro”
ci avvertì con una chiamata
dal cellulare e io feci partire
i killer dal Monterosa. Appena
Fusco giunse sul posto e vide
il figlio del “Rocchino” gli sparò,
finendolo con la calibro 38
corta, mi sembra nelle vicinanze
della tomba del padre. I
killer poi andarono a casa mentre
il “Formaggiaro” andò a posare
le armi in un nostro appoggio,
in un’abitazione delle
tante famiglie disponibili a nasconderle
anche se usate dietro
compenso. In ogni caso era
gente conosciuta da lui, che
non sono in grado di indicare”.
Dell’omicidio di Rocco Capuozzo,
“Rocchino”, ha parlato
invece anche Antonio Pica il
7 novembre 2008. «Tutti gli
omicidi commessi per vendicare
mio zio Raffaele sono stati
decisi da Paolo Di Lauro, Raffaele
Abbinante e Rosario Pariante.
“Rocchino” fu ucciso
durante questa faida e mi fu
raccontato come da mio zio
Carmine Minacci e da Massimiliano
Cafasso detto “Magnetella”,
in quanto quest’ultimo
si è sempre vantato con noi
nipoti di aver vendicato la morte
di mio zio Raffaele. Il “Rocchino”
era amico di mio zio
Raffaele, ecco perché gli poteva
aver tirato la “filata”».

Negri fu torturato e bruciato vivo



Dell’omicidio di Alfredo
Negri, braccio destro di
Antonio Ruocco e a sua volta
presunto sicario, hanno parlato
diversi pentiti: i due Prestieri,
zio e nipote, e i due Pica, oltre
che lo stesso “Capececce”. Tutti
hanno concordato sulla circostanza
delle sevizie cui fu sottoposta
la vittima tra il 26 e il 27
luglio ‘92, giorno del decesso.
Per il delitto (fermo restando la
presunzione d’innocenza fino a
eventuale condanna definitiva)
è indagato anche Tommaso
Prestieri. Ma, secondo uno dei
collaboratori di giustizia, Paolo
Di Lauro non gli permise di parteciparvi
in prima persona perché
«operato da poco al cuore».
Ecco cosa fece mettere a verbale
Maurizio Prestieri nell’interrogatorio
del 23 maggio
2008, poco tempo dopo essere
passato con lo lo Stato. «Anche
se ero detenuto, ho avuto i particolari
nel dettaglio da tutti gli
autori materiali. In una macchina
“Arna” o “Alfa 33”, in una
di quelle all’epoca
in
uso alla polizia,
c’erano
Raffaele
Amato, Enrico
D’Avanzo e Ciro Vitale, che
guidava. Utilizzando una palina
della polizia, bloccarono la
vittima con la scusa di chiedere
i documenti e di portarla in
questura. Quando Negri se ne
accorse, era troppo tardi. Fu
di Rocco Capuozzo, compresa un’altra circostanza macabra: il
ritrovamento, a dire degli altri affiliati al clan Di Lauro che glielo
raccontarono, di un pezzetto della scatola cranica della vittima.
«Ciro Vitale mi accompagnò a casa di Antonio Abbinante e una
volta salito, trovai anche Raffaele Abbinante. Antonio mi raccontò
dell’omicidio e del fatto che dovette sciacquare la canna della
pistola nel lavandino. Io allora suggerii di controllare nel sifone
del lavandino se erano rimasti dei resti e infatti rinvenimmo un
pezzo della scatola cranica. In quel periodo io ero molto scosso per
la morte dei miei fratelli e pensavo solo alla vendetta».
Anna Amato
ammanettato e condotto in un
sottoscala di Secondigliano,
sotto il palazzo dov’era il quartier
generale del nostro clan. Lì
ad aspettarli si trovavano Paolo
Di Lauro, Raffaele Abbinante,
Guido Abbinante, Rosario Pariante,
Massimiliano Cafasso e
Gennaro Marino. Di Lauro informò
mio fratello Tommaso che
era in mano loro un affiliato del
“Capececce”, il quale poteva dire
dove si trovava Antonio Rocco.
Aggiunse che sarebbe stato
fatto tutto il possibile per
estorcergli l’informazione. Il delitto
fu particolarmente efferato:
la persona fu torturata per
un’intera giornata: gli Abbinante,
Pariante e Amato lo picchiavano,
“Ciruzzo” interveniva
fingendo di voler far smettere
le torture e incitandolo a parlare.
Ma quando
capì che non
avrebbe detto
nulla, disse ai
suoi di ucciderlo
e metterlo nel
cofano dell’auto. Cafasso mi ha
raccontato di avergli sparato
contro una sola volta e che,
mentre davano fuoco, si sentivano
le sue urla. La macchina
con il cadavere fu lasciata nei
pressi del carcere».

