domenica 30 novembre 2008

Morra nel mirino per uno sgarro


Due testimoni lo hanno visto scappare mentre i killer sparavano, confermando così alla polizia che era proprio lui il bersaglio designato dell’agguato dell’altro ieri sera sul corso San Giovanni a Teduccio: Ciro Morra, ritenuto dagli investigatori vicino ad ambienti dei Mazzarella del quartiere. Rintracciato ieri mattina, dopo che ovviamente era sparito per l’intera serata e nottata, è stato sentito a lungo dagli uomini della squadra giudiziaria del commissariato di zona. Ha detto di non sapere nulla e di non avere visto nulla, trovandosi fuori casa a quell’ora. È il cugino del latitante Ciro Figaro, destinatario della misura cautelare che l’anno scorso inflisse un durissimo colpo alla cosca. Intanto migliorano le condizioni di Giovanna Mosca, 55enne napoletana incensurata di via Taverna del Ferro (il cosiddetto “Bronx”, sempre a San Giovanni a Teduccio), ferita alle gambe da due dei dodici proiettili esplosi dai sicari nel corso della sparatoria. Non ha alcun collegamento con la malavita organizzata e non c’era alcun motivo perché fosse coinvolta in un agguato di camorra. Eppure l’esecutore materiale del raid, sceso da uno scooter mentre il complice lo aspettava alla guida, quasi passava sul suo corpo per inseguire Ciro Morra mentre la donna urlava a terra per il dolore e il terrore. Era insieme con il marito, anch’egli senza precedenti penali, quando si è scatenato l’inferno nei pressi del civico 313 di corso San Giovanni a Teduccio. Erano le 19 e 30 ed era andata a trovare una zia, a sua volta suocera di Morra. Le indagini sono condotte dai poliziotti del commissariato San Giovanni-Barra (agli ordini del dirigente Pietro De Rosa). Investigatori esperti che hanno ricostruito, anche grazie all’aiuto degli esperti della “Scientifica”, la dinamica dell’agguato fallito costato un ricovero in ospedale a un’innocente. Ciro Morra stava rincasando quando si è accorto dei due uomini in sella a uno scooter in zona e ha pensato che potessero avercela con lui. Per cui ha accelerato improvvisamente il passo, cominciando a correre verso il portone del palazzo. Il sicario l’ha inseguito sparando e i primi due colpi hanno centrato a entrambe le gambe la donna che proprio in quel momento, colmo della sfortuna, si trovava in quel punto. È crollata a terra in un attimo, soccorsa dal marito e sotto gli occhi terrorizzati di altri passanti. Qualcuno ha telefonato al 113 e in pochi minuti sul posto c’erano gli agenti delle Volanti. Nel frattempo un automobilista di passaggio aveva accompagnato la vittima all’ospedale Loreto Mare, dove i medici l’hanno giudicata fuori pericolo. Le piste seguite dagli investigatori sono due: un regolamento di conti interno al clan Mazzarella o un attacco dei Rinaldi di rione Villa, diventati più forti dall’anno scorso grazie a una serie di scarcerazioni eccellenti. La rivalità tra i due gruppi di malavita di San Giovanni a Teduccio e storica e risale addirittura al 1989, quando fu ammazzato il boss Antonio Rinaldi.

sabato 29 novembre 2008

CAMORRA: FINI, SCONFIGGERLA SIGNIFICA GARANTIRE LIBERTA'


I camorristi sono i peggiori nemici della gente piu' umile, il vero pericolo per la gente piu' debole. Sconfiggere la camorra significa garantire liberta' e non aver paura quando si cammina". Cosi' il presidente della Camera, Gianfranco Fini, in visita a Napoli all'Opera Don Guanella, retta da don Antonio Manganiello, parroco anticamorra che ha aggregato i minori di un quartiere a rischio intorno ad un campo di calcio inaugurato da Fini. Il presidente della Camera ha sottolineato che occorre lavorare "affinche' ci siano tante altre realta' e questa non sia una eccezione".Ma quante e tante chiacchiere inutili,che non riempiono la tasca a nessuno,anziche' queste stronzate egregio fini cerchi di collaborare e creare una realta' lavorativa,date lavoro e vedete che togliete futuri manovali dalle grinfie della camorra.E' disgustoso come vi servite delle persone con false promesse e tante stronzate,sa che le dico?la camorra e' marcia ma purtroppo dico, da lavoro a migliaia di napoletani,approvate progetti costruttivi,togliete fuoco al fuoco e vedete che man mano si spegera' da solo,adesso mi scusi dopo il suo discorso egregio fini me e' venuto da vomitare.

