venerdì 30 gennaio 2009

LA STRATEGIA DEI KILLE


Se UN narratore avesse raccontato di un boss latitante che riceve nella sua villa imprenditori edili dell' alta velocità mentre carezza una tigre al guinzaglio; o se avesse scritto che i killer della faida di Scampia dopo le esecuzioni correvano a vedere come le televisioni trasmettevano la notizia e poi continuavano la partita alla Playstation, qualsiasi giornale o editore avrebbe respinto il suo articolo o il suo romanzo. Considerando inverosimile o esagerato lo scritto. E mitomane e infantilmente provocatore l' autore. E invece è la verità. Il primo episodio si riferisce al latitante Michele Zagaria, il secondo riguarda il gruppo di Ugo De Lucia killer di Scampia. Ascoltare i dialoghi tra assassini - come quelli pubblicati ieri da Repubblica - è un modo per comprendere come la normalità sia intessuta con la guerra. Sparare in faccia, girare con Ak47 e calibro 38, è parte naturale della vita d' ogni giorno. Uno scrittore dopo aver letto quei dialoghi non può più fidarsi della sua fantasia. Le parole usate dai killer hanno un sapore irriproducibile e superano ogni immaginazione. Sono colme di un' aberrazione che spaventa perché inserita nei tempi e nei gesti quotidiani. Si uccide tra un caffè e una guantiera di dolci, si parla di sparare in faccia come si commenta una partita. E si almanacca su come fregare un nemico attraverso i più strani stratagemmi. Giuseppe Setola che propone di prendere un caffè subito dopo un omicidio è parso scandaloso. Ma è una delle classiche situazioni da guerra di camorra. Dopo un' esecuzione si fa festa. Vincenzo Gallo, dopo aver ucciso Modestino Bosco nel settembre 2006 a Secondigliano, pur non riuscendo a trovare compagni con cui festeggiare, si compra una guantiera di profiteroles. «Spesi una cifra. Mi feci tre bicchieri di vino rosso». Non riesce a prendere sonno e non capisce il motivo. In fondo non ha fatto qualcosa di inusuale. Racconta che la moglie gli disse: «Non so come ti vedo». Compra dello champagne e lo beve vedendosi "Miseria e nobiltà" e al telefono aggiunge: «Mi schiattai dalle risate». Ma il sonno non gli arriva, così mette un dvd con degli incontri di wrestling. Giunta l' alba capisce finalmente qual era la sua preoccupazione: la mattina legge il nome dell' uomo che ha ucciso sul giornale e pensa di aver sbagliato persona. Infatti conosceva la vittima solo col soprannome di Celeste. «Quando ho letto Modestino ho detto: mamma mia, vuoi vedere che ho sparato uno per un altro? Non sia mai Gesù Cristo». Questa è la quotidianità in un territorio di guerra che si finge invece essere un luogo di pace. Gallo dopo l' esecuzione racconta «Mi lavai la faccia con la pisciazza, presi l' acqua fredda, mi sciacquai, mi passai la leocrema nelle mani e mi lavai un' altra volta con la varechina». L' urina è l' unico modo per togliersi dalla faccia tracce di sangue e polvere da sparo. Se ti fermano e ti fanno la prova stub (per identificare la polvere da sparo), ti salvi se ti lavi in questo modo. Gallo, pur lavandosi la faccia, non riuscì a salvare le scarpe appena comprate, ma troppo lerce di sangue: dovette buttarle. Due sono i topoi classici del linguaggio gestuale dei killer. Mangiare dopo un' esecuzione e cambiarsi le scarpe. Lo stesso Setola e il suo gruppo usano la messa in scena della festa per fregare Granata, loro ex amico. Vanno sotto casa sua, citofonano e gli mostrano di essere arrivati con torta e champagne. Oggetti che rassicurerebbero persino un sospettoso camorrista. Quello si sporge dal balcone, e loro iniziano a sparare con i mitra. Oggi la parte maggiore dei killer spara alla testa. Negli anni '80 si sparava al petto e al basso ventre. Molte sono le ragioni tecniche per questo cambiamento: moto più agili, pistole più potenti e quindi meno precise da lontano, la coca di cui si riempiono che non gli permette di vedere bene l' obiettivo. Ma è anche soprattutto una questione di moda. Nei film si spara con la pistola messa di piatto, e tenuta con le due mani. E i killer sparano come gli attori di Tarantino. Giovanni Letizia - secondo il pentito Oreste Spagnuolo - quando uccise l' imprenditore Michele Orsi indossava una parrucca e ai piedi aveva un paio di Hogan di tela, scarpe indossate anche da Paolo Di Lauro. Uccisero in un tempo di azione ed esecuzione di sette minuti. Nella fuga dopo si fermarono perché «avevano forato». Gli venne fame e quindi andarono a mangiare con «Letizia che aveva ancora le scarpe sporche di sangue», ma «preferiva pulirle con la spugnetta invece di buttarle». Quando il suo capo, chiese perché invece di perdere tempo a lavarle rischiando di essere beccato per quel paio di scarpe, Giovanni Letizia gli rispose che «Orsi non valeva le sue scarpe». Giuseppe Setola che viene descritto come un criminale di grosso calibro è invece un killer disperato che i capi casalesi, ancora latitanti, o ancora al comando dal 41 bis hanno usato e tollerato. Un capozona incline ad agguati fatti con l' inganno. Un uomo senza molto coraggio, che preferisce uccidere solo se è sicuro che le vittime sono disarmate e preferibilmente di spalle. Setola è già stato condannato all' ergastolo per l' omicidio di Genovese Pagliuca, ucciso a Teverola nel 1995. Il ragazzo si era ribellato alle violenze subite dalla fidanzata per aver rifiutato una relazione lesbica con Angela Barra, amante di Francesco Bidognetti. Fu sequestrata e violentata per 13 giorni. Pagliuca, che stava cercando di trovare il nascondiglio dove veniva tenuta prigioniera, venne poi ammazzato per ordine del clan. Ci pensò proprio Setola. Ma le uccisioni e le violenze equivalgono a messaggi che si vuole dare, a un linguaggio mediatico chiaro. Uccido quindi sono. L' immaginario collettivo si figura che un killer vada a compiere un omicidio con aria tragica, pieno di angoscia. In realtà ascolta canzoni neomelodiche, magari le canta pure. Ferocia e sentimentalismo vanno assieme perché fanno entrambi parte della vita quotidiana. Per Ugo de Lucia, altro killer, ammazzare si dice «fare un pezzo». Il linguaggio è già di per se tecnico. Come assemblare un' auto, essere metalmeccanici, artigiani. «Io l' ammazzavo, mica gli sparavo in una gamba se ero io gli spappolavo le membrane lo sai!» Così commenta in una telefonata il lavoro fatto da un altro e eseguito male perché aveva solo ferito la vittima. Il dialogo della società contemporanea ormai è scritto nelle intercettazioni. E il mondo criminale non è un mondo a parte, anzi è parte integrante, se non l' avanguardia del nostro tempo. Non esiste più confine tra fiction, immaginazione, rappresentazione scenica, leggenda metropolitana. Nelle parole raccolte dalle intercettazioni c' è una sedimentazione di tutto. A seconda degli obiettivi. Emulare battute da film, prendere l' accento e la ferocia del proprio paese per incutere spavento, cantare una canzone, fermarsi a bere un caffè. Non ci resta da capire che, tragicamente, la quotidianità del male non avviene affatto in un mondo diverso da quello di ognuno di .ROBERTO SAVIANO

sabato 24 gennaio 2009

IL CALVARIO GIUDIZIARIO DI EDUARDO MORRA INCASTRATO PER VENDETTA


“Ed invero, dagli elementi finora raccolti questo pubblico ministero non ravvisa specifiche notizie di reato a carico di alcuno, tenuto conto della circostanza che il Papa, nelle sue dichiarazioni, ha escluso tassativamente quanto riferito all'avv. Trupiano nel corso di una registrazione da lui stesso registrata, asserendo di avere agito per compiacere quelle che riteneva essere le legittime aspettative del legale” [Il Pubblico ministero, dott. Giuseppe Borrelli dal testo di rigetto dell'istanza presentata nell'interesse di Eduardo Morra].Quello che stiamo per raccontare è il caso di un uomo, condannato in seguito ad una telefonata anonima la cui registrazione è andata persa per sempre, e del suo avvocato, arrestato poco dopo avere richiesto la revisione del suo processo in seguito all'emergere di nuovi elementi che avvaloravano l'innocenza del suo assistito e, cosa più pesante, la tesi di collusioni tra alcuni funzionari di questura e un clan camorristico del napoletano.Il 18 maggio 1990 a Napoli nel Rione Sanità si consumò il terribile omicidio di Gennario Pandolfi e del piccolo Nunzio Pandolfi di appena 2 anni. Gennaro Pandolfi, secondo quanto riportato sui giornali dell'epoca era l'autista di Luigi Giuliano, boss di Forcella inserito nel cartello camorristico della Nuova Famiglia e divenuto collaboratore di giustizia dopo l'arresto.Per questo eccidio fu condannato all'ergastolo Eduardo Morra, che dopo la sentenza di appello di secondo grado del 1996, si rese latitante.Eduardo Morra, in gioventù era stato un affiliato del clan Giuliano. Condannato per associazione a delinquere di stampo camorristico nel 1981, all'età di 29 anni, scontò una pena di 4 anni di carcerazione. Dopo essere tornato in libertà decise di allontanarsi dai Giuliano per un motivo ben preciso. Morra era venuto a sapere che i Giuliano avevano stretto legami con alcuni funzionari corrotti della polizia e non intendeva rischiare di essere coinvolto in pericolosi scambi che non lo riguardavano.I sospetti di Morra divennero certezze quando i Giuliano, dopo essere divenuti pentiti di camorra, effettivamente confessarono di essere collusi con alcuni agenti della questura partenopea. Venne aperto un procedimento giudiziario suddiviso in una decina di tronconi. Due processi contro alcuni funzionari della PS si conclusero con lievi condanne e alcune assoluzioni, gli altri sono tuttora aperti.Quanto scoperto da Morra sulle attività dei Giuliano e la sua dissociazione dal clan non gli venne perdonato dagli ex capi. Il pentito di camorraM.ECORA prima di suicidarsi in carcere, dichiarò alle autorità che Luigi Giuliano nel 1990 lo aveva assoldato per uccidere Morra o in alternativa, visto che questi non era reperibile, suo fratello Antonio. Alcuni particolari citati da Ecora, come la degenza della moglie di Morra presso una data clinica perché prossima al parto, sono stati facilmente riscontrati.Subito dopo l'omicidio Eduardo Morra risultò negativo al guanto di paraffina.
A confermare le tesi dell'accusa c'è un'unica teste, la collaboratrice di giustizia G. Pozziello, che dichiarò di avere riconosciuto Morra tra i 3 uomini che si trovavano sotto casa dei Pandolfi subito dopo l'omicidio. Morra l'avrebbe addirittura minacciata posando sul suo ventre incinta una pistola.Durante l'udienza di primo grado la Pozziello riconobbe Morra tra i presenti in aula con evidente difficoltà.
Secondo quanto affermato in sede processuale da alcuni funzionari della Questura di Napoli alle 3 di notte del 19 maggio 1990 arrivò in questura una telefonata anonima in cui si sosteneva che una donna di nome Emilia (sorella di Gennaro Pandolfi), avendo assistito alla sparatoria, avrebbe rivelato il nome dell'assassino se il piccolo Nunzio Pandolfi fosse morto.La telefonata sarebbe giunta sul numero speciale dall'allora Capo della Squadra Mobile di Napoli, Dott. S. Federico, che avrebbe poi provveduto a informare il dirigente della Sezione Omicidi Di Ruberto. La stessa fonte anonima poco dopo si fece risentire presso la Questura indicando in Edoardo Morra uno degli assassini.Nella sentenza di ergastolo per Morra è scritto che Di Ruberto aveva ipotizzato l'identità dell'informatore e confidente ma si era rifiutato di rivelarla.L'11 maggio 2002 nei locali del Commissariato P.S. Di Vasto-Arenaccia, l'avv.Vittorio Trupiano nell'ambito delle indagini difensive sul caso del suo assistito, ascoltò l'ispettore E. Papa incaricato di sorvegliare il Morra al tempo dei fatti.Nel corso del colloquio, Papa dichiarò che Morra era stato incastrato da Guglielmo Giuliano perché questi riteneva che tra lui e sua moglie vi fosse una relazione e sostenne che i funzionari di PS erano stati manovrati. Il 7 luglio 2003, su richiesta della difesa, Papa comparve davanti al Pm G. Borrelli. Dopo avere ascoltato la registrazione di un breve tratto iniziale della conversazione occorsa nel 2002 tra lui e Trupiano, riconobbe la sua voce e confermò che la trascrizione sottopostagli corrispondeva al vero.Per chiamarsi fuori dalla faccenda Papa asserì però di non sapere nulla della vicenda Morra e di aver parlato a ruota libera mentendo volontariamente giacché non riteneva di dover essere tenuto a dire il vero davanti a Trupiano. 17 settembre 2003 il Pm Borrelli della DDA di Napoli rigettò l'istanza presentata da Trupiano in cui si chiedeva l'apertura di un nuovo fascicolo di indagine per l'omicidio Pandolfi. Borrelli stabilì che E. Papa aveva davvero mentito a Trupiano per compiacerlo.L'8 ottobre 2003 Trupiano richiese alla Questura di Napoli copia di tutte le registrazioni ricevute dal dottor Sandro Federico il 19 maggio del 1990 e “contestuali trascrizioni”.G iunse così il primo colpo di scena: la Questura di Napoli rispose che non era in possesso di alcuna registrazione della telefonata che accusava Morra, ma solo della sua trascrizione.Recatosi presso la Questura per ottenere la trascrizione Trupiano appurò invece che si trattava di un “APPUNTO” datato 19 maggio 1990. Un elemento fondamentale che avrebbe potuto ricondurre all'identità dell'informatore è andato misteriosamente perso ed è legittimo chiedersi se sia mai esistito.Ma non finisce qui. Il dirigente della Sezione Anticrimine della PS di Napoli, rispondendo alla richiesta di Trupiano, informava che la telefonata anonima, alla base dell'incriminazione di Morra, era giunta al centralino del 113.Veniva così smentita la ricostruzione ufficiale dei fatti presentata durante il processo di Appello di II grado del 1996, secondo cui la telefonata sarebbe giunta sulla linea privata del funzionaria S. Federico, che disse di riconoscere nella voce dell'anonimo quella di un suo informatore.
Poco dopo l'emergere di queste interessanti rivelazioni, che avevano attratto anche l'interesse della stampa napoletana (vedi articoli 1 - 2 - 3 - 4 - 5), il 21 ottobre 2003 l'avv. Vittorio Trupiano fu arrestato con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. A firmare il mandato del suo arresto fu lo stesso Pm G. Borrelli della Dda di Napoli.Liberato 2 settimane dopo, Trupiano fu prosciolto nel giugno 2004 e quindi nuovamente iscritto nel registro degli indagati dal Pm G. Borrelli sul finire del 2004 e nel maggio del 2005.
* L'unica teste d'accusa smentita dal fratello e da un'intercettazione
Nel 2002 l'avv. Trupiano fu contattato dal R. Pozziello, fratello dell'unica testimone dell'accusa contro Morra, il quale riferì al legale che la sorella aveva mentito perché temeva che il Servizio di Protezione arrivasse a sottrarle i figli.Nel 2004 Trupiano convocò nel suo ufficio il fratello della Pozziello. Questi oltre a confermare le precedenti dichiarazioni sostenne che la sorella sarebbe stata 'istruita' dall'allora vice questore, poi condannato per corruzione nell'ambito dell'inchiesta “Poliziopoli” su alcuni clan di Ercolano.In questo contesto Trupiano venne in possesso di un'intercettazione in cui la sorella del. Pozziello affermava : “Ho paura di andare in galera ... mi sono inventata tutto.”Nel gennaio 2004, forte dei nuovi elementi acquisiti durante le indagini difensive, l'avv. Trupiano chiese la revisione del processo contro Morra alla Corte d'Appello di Roma.
Il 28 gennaio 2004 la quarta sezione della Corte di Appello di Roma, respinse la richiesta di revisione. Tra le motivazioni i giudici affermarono che la presunta falsità delle prove testimoniali portate dagli avvocati non era stata accertata con sentenza definitiva.Un orientamento abbastanza insolito, di sicuro non applicato nel caso delle ritrattazioni del pentito Marino, che pur non essendo stato condannato per la falsità delle dichiarazioni rilasciate in un primo momento, è stato ritenuto attendibile allorquando ha accusato Sofri, Bompressi e Pietrostefani di avere ucciso il commissario Calabresi.
Dopo tale sentenza Trupiano ha annunciato di volersi rivolgere alla Cassazione per rimettere il caso ad un altra Sezione d'Apello di Roma.Eduardo Morra attualmente è rinchiuso nel carcere di Saluzzo (CN) e visto lo stato di indigenza mantiene con la moglie e i 7 figli che vivono a Napoli solo rapporti epistolari. Prima che l'avvocato Trupiano fosse nuovamente fermato nella sua attività di indagine, Morra è stato assolto dall'accusa dell'omicidio Cafaro, lanciatagli dai pentiti Giuliano, e dall'accusa di riciclaggio di denaro sporco proveniente da attività camorristiche.Recentemente il p.m. Narducci della procura di Napoli, che indaga nell'ambito della così detta inchiesta “Calvalcanti”, ha chiesto e ottenuto la collaborazione di Morra per far luce sui presunti scambi avvenuti tra questura di Napoli e clan Giuliano.
Nel frattempo sulla procura di Napoli si è abbattuta un vicenda per molti aspetti ancora oscura. Il 5 febbraio del 2005, un articolo del quotidiano napoletano “Roma”, la cui proprietà è vicina ad AN, ha dato notizia di una interessante intercettazione nell'ambito dell'inchiesta sulla faida di Secondigliano.Il boss Cosimo di Lauro, allora non sottoposto a provvedimenti restrittivi, chiede ad un amico imprenditore, fratello di un senatore del Polo delle Libertà, di intervenire su un magistrato della Procura di Napoli per ottenere alcune informazioni coperte da segreto istruttorio. Nella telefonata Di Lauro fa riferimento ad una battuta di caccia in Albania svolta insieme a Mancuso, un noto dirigente della polizia e all'imprenditore stesso.

Caso Grimaldi, sconto di pena per Morra


In primo grado, il 28 gennaio del 2005, fu condannato a 30 anni di carcere assieme a quasi tutti i boss della Nuova famiglia. Ma in appello i suoi difensori di fiducia, gli avvocati Vittorio Trupiano e Sergio Simpatico, hanno fatto praticamente un miracolo. Il boss Eduardo Morra, considerato uno degli esecutori materiali del rapimento di Gianluca Grimaldi, figlio dell’armatore napoletano, sequestrato nel 1980, è stato condannato a 16 anni e mezzo di reclusione. In pratica, grazie alla strategia del collegio difensivo, il procuratore generale Sensale ha accolto il concordato di pena con la concessione delle attenuanti generiche. Morale della favola, Morra, che è in carcere da 16 anni, dovrà scontare altri sei mesi di reclusione e sarà libero per quanto riguarda il sequestro Grimaldi. Morra resta comunque in cella per il duplice omicidio Pandolfi (per il quale è stata chiesta la revisione dl processo), per il quale è stato condannato all’ergastolo. Piccolo sconto di pena anche per il padrino di Portici Luigi Vollaro “’o califfo”, che è stato condannato a “soli” 25 anni di reclusione. Pena di primo grado confermata per l’ex padrino di Forcella, ora pentito, Luigi Giuliano “’o ’rre”. Sarà valutata prossimamente, invece, la posizione di Mariano Cirillo, che non ha chiesto il patteggiamento concordato. Tutti gli altri imputati sono stati condannati nel 2007 con rito abbreviato, formula processuale alla quale, all’epoca, Morra non potè accedere perché non presente in aula quando i collegi difensivi presentarono domanda di “legittima suspicione” e il processo fu spostato in altra sede. La sentenza della settima sezione d’Appello del Tribunale di Napoli, presidente dottoressa Persico, sarà ratificata solo il prossimo 20 febbraio, fanno sapere i legali. Il 15 ottobre del 2007 si concluse il processo d’appello con patteggiamento, e ora le sentenze sono definitive. Il padrino di Secondigliano Gaetano Bocchetti fu condannato a 16 anni e 8 mesi, due mesi in più rispetto a Morra che ha scelto il rito ordinario. Stessa sorte per Giuseppe Mallardo, padrino di Giugliano e fratello del ras Francesco, la cui posizione è stata stralciata per motivi di salute. A Salvatore Aceto furono comminati 14 anni di reclusione, insomma una vera e propria mazzata per tutti. . L’inchiesta sul rapimento Grimaldi era stata condotta nel corso di più di un decennio dal pm Giuseppe Narducci, che era riuscito a tessere con pazienza il mosaico investigativo, chiudendo il cerchio attorno a nomi eccellenti della malavita organizzata che nel corso degli anni Ottanta ingaggiò e vinse una spietata battaglia con la Nco di Raffaele Cutolo. Ed è proprio a quella contrapposizione, che va ricondotta la decisione di sequestrare il figlio dell’armatore, con un’azione che fruttò due miliardi di lire nelle casse della Nuova famiglia, soldi poi utilizzati per acquistare armi e assoldare centinaia di operai del crimine nella lotta contro i cutoliani. Fu la testimonianza in aula del boss pentito Luigi Giuliano a dare la stura ad un’istruttoria che sembrava inceppata: le sue dichiarazioni sono servite a far scattare condanne esemplari nel corso del processo di primo grado, che lo vide condannato a 20 anni di reclusione. Ora Eduardo Morra spera in una revisione del processo, che lo ha visto condannato definitivamente all’ergastolo, per l’omicidio di Gennaro Pandolfi e del figlioletto Nunzio.

Pirozzi fu salvato dalla polizia stradale»


Ci sono anche le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia deceduto nel frattempo, G. C., agli atti dell’inchiesta sull’omicidio di Assunta Sarno ed Alfonso Galeota. L’uomo era affiliato al clan Tolomelli, legato a sua volta all’Alleanza di Secondigliano, e in questa veste era venuto a sapere alcune notizie sull’agguato (tutte da verificare naturalmente, nel prosieguo del procedimento penale). Naturalmente, essendo morto, le dichiarazioni del pentito sono ora irripetibili. Ecco i passaggi più importanti dell’interrogatorio del 23 marzo 1995. «Parlando con Raffaele Tolomelli, questi mi disse che l’ordine di uccidere era venuto da Gennaro Licciardi (poi deceduto per cause naturali a Voghera, ndr), il quale riteneva in tal modo di continuare a eliminare esponenti del clan Misso e sempre per fare un favore ai Tolomelli. In altri termini, anche se l’esecuzione materiale veniva da parte di quelli di Secondigliano, i mandanti erano sempre i Tolomelli. Dopo l’omicidio Galeota, conversando con Raffaele Tolomelli, lo stesso mi disse che la moglie di Misso era stata uccisa perché tempo prima nei Cristallini aveva gridato ad alta voce che il marito stava per uscire e che avrebbe sistemato Gennaro Licciardi in uno zoo e che Enzo Tolomelli gli doveva andare a pulire le scarpe. Per tale motivo lo stesso Gennaro Licciardi aveva dato ordine di uccidere anche la donna e di sparargli in bocca. Mi venne altresì riferito che l’auto su cui viaggiavano le vittime si era ribaltata e che Pirozzi (nella foto) era stato catapultato all’esterno; che gli aggressori non erano riusciti a eliminare Pirozzi per il sopraggiungere di un’auto della polizia stradale dal senso inverso di marcia».

Tolomelli ucciso da Lo Monaco»


Vito Lo Monaco uccise due affiliati ai Tolomelli ferendo contestualmente Raffaele Tolomelli, che morì successivamente, che se ben ricordo morì successivamente a causa dei traumi causati dai colpi di pistola al torace nonostante indossasse un giubbotto antiproiettile. Così come in precedenza era stato ucciso Vastarella soprannominato “’o fringuello”, fatto per il quale fu arrestato Giulio Pirozzi. A tal proposito, non so se effettivamente Pirozzi fosse o meno responsabile del delitto». Era il 7 agosto 2007 quando Giuseppe Misso senior, iniziando la sua collaborazione con la giustizia, descrisse ai pm antimafia il retroscena della faida con i Tolomelli-Vastarella e si soffermò in particolare con l’agguato che provocò tre morti nelle file avversarie. Uno dei killer avversari, secondo il pentito soprannominato “o’ nasone”, fu un suo fedelissimo: Vito Lo Monaco, sicario di origini siciliane che successivamente fu a sua volta ammazzato. Ecco le dichiarazioni dell’ex boss, con la consueta premessa che le persone tirate in ballo devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria. «Ricordo che, dopo pochi giorni dalla morte di mia moglie, ripresomi un po’, scrissi una lettera al Giornale di Napoli con la quale accusava quella che definisco la Cupola di Secondigliano. Ricordo pure che nella stessa lettera scrissi che la Cupola prima aveva ammazzato i bambini (mi riferivo a un precedente episodio in cui era rimasto ucciso il piccolo Pandolfi) e ora ammazzava anche le donne. Come detto avevo rifiutato di aderire all’Alleanza di Secondigliano e avevo mantenuto la mia indipendenza. Non che nella Sanità non circolasse droga e non si perpetrassero estorsioni, ma ciò non era riconducibile alla mia organizzazione, bensì ai Vastarella-Tolomelli. Cioè, a quelle famiglie già integrate nella Cupola di Secondigliano già prima del mio rifiuto. Ciò anche perché i Tolomelli-Vastarella erano a loro volta legati ai Guida di “o’ Drink”, a sua volta vicino ai Mallardo e quindi proprio all’“Alleanza di Secondigliano” per il tramite dei Bidognetti. Questa situazione fu alla base della guerra tra noi Misso e i Tolomelli- Vastarella. A titolo esemplificativo, cito quando accadde nel febbraio 1992, quando Vito Lo Monaco uccise due affiliati ai Tolomelli ferendo contestualmente Raffaele Tolomelli. Così come in precedenza era stato ucciso Vastarella “’o fringuello”. Si consideri che per alcune azioni delittuose non era necessario il mio assenso preventivo».

giovedì 22 gennaio 2009

RITO CALZONE IL KILLER DI PITIROLLO E DI GAETANO DI PASQUALE


Antonio Pitirollo fu massacrato in via del cassano il mese scorso a pochi metri da un ufficio postale,caso volle che all'esterno dell'ufficio postale in fila si trovasse un ufficiale in pensione della guardia di finanza che vide sia la dinamica che i volti dei killer.Dopo pochi giorni furono arrestati RITO CALZONE detto o'pisan mentre il fratello CARMINE CALZONE riusci' a scappare ed e' tutt'ora l'atitante.Grazie alla testimonianza e al coraggio dell'ufficiale in pensione i killer furono immediatamente identificati.Ma la sorpesa e' stata che navigando all'interno del mio blog,ho scoperto con mia grande sorpresa che proprio RITO CALZONE e' stato additato da moltissimi collaboratori di giustizia come un killer spietato al soldo degli scissionisti,non a caso il neo pentito della sanita' GIUSEPPE MISSO racconta delle confidenze ricevute in carcere da affiliati sia dei di lauro che scissionisti che in ogni minimo particolare gli svelarono sia dinamiche che esecutori materiale di almeno 18 omicidi avvenuti durante la faida.Ed ecco cosa gli raccontarono di RITO CALZONE autore di almeno 7 agguati mortali durante la faida,il piu' rappresentativo fu quello di GAETANO DE PASQUALE sequestrato dagli scissionisti torturato da RITO CALZONE e per ultimo ucciso con coltellate e colpi di pistola e buttato in un pozzo,raccontatogli in carcere da appartenenti degli scissionisti prima che prendesse in esame la sua collaborazione con la giustizia.

lunedì 19 gennaio 2009

Stanato il ras latitante Salvatore Zazo


Anche Salvatore Zazo, nipote di Michele Zaza e cugino di Vincenzo Mazzarella, non aveva resistito al fascino della penisola iberica. Con una differenza rispetto ad altri latitanti napoletani che preferivano località più piccole: il 52enne ras di Fuorigrotta si era stabilito a Barcellona sperando di confondersi al flusso costante di turisti. Ma per mantenere i contatti con l’Italia doveva per forza telefonare e anche se non utilizzava cellulari, proprio per una chiamata ha pagato pegno: i carabinieri l’hanno intercettato e dall’altro ieri si trova dietro le sbarre. Sono stati gli investigatori del Nucleo investigativo di Napoli (guidati dal maggiore Lorenzo D’Aloia) a localizzarlo e a partecipare all’arresto, materialmente compiuto in base alla legge dagli uomini della locale Guardia Civil. Sulla testa di Salvatore Zaza pendeva dal 3 dicembre scorso una misura cautelare per traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Un’inchiesta che (fermo restando il principio della presunzione d’innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva) ha messo in evidenza il suo ruolo di ras della droga e in questo “settore” addirittura di reggente del clan Mazzarella. Attraverso il suo avvocato Gaetano Inserrra, ha già fatto sapere che non si opporrà all’estradizione e quindi in tempi brevi dovrebbe essere portato in Italia: prima nel carcere di Rebibbia a Roma e poi trasferito a Napoli. Zazo era latitante in quanto destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere chiesta dalla Dda ed emessa dal Gip di Napoli per l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Dopo qualche giorno, era stato proposto per l’inserimento nell’elenco dei 100 latitanti più pericolosi sulla base anche dei suoi precedenti di polizia. Nel 2006 era stato arrestato per associazione camorristica come presunto capo del clan “Zazo” di Fuorigrotta, allora in guerra con i Bianco. Ma il Tribunale del Riesame accolse le argomentazioni del suo difensore e fu scarcerato. La nuova indagine, supportata da dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, lo ha inquadrato come il reggente del clan Mazzarella: in grado di organizzare e dirigere l’importazione tramite contatti con i cartelli colombiani, di ingenti quantitativi di cocaina. Tanto da essere addirittura, secondo l’accusa da provare nel prosieguo del procedimento, il fornitore dei Lo Russo e dei Di Lauro di Secondigliano. Sabato sera i militari hanno localizzato il 52enne nel centro di Barcellona in Spagna e lo hanno bloccato all’interno di un call-center in via Sardegna, nei pressi della “Sagrada Família”, dove si recava spesso per telefonare e mantenere i suoi contatti dopo essere fuggito dall’Italia. Insieme a colleghi della “Unidad Central Operativa della Guardia Civil”, che hanno collaborato con i Carabinieri di Napoli per la cattura negli ultimi mesi di altri 4 latitanti (Bosti, Laurenti, Assegnati e Pesce), è stata fatta irruzione nel centro telefonico. In un primo momento, cercando di evitare l’arresto, Zazo ha esibito una carta di identità falsa, intestata a persona inesistente, ma poi ha subito ammesso la sua vera identità e così è stato ammanettato. Ieri è stato già trasferito nel carcere di Madrid. Con lui c’era un altro pregiudicato napoletano.

giovedì 15 gennaio 2009

IL MALE IMBRACCIAVA ILKALASHNIKOV ORDINAVA STRAGI IN NOME DEGLI AFFARI


Le imprese criminali di Setola: raid contro gli "sporchi negri" e gli imprenditori che denunciavano. "Terrorizzare i familiari dei pentiti per scoraggiare le collaborazioni". "Terrorizzare gli imprenditori e i familiari dei pentiti, controllare il territorio"L'errore più grande, ora che la fuga di Giuseppe Setola si è conclusa, sarebbe quello di considerare l'artefice della primavera di terrore del clan dei Casalesi come uno stragista fanatico. Niente di tutto questo, sottolinea il procuratore aggiunto Franco Roberti: «Setola non è un pazzo. Non uccide in nome di Allah, ma degli affari». Con la stagione di sangue che ha sconvolto l'Italia intera, il capoclan «ha voluto lanciare segnali ben precisi: agli imprenditori che dovevano continuare a pagare il racket, e ai familiari dei pentiti. Chi doveva capire, ha capito». Le banconote per complessivi 50 mila euro trovate nell'abitazione a due piani di Mignano Montelungo confermano la grande disponibilità di danaro di Setola e la sua determinazione a uccidere per garantire il versamento ininterrotto di tangenti nelle tasche del gruppo.Ma certo la figura di questo 38enne conserva elementi di assoluta originalità nel panorama attuale della camorra che le rivelazioni dei collaboratori di giustizia fin qui conosciute riescono a delineare solo in parte. Quando i carabinieri di Caserta lo hanno arrestato, Setola era scalzo. Non indossava la benda sugli occhi con la quale si era fatto fotografare durante la latitanza per rafforzare la tesi secondo la quale lo Stato stava dando la caccia non a un sanguinario camorrista ma un povero ragazzo quasi cieco. All'uscita dalla caserma, ha invitato il suo avvocato a occuparsi della moglie, Stefania Martinelli, arrestata due giorni prima nel blitz di Trentola Ducenta che ha di fatto segnato l'inizio della fine del romanzo criminale di Setola. Epperò le indagini condotte in perfetta sinergia da tutte le forze dell'ordine e da un pool di sette magistrati (Antonio Ardituro, Francesco Curcio, Giovanni Conzo, Marco Del Gaudio, Raffaello Falcone, Catello Maresca, Alessandro Milita, Cesare Sirignano) raccontano un'altra storia: nell'aprile 2008, appena Setola esce dal carcere, grazie alla diagnosi sulla malattia agli occhi, e si rende latitante, l'organizzazione «fino a quel momento stagnante», come racconta in un verbale il pentito Oreste Spagnuolo, cambia marcia.
«Si fa come dico io», è l'avvertimento di Setola, che fissa tre linee-guida della sua leadeship: «Terrorizzare gli imprenditori, i familiari dei pentiti e scoraggiare futuri pentimenti»; poi «controllare il territorio», anche punendo «i cittadini albanesi ritenuti colpevoli di consumare i furti avvenuti nella zona di Castel Volturno e sulle zone da noi controllate»; infine imporre agli extracomunitari della zona «il versamento di una tangente sui traffici di droga, da costoro gestiti». Quanto agli obiettivi, come si legge nei verbali di un altro collaboratore di giustizia, Emilio Di Caterino, vengono scelti anche e soprattutto per il messaggio che il delitto può lanciare sul territorio: come nel caso di Umberto Bidognetti, che doveva essere ucciso «perché era il padre di Domenico», pentito da alcuni mesi; dell'imprenditore Domenico Noviello, il quale «doveva essere ammazzato perché era una persona che aveva denunciato i suoi estorsori del clan Bidognetti e in questo modo bisognava dare un esempio agli imprenditori della zona di Castel Volturno. E di un altro imprenditore, Michele Orsi, condannato a morte «perché aveva iniziato a rendere dichiarazioni collaborative con la giustizia sui rifiuti». Oppure come Stanislao Cantelli, zio di due collaboratori di giustizia.Come altri boss prima di lui, durante la latitanza il capoclan comunicava attraverso "pizzini" ed è su uno di questi manoscritti, sequestrato dagli inquirenti nel covo scoperto il 30 settembre e scritto, secondo il pentito Spagnuolo, «certamente da Giuseppe Setola», che viene data un'indicazione molto precisa agli affiliati: «farsi pagare dagli "sporchi neri" oppure farsi dare un chilo di droga, da intendersi cocaina, quale pagamento della tangente». E proprio gli immigrati costituiscono il bersaglio della più eclatante delle missioni di morte consumate dal gruppo Setola, quella del 18 settembre a Castel Volturno quando i killer spararono a casaccio colpendo sei extracomunitari di origine africana, verosimilmente estranei a qualsiasi traffico illecito. Ma già un mese prima, il 18 agosto, un'analoga azione contro sei immigrati nigeriani si era conclusa senza vittime, ma solo con feriti, perché le armi si erano inceppate. «Io non ho più niente da parte perché ho già un ergastolo, e poi non facciamo gli orefici», avrebbe detto il boss nell'annunciare la stagione di morte segnata complessivamente da 18 agguati

mercoledì 14 gennaio 2009

ANCORA INDOMATO MARCO DI LAURO

L'arresto del latitante GIUSEPPE SETOLA e' senza ombra di dubbio merito dei carabinieri che con determinazione e moltissimo lavoro sono riusciti ad individuarlo e arrestarlo.Ma restano indomati ancora molti capocamorra nella zona della campania,tra cui spicca il nome di MARCO DI LAURO il figlio del ras di "miezz all'arc"ciruzzo o'milionar,forte della determinazione e dellaprofessionalita' della forze dell'ordine incrociamo le dita sperando che prendano presto anche lui che dal padre ha' ereditato l'arte dell'invisibilita'.

RESTA ANCORA INDOMATO IL BOSS DI MAURO PAOLO

La bella notizia della cattura del boss GIUSEPPE SETOLA e' arrivata,ma restano ancora indomati il boss della camorra di napoli centro DI MAURO PAOLO detto "o'infermiero"killer spietato dell'alleanza di secondigliano fino a diventare egli stesso boss della zona di poggioreale.Attualmente e' ricercato per associazione omicidi ed altro,ma gia' condannato in via definitiva alla pena di 17anni di carcere,e' un boss prudente de mauro,anche se non ci penza due volte se deve ammazzare un'uomo.Ultimamente ad accusarlo sono stati diversi collaboratori di giustizia,che gli addebitano anche la strage del 1994 in cui fu trucidata ASSUNTA SARNO moglie del boss GIUSEPPE MISSO della sanita'.

ARRESTATO IL BOSS GIUSEPPE SETOLA


Finalmente arriva una bella notizia,dopo il tanto impegno delle forze dell'ordine e della magistratura il boss GIUSEPPE SETOLA e' stato arrestato,colto di serpresa insieme ad altri due uomini tutti armati fino ai denti.Lo stragista si non si e' scomposto,a solo riferito ai militari dell'arma che l'arrestavano che avevano vinto loro,non c'e' che dire da vero boss dei corleonesi si e' coportato setola,adesso speriamo solo che gli squagliano la chiave.

SONO LIBERO NELL'ARTE


Ormai in terra di camorra puo' succedere di tutto,succede che vengono minacciati magistrati e investigatori,che si cacciano via dalle loro case e rioni le moglie e i figli dei clan perdenti,ma succede anche che molti boss divantano scrittori e addirittura si danno alle belle arti come e' successo per TOMMASO PRESTIERI il ras del monterosa arrestato ultimamente per le dichiarazioni rese dal neo collaboratore di giustizia e fratello MAURIZIO PRESTIERI vero manager del crimine.Bisogna proprio dirlo,TOMMASO PRESTIERI si e' rivelato piu' in positivo come scrittore e maestro d'arte come si definisce che come camorrista,da tempo ormai il padrino amante dell'arte organizza mostre e feste private per mettere in risalto le sue opere artistiche,quadri statue e piccoli manufatti arteander come lui stesso li definisce,e pensare che il boss fu arrestato proprio per la sua passione per l'arte,quando era latitante infatti lo arrestarono all'uscita del teatro bellini,era commosso il boss aveva il nodo alla gola e le lacrime agli occhi,tanta gli era piaciuto teatro che non si curo' quando lo ammanettarono davanti a tutti,si limito' a guardare gli agenti con disprezzo e disse "SONO LIBERO NELL'ARTE"quando il cervello umano stupisce e non si conosce fino in fondo.Bravo prestieri ma intanto la tua arte e' stata per molto tempo ambasciatrice di violenza vendette e omicidi,non ti potevi dare prima all'arte?

GIUSEPPE SETOLA DA CIECO A TALPA


E' di ieri la notizia che il capo stragista dei casalesi GIUSEPPE SETOLA e' riuscito miracolosamete a sfuggire al bliz che carabinieri e D.I.A. stavano effettuando a trentola ducenta un paesino nel casertano dopo informative sicure che il setola si nascondeva proprio a trentola in un appartamentino in una zona molto isolata e tranquilla.Ma la sorpresa e' stata eclatante per le forze dell'ordine quando sono riusciti a localizzare con certezza l'appartamento e hanno fatto scattare il bliz,in quella casa setola non c'era,al mometo stavao in casa solo la moglie del ras e i figli,che cercavano di prendere tempo dando pochissime informazioni,ma l'occhio esperto di un carabiniere a chiarito presto la sorpresa di non aver trovato il setola in casa.Difatti dopo accurate perquisizioni si e' scoperta un botola che scandeva sotto un tunnel scavato dai manovali della camorra,che dava accesso alle fogne,e proprio come un ratto setola si e' dileguato in quelle fogne per uscire ad un centinaio di metri piu' in la' rubare la macchina ad un ignaro automobilista e fuggire di nuovo verso un destino ormai segnato da morte o arresto sicuro.Be' viene da dire ammazza che cieco,come il padrino stragista ha voluto far credere per tutto sto tempo,mandando anche una lettere al giornale accompagnata da relative foto che lo ritraevano con delle bende sugli occhi,il setola esprimeva tutto il suo disappunto per la caccia sfrenata che gli investigatori gli davano considerndosi solo un povero cieco messo in croce dai pentiti.Bisogna sperare solo che lo prendano presto,bisogna fermare questo fanatico stragista ad ogni costo,poi confinandolo a 41bis e buttare le chavi della cella in un bel mare profondo,occhio anche ai medici che con le loro perizie hanno permesso di lascire il carcere a questo mostro assetato di vendetta e di sangue.Si dice infatti che il setola sia autore di almeno 200omicidi commessi un po per tutta la campania,era una vera e propria merce di scambio per i casalesi che lo prestavano un po a tutti per la sua efferatezza e la sua determinazione nel portare avanti omicidi e vendette,si racconta che in modo anonimo abbia agito anche a secondigliano prima e durante la faida di scampia.

domenica 11 gennaio 2009

LA VERITA' SULLA STRAGE DELL'AUTOSTRADA


Era il 14 marzo 1994,ASSUNTA SARNO moglie del boss della sanita' GIUSEPPE MISSO,insieme ad ALFONSO GALEOTA ed il loro gregario GIULIO PIROZZI e la moglie di quest'ultimo stavano rientrando dal colloquio avuto nel carcere di firenze con misso,ci mancava ormai poco per arrivare a casa, a pochi chilometri si trovava lo svincolo autostradale che taglia afragola acerra napoli.Discutevano animatamente per lo scontro verbale avvenuto all'uscita del carcera tra ASSUNTA SARNO appunto e la sorella del boss della cupola di secondigliano GENNARO LICCIRDI,una forte rivalita' possedeva le due donne per la posizione di potere che a quei tempi ricoprivano i rispettivi mariti.ASSUNTA SARNO rinfacciava a MARIA LICCIARDI che il potere del fratello finiva di li a poco gusto il tempo che il marito mettesse piede fuori dal carcere e avrebbe messo "A SCIGNA in gabbia,cosa che mando' su tutte le furie a piccerella che evidentemente avviso' qualcuno dello scontro.La ford fiesta dove i 4 viaggiavano riusci' solo ad avvicinarsi allo svincolo per napoli,che due macchine incominciarono a tamponarla costringendo a frenare la corsa,ne uscirono una decina di uomini che armati di mitra fucili e pistole incominciarono a vomitare piombo sui quattro.ASSUNTA SARNO ed ALFONSO GALEOTA morirono quasi subito,mantre GIULIO PIROZZI e la moglie si finsero morti e scamparono alla morte anche se seriamente feriti.Molti sono stati i collaboratori di giustizia che hanno contribuito a risolvere in parte l'enigma,chi erano e mandanti e gli esecutori materiali?si e' sempre saputo che a volere la morte della donna fu' la cupola di secondigliano,ma non si era mai arrivati per certo a capire chi esattamente visto che i collaboratori una volta indicavano EDUARDO CONTINI come mandante un'altra GENNARO LICCIARDI chi invece indicava i MALLARDO di giugliano,ma grazie alle dichiarazioni rese sia dal neo collaborante come lo chiamano i giudici PEPPE MISSO che altri si e' giunto a indicare nomi sie degli esecutori materiali sia dei mandanti.Le ultime dichiarazioni rese da GIUSEPPE MISSO ricalcano proprio i tempi in cui avveni' la strage,secondo le sue dichiarazioni la strage fu voluta da GENNARO LICCIARDI EDUARD CONTINI e i fratelli MALLARDO tutti decisi a cacciare con quella strage i misso dalla sanita' per favorire i TOLOMELLI VASTARELLA loro alleati e da anni in lotta con i misso.Gli esecutori materiali furono VINCENZO LICCIARDI GIOVANNI CESARANO PAOLO ABBATIELLO PAOLO DI MAURO COSTANTINO SARNO,queste circostanze secondo il pentito gli furono raccontate proprio dal boss di miano COSTANTINO SARNO quando questi era in rottura con l'alleanza,erano entrambi detenuti a sollicciano e qui' divennero da nemici ad amici,tanto che sarno consiglio' anche a misso una volta uscito di prigione su come doveva muoversi per fare la guerra contro la cupola che ultimamente anche a lui non andava giu' visto che gli avevano massacrato molti amici per non aver aderito alle proposte della cupola di uccidere il loro ras.










«Assunta Sarno non fu uccisa per errore»



Assunta Sarno non fu uccisa in quanto moglie di Giuseppe Misso, ma
«perché era una camorrista che reclamava la quota del bancolotto spettante
al marito». Parola di Luigi Giuliano detto “Lovegino”, ex boss di
Forcella passato dalla parte dello Stato e profondo conoscitore dei segreti
della malavita napoletana. A settembre 2002 si pentì e tre mesi
dopo parlò con i pm antimafia del clamoroso agguato sull’autostrada
costato la vita alla donna della Sanità e ad Alfonso Galeota. Le sue dichiarazioni,
insieme a quelle di altri 8 collaboratori di giustizia, sono
alla base dell’ordinanza di custodia cautelare scattata l’altro ieri nei
confronti di Vincenzo Licciardi “’o chiatto”, Giovanni Cesarano e Costantino
Sarno. Quest’ultimo, ras del contrabbando originario di Miano,
fu reo confesso prima di ritrattare tutto e ridiventare un irriducibile,
come viene definito dai magistrati nel provvedimento restrittivo.
Luigi Giuliano nell’interrogatorio del 30 dicembre 2002 puntò decisamente
il dito contro la “Cupola di Secondigliano”, ma non seppe indicare
i nomi dei presunti autori del duplice omicidio e del ferimento di
Giulio Pirozzi e Rita Casolaro. Fu il fratello Salvatore detto “’o montone”,
anch’egli pentito, a indicare sulla base di circostanze apprese da
altri coloro erano stati i killer. Alla fine delle indagini preliminari l’accusa
ha chiesto la misura cautelare per 8 indagati, ma il gip ha negato
l’arresto per Maria Licciardi “’a piccolina” e Gaetano Bocchetti “Nanà”,
entrambi di Secondigliano; Eduardo Contini “’o romano”, boss di
Vasto-Arenaccia; Francesco e Giuseppe Mallardo di Giugliano.
Ecco quanto affermò Luigi Giuliano. «Questa strage crudele fu commessa
dalla Cupola di Secondigliano. Quando ho discusso con loro e
soprattutto con Maria Licciardi, io rimproveravo loro il fatto che avevano
superato ogni limite e avevano infranto proprio quei vincoli all’origine
della Nuova Famiglia: in particolare, non si dovevano ammazzare
le donne, tanto più se mogli di detenuti. Con me gli esponenti
di Secondigliano ammettevano di aver commesso la strage, ma
inizialmente sostenevano che Assunta Sarno era morta per sbaglio.
Io non credevo a questa versione e asserivo che la moglie di Misso era
stata uccisa volontariamente. Alla fine mi fu detta la verità: Assunta
Sarno non era una donna moglie di un detenuto, ma una camorrista
che reclamava la quota del bancolotto spettante a Giuseppe Missi perché
gliel’avevo affidata anni prima. Lei cercava d difendere la suo quota
di interessi economici contro il potere dei Tolomelli e dei Vastarella,
alleati di Secondigliano».
Il 10 marzo 2005 invece del duplice omicidio Sarno-Galeota parlò Salvatore
Giuliano. «Che io sappia, all’agguato hanno partecipato Vincenzo
Licciardi, Patrizio Bosti, Salvatore Botta ed Eduardo Contini.
L’ho appreso dai miei fratelli e da mio cugino Ciro “’o barone”.
Come sempre, vale la precisazione che le persone tirate in ballo dai
pentiti devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria

giovedì 8 gennaio 2009

“'o stagntiello” fu assolto nel processo sigfrido



Probabilmente solo il suo passato era ancora
legato all’organizzazione malavitosa stabiese, ma per questo non significava
che qualche suo sgarro non dovesse essere punito con il sangue.
Antonio Vitiello, 56 anni, un tempo affiliato al clan D’Alessandro con
il soprannome di “'o stagntiello”, ha visto finire la sua esistenza mentre
andava a lavoro. Da alcuni anni impiegato nell’ex Maricorderia di Castellammare
di Stabia, secondo gli inquirenti non era più attivo come un
tempo all’interno dell’organizzazione camorristica. E forse anche questo
suo “allontanamento dalla famiglia” potrebbe essergli costato caro. Per
la Dda di Napoli, il suo era un passato “importante” all’interno del sodalizio
diretto da “Luigino” D’Alessandro. Era uno “specchiettista” del clan
D’Alessandro. Durante la sua affiliazione alla cosca stabiese, “o’stagntiello”
ha segnalato ditte a cui formulare richieste estorsive e comunicato spostamenti
di persone da eliminare. Per questi motivi la seconda sezione del
tribunale di Torre Annunziata aveva riconosciuto la sua appartenenza allo
storico sodalizio criminale stabiese e l’aveva condannato a 7 anni di
reclusione, con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso.
La condanna comminata dal tribunale oplontino aveva superato le richieste
della pubblica accusa: l’antimafia aveva chiesto, infatti, una condanna
a 5 anni di reclusione escludendo l’aggravante dell’utilizzo di armi
da parte del sodalizio introdotta nel 2005. I fatti in contestazione risalgono
al 1998, anno fino al quale l’imputato ha fatto parte del clan stabiese.
Con altri rappresentanti dello stesso clan è stato giudicato dalla
prima sezione della Corte d’Assise di Napoli per l’omicidio di Casimiro
Longobardi, reato scopo per cui venne, però, assolto con formula piena,
e per cui era accusato di aver comunicato gli spostamenti della vittima
prima del delitto. Nel medesimo processo, si discuteva di altri 6 casi di
omicidio, tutti commessi tra il 1990 e il 1993, nella lotta tra gli Imparato
e i D’Alessandro. Si trattava dell’inchiesta della Dda napoletana, denominata
“Sigfrido 1”. In quel processo, furono comminati ergastoli a Michele
Abruzzese, Luigi D'Alessandro (due ergastoli), Ugo Lucchese, Vincenzo
Cuomo e Francesco Vollaro, mentre fu condannato a 30 anni di reclusione
l’ex collaboratore di giustizia Raffaele Di Somma. L’unico assolto “per
non aver commesso il fatto” fu proprio Antonio Vitiello.

Ucciso in auto sulla Panoramica



Almeno
8 colpi l’hanno raggiunto all’addome,
ma sarebbero stati una
decina i proiettili calibro 9 esplosi
contro Antonio Vitiello, 56 anni, ucciso
ieri mattina in via Panoramica,
a Castellammare di Stabia. Torna la
scia di sangue nella città delle acque,
dove la camorra locale aveva
messo in atto una sorta di “tregua
armata”: nessun morto per questioni
di malavita nel 2008 a Castellammare, solo a Gragnano le bocche
di fuoco dei clan avevano commesso un duplice omicidio il 28 ottobre,
anche se ultimamente avevano badato bene ad armarsi. Ieri mattina intorno
alle 7,30, Antonio Vitiello è stato avvicinato da uno motoveicolo
non ancora identificato: in sella due persone con i volti camuffati dai caschi
integrali. Il 56enne non ha il tempo di reagire, vede le pistole e istintivamente
si gira, offrendo il fianco sinistro e la schiena ai sicari. Subito
arriva una raffica di colpi calibro 9. Siamo all’uscita della galleria Privati,
in direzione Sorrento, ad un passo da Scanzano e da Pozzano, appena
entrati nella zona denominata Panoramica per il suo panorama
mozzafiato sul Golfo di Napoli. Vitiello è nella sua Wolkswagen Golf blu,
si sta recando al lavoro, lui dipendente dell’Aid, società che prima era
denominata Maricorderia, da fine ‘700 leader mondiale nella produzione
industriale di cordame per le imbarcazioni, da anni gestito dal Ministero
della Difesa.
Dopo la raffica di proiettili, Vitiello ha solamente la lucidità di accostare
la vettura sulla sinistra della carreggiata, praticamente controsenso e
fuori dalla strada, dopo aver tamponato un cassonetto dei rifiuti. Si accascia
sul sediolino destro della sua auto e muore, freddato dal commando
che ieri mattina aveva deciso di farlo fuori.
Antonio Vitiello, conosciuto anche con il soprannome di “'o stagntiello”,
un passato tra le fila dei D’Alessandro, ultimamente per gli inquirenti
non era più “in gioco”, ma evidentemente doveva pagare per qualche
sgarro fatto, non si sa ancora se in passato o di recente, all’organizzazione
malavitosa che da anni domina lo scenario criminale di Castellammare.
Sul posto, poco dopo sono giunte alcune pattuglie dei carabinieri
della locale compagnia che, agli ordini del capitano Giuseppe
Mazzullo e del tenente Andrea Minella, hanno effettuato i rilievi del caso
ed avviato le indagini, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia
di Napoli. Il tutto si è verificato intorno alle 7,30, orario non di punta,
ma che sicuramente ha potuto concedere qualche testimone. Dalla
galleria Privati, Vitiello è uscito a bordo della sua Golf blu, è stato avvicinato
da due persone in moto che hanno cominciato a sparare poco
prima dell’incrocio con via Panoramica. La corsa dell’auto è proseguita
con Vitiello ancora cosciente per un centinaio di metri, poi il motore si
è spento insieme al suo conducente. All’arrivo dei militari dell’arma, il
quadro della vettura era ancora illuminato. Bossoli dei proiettili sono stati
rinvenuti a circa 50-100 metri dall’auto, dove è avvenuto materialmente
l’agguato. I sicari, poi, sono fuggiti via, per gli inquirenti più probabilmente
verso Scanzano. Decisivi, per le indagini, i filmati di una telecamera
della videosorveglianza, posta all’esterno della galleria, che potrebbe
dire di più sull’agguato a “'o stagntiello”. La salma del 56enne è
stata trasferita al II Policlinico di Napoli per l’esame autoptico

Michelangelo Misso torna al 41 bis



È stato scarcerato ma ha incassato subito dopo due anni di internamento
in una casa lavoro in quanto considerato dal Tribunale di Sorveglianza
un delinquente abituale. Adesso Michelangelo Misso, che
sarebbe dovuto essere un uomo “parzialmente” libero, si trova isolato
in una casa lavoro. Ha avuto infatti l’applicazione del regime del carcere
duro in quanto è possibile che sia applicabile anche per gli internati.
Misso sarebbe dovuto uscire dal carcere non prima del 2012 ma
dopo tre anni di reclusione ha lasciato la cella dove era recluso. Michelangelo
è il fratello dei pentiti Giuseppe ed Emiliano Zapata. Aveva
una condanna alle spalle per associazione camorristica a sei anni e
sei mesi, pena che aveva patteggiato in appello. Michelangelo era in carcere
dal 2005 per un reato minore e nel 2006 fu raggiunto dall'ordinanza
di custodia cautelare sulle truffe al Monte di Pietà. Nel frattempo è
intercorso l'indulto e per questo motivo il suo avvocato difensore, il penalista
Mauro Dezio è riuscito ad ottenere la cosiddetta fungibilità. I
mesi che ha trascorso in carcere prima della nuova ordinanza e che sono
caduti nell'indulto sono stati “abbonati” per la condanna per camorra
che ha incassato qualche anno dopo. Paradosso dei paradossi,
pare che Misso abbia addirittura un anno in più che ha scontato e non
avrebbe dovuto scontare. Nel frattempo però è in una casa di lavoro e
gli è stato applicato il 41 bis. Ha chiesto di lavorare ma neanche questa
possibilità gli è stata data a causa proprio della speciale situazione
alla quale è soggetta. L’ultima volta si era reso latitante fu nella Vigilia
di Natale del 2004 scappando da un’uscita secondaria di un appartamento
vicino al suo, in via Sanità. Ma la fuga in quell'occasione durò
veramente poco in quanto fu stanato dai Falchi l'8 gennaio del 2005. Michelangelo
Misso, 35enne nipote del boss Giuseppe detto “Peppe ’o
nasone”, si nascondeva nell’abitazione del padre Umberto in largo Donnaregina.
Gli era stato revocato l'indultino e dovette tornare dietro le
sbarre per scontare il residuo di pena dove fu successivamente raggiunto
da una ordinanza di custodia cautelare per associazione per delinquere
di stampo camorristico. Michelangelo Misso fu rintracciato
dalla polizia intorno alle 13 presso l'abitazione del padre Umberto. Gli
agenti lo trovarono nella camera da letto, ben nascosto dietro un armadio.
Ma ormai non aveva scampo: i “Falchi” sapevano che era lì e non
poteva sottrarsi nuovamente alla cattura. Misso junior beneficiava dell'indultino
per un cumulo pene per associazione a delinquere di stampo
mafioso con obbligo , tra gli altri, di non frequentare pregiudicati. Essendo
però, stato sorpreso proprio in compagnia di persone con precedenti
penali, era stato segnalato al Tribunale di Sorveglianza, che
aveva disposto la sospensione del beneficio. La mattina del 24 dicembre
del 2004 Michelangelo Misso aveva beffato le forze dell'ordine grazie
alle sue doti acrobatiche.

Si è consegnato il nipote del ras



Si è consegnato ieri il giovane che guidava la Smart in cui viaggiava Viviana
Minale, la 23enne morta sul colpo nel tunnel di Capodimonte della
Tangenziale. È passata la flagranza di reato e così quando ieri si è presentato
alla polizia stradale della sottosezione di Fuorigrotta Carmine
Pagano, 24enne di Scampia, nipote del padrino Cesare, ras scissionista,
è stato soltanto denunciato a piede libero con le accuse di omicidio colposo
e omissione di soccorso. Il giovane incensurato on ha risposto alle
domande degli investigatori, guidati dal sostituto commissario Fulvio
Papa, ma si è limitato a dire che era dispiaciuto per quello che è successo
a Viviana, una sua carissima amica. Tramite il difensore di fiducia,
l’avvocato Luigi Senese, Pagano fa sapere che la sera dell’incidente
non era sotto l’effetto né di alcol né di stupefacenti e che si è trattato
di una tragica fatalità. Eh sì, perché lunedì notte a bordo della Smart
guidata da Pagano Viviana era l’unica a non indossare la cintura di sicurezza,
essendo la piccola vettura omologata per due persone. La 23enne
era seduta in mezzo tra Pagano e un altro ragazzo e quando l’auto si
è schiantata contro il muro della galleria è stata scaraventata fuori dal finestrino
e la vettura ancora in corsa le ha schiacciato la testa stroncandola
sul colpo. È molto probabile, secondo gli investigatori della polizia
stradale che hanno effettuato le indagini, che Pagano procedesse a velocità
sostenuta perché i tre ragazzi, usciti da una discoteca stavano andando
verso un altro locale notturno, e che fosse distratto quando ha
perso il controllo della Smart, che dopo l’urto si è quasi capovolta. Poi
Pagano, resosi conto di quello che era successo, sconvolto, ha lasciato
l’amico vicino al cadavere della ragazza ed è scappato facendo perdere
le tracce per due giorni e consegnandosi ieri pomeriggio, poco dopo le
13, al sostituto commissario Papa.
L'emergenza era scattata intorno alle 2 di lunedì scorso. Dal centro operativo
autostradale era stato segnalato un grave incidente avvenuto all'altezza
della galleria di Capodimonte, in direzione Pozzuoli. Sul posto
si era recata una pattuglia della sottosezione di Fuorigrotta che si è trovata
davanti ad una scena raccapricciante: la macchina era ferma lateralmente
alla volta del tunnel mentre sull'asfalto, riverso in un lago di
sangue, c'era il corpo immobile della ragazza. Come inebetito, sotto
choc, a bordo della vettura c'era l’altro ragazzo. Il volto della ragazza era
quasi irriconoscibile per una profonda lesione presente all'altezza del
capo. Secondo una prima ricostruzione, la ventitreenne è morta sul colpo
dopo essere stata sbalzata fuori dalla Smart, effettuando un volo di una
decina di metri. Dai primi rilievi eseguiti dagli agenti della Polstrada, il
conducente della macchina non avrebbe avuto neanche il tempo di frenare,
una volta perso il controllo della guida.

mercoledì 7 gennaio 2009

Ammazzò il cognato per un fatto d'onore

Era il l’8 gennaio del 2001 quando Salvatore Mignone all’ora 30enne, aspettò il cognato Giulio Panepinto, pregiudicato 22enne, sotto l’abitatazione del fratello di questi in via Chioccarelli, nella zona della Duchesca, e gli tese un agguato mortale. Il giovane, che era il compagno di Giuseppina Pilla, sorella di Giovanna, moglie di Mignone, che aveva avuto due figli (un maschio e una femmina) da un matrimonio precedente, doveva pagare con la vita per aver molestato la ragazzine 14enne. E così fu. L’agguato fu portato a termine e Mignone si consegnò nel carcere di Avellino qualche giorno dopo il delitto. Secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti, fu proprio Giuseppina Pilla a raccontare a Mignone delle molestie subite dalla figlia da parte del compagno. Ma durante il processo al killer emerse che la ragazzina aveva riferito di molestie nell’estate del 2000, quando Panepinto era detenuto. Così la ragazza venne denunciata per falsa testimonianza e Mignone fu condannato a 22 anni e poi a 16 in appello. A settembre poi, i presunti complici di Mignone nel delitto Panepinto furono assolti. Alla sbarra c’erano Aniello Rapicano, Simona, Giuseppina e Giovanna Pilla. La richiesta del pm era stata di 16 anni di reclusione per aver istigato all’omicidio il parrucchiere di Melito. Per il presunto delitto d'onore il pm aveva chiesto in primo grado una condanna ben più pesante, 26 anni di carcere, contestando anche la premeditazione. Una vicenda familiare brutta finita in modo ancora più tragico. Una vendetta per una vendetta, una lunga scia di sangue che rischia di non finire mai.

martedì 6 gennaio 2009

Ucciso davanti al carcere di Secondigliano



Nell’area nord si torna a sparare
e torna l’incubo faida. Tre
morti in tre mesi. Ieri sera, poco
prima delle 22, nei pressi del
carcere di Secondigliano, in via
Roma Verso Scampia, un uomo
di 37 anni, Salvatore Mignone
è stato assassinato da
due sicari in sella ad una moto.
L’uomo era in semilibertà e stava
tornando in carcere. Questa
circostanza i sicari la conoscevano
bene e non hanno esitato a colpirlo con la massima calma e freddezza.
Hanno aspettato che parcheggiasse la sua auto, una Fiat Multipla.
Mentre stava per scendere i due assassini, con i caschi integrali,
su una moto di grossa cilindrata, hanno acceso il motore e sono sbucati
dal buio armi in pugno. Lo hanno colpito più volte
al torace e alla testa, esplodendogli da distanza
ravvicinata il colpo di grazia alla nuca. Sono stati
esplosi almeno sei colpi di pistola proprio per non dare
scampo all’uomo. Dopo la sparatoria i killer sono
fuggiti in direzione del Monterosa ed hanno fatto perdere
le tracce tra le Vele di Scampia. I colpi sono stati
chiaramente avvertiti dai piantoni del penitenziario
che ovviamente non hanno lasciato il gabbiotto
ma hanno prontamente allertato i carabinieri che sono
giunti sul posto nel giro di pochi minuti a sirene spiegate dal vicino
comando di Scampia. L’uomo era riverso al suolo in una pozza di
sangue. E’ stata chiamata una autoambulanza del 118 che ha trasportato
la vittima al vicino ospedale San Giovanni Bosco ma è deceduto
mentre i medici tentavano invano di rianimarlo. Scene di disperazione
dei familiari che sono stati allertati dell’accaduto dalle forze dell’ordine.
Intanto gli uomini dell’Arma, coordinati dal capitano Sica e dal
maggiore D’Aloia, hanno iniziato a circoscrivere la zona in attesa della
scientifica. Nessun testimone, anche perché la zona è scarsamente
trafficata di sera ma dai palazzoni che affacciano sul carcere in molti
erano affacciati a guardare lo spettacolo di morte. Di sicuro, qualche elemento
utile sarà dato dalla visione delle telecamere di sorveglianza del
penitenziario. Mignone, che era residente nel comune di Melito, aveva
piccoli precedenti penali alle spalle e reati contro il patrimonio. Stava
scontando una pena per omicidio: il 9 settembre del 2001 aveva assassinato
il violentatore della nipote però dal novembre del 2007 aveva
ottenuto la semilibertà. La mattina lasciava il carcere per farvi ritorno
solo la sera dopo le 22. Ma probabilmente il 37enne aveva pestato
i piedi a qualcuno o si era messo in brutto giro e la camorra non glielo
ha perdonato. Ma gli investigatori non escludono la pista che porta
direttamente all’omicidio che aveva commesso. L’aria che tira a Secondigliano
non è delle migliori. Dopo una lunga pax
sancita tra quel che rimaneva dei Di Lauro e gli scissionisti
del clan Amato-Pagano si è tornato a sparare.
Questa volta per la frattura interna al clan Licciardi.
E stato ucciso per questo il 29 dicembre scorso,
mentre era a bordo della sua auto, Antonio Pitirollo 41
anni. La zia di Pittirollo è la madre del presunto killer
di Gelsomina Verde, la ragazza torturata e uccisa durante
la faida di Scampia. Il presunto killer è stato anche
arrestato. Pochi giorni prima, a cadere sotto i colpi
dei killer era stato Carmine Guerriero, 26 anni, soprannominato “Ronaldo”,
ucciso il 23 novembre sempre a Secondigliano

lunedì 5 gennaio 2009

CLAMOROSO OMICIDIO DAVANTI AL PORTONE DEL CARCERE DI SECONDIGLIANO


Clamoroso omicidio davanti al portone del carcere di Secondigliano (nella foto). Salvatore Mignone, 37enne residente a Melito, con precedenti per reati contro il patrimonio ed omicidio, stava tornando in prigione per la notte dal momento che beneficiava della semilibertà. Appena sceso dalla sua auto, una Fiat Multipla, è stato avvicinato da due killer a bordo di una moto. Il commando ha esploso diversi colpi di pistola. Il pregiudicato è stato immediatamente soccorso e trasportato all’ospedale San Giovanni Bosco, ma per lui non c’era ormai più niente da fare. L’allarme è stato dato dagli stessi agenti di guardia al portone del carcere di Secondigliano. È il terzo omicidio nella zona Nord di Napoli negli ultimi tre mesi: potrebbero essere tutti legati alla faida all’interno del clan Licciardi. Mignone aveva ucciso nel 2001 l’uomo che aveva violentato la nipote.

sabato 3 gennaio 2009

ARRESTATO IL KILLER DI TONINO PITIROLLO


Ancora un elogio alle forze dell'ordine che in pochissimi giorni anno stanato il killer di ANTONIO PITIROLLO nipote della mamma di UGO DE LUCIA killer professionista dei di lauro.Ricordiamo che ANTONIO PITIROLLO fu ammazzato poco prima delle 14.00 in via del cassano,una strada che fa parte del rione berlingieri,i killer lo uccisero mentre era in macchina a pochi metri da un ufficio postale e da un distributore di benzina,un vero e proprio agguato camorristico,portato avanti con malvagita' e tempestivita' che vide pitirollo in pochissimi istanti abbassare la testa in un lago di sangue.Eppure la fatalita' ha voluto che in file per pagare delle bollete all'ufficio postale si trovava un maresciallo della finanza in pensione,che in un istante si e' reso conto di cio' che stava per accadere,cosi' anziche' scappare come e' logico,lui si e' messo tra due macchine parcheggiate per riuscire a vedere in volto i killer che stupidamente ed erroneamente per un difetto genetico soffrono di deliri di onnipotenza.Cosi' il maresciallo in pochi istanti e' riuscito a vedere il volto sia dei sicari che del basista,al momento e' stato arrestato RITO CALZONE detto (O'PISAN)affiliato di spicco del clan degli scissionisti,e uomo di fiducia del boss CESARE PAGANO,ma il coraggioso maresciallo oltre a riconoscere rito avrebbe riconosciuto anche il fratello di questi CARMINE CALZONE anche lui affiliato agli scissionisti di casavatore.Se si troverebbero uomini delle forze dell'ordine ad ogni agguato sarebbe la fine della camorra,ma cio' deve servire da esempio ai tanti che si sono trovati coinvolti in sparaorie e agguati,mantenendo una stupida omerta',bisogna solo pensare che non porta a niente l'omerta',bisogna collaborare per distruggere una volta per tutte la camorra.Con questo ennesimo omicidio non va sottovalutata la ferocia e l'organizazione camorristica che si sta fondando a secondigliano,un nuovo cartello criminale ancora piu' pericoloso della vecchia famiglia dei di lauro,bisogna fermarlo a tutti i costi,sono tanti giovani e spietati comandati da gente senza scrupolo che si godono vittorie e ricchezze sulla pelle di altri disperati,una vera e propria cupola.

CAPODANNO NERO SUI QUARTIERI SPAGNOLI PER L FAMIGLIA SCARPA



Ancora camorra ignoranza e stupidaggine a non finire,fanno di NAPOLI il capoluogo mondiale,si festeggia sparando con pistole mitragliette e fucili senza rendersi conto che sono armi pericolosissime e come e' successo ai quartieri spagnoli ci ha rimesso la pelle un ragazzo inerme con la unica colpa di uscire fuori al balcone per fare una telefonata.NICOLA SCARPA appena 23enne incensurato un bravo ragazzo dedito al lavoro e alla mamma,e un affeto particolare peril fratellino piu' piccolo,e quella sera proprio al fratellino di 7 anni stava chiamando,non riuscendo a prendere la linea era uscito fuori al balcone,quando la stupidaggine dei festeggiamenti violenti e inculturosi con un pizzico di fatalita' anno fatto si' che nicola venisse colpito alla testa da una pallottola vagante sparata da uno stupido ignorante superficiale.Adesso NICOLA SCARPA non c'e' piu',la morte piu' stupida per mano di spregiudicati e' arrivata pochi minuti dopo mezzanotte,sembra che gli investigatori pero' con serrate indagini anno gia' nome e cognome dell'uomo stupido che ha sparato,sono tutti di appartenenza camorristica,tra di loro ci sarebbe anch la figlia del finto collaboratore di giustizia SALVATORE TERRACIANO pentitosi di essersi pentito.Secondo le prime indiscrezioni poco prima della mezzanotte gli abitanti dei qurtieri spagnoli li anno visti mentre si allenavano con pistole e fucili a festeggiare l mezzanotte,e proprio uno di loro avrebbe fatto fuoco per festeggiare con una pistola verso il balcone del giovane e povero NICOLA SCARPA,aspetteremo ulteriori notizie,con la premessa e la speranza che questi figli di cani vengono arrestati quanto prima,senza giustificarli che son ragazzi ma aiutando le forze dell'ordine in questo lungo e omertoso lavoro che svolgono ogni giorno in questa citta' di merda che si chiama NAPOLI,speriamo li beccano presto.