Uccisa perché cercò di salvare il marito



«Mia cognata, Elena Moxedano,
per proteggere il marito
aveva aggredito uno dei killer e
questi voltandosi verso di lei fece
fuoco sparandole due volte al petto.
La cosa mi addolorava profondamente,
per cui non mi sono fatto
raccontare con esattezza le modalità
dell’agguato. Mio fratello,
sebbene ferito, riuscì a salvarsi; lei
rimase uccisa».
Era il 7 ottobre ’94 quando Antonio
Rocco, il boss di Mugnano soprannominato
“Capececce” passato
quell’anno tra le file dei collaboratori
di giustizia, raccontò ciò
che aveva saputo in famiglia sull’omicidio
della cognata, moglie
del fratello Sebastiano. L’agguato
avvenne il 19 ottobre ’91 e rientrava
ovviamente nella faida con i
Di Girolamo, spalleggiati e aiutati
militarmente dai Di Lauro. Ecco
alcuni passaggi delle sue dichiarazioni
sulla tragica vicenda,
con la premessa (e vale lo stesso
anche per le dichiarazioni di Maurizio
Prestieri, riportate più avanti)
che le persone tirate in ballo devono
essere ritenute estranee ai
fatti narrati fino a prova contraria.
«A causa dell’incendio presso
l’abitazione di mia madre avevo invitato i miei fratelli
a stare attenti, pregandoli di
non recarsi a lavorare e dicendo
loro che avrei provveduto io in
quel periodo a sostenerli economicamente.
Sempre in questo
frangente mio fratello Giuseppe
aveva collocato un grosso cancello
in ferro davanti alla porta della
sua abitazione, proprio per evitare
che potesse ripetersi ciò che era
accaduto presso la casa di mia
madre. Un giorno, mentre preparavo
l’agguato a “Mimì ’o lupanare”,
ritornando all’abitazione di
mia suocera a Marano, appresi
che avevano sparato a mio fratello
Sebastiano e che anche la moglie
di quest’ultimo era rimasta ferita
in maniera grave. Sulle modalità
del fatto, posso riferire quanto
mi venne detto in famiglia; e cioè
che mentre Sebastiano stava
aprendo con le chiavi la portiera
della propria auto, qualcuno gli
aveva sparato alle spalle. La sua
fortuna era stata quella di essersi
chinato verso la serratura proprio
nel momento in cui il colpo partiva.
Perciò era stato ferito solo di
striscio. Mia cognata invece, che
si trovava di fronte al punto in cui
si trovava il marito, avendo visto
la scena aveva aggredito i sicari e
uno di questi voltandosi verso di
lei, aveva fatto fuoco due volte al
petto. Appresi in seguito il nome
della persona che aveva indicato
la vittima ai killer, un tale Pirozzi.
Uno di essi era una persona bassa
e tarchiata che individuammo in
un tale “Ciruzzo ’o tappezziere”».
Anche Maurizio Prestieri, pentito
di ultima generazione tra i malavitosi
di Secondigliano, ha parlato
dell’omicidio di Elena Moxedano.
Esattamente il 23 maggio 2008 sostenne
che «vi fu più di un omicidio.
Il primo ebbe come vittima un
tale Baldassarre, mi sembra un fratello
del “Capececce”. Ricordo che
per errore fu uccisa una donna, la
cognata del “Capececce”, Anna
Moxedano».
È evidente che Prestieri fa confusione
sui nomi, ma gli inquirenti
hanno ugualmente inserito nell’ordinanza
le sue dichiarazioni

«Lo colpì così forte che il cervello otturò la canna della pistola




NAPOLI. «Antonio Abbinante colpì così a fondo “Rocchino” (al
secolo Rocco Capuozzo, morto il 13 aprile ’93, ndr) che la materia
cerebrale della vittima otturò la canna dell’arma. Antonio non era
solito usare i guanti: egli, coperto dal sangue della vittima e con
l’arma addosso, si allontanò sulla moto guidata da Cicciotto Irace,
facendosi lasciare a casa sua, in via Gran Sasso. Giunto lì, andò
nel bagno e sciacquò la canna della pistola sotto il lavandino, si
tolse i vestiti imbrattati di sangue e li chiuse in un sacchetto
dell’immondizia, consegnando il tutto a un nipote perché fosse
gettato in un contenitore dell’immondizia».IL
29 maggio 2008 Maurizio Prestieri riferì alcune fasi dell’omicidio
di Rocco Capuozzo, compresa un’altra circostanza macabra: il
ritrovamento, a dire degli altri affiliati al clan Di Lauro che glielo
raccontarono, di un pezzetto della scatola cranica della vittima.
«Ciro Vitale mi accompagnò a casa di Antonio Abbinante e una
volta salito, trovai anche Raffaele Abbinante. Antonio mi raccontò
dell’omicidio e del fatto che dovette sciacquare la canna della
pistola nel lavandino. Io allora suggerii di controllare nel sifone
del lavandino se erano rimasti dei resti e infatti rinvenimmo un
pezzo della scatola cranica. In quel periodo io ero molto scosso per
la morte dei miei fratelli e pensavo solo alla vendetta».

LA BATTAGLIA SEGRETA DI MAURIZIO PRESTIERI


Un super bliz simultaneo portato avanti da polizia carabinieri e guardia di finanza,una notte per distruggere il clan oggi piu' potente di tutta napoli,quello degli AMATO-PAGANO,ras ribelli che si contrapposero al boss PAOLO DI LAURO detto ciruzzo o'milionar.Sono 66 le persone arrestate,piu' alri 40 gia' detenuti che gli e' stato notificato in carcere l'ordine di cattura per reati da ergastoli a grappoli,omicidi,associazione mafiosa,traffico internazionale di stupefacenti,reati che difficilmente aiuteranno chi gia' in carcere sperava in una magia del proprio avvocato,ma ci sono anche 36 latitanti.Tra gli arrestati c sono anche i cognati e la moglie del boss RAFFAELE AMATO arrestato in spagna tre giorni fa.Si sta rivelando sempre piu' una miniera di informazioni il collaboratore di giustizia MAURIZIO PRESTIERI che insieme ai nipoti e altri collaboratori di giustizia e riuscito a dare credibilita' e un gran risultato alle forze dell'ordine.

martedì 19 maggio 2009

Decapitato il clan degli scissionisti di secondigliano 103 arresti tra notifiche a persone gia' detenute e arrestati.