venerdì 28 novembre 2008

LA SCONFITTA DELLO STATO A SECONDIGLIANO


Secondigliano terra di camorra,ormai lo stato ha perso,la legalita' che tanto si vantano i politici di destra e' sinistra esiste solo nella loro fantasia.Si uccide tutti i giorni come se fossimo in irak o cecenia,senza che nessuno faccia niente per cambiarele cose,ormai e' risaputo che l'unica legge che regge da queste parti e solo quella della camorra,polizia e carabinieri si infracitano nei loro uffici senza che nessuno blocca questa spirale di violenza che ormai attanaglia tutti,innocenti e colpevoli.Ma come si puo' pensare di distruggere la camorra solo con chiacchiere e repressione,altro che bliz o altro,il discorso e' culturale,e' radicato ormai nei meandri delle persone che si sentono abbandonati,oppure vivono da disoccupati lasciando cadere ogni giorno la loro dignita' di gente onesta a senza soldi dritto nel cesso.Molti ragazzi vengono arruolati dalla camorra proprio per la precarieta' della vita che esiste da queste parti,ecco perche' non si da valore alla vita,perche' qui' valorin esistono davvero pochi.Dove le istituzioni sono assenti prende forma un'altra forza che qui'si chiama camorra,e' inpensabile che si sconfigga la camorra se non si crea occupazioni e un clima di civilta' e cultura,non si puo' andare avanti cosi',bisogna assistere i disoccupati che hanno famiglie da mantenere senza delegare la camorra,dare sussidui se non c'e' lavoro,creare corsi formativi che aiutano i giovani nel percorso lavorativo.Napoli e' una miniera d'oro,possiede la ricchezza piu' grande che ci sia in italia,migliaia di giovani una manovalanza unica,che lo stato lascia scappare,dove inevitabilmente la camorra rimpiazza i suoi operai morti con nuova carne fresca che sono sti giovani disperati e senza futuro.E' vergognoso,ieri nel rione berlingieri e' stato ammazzato VITUCCIO TAVERNELLO,il prossimo chi sara',e come verra' chiamato visto che lo stato si e' riguardato bene di chiamarlo camorrista e non disperato.

Ucciso reggente del clan Feldi



Da autista e braccio destro
a luogotenente-reggente del
clan nel rione Berlingieri. Ma la
promozione di camorra non ha
portato fortuna ad Antonio Vizzaccaro,
40enne soprannominato
“Vito” o “Vituccio”, legato al gruppo
Sacco-Bocchetti-Feldi. Proprio
insieme ai tre fratelli ras del rione
Berlingieri (tutti e tre detenuti) era
stato notato insieme più volte in
passato e certamente la sua morte
nel corso di un agguato, alle 11
e 45 di ieri, è avvenuta in un contesto
camorristico. Ancora però gli
investigatori (come scriviamo a
parte) sono indecisi su quale delle
tre ipotesi puntare: un collegamento
con il ferimento dei minorenni
nel circolo di Secondigliano,
uno “sgarro” interno al suo cartello
malavitoso e la guerra con i Licciardi
della Masseria Cardone. Nel
frattempo controlli e perquisizioni
proseguono a ritmo serrato insieme
al lavoro d’intelligence.
Antonio Vizzaccaro abitava in via
Cardinale Capocelatro ed era libero
dal 2006, anche se il 21 ottobre
scorso la polizia gli aveva dato
un dispiacere notificandogli la
misura della sorveglianza speciale.
Ieri era uscito di casa e da solo
aveva raggiunto in motorino via
dello Stelvio, dove si è incamminato
dopo averlo parcheggiato. I
sicari, due in sella a uno scooter
secondo alcune vaghe ma concordanti
testimonianze, lo hanno
sorpreso alle spalle. Uno di essi,
estratta una pistola calibro 9, ha
fatto fuoco quattro volte: due proiettili
hanno centrato il 40enne alla
nuca, un terzo alla schiena e l’ultimo
a un gluteo. Nessuno è andato
a vuoto, a dimostrazione di
una buona mira e della distanza
ravvicinata.
Vizzaccaro
è morto all’istante
e
in pochi
minuti in
via dello
Stelvio si
sono radunati
familiari e amici in lacrime,
senza però che si creassero problemi
di ordine pubblico. Nel frattempo
scattavano le indagini dei
poliziotti della Omicidi della Squadra
mobile della questura (coordinati
dal vice questore Pietro Morelli)
e i colleghi del commissariato
Secondigliano (diretto dal vice
questore Sergio Di Mauro e con il
sostituto commissario Walter Lo
Bascio). Per la zona in cui è avvenuto
l’agguato, saldamente sotto il
controllo dei Sacco-Bocchetti-
Feldi, gli investigatori ritengono
che l’azione sia stata molto audace
se portata a termine dal clan
Licciardi; ma non è la prima volta
che i sicari di camorra compiono
incursioni in territorio nemico.
Inutilmente però gli agenti hanno
cercato di capire dagli abitanti del
posto se i killer avevano il volto coperto
da caschi
o meno:
circostanza
che
potrebbe
aiutare a fare
chiarezza.
In serata la
polizia ha sottoposto all’esame dello
Stube quattro pregiudicati di
Secondigliano, fermati e rilasciati
in attesa dei risultati. Informalmente
hanno dichiarato di avere
validi alibi per l’ora del delitto.

