mercoledì 29 aprile 2009

Così il ras sequestrò l’assessore


«Siete voi l’assessore Saporito? Io sono Antonio Giugliano, io comando Poggiomarino, ho fatto molti omicidi. Voi dovete farmi sapere i lavori pubblici a chi li affidate». Fu così, secondo la ricostruzione degli inquirenti, che la sera del 17 ottobre 2005 il boss di Poggiomarino si rivolse all’assessore ai Lavori Pubblici di allora, Antonio Saporito. Ma non si trattò di un incontrò per strada previo appuntamento o casuale: l’esponente politico di centro-sinistra fu sostanzialmente sequestrato e costretto a seguire due emissari presso l’appartamento in cui si nascondeva da latitante il ras oggi 45enne: a Scafati, altra zona controllata dal clan. Successivamente la vittima, sotto choc, fu riaccompagnata a casa e la notizia iniziò a circolare grazie a una serie di confidenze ricevute da un maresciallo dei carabinieri. La Procura antimafia e la Dia (diretta dal vice questore Maurizio Vallone) ora sono in grado di diradare le nebbie intorno al gravissimo episodio, dando atto all’assessore Antonio Saporito (poi dimessosi dalla carica) che il suo comportamento fu corretto. L’esponente della giunta rispose ad Antonio Giugliano, nonostante la situazione fosse oggettivamente inquietante, che i nomi delle ditte aggiudicatarie degli appalti del Comune erano scritti all’esterno di ogni cantiere. E a quel punto il boss controbattè, prima di chiudere il colloquio e salutare, che “aveva colto l’occasione per fare conoscenza e iniziare un rapporto di amicizia”. Legame che poi non c’è mai stato, va sottolineato. Ecco alcuni passaggi della relazione del maresciallo dei carabinieri che insieme al sindaco dell’epoca seppe per primo cos’era successo quella sera. «L’assessore Saporito, in presenza del primo cittadino, dopo alcuni tentennamenti iniziò a raccontare che verso le 21 di una sera della settimana precedente aveva ricevuto una chiamata a citofono da un suo conoscente, che con una scusa lo invitava a scendere. Una volta giù, si era trovato di fronte una terza persona che disse testualmente: “salite in macchina perché Antonimo Giugliano vi vuole parlare”. L’assessore inizialmente non voleva aderire, ma per timore di torsione salì nell’Audi A 3 parcheggiata davanti al suo palazzo». Dopo un breve tratto, secondo la ricostruzione della Dda avallata dal gip che ha emesso le ordinanze di custodia cautelari, la vettura giunse a Scafati. Ad Antonio Saporito fu messa una benda sugli occhi e dopo vari giri, finalmente l’Audi si fermò. “Fu accompagnato in un vano dell’edificio e fatto accomodare in un salotto, dopo essere stato ricevuto da un uomo che lo tranquillizzò. Era verosimilmente il padrone di casa e soltanto dopo una ventina di minuti entrò nella stanza Antonio Giugliano. Il quale, quando rimasero soli, con modi arroganti disse: io comando Poggiomarino, dovete farmi sapere i lavori a chi li affidate”.