Vasta operazioe anticamorra contro il clan degli scissionisti,103 ordini di custodia cautelare contro gli appartenenti di questo cartello criminale che da vincitore della faida contro i di lauro a padroni assoluti di secondigliano.Il bliz scattato stamattina all'alba e tutt'ora in corso contro esponenti del clan amato-pagano,e notifiche a raffica contro persone gia' detenute.Le accuse vanno da associazione a delinquere omicidi estorsioni e traffico internazionale di droga,con questa vasta operazione e con le prossime che sicuramente ci saranno a decine grazie anche al contributo di ben 8 collaboratori di giustizia,serve a decapitare una volta per tutte qesto clan che in 4 anni di vita a seminato dolore morte e sofferenza cosi' come e' la camorra.

lunedì 18 maggio 2009

Shopping di classe tra Tokio e Londra



Sapeva come trattare
con gli spagnoli e sapeva fare affari
milionari. Lello Amato era un
vero imprenditore della droga.
Parlava perfettamente lo spagnole
e la Costa del Sol era la sua seconda
città. Viveva stabilmente
lì da anni ma faceva la spola oramai
da 30 anni da quando cioè
era al servizio della cosca del suo
padre-padrone Paolo Di Lauro.
Ma faceva anche il turista in giro
per il mondo con la possibilità
magari di contattare nuove persone
per fare affari.
Tutte queste non sono solo supposizioni
delle forze dell’ordine,
sono certezze investigative che
sono racchiuse tutte nelle pagine
dell’ordinanza di custodia cautelare
che ha portato in carcere il
superboss di Secondigliano e
Scampia. Da quando fu scarcerato
per decorrenza dei termini
massimi di custodia cautelare
non era mai stato perso di vista
e per questo motivo gli investigatori
speravano di incastrarlo nel
più breve tempo possibile. A Napoli
era stato pochissimo giusto
il tempo di avere notificato la sorveglianza
speciale e di fuggire via
nella sua Spagna. Lʼultima fotosegnaletica del ras catturato a Marbella in Spagna
Con la famiglia cercava di vedersi
spesso ma mai a Napoli solo all’estero
e neanche in Spagna. Si
organizzava affinché tutto filasse
liscio e non succedessero
contrattempi
ovviamente
con documenti
rigorosamente
falsificati:
Parigi,
Londra e Tokio
anche nello
stesso mese. Come quando fu intercettato
a Kensigton street,
mercato inglese, sorridente, borsa
a tracolla, con una serie di pacchi
in mano. E sì. Perché a Lello
Amato piace vestirsi con abiti firmati
come è lo è per chi può
spendere migliaia di euro al mese.
A Marbella è stato infatti immortalato
in una serie di fotografie
mentre caricava in auto alcune
buste di “Gucci”. Aveva da poco
fatto shopping di alta classe a
50 chilometri di distanza, a Malaga
dove i poliziotti napoletati e
quelli spagnoli lo avevano rintracciato.
Ma a Lello Amato piaceva
la comodità. In quelle volte
nelle quali vedeva i familiari, la
moglie e le quattro figlie, voleva
stare in pace e godersi il meritato
riposo. Per questo al seguito
partivano anche due badanti
ucraine che si prendevano cura
dei “facoltosi” imprenditori in
viaggio per il mondo. Il profilo criminale
di Lello Amato è poi tratteggiato
con cura dai collaboratori
di giustizia

Stanato il superboss Lello Amato



La latitanza è finita nella
hall di un albergo nel centro di
Marbella in Spaga. Ha tentato di
reagire ma quando ha capito che
per lui era finita allora ha alzato le
mani. È stato catturato così ieri sera
Lello Amato, capo incontrastato
degli scissionisti di Secondigliano,
che da alleato del capo Paolo
Di Lauro è diventato suo nemico
scatenando una faida da oltre
100 morti. Ma Lello Amato era libero
nonostante le gravissime accuse
che gli pendevano sulla testa
ovvero di essere il capo e il promotore
di una associazione di
stampo camorristico prima con i
Di Lauro poi con il nome dell’omonimo
clan. Libero perché erano
scaduti i termini di custodia
cautelare in carcere in attesa della
fissazione dell’udienza preliminare.
Ma da allora, gli instancabili
investigatori della squadra Mobile
di Napoli diretta da Vittorio Pisani
e gli inquirenti della Dda (Stefania
Castaldi e Luigi Alberto Cannavale)
coordinati dal Procuratore
Giandomenico Lepore, non lo hanno
perso di vista neanche un attimo.
Amato si era stabilmente trasferito
in Spagna dove aveva imparato
a parlare lo spagnolo perfettamente,
aveva documenti falsi,
una patente spagnola e viveva
tra Malaga e Marbella come fosse
un facoltoso imprenditore. Girava
spesso alberghi e aveva dei suoi
fedelissimi con i quali contrattava
i carichi di droga che poi faceva
arrivare a Secondigliano e Scampia,
droga-shop di tutta Italia.
Amato è il maggiore importatore
di cocaina forse di tutta Europa e
questa fama era conosciuta anche
in Spagna. Adesso però per lui si
sono aperte le porte del carcere e
presto sarà
trasferito in
Italia grazie
all’emissione
di un
Mandato di
cattura europeo
che
dovrebbe
accelerare i tempi di estradizione.
Nessun problema dunque: il ras
dovrebbe essere in Italia nel giro
di pochi giorni. L’ordinanza di custodia
cautelare in carcere è stata
emessa per la faida tra i Di Lauro
e il clan Ruocco, per il controllo
del territorio e degli affari criminali
della zona. Una faida che ha
provocato oltre 30 morti tra il 1991
e il 1993. Lello Amato è indicato
dai collaboratori di giustizia come
il responsabile di otto omicidi. Tra
i quali il raid contro Elena Moxedano
e Angela Ronga, oltre ai delitti
di Biagio Ronga e Alfredo Negri,
torturato per 15 ore di seguito
prima di essere stato bruciato vivo.
Oltre a lui, nell’ordinanza di custodia
cautelare in carcere sono finiti
anche Paolo Di Lauro, Enrico
D’Avanzo, Guido e Raffaele Abbinante
ma anche Gennaro Marino
detto “’o
Makkey”,
fautore della
scissione
con i Di
Lauro, e
Massimiliano
Cafasso.
Erano tutti
in carcere e oltre ad Amato, l’unico
ad essere stato arrestato è Carmine
Minucci, cognato di Maurizio
Prestiri che da qualche tempo
si è trasferito lontano da Napoli.