giovedì 27 novembre 2008

MASSACRATO ANTONIO VIZZACCARO DETTO VITUCCIO





Ancora un nuovo agguato mortale a secondigliano,piu' precisamente nel rione berlingieri,in via dello stelvio,la vittima ANTONIO VIZZACCARO,37anni vicino alla neo scissione dei fratelli feldi.Nel rione berlingieri tutti lo conoscevano col soprannome di vituccio,era un affiliato dei feldi e per questi ultimamente aveva fatto molti reati,tra cui anche tentati omicidi oltre che rapine ed estorsione.I killer almeno due,lo hanno sorpreso proprio a pochi metri da dove abitano i fratelli feldi,meglio conosciuti come e tufan,non gli hanno dato il tempo nemmeno per capire chi lo stava ammazzando,lo hanno massacrato colpendolo in varie parti del corpo,tra cui il viso e la testa.La neo nata scissione portata avanti dalle famiglie feldi-bocchetti-cesarano-sacco contro la cosca madre della famiglia licciardi,non ha prodotti gli stessi effetti devastanti della guerra tra i di lauro scissionisti,ma cio' non toglie che sono bene organizzati,alle loro dipendenze hanno persone ciniche,imprenditori e killer spietati.E l'omicidio di vituccio,e' da inquadrare in questa logica di vendette rancori e agguati,comunque c'e'da dire che vituccio e' sempre stato un cane sciolto,un criminale di basso rango,si e' sempre arrangiato con lo spaccio di droga,ma non solo,anche molte rapine portano la sua firma.Tutti lo conoscevano nel rione berlingieri,ma non e' mai stato ai vertici di nessuna famiglia camorristica di secondigliano,tranne che negli ultimi tempi.Si e' sempre procacciato il denaro vendendo hascis e cocaina,una volta per la passata cosca dei nacchella,poi per LUIGI GARELLI detto gigino a'gallina,poi per UGO DE LUCIA,insomma e' stato sempre con chi detendeva il potere delle piazze di droga di secondigliano.Ultimamente,ovvero da un paio d'anni,si era messo fisso con i fratelli feldi,capitanati da FRANCESCO FELDI detto o'tufan,con loro si e' dato dignita',combattendo contro la cosca della masseria cardone,correndo molti rischi,ma i feldi erano gli unici che gli avevano dato dignita'gli avevano creduto facendosi promettere che con loro basta stronzate,doveva filare dritto.Quando la scissione dei feldi e' stata vinta insieme a cesarano-bocchetti-sacco,vituccio era diventato il braccio destro dei feldi,per loro commetteva estorsioni,rapine e tutto cio' che si puo' immagginare malavitosamente parlando.Ma e tufano si sa,non si accontentano,e cosi' una volta vinti contro i licciardi il trofeo rione berlingieri,lo hanno voluto tutto per loro,scacciando in modo mozzafiato gli ultimi baluardi dei di lauro e dei de lucia,e forse vituccio sarebbe proprio l'autore di alcuni tentati omicidi avvenuti nella cosca di lauro de lucia.Ma tornando al proprio assassinio,sembra difficile che killer di cosche avversarie si siano preso labriga di ucciderlo a pochi metri dalle abitazioni dei tufano,vero e proprio fortino inaccessibile per gli estranei,forse si tratta di epurazione interna alla cosca,visto che attualmente vituccio era il reggente vist che i fratelli feldi e gli affiliati piu' di valore si trovano tutti reclusi con processi in corso,fatto sta che i killer lo hanno massacrato in maniera animalesca a pochi giorni da natale,gesto che fa pensare la cattiveria sia dei mandanti sia degli esecutori.

LA SPREGIUDICATEZZA DI UGARIELLO



«Mentre ci recavamo da Cosimo
a piedi incrociammo su di un
motorino Ugo De Lucia (nella
foto, ndr), io mi limitai a
salutarlo e non mi intrattenni a
parlare con lui in quanto
qualche giorno prima con
estrama superficialità e senza
che gli chiedessi nulla mi disse
che aveva ammazzato in una
tabacheria Domenico Riccio. Mi
disse che gli aveva sparato un
sacco di “botte” intendendo
colpi di pistola».
È quanto ha dichiarato Antonio
Prestieri ai magistrati della
Dda.
Parlando dell’incontro che ha avuto con Cosimo Di Lauro, il
giorno dopo il delitto di Gelsomina Verde, fa riferimento ad Ugo
De Lucia e al suo ruolo di killer all’interno della cosca di
Secondigliano. «Del gruppo di fuoco facevano parte oltre che ad
Ugo De Lucia, Emolo Ferdinando che ha fatto sicuramente
l’omicidio nell’autosalone di Mugnano, “O mellone” che ha ucciso
il nipote di Papele ’e marano” e quello del casaro ossia del
salumiere, e lui stesso che mi li ha confessati». Quando fu
assassinato Domenico Riccio con lui c’era anche Salvatore
Gagliari. L’agguato fu compiuto in una tabaccheria di Melito e
l’agguato scattò di domenica, poco dopo le 10,30. I killer, secondo
le prime ricostruzioni, arrivarono a volto scoperto in sella ad una
moto di alta cilindrata. Ciascuno impugnava la sua pistola, ed
esplosero decine di proiettili calibro 9, mirando alle due sagome
impaurite, segno evidente che non ci furono errori di persona
nell’esecuzione del raid. Nessuna possibilità di fuga per le due
vittime, in una dinamica mozzafiato che fu consumata sotto gli
occhi di alcuni clienti dell’esercizio commerciale: Riccio e
Gagliardi furono finiti dietro il bancone.
L’agguato avvenne in modo plateale, frutto della volontà del clan
Di Lauro di eliminare chiunque possa essere ritenuto gravitante
nel gruppo degli scissionisti, dei non allineati alla ragion di stato
di Ciruzzo ’o milionario, durante la tremenda faida di
Secondigliano.