martedì 28 aprile 2009

Il 17enne “avvertito” già una volta



Voci confidenziali, sempre più inquietanti, raccolte dai carabinieri. A
Ciro Fontanarosa (nella foto il luogo dell’agguato) addirittura sarebbe stato
intimato di lasciare il quartiere, ma lui aveva fatto orecchie da mercante.
E così le minacce sarebbero continuate per almeno un mese, fino
all’epilogo tragico. Probabilmente il 17enne le aveva sottovalutate e
invece non avrebbe dovuto.
Per gli investigatori la chiave dell’omicidio è ora molto chiara: i ripetuti
avvertimenti, che non avevano sortito effetti. Almeno non quelli desiderati
dagli uomini che l’altra notte l’hanno ucciso barbaramente nonostante
avesse soltanto 17 anni. Ma quali erano i comportamenti sbagliati
che la camorra del Vasto-Arenaccia (Contini-Licciardi) imputava
al minorenne? È proprio questo il punto cruciale delle indagini dei carabinieri,
i quali pensano più a una serie di spacconerie che a un episodio
singolo: una rapina o un furto, per esempio. Tanto che stanno cercando,
come primo passo, di risalire agli autori delle intimidazioni. Sperando
nel frattempo che qualche familiare o amico della vittima possa aiutarli,
facendo uno o più nomi; purtroppo però, per adesso sta vincendo
l’omertà.
Ormai gli investigatori dell’Arma (con
il maggiore Lorenzo D’Aloia del Nucleo
investigativo) stanno lavorando sul caso
da più di due giorni. Un tempo trascorso
a cercare soprattutto una traccia
utile all’identificazione dei due sicari
in motocicletta, a volto scoperto e
probabilmente conosciuti nella zona.
Il movente è sempre più chiaro con il
passare delle ore, anche se non viene
ancora esclusa la possibilità di un collegamento
tra l’agguato e le frizioni che si registrano tra pregiudicati di
malavita del quartiere. Era Ciro Fontanarosa, e solo lui, il bersaglio: il cugino,
in sua compagnia e testimone oculare inutilmente messo sotto torchio,
è stato “risparmiato” in maniera evidente. Le sue dichiarazioni comunque,
non sono state utili agli uomini dell’intelligence

Fontanarosa, sì ai funerali pubblici



Si terranno questa mattina nella chiesa di Tutti i Santi al borgo Sant'Antonio
Abate i funerali di Ciro Fontanarosa, il 17enne ucciso in un agguato
sabato notte in via Pietro Antonio Lettieri. Secondo le prime indagini,
il ragazzo potrebbe essere stato ammazzato a sangue freddo (crivellato
da sette colpi di pistola esplosi da due coppie di centauri in sella a scooter
Beverly) per uno sgarro. Tra le ipotesi, tutte da verificare, quella che
il diciassettenne volesse assumere il controllo dei vicoli a ridosso di corso
Garibaldi. Vicoli dove a governare il territorio è il clan dei Contini. Proprio
gli affiliati alla cosca storicamente guidata dal boss “Edoardo ’o romano”
potrebbero essere i killer che hanno freddato con sette colpi di arma
da fuoco Fontanarosa. Un ragazzo la cui vita è stata segnata, anni fa,
dalla tragica morte del padre, Antonio. Era il 5 gennaio 1999, quando l'uomo,
legato al clan Licciardi, rimase ucciso nel corso di una rapina in un
ufficio postale di Secondigliano. Un episodio che è rimasto impresso nella
mente del piccolo Ciro, che allora aveva appena sette anni. Tant'è che
quella disgrazia che aveva colpito la sua famiglia, il ragazzo l'aveva più
volte raccontata nei temi a scuola. Laddove parlava della figura paterna
come un uomo che aveva fatto tanto per i suoi tre figli, di cui Ciro era il
maggiore. Due gli altri fratelli, di cui uno fa il garzone in un bar poco distante
da piazzetta Volturno, dove il 17enne abitava con la madre, collaboratrice
domestica, col convivente di lei, ora in carcere e i suoi fratelli
(oltre al fratellino acquisito di 2 anni, nato dalla relazione di mamma Stefania
col nuovo compagno). Sono proprio loro, la madre, i fratelli, la nonna,
Angela De Rosa, e gli amici del quartiere che hanno rivolto un appello
alla questura, affinché fosse dato il permesso per celebrare le esequie
del giovane in maniera degna. “Non chiediamo null'altro - fanno sapere
familiari e amici - che poter dare l'ultimo saluto a Ciro, che era un bravo
ragazzo e non un delinquente, come è stato detto”. Molti, infatti, nel quartiere
San Lorenzo avevano descritto Ciro, all'indomani della sua tragica
fine, come un ragazzo dedito alle rapine di Rolex, ad atti vandalici ed episodi
di bullismo. Falsità, secondo parenti e amici del minorenne, che non
avrebbero fatto altro che sporcare la memoria di un giovane cresciuto in
mezzo a mille difficoltà dopo la morte del padre. Di papà Antonio, morto
in tragiche circostanze, Ciro conservava e indossava ancora i vestiti. Fiero
di essere figlio di un padre che pure gli aveva donato la vita e lo aveva
cresciuto fino a sette anni. Ora, nelle stesse tragiche circostanze, ha
perso la vita anche Ciro. Figlio di quei vicoli dove ai giovani come lui non
si offrono valide alternative alla strada e dove è facile incorrere nelle trame
della malavita pur di sbarcare il lunario. I funerali saranno celebrati dunque,
stamattina, nella piccola chiesa di Tutti i Santi, senza però il corteo
che è di rito in questi casi.