Coinvolti tutti i boss di Secondigliano






Nove boss, tutti carismatici
e descritti dai collaboratori
di giustizia come “sanguinari”:
Raffaele Amato e Carmine Minacci,
gli unici che erano in libertà;
Paolo Di Lauro, Enrico
D'Avanzo, Rosario Pariante, Antonio
Abbinante, Raffaele Abbinante,
Gennaro Marino e Massimiliano
Cafasso, già detenuti in
carcere. Ma tra essi il nome ancora
oggi maggiormente di spicco
è quello di Di Lauro, soprannominato
“Ciruzzo ’o milionario”,
nei tempi della lira evidentemente.
Nato a Napoli il 26 agosto 1953,
dichiaratosi per anni “rappresentante
di biancheria”, Paolo Di Lauro
non ha ereditato dal padre la
fortuna accumulata ma
il soprannome: “Ciruzzo”,
come il genitore.
Mentre l’altro che evoca
grandi fortune, “’o
milionario”, se l’è guadagnato
sui tavoli del
gioco d’azzardo: famoso per le sue
puntate da brivido e anche per
vincite clamorose, sulle quali però
nessuno può dire con certezza
se siano state reali o se si tratti di
leggende.
Infatti gli investigatori sono molto
più propensi a credere che il
boss della camorra si sia costruito
negli anni la fortuna di padrino
praticando la prudenza e stando
ben attento a non lasciare mai
tracce del suo passaggio.
Ecco perché volontariamente si
rese irreperibile per la prima volta
nel 1994. Poi ricomparve, ma
nel 1997 sparì definitivamente fino
al 16 settembre 2005, quando
fu arrestato da latitante dai carabinieri.
Il primo a parlare di lui come
boss fu il pentito Antonio
Ruocco, alias “capececce”, il ras
di Mugnano poi diventato collaboratore
di giustizia.
Da allora è cominciata la leggenda
dell’ex rappresentante di biancheria.
È anch’essa una famiglia sconvolta
dalla faida di Secondigliano
quella dei Marino, di cui l’esponente
di spicco è Gennaro detto
“Genny Mecchei”. Era uno dei
luogotenenti più fidati del padrino
latitante “Ciruzzo ’o milionario”
prima della scissione provocata
da una partita di droga proveniente
dalla Spagna, i cui proventi
non furono versati nelle casse
dei Di Lauro dagli “scissionisti”
secondo la ripartizione che il
clan di cupa dell’Arco riteneva
giusta.
E che fosse nel mirino degli avversari,
“Mecchei” lo sapeva da
tempo. Cosicché agli inizi di novembre
2004 la polizia, attraverso
un’intercettazione telefonica lo
localizzò a Rimini. Tornò a Napoli
qualche giorno dopo e l’11 novembre
fu arrestato durante un
summit interrotto dagli uomini del
commissariato Scampia in via
Fratelli Cervi.
Lui e Arcangelo Abete erano i
principali esponenti di un gruppo
di sette bloccato e ammanettato.
Ugualmente molto conosciuti, sia
in ambienti criminali che investigativi,
Enrico D’Avanzo (cognato
di Paolo Di Lauro), Rosario Pariante
e gli Abbinante, originari
di Scampia ma trasferitesi a Marano
nel corso della faida 2004-
2007.