«Gelsomina, Cosimo confessò l’omicidio


È la prima volta, nel corso del processo che vede imputato Cosimo Di Lauro per l’omicidio di Gelsomina Verde, che qualcuno riferisce di aver parlato direttamente con il ras in persona. Fino ad ora l’accusa si riferiva a commenti fatti da affiliati che avevano saputo indirettamente che il mandato omicidiario era stata dato da Cosimo Di Lauro ad Ugo De Lucia. Si tratta di Antonio Prestieri, nipote di Maurizio e Tommaso e figlio di Raffaele. Lui da persona libera ha deciso di collaborare con lo Stato, raccontando ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Napoli la sua verità. Sarà ascoltato in aula per la prima volta in questa settimana. Con lui in collegamento ci saranno anche Maurizio e Antonio Pica, altri due pentiti del clan di Secondigliano che hanno parlato dell’efferato delitto. Antonio Prestieri nel verbale del 22 maggio scorso così racconta. «Due giorni dopo l’omicidio di Gelsomina Verde fui convocato da Cosimo Di Lauro e lo incontrai in una abitazione diversa rispetto a quella dove ci eravamo incontrati fino ad allora dall’inizio della faida. Fu Peppe la “Befana” a portarmi l’imbasciata di Cosimo. Mi recai da lui accompagnato da Pagano Vincenzo, nostro affiliato detto “Piedi di papera”, che non ha nessuna parentela con Cesare Pagano capo degli scissionisti. Noi partimmo dall’Oasi del buon pastore ed arrivammo nei pressi del bar gestito da tale Pierino che si trova nel Terzo mondo, accanto al municipio. Lì Pagano fu preso da altri affiliati del clan e portato in un altro posto, mentre Peppenella mi disse di seguirlo. Siamo entrati nel palazzo di fronte al bar, Peppenella ha preso una chiave ed ha aperto un cancello dietro al quale vi era come un piccolo giardino, da lì siamo entrati in un altro palazzo dove abbiamo trovato due persone armate a vista, con le armi messe nella cintola dei pantaloni, che io non guardi in faccia. Abbiamo imboccato le scale ed abbiamo salito due piani, quindi abbiamo bussato ad una porta e ci hanno aperto. Siamo entrati direttamente in cucina, nella casa vi erano: Peppe “’a befana”, il “cavallaro”, vi erano altre due persone e seduto di spalle alla porta vie era Cosimo Di Lauro che quando siamo entrati si è alzato e mi ha salutato. Mentre parlavamo c'era la televisione accesa e passavano le immagini dell'omicidio di Gelsomina Verde a quel punto io dissi a Cosimo che quel fatto gli avrebbe portato molti guai. Lui mi rispose che Ugariello intendendo Ugo De Lucia, non aveva fatto le cose come diceva lui. Quando ce ne siamo andati anche Peppenella mi ha confermato che Cosimo aveva una certa freddezza, durata poco, nei confronti di Ugariello senza che questo volesse dire che non era più uno dei suoi uomini di fiducia, si trattava semplicemente di una piccola freddezza». Sullo stesso punto vi è il racconto accurato di Maurizio Prestieri che in ordine cronologico è il primo a raccontare dell’omicidio di Gelsomina Verde e lo fa in un verbale del 10 giungo scorso alla presenza del pubblico ministero Stefania Castaldi. «Io ho ricevuto notizie direttamente da Vincenzo Di Lauro che vidi al processo qualche giorno dopo l’omicidio. In questa occasione Vincenzo aveva già svolto dei colloqui con familiari ed egli era particolarmente adirato con il fratello Cosimo. Di fatti egli mi ripeteva di non comprendere le ragioni dell’omicidio e le modalità dello stesso in quanto alla giovane ragazza si erano chieste notizie di un suo amico ossia uno dei fratelli Notturno, in particolare le persone che l’avevano avvicinata le dovevano chiedere dove il Notturno si trovasse. Infatti i Noturno dal primo momento avevano deciso di affiancare Abete Arcangelo e Marino Gennaro nella scelta di passare con Amato Raffaele nella scissione del clan Di Lauro. Quindi se l’intento era quello di chiedere una informazione non si spiegava il Vincenzo Di Lauro come si fosse giunti ad ucciderla prima ed a bruciarne il corpo poi. Riteneva che il fratello stesse completamente perdendo la testa. Anche lo zio Enrico D’Avanzo, se pure con commenti più cauti, confermava che il nipote Cosimo aveva fatto un grande sbaglio in quanto in una faida così cruenta non vi era bisogno di aggiungervi una vittima non solo estranea all’ambito camorristico ma giovane donna e per giunta bruciarla. Infine c’è Antonio Pica, nel verbale del 13 novembre del 2008. «La mattina successiva all'omicidio di Gelsomina Verde io e mio cugino ci trovavamo in un appartamento in un palazzo dell'Oasi del Buon Pastore, al terzo piano. Il giorno dopo l'omicidio mio cugino Antonio detto “'o nano" e io ci recammo da Di Lauro per capire da chi fosse stato commesso l'omicidio. Noi Prestieri non conoscevamo la vittima e per questo volevamo sapere se fosse o non ascrivibile ai Di Lauro o agli scissionisti. Arrivammo sotto al palazzo, un ragazzo avvertì Cosimo che eravamo arrivati e che potevamo salire. Salì mio cugino Antonio e io rimasi giù ad aspettare. Mio cugino mi disse che sopra l'appartamento vi erano Cosimo di Lauro, Ciro Di Lauro, Giuseppe Pica e altre persone di cui non ricordo il nome. Mi disse che Cosimo gli aveva confermato che erano stato loro Di Lauro, per suo ordine, specificando anche chi era stato uno degli esecutori materiali, ossia Ugo De Lucia, che abitava nel Perrone, che io conoscevo personalmente, che era figlio di “capechiuovo". Antonio mio cugino mi precisò poi di aver appreso che la scelta era caduto su Ugo De Lucia in quanto anche lui del Perrone come la ragazza uccisa e che un amico di Ugo, tale Esposito, conosceva la vittima per cui avrebbe potuta portarla da Ugo, cosa che avvenne. Pochi giorni dopo sapemmo che questo Kojack era stato arrestato per l'omicidio della ragazza».

