venerdì 18 dicembre 2009

Delitto Sacco, una Ferrari come esca


Una Ferrari in regalo come esca per spingere Gennaro Sacco a esporsi.
E così avvenne: il ras di San Pietro a Patierno, ucciso lo scorso 24 novembre
insieme al figlio Carmine, rifiutò l’omaggio di Salvatore Liberti,
legato ai Licciardi; anzi, come risposta lo minacciò di morte. «Voglio ucciderti,
come ho fatto con Carmine Grimaldi». Confermando ciò che gli
ex amici evidentemente sospettavano e di cui volevano avere certezza.
L’inedito racconto è di Angelo Ferrara, pentito di origini casertane e in
ottimi rapporti, fino a quando non è passato con lo Stato, con i Mariano
dei Quartieri Spagnoli e i Moccia di Afragola. Oltre a descrivere alcuni
personaggi di malavita di Secondigliano legati prima ai Licciardi e poi
ai Sacco-Bocchetti, come i fratelli Feldi detti “Tufano”, il 16 dicembre
2008 il collaboratore di giustizia raccontò ai pm antimafia la sua verità
sull’omicidio di Carmine Grimaldi: “Bombolone” per gli amici di camorra,
responsabile per conto del clan della Masseria Cardone della piazza
di spaccio di San Pietro a Patierno. Un delitto che segnò una svolta, sostennero
subito gli investigatori, perché cambiò gli equilibri malavitosi
nella zona. Ecco alcuni passaggi delle sue dichiarazioni, con la consueta
premessa che le persone tirate in ballo devono essere ritenute estranee
ai fatti narrati fino a prova contraria. Precisazione ancora più importante
in questo caso perché l’accusato non può più difendersi.
«Posso riferire circostanze in ordine all’omicidio di Carmine Grimaldi, il
cui mandante è stato Gennaro Sacco. Voglio precisare che dopo questo
omicidio il “Sasariello” (soprannome di Salvatore Liberti, legato ai Licciardi,
ndr) voleva regalare a Gennaro Sacco una Ferrari nuova e il Sacco
gliela restituì dicendo che lui voleva uccidere “Sasariello”, come aveva
già fatto con Carmine Grimaldi e ciò perché “si erano mangiati i soldi
suoi”: così disse».
Angelo Ferrara, nel corso dello stesso interrogatorio, parlò anche della risposta
del clan Licciardi. «Dopo l’omicidio di Carmine Grimaldi, i Licciardi
fecero uccidere a Capodichino (precisamente di fronte all’”autoscala”) la
persona che materialmente aveva consumato l’omicidio di Grimaldi,
che si trovava all’interno di una Smart. Quando è successo, io mi trovavo
insieme a Marco Mariano, figlio di Ciro Mariano, e siamo arrivati sul
luogo pochi minuti dopo. Successivamente mi sono recato a casa della
mamma di Marco Mariano, la quale scoppiò a piangere quando seppe
la notizia in quanto il morto era originario dei Quartieri Spagnoli. Io ho
saputo del botta e risposta da una persona che partecipava alle riunioni
con i Licciardi per la fornitura di droga».
Di Angelo Ferrara come pentito si è scritto pochissimo, al punto che in
pochi lo conoscono tra i lettori di cronaca nera e giudiziaria. Le sue dichiarazioni
compaiono nel decreto di fermo, poi tramutato in ordinanza
di custodia cautelare, a carico di 13 presunti affiliati al clan Sacco-Bocchetti.
Tra essi ci sono Ciro Bocchetti (fratello di Gaetano detto “Nanà”),
Costanzo Apice (diventato famoso per il video dell’omicidio di Mariano
Bacioterracino, nel rione Sanità) e i Feldi. Unico latitante dell’inchiesta
è Antonio Zaccaro.

venerdì 11 dicembre 2009

Raid armato nell’ex regno dei Sarno


Un raid secondo i più classici metodi camorristici: le motociclette, le urla,
le minacce, le armi in pugno. L’altro ieri sera circa dieci uomini, più o
meno giovani, sarebbero entrati in azione nel rione De Gasperi a Ponticelli
per lanciare un messaggio sinistro al nuovo clan Sarno. E secondo
gli investigatori di polizia e carabinieri, che hanno raccolto fonti confidenziali
e stanno cercando i riscontri, gli autori della scorribanda sarebbero
malviventi legati alla camorra di Barra e del Lotto 0 di Ponticelli, i quali
avrebbero preso di mira anche alcune donne ma senza ferire o picchiare
nessuno. Ecco perché le indagini sull’episodio si starebbero indirizzando
verso ambienti dei Minichini, dei Cuccaro e dei De Luca Bossa.
Dunque, dopo l’omicidio di Salvatore Tarantino, nel rione De Gasperi è di
nuovo salita la tensione. Non poteva essere diversamente, del resto, dopo
il terremoto giudiziario che ha sconvolto la camorra del quartiere. Prima
il pentimento del ras Giuseppe Sarno “’o mussillo”, poi quello dei fratelli
Ciro “’o sindaco”, il boss storico del clan, e Vincenzo detto “Enzuccio”,
l’astro nascente che aveva tessuto alleanze in tutta Napoli e conquistato
Cercola. È evidente che il gruppo di mala, anche se assolutamente
non è scomparso, si è indebolito. Colui che aveva preso le redini
in mano, Tarantino, è stato ammazzato e così il quadro è diventato ancora
più confuso. Nelle mappe sulla camorra di Ponticelli la scritta a caratteri
grandi “clan Sarno-Esposito-Tarantino” è durata poco. Era una modifica
nel titolo che sintetizzava gli sconvolgimenti accaduti in seno al clan
in seguito ai clamorosi pentimenti degli ultimi mesi, ma che sottolineava
al tempo stesso come il gruppo non sia affatto scomparso. Circostanza
ancora oggi confermata dagli investigatori di carabinieri e polizia.
Dato per finito anzitempo, il clan Sarno si sarebbe ripreso dalle batoste
giudiziarie e anche i nuovi reggenti avrebbero avuto già la nomina. Ma
nonostante ciò, a Ponticelli si registra un notevole fermento. Se è vero
che nessuno dei fratelli boss (tra i non pentiti) al momento è libero, non
per questo un’organizzazione molto ramificata e articolata da un giorno
all’altro poteva sciogliersi come neve al sole. Ecco perché l’attenzione
degli investigatori nei confronti dei “ponticellari” non si è attenuata.
Salvatore Tarantino è stato ammazzato mentre stava partecipando in via
Cleopatra, nel Lotto 0, bunker dei De Luca Bossa, a un incontro chiarificatore.
Dopo un'accesa discussione con alcuni personaggi della zona,
che non sono stati ancora identificati, l’assassino ha estratto una pistola
calibro 7,65 e ha fatto fuoco da distanza ravvicinata per ben otto volte
contro la vittima che cercava di mettersi in salvo. Tre le pallottole costate
le vita al reggente del nuovo clan Sarno (o di una parte di esso) alla testa
(tra lo zigomo e l'occhio sinistro), al fianco destro e all'avambraccio
destro.