Così fu ucciso e torturato Negri



Faceva molto caldo il 26
luglio ’92 e Alfredo Negri, fedelissimo
dei Ruocco, era uscito in bermuda,
costume da bagno e zoccoli
per andare a mare. Il tempo di fare
duecento metri che gli si pararono
davanti i neo nemici di camorra,
ex alleati: li riconobbe e capì
con angoscia di essere arrivato
al capolinea. Morì il giorno dopo,
ridotto a una larva da 15 ore di torture
ininterrotte: bruciato ancora
vivo in un sottoscala di Secondigliano,
dove era stato condotto dopo
il rapimento. Ad assistere all’agonia,
secondo i pentiti Prestieri
e Pica, c’erano tutti gli indagati
nell’ordinanza notificata ieri, a cominciare
dai boss Paolo Di Lauro
e Raffaele Amato.
Fu scandita da omicidi efferati la
faida esplosa in seno ai Di Lauro,
fra la fine del 1991 e il maggio del
1993: uno scontro durissimo per la
leadership del sottogruppo criminale
di Mugnano. Nei primi anni
'90, infatti, la cupola del clan di
Paolo Di Lauro sostenne l'avvicendamento
al comando di Gennaro
Di Girolamo a discapito di Antonio
Ruocco, che rientrava da un lungo
periodo di detenzione. Ruocco finì
quindi nel mirino e con lui tutti
quelli che gli stavano attorno; furono
uccisi la madre, lo zio, la cognata,
i suoi luogotenenti.
Ecco tutti gli episodi (fermo restando
la presunzione d’innocenza
per tutti gli indagati fino a eventuale
condanna definitiva) riconducibili
alla guerra di Mugnano
nella ricostruzione della procura e
della Omicidi della Squadra Mobile
(dirigente Vittorio Pisani, vice
questore Pietro Morelli) della questura
(questore Santi Giuffrè, che
in meno di due mesi di lavoro ha
già ottenuto risultati importanti). Il
21 aprile 1991 Agostino Russo, cognato
di Ruocco, uccise Rosario
Amoruso, vicino a Di Girolamo; il
giugno 1991 Antonio Ruocco e
Giuseppe Vallefuoco scamparono
a un agguato commesso dai vertici
del clan Di Lauro, presente anche
Maurizio Prestieri; il 4 luglio
1991 Antonio Ruocco e Russo uccisero
Gennaro Di Girolamo detto
“o’ 'Niro; il 25 settembre ‘91 un
commando dei Di Lauro incendiò
la porta dell'abitazione di Angela
Ronga, madre di Antonio Ruocco;
il 5 ottobre 1991 Vincenzo Pennino,
vicino a Ruocco, fu attirato in
un agguato e ucciso; l'8 ottobre
1991 toccò a Carmine Cipolletta,
legato ai Ruocco; il 19 ottobre 1991
fu ammazzata Elena Moxedano,
moglie di Sebastiano Ruocco, fratello
di Antonio, che rimase ferito;
il 21 ottobre fu la volta di Antonio
Abbatiello, legato ai Di Girolamo;
il 30 ottobre 1991 viene assassinato
Michele Ruocco, zio di Antonio
e Giuseppe Ruocco; a novembre
1991 ci furono due raid contro l'abitazione
di Anna Ruocco, sorella di
Antonio; il 25 marzo 1992 Ruocco,
insieme ad Alfredo Negri, colpì a
morte Annibale Cirillo e Luigi Pirozzi,
legati ai Di Girolamo, di cui,
in particolare Cirillo, aveva preso il
posto; ad aprile 1992 viene ferito il
cognato di Antonio Ruocco, Antonio
Cecere; il 6 aprile fu ferito gravemente
il cugino di Ruocco, Salvatore
Ronga, estraneo al contesto
camorristico; il 4 maggio spedizione
punitiva di un commando
dei Di Lauro all'interno dell'esercizio
commerciale di Biagio Ronga,
zio di Ruocco; il 6 maggio 1992 Biagio
Ronga fu ucciso.
La vicenda più eclatante avvenne
il 18 maggio 1992. Antonio e Giuseppe
Ruocco, Agostino Russo, cognato
dei Ruocco, e Alfredo Negri
ammazzarono all’ingresso del bar
“Fulmine” di Secondigliano, Raffaele
Prestieri, Rosario Prestieri,
Aniello Quarto, Domenico Abbate
e Francesco Murolo e ferendo Antonio
Esposito e Francesco Cimmino.
Per il clamoroso agguato soltanto
Ruocco è stato condannato
con sentenza definitiva. Il 25 maggio
1992, come risposta, fu uccisa
Angela Ronga, madre di Ruocco,
anziana, inerme e non legata a
contesti criminali. Cosicché si scatenò
un'ulteriore reazione da parte
di Ruocco, il quale il 22 luglio
1992 tentò di uccidere Giuseppe
Pezzurro, non riuscendovi, e il 26
successivo colpì a morte Alfonso
Mangiapili e Biagio Pezzurro, fratello
di Giuseppe.
Ancora: il 27 luglio 1992 fu assassinato
Alfredo Negri; il 13 aprile
1993 fu ucciso dai Di Lauro Rocco
Capuozzo, ritenuto responsabile
della morte di Raffaele Prestieri per
aver segnalato la sua presenza ai
Rocco; il 9 maggio Pasquale Capuozzo,
figlio di Rocco, che voleva
vendicare il padre.