mercoledì 26 novembre 2008

«Ecco i killer di Montanino e Salierno»



Dopo l’omicidio di Fulvio
Montanino e Claudio Salierno
venne a colloquio da me mia madre
che non seppe dirmi molto dell’omicidio,
invece D’Avanzo fece
colloquio con la moglie ed il fratello
e lui seppe più notizie di me».
Inizia così il racconto di Maurizio
Prestieri sul duplice omicidio che
segnò l’inizio delle ostilità tra il clan
Di Lauro e il gruppo degli scissionisti
che si erano staccati. «Nel rione,
il giorno dell’omicidio, avevano
visto quali killer Angioletto, ovvero
Arcangelo Abete (nelle foto);
Mekkey, ovvero Gennaro Marino;
Vettorio, ovvero Enzo Notturno;
Notturno Gennaro e Maglietta ovvero
Cafasso Massimiliano. Questi
era da appoggio in una macchina.
Queste cose sono state viste
dai ragazzi del Terzo Mondo. Gli
assassini erano a volto scoperto in
quanto erano stati riconosciuti, i
killer erano a bordo di due moto,
tranne Cafasso che era in una
macchina di cui non il tipo. Non so
chi dei quattro sparò. Inoltre i killer
ebbero una facile via di fuga essendo
le case celesti vicine al gterzo
mondo dove avvenne l'agguato.
Montanino e Salierno erano su
di una moto guidata dal Salierno, la
possibilità di compiere un omicidio
sia pure eccellente per la persona
della vittima fu possibile in
quanto i Di Lauro non si apsettavano
tale colpo. Montanino per i Di
Lauro era una persona di primo
piano avendo preso il posto del Petrozzi
Raffaele di cui aveva sposato
una nipote, era una persona giovane
e fidata di Cosimo, quindi con
la morte i Fulvio si colpisce direttamente
Cosimo. Questo è stato
l'omicidio più strategico ed eccellente
di tutta la faida, nel senso che
nessuna altra vittima aveva la caratura
criminale di Montanino Le
stesse cose furono dette a Vincenzo
Di Lauro».

«Nocera ucciso da Cosimo»



Nel verbale del 19 febbraio
del 2008, Giovanni Piana, ex fedelissimo
del gruppo Abbinante, ha
raccontato ai magistrati della Dda i
retroscene di un omicidio avvenuto
a Secondigliano il 3 settembre del
2004, quando i sicari assassinarono
il 27enne Mariano Nocera. Ecco il
racconto del collaboratore di giustizia.
«I particolare in merito all'omicidio
di Nocera ce li riferì direttamente
Cosimo Di Lauro nel corso di
un incontro avvenuto in mezzo all'Arco.
Ricordo che il Cosimo Di Lauro,
mandò a chiamare me attraverso
Pasquale Fabbrocino che mi disse
di recarmi da Cosimo che mi voleva
parlare quale rappresentate degli
Abbinante. Io andai insieme a
Riccio Pasquale dopo aver avvertito
Francesco Abbinante che mi disse
di andare tranquillamente. In quel
periodo l'Abbinante non si poteva
muovere in quanto latitante. Ci recammo
in mezzo all'Arco, precisamente
ad un bar accanto al negozio
Finizio. C'erano molte persone tra
cui Marco Di Lauro, Ciro Di Lauro,
Nunzio Di Lauro ed “'o cavallaro". Ciro
ed il cavallaro si misero su di uno
scooter e noi li seguimmo a bordo
del nostro scooter. Ci allontanammo
di poco dal bar ed entrammo dentro
ad un portone sempre in mezzo all'Arco
dove c'era un cortile su cui insisteva
un piccolo cancello che portava
nella terranno dove il Cosimo ci
incontrò. Questa fu l'occasione in cui
partendo proprio dall'omicidio del
Nocera e dal fatto che questi era stato
ucciso per aver ottenuto preventivamente
la sua autorizzazione per
commettere l'omicidio del bar Zelinda,
per spiegarci come stavano le
cose da quel momento in poi. Egli ci
disse che lui pretendeva da tutti
quanti gli affiliati al clan Di Lauro,
anche dagli esponenti di spicco, di
essere preventivamente informato
di qualunque reato si dovesse commettere
in particolare gli omicidi. Mi
disse anche che era sua intenzione
di far avvicendare i figli dei capi del
clan Di Lauro al posto dei padri.
Quando io gli feci presenti che il Nocera
era amico di Francesco Abbinante
e che questi era rimasto molto
male dell'uccisione dell'amico il
Cosimo mi rispose che lui sapeva di
questo legame ma che doveva dare
l'esempio per gli altri di modo che si
capisse che per commettere un omicidio
a Secondigliano si doveva avere
il suo permesso. In precedenza
quando a comandare era Paolo Di
Lauro è capitato che Abbinante,
piuttosto che Pariante, piuttosto che
Prestieri abbiano commesso o dato
ordine di commettere omicidi ed abbiano
infromato solo successivamente
Paolo Di lauro, senza che questi
decidesse di rispondere a tale fatto
uccidendo chi aveva commesso
l'omicidio. Io dissi a Cosimo che era
un semplice ambasciatore e che
avrei riferito quanto da lui dettomi
ad Abbinante Francesco che non era
potuto venire da lui poiché latitante.
Quando andai via e ritornai da
Abbinante commentammo con il
Francesco che era poprio come ci
aveva detto Arcangelo Abete e cioè
che Cosimo voleva diventare il capo
assoluto del clan Di Lauro, inoltre
Abbinante mi disse ed io concordavo
con lui che prima o poi avrebbe
colpito tutti i capi del clan per lui da
solo con i fratelli. Infatti per provare
ciò io feci finta di aprire una piazza
di cocaina lì nel Monterosa, concorde
Abbinante Francesco, alle spalle
vi era una piazza dei Di lauro. Dopo
pochi giorni Ciro Di Lauro venne e
disse che dovevamo spostare un poco
più in là la piazza di droga».