martedì 21 aprile 2009

LA VERA DINAMICA DELLA MORTE DI LUIGI ALIBERTI (O'LUONGO)


Si vanno sempre piu' a deliniare i tratti sconvolgenti e i retroscena che hanno portato la spaccatura all'interno del clan di lauro.Molti sono i collaboratori di giustizia che stanno snocciolando fatti e misfatti di quella sanguinosa guerra che fece 147 morti in 5 mesi.Oltre al pentito PIETRO ESPOSITO (o'kojak)molti altri sono i petiti che stanno collaborando attivamente con gli inquirenti per inchiodare killer e mandanti alle loro responsabilia'.E allora ecco svelato anche il delitto di LUIGI ALIBERTI detto (gigino o 'luongo)gregario di spicco del clan di lauro e referente assoluto di tutte le piazze di droga a scampia,a svelarlo e' stato GIUSEPPE MISSO JR. nipote del boss della sanita',che sta raccontano minuziosamente tutti i discorsi sentiti, le confidenze che gli sono state fatte quando era detenuto da esponenti sia del clan di lauro che degli scissionisti.Ecco alcuni stralci del racconto reso davanti al pubblico ministero della direzione centrale antimafia.Cosimo di lauro si rese conto delle zizzanie e della volonta' di GENNARO MARINO di rendersi autonomo,cosi' incomincio'un via vai dalla spagna all'italia incontrandosi attivamente con RAFFAELE AMATO e con i cognati di quest'ultimo i fratelli pagano,gli fece credere che COSIMO DI LAURO li voleva morti che aveva mandato proprio lui in spagna per verificare se era possibile ucciderli li per sviare anche le indagini probabilmente a carico del suo clan.Ma fece l'errore di confidarlo a LUIGI ALIBERTI che in un primo momento tintenno' sul da farsi,non voleva essere coinvolto nello scontro armato contro il clan di lauro,ma una litigata e un confronto col genero di di RAFFAELE PETROZZI ovvero quel FULVIO MONTANINO che venne ammazzato poi insieme allo zio CLAUDIO SALERNO che segno' la vera rottura e la vera scissione.FULVIO MONTANINO era l'astro nascente della 167,COSIMO DI LAURO credeva molto in lui e nella sua fedelta',e voleva proprio per questo favorirlo dandogli la gestione contabile di tutte le piazze della 167 ovvero scampia.ALIBERTI LUIGI in un primo momento rimase spiazzato dalla confidenza ricevuta da GENNARO MARINO, e ne parlo' sicuramente con qualcuno del clan di lauro come prima cosa,visto che anche lui era schiavizzato dalla paura delle batterie di fuoco del clan di lauro.Quando maturo' nella sua mente l'idea di affiancarsi alla scissione,qualcosa o qualcuno fece in modo che tale decisione arrivasse all'orecchie di COSIMO DI LAURO che senza perdere tempo decise di sacrificare sia aliberti che marino.Cosi' organizzo' una riunione trappola dove vennero invitati sia GENNARO MARINO che ALIBERTI LUIGI,si doveva discutere di questioni molto urgenti,questa era la motivazione che COSIMO DI LAURO fece giungere ad entrambi,ma GENNARO MARINO formatosi molto prima malavitosamente e maliziosamente capi' che qualcosa non quadrava in quella richiesta giunta cosi' d'improvviso,visto anche la diffidenza che si era creata tra il suo gruppo la sua idea di riportare dalla spagna i fratelli pagano e il cognato amato.Cosi' GENNARO MARINO fece giungere a LUIGI ALIBERTI i suoi dubbi consigliandogli di non recarsi a quella riunione dove sicuramente non ne sarebbe uscito vivo,ma O'LUONGO forte anche della sua parentela con PAOLO ABBATIELLO ras di primo piano della famigerata famiglia licciardi gli fece giungere l'imbasciata che non aveva niente da temere viste le parentele e la sua gestione nei droga shop di scampia.Cosi' incautamente e incurante dei continui messaggi che GENNARO MARINO gli fece giungere accetto' di presidiare alla riunione dove trovo' ad aspettarlo COSIMO DI LAURO FULVIO MONTANINO e UGO DE LUCIA,lo accolsero con premura e frasi rassicuranti in riguardo all'idea che si erano fatta di lui,criticando aspramente GENNARO MARINO della decisione che egli aveva preso di non partecipare alla riunione,lo accusavano di doppio gioco e di zizzanie che stava seminando tra napoli e la spagna.Poi gli fece capire FULVIO MONTANINO che non era sua intenzione contrapporsi a lui e alla sua gestione dei droga shop di scampia,visto che lui si stava occupando di altre cose,ma anche in virtu' della loro amicizia non c'era ragione di screzzi o preoccupazioni.Lo rassicurarono in tutti i modi,e O' LUONGO aveva bisogno di aggrapparsi a quelle rassicurazioni e illusioni che i macellai gli fecero credere,visto che pochi minuti dopo con una scusa UGO DE LUCIA e FULVIO MONTANINO si allontanarono con una scusa di un servizio urgente,appena usciti prepararono le pistole e la motocicletta per la fuga aspettando solo che la loro preda mettesse piede fuori casa per massacrarlo.COSIMO DI LAURO continuo' a lusingarlo e rassicurarlo della loro amicizia e della stima che la sua famiglia aveva nei suoi confronti,poi gli fece credere che era meglio uscire uno alla volta in caso di irruzione o di fermi da parte della polizia.Pochi attimi e COSIMINO se ne usci' salutanto con una pacca sulle spalle sia de lucia che fulvietto che aspettavano in tanto fuori il palazzo l'uscita di o luongo.Pochi attimi e o' luongo capi' tutte le lusinghe le attenzioni e le ambasciate fatte arrivare insistentemente da GENNARO O'MEKAY,folgoro' d'improvviso nella sua mente che i di lauro non avevano considerazione e paura di nessu clan,che nemmeno la parentela strettissima con la famiglia LICCIARDI gli avrebbe salvato la vita.Gli passo' in un attimo tutta la sua vita,un film davanti agli occhi,le sue moto e auto le donne la sua casa tutta la ricchezza accumulata se ne andava a fare in culo in un pomeriggio piovigginoso,lui che era fissato per la pulizia e per gli abiti firmati,si trovo' d'improvviso per terra col volto e il torace insanguinato in una pozza mista di sangue e fango,cosi' se ne andava il piu ricco della 167.