domenica 17 maggio 2009

ARRESTATO IN SPAGNA IL BOSS RAFFAELE AMATO


Ancora una vittoria dello stato contro la camorra,nella tarda mattinata di ieri e' stato arrestato in spagna uno dei boss degli scissionisti RAFFAELE AMATO detto (a'vicchiarella).Era ricercato dal 2006 dopo che con uno stratagemma giudiziario era riuscito ad ottenere la liberta' per scadenza massima di custodia cautelare.Ma credo che adesso sia un po' diverso per amato rifiutare l'estradizione visto anche la stessa sorte che ha subito in pochi mesi un'altro camorrista di rango PATRIZIO BOSTI arrestato in spagna e dopo pochi mesi rimpatriato,e rinchiuso al 41bis.Adesso RAFFAELE AMATO avra' di nutrirsi di muffa visto il decreto che ha portato alla sua cattura per omicidio associazione mafiosa traffico internazionale di stupefacenti,il tempo di rimpatriarlo e saranno a grappoli gli ordini di cattura che gli pioveranno addosso.Ma non solo,la procura ha di che' per incriminarlo visto anche le dichiarazione dei nuovi collaboratori di giustizia compresi MAURIZIO PRESTIERI e i suoi nipoti.Sicuramente sara' una trafila giudiziaria difficile per il capo degli scissionisti,avra' da leggere e da pensare insieme al suo avvocato che strategia difensiva adottare.Per la cronaca e' accusato anche dell'uccisione e della decapitazione avvenuta con un flex di GIULIO RUGGIERO,il 23enne fatto ritrovare alla rotonda di arzano in una utilitaria con la testa decollata vista che non e' mai stata trovata.Speriamo solo che non la faccia franca,e che sia subito rimpatriato e rinchiuso al 41 bis..

PER TUTTI I LETTORI DI QUESTO BLOG


Vorrei fare una premessa che serva una volta per tutte a tutti coloro che lasciano commeni su questo blog,non siate ingenui o ignoranti,questo blog e' aperto a tutti coloro che lo visitano ed eventualmente vogliono lasciare un commento.Non scendete dalle nuvole nel dire vorrei sapere questo commento qua' chi la scritto o altre cretinate del genere.Io non metto la museruola a nessuno,e tutti sono liberi di scrivere quello che vogliono prndendosi la piena responsabilita',capisco che qualche post potrebbe dare fastidio ai parenti di qualche povero sventurato ammazzato in qualche agguato,ma e' informazione e ognuno ha il diritto di dire tutto cio' che pensa.Per questo lasciate liberamente i vostri commenti,invito un po' tutti a farlo,grazie mille e sempre al vostro servizio con informazioni veritiere e fin troppo dentro la cronaca..

sabato 16 maggio 2009

Stanato il ras Bernardo Formicola



Era già sparito dalla circolazione da qualche tempo, per cui gli investigatori
non si meravigliarono affatto di non trovarlo a casa. Ma dal 27 febbraio
scorso, quando scattarono le manette intorno ai polsi di 11 altri
presunti affiliati al clan del “Bronx” di San Giovanni a Teduccio, il 32enne
era finito nel mirino degli instancabili seguci della squadra mobile
della questura. Fino a quando, ieri mattina, Bernardino Formicola (figlio
di Gaetano) è caduto nella rete della polizia. Si nascondeva nell’Avellinese
in casa di un parente, denunciato a piede libero per favoreggiamento
personale. Su di lui invece pendono accuse ben più gravi: 416bis
e associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti.
Bernardino Formicola, napoletano di San Giovanni a Teduccio, era latitante
in seguito all’ordinanza di custodia cautelare emessa dall’ufficio
gip del Tribunale di Napoli il 27 febbraio scorso. Il frutto di un’inchiesta
partita da un omicidio e condensatasi sull’attività illecita principale del
clan egemone in via Taverna del Ferro: droga. E di intercettazione in intercettazione,
sia telefoniche che ambientali, i poliziotti della sezione
Omicidi della Squadra Mobile raccolsero indizi consistenti a carico degli
indagati: 17 complessivamente, di cui 5 a piede libero.
Bernardino, che è anche nipote del boss Ciro FORMICOLA (ritenuto il
capo del clan, ma detenuto da anni ed estraneo all’inchiesta), si nascondeva
presso l’abitazione di un parente a Monteforte Irpino, in provincia
di Avellino. Non c’erano altre persone in casa e il latitante non ha
avuto il tempo di tentare una fuga, tra l’altro impossibile visto il servizio
predisposto dal vice questore Pietro Morelli. E’ ritenuto responsabile
di associazione per delinquere di tipo mafioso e di associazione finalizzata
al traffico di stupefacenti.
Il 27 febbraio 2009 fu un colpo durissimo al clan considerato più forte
nell’area orientale di Napoli nel “settore” dello spaccio: i Formicola del
“Bronx” di via Taverna del Ferro, a San Giovanni a Teduccio. Un gruppo
a carattere familiare, alleato ma non “affratellato” con i Mazzarella;
tant’è vero che su 11 ordinanze di custodia cautelare emesse ed eseguite
quel giorno, ben 9 riguardano persone imparentate tra loro. Il capo
dell’organizzazione era Antonio Formicola, figlio del boss Ciro (detenuto
dal 1998 ed estraneo all’inchiesta), con il quale “lavoravano” a stretto
contatto la sorella Assunta e il cognato, Francesco Silenzio. Le accuse
per tutti sono di associazione camorristica mentre solo una parte di
essi risponde di traffico di droga. Ma naturalmente per tutti va sottolineato
il principio della presunzione d’innocenza fino a un’eventuale condanna
definitiva. Così come non per tutti l’impianto accusatorio ha retto
al vaglio del Tribunale del Riesame, che ha riaperto per alcuni le porte
del carcere.