LE ZIZZANIE DI GENNARO MARINO HANNO SCATENATO LA FAIDA DI SCAMPIA


La faida di Scampia poteva
essere evitata: c’era un accordo
segreto per uno smembramento
pacifico del clan Di Lauro.
Patto che poi è stato disatteso da
tutti quanti i ras. Questo perché
c’era chi non si schierava perché
confuso, chi tergiversava e chi «faceva
il doppio gioco creando ancora
più tensione». Fino poi al duplice
omicidio di Fulvio Montanino e
Claudio Salierno che segnò la fase
armata della scissione.
IL RETROSCENA
Il quadro fino ad ora sconosciuto
della guerra dell’area Nord di Napoli
che ha mietuto tra il 2004 e il
2005 oltre 70 vittime, lo hanno tratteggiato
in centinaia di pagine di
verbali trascrittivi e riassuntivi
quattro collaboratori di giustizia
che hanno fatto parte sia del clan
Di Lauro che della fazione degli
scissionisti. Maurizio Prestieri, suo
nipote Antonio, l’altro nipote Antonio
Pica ed infine Giovanni Piana.
Dal racconto di Maurizio Prestieri
contenuto in un verbale di sei mesi
fa sottoscritto dal pubblico ministero
della Dda Stefania Castaldi e
depositato nel processo che vede
imputato Cosimo Di Lauro per
l’omicidio di Gelsomina Verde, la
colpa della faida è dovuta all’atteggiamento
di alcuni ras scissionisti.
L’AGGUATO A LELLO AMATO
«Durante il passeggio - dice Maurizio
Prestieri - io parlavo sia con
Vincenzo Di Lauro che con Salvatore
Britti. Il primo mi disse che
Gennaro Marino si era recato da
Cosimo Di Lauro e gli aveva proposto
di uccidere Raffaele Amato
in quanto lui aveva la possibilità di
andare in Spagna a trovarlo e
l’Amato si fidava di lui. Cosimo
aveva assolutamente vietato al
“Mecchey” di fare una cosa simile
dicendogli che loro volevano bene
ad Amato e che lui sarebbe potuto
tornare quando voleva senza che
nessuno lo avrebbe toccato né a lui
né alla sua famiglia». C’è poi l’altra
versione conosciuta dal collaboratore
di giustizia ed è quella, che a
passeggio in carcere, gli ha riferito
un altro ras del clan, Salvatore Britti.
«Mi disse che Cosimo Di lauro
aveva dato mandato a Gennaro
Marino di recarsi in Spagna per
ammazzare Raffaele Amato ma lui
si era ribellato all’ordine di Cosimo
ed era andato sì in Spagna ma per
mettere in guardia Amato». Ma
quale la versione reale? Quale la verità
dei fatti? Secondo il pentito la
verità era quella raccontata da Vincenzo
Di Lauro: «Marino aveva portato
a compimento il suo progetto
di odio e di vendetta nei confronti
dei Di Lauro in quanto egli già nel
2001 fu schiaffeggiato in “mezzo all’arco”
da Enrico D’Avanzo subendo
una gravissima offesa e non
avendo il coraggio di reagire. Inoltre,
che fosse stato lui a mettere zizania
tra lui Amato e Di Lauro, mi
fu confermato anche dalle lettere
che D’Avanzo dal carcere cercava
di far arrivare agli scissionisti, per
cercare un accordo. Egli non avrebbe
fatto questa mossa se il nipote
Cosimo avesse veramente dato
mandato a Marino di uccidere
Amato, non era così ingenuo da fare
mosse inutile e dannose in un
momento così delicato per lui e per
il gruppo che rappresentava».
IL DUPLICE OMICIDIO
Tutto poi precipitò con il duplice
omicidio di Fulvio Montanino e di
Claudio Salierno. «Già nel gennaio-
febbraio del 2004, dal carcere
esce la notizia che gli Abbinante
stanno con Pariante e quindi si fa
comprendere all’esterno e ai rispettivi
affiliati che si sta costruendo
un clan avverso a quello
dei Di Lauro. Dopo l’omicidio di
Annalisa Durante noi veniamo allontanati
da Napoli e portati in altre
carceri mentre Rosario Pariante
va al 41 bis. In questa fase - spiega
Maurizio Prestieri - Raffaele Abbinante,
approfittando della situazione
di isolamento di Pariante ed io
non avendo ancora capito come dovevo
comportarmi, prende in mano
la situazione e ad insaputa mia
e del Pariante decide di fare uccidere
Montanino e Salierno. Vengo
a conoscenza dell’omicidio quando
ero detenuto ad Avellino con
D’Avanzo, ma in celle diverse. Ricordo
che quando ho appreso la notizia
dell’omicidio urlai dalla mia
cella per farmi sentire da D’Avanzo.
Parlammo il giorno dopo al passeggio
». Poi è il giorno del processo: nella stessa cella i ras dell’una
e dell’altra fazione che via via si
stanno conformando.
LA FAMIGLA ABBINANTE
«Quando scendiamo a processo
Enrico D’Avanzo parla con Abbinante
e gli chiede spiegazioni e
questi con una faccia tosta gli dice
che non sa niente indicando Pariante
che sta collegato in videoconferenza,
dando di fatto la colpa
a lui del duplice omicidio, fatto questo
impossibile in quando Pariante
era al 41 bis in isolamento. A
quel punto capiamo che è iniziato
uno scontro armato tra noi e gli
scissionisti, che un tempo erano i
nostri compagni. Io faccio venire a
colloquio mia madre e le dico di riferire
ai miei nipoti Antonio, Antonio
Pica ed Esposito Vincenzo che
dovevano andare da Cosimo e
schierarsi con lui. Successivamente
nel corso di un’altra udienza del
processo si fece un patto tra
D’Avanzo, Abbinante Raffaele, ed
Antonio secondo cui le donne che
venivano ai colloqui con noi non
dovevano essere toccate, mentre
tutti gli altri nostri parenti potevano
essere colpiti. I miei nipoti non
vennero più a colloquio da me», ha
concluso nel suo racconto Maurizio
Prestieri.

martedì 25 novembre 2008

Droga e armi dei Gionta, preso 28enne

Una pistola a forma di telefonino, capace di esplodere quattro colpi calibro 22 a distanza ravvicinata, senza alcuna possibilità di errore. È un’arma al di fuori del comune quella che hanno rinvenuto e sequestrato i carabinieri del neonato gruppo territoriale di Torre Annunziata, guidato dal tenente colonnello Andrea Paris, nel corso di un articolato blitz al rione Penniniello. Uno strumento micidiale che non fa parte del catalogo nazionale delle armi. Un esemplare analogo è stato rinvenuto dalla polizia olandese durante un’operazione antidroga effettuata ad Amsterdam nel 2006. Nulla si sa relativamente al paese di fabbricazione che, come è emerso nella conferenza stampa tenuta dal capitano Luca Toti, comandante della locale Compagnia della Benemerita, tra i “motori” dell’ennesimo colpo assestato alla criminalità organizzata, rappresenta una novità assoluta. Il blitz è scattato nella tarda serata di ieri. Coinvolti, come di consueto, i militari del 10° Battaglione “Campania”, supportati dai loro colleghi del 131° Reggimento “Carri” di Persano, impegnato nei servizi di perlustrazione nell’ambito dell’operazione “Strade sicure”. Il bilancio finale è tra i più imponenti della storia recente dell’Arma, a conferma della bontà e della lungimiranza della scelta di rafforzare la presenza sul territorio. Mai, in così poco tempo, appena 40 giorni, il territorio era stato rivoltato da capo a fondo. Senza contare l’imponente operazione portata a termine, nelle scorse settimane dalla Polizia di Stato, che ha messo in ginocchio il clan Gionta, portando dietro le sbarre personaggi di primo piano e gregari. In manette è finito Luigi Gaito, 28 anni, incensurato. A suo carico sono tamenti tecnico-scientifici e per l’esaltazione di eventuali impronte dattiloscopiche e papillari. Espletate le formalità di rito e le operazioni di foto segnalamento, il 28enne è stato tradotto presso la Casa circondariale di Poggioreale, a disposizione dell’autorità giudiziaria. stati formalizzatele ipotesi di reato di ricettazione e detenzione illecita di armi comuni da sparo, da guerra e clandestine con relativo munizionamento, nonché di oltre cinque chilogrammi di stupefacente di vario tipo. Il personale dell’Arma, infatti, nel convergere in massa all’interno del rione, che è uno dei più impenetrabili, si accorgeva dei movimento sospetti di tre soggetti, i quali, alla vista delle auto con i colori istituzionali della Benemerita, si davano alla fuga entrando all’interno di un palazzo dopo aver caricato all’interno del portabagagli di un’autovettura “Opel Astra” Sw, intestata ad un trentaduenne di Pompei, denunciato in stato di irreperibilità, dei borsoni in tela. Quando gli inquirenti li hanno aperto è venuto fuori di tutto: circa cinque chilogrammi di hashish, suddivisi in cinquanta panetti; settecento grammi di cocaina, di cui una parte suddivisa in dosi; centodiciotto grammi di crak, già suddiviso in dosi; una pistola modello Cz calibro 9PB con due serbatoi, con colpo in canna; una pistola Beretta 83 F calibro 9 corto, con due serbatoi; una pistola “a forma di cellulare” cal. 22, comprensiva di 4 proiettili; tredici radio portatili Vhf; otto giubbotti antiproiettile; quattro paia di cuffie ed occhiali protettivi antinfortunistica; quindici tutine monouso e sei impermeabili; oltre duemila munizioni di vario calibro. La successiva perquisizione per blocchi di edifici permetteva di individuare uno dei tre fuggitivi, Gaito per l’appunto, la cui perquisizione domiciliare consentiva di rinvenire e sequestrare la somma contante di 8.580 euro ed un sistema di video sorveglianza a circuito chiuso con due microcamere ,a servizio della propria abitazione. L’autovettura, sequestrata, verrà sottoposta a rilievi del caso. Nel medesimo contesto operativo, all’interno in un contatore dell’elettricità di un palazzo attiguo a quello perquisito, i militari rinvenivamo un casco modificato con blindatura antiproiettile; due caschi omologati; diciotto grammi di cocaina, suddivisa in due pezzi; un “case” di un computer marca Acer. Le armi sono state inviate al Racis. di Roma per gli accertamenti tecnico-scientifici e per l’esaltazione di eventuali impronte dattiloscopiche e papillari. Espletate le formalità di rito e le operazioni di foto segnalamento, il 28enne è stato tradotto presso la Casa circondariale di Poggioreale, a disposizione dell’autorità giudiziaria.

LA MORTE DI O'MOCILLO E DI SAVIO

Con questo video tratto dagli archivi di la7,ripropongo la morte di SALVATORE FERRARA ammazzato al rione berlingieri,all'interno del bar mery,e della morte del suo assassino avvenuta poche ore dopo LUIGI MAGNETI.

E' NATA DENISE CUTOLO, FIGLIA DEL 41 BIS

Denise, concepita in provetta, è figlia di Raffaele Cutolo, l'ex capo della nuova Camorra organizzata, condannato a 9 ergastoli.

L'ARRESTO DEL LATITANTE VINCENZO LICCIARDI

CAMORRA, ARRESTATO IL CAPO DEL CLAN ABBINANTE

Questo video mostra l'arresto di uno dei capi degli scissionisti di secondigliano,GUIDO ABBINANTE mentre viene ammanettato dai carabinieri.

"GOMORRA" SCONFITTA, AI CASALESI ERGASTOLO ANCHE IN APPELLO

CAMORRA, PARLA LA MOGLIE DI SANDOKAN: MIO MARITO È INNOCENTE

Giuseppina Nappa è stata arrestata ieri nel blitz delle forze dell'ordine contro il clan dei Casalesi,ma non risparmia dopo due giorni di convcare una nota giornalista della tv la7,per ribadire la totale innocenza del marito,un perseguitato secondo lei,e la speculazione che si fa sulla camorra,secondo la signora nappa c'e' chi si arricchisce chi fa politica e chi carriera..

UN SUPERPENTITO RIVELA: ROBERTO SAVIANO MORTO ENTRO DICEMBRE

L'autore di "Gomorra" nel mirino del clan dei Casalesi: volevano farlo saltare in aria sull'autostrada Roma-Napoli

CAMORRA, ARRESTATO IL BOSS CHE AMA L'ARTE

Visto che l'articolo sul suo arresto lo trovate gia' nel mio blog vi mostro adesso solo le immaggini dell'arresto del mezzo boss TOMMASO PRESTIERI.

E' MORTA MIRIAM MAKEBA, AVEVA APPENA CANTATO PER ROBERTO SAVIANO

Si è battuta fino alla fine per gli ideali in cui credeva Miriam Makeba, morta ieri sera subito dopo essersi esibita a Baia Verde di Castel Volturno in un concerto contro la camorra e contro il razzismo, in difesa dello scrittore Roberto Saviano. E' stata colta da malore dopo essere scesa dal palco. Subito soccorsa e trasportata alla clinica Pineta grande, poco dopo ha avuto una nuova crisi cardiaca ed è deceduta. Soprannominata "Mama Africa" Miriam Makeba aveva 76 anni. Nata a Johannesburg il 4 marzo 1932, era diventata il simbolo della lotta anti-apartheid nella sua Sudafrica e per il suo impegno contro il razzismo era anche diventata delegato delle Nazioni Unite. Iniziò a cantare negli anni Cinquanta, ma fu negli anni Sessanta che raggiunse il successo internazionale con brani come come Pata Pata, The Click Song, Malaika. Il governo sudafricano nel 1963 la condannò all'esilio. Tornò nel suo paese solo nel 1990, su invito di Nelson Mandela. Una vita difficile la sua, segnata anche dalla morte nel 1985 della sua unica figlia, Bongi. Nel 2005 Miriam Makeba