martedì 24 febbraio 2009

Secondigliano, cancellati gli ergastoli.


Da aprile a dicembre del 2004. Quattro omicidi avvenuti nel corso della faida di Secondigliano, la tremenda lotta intestina al clan Di Lauro che portò all'uccisione di oltre 80 persone. Al centro la spartizione degli affari per le piazze di spaccio in una dei droga shop più importante d’Italia. In una sola notte furono arrestati in sette, tutti destinatari della stessa ordinanza di custodia cautelare in carcere con l’accusa di omicidio. Ad incastrarli le ricostruzioni dei primi pentiti, Pietro Esposito e Domenico Rocco, ma anche investigazioni pure, quelle che hanno fatto la differenza in tanti delitti. E poi le intercettazioni sia telefoniche e ambientali. Quattro delitti violenti come furono tutte le azioni di fuoco della cosca diretta dal padrino Paolo Di Lauro che rispondeva colpo su colpo agli attacchi degli scissionisti. Per quei quattro delitti tutti e sette gli indagati divennero imputati rinviati a giudizio dal giudice per le udienze preliminari davanti ad un’unica Corte d’Assise chiamata a giudicare tutti quattro i casi. Numerosi testimoni tra investigatori, testimoni oculari, pentiti, imputati di reato commesso chiamati a confermare o smentire altre voci arrivare. Alla fine gli assolti furono solo due tra i quali l’ex sindaco del comune di Melito Alfredo Cicala, il quale era accusato di essere lo “specchiettista” dell’omicidio di Federico Bizzarro. Accusa pesante, molto più grave del reato associativo che gli contestavano all'inizio delle indagini i pubblici ministeri dell’antimafia. In Corte d’Assise d’Appello però quell’indagine è stata letteramente smantellata. Solo due condanne per quei fatti, cinque sono stati invece assolti con formula piena. Ma in totale sono stati tre gli ergastoli cancellati. Dalla quarta Corte d'Assise d'Appello, presidente Lignola, è stata ribaltata la sentenza di primo grado dove erano stati invece cinque i condannati e due gli assolti. Già in primo grado fu scagionato Alfredo Cicala, ex primo cittadino e ora persona libera e Ferdinando Emolo, accusato di essere il killer di Biagio Migliaccio. Per l'omicidio di Bizzarro, ammazzato a Qualiano il 26 aprile del 2004 Antonio Ronga e Rosario Fusco, che hanno ammesso i loro addebiti sono passati dall'ergastolo a 28 anni di carcere. Per il delitto di Biagio Migliaccio assolti Antonio Mennetta e in primo grado Ferdinando Emolo. Per il delitto di Antonio Siviero, assassinato il 28 settembre del 2004 (nella foto) Salvatore Tamburrino ottenne anche lui il ribaltamento della sentenza di primo grado: dall’ergastolo all’assoluzione piena. E infine l’ultimo capitolo per l’omicidio di Enrico Mazzarella. Giovanni Cortese assolto con formula piena per non aver commesso il fatto. La Procura probabilmente sta già preparando il ricorso per alla Corte di Cassazione almeno per i tre che in primo grado avevano incassato il carcere a vita.

Una faida con 80 omicidi e meno di 10 killer condannati


Una faida lunghissima durata quasi un anno e di quei delitti purtroppo di colpevoli ne sono stati scovati pochissimi (nella foto il delitto di Salvatore Cipolletta). Com'è che a Secondigliano improvvisamente scoppiò la faida tra il clan Di Lauro e gli scissionisti. Uno dei primi a raccontarlo è stato Giuseppe Misso detto “'o chiatto”. Lo ha fatto parlando agli inquirenti che lo hanno ascoltato durante il suo periodo di collaborazione con la giustizia. Il suo primo interogatorio risale ad un anno fa e oramai i 180 giorni sono passati da un pezzo. «Quando Paolo Di Lauro diventò latitante passò tutto nelle mani del figlio Cosimo che iniziò un repulisti all'interno del suo clan. A Raffaele Amato fu intimato di abbandonare proprio il territorio di Napoli facendo intendere che l'avrebbero ucciso se no l'avesse fatto e che egli non si motivava a tale gesto per rispetto del padre che sapeva avere grande affetto per lui che conto suo gestiva i canali di approvvigionamento dal Sud America. L'Amato fece buon viso a cattivo gioco e si allontanò. Dalla Spagna si mise in contatto con i capi facendo leva sulla irragionevolezza del Cosimo. Egli riuscì a portare dalla sua parte queste perone che non sopportavano di essere comandare da un giovane e posso dire che questa è la cosa che è capitata all'interno del nostro clan con la faida della Sanità. Il primo passo lo fecero i Di Lauro con l'assassinio di Luigi Aliberti detto Giggino “'o luongo” che fu commesso da Ugo De Lucia e da Fulvio Montanino». Dopo Giuseppe Misso è sono stati Antonio e Maurizio Prestieri a fare luce sui quanto è accaduto all'ombra delle Vele durante i mesi bui del 2004 e del 2005. Ma nonostante i tanti nomi che ci sono segnati nei verbali, nonostante gli incroci tra le dichiarazioni, al momento non ci sono prove schiaccianti che possano incastrare i killer.

venerdì 20 febbraio 2009

ERGASTOLO CANCELLATO PER GIOVANNI CORTESE "O'CAVALLARO"



Giovanni Cortese detto “’o cavallaro”, esponente di spicco di quello che
è rimasto del clan Di Lauro, è stato assolto dall’accusa di omicidio aggravato.
La quarta Corte d’Assise d’Appello di Napoli, presieduta da Pietro
Lignola, ha cancellato un ergastolo. Ha avuto ragione la difesa sostenuta
dagli avvocati Claudio Davino e Saverio Senese che ha sin dall’inizio
avevano sostenuto che le ricostruzioni investigative non portavano
con certezza a lui così come le telefonate intercettate poco dopo il delitto:
non erano tutte addebitabili a lui e quelle sue non riguardavano l'omicidio
di Enrico Mazzarella. Ma l'accusa ha sempre sostenuto il contrario
cercando di dimostrare che “'o cavallaro" facesse parte della spedizione
di morte che il 5 dicembre del 2004 mise a segno a Bacoli un feroce omicidio
contro un presunto affiliato agli scissionisti legati ai ras Amato e
Pagano. Enrico Mazzarella era ritenuto il braccio economico di Rosario
Pariante, boss originario di Secondigliano trasferitosi a Bacoli come ras
per il clan Di Lauro. E per questo il 47enne imprenditore pregiudicato, titolare
di un ristorante famoso per la buona cucina, fu assassinato. All’agguato
assistettero la convivente e la sorella della vittima oltre a una
decina di altre persone tra lavoranti e i pochi clienti ancora nel locale. Enrico
Mazzarella fu ucciso nel suo locale “Da Enrico”, in via Scalandone a
Bacoli, sul litorale flegreo. Un killer, unico entrato nel ristorante di un commando
di quattro, ha chiesto di lui a un cameriere e una volta avutolo
sotto tiro sulla soglia della cucina, ha aperto il fuoco con spietata ferocia.
Sette proiettili hanno centrato l’uomo alla testa e al volto e inutile si sono
rivelate le cure dei medici dell’ospedale “Santa Maria delle Grazie” a
Pozzuoli. Morì poco dopo il ricovero. Enrico Mazzarella (che abitava a Bacoli
in via Mercato di Sabato ed era soltanto omonimo dei Mazzarella di
San Giovanni a Teduccio) veniva indicato dai carabinieri come “braccio
destro” del boss Rosario Pariante, attualmente detenuto per associazione
camorristica e ritenuto a capo dell’unico clan locale. L’agguato scattò
alle 15 e 50 ed apparse subito di chiaro stampo camorristico. Il commando
giunse a bordo di un’auto in via Scalandone, ma soltanto un sicario
a volto scoperto entrò nel locale per non destare sospetti. Non conosceva
Enrico Mazzarella e se lo fece indicare da un cameriere. Sul luogo accorsero
per primi i carabinieri di Bacoli e del nucleo operativo di Pozzuoli,
i quali ricostruirono le fasi dell'agguato attraverso le testimonianze del
personale impegnato in cucina e nel servizio ai tavoli, oltre alle due congiunte
della vittima. Enrico Mazzarella non aveva precedenti per camorra
e l’unico arresto di rilievo subito nella sua vita era avvenuto il 17 settembre
2002. In quell’occasione fu fermato dai carabinieri con l’accusa di
estorsione insieme ad altre 10 persone, tra le quali i Pariante padre e figlio:
Rosario e Gennaro. Secondo gli inquirenti il gruppo aveva creato una
holding del crimine con attività di facciata e gestiva un giro di estorsioni
nel campo della ristorazione

giovedì 19 febbraio 2009

Misso e Florino, confronto dopo 25 anni




Il colpo di scena è arrivato dopo una trentina di minuti di interrogatorio. I pm hanno chiesto un confronto e lui lo ha accettato. Una mossa a sopresa che ha creato non poca tensione ai piani alti della Procura di Napoli: da un lato Michele Florino, ex senatore di An, un passato in Commissione parlamentare antimafia, indagato come mandante di un triplice omicidio; dall’altro, l’ex boss del rione Sanità Giuseppe Misso, oggi collaboratore di giustizia, grande accusatore del leader della Destra.
Tensione, il confrnto fa calare il gelo. Il tema è da incubo, per un ex parlamentare che ha speso la propria carriera a chiedere a viva voce l’alto commissariato per la lotta alla camorra: Florino è stato raggiunto da un invito a comparire, firmato dai pm della Dda Sergio Amato e Giuseppe Narducci. È accusato di essere il mandante del triplice delitto di Domenico Cella, Ciro Lollo e Ciro Guazzo, avvenuto al rione Sanità il 24 settembre del 1983. Un movente politico, secondo il boss pentito: il delitto serviva ad impedire che uomini di Forcella montassero nella sanità un palco per un comizio elettorale di un candidato legato al clan Giuliano. Un candidato del Psi, che non piaceva a Misso, al suo amico d’infanzia Alfondo Galeota (ucciso negli anni Novanta), né a Florino (secondo il racconto del pentito). Difeso dal penalista Catello Di Capua, Florino si è difeso. Il confronto è durato meno di mezz’ora: i due si sono confrontati in modo acceso, tanto che l’ex senatore ha negato su tutta la linea le accuse del boss del rione Sanità. Accanto al suo avvocato, Misso ha insistito. Rivolgendosi con il «tu» all’ex parlamentare, ha raccontato delle campagne elettorali degli anni Ottanta, coinvolgendo anche ex parlamentari, citando finanche un incontro al Vomero con l’ex leader del Msi Giorgio Almirante (incontro di cui non c’è alcuna traccia, ndr). Ecco la risposta di Florino: «Sono millanterie. Non c’è stato alcun incontro tra Misso e Almirante, né ho mai organizzato campagne elettorali con Misso. Posso averlo incontrato in qualche manifestazione politica, nient’altro. Qui, al mio posto, Kafka sarebbe impallidito. Misso ci accusa, per il livore accumulato negli anni: dice di essere stato scaricato dal Msi nel corso del processo per la strage del rapido 904. Tutto qui. La mia sezione di riferimento era «Giovanni Berta», in via Foria 169, la mia storia politica è negli atti parlamentari: ho fatto sciogliere comuni per infiltrazione camorrista, nel 2003 mi sono battuto per far confiscare le case dei boss Giuliano e la stessa casa di Misso dal comune di Napoli. In questa vicenda ci sono sei vittime innocenti: i miei figli, costretti a leggere calunnie sul proprio genitore». ARTICOLO PRESO DA NAPOLI ONLINE.

mercoledì 18 febbraio 2009

La testimonianza del fratello:ha rotto il muro d'omerta'



Un racconto drammatico quello di Francesco Verde, fratello della
giovane Gelsomina (nella foto). Il giudice fa riferimento al suo
racconto in alcune pagine delle motivazioni della sentenza. Un
momento toccante ma coraggioso quando l’uomo si recò in
Tribunale a raccontare quello che aveva saputo dell’omicidio della
sorella. «Va sottolineato che se il fratello della giovane Gelsomina
non avesse rotto il muro di omertà che solitamente viene eretto
tra i fatti e gli organi investigativi, anche dai parenti delle
vittime, specie quando sono coinvolti personaggi legati alla
malavita organizzata, i verbalizzanti non sarebbero giunti alla
persona di Pietro Esposito, primo grande accusatore della
famiglia Di Lauro». «Difatti - continua il magistrato estensore
Isabella Iaselli - nella immediatezza dei fatti la più cara amica di
Verde, Anna Zerlenga, non aveva riferito nulla circa la presenza
di Esposito e solo dopo molto tempo, evidentemente costretta
dalle informazioni già rese da Francesco Verde, aveva cominciato
a dire qualcosa in più, ma sempre in maniera molto cauta, così
come cauta e preoccupata è apparsa in dibattimento». La
testimonianza di Verde ha colpito per il profondo e reale dolore
testimonia dal fratello
della vittima così
barbaramente uccisa,
sottolinea il magistrato,
tanto che il teste ha sentito
l’esigenza di ricordare
anche come avesse sognato
la sorella ed ha ripetuto più
volte di averla individuata
dal solo piede rimasto
intatto, piede che si nota
nei rilievi fotografici
allegati agli atti e che
realmente colpisce per
essere l’unica parte del
corpo miracolosamente
scampata alla devastazione
delle fiamme.

«Delitto Verde, azione vile e sporca



L’omicidio di Gelsomina Verde è stata un’azione vile, posta in essere da
un soggetto descritto da tutti i collaboratori come particolarmente spietato
e considerata dai criminali un’azione sporca. Così commenta il giudice
estensore della quarta Corte d’Assise, Isabella Iaselli, la morte della
20enne, brutalmente assassinata e poi data alla fiamme nel corso della
faida di Secondigliano. Per quel delitto è stato condannato alla pena
dell’ergastolo Cosimo Di Lauro. Qualche giorno fa sono state depositate
le motivazioni della sentenza, 75 pagine fittissime nella quali il magistrato
ripercorre tutte le fasi dell’inchiesta e del processo. «Sul motivo
abietto - scrive - l’aver ucciso una ragazza, estranea ai gruppi in guerra,
solo al fine di avvantaggiare il proprio clan camorristico integra senza
dubbio l’aggravante dell’omicidio perché ripugna il sentimento morale
collettivo - sottolinea la Iaselli, rapprestando la visione dell’intera
Corte, presieduta da Giustino Gatti, con sei giudici popolari - come dimostrato
peraltro dal grande scalpore e la vicenda ebbe nei medesimi ambienti
criminali dove fu considerata una azione “sporca”, che metteva a
repentaglio la vita delle altre donne, colpevoli solo di avere come compagni
o amici o parenti, persone del gruppo contrapposto».
Poi continua: «Rispetto ad un’azione così vile non è possibile nessuna attenuante
e quindi la condanna dell’ergastolo può essere l’unica pena da
irrogare». L’ergastolo era la pena che aveva chiesto dopo una lunga requisitoria
il pubblico ministero della Dda Stefania Castaldi. La sentenza
fu pronunciata il 12 dicembre scorso dopo due ore di camera di consiglio.
Cosimo Di Lauro è ritenuto il mandate del delitto di Gelsomina
Verde, la 20enne assassinata e bruciata nella sua auto a San Pietro a Patierno,
per non aver rivelato il nascondiglio di un nemico della cosca dei
Di Lauro. Era in corso la spietata faida di Secondigliano e quell’omicidio
segnò il momento più drammatico della guerra intestina che ha lasciato
al suolo oltre 70 persone. Quell’omicidio segnò il cambiamento di
rotta della cosca di Ciruzzo “’o milionario”: uccidere non solo affiliati ma
anche persone a loro vicine o addirittura vittime innocenti. Innocente
come lo era Gelsomina che nulla aveva a che fare con la camorra, con la
faida. La sua unica colpa: essere stata amica di uno scissionista che si
nascondeva per non essere ammazzato e loro, i killer, volevano sapere a
tutti i costi dove fosse. E quella sua colpa l’ha pagata purtroppo con la
vita. In aula la mamma e il padre di Gelsomina che non hanno perso
un'udienza e per giorni si sono tormentati ripercorrendo quelle drammatiche
ricostruzioni fatte nei minimi dettagli dal pubblico ministero
Stefania Castaldi, che ha seguito passo dopo passo il processo. Resta
ovviamente l’appello che sarà proposto dagli avvocati Vittorio Giaquinto
e Saverio Senese. Contro Cosimo Di Lauro ci sono le ricostruzioni soprattutto
dei collaboratori di giustizia ma anche intercettazioni telefoniche
e ambientali.

martedì 17 febbraio 2009

SPERIAMO CHE BLOCCHINO I TERMINI PER I TRE ASSASSINI DELLA PIZZERIA D'ONNA AMALIA


Ultimamente molti quotidiani riportavano la notizia che i tre assassini del pizzaiolo GIUSEPPE RICCIO ammazzato all'interno della pizzeria "d'onna amalia"potrebbero lasciare il carcere per scadenza massima di custodia cautelare.Va ricordato che i tre insieme ad un gruppo di almeno 10 persone entrarono nella pizzeria "d'onna amalia"armati di coltelli mazze chiodate e pistole,incominciarono a sfasciare tutto,picchiarono duramente il titolare ERCOLE CRISTOFORO la moglie e le figlie compresi i suoi dipendenti,per vendicarsi del rifiuto della sera prima in cui il cristoforo appunto si rifiuto' di servire fuori dal locale le pizze a questi balordi.Su dieci aggressori solo tre vennero identificati,GIOVANNI DI VAIO detto "CUOLL STUORT" poi CIRO DE VINCENZO nipote del boss del perrone massacrato negli anni 90 CIRO CIANCIULLI detto "O SFREGIATO e in fine PIETRO GIRLETTI un bravo ragazzo rovinatosi ultimamente per lecattive amicizie.Tra i tre la personalita' piu' spiccata criminalmente e' GIOVANNI DI VAIO,infatti il pimo pentito della faida di scampia PIETRO ESPOSITO lo indico' come appartenente al clan de lucia che si occupava espressamente delle estorsioni e dei cavalli di ritorno all'interno del rione berlingieri.E' sempre stato organico al clan de lucia,molte volte si occupava anche delle gestioni delle piazze di spaccio del perrone,a mio giudizio l'ergastolo preso al primo grado di giudizio per l'omicidi del giovane pizzaiolo e' poco,bisognerebbe indagare a fondo per risalire realmente a tutte le sue colpe e reati per farlo finire per sempre in prigione,altro che scadenza di custodia cautelare.

sabato 14 febbraio 2009

La decapitazione di giacomo frattini "bambulella"



Era l’unico libero degli indagati da arrestare sulla base delle indagini
dei carabinieri per l’omicidio Frattini (gli altri erano già detenuti) ed è
sfuggito alla cattura Renato Cinquegranella: 59enne di Borgo
Sant’Antonio Abate, all’epoca dei fatti legato al clan Giuliano di
Forcella. A tiralo in ballo ed ad accusarlo è stato il pentito Pasquale
Gatto. Ecco alcuni passaggi delle sue dichiarazioni, rese il 23 agosto del
2007 al pm Barbara Sargenti.
«Ho partecipato all’omicidio di “bambulella” avendo rubato
l’autovettura Bianchina 500 (nell foto), che è servita poi per caricare
il suo corpo fatto a pezzi, che io stesso ho trasportato a bordo di
questa autovettura. Il compito di procurare la macchina,che io
sapevo che doveva servire per trasportare il cadavere della vittima
mi venne affidato da Astuto Ciro e Cinquegranella Renato, che
avevano organizzato l’omicidio. “Bambulella” venne attirato in
trappola da tale “’a vicchiarella”, che è morto nel ’90. Costui
convinse la vittima che poteva fidarsi di lui, che lo avrebbe
presentato ai suoi amici al fine di consentirgli di “girarsi”, ossia di
passare con gli anticutoliani. Egli venne attirato in un bassodeposito
in vico Avvocata e lì venne ucciso da Cinquegranella
Renato, Bruno e Renato Torsi».
Il racconto di Gatto continuava con
dettagli raccapriccianti: «Io non
ero presente quando lo uccisero,
ma la dinamica e le modalità me
le raccontarono i miei compagni.
Io andai sul posto portando la
macchina che avevo procurato
quando mi chiamarono per dirmi
che l’omicidio era stato
commesso. Quando arrivai il
cadavere di “bambulella” veniva
fatto a pezzi da Cinquegranella
Renato e Paolo di Lauro

Ucciso e fatto a pezzi: 13 ordinanze



Aveva partecipato, secondo i rivali di camorra all’epoca della guerra tra Nco
e Nf, alla strage di Poggioreale e perciò doveva essere punito in maniera
eclatante. Il suo corpo fu trovato in una Fiat 500 familiare: senza cuore, testa
e mani. Il “tribunale della camorra” aveva deciso che Giacomo Frattini,
detto “bambulella”, doveva essere ucciso e così fu. Ma come anticipato dal
nostro giornale la settimana scorsa, dopo 27 anni da quell'omicidio, la Procura
di Napoli ha ricostruito il movente, i mandanti e le fasi dell'esecuzione.
Così, ieri mattina sono state notificate 13 ordinanze di custodia cautelare
per omicidio ad altrettanti ras di camorra mentre un solo indagato è latitante:
Renato Cinquegranella. Le indagini, a suo tempo archiviate per essere
rimasti ignoti gli autori, erano state riaperte dopo che Luigi Giuliano decise,
nel 2002, di collaborare con la giustizia, insieme successivamente anche
ad altri affiliati che secondo l’accusa a quel delitto presero parte. Giacomo
Frattini, esponente della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, fu
ucciso il 21 gennaio del 1982 perché doveva essere punito, come scrive il
capo della Procura di Napoli Giovandomenico Lepore. Rientrava tutto nella
guerra di camorra, che agli inizi degli anni '80 insanguinò Napoli e provincia,
tra la Nco di Raffaele Cutolo e la Fratellanza Napoletana delle famiglie cresciute
nel dopoguerra all'ombra dei siciliani con il contrabbando di sigarette.
Il movente della vendetta di cui rimase vittima Frattini sta nella strage
del 23 novembre del 1980. Quando, approfittando della concitazione creatasi
per il terremoto, nel carcere di Poggioreale un gruppo di cutoliani fece irruzione
nel reparto occupato dagli avversari, uccidendo varie persone. Di
quell’eccidio la Fratellanza napoletana, guidata all'epoca da Luigi Giuliano
detto “Lovigino”, individuò proprio l’allora 23enne come uno dei responsabili.
E così scattò la punizione esemplare: c'era chi voleva crocifiggerlo davanti
all'abitazione di Cutolo, chi decapitarlo. Si optò per la seconda possibilità.
Nel clan c'era un macellaio che asportò il cuore e poi tagliò la testa e
le mani: pezzi che furono collocati nell'auto insieme al cadavere, ricoperto da
un lenzuolo. La perizia medico-legale accertò anche la presenza di ferite da
taglio al viso inferte quando Frattini era ancora in vita. Un sedicente gruppo,
i Nuovi giustizieri campani, rivendicò il delitto. Ma era un depistaggio:
grazie ai pentiti, è venuto fuori tutt'altro scenario. Il 23nne, a distanza di un
anno dalla sua scarcerazione, era stato attirato con l'inganno in una trappola
e giustiziato. Tredici le ordinanze di custodia cautelare notificate in carcere
ai boss: Raffaele Abbinante detto “Papele ’e Marano”; Edoardo Contini
“’o romano”; Paolo Di Lauro; Giuseppe, Mario e Salvatore Lo Russo dei “capitoni”;
Francesco e Giuseppe Mallardo; Rosario Pariante; Costantino Sarno;
Renato e Bruno Torsi; Luigi Vollaro “’o califfo”.

venerdì 13 febbraio 2009

Dodici anni al boss Salvatore Lo Russo



Salvatore Lo Russo, boss della zona di Miano, è stato condannato a 12
anni di reclusione per il reato di associazione camorristica. Una condanna
come capo e promotore di una clan che opera a Miano e che
porta il suo stesso nome. Stesso capo di imputazione, con una condanna
a 11 anni e un mese per Raffaele Perfetto. Il ras era assistito dagli
avvocati Ercole Ragozzini e Saverio Senese, mentre il secondo assistito
dagli avvocati Gandolfo Geraci e Sante Foresta. Gli avvocati hanno
cercato di ottenere un ridimensionamento della pena chiesta dal
pm (20 anni di carcere per il primo, 18 per il secondo) e in parte ci sono
riusciti. Era un rito abbreviato (giudice Lucarelli) e adesso puntano
diritti all’appello dove cercheranno di ottenere un altro livellamento verso
il basso della sentenza. Massimo Tipaldi (difeso dagli avvocati Claudio
Davino e Luigi Senese) e Antonio Lo Russo, rampollo del clan (difeso
dall’avvocato Antonio Abet), hanno invece incassato 5 anni e 4
mesi (la pena più bassa) e 5 anni e 6 mesi. La Dda aveva chiesto per entrambi
la pena di 15 anni di reclusione. Giovanni Pennielo ha invece
incassato 7 anni di carcere (difeso dall’avvocato Salvatore Pane), ma il
pm aveva chiesto 14 anni di carcere. Salvatore Lo Russo, imputato numero
uno, rinchiuso in carcere al regime del 41 bis, quando fu arrestato
due anni fa era da pochi giorni tornato dalla Costa Azzurra in Francia.
L’inchiesta si basa soprattutto su intercettazioni ambientali, un vero
e proprio colpo da maestri quello che compirono i carabinieri. I militari
piazzarono alcune microspie sullo yacht nella disponibilità di Salvatore
Lo Russo. Poi alle intercettazioni ambientali si sono aggiunte
anche le dichiarazioni dell’ex ras della Sanità Giuseppe Misso “’o chiatto”.
All’alba i militari del nucleo operativo di Napoli si si presentati a casa
di Salvatore Lo Russo, in via Alfonso Ruta, e gli notificarono il provvedimento
restrittivo dicendogli di preparare il borsone per il carcere. Lui
restò di sasso ma solo per un attimo: si riprese e con una maglietta polo
di classe, il volto abbronzato, seguì gli investigatori alla caserma “Pastrengo”.
Gli investigatori hanno sempre messo in evidenza il presunto
ruolo di stratega di “Totore capitone” e di “braccio armato operativo”
del gruppo. Dopo la chiusura delle indagini preliminari poi il gruppo
di indagati si allargò fino a ricomprendere altri personaggi che non
era stati sfiorati in precedenza dall’inchiesta ma che furono raggiunti
solo successivamente dall’ordinanza di custodia cautelare. È il caso di
Tipaldi, che era giù in carcere per il duplice omicidi di Manzo e D’Amico
e di Giovanni Penniello, arrestato invece nel blitz che aveva portato
in carcere esponenti del clan Misso del rione Sanità dopo le prime dichiarazioni
di Giuseppe Misso detto “’o chiatto”. Adesso sperano tutti
nel processo d’appello dopo il deposito delle motivazioni da parte del
Giudice per le udienze preliminari.

GIUSEPPE MISSO “’O CHIATTO” PARLA DI “TOTORE ’O CAPITONE” COME UNA MENTE DIABOLICA



«Posso affermare che senza dubbio Salvatore Lo Russo è il responsabile
diretto o indiretto di almeno 200 omicidi. È una mente diabolica, tanto
quanto quella di mio zio. Proprio “Totore capitone” infatti è stato tra
gli artefici della faida di Secondigliano, parlo della scissione nel clan Di
Lauro, così com’è stato l’artefice della faida della Sanità degli ultimi
anni e quella dei Quartieri tra i Di Biasi e i Russo, accreditandosi poi in
entrambi i casi come il mediatore tra i clan in contrasto tra loro». È
quanto ha raccontato il collaboratore Giuseppe Misso “’o chiatto” agli
inquirenti della Dda. È da ricordare che ovvimanere Salvatore Lo Russo
va assolutamente considerato estraneo ad ogni accusa ma il caso
di “Totore ’o capitone” è particolare. Nonostante sia ritenuto un capoclan
non è stato mai condannato prima di ieri per camorra. «Ho avuto
rapporti diretti con Salvatore Lo Russo - ha detto Giuseppe Misso junior,
che secondo i carabinieri l’avrebbe anche incontrato nella sua abitazione
a Capodimonte - fino al momento del mio arresto, faccio riferimento
al periodo della faida della Sanità. Lo Russo è stato il grande regista
di quella faida perché ha saputo utilizzare Salvatore Torino per
entrare nella Sanità. Da un lato fingeva di essere il mediatore della faida,
dall’altro sovvenzionava Torino fornendogli armi, appoggio e uomini
per gli omicidi commessi. A tale proposito consideri che Raffaele
Perfetto, che attualmente è il numero 2 del clan, ha partecipato personalmente
a taluni omicidi commessi ai nostri danni. Consideri anche
che agli atti del procedimento relativo alla faida della Sanità vi è
un’intercettazione ambientale in cui a parlare è tale Massimo. Si tratta
di Massimo Tipaldi, uomo del clan Lo Russo, ulteriore componente
del gruppo di fuoco. Gli altri sono Antonio Lo Russo, figlio di Giuseppe,
Luigi Pompeo, un tale Barone di cui non ricordo il nome e un fratello
di quest’ultim

giovedì 12 febbraio 2009

UCCISI DUE UOMINI DEI MOCCIA



Commando di killer in
azione a Casoria: due le vittime (entrambe
di Frattamaggiore) dell’agguato
davanti ad un supermercato,
all’altezza della Circumvallazione
esterna. Il raid è stato consumato ieri
mattina, intorno alle 12,30: nel mirino
un sorvegliato speciale, Rocco
Perfetto, di 50 anni, ritenuto legato
al clan Moccia, ucciso sotto gli occhi
di una decina di clienti che sono
fuggiti all’impazzata udendo l’esplosione
dei numerosi spari. La seconda
vittima è un incensurato, Salvatore
Del Prete, ventiduenne: gli investigatori
ipotizzerebbero che possa
essere stato scambiato per una
guardia del corpo del pregiudicato.
Rocco Perfetto forniva market ed
esercizi commerciali di latticini: li
acquistava dalle aziende casearie e
li rivendeva al dettaglio. Poi, ogni
mese riscuoteva l’incasso. Ieri, era
il giorno di incassare soldi e, a bordo
della macchina del ventiduenne,
una Ford Fiesta, il sorvegliato speciale
stava effettuando il giro tra i
clienti, tra cui c’era anche il “Sigma”.
Fermata la macchina nel piazzale
antistante l’esercizio commerciale,
Rocco Perfetto si avviava verso
l’ingresso. Chiedeva del titolare
che, al momento, non era in sede. Si
accendeva una sigaretta ignaro di
quanto gli sarebbe accaduto dopo
pochi istanti. Era allora che alla Ford
Fiesta si avvicinavano uno o due
motorini con in sella i killer (forse,
quattro): il primo a finire nel mirino
dei sicari era Salvatore Del Prete, poi
il pregiudicato che veniva freddato
sulla soglia del supermercato. Quando
i carabinieri della Compagnia di
Casoria (al comando del maggiore
Paolo Cambieri) giungevano sulla
“scena del crimine” trovavano agonizzante
il giovane: caricato su un
mezzo del “118”,
il ventiduenne
decedeva poco
dopo, prima dell’arrivo
in ospedale,
al “San Giovanni
Bosco”, a Napoli. Che fosse
una spedizione di morte lo confermerebbe
il fatto che entrambe le vittime
sono state raggiunte da colpi
di pistola alla testa. Rocco Perfetto
presentava ferite anche in diverse
altre parti del corpo: accanto a lui,
disseminati sull’asfalto i militari
avrebbero raccolto diversi bossoli,
calibro 7,65. Salvatore Del Prete, invece,
è stato colpito dai proiettili anche
all’addome. Nel frattempo, oltre
ad eseguire un accurato sopralluogo,
i carabinieri facevano scattare
le ricerche del commando di fuoco
con posti di blocco. Successivamente,
sono state effettuate anche
perquisizioni nelle abitazioni di pregiudicati
della zona e dell’area frattese.
A disposizione degli “007” dell’Arma
non ci sarebbero testimoni.
Diverse le ipotesi formulate da investigatori
ed inquirenti. Di chiaro
stampo camorristico, l’esecuzione
di morte potrebbe trovare il suo movente
anche nel lavoro che faceva
Rocco Perfetto: la
distribuzione e la
vendita di latticini
che potrebbero
essere anche
legati ad una sorta
di “controllo” di quest’attività nella
zona. Una gestione che potrebbe
avere dato fastidio a qualcuno o per
la quale la vittima potrebbe essere
entrata in conflitto. Fino a pagare
con la morte. Per quanto riguarda,
invece, il ventiduenne i carabinieri
non escluderebbero che possa essere
una vittima innocente.

mercoledì 11 febbraio 2009

Stanato il boss Ciro Mazzarella




Era una latitanza dorata la sua, come è tradizione di famiglia. Dopo aver cambiato covi tra la Colombia e il Costa Rica si era stabilito da un po’ di tempo a Santo Domingo. Il boss Ciro Mazzarella, classe 1971, figlio del padrino del Mercato Gennaro “’o schizzo” e latitante da più di tre anni, era attorniato dai suoi scagnozzi quando gli uomini del Gico della Guardia di Finanza di Napoli e della polizia dominicana lo hanno fermato prima che entrasse in uno dei più noti e lussuosi locali notturni dell’isola sudamericana. Il ras di Porta Nolaha, in un estremo tentativo di farla franca, agli investigatori ha mostrato un passaporto falsificato intestato a Maurizio Perugino, tra l’altro noto pregiudicato indagato per traffico internazionale di stupefacenti. Ma gli “007” della polizia dominicana avevavo tutti gli elementi, forniti dai colleghi napoletani, per fare scattare le manette ai polsi del malvivente. L’arresto è scattato solo per i documenti falsi ed è scattata anche l’espulsione. Il ras si è complimentato con gli investigatori napoletani. Una cattura-lampo con relativa espulsione resa possibile da una serie di accordi bilateriali stilati dal Ministero di Grazia e Giustizia italiano con quello della Repubblica Dominicana, che ha fornito pieno appoggio logistico e investigativo agli “007” napoletani. Un escamotage efficace per fare tornare più in fretta in Italia il latitante. Ciro Mazzarella era latitante dal 25 novembre del 2006, quando la Squadra Mobile di Napoli sgominò la cosca di via Soprammuro arrestando una ventina di persone, tra cui Franco Mazzarella, fratello di Ciro e reggente della cosca del padre Gennaro. L’ordinanza di custodia cautelare da cui era inseguito contempla accuse per associazione camorristica, estorsioni, stupefacenti, armi e altro. Le indagini del Gico della Guardia di Finanza, coordinate dalla Dda di Napoli, che hanno portato alla cattura di Ciro Mazzarella si sono avvalse di una serie di intercettazioni ambientali e telefoniche a carico di persone molto vicine al latitante, che era inserito nell’elenco dei 100 ricercati più pericolosi. Nel primo pomeriggio di ieri, verso le 14, il rampollo di camorra da Santo Domingo è arrivato all’aeroporto milanese di Malpensa e lì gli è stata notificato l’ordinanza di custodia cautelare. Per il momento è rinchiuso nel carcere di Busto Arsizio e prossimamente sarà trasferito a Napoli. Molto presto, quindi, Mazzarella jr, che è difeso dall’avvocato Salvatore Impradice, sarà dinanzi al gip per l’interrogatorio di garanzia. Secondo gli investigatori del Gico, Ciro Mazzarella, dopo la cattura del padre e del fratello, entrambi sottoposti al 41bis, era diventato il reggente della potente cosca familiare. E gli affari di famiglia li gestiva dai lussuosi residence sudamericani dove, di volta in volta, si spostava con il suo enturage. Ed è stato proprio seguendo questi spostamenti che gli “007” sono arrivati a lui. Il blitz degli investigatori napoletani e dominicani è scattato lunedì scorso nei pressi del lussuosissimo complesso turisticoalberghiero “Residence City” di Avenida Josè Contreras a Santo Domingo, dove Ciro Mazzarella aveva preso una suite. Il ras del Mercato, vestito di tutto punto, stava andando a godersi la serata in uno dei locali notturni più “in” dell’isola accompagnato dai suoi amici più fidati, tutti personaggi della zona del Mercato nei confronti dei quali non è stato possibile prendere alcun provvedimento perché a posto con i documenti. Il rampollo di camorra ha mostrato il passaporto falsificato intestato ad un altro noto pregiudicato napoletano, Maurizio Perugino. E i poliziotti dominicani lo hanno arrestato ed espulso mettendolo, di fatti, a disposizione dei finanzieri del Gico, che lo hanno scortato fino a Milano, dove è stato arrestato e portato in carcere

martedì 10 febbraio 2009

Delitto Riccio, corsa contro il tempo



In primo grado furono condannati tutti all'ergastolo per l'omicidio di
Giuseppe Riccio, il pizzaiolo di 26 anni ucciso per errore in un agguato
a Calata Capodichino. L'11 maggio scadranno i termini di custodia
cautelare per i tre killer, Giovanni Di Vaio, Pietro Girletti e Ciro De Vincenzo.
Il rischio scarcerazione è alto. Il 15 aprile è stata fissata la prima
udienza del processo di secondo grado. I giudici sono quelli della
seconda Corte d'Assise d'Appello. Entro l'11 maggio il processo si dovrà
concludere, altrimenti i tre uomini torneranno in libertà.
Considerando i tempi lunghi di un processo tra rinvii per difetti di notifica
o scioperi degli avvocati, il rischio che i tre assassini tornino in
libertà è molto alto. La loro condanna all'ergastolo fu la conclusione di
un processo durato poco più di un anno. I giudici confermarono la pena
richiesta dal pm Celeste Carrano. A pesare sulla sentenza le aggravanti
dei futili motivi e dell'aver agito in gruppo di dieci persone
con l'intenzione di uccidere il titolare della pizzeria “Donn'Amalia”.
Doveva essere una lezione per il proprietario Ercole Cristoforo, che
qualche giorno prima si era rifiutato di servire in auto le pizze per quel
gruppo di ragazzi che sostava fuori i locali. «È stata fatta giustizia» fu
il commento a caldo dell'avvocato Luca Bancale, legale della madre
di Giuseppe Riccio, Rosanna Bisogni: «Alla legge del sopruso si è risposto
con una sentenza che rende finalmente giustizia».
Tra gli avvocati di parte civile Giulia De Lerna, Alfonso Furgiuele, Guido
Furgiuele. L'omicidio fu commesso il 16 dicembre di quattro anni
fa. Ad incastrare Ciro De Vincenzo, Pietro Girletti e Giovanni Di Vaio
furono le testimonianze di chi era presente in pizzeria al momento del
raid. Decisive anche le conversazioni in carcere tra gli imputati e i familiari.
Tentativi di far ritrattare i testimoni con minacce ed estorsioni tanto
da spingere il pm Carrano a chiedere un incidente probatorio per il rischio
che i testimoni potessero cambiare versione. Nel corso del dibattimento
gli alibi presentati dagli imputati crollarono progressivamente.
Tutto cominciò quel maledetto venerdì sera del 16 dicembre
2005, quando davanti alla nota pizzeria “Donn’Amalia”, che si trova
alla fine di Calata Capodichino, quasi in piazza Di Vittorio, arrivarono
dieci giovani del rione Amicizia in sella ad alcune moto. Parcheggiarono
proprio davanti all’entrata del locale e ordinarono delle pizze da
portare via. Il titolare, il signor Ercole, chiese loro di spostare le moto
che intralciavano l’entrata ma venne aggredito verbalmente. Il gruppo
andò via ma il giorno dopo ritornò armato di mazze e catene: uno
di loro aveva anche una pistola e fece fuoco, colpendo mortalmente
Giuseppe Riccio. Ad incastrare Ciro De Vincenzo, Pietro Girletti e Giovanni
Di Vaio sono state le testimonianze di chi era presente in pizzeria
al momento del raid. Ma decisive sono state anche le conversazioni
in carcere tra gli imputati e i familiari. Nel corso del processo sono
progressivamente crollati gli alibi forniti dai tre imputati al momento
dell’arresto. Nei confronti di alcuni dei testimoni chiamati a
confermare quegli alibi la procura ha aperto un fascicolo per falsa testimonianza

mercoledì 4 febbraio 2009

Omicidio, arrestato Rosario Pariante



È considerato uno dei mandati dell’omicidio di Giacomo Frattini, un 23enne
assassinato a Napoli il 21 gennaio del 1982 nel corso della faida tra la
Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo e la Nuova Famiglia, il cartello
che racchiudeva tutte le famiglie di Napoli e provincia. Un decreto di
fermo notificato in fretta e in furia a Rosario Pariante, boss di Secodigliano,
che rischiava di essere scarcerato dopo la decisione della Cassazione
di annullare una sentenza a suo carico.
Ma i pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia, Luigi Alberto
Cannavale e Alfonso D’Avino, hanno fatto in tempo. Il ras non ha potuto
lasciare il carcere perché il decreto di fermo lo ha ricevuto quando era
davanti alla porta del penitenziario pronto con la valigia a fare ritorno a casa.
Omicidio: questa l’accusa contestata. E non è il solo a rispondere per
questo atroce delitto. Ci sono infatti pronte le richieste al Giudice per le indagini
preliminari per altri personaggi legati alla cupola della Nuova Famiglia
che negli anni Ottanta si fronteggiava a suon di mitragliette contro
i ras e i killer di Raffaele Cutolo. Giacomo Frattini fu ritrovato il 21 gennaio
del 1982 in un’auto al centro di Napoli. Il corpo era mutilato in maniera
atroce: testa e mani mozzate, cuore strappato. Rosario Pariante, dal racconto
dei collaboratori di giustizia, è stato uno degli organizzatori di quel
massacro. Lo dice con certezza Pasquale Gatto, ne fa riferimento Giuseppe
Misso jr e lo stesso dice Luigi Giuliano detto “’o rre” e Maurizio Prestieri,
ultimo in ordine di tempo ad apportare un contributo determinante per l’inchiesta.
Un delitto datato ma tornato alla luce grazie all’apporto dei collaboratori di
giustizia che in questi mesi hanno riempito pagine e pagine di verbali su
fatti che oramai i killer credevano di non pagare mai più. Anche perché di
pentiti della Nuova camorra organizzata e della Nuova Famiglia ce ne sono
stati ma nessuno era riuscito a ricostruire l’omicidio di Giacomo Frattini
che fu il quattrocentesimo della faida tra i due cartelli. Questi alcuni dei
nomi che hanno fatto tremare i ras: Pasquale Barra “’o animale”; Mauro
Marra (del gruppo di Pasquale Scotti), nove gli omicidi confessati; Giovanni
Pandico; Salvatore Imperatrice; Luigi Riccio, capozona a Ponticelli; Mario
Incarnato, successore di Riccio a Ponticelli, ammise di aver partecipato all'omicidio
del vice direttore del carcere di Poggioreale Giuseppe Salvia. La
Nco gli uccise il fratello. Francesco Leonardo, capozona ai Quartieri spagnoli;
Pasquale D'Amico “’o cartunaro”; Antonio Fontana, fratello del pentito Luciano;
Giovanni Melluso “’o bello”, affiliato milanese; Michelangelo D'Agostino;
Salvatore Sanfilippo; Michele Tassini; Andrea Villa; Vincenzo Esposito;
Guido Catapano; Vincenzo Esposito, affiliato della Sanità, conosceva
la struttura della Nco in Puglia; Ciro Starace; Franco Di Monaco.
L’omicidio di Frattini, che non fu uno dei più crudi della sanguinosa faida,
fu rivendicato con una lettera inviata all’agenzia di stampa Ansa: «Dove
non arriva la giustizia dello Stato arriviamo noi».