giovedì 14 maggio 2009

Delitto Cangiano, sparito il teste oculare



È sparito, ha rifiutato la protezione riservata ai testimoni di giustizia e da allora
si sono perse le sue tracce e quelle della madre. È un 14enne di Secondigliano
che il 10 agosto del 2007 era in fila davanti alle casse del Magic
World di Licola quando i killer degli scissionisti di Secondigliano ammazzarono
Nunzio Cangiano. Lui vide in faccia un uomo e ne seppe indicare finanche
il nome, perché lo conosceva. Lo fece davanti ai carabinieri che seguivano
le indagini e le sue dichiarazioni sono entrate a far parte dell’ordinanza
che trattiene in carcere il presunto killer, Luigi Buono detto “Topolino”.
Ebbene il testimone chiave non si trova e adesso le sue dichiarazioni potrebbero
venire a mancare nel corso del processo in Corte d’Assise. Questa
mattina sarà celebrata una nuova udienza e per la quarta volta era stato citato
come testimone ma purtroppo la Procura non riesce a trovarlo. Sparito
nel nulla. All’epoca non fu richiesto un incidente probatorio, ovvero una assunzione
anticipata di prove, per poter cristallizzare le sue dichiarazioni. Proprio
grazie alle ricostruzioni del ragazzino, che ebbe il coraggio di fare il nome
e il cognome del presunto killer, gli inquirenti avevano indentificato Buono
fin dalle prime fasi delle indagini sull’omicidio di Nunzio Cangiano. Le
indagini che portarono all’arresto di “topolino” furono rapidissime. La risposta
dello Stato all’efferato omicidio consumatosi davanti agli occhi di tanti
bambini non si fece attendere. L’uomo conosceva la vittima: come accertato
dagli investigatori, avrebbe approfittato proprio della vecchia conoscenza
con Nunzio Cangiano per informarsi attraverso amici in comune sulle sue
abitudini e attenderlo davanti all’acquapark per ucciderlo. Secondo l’accusa
(fermo restando la presunzione d’innocenza per l’indagato fino a un’eventuale
sentenza definitiva di condanna) il presunto sicario avrebbe scartato
l’idea di un agguato nei pressi di casa della vittima per un motivo molto semplice:
via Vittorio Emanuele a Secondigliano è sotto il controllo del clan Amato-
Pagano, gli ex “scissionisti” con i quali era passato da alcuni mesi “’o mattone”
trasferendosi anche come abitazione. Perciò, saputo che spesso andava
al parco giochi acquatico, aveva pensato di aspettarlo lì armato. Ma
Buono non aveva messo in conto che l’omertà poteva cadere in determinate
circostanze e così due testimoni, che erano accanto alla vittima, tra i quali
appunto l’allora 13enne, collaborarono con gli inquirenti permettendo di
risalire al presunto killer. Le indagini, condotte dai carabinieri, avrebbero
successivamente scoperto altri indizi di colpevolezza e ricostruito lo scenario
complessivo: la vittima, Nunzio Cangiano, era uno di quelli che avevano
cambiato bandiera e per accreditarsi presso il clan Amato-Pagano avrebbe
assassinato Antonio Silvestro, il 1 giugno scorso. Perciò l’indagato si sarebbe
vendicato: in passato, nel corso della faida, era stato visto in qualche occasione
in compagnia di esponenti dei Di Lauro, senza però essere coinvolto
nella maxi-inchiesta culminata a dicembre 2004 in 92 ordinanze di custodia
cautelare. Subito dopo l’omicidio Cangiano, Buono si nascose nel rione
dei Fiori, roccaforte dei Di Lauro. Qui fu sorpreso nel sonno dai carabinieri.
In occasione della conferenza stampa il giorno dopo il suo arresto, il 22enne
fu così descritto come un elemento pericoloso dei Di Lauro.

mercoledì 13 maggio 2009

ERGASTOLO RICONFERMATO IN APPELLO PER GLI ASSASSINI DI GIUSEPPE RICCIO


La settimana scorsa la corte d'appello si e' pronunciata confermando l'ergastolo per (GIOVANNI DI VAIO,CIRO DE VINCENZO,PIETRO GIRLETTI,)accusati di aver ammazzato nel 2005 GIUSEPPE RICCIO,il pizzaiolo massacrato per difendere il suo datore di lavoro.Tutto all'interno della noto pizzeria d'onna amalia,dove il titolare ERCOLE CRISTOFARO il giorno prima si era rifiutato di servire le pizze a questi balordi all'esterno del locale.Finalmente si sta per mettere la parola fine a questo lunghissimo processo,dove a rimetterci la pelle e' stato un povero padre di famiglia appena 24enne.Tra i tre assassini il piu' rappresentativo criminalmente e' GIOVANNI DI VAIO,che per conto di UGO DE LUCIA gestiva cavalli di ritorno estorsioni e droga all'interno del rione berlingieri.Speriamo solo che l'ergastolo sia l'effettiva pena,per un gesto tanto sconsiderato e cosi' efferrato.

martedì 12 maggio 2009

UCCISO IL RE DELLA BANDA DEL BUCO


La camorra torna a sparare a meno di 48 ore dall’omicidio di sabato. Sotto il piombo di un killer solitario, poco dopo le 16, è caduto il 53enne Mariano Bacio Terracino, “specialista” delle rapine con la tecnica del ”buco” e fratello dei più noti Raffaele, Salvatore e Francesco, anch’essi pluripregiudicati e vicini ai Misso, anche se senza condanne per camorra. L’assassino ha sorpreso “Tetté” mentre stava parlando con alcuni conoscenti davanti ad un bar di via Vergini, nella zona del rione Sanità. Il 53enne è stato freddato con 5 pallottole alla testa. Poco dopo si è radunata la solita folla di curiosi. Le piste investigative seguite dai carabinieri portano ad uno sgarro al clan Lo Russo o ad un regolamento di conti del mondo delle rapine. Bacio Terracino nel 1977 fu implicato nel rapimento De Martino. Ma per adesso e' presto trarre conclusioni affrettate,aspetteremo insieme l'esito di questo ennesimo agguato sperando che ci sia una risposta da parte delle forze dell'ordine.Va comunque ricordato che adesso gli unici che stanno dettando legge al rione sanita' sono i fratelli lo russo di secondigliano,che non contenti di aver aizzato gli scissionisti contro i di lauro adesso si sono impadroniti di una buona fetta di business del rione sanita'..

Le mani del clan Sarno sui Bingo






I fratelli ras Giuseppe e Vincenzo Sarno sono stati arrestati, ma il clan di Ponticelli starebbe continuando con la politica delle alleanze a tutto campo e con l’invasione in settori economici e produttivi. Al punto che l’ultimo rapporto delle forze dell’ordine arriva a ipotizzare, con un margine di possibilità piuttosto ampio, che l’organizzazione stia gestendo alcune sale-giochi e addirittura un “Bingo” tra Chiaia e Fuorigrotta. Ma non utilizzando come referenti dei pregiudicati, facilmente identificabili, bensì attraverso prestanome incensurati. In particolare la cosca sarebbe interessata ai due quartieri, all’interno del primo dei quali si muove un giro di soldi notevole. Però anche il Mercato e i Quartieri Spagnoli rientrano tra gli appetiti degli uomini con base nel Rione De Gasperi. Dalle informazioni in possesso degli investigatori, è venuto fuori che l’espansione dei Sarno in altre zone di Napoli starebbe proseguendo. E uno degli elementi raccolti sarebbe il via-vai, minore rispetto a qualche mese fa ma sempre visibile, di pregiudicati originari di quartieri diversi da Ponticelli. Rapporti tra clan che negli anni scorsi probabilmente non c’erano o ridotti al minimo, ma indispensabile nell’attuale situazione della camorra cittadina se si vogliono tessere nuove amicizie. Alleanze nuove e vecchie, affari, numeri di affiliati e strategie dei Sarno. C’è tutto nelle ultime mappa sulla criminalità organizzata in mano agli inquirenti della Dda, frutto del lavoro d’intelligence dei carabinieri e della polizia. Il ritratto è quello di un gruppo riorganizzatosi alla grande dopo la scarcerazione per fine-pena di Vincenzo Sarno (ad agosto 2009, poi arrestato per una Casa di lavoro ad aprile scorso) e il ritorno dalla Casa di lavoro di Giuseppe (qualche mese prima, anch’egli finito di nuovo nel mirino e in manette per un’analoga Misura di sicurezza), capace di stringere patti in diversi quartieri di Napoli: con i clan Ricci sui Quartieri Spagnoli, alla Torretta, a rua Catalana, al Mercato e a Fuorigrotta. Fino a tessere una tela molto importante con gli Amato-Pagano, a Secondigliano e nei paesi a nord di Napoli; così come nelle cittadine vesuviane confinanti con Ponticelli, quartier generale della famiglia di mala. Dalla periferia orientale di Napoli alla riviera di Chiaia, passando per i Quartieri Spagnoli, fino a Fuorigrotta. In poco più di un anno, secondo investigatori e inquirenti, il clan Sarno di Ponticelli avrebbe conquistato fette di territorio grazie ad alleanze strategiche. Al punto da potersi permettere una guerra per il controllo delle attività illecite nel quartiere Mercato con i Mazzarella, indubbiamente meno forti di prima ma ugualmente potenti. Con la conseguenza che la mappa della camorra in città, messa nero su bianco negli uffici dell’intelligence, è molto cambiata rispetto a due anni fa.

venerdì 8 maggio 2009

QUASI ALLA SVOLTA L'OMICIDIO DI CIRO FONTANAROSA


Lo massacrarono la settimana scorsa,vicino alla stazione centrale,CIRO FONTANAROSA il 17enne trucidato come un boss,12 colpi di diverso calibro lo raggiunsero al volto e al torace,crivellato di proiettili per essere sicuri di ammazzarlo.A distanza di una settimana gli inquirenti ne sono quasi certi,i killer potrebbero avere presto un volto e un nome,visto che le piste seguite fino ad ora sembrano quelle giuste.Si vocifera che il 17enne sia stato ammazzato perche' da un po di tempo si era permesso di avanzare ipotesi estorsivi contro gli esercizi di piazza mercato e di corso novara,si dice che gia' il mese scorso fu massacrato di botte per lo stesso motivo,e proprio in questo secondo gli investigatori sta la chiave del brutale agguato.Va ricordato infatti che CIRO FONTANAROSA era il figlio di ANTONIO FONTANAROSA killer e braccio armato della famiglia licciardi della masseria cardone,fino agli anni 90 quando tento' di rapinare le poste di secondigliano da sotto le fogne,quando riusci' a sfondare il pavimento per portare a termine il colpaccio un carabiniere fuori servizio che si trovava in fila agli sportelli della posta,lo crivello' di proiettili senza lasciargli scampo.Comunque per l'omicidio del piccolo CIRO FONTANAROSA sembra che sia davvero questione di ore per i due killer belve che lo hanno massacrato,almeno giustizia verra' fatta per un ragazzo massacrato cosi',in maniera animalesca a soli 17 anni...