sabato 4 aprile 2009

Ghirlanda di fiori per dichiarare guerra



Una ghirlanda, piazzata di notte sotto l’abitazione di Giuseppe Lo Russo,
simboleggiò la rottura all’interno dell’”Alleanza di Secondigliano”.
Fu proprio Ettore Sabatino, che insieme con Salvatore Torino si allontanò
dal super-gruppo proprio per i contrasti con i “Capitoni” di Miano,
a depositare la corona di fiori davanti all’ingresso del palazzo in cui
abitava il ras diventato nemico. Poi la coppia di “scissionisti” si trasferì
al Rione Sanità, sotto l‘egida di Giuseppe Misso “’o nasone”. E il resto
è storia arcinota.
L’inedito racconto sulla ghirlanda è del pentito Maurizio Prestieri, esponente
di spicco del gruppo omonimo, prima alleato dei Di Lauro e poi
con gli Amato-Pagano. Allora il collaboratore seguiva da vicino, per esserne
partecipe, le vicende in seno all’”Alleanza di Secondigliano”, i
cui contrasti tra i Sabatino-Torino e i Lo Russo rappresentano un importante
passaggio nella storia della camorra napoletana. Ecco alcuni
passi, con la consueta premessa che le persone tirate in ballo devono
essere assolutamente ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria.
«Non conosco le ragioni che portarono a quella scissione che in realtà
si tradusse in una fuga di Ettore Sabatino e del suo gruppo. So solo che
ci furono dei forti contrasti che indussero Ettore Sabatino addirittura a
portare simbolicamente una ghirlanda sotto l’abitazione di Giuseppe Lo
Russo. Di questa situazione approfittarono i Misso che offrirono ospitalità
al gruppo nella Sanità, essendo interessati a rafforzarsi quanto
più possibile per coltivare quello che era un pallino di Giuseppe Missi,
ovvero distruggere la Masseria Cardone, responsabile della morte della
moglie».
Poi Maurizio Prestieri passò a descrivere i profili di alcuni affiliati ai Lo
Russo. «Nel periodo immediatamente successivo e, quindi, dalla fine degli
anni 90 in poi quale killer del clan Lo Russo emerse Antonio, figlio
di Peppe. Per cui posso tranquillamente riferire che Raffaele Perfetto,
Antonio Lo Russo e Luigi Pompeo sono oggi tra i principali componenti
del gruppo di fuoco. Lei mi chiede se conosca Luigi Pompeo e rispondo
di si, sebbene, a differenza che con Perfetto e di Lo Russo, non ho
avuto con lui rapporti diretti quanto alle attività illecite. Lo conosco
quale affiliato e killer perché ovviamente frequentavo il clan Lo Russo».
Infine, nello stesso interrogatorio Prestieri parlò di Raffaele Perfetto. «Su
suo invito mi riservo di riferire in separato interrogatorio le vicende
omicidiarie in cui Raffaele Perfetto è coinvolto. Indico l’omicidio di Gennaro
’o Curto, il duplice omicidio Fusco e di Esposito Armando nonché
l’omicidio di Pavesino. Analogo discorso valga per Nicola Di Febbraio
cui sono addebitabili la maggior parte degli omicidi commessi per conto
dei Lo Russo negli anni Novanta e, successivamente, per conto del
gruppo di Ettore Sabatino.

giovedì 2 aprile 2009

Arrestato il boss Vincenzo Sarno



Era diventato l’ospite di lusso
di un impiegato incensurato di
Ponticelli, a poca distanza dal
suo “regno”: il Rione De Gasperi.
Ma da qualche giorno la
polizia aveva stretto il cerchio
intorno a lui, concludendo
l’operazione ieri mattina. Per
Vincenzo Sarno il breve periodo
di latitanza è finito alle 6 e
30 e con esso gli investigatori
sperano che sia stata interrotta
la sua strategia di alleanze e
di referenti in mezza Napoli:
sui Quartieri Spanoli innanzitutto,
ma anche alla Torretta,
a Fuorigrotta e nei paesi vesuviani più vicini al quartiere d’origine.
Vincenzo Sarno, 38 anni, è stato bloccato dai poliziotti della Squadra
“omicidi” della Mobile della questura di Napoli (coordinata dal vice
questore Pietro Morelli). Il ras, scarcerato l’estate scorsa dopo una lunga
detenzione per camorra, era ricercato dal 13 marzo scorso, quando
era stato emesso nei suoi confronti una misura di sicurezza detentiva
dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli. Il
provvedimento era scaturito in seguito alla pronuncia del Tribunale
di Sorveglianza di Napoli, che aveva disposto per lui la Casa di lavoro,
in cui il fratello del boss Ciro “o’ sindaco” dovrà restare per due anni.
Gli investigatori nella villetta dell’impiegato, denunciato per favoreggiamento
personale, hanno trovato Vincenzo Sarno e la moglie di
quest’ultimo. E’ probabile che il ras sia rimasto in zone nel corso delle
due settimane di latitanza, ma all’ultimo nascondiglio era arrivato
da pochi giorni. Quando si è accorto di essere in trappola, non ha opposto
alcuna resistenza e ha “consegnato” i polsi. Ora si trova nel carcere
di Poggioreale, in attesa di essere trasferito nella Casa di lavoro
cui sarà assegnato nei prossimi giorni. Dieci anni e quattro mesi di
detenzione interrotta soltanto da qualche breve permesso-premio. Un
lungo tunnel carcerario da cui era uscito, per fine-pena, Vincenzo Sarno.
Le porte dell’istituto penitenziario di Siracusa si aprirono il 31 agosto
scorso e dopo alcuni giorni trascorsi in Sicilia, il fratello maggiore
di Ciro “o’ sindaco” tornò nel quartiere d’origine tra grandi feste: libero,
allora senza misure di sicurezza a carico. Il 25 aprile ’98 restò vivo
per una circostanza fortuita: era l’obiettivo dell’autobomba esplosa
in via Argine e costata la vita a Luigi Amitrano, suo nipote e autista
di fiducia. Lui uscì dalla macchina pochi minuti prima che i sicari
azionassero il congegno a distanza. Il 1 maggio successivo fu arrestato
per associazione camorristica. L’autobomba segnò l’attacco, fallito,
dei De Luca Bossa al clan Sarno. Gli “scissionisti” ebbero secondo
gli inquirenti l’appoggio di parte dell’”Alleanza di Secondigliano”,
ma nel tempo la potente cosca del rione De Gasperi ha ripreso saldamente
il controllo delle attività illecite nell’intero quartiere e fuori. Tanto
che la procura antimafia l’indica tra le più forti a Napoli e in provincia,
grazie all’alleanza con i Mazzarella.

Incastrato il killer del vigilante



Gli piace vestire bene; quando è stato arrestato indossava un costoso orologio.
Per questo era diventato un rapinatore nonostante fosse ancora minorenne.
E la pistola di una guardia giurata, un’arma “pulita”, venduta al
mercato nero frutta bene. Così la sera del 17 gennaio scorso, nel corso di
una scorribanda nella zona dei Tribunali, gli era sembrata una buona idea
rapinare della pistola Umberto Concilio, 25enne, guardia giurata particolare
dell’istituto “La Vigilante”. Assieme ad un complice che per il momento
non ha un nome, entrò in azione poco dopo la mezzanotte e, dopo
aver tentato il colpo, sparò contro il giovane vigilante di San Giovanni
a Teduccio ferendolo mortalmente. Ieri, dopo quasi tre mesi di indagini
serratissime, gli investigatori della sezione Antirapine della Squadra
Mobile, guidati dal vicequestore Vittorio Pisani con il dottor Massimo
Sacco e il sostituto commissario Silvio Petrillo, hanno catturato uno dei
responsabili della rapina finita nel sangue. Si tratta di Manuel Brunetti,
18enne da poco, residente in via Benedetto cairoli, che quando ha commesso
il fatto era minorenne, “figlio d’arte” (il padre, Salvatore, fu arrestato
all’interno di Città dell Scienza nel 2007 proprio da un vigilante durante
un tentativo di rapina in banca, ne scriviamo nel pezzo a destra) che alle
spalle ha già un precedente per rapina. Era inseguito da un’ordinanza
di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale per i Minorenni
di Napoli con le accuse di tentata rapina aggravata, omicidio, lesioni
nonché detenzione e porto illegale di armi da sparo. Il tutto in concorso
con un altro giovane bandito che per ora è rimasto sconosciuto.
Dalle indagini svolte dall’Antirapine, che si sono avvalse anche di intercettazioni
telefoniche, è emerso che nella tarda serata del 17 gennaio
scorso, in via Concezio Muzii, all'angolo di via dei Tribunali, insieme a
un complice, armati di una pistola calibro 9 corto e di una calibro 22, nel
tentativo di impossessarsi dell'arma di Umberto Concilio, che in quel momento
si trovava di pattuglia in zona per il controllo dell’agenzia 6 del
Banco di Napoli, gli sparò alcuni colpi d'arma da fuoco, colpendolo mortalmente
al capo e in altre parti del corpo mentre si accingeva a rientrare
nell’auto di servizio. La scena era stata anche ripresa dalle telecamere
di sicurezza dell’agenzia 6 del Banco di Napoli, e in qualche modo quelle
immagini sono servite agli “007”. I risultati dell’attività info-investigativa
della Squadra Mobile, fondati sugli elementi acquisiti nel corso di intercettazioni
telefoniche e ambientali, hanno determinato il giudice per
le indagini preliminari ad adottare il provvedimento di custodia cautelare
richiesto dal pm Raffaella Tedesco, che ha seguito il caso fin da quando
sono emerse le responsabilità di Brunetti.