mercoledì 9 dicembre 2009

LORENZO NUVOLETTA,IL MAFIOSO DI MARANO




Palermo,aprile 1980.E' questo chi e'?e la domanda che il giudice PAOLO BORSELLINO rivolge al capitano dei carabinieri EMANUELE BASILE dopo che l'ufficiale gli ha appena mostrato una foto sequestrata nell'abitazione dei di carlo,uomini d'onore di altofonte,L'immagine scattata forse durante una festa,ritrae personaggi noti sia a borsellino che a basile:ci sono i fratelli ANDREA e GIULIO DI CARLO,ANTONIO GIOE' E GIACOMO RIINA(zio di toto'riina).E poi c'e' un signore dalla faccia sconosciuta,ha l'aria distinta e i capelli brizzolati.Giudice non lo so replica l'ufficiale al magistrato.Passera' del tempo prima di dare un nome al mister x immortalato insieme alla allegra compagnia dei capi mafiosi piu' spietati e piu' potenti del sud italia.Si scoprira',poi,che quel signore distinto e brizzolato e' LORENZO NUVOLETTA,un imprenditore di marano,un comune a nord di napoli.E' in quella foto non e' assolutamente un intruso,anzi.Nuvoletta infatti e' l'ambasciatore della mafia in campania,l'uomo di fiducia di MICHELE GRECO detto il papa,il capo dei capi di cosa nostra.E' proprio per l'appartenenza a cosa nostra,LORENZO NUVOLETTA,sara' inattaccabile e per un certo periodo di tempo fara' da arbitro in tutta la campania nello scontro tra la nuova famiglia di CARMINE ALFIERI e la nuova camorra di RAFFAELE CUTOLO,tutti volenti o nolenti si piegheranno al suo potere.La sua notorieta' e' sempre stata inverosibilmente proporzionale alla reale capacita' di incidere sulle vicende dei clan napoletani,si potrebbe dire che don lorenzo e' stato un precursore della tenica dell'inabbissamento.E' l'invisibilita' e' stata una tecnica che ha consentito adon lorenzo insieme ai fratelli ANGELO NUVOLETTA e CIRO NUVOLETTA,un business enorme,un fiume di denari senza eguali in tutta la campania.Don lorenzo e la mafia si incontrano intorno al 1979,quando in tutta la campania il mercato di bionde veniva gestito da uomini d'onore di cosa nostra,infatti una buona fetta di mercato era gestita da MICHELE ZAZA nonno degli attuali capocamorra della famiglia mazzarella,era lui il referente di cosa nostra in campania,ma quando gli uomini d'onore conobbero don lorenzo,capirono che per intelligenza e stile di vita era l'uomo adatto da affiliare a cosa nostra facendolo diventare un eminenza grigia per tutti i gruppi criminali della campania.Basti pensare che nell'arco di pochissimo tempo diventa socio di personaggi legati a cosa nostra del calibro di TOMMASO BUSCETTA, GERLANDO ALBERTI E LUCIANO LIGGIO il temuto boss di crleone.Astuto silenzioso e decisionista il mafioso di marano ci mette poco a guadagnarsi la stima di tutta cosa nostra,e che in sicilia lo considerino affidabilissimo(al contrario di MICHELE ZAZA il cui comportamento viene ritenuto discutibile),lo dimostrano le frequentazioni con boss come toto' riina leoluca bagarella e brusca il super killer d cosa nostra.E proprio la tenuta di poggio vallesana diventa una seconda casa per i mafiosi,infatti qui' avvengono parecchie cerimonie per affiliare altri uomini e trasformarli in uomini d'onore,GASPARE MUTOLO ebbe l'investitura di uomo d'onore proprio a poggio vallesana,in casa dei nuvoletta,e quando molti anni dopo decidera' di passare dalla parte dello stato dira' a proposito dei nuvoletta che proprio a poggio vallesana era solito incontrare il padrino latitante TOTO' RIINA steso beatamente al sole benche' latitante,i nuvoletta hanno investiture iportanti a livello politico,nessuno si sogna di disturbare ne carabinieri ne polizia.Ma andiamo con ordine,gli investigatori avevano intuito che don lorenzo insieme ai frtelli avesse amicizie se non di piu' con uomini legati alla mafia,e dopo un lungo calvario burocratico riescono ad avere l'ordine per portare a termine un bliz proprio nella tenuta di poggio vallesana,la sorpresa e' enorme quando arrestano SARO RICCOBONO uomo temibile e tenuto in grande considerazione da cosa nostra,poggio vallesana cosi'diventa scoprono gli investigatori punto di riferimento e luogo tranquillo per latitanti e uomoni d'onore.Con il passare del tempo marano diventa piu' una seconda sicilia,dove avvengono diversi summit tra mafiosi e camorristi,come quello tenutosi nel 1974 per spartirsi le zone di influenza del mercato dei tabacchi lavorati esteri,partecipano uomini del calibro di(STEFANO BONTADE,PIPPO CALO',TOTO' RIINA,BERNANDO BRUSCA,LEOLUCA BAGARELLA,i fratelli GIUSEPPE E ANTONIO CALDERONE,GIOVANNI PULLARA',e infine per la camorra i fratelli SALVATORE E MICHELE ZAZA)un vertice,un gotha di tutta cosa nostra con solo sei camorristi,i loro referenti in campania primo tra tutti don lorenzo.Nel 1975 la mamma di do lorenzo MARIA ORLANDO insieme a unazia del boss ANTONIETTA DI COSTANZO entrano a far parte della societa' stella d'oriente,una societa' che ha come oggeto la commercializzazione del pesce congelato,ma che per inquirenti e magistrati serve a riciclare un fiume di denaro sporco.I soci sono tutti legati a cosa nostra,e in particolare al clan dei corleonesi,ci sono il boss MARIANO E GIOVANBATTISTA AGATE padroni assoluti di marzara del vallo,poi c'e' VITO MAGGIO cognato di toto' riina,ma la prova assoluta dell'esistenza di un organizzazione che agisce tra napoli e palermo salta fuori nel 1978 quando in casa di don lorenzo vengono sequestrati documenti molto importanti e riconducibili a molte famiglie malavitose della sicilia,poi una piccola agenda zeppa di numeri di telefono di moltissimi uomini d'onore,piu' alcune lettere che confermerebbero l'amicizia e il legame che unisce la famiglia nuvoletta a cosa nostra.Il primo pentito che indica don lorenzo come referente di cosa nostra in campania e il boss siciliano GIUSEPPE DI CRISTINA,si presenta dai carabinieri quando apisce che vogliono farlo fuori,e tra le tante cose che racconta di uomini d'onore c'e' pure don lorenzo che secondo di cristina gestisce un enorme azienda agricola per luciano liggio che in realta' non e' altra che una vera e propria raffineria di cocaina e eroina.Purtroppo il boss di rieti non ha il tempo per confermare queste sue dichiarazioni in un aula di tribunale,lo fanno fuori in una squallida periferia di palermo crivellato di colpi,in tasca gli investigatori gli trovano assegni per un totale di diversi miliardi,riconducibili ad una filiale napoletana.Nel 1980 sbuca fuori la foto scattata ad altofonte,a casa dei de carlo,quella foto enigmatica che passao' trale mani del giudice PAOLO BORSELLINO e del capitano dell'arma basile.I nuvoletta pero' si comportarono come se niente fosse,come se nessuno potesse toccarli,del resto la mamma di don lorenzo fornisce addirittura la caserma militare di caserta,di prodotti ortofrutticoli e di polli.L'ente militare all'inizio chiede all'arma di indagare sulla onoricita' di questa azienda,e l'arma spiazza via ogni dubbio stilando un rapporti in cui dice che la orlando in pubblico gode di buona stima,buona rispettabilita' sociale e commerciale.Il prestigio della famiglia nuvoletta sono universalmente riconosciuti,tant'e' che,all'armato dell'apparizione sulla scena di RAFFAELE CUTOLO,il futuro capo della nuova famiglia CARMIBNE ALFIERI si rifugia a poggio vallesana,raccontera' da pentito,(io e mio fratello fummo costretti a cercare la protezione di una delle due famiglie mafiose allora esistenti,quella dei zaza legati a riccobono e quella dei nuvoletta legati ai corleonesi).A cutolopero' non importa di quale investitura dispongono i suoi nemici,difatti ad alfieri fara' ammazzare il fratello salvatore mentre a galasso il fratello nino,oltre al fratello del nemico piu' audace e piu' temibile MARIO FABBROCINO a cui fara' ammazzare il fratello.E proprio durante la faida tra la nuova famiglia di alfieri e la nuova camorra di cutolo che molti affiliati si lamentano dello scarso impegno da parte della famiglia nuvoletta di attaccare frontalmente il cutolo,difatti nuvoletta secondo alfieri e galasso nelle loro rivelazioni da pentiti diranno che don lorenza era troppo ambiguo,si comportava piu' da politico che da mafioso,aspettava chi avrebbe vinto la guerra per saltare sul carro del vincitore.Ad ogni modo don lorenzo agli inizi degli anni 80 viene chiamato a svolgere un ruolo da paciere nella guerra che il professore aveva scatenato contro tutti i clan della campania contrari alla ascesa del cutolo.Nuvoletta continua a mantenere un atteggiamento ambiguo,da l'impressione di non volersi inimicare con i cutoliani,un atteggiamento che fara' inimicare e deteriorare i rapporti con il loro killer e uomo piu' vicina alla famiglia,ANTONIO BARDELLINO che insiste ad usare la linea dura contro i cutoliani.Nell'estate del 1981 viene tenuta un assemblea di almeno un centinaio di camorristi piu' altre centinaia di mafiosi,tutti rigorosamente armati e tra loro diversi latitanti di vario calibro,nuvoletta aveva assicurato tutti che per gli appoggi politici di cui disponeva nessuno li avrebbe disturbati,anzi c'erano anche una decina di pattuglie di polizia a fare da guardia alla tenuta di poggio vallesana.Nonostante si dimostri ambiguo e inaffidabile nessuno si sogna di inimicarsi con don lorenzo,tutti sanno che oltre a essere amico e affiliato dei corleonesi il gotha della mafia siciliana sanno infatti che gode di coperture politiche di alto livello.La pax di pace tra cutoliani e anticutoliani viene firmata alla presenza e grazie a don lorenzo nuvoletta insieme ai corleonesi,ma dura pochissimo al punto da far comprendere al gruppo anticutoliano che don lorenzo pende piu' dalla parte di cutolo che dalla loro.Il piu' ostile e il piu' intrapendente e proprio l'uomo di punta dei nuvoletta,ANTONIO BARDELLINO,non sopporta piu' l'ambigua figura della famiglia nuvoletta e insieme ad alfieri galasso e moccia e pronto a dar filo da torcere a don lorenzo.Cosi' con bardellino che appare il piu' risoluto e avvelenato di tutti discutono del fatto che i nuvoletta a loro parere anno favorito ad alcuni agguati costati la vita ai loro amici e parenti,cosi' decidono di punirli.La guerra tra cutoliani e nuova famiglia e quasi finita,grazie al presidente della repubblica SANDRO PERTINI che si dice indignato di come viene favorito e di come gode di privilegi in carcere il capo della n.c.o. RAFFAELE CUTOLO,firma un decreto che ordini la immediata traduzione del boss nel carcere sardo dell'asinara,in ragime di isolamento totale,e grazie a questo isolamento che trae cutolo in difficolta' nel senso che non riesce piu' ad impartire ordini ai propri affiliati la nuova famiglia si da da fare per sferrare il colpo mortale all'organizzazione cutoliana.Cosi' tramonta il mito cutolo,siamo nel 1984 nel mese piu' caldo di quall'anno giugno,e di domenica e a poggio vallesana nella tenuta dei nuvoletta e' in atto una riunione importantissima degli uomini di maggiore spessore della famiglia,tra cui il mafioso di torre annunziata VALENTINO GIONTA e altri capi camorra.Fuori alla tenuta ci sono quattro automobili con una quindicina di uomini che aspettano l'ordine del loro capo ANTONIO BARDELLINO per muoversi.Si aiutano tra di loro ad indossare parrucche e baffi finti,nella tenuta don lorenzo sa sentenziando il fulcro del suo discorso,quando ANTONIO BARDELLINO fa un cenno,si scatena l'inferno,irrompono nella tenuta sparando all'impazzata,riescono a scappare tutti gli occupanti tranne il piu' temuto killer e intrapendente fratello dei nuvoletta,CIRO,che succede,il boss corre,si dimena chiede aiuto grida con tutto il fiato che ha nei polmoni,la morte la guarda dritta negli occhi,bardellino lo raggiunge e con una lupara mette fine alla giovane esistenza del boss accompagnando l'impulso omicidio con queste parole,(iette o'sang puzzolent).I nuvoletta vengono colpiti a morte nell'orgoglio,nella loro forza,i clan AFIERI e quello dei casalesi anno assestato un colpo mortale al prestigio dei nuvoletta che tutt'avia non limita e ne indebolisce la ferocia e la diplomatica risposta dei nuvoletta.C'e' chi dice che con la scomparsa di ANTONIO BARDELLINO i nuvoletta centrano eccome,comunque nella tarda primavera del 1985 viene arrestato proprio a marano il loro piu' fidato e prezioso alleato,VALENTINO GIONTA,il capo indiscusso di torre annunziata.Si trovava a marano proprio coperto dalla famiglia nuvoletta,che aveva assicurato il gionta che nella loro terra a marano nessuno lo avrebbe arrestato,ma i carabinieri mettono fine alla lunga latitanza del boss torrese.E' proprio l'arresto di VALENTINO GIONTA si intreccia con l'assasinio del giovane cronista del mattino GIANCARLO SIANI,che in un suo articolo ipotizza che il boss di torre annunziata fosse stato sacrificato dai nuvoletta e fatto arrestare per siglare la pace con i clan in guerra contro i nuvoletta e in particolare con i casalesi.La firma in calce dell'aricolo del corrispondente di torre annunziata GIANCARLO SIANI che non si e' reso conto che con quell'articolo ha firmato la sua condanna a morte.Per aver dato dell'infame a don lorenzo nuvoletta siani verra' ucciso tre mesi dopo,mentre sta parcheggiando la sua auto a piazza leonardo al vomero,aveva compiuto 27 anni da quattro giorni.Raccontera' il pentito SALVATORE MIGLIORINO che l'ordine di ammazzare il cronista era arrivato dai nuvoletta,e l'altro pentito che fu uno degli autori materiali del delitto FERDINANDO CATALDO,racconta che lorenzo nuvoletta era infuriato,a tal punto da prendere a calci e a pugni un giovane cane pastore tedesco che aveva comprato da poco per vigilare sulla tenuta di poggio vallesana.Era nervoso don lorenzo,non si dava pace,picchiava il cane e gridava(come noi infami,noi avremmo fatto arrestare VALENTINO GIONTA,quel bastardo con l'articolo ci ha buttato la calunnia addosso,deve morire,lo dovete ammazzare,subito non voglio repliche.Per l'assassinio del giornalista saranno condannati esecutori e mandanti tra cui il boss ANGELO NUVOLETTA alter ego del fratello lorenzo.Gli investigatori comunque si danno da fare e in poco tempo arrestano LORENZO NUVOLETTA,che si chiude in un silenzio cupo e angoscioso come solo i capi di cosa nostra sanno fare.Passa 7 anni in carcere,mantenendo sempre un comportamente dignitoso e mal disposto a collaborare con la giustizia.Gli ultimi processi rimangono indelebili e memorabili nel vedere il boss dei boss della camorra napoletana,l'uomo che aveva deciso il futuro e la morte di migliaia di persone di come si e' ridotto a causa di un cancro al fegato,non riesce neanche a parlare don lorenzo,neanche a dichiarare le sue generalita',steso su una barella con una decina tra infermieri e guardie attorno,altre volte su una sedia a rotelle che grida basta sto morendo non voglio rispondere fatemi morire a casa mia.In carcere il temperamento del boss vacilla,ne sa qualcosa PIETRO CHIAMBRETTI con il suo satirico tg zero,che intervista parenti e amici del boss,poi delle grida e il boss che sta per fare il suo rientro in aula su una sedia a rotelle,il conduttore chiambretti si para davanti e gli domanda se e' lui il boss della camorra lorenzo nuvoletta,la risposta del boss gela chiamretti,e lei vuole continuare ad essere chiambretti.Il boss nel frattempo incassa piu' ergastoli,e le sue disavventure giudiziari non si arrestano,ma il 16 febbraio del 1994 le sue condizioni di salute si aggravano,gli resta poco da vivere,i giudici gli concedono gli arresti domiciliari dando gesta di grande generosita',il boss infatti durante l'ultimo processo aveva dimostrato che gli restava poco da vivere,meno di un mese,aveva espresso la sua ultima volonta' di morire a casa sua.LORENZO NUVOLETTA si spegne il 7 aprile alle 8 di mattina,aveva 63 anni,per sua decisa volonta' aveva chiesto al fratello di dispensare di fiori il suo funerale,il questore di napoli firma un decreto che vieta le esequie del boss,cio' nonostante nella tenuta di poggio vallesana giungono migliaia di gente,tutti rigorosamente controllati dalle forze dell'ordine che presiedono la tenuta.Se ne va via l'ultimo vero capo camorra di napoli e provincia,per lui e per la sua volonta' i mafiosi avevano lasciato napoli ai napoletani senza perdere gli affetti e i contatti col boss.QUESTO POST PRENDE SPUNTO E IN PARTE COPIATO DAL LAVORO DI BRUNO DE STEFANO e del suo libro i boss della camorra.

lunedì 7 dicembre 2009

Boss lo tratta da schiavo: si suicida


Aveva accarezzato un sogno - un lavoro, una fidanzata, qualche amico - poi quando ha capito che il boss non gli avrebbe dato tregua è crollato. E si è tolto la vita, un suicidio che vale quanto il rifiuto di vivere da camorrista , anzi, da fiancheggiatore del sistema criminale creato da Carmine Sacco, il boss emergente ucciso a 28 anni assieme al padre Gennaro.

Una storia amara, quella di Pasquale Marra, pizzaiolo 35enne che da giovanissimo sognava di fare una sola cosa nella vita: impastare e farcire pizze davanti a un forno a legna, avere un po’ di tempo da dedicare alla fidanzata, semmai bere una birra al riparo da azioni criminali e retate di polizia.

Un sogno troppo grande qui tra Secondigliano e San Pietro a Patierno, terra bagnata da infinite faide e scissioni, che ha spinto un trentacinquenne a togliersi la vita in modo plateale: uccidendosi con la pistola che il boss gli aveva imposto di nascondere, contando sulla sua lontananza dai circuiti criminali che contano.

Una morte che non è passata inosservata, al punto tale da rendere necessaria l’apertura di un’inchiesta per istigazione al suicidio. Una storia amara, che emerge dagli atti del fermo spiccato due giorni fa dal procuratore aggiunto Sandro Pennasilico e dai pm anticamorra Stefania Castaldi e Barbara Sargenti, contro i vertici del clan Bocchetti. È la stessa indagine che fa chiarezza sul probabile movente dell’assassinio di Mariano Bacioterracino (11 maggio, quello del videochoc alla Sanità), ma anche del duplice omicidio di Gennaro e Carmine Sacco (24 novembre, San Pietro a Patierno), e che racconta oggi una vicenda diversa, scandita sempre e comunque da sofferenza e paura.

Sentimenti che spingono Pasquale Marra, il pizzaiolo, ad uccidersi con un colpo di pistola alla bocca. A leggere le carte della Dda, non è il gesto di uno squilibrato - è bene chiarirlo subito - ma un atto di liberazione dalla camorra. Un rifiuto, una liberazione. E ad accendere i riflettori sul suicidio di Pasquale Marra (il 28 maggio del 2005, aveva 35 anni), ci ha pensato di recente il pentito Carmine Sacco (solo omonimo del dispotico boss emergente ucciso assieme al padre).

Tanto che oggi, il nuovo collaboratore di giustizia ha provato a spiegare come fossero brutali padre e figlio, proprio ricordando il suicidio del pizzaiolo: «A Secondigliano lo sanno tutti, Pasquale si uccise perché non riusciva a farsi una vita propria, neppure ad uscire con la fidanzata. Carmine Sacco - aggiunge il pentito omonimo - gli aveva dato un posto di pizzaiolo nel suo ristorante di San Pietro a Patierno, ma pretendeva anche che stesse sempre a disposizione.

Per qualsiasi cosa: vuoi per custodire una pistola, vuoi per conservare una pacco di droga». Terrore e disperazione, hanno fatto il resto. Specie, quando il povero Pasquale Marra ha capito che da quel tunnel non sarebbe mai più uscito e che non avrebbe potuto sottrarsi del tutto alle richieste dell’emergente Carmine Sacco: «Si uccise proprio con la pistola che Carmine gli aveva imposto di custodire - aggiunge il pentito omonimo del 28enne ucciso -. A Secondigliano lo sanno tutti: in fondo, Pasquale voleva solo fare il pizzaiolo».

Un racconto che spiega tante cose, che mette a fuoco il temperamento del 28enne, ma anche la decisione della camorra di Secondigliano di uccidere padre e figlio: arrogante, violento, non ancora trentenne, faceva piazzate a tutti. Carmine Sacco non faceva girare i soldi del «sistema», ma comprava auto di lusso, viveva in una casa costosa e faceva la bella vita con moglie e figli: «E stressava tutti - spiega il nuovo pentito - fino al terrore e alla disperazione».

È la faccia peggiore di una camorra sempre più sanguinaria, anche a leggere la ricostruzione dei pm, che commentano ad esempio la decisione di Vincenzo Caiazzo (in cella due giorni fa) di convocare un intero nucleo familiare come punizione dopo un litigio tra ragazzi: «La sete di vendetta per un episodio di alcuno spessore - scrivono i pm - deve dispiegarsi non solo contro il giovane coinvolto, ma anche contro i genitori e i fratelli più piccoli. Vendetta che rimanda alla più classica e bieca iconografia dei boss, divenuta letteratura, di cui gli stessi camorristi si cibano, agendo contro gli inermi e onesti cittadini». Sono gli stessi «biechi modelli» che Pasquale Marra, il pizzaiolo, ha rifiutato togliendosi la vita.

Bacioterracino, i killer erano almeno due


Due sicari, forse addirittura
tre, uccisero a maggio scorso
Mariano Bacioterracino nel rione
Sanità (nella foto). Fermo restando
la presunzione d’innocenza fino a
un’eventuale condanna definitiva
per l’unico indagato finora, Costanzo
Apice, gli inquirenti desumono
che il nipote di Gennaro Sacco
abbia agito insieme ad almeno
un complice da un’intercettazione
ambientale compiuta dalla polizia
in un terraneo nella disponibilità di
Antonio Zaccaro detto “’o luongo”.
Era il 19 ottobre scorso e il luogo è
chiamato “Casarella”. Ecco, sull’argomento,
la conversazione integrale
tra Ciro Bocchetti detto “zio
Ciruzzo”, numero uno del gruppo
omonimo, e Zaccaro, esponente di
primo piano.
Bocchetti: «Ueh gli afragolesi…mi
credi? Ma non mi risulta che noi...
gli afragolesi.. abbiamo guadagnato
un euro...».
Zaccaro: «E le 70 lire?».
B. : «Che noi abbiamo guadagnato
un euro...».
Z.: «E le 70 lire che arrivarono?»
B. : «Quali 70 lire?».
Z.: «Eh…che ebbero 500 euro per
uno quei due».
B. : «Il fatto?».
Z. : «Quel fatto dei tre…».
B. : «Ci ha guadagnato 70 lire?».
Z. : «70mila euro e me lo ha detto
più di una persona…ha detto poi a
Costanzo e a quell’altra persona che
io glielo dissi voi siete due lote…».
B. : «500 euro».
Z. : «500 euro per uno… gli diede…
dissi io “Carminiello”, venimmo
da là che lui tutto quanto se ne
scappò dietro la pizzeria... stava la
sopra la casa… disse solo una cosa
questi stanno senza soldi tutti e
due… Devono avere 4-5000 euro…
levali da sopra i conti… falli riprendere
un poco, io me ne vado e
acchiappo Costanzo… Te li ha dati?
Tutto a posto? Dissi io: “se devo
cacciare qualcosa pure io… li caccio
pure io…” e gli ha dato 500 euro
per uno… tu sei un pezzo di merda
dissi io…».
B. : «Te li sei presi?».
Z. : «Ti sei preso 500 euro? Vale 500
euro? Quella è un’azione che vale
un milione di euro quella che abbiamo
fatto…».
Da questa e altre intercettazioni allegate
la procura antimafia e la
squadra mobile della questura sono
arrivati alla conclusione che l’omicidio
di Gennaro Sacco e del figlio
Carmine sia stato provocato da
vecchi malumori nei loro confronti
per la gestione della cassa comune.
Ma che la goccia capace di far
traboccare il vaso sia stato l’agguato
mortale a Mariano Bacioterracino.
In sostanza, secondo gli inquirenti,
sarebbero arrivati al clan
70mila euro dagli “afragolesi” come
compenso per il clamoroso delitto
della Sanità; però ai sicari sarebbero
stati dati soltanto 500 euro
a testa.

«I Sacco uccisero Carmine Capano»


«Carmine Capano, detto
“Carminiello ‘o chiattone”, fu ucciso
dal clan Sacco per vendetta: aveva
avuto dei problemi con loro e lo
avevo preso con me a lavorare, affidandogli
la gestione della piazza
di spaccio nell’Oasi del Buon Pastore.
Proprio davanti a un circoletto
della zona, che ora non esiste
più, lo ammazzarono un tale soprannominato
“’o cacaglio” e un altro
detto “Masaniello”. Io ebbi un
chiarimento con Vincenzo Sacco,
il quale giustificò l’omicidio con il
fatto che Capano si era allontanato
da poco».
Il 29 aprile 2008 Maurizio Prestieri
raccontò a un pm della Dda ciò che
sapeva a proposito di un omicidio
avvenuto nel 1997 a Scampia. Carmine
Capano, la vittima, era conosciuto
personalmente dal ras pentitosi
l’anno scorso, primo del gruppo
di mala con base in via Monterosa.
Va premesso, come al solito,
che le persone tirate in ballo devono
essere ritenute estranee ai fatti
narrati fino a prova contraria. Ecco
alcuni passaggi delle sue dichiarazioni,
nelle quali è sintetizzato benissimo
il grande business del traffico
di droga. Al punto che Prestieri
in modo naturalmente utilizza il
termine “lavorare” a proposito dell’attività
di spaccio.
«Capano - ha messo a verbale il
pentito- per anni ha gestito una
piazza di spaccio all’interno del lotto
Sc per conto dei Sacco: Almerigo
detto Vincenzo, Gaetano e Gennaro,
legati alla famiglia Licciardi.
Io con i predetti Sacco ho avuto
rapporti diretti in materia di cessioni
di sostanza stupefacente del
tipo cocaina, nel senso che in alcune
occasioni ho acquistato da loro
grossi quantitativi di cocaina,
pari a 5/10 chili, nonché in altre occasioni
ho venduto agli stessi analoghi
quantitativi della sostanza
stupefacente».
Maurizio Prestieri ha poi continuato,
parlando dell’omicidio. «Capano
ebbe problemi con i Sacco e pertanto
io lo pigliai con me a lavorare,
dandogli compiti in ordine alla
gestione della piazza di spaccio dell’Oasi
del Buon Pastore. Questa circostanza
non andò a genio ai Sacco,
i quali decisero di ucciderlo. Effettivamente
così avvenne e Capano
fu ammazzato nei pressi di un
circoletto che ora non esiste più,
davanti al quale era seduto su una
sedia. Vicino a lui c’era un altro affiliato,
che rimase ferito di striscio,
Vincenzo Longobardi detto “scimmietella”.
Successivamente Vincenzo
Sacco giustificò l’omicidio
con il fatto che Capano si era allontanato
da loro e io gli contestai
che almeno dovevo essere avvisato
dell’agguato, visto che Capano
lavorava con me. Lui mi rispose che
non ne era a conoscenza».
Sottolineando che alle dichiarazioni
di Prestieri non sono seguiti riscontri,
va precisato che le dichiarazioni
sono allegate al decreto di
fermo emesso ed eseguito l’altro a
carico di 13 esponenti del clan Sacco-
Bocchetti: Costanzo Apice, Ciro
Bocchetti, Vincenzo e Giovanni
Caiazzo, Stefano Foria, Salvatore
Criscuolo, Antonio, Giovanni e Vincenzo
Feldi, Raffaele Bevo, Ciro Casanova,
Giancarlo Possente e Antonio
Zaccaro, unico latitante.

domenica 6 dicembre 2009

Si è pentito il figlio del boss Sacco


Carmine Sacco si è pentito
e la sua decisione è destinata a
segnare il corso delle indagini sulla
mala dell’area Nord. L’uomo non
è un pregiudicato qualunque, lui è
il figlio di un boss condannato all’ergastolo
per un omicidio ed era
detenuto solo per droga. Quindi il
motivo che lo ha spinto a decidersi
è sicuramente importante, un peso
forse per il quale non ne poteva non
parlarne per liberarsene. Ha parlato
con i pubblici ministeri Stefania Castaldi
e Barbara Sargenti della Dda
di Napoli ed ha raccontato tutto
quello che conosce. Innanzitutto ha
permesso la cattura di 12 presunti
affiliati al gruppo Bocchetti, alleato
ai Sacco e poi ha parlato di esponenti
del suo stesso clan, accusandoli
anche di omicidi.
È un “figlio d’arte” e quando fu catturato
era inseguito da due provvedimenti
restrittivi emessi dalla magistratura
napoletana per droga. Ad
arrestarlo furono i poliziotti del commissariato
di Secondigliano che riuscirono
a bloccarlo all'interno di
un'abitazione di via Monte Faito. Il
28enne ricercato non ebbe neanche
il tempo di tentare la fuga e si lasciò
ammanettare. I due provvedimenti
emessi dalla magistratura,
entrambi di custodia cautelare in
carcere, erano uno del febbraio
2007, emesso dal Tribunale di Napoli,
mentre l'altro fu emesso qualche
giorno mese di marzo dalla sezione
gip sempre del Tribunale di
Napoli. Il padre invece è detenuto
per l’omicidio di Modestino Bosco,
ucciso in un garage di Secondigliano
il 2 settembre del 2006, e sono
stati condannati all'ergastolo, in
primo grado, oltre a Claudio Sacco,
anche Giacomo Selva e Salvatore
De Santo.
Il cerchio attorno ai presunti responsabili
dell'omicidio di Bosco si
chiuse nel giro di pochi giorni. In libertà
restano solo “Gennaro”, colui
che viene tirato in ballo da killer e
mandanti del delitto come l'organizzatore,
e altri due personaggi
non ancora identificati e potrebbe
essere proprio lui a far luce su questo
personaggio non ancora identificato.
L'accusa è quella di omicidio
volontario premeditato in concorso
con l'aggravante del metodo
mafioso. A loro carico ci sono per lo
più esplicite conversazioni telefoniche
intercettate dagli investigatori.
L'omicidio, secondo la Procura,
era premeditato. Adesso proprio
Carmine parlerà sicuramente di
quel delitto e ricostruirà anche quelli
della faida con il clan Licciardi.
Già ha detto di aver saputo i presunti
assassini di Carmine Grimaldi
detto “Bombolone” affiliato alla
cosca dei Licciardi e prima vittima
della scissione.

«Di quei 70mila Costanzo ha avuto solo 500 euro»


C’è un filo che collega le
indagini sul blitz di ieri contro il
clan Bocchetti di San Pietro a Patierno
all’omicidio di Mariano Bacioterracino
(nella foto il video
choc della sua esecuzione), assassinato
a maggio al rione Sanità.
Questo filo è raccontato dalle
intercettazioni telefoniche tra due
affiliati ai Bocchetti. È una microspia
che capta ciò che si dicono
Ciro Bocchetti e Antonio Zaccaro
unico ad essere
riuscito a fuggire
al blitz. «Di quei
70mila euro che ci
hanno dato gli
Afragolesi non abbiamo
visto un soldo.
Costanzo e l’altro
hanno avuto
solo 500 euro. Valeva
un milione di euro». È questa
la sintesi che ne fa la Procura che
ritiene che quel Costanzo sia Apice
e che quei soldi siano il prezzo pagato dai Moccia per l’omicidio
di Mariano Bacioterraccino. Queste
dichiarazioni sono state depositate
ieri al Tribunale del Riesame.
Apice, assistito dagli avvocati
Davino e Caiafa, si dichiara innocente
ma la Procura antimafia
sostiene invece il contrario. C’è
inoltre la perizia che è stata fata
sul luogo dell’omicidio ma sarà
pronta solo fra qualche settimana.

«Apice ha ucciso anche Carmine “bombolone”»


Costanzo Apice ha ucciso anche Carmine Grimaldi detto “Bombolone”
e con lui hanno agito altre due persone: Stefano Foria e un altro
del quale non ricordo il nome». È questo quanto ha detto il neopentito
Carmine Sacco, figlio di Claudio, che da qualche mese ha deciso di passare
dalla parte della giustizia. «Apice non ha mai fatto parte del clan Licciardi,
solo dopo la scissione si è avvicinato al clan Bocchetti ma non ha
mai avuto contatti diretti con Claudio, solo per la questione di una motocicletta
». A parlare poi è anche Francesco Diana, nuovo pentito della
cosca dei Casalesi: «Venne da me con Franco “Mekkey” a prendere la
droga e poi non l’ho visto più. Quando ho visto il video l’ho riconosciuto
». Grimaldi fu ucciso il 27 ottobre del 2007 a San Pietro a Patierno in
via Quattro Aprile, poco dopo le quattro di un martedì. La zona era quella
del centro del quartiere, nei giardinetti circondati dagli edifici. Era riverso
accanto alla panchina dove era seduto fino a poco prima, crivellato
di proiettili, caduto sotto i colpi dei sicari. “Bombolone” era un affiliato
del clan Licciardi ed è stato il primo ad essere ammazzato. Era stato
scarcerato nel 2006, dopo essere stato arrestato nel 2004, risultato coinvolto
in un episodio estorsivo ritenuto riconducibile ai Licciardi. Abitava
in via Degli Ortolani, lo freddarono a pochi metri da casa sua. Dove si
sentiva sicuro, dove non avrebbe mai pensato che i killer riuscissero a
raggiungerlo per poi scappare via indisturbati. Erano killer dalle facce
pulite, mai viste prima.

«Salomone fu ucciso dai Licciardi»


Pasquale Salomone aveva
intenzione di passare con i Sacco-
Bocchetti e perciò fu ucciso». È uno
dei passaggi più importanti delle dichiarazioni
di Carmine Sacco, ultimo
pentito di camorra dell’area di
Secondigliano, legato ai Sacco-Bocchetti
che racconta di un omicidio
di ex affiliato (nella foto). Il 26 novembre
scorso fece una panoramica
ai pm della Dda sul clan di cui fino a
qualche tempo fa ha fatto parte con
compiti di gestione di stupefacenti.
Ha iniziato a collaborare da detenuto
ed è il figlio di Claudio, ma non sono
parenti di Gennaro: soltanto omonimi.
Naturalmente va premesso che
le persone tirate in ballo nel verbale
devono essere ritenute estranee ai
fatti narrati fino a prova contraria.
«Vincenzo Licciardi si era esteso su
San Pietro a Patierno, zona per la
quale il referente criminale è sempre
stato Gennaro Sacco, e non aveva alcuna
intenzione di fargli spazio in
quella zona. Anzi, Gennaro Sacco
soffriva la condizione di essere subordinato
al clan Licciardi e di non
potersi muovere senza il benestare
di Vincenzo Licciardi. Ugualmente
anche il suo compagno fraterno Giovanni
Cesarano soffriva una condizione
di limitato spazio all’interno del
clan Licciardi nonostante i trent’anni
di malavita che aveva speso per i
Licciardi». Ecco quindi, secondo il
pentito, le ragioni della scissione dei
Sacco-Bocchetti dai Licciardi. «Queste
furono in buona sostanza, le ragioni
che portarono alla scissione dei
Bocchetti dal clan Licciardi, scissione
dopo la quale alcuni affiliato sto
rici ai Licciardi passarono con i Sacco-
Bocchetti: ad esempio “Carminiello
o’ musso”, Vincenzo Allocco,
lo stesso Cesarano e altri dal carcere,
i fratelli Tufano. Anche Pasquale
Salomone aveva questa intenzione
e per questo venne ucciso. Parallelamente
alla scissione dai Licciardi,
Gennaro Sacco fece un accordo con
gli scissionisti di Secondigliano e
con i Lo Russo. Dall’accordo
derivò l’impossessamento
della zona del
Perrone, che è molto vicina
a San Pietro a Paterno,
e degli affari di droga
che prima erano trattati
da Gino e Sergio De Lucia,
“Giambillone” Antonio
Pitirollo, “Peppe o’ capellone”,
“Peppe o’ nasone”,
“Peppe a’ scarola”. La conseguenza
della pressione del clan Bocchettu
e degli scissionisti fu che Pitirollo,
“Capellone”, “Nasone” e “Scarola”
passarono dalla parte dei Bocchetti
mentre Gino De Lucia e
“Giambillone” se ne andarono al Terzo
Mondo e Sergio De Lucia si allontanò
definitivamente dopo l’ultimo
agguatoı».

Sgominati i Bocchetti: presi in 12


L’inchiesta andava
avanti da tempo e aveva come
epicentro il traffico illecito di droga,
con l’aggravante mafiosa. Ma
in corso d’opera si è intrecciata
con le indagini sul clan Sacco-
Bocchetti di San Pietro a Paterno
due clamorosi fatti di sangue: l’assassinio
tra la folla della Sanità di
Mariano Bacioterracino, il cui sicario
fu ripreso dal video diffuso
dalla procura, e il duplice agguato
mortale proprio ai Sacco, il ras
Gennaro e Carmine. Alla fine la
Dda ha emesso 13 decreti di fermo,
12 dei quali eseguiti ieri mattina
dalla polizia, che hanno decapitato
l’organizzazione scissasi
due anni fa dai Licciardi per allearsi
con gli Amato-Pagano. Tra
i reati contestati agli indagati
(compreso l’unico sfuggito alla
cattura, Antonio Zaccaro detto
“Tonino o’ luongo”) non c’è l’omicidio;
gli stessi inquirenti però, sono
convinti che tra gli arrestati ci
siano i sicari di padre e figlio.
Le indagini della procura antimafia
(procuratore aggiunto Pennasilico,
pm Sargenti e Castaldi) sono
state condotte dai poliziotti
della squadra mobile della questura
(agli ordini del dirigente Pisani)
attraverso intercettazioni telefoniche
e ambientali. Così, è venuto
fuori che Ciro Bocchetti, fratello
del boss Gaetano detto “Nanà”,
si lamentava con Antonio
Zaccaro del comportamento di
Gennaro Sacco, allargatosi troppo
rispetto al ruolo che già aveva
di capozona a San Pietro a Patierno
per conto dell’”Alleanza di
Secondigliano”. Ecco perché gli
investigatori ritengono che il duplice
omicidio sia maturato per
l’ostilità crescente verso il 58enne
e il figlio,
accusati
da
quelli che
da amici
stavano diventando
nemici di
gestire la
cassa del clan ad uso loro e di aver
intessuto rapporti troppo stretti
con i Moccia di Afragola. “Non ci
sono i soldi per i detenuti e poi
quello si compra la macchina da
cento milioni”, è una delle frasi
emblematiche registrate da una
microspia e agli atti dell’inchiesta.
Da mesi il sodalizio non era
più compatto e il raid del 24 novembre
scorso è stato soltanto
l’epilogo, deciso dopo la storia del
70mila euro per l’assassinio di
Mariano Bacioterracino.
Tra gli arrestati, i personaggi più
noti sono Bocchetti, i fratelli Feldi,
Antonio Zaccaro e naturalmente
Costanzo Apice. Le indagini
hanno chiarito alcuni episodi
collegati alla scissione dei Sacco-
Bocchetti con i Licciardi, da cui
si era staccato anche Giovanni
Cesarano,
tra i quali
l’omicidio
di Carmine
Grimaldi
detto “Bombolone”.
Dopo
altri fatti
di sangue,
era stata sancita una tregua con
l’accettazione da parte del gruppo
della Masseria Cardone della nuova
formazione autonoma. E infatti
Gennaro e Carmine Sacco non
sono stati uccisi dai Licciardi.

venerdì 4 dicembre 2009

IL KILLER DEL VIDEO CHOC SUL LUOGO DEL DELITTO


Ai Vergini va in scena la morte. La polizia scientifica ha riportato Costanzo Apice (nella foto durante la ricostruzione del raid), presunto killer di Mariano Bacioterracino incastrato dal video-choc, sul luogo del delitto per girare un altro filmato. Sarà confrontato con quello dato alla stampa dalla Procura e che ha permesso di arrestare il presunto assassino. Ma secondo l’avvocato di Apice, dalla ricostruzione emerge che l’assassino è più alto del giovane, il quale ha fatto fatica a seguire le orme tracciate a terra dagli “007”.Ora si tratta di aspettare qualche settimana,il tempo che la polizia scientifica con scrupolosita' e professionalita' fara' un esame scientifico del video agguato e del video girato da loro per capire e mettere a confronto i fotogrammi per capire se effettivamente COSTANZO APICE e' lui il killer.Anche se in realta' il video choc mostra una persona di corporatura piu' robusta rispetto a quella di COSTANZO APICE,ma cio' non dimostra che non sia lui il killer,sara' un po' sciupato,si e' tagliato il pizzetto e i baffi,ma a un primo esame sembra proprio che il killer sia prprio lui senza ombra di dubbio.

giovedì 3 dicembre 2009

ASSOLUZIONE BIS PER UGARIELLO


La Corte d’Assise d’Appello di Napoli ha assolto Ugo De Lucia, killer del
clan Di Lauro di Secondigliano accusato di aver assassinato Biagio Migliaccio.
Il processo arrivava dalla Cassazione che aveva accolto la tesi
della Procura che aveva fatto ricorso all’assoluzione decretata in primo
grado. L’anno scorso infatti non era possibile appellare le sentenze
di assoluzione se non dinanzi alla Suprema Corte. Poi la legge è decaduta
e per questa ragione il ricorso della Procura è stata convertito dalla
Cassazione in motivi di appello. Ieri il procuratore generale ha chiesto
l’assoluzione e l’avvocato difensore Domenico De Rosa ha avuto vita
facile. Poche ore e la Corte è uscita con la decisione: assoluzione. In
primo grado il killer di Gelsomina Verde era difeso dall’avvocato Dario
Russo che aveva dimostrato molte incongruità sul racconto dei collaboratori
di giustizia che indicavano in “Ugariello” l’assassino del cugino
di uno scissionista. Una delle tante vittime innocenti della faida del
2004. Adesso è attesa per la fissazione del processo d’appello per Antonio
Mennetta e Ferdinando Emolo, indagati per lo stesso delitto. I
due erano stati assolti a fronte della richiesta di ergastolo ma la Corte
di Cassazione ha deciso di cancellare la sentenza e di rimandare gli atti
ad una Corte d’Assise d’Appello. Per i due adesso il processo andrà
rifatto tutto daccapo: e a questo punto - anche se resta tutto da vedere,
a seconda delle richieste e delle eventualità - potrebbero pure rischiare
una nuova condanna. I due erano imputati nel processo per
l'omicidio di Biagio Migliaccio, ed erano stati arrestati anche e soprattutto
grazie alle ricostruzioni rese dai collaboratori di giustizia, oltre
che a un lungo lavoro investigativo. La decisione di qualche tempo
fa, di assolvere i due uomini, era stata figlia delle troppe contraddizioni
degli stessi collaboratori di giustizia su alcuni punti cruciali del raid
che il 20 novembre del 2004 portò alla morte di Migliaccio, che venne
trucidato mentre si trovava all'interno dell'autofficina del padre, al centro
di Mugnano. Era incensurato Biagio Migliaccio, ma cugino di un
presunto ras del clan Di Lauro: Giacomo Migliaccio, ritenuto da investigatori
e inquirenti il referente a Mugnano di Lello Amato. E perciò
fu ammazzato sotto gli occhi del padre: una vendetta trasversale, proprio
come avvenne il 29 ottobre prima, quando sempre a Mugnano a cadere
sotto il fuoco dei killer fu Massimo Galdiero, nessun precedente penale,
nipote di Salvatore Di Girolamo, scissionista dal gruppo Di Lauro.
Erano le 11 quando i sicari entrarono in azione contro Biagio Migliaccio,
che gestiva insieme con il padre la rivendita di autovetture
“Centro auto” sulla Circumvallazione esterna al confine con Giugliano.
Con modalità tipicamente camorristiche, i killer che sembravano clienti,
i due si diressero verso il 34enne esplodendo colpi di pistola alla testa,
aò torace, sotto gli occhi del padre dell'uomo, che ha dovuto assistere
inerme all'omicidio.

martedì 1 dicembre 2009

UNA SVOLTA NELLE INDAGINI PER IL DUPLICE OMICIDIO SACCO


Forse l'agguato che e' costato la morte a GENNARO SACCO e al figlio CARMINE SACCO,potrebbe essere a una svolta,infatti gli investigatori sono riusciti a scovare nel telefonino di entrambi delle chiamate ricevute che al momento risultano molto interessanti.Chiamate che riguardano sia il padre che il figlio,cio' potrebbe significare che i due sono caduti in trappola come spesso succede,chiamati da qualcuno che li conosceva e che subito dopo ha allertato i killer.Si indaga a 360gradi per codificare la chiave di questoduplice agguato eccellente,capire chi siano i mandanti,se i licciardi che i sacco insieme ai bocchetto cesarano feldi si erano scissi,oppure gli scissioniti del clan di lauro,infatti sembra che subito dopo la guerra lampo con i licciardi i sacco si erano legati proprio a quest'ultimi.C'e anche chi ipotizza un collegamento con l'omicidio di MARIANO BACIO TERRACINO ammazzato al rione sanita' fuori al bar dei vergini,proprio dal marito della nipote di sacco,ma e' un'ipotesi tutta da verificare,c'e' da prendere in considerazione che la famiglia sacco specie economicamente stava crescendo in fretta.

lunedì 30 novembre 2009

LE TANTE IPOTESI DELLA MORTE DI GENNARO SACCO


Non c'e' ombra di dubbio che l'omicidio di GENNARO SACCO e di suo figlio CARMINE SACCO ammazzati alcuni giorni fa a san pietro a patierno e l'inizio di una nuova alleanza,una nuova amicizia sancita con la morte del ras indiscusso di san pietro a patierno.E chi se non gli scissionisti del clan di lauro,gli unici che avevano piu' di un motivo per eliminarlo,per togliere di mezzo un peso ingombrante che mangiava su tutto e tutti,trascurando l'alleanza sancita con gli scissionisti dei di lauro durante la faida con i licciardi.Bisogna infatti ripercorrere la carriera oltre che il carisma di GENNARO SACCO,killer un tempo al soldo della famiglia licciardi della masseria cardone,fino ad entrare a pieno titolo col grado da boss nella cupola della alleanza di secondigliano,insieme a PASQUALE SALOMONE era il killer piu' temuto e rispettato della cupola licciardi.Da ex poliziotto qual'era gli affiliati e i boss ne esaltavano la sua abilita' nel maneggiare le armi da fuoco,specie la pistola che si dice sparava con il polso leggermente incrinato,era capace di centrare un cranio da un centinaio di metri di distanza.E alcuni collaboratori di giustizia confermano questa sua precisione con le armi,attribuendogli alcuni omicidi eccellenti,tra cui l'omicidio del mammasantissima COSIMO CERINO e del suo guardaspalle CIRO OTTAIANO,ma non solo,lo descrivono come freddo e cinico con i nemici,cosi'fino a quando non lo hanno massacrato.La sua spavalderia e il suo essere indipendente l'aveva portato nel 2007 a un chiarimento con la cosca che gli ha consentito di scalare il vertice,ovvero i licciardi,insieme a GIOVANNI CESARANO e a GAETANO BOCCHETTI si era lamentato del lusso che facevano tutti gli altri affiliati,mentre lui insieme ai due citati non aveva accumulato alcuna ricchezza,e proprio questo suo convincimento lo aveva portato a una sanguinosa scissione avvenuta con la morte di CARMINE GRIMALDI detto bmbolone,messo a capozona di san pietro a patierno.Il lusso,le macchine e le attivita' evidentemente avevano distratto bombolone che non si era accorto del mal contento dei suoi amici,che ne decreterranno la morte scindendosi cosi' definitivamente con i licciardi.A differenza dei di lauro i licciardi si sono visti ammazzare alcuni soldati,tuttavia senza creare casino e senza reagire alle provocazioni,erano scesi a compromessi,avevano dato san pietro a patierno e altri piccoli quartieri a questi fuoriusciti senza creare caos,senza fare la fine dei di lauro con i riflettori puntati addosso a livello nazionale che inevitabilmente ha portato allo smembramento e alla distruzione della cosca.I licciardi sono molto pazienti quando si tratta di omicidi e vendette,li compiono a distanza di anni senza lasciare traccia,ma l'omicidio di GENNARO SACCO e del figlio CARMINE vanno inquadrati nella voracita' e nel carisma di non sottostare a nessuno,il ras voleva reverenza e rispetto senza dare conto a nessuno.Proprio durante la faida con i licciardi GENNARO SACCO insieme a NANA' BOCCHETTI aveva sancito l'alleanza con gli scissionisti del clan di lauro,spartendosi i guadagni delle piazze di droga site in san pietro a patierno,aveva incominciato un nuovo percorso criminale che evidentemente gia' era stato programmato dall'inizio la sua fine,forse se ne sono serviti per il coraggio,il carisma,e per prendere san pietro a patierno senza dover muovere guerra e pestare i piedi a nessuno.Vedremo le indagini che diranno,semmai dovesse uscire un nuovo collaboratore che puo' far luce su questo omicidio.

domenica 29 novembre 2009

Muore Tarantino, al lotto 0 si festeggia con i petardi


Giochi pirotecnici, petardi e fuochi d’artificio. Al Lotto 0 di Ponticelli si è festeggiato così per la morte dell’ultimo boss dei Sarno, Salvatore Tarantino (nella foto), deceduto giovedì nell’ospedale Loreto Mare dopo l’agguato avvenuto il giorno precedente proprio nel rione regno dei De Luca Bossa. I clan rivali, infatti, consideravano Tarantino come l’ultimo ostacolo per la loro ascesa dopo il pentimento dei vertici dei Sarno

CLAN PANICO, IL RAS ANTONIO TENTA IL SUICIDIO IN CARCERE


Il tempestivo intervento degli agenti del carcere romano di Rebibbia ha sottratto il capoclan di Sant’Anastasia Antonio Panico (nella foto) a morte sicura. Il boss 51enne, in cella da circa tre anni, infatti, ha tentato il suicidio stringendosi attorno alla testa una busta di plastica. Negli ultimi tempi Panico si è lamentato per le difficoltà ad incontrare la moglie, Concetta Piccolo, anch’essa detenuta a Rebibbia: le nuove misure sul 41bis hanno reso più severe le procedure per i colloqui con i familiari.

mercoledì 25 novembre 2009

Ammazzati il boss Sacco e il figlio


Da poliziotto, anche se per
pochissimo tempo, a boss di un
clan che due anni fa si scisse dai
Licciardi, avvicinandosi agli Amato-
Pagano. Ma Gennaro Sacco era
probabilmente anche uno dei pochi,
secondo gli investigatori, a conoscere
alcuni dei segreti dell’omicidio
di Mariano Bacioterracino: circostanza
che, se confermata, potrebbe
essergli costata la vita insieme
al figlio Carmine, 29enne incensurato.
Il nipote acquisito del
58enne ucciso ieri pomeriggio si
chiama Costanzo Apice e il suo nome,
come presunto assassino del re
delle rapine del rione Sanità, compare
sui giornali dalla settimana
scorsa. Se c’è un collegamento tra
il famoso video, tutto ciò che ne è
conseguito e l’agguato mortale, si
scoprirà almeno tra qualche giorno.
Mentre per ora come terza pista,
dopo quella che conduce al clan
Licciardi, carabinieri e polizia seguono
quella di uno scontro interno
alla malavita di San Pietro a Paterno.
Gennaro e Carmine Sacco alle 17
sono andati incontro alla morte in
motocicletta. Guidava il figlio del
ras quando all’improvviso da dietro
sono spuntati i killer, anch’essi in
due su uno scooter. L’eliminazione
del 58enne è avvenuta in pochissimi
secondi: il tempo per l’esecutore
materiale del duplice delitto di
prendere la mira e sparare alla testa
e al volto dell’uomo. Poi il pistolero,
con un’arma calibro 9x21, ha
fatto fuoco contro il giovane. Non
era lui il bersaglio designato e così,
approfittando di un attimo di minore
concentrazione dei sicari, è
riuscito ad accelerare nonostante
fosse già ferito. Ma dopo cinquanta
metri circa, è caduto e la fuga a
piedi è durata ben poco: un proiettile
alla nuca gli è stato fatale. E’
morto pochi minuti dopo l’arrivo, in
ambulanza, al pronto soccorso dell’ospedale
San Giovanni Bosco.
Sul posto si sono precipitati i carabinieri
della compagnia Stella, della
Stazione di Secondigliano e del
Nucleo investigativo di Napoli, che
procedono nelle indagini con il coordinamento
dei pm Sergio Amato
e Luigi Alberto Cannavale della
Dda. Investigazioni parallele vengono
svolte dai poliziotti della Squadra
mobile della questura e del
commissariato Secondigliano, anch’essi
giunti tra via della Masseria
e via Gagarin, luogo della sparatoria.
Proprio in quest’ultima strada
abitavano i Sacco e la circostanza
fa pensare ad assassini, a
volto scoperto, che conoscevano
bene il territorio.
Almeno fino a quando il giornale
andava in stampa, gli investigatori
lasciavano aperte tutte e tre le ipotesi:
un collegamento con l’omicidio
di Mariano Bacioterracino; uno
scontro interno ai Sacco-Bocchetti;
la vendetta del clan Licciardi per
gli attacchi di due anni fa, quando
furono ammazzati Carmine Grimaldi
detto “Bombolone” e un fedelissimo
di quest’ultimo.
In quel periodo Gennaro Sacco temeva
di rimanere vittima di agguati
e cambiò anche zona di residenza,
ottenendo contemporaneamente il
permesso dal Tribunale di Sorveglianza
di non andare a firmare il
registro dei sorvegliati nel commissariato
di polizia più vicino. Ma
ultimamente era tranquillo, fino all’ultimo
minuto di vita.

L’agguato a “Bombolone” segnò la scissione


Le ostilità furono aperte con l’omicidio di Carmine Grimaldi,
“Bombolone”, e di un suo fedelissimo. Era l’estate del 2007 e se fu
subito chiaro che l’attacco ai Licciardi veniva dal clan Sacco-Bocchetti, si
dovette aspettare qualche tempo per risalire al perché. Gli inquirenti
scoprirono grazie all’inchiesta sui Licciardi il motivo della scissione
interna che aveva improvvisamente provocato la formazione di un
nuovo gruppo di mala: i Cesarano-Sacco-Bocchetti-Feldi. Una guerra
fratricida a colpi di pistole, alla base pure di un clamoroso agguato
fallito ai danni di Pietro Licciardi (figlio del defunto padrino Gennaro
“a’ scigna” e presunto reggente della Masseria Cardone mentre lo zio
Vincenzo “o’ chiatto” era latitante). La risposta fu una sparatoria contro
Vincenzo Allocco. I primi segni della spaccatura la Dda li registrò
captando con una microspia o colloqui in carcere di Giovanni Cesarano
“’o palestrato” (uno dei ras dei fuoriusciti dai Licciardi). Il 20 settembre
2007 ribadiva che il suo referente era “zia Vincenza” ed “Enzuccio” (la
stessa persona, Allocco Vincenzo secondo la procura antimafia). Nella
conversazione, con la figlia Chiara, aggiunse che ormai la scissione
aveva iniziato il suo corso e di conseguenza anche le attività illecite
erano separate: «mo non voglio sapere niente più … ormai sono partito
…io …. E fece anche riferimento alla pretesa di una somma in denaro
di un appartamento dall’impresa che stava costruendo un palazzo dove
abitava un personaggio da lui mimato come una gallina».

domenica 22 novembre 2009

Le intercettazioni che hanno inguaiato il killer della sanita'


Le intercettazioni ambientali
e le videoriprese sono state
decisive per risalire a Costanzo
Apice quale assassino di Mariano
Bacioterracino. Non appena,
infatti, sono sorti i primi sospetti
sul 28enne, gli investigatori
sono partiti all’attacco piazzando
delle microspie laddove ci
fossero parenti di Apice. Di enorme
importanza, infatti, è stato un
dialogo colto in carcere il 10 novembre,
quando Dora Chiappetta,
moglie del detenuto Gennaro
Ramaglia e sorellastra di Concetta
Caso, a sua volta moglie di Apice,
parlarono proprio dell’omicidio
avvenuto alla Sanità. Dora
Chiappetta, nella conversazione
in oggetto, era accompagnata anche
dalla madre Anna Molino.
Dora: «Andai a casa ed Antonella
disse a noi, voi lo sapete io non
sono mai venuta da voi. Mo vengo
proprio perchè
non tengo neanche
un euro e chi me li
presta. Mamma non
sta ccà, mamma sta
da papà e le cose
già non stanno bene pure per mia
sorella figurati un poco».
Gennaro: «Perchè Costanzo che
fine ha fatto?»
Dora: «Che fine ha fatto?»
Gennaro: «Va fuggendo?»
fondamentale in quanto legherebbe l’uomo al clan
Sacco-Bocchetti anche se non ci sono prove concrete
di un legame camorristico con la cosca della
Masseria Cardone. Ed è proprio un movente di
camorra quella che seguono gli investigatori.
Movente che risale a circa 30 anni fa. Mario
Bacioterracino, ultimo in vita dei presunti sicari di
Gennaro Moccia, doveva essere ammazzato. Il
rapinatore dei Vergini fu infatti processato e assolto
per quel delitto ma forse il Tribunale della camorra
aveva emesso la sua sentenza.
L’AGGUATO AI VERGINI.
LA CONFESSIONE FATTA AD UN AMICO:
«HAI VISTO IL VIDEO DELLA SANITÀ?
QUELLO CHE HA SPARATO È MIO FIGLIO»
Dora: «Eh, e se lo acchiappano
non esce più»
Gennaro: «Per il fatto di quello
della Sanità»
Dora: «l’omicidio»
Anna: «Sono venute le guardie
dentro la casa di Costanzo»
Gennaro: «Dora, allora davvero
è stato lui?»
Dora: «Sì»
Gennaro: «E le guardie?»
Dora: «Già sono sette mesi che
sta facendo che non può andare.
Mo Titta è andata a rispondere ieri
perchè mo Titta è venuta io non
la vedevo da quattro mesi»
Gennaro: «Mica c’entra pure lui
nel fatto della Sanità?»
Dora: «Eh»
Gennaro: «Ma mica è lui sopra?»
Dora: «Eh»
Gennaro: «Giura?»
Dora: «Devi morire tu»
Gennaro: «Io appena vidi il telegiornale,
uh mamma mia dissi,
quello è mio cognato. Dissi, mio
cognato. Mentre i compagni nella
stanza dissero ma quando mai
non è lui. Il compagno dentro la
stanza quello lo conoscono non è
lui».

Il patrigno di Apice: «È lui il killer»


È una conversazione telefonica
che inquirenti ed investigatori
ritengono determinate. Fondamentale
per il prosieguo delle indagini,
capace di incastrare alle sue
responsabilità il presunto assassino
di Mariano Bacioterracino, Costanzo
Apice, il 28enne, arrestato
due giorni fa. La parola finale spetta
ad un giudice ma al momento
nelle 128 pagine del decreto di fermo
ci sono decine di conversazioni
ambientali e telefoniche. Una è
tra Salvatore Corsaro, compagno di
Concetta La Valle, mamma di Apice,
e un tale Felice. Sono nei pressi
di una Fiat Punto di proprietà di
Corsaro. Ci sono delle microspie all’interno
e loro parlano tranquillamente
ignari che lontani chilometri
ci sono carabinieri e poliziotti ad
ascoltarli.
Salvatore: «O video».
Felice: «Quale ambasciata».
Salvatore: «Dentro la Sanità, chi
ha fatto il morto, il video, è mio figlio
».
Felice: «Quella lì che ha ucciso
quello fuori al bar?»
Salvatore: «Lo stanno accusando
a lui. Felice, io non ho detto a chi
appartengo, a chi non appartengo,
mi stai capendo o no. Mio figlio
tempo addietro prima che succedevano
queste cose gli mandò l'ambasciata
a zio Mimì, Domenico Pagano,
disse zio Mimì, vatti a prendere
il camion là dentro».
Felice: «Tiene lui le redini in mano
».
Salvatore: «È un vero signore Felì
».
La conversazione prosegue poi su
questioni personali poi alla fine Salvatore
continua.
Salvatore: «Mi sono trovato in
mezzo a quelli lì ci sta un ragazzo
dei sette palazzi con noi, poi ci sta
diciamo il figlio, siccome me lo sono
cresciuto. Che poi lui si è sposato
una figlia di Gennaro Sacco».
Ma nel decreto di fermo ci sono anche
altre conversazioni telefoniche
e ambientali che raccontano lo stato
di agitazione nel quale vivono i
parenti di Apice. Ad essere intercettata
è Dora Chiappetta, sorellastra
di Concetta Caso, moglie dell’indagato.
Chiappetta nel rappresentare le difficoltà
del marito Gennaro Ramaglia,
detenuto a Poggioreale e della
sua famiglia dopo la trasmissione
del filmato dell'omicidio dice:
«Per il fatto qua le cose non stanno
bene per tutta la famiglia. E comunque
qua le cose non stanno bene
adesso sanno qualcuno ha mandato
il video lì e si sono cantati a
Costanzo».
Ma continua e racconta: «Adesso
Costanzo si deve andare a costituire
per forza perché storto o morto
si dice ergastolo eh. E mia sorella
quella povera mia sorella è incinta
di tre mesi». Nel corso del dialogo,
scrivono i magistrati, emerge
la consapevolezza da parte dei familiari
di poter essere intercettati:
«Poi mamma adesso non si può proprio
avere niente a che fare più con
mammà perché già alla casarella
stanno le microspie e cose, per
mezzo di quello non ce la faccio
più».
Intanto ogni Apice, che ha trascorso
la notte al carcere di Poggioreale,
sarà interrogato per la convalida
del fermo dinanzi al gip del Tribunale
di Santa Maria Capua Vetere,
compentente in quanto l’arresto
è avvenuto a Castelvolturno,
e sarà assistito dagli avvocati Claudio
Davino e Michele Caiafa.

venerdì 20 novembre 2009

Video choc, arrestato l’assassino


«Hai visto che guaio ha
combinato Costanzo? Dobbiamo trovargli
un avvocato che non faccia
parte del sistema». Senza immaginare
di essere ascoltata, tre giorni
fa, si esprimeva così la cognata dell’indagato
di fronte al marito detenuto.
Due frasi pronunciate in pochi
secondi, intercettate in carcere da
una microspia, diventate al momento
l’asso nella manica degli inquirenti
nei confronti di un 28enne
pregiudicato di rione don Guanella.
Sarebbe lui il killer ripreso nel fa Procura
ha diffuso, chiedendo aiuto a
chi avesse riconosciuto l’uomo ripreso
mentre uccideva Mariano Bacioterracino
tra i passanti terrorizzati.
Venti giorni dopo Costanzo Apice,
precedenti per droga e amicizie
negli ambienti del clan Sacco-Bocchetti
di San Pietro a Patierno, è finito
in manette soprattutto grazie
alle dichiarazioni di un confidente
delle forze dell’ordine e di un collaboratore
di giustizia. Senza di loro,
gli investigatori non avrebbe potuto
far scattare le intercettazioni ambientali
alla base del fermo emesso
dall’instancabile pm Sergio Amato.
Apice si nascondeva a Castelvolturno,
in provincia di Caserta, dove
i carabinieri alle 6 di ieri l’hanno sorpreso
nel sonno. Non ha opposto resistenza
né avrebbe avuto possibilità
di fuggire, circondato in pochi secondi
da una decina di militari in
borghese; tra l’altro non era nemmeno
armato. Un’altra traccia li aveva
condotti al 28enne: la telefonata
della madre a una donna incaricata
di portargli il pesce al nascondiglio.
«Mi raccomando, non tardare. Così
se lo mangia fresco». Mentre invece
in un’altra conversazione, è emerso
che il giovane stava per fuggire in
un altro luogo.
Mariano Bacioterracino, rapinatore
vicino al clan Misso, fu ucciso all'ingresso
di un bar l’11 maggio scorso.
Le immagini choc dell'esecuzione
furono diffuse dalla procura di Napoli,
suscitando numerose polemiche.
Anche il ministro dell’Interno
Roberto Maroni si schierò con i contrari,
spalleggiato da alcune associazioni
di commercianti e imprenditori.
“E’ stata data un’immagine
distorta della città”, era il succo dell’accusa.
Ma l’arresto di ieri ha dato
ragione agli inquirenti, come non a
caso ha fatto notare il procuratore
Giovandomenico Lepore in una nota-
stampa. “Anche in virtù della diffusione
del filmato”, c’è scritto, “è
stato possibile pervenire all’identificazione
dell’autore dell’omicidio”.
Per cinque mesi gli investigatori
avevano brancolato nel buio nonostante
fossero in possesso delle immagini
registrate dalle telecamere
di sorveglianza del bar. In meno di
venti giorni, dopo la diffusione del
video attraverso i mass-media, c’è
un indagato in stato di fermo. Indiscutibilmente
un successo per la
procura, la cui iniziativa ha invogliato
a parlare un confidente e un
pentito, che hanno detto di aver riconosciuto
Costanzo Apice nelle immagini.
Naturalmente il 28enne (difeso
dall’esperto avvocato Claudio
Davino) ha il diritto di essere considerato
innocente fino a un’eventuale
condanna definitiva, ma a suo carico
c’è un altro elemento: subito dopo
che i siti on-line dei quotidiani
pubblicarono il filmato, si rese irreperibile.
Resta ora da chiarire il giallo
del complice, visto che il presunto
“palo” ripreso nel video si presentò
in questura e disse che era lì
per caso.

Il movente porta ad Afragola: ha ammazzato per i Moccia


La vendetta dei vecchi Moccia è arrivata trentatré anni dopo?
Una pista che nessuno al momento può escludere. Mariano
Bacioterracino era accusato di aver ucciso, nel maggio del ‘76, Gennaro
Moccia, l’allora potente boss della cosca di Afragola. Arrestato per
questo omicidio, è stato prima condannato, poi assolto in secondo grado.
Ma il dettaglio inquietante è che un altro dei suoi presunti soci di quel
raid di morte è stato assassinato anni fa. Lui era l'ultimo ad essere
rimasto in vita. Gli investigatori ritengono che i vecchi Moccia abbiano
organizzato questo omicidio e la vendetta è arrivata quando alla Sanità
sono arrivati i Lo Russo di Miano, amici storici dei Moccia. Sarebbe stato
usato un killer dei Sacco-Bocchetti, storici alleati dei Moccia. Il quadro mo sarebbe
chiaro ma non escludono altre ipotesi anche perché di
precedenti penali Bacioterracino ne aveva molti e di importanti.
Mariano Bacioterracino, meglio noto come “Tettè” negli ambienti
criminali del rione Sanità, era uno “specialista” della rapina con la
tecnica del “buco”, così come gli altri tre fratelli. Ma Mariano “Tettè”
negli anni Settanta ha fatto parlare di sé per altri due episodi di
criminalità. Il primo, quello più eclatante, nel 1977, riguardava il
rapimento a scopo estorsivo del professor Guido De Martino, figlio del
senatore a vita Francesco (morto nel 2002) allora segretario nazionale
del Psi. Per quella vicenda Bacioterracino fu condannato in primo grado
assieme ad altri numerosi personaggi, alcuni legati ai clan di Afragola.

Il suo ex alleato voleva farlo fuori


Ettore Sabatino si salvò per
una coincidenza fortuita dalla morte.
Salvatore Torino, suo amico ed alleato
storico, voleva eliminarlo temendo
una ritorsione per l’omicidio
di Giuseppe Perinelli detto “Ciacione”
(fedelissimo di “Ettoruccio” nella
Sanità, ma eliminato ugualmente).
E perciò organizzò una trappola
via filo da concludere all’aeroporto
di Capodichino, dove il bersaglio designato
sarebbe stato ammazzato
una volta arrivato dalla Germania.
Ma terminata la finta telefonata di
amicizia tra i due, la comunicazione
non si interruppe e la vittima del futuro
agguato ascoltò il piano in diretta
semplicemente restando con la
cornetta in mano. Ovviamente da allora
non è tornato più a Napoli. Il 24
giugno 2008 il 55enne boss oggi pentito
Salvatore Torino (ex uomo del
clan Lo Russo alleatosi con i Misso
prima della sanguinosa scissione alla
Sanità) raccontò alla Dda un retroscena
che più camorristico non si
può: sangue e tradimento. Ecco alcuni
passaggi delle dichiarazioni dell’ex
ras originario di Secondigliano,
con la consueta
premessa
che le persone
tirate in ballo
devono essere
ritenute estranee
ai fatti narrati
fino a prova contraria. «In questa
fase (in piena faida della Sanità,
2005-2006, ndr) sia io che i Lo Russo
avevamo in animo di uccidere Ettore
Sabatino una volta che questi
fosse stato scarcerato. Per quanto ri- Salvatore Torino detto “ʼo cassusaro”, ex alleato di Sabatino e ora pentito
la scissione dal gruppo di Miano e addirittura Ettore Sabatino di
persona, per fare capire le sue intenzioni, portò una ghirlanda
funebre sotto l'abitazione dei “capitoni”. Poi Torino e Sabatino si
trasferirono al rione Sanità dove decisero di passare sotto l'egida di
Giuseppe Misso, scarcerato da poco dopo circa 20 anni passati dietro
le sbarre. E come “regalo” al padrino del rione Sanità, che da sempre
odiava i Licciardi e le altre cosche dell’Alleanza di Secondigliano
ritenendo che l’omicidio della moglie Assunta Sarno fosse stato
deciso da loro, decisero di ammazzare il boss Vincenzo Murolo, che
comandava la zona dei Colli Aminei per conto dei “capitoni”, ferendo
gravemete il suo guardaspalle Gennaro De Falco. fapos e luisan
LA CAMORRA CHE COLLABORA.
IL CAPOCLAN POCHE SETTIMANE DOPO
L’ARRESTO FECE INTENDERE DI VOLER
PARLARE CON UN PUBBLICO MINISTERO
guardava me, la ragione va cercata
nell’omicidio di Giuseppe Perinelli.
Questi era particolarmente legato a
Sabatino e temevo che quest’ultimo
potesse “girarsi” e rivoltarsi contro
di me». Il piano fu studiato da Salvatore
Torino e lui stesso lo ha raccontato
nei dettagli. «Tramite la sorella di
Ettore Sabatino, feci pervenire a quest’ultimo
un telefono cellulare per poter
comunicare, anche perché lui
aveva manifestato l’intenzione di tornare
a Napoli nella Sanità. Organizzammo
di sentirci e io feci in modo
che nel momento della telefonata fossero
presenti anche i Lo Russo. Così
fu. Eravamo in uno scantinato di
via Ianfolla io, Raffaele Perfetto, Nicola
Di Febbraio, Salvatore Lo Russo,
Massimo Tipaldi, un tale Oscar e
Carmine, un cognato dei Lo Russo.
Ovviamente con Ettore Sabatino finsi
a telefono di sollecitare
il suo rientro,
dicendogli che
la cosa ci faceva
piacere. Finita la telefonata,
iniziammo
invece a discutere
di come ucciderlo e si pensò che lo
avremmo fatto immediatamente, nei
pressi dell’aeroporto. Ma ultimata la
telefonata, lasciammo inavvertitamente
il collegamento attivo

Si è pentito il boss Ettore Sabatino


Fu arrestato ad agosto in
Germania e probabilmente già allora
maturò l’idea di pentirsi. Ma soltanto
dopo l’estradizione, e la carcerazione
a Rebibbia, Ettore Sabatino
chiese di parlare con i magistrati
per un primo colloquio. Era già
settembre e allora è cominciata la
collaborazione con la giustizia del
54enne originario di Miano, trasferitosi
al rione Sanità grazie a un accordo
con il boss Giuseppe Misso e
poi andato via quando scoppiò la faida.
La notizia del pentimento di Ettore
Sabatino, inedita giornalisticamente,
girava da qualche tempo sia a Secondigliano
che alla Sanità. Tanto
più che i familiari un mese fa circa
hanno preso tutti i mobili e gli oggetti
dall’appartamento in cui abitavano,
in un vicoletto del rione caro
a Totò, e hanno chiuso la casa.
Una manovra che non è passata
inosservata, anche se qualcuno aveva
anche pensato a un trasferimento
motivato dalla prospettiva di una
lunga detenzione dell’indagato.
Che cosa possa raccontare Sabatino
ai magistrati antimafia di Napoli
(procuratore Pennasilico) è più che
evidente. “Ettoruccio” ha vissuto
due stagioni di malavita: prima a Secondigliano,
fianco a fianco con i Lo
Russo-“capitoni” e insieme con
l’amico poi diventato nemico Salvatore
Torino “’o gassusaro”; poi nel
rione Sanità, quando ancora la spaccatura
tra i Misso e i Torino non era
avvenuta e il superclan gestiva affari
illeciti milionari.
Ettore Sabatino fu arrestato a Dortmund,
in Germania, dai Ros dei carabinieri
il 2 agosto scorso. E’ accusato
dell’omicidio di Vincenzo Murolo,
capozona dei Licciardi ai Colli
Aminei, avvenuto
il 14
ottobre
1999. Un delitto
che rappresentò
una prova di
fedeltà del
ras verso i
Misso, che gliel’avevano chiesta. E
ad accusarlo sono ben 13 pentiti, tra
cui proprio gli ex amici Giuseppe
Misso “’o nasone” e Salvatore Torino.
A maggio, sulla sua testa, era piovuta
l’ordinanza di custodia cautelare
in carcere con l'accusa di omicidio
e tentato omicidio. I reati contestati
si riferiscono all'agguato che
si consumò in viale Colli Aminei il
14 ottobre del 1999, quando venne
giustiziato il boss Vincenzo Murolo,
capozona dei Licciardi, nemici storici
dei Misso, durante il quale rimase
ferito anche Gennaro De Falco.
Furono i carabinieri del Ros, sezione
anticrimine di Napoli, in collaborazione
con la polizia tedesca, a stanare
Sabatino nella sua
lussuosissima abitazione di Dortmund.
Il boss era in casa con la famiglia
e si lasciò ammanettare senza
problemi.
I militari dell'Arma
gli
notificarono
il provvedimento
restrittivo
mentre dall’Italia
partiva
già la richiesta di estradizione. I
magistrati sapevano che potenzialmente
“Ettoruccio” aveva interesse
a collaborare con la giustizia e perciò
avevano, giustamente, fretta. Infatti,
così è suc

“Prima gli interessi”, il ras era contrario a tutte le faide


Aveva lasciato il rione Sanità subito dopo che era scoppiata
la faida tra i Misso e i Torino. Non voleva schierarsi con nessuno dei
suoi due vecchi amici e così il padrino Ettore Sabatino, 55enne,
camorrista originario di Miano, si era trasferito in Germania, a
Dortmund, assieme al figlio Francesco. E lì, in terra tedesca, aveva
messo su una grossa attività commerciale. Prima di essere il boss
della Sanità, Sabatino era capoclan dei “capitoni” di Miano. Secondo
gli inquirenti della Dda di Napoli, Sabatino decise di staccarsi,
assieme a Torino, dai Lo Russo perché Antonio Lo Russo, figlio di
Giuseppe “’o capitone”, voleva comandare la cosca e un giorno
schiaffeggiò Francesco Sabatino, figlio di Ettore. Da allora fu decisala scissione dal gruppo di Miano e addirittura Ettore Sabatino di
persona, per fare capire le sue intenzioni, portò una ghirlanda
funebre sotto l'abitazione dei “capitoni”. Poi Torino e Sabatino si
trasferirono al rione Sanità dove decisero di passare sotto l'egida di
Giuseppe Misso, scarcerato da poco dopo circa 20 anni passati dietro
le sbarre. E come “regalo” al padrino del rione Sanità, che da sempre
odiava i Licciardi e le altre cosche dell’Alleanza di Secondigliano
ritenendo che l’omicidio della moglie Assunta Sarno fosse stato
deciso da loro, decisero di ammazzare il boss Vincenzo Murolo, che
comandava la zona dei Colli Aminei per conto dei “capitoni”, ferendo
gravemete il suo guardaspalle Gennaro De Falco.

domenica 15 novembre 2009

AMMAZZATO NEOMELODICO NAPOLETANO


Napoli piange un'altro figlio,un figlio di soli 29 anni che per caso si e' trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato,un figlio particolare,un figlio che credeva ancora nei sogni,anzi nel suo grande sogno,diventare cantante di successo,incidere un cd e farsi notare da qualcuno.Salvatore Barbaro aveva solo 29 anni,padre di un bambino di 2 di anni e prossimo alle nozze con la sua cara compagna che gli ha dato la gioia piu' bella piu' sognata della paternita'.Di lavoro Salvatore anzi lo chiamo come lui amava essere chiamato,il suo sinonimo di artista (SALVIO)da tempo coltivava un grnade sogno,si faceva un mazzo tutta la settimana come imbianchino,ma nei fine settimana si esibiva come neomelodico nelle feste di piazza e nei ristoranti di san sebastiano al vesuvio,dove era amato e rispettato da tutti per la sua indole mite educata e di gran bravo ragazzo.Coabitava con i suoceri,e visto che l'appartamento era grande aveva deciso insieme ai suoceri di dividerlo a meta',quella meta' che sarebbe dovuta essere il suo nido d'amore,e proprio lui si stava occupando dei lavori di muratura ,quando i killer lo hanno sorpreso aveva ancora gli abiti sporchi di pittura.Chi lo conosce lo descrive come un ragazzo dai grandi valori umani,umile onesto lavoratore e con una gran voglia di vivere,oltre all'affetto che nutriva per il figlio e per la sua compagna.I killer forse due in sella a una moto di grossa cilindrata,prima di strappare barbaramente questa giovane vita,hanno avuto l'ardire di richiamare dei ragazzini che giocavano a pochi passi dalla loro preda,e li anno fatto allontanare dicendogli che dovevano giocare a guardie e ladri,poi fuori le pistole e il panico,una giovane vita strappata agli affetti dei suoi cari e il suo sogno andato via con lui,volato in cielo.Almeno 15 i colpi,ma solo tre hanno raggiunto salvio alla spalla,torace e collo recidendo di netto la giugulare,una giovane donna subita accorsa per dare aiuto a salvio,racconta che ci son dovuti ben 30 minuti di agonia prima che salvio con occhi pieni di lacrime spirasse,chiamava continuamente la mamma,una scena orrenda,un ragazzo senza nessuna colpa ammazzato cosi' senza motivo.Mi stringo col cuore al dolore dei familiari,per la perdita di una persona cosi' cara e cosi' unica,senza colpe apparenti,sperano che a queste belve senza un briciolo di umanita' li arrestano subito,facendogli scontare la pena dell'ergastolo al 41 bis,o al carcere pane e acqua,che merde e che merda la camorra e chi l'appoggia,che cosa e' diventata napoli e i napoletani,e dopo tutte le cose successe e che stanno continuando a succedere ancora non abbiamo coscienza e forza per ribellarci.Mi vien da ridere quando si parla di rispetto per i detenuti e un carcere piu' umano,ma come si fa',con delle belve simili,altro che carcere dove mangiano e dormono,ci vorrebbero i lavori forzati per questi bastardi,w lo stato w la legge e w a tutti coloro che hanno la forza di ribellarsi.

sabato 7 novembre 2009

ARRESTATO IL LATITANTE LUIGI ESPOSITO


I carabinieri di Napoli hanno arrestato oggi un esponente di spicco del clan camorristico Nuvoletta, inserito nella lista dei 30 latitanti più pericolosi d'Italia.
Lo riferiscono gli stessi carabinieri.

Luigi Esposito, di 49 anni, latitante dall'ottobre 2003, era ricercato per associazione a delinquere di tipo mafioso, traffico di stupefacenti e trasferimento fraudolento di valori.

Nel 2003, rilevano gli investigatori, aveva costruito un villaggio turistico nelle isole Canarie, a Tenerife (Spagna).

Il latitante è stato catturato in una lussuosa villetta nel quartiere residenziale di Posillipo dove trascorreva la latitanza con il falso nome di Fabrizio Caliendo.

"Un altro arresto importantissimo nel giro di pochi giorni che premia l'impegno senza sosta del Governo, delle Forze dell'ordine e della magistratura in Campania contro la criminalità organizzata", ha commentato in una nota il ministro dell'Interno Roberto Maroni.

In una pizzeria il summit di camorra


Non solo droga, estorsioni, usura,
ma anche storie di legami amorosi adulterini, sono
riportate nelle oltre duecento pagine dell’ordinanza
cautelare notificata, l’altra mattina, dagli investigatori
della Dia di Napoli, ai 21 indagati. I protagonisti
parlano senza veli, incuranti del pericolo di poter essere
sentiti. Una delle protagoniste, è la moglie di un
affiliato detenuto del gruppo capeggiato da Francesco
Rea. La conversazione viene captata dagli investigatori,
nel mentre due di questi parlano delle “mesate”
destinate ai carcerati.
«E non ce li hai i soldi per l’albergo?», domanda al telefono
una delle indagati, e l’altro risponde: «l’albergo
costa 30 euro, ma questo - indicando il nome della struttura recettiva
ubicata in zona - ma questa dopo la mezzanotte è chiusa ed è pericoloso
andare al C…- se lo vede lo zio». (Francecso Rea meglio noto
come il “Pagliesco”- ndr ). Poi l’uomo continua chiedendo notizie sul
“piecoro” (riferendosi al marito dell’infedele donna, esponente del clan
Venersuo di Volla- attualmente in carcere). Nel corso di una successiva
telefonata, la stessa donna parla di una serata trascorsa, con buona
parte degli appartenenti al clan, all’interno di una nota pizzeria napoletana,
ubicata in pieno centro storico. Qua a svelare la tresca ci
pensa un cameriere troppo facilone, che resosi conto della presenza di
una donna già vista in precedenza chiede ad uno dei commensali «La
signora bruna si è fatta bionda?» Un’affermazione che mandò in tilt
uno dei commensali, che resosi conto di essere stato
smascherato, cambio colore e per la donna seduta
al tavolo furono poi dolori e così tutti seppero che
la donna del noto personaggio era una fedigrafa e che
questa aveva tradito con uno del gruppo, andando
addirittura a mangiare con l’amante all’interno di
quella pizzeria dove poi era andata con la famiglia.
Storie de genere, sono troppe volte all’ordine del giorno,
finendo di essere scoperte con sistematicità, grazie
alle attività investigative poste in essere dalle forze
dell’ordine. Qualche tempo fa, grazie ad una serie
d’intercettazioni telefoniche, venne scoperta la tresca
amorosa che univa sentimentalmente la moglie del
capocamorra, al genero. I due, ignari di essere “intercettati”,
parlavano senza preoccuparsi di nulla
scambiandosi effusioni verbali e ripromettendosi giornate di sesso infuocate.
In molti casi, gli organi investigativi ( e quelli inquirenti) tagliano dalle
ordinanze cautelari ogni traccia di questi colloqui troppo spinti. In
alcuni casi comunque, sono costretti a tenerli in pagina, soprattutto
per dare un senso alla conversazione. Allora sono dolori, per traditori
e traditi, anche se troppe volte vale la regola del perdono, anche se
solo apparente, visto che in mezzo a queste vicende dal chiaro sapore
boccaccesco, ci sono sempre i figli, che rappresentano l’anello più
debole di una famiglia, dove molto spesso, non esistono valori,neppure
quelli più elementari, in virtù dei quali i figli possono crescere
senza il pericolo di seguire le orme dei familiari.

venerdì 6 novembre 2009

Usura ed estorsioni, in manette Rea junior


È «Venere rossa» il nome dell'operazione che ha portato questa mattina all'arresto di Francesco Rea junior, il nipote del boss omonimo, a capo del clan attivo tra Casalnuovo e Volla. Impegnati nel blitz oltre 200 agenti della Direzione investigativa antimafia dei carabinieri del Comando provinciale di Napoli. Oggetto dello spiegamento di forze l’esecuzione di numerose ordinanze di custodia cautelare nell’ambito di indagini dirette dalla Direzione distrettuale antimafia nella zona dei comuni alle porte del capoluogo partenopeo. I provvedimenti della magistratura tesi a colpire l'organizzazione camorristica dei Veneruso-Rea dedita alle estorsioni e all’usura a danno di imprenditori e operatori commerciali dell'hinterland napoletano.Gli affari dell'organizzazione criminale riguardano in particolare estorsioni, usura e spaccio di stupefacenti e ammontavano a oltre 200 mila euro mensili. Nel corso delle perquisizioni sono stati sequestrati tre Rolex d’oro, un’auto blindata in uso al capo clan e diverse decine di migliaia di euro, frutto delle estorsioni e dell’usura. A riprova che la «Gomorra» campana ha tentacoli anche nel settentrione, nell’ambito dell’operazione sono state eseguite perquisizioni anche nel Nord Italia e in particolare nella provincia di Cesena, città di residenza di alcuni degli indagati. Sono stati notificati, inoltre, numerosi avvisi di garanzia a carico di altri affiliati e fiancheggiatori a piede libero perché non colpiti dall'ordinanza di custodia in carcere.Il nipote 36enne del capoclan Francesco Rea, che si chiama a sua volta Francesco Rea, è invece una delle 15 persone raggiunte da ordinanze di custodia cautelare, una delle quali notificata già in carcere, eseguite da Dia e carabinieri. Il boss si è sottratto alla cattura insieme alla «cassiera» dell'organizzazione. In totale sono almeno otto le persone che sono riuscite a sfuggire alla cattura. Francesco Rea senior - coinvolto tra l’altro nell’omicidio della piccola Valentina Terracciano, nel 2000 - era già latitante perché colpito da un provvedimento restrittivo per esecuzione della pena dovendo scontare due anni di reclusione per i reati di estorsione e associazione mafiosa.
Servivano in particolare per pagare il silenzio dei detenuti affiliati affinchè non collaborassero con la giustizia, i soldi che il clan Rea-Veneruso raccoglieva estorcendo soprattutto imprenditori edili e commercianti tra Volla, Sant’Anastasia e Casalnuovo, nel Napoletano. Clan nemico i Sarno di Ponticelli e in alcune occasioni tra i rispettivi affiliati ci sono stati veri e propri raid armati a scopo intimidatorio effettuati per il controllo del territorio. In una intercettazione telefonica il boss del clan, Francesco Rea detto «'o pagliesco» parla alla cassiera Carla Argenziano, a sua volta sfuggita all'arresto delle paghe da distribuire: «Prima si pagano i detenuti poi quelli fuori». La cassa dell’organizzazione prevedeva una rigida ripartizione dei fondi, con mensilità che andavano da mille e 500 a 5 mila euro a seconda dell’importanza dell’affiliato. Ai familiari dei detenuti in carceri lontane venivano pagate anche le spese per il viaggio. Le indagini erano scattate nel gennaio 2007 e si erano concentrate su alcuni episodi di racket al Caan (il Centro agroalimentare di Volla) di cui aveva parlato il collaboratore di giustizia Salvatore Esposito. Una caratteristica dell’attività estorsiva era poi la mancanza di periodicità delle richieste che, normalmente, in tutta la provincia di Napoli vengono pretese a Natale, Pasqua e Ferragosto. In questo caso, invece, il clan faceva visita ai propri «clienti» ogni qual volta vi era un’esigenza di cassa. Le richieste, a volte incessanti, hanno portato gli imprenditori alla completa sottomissione al clan e, in alcuni casi, alla chiusura delle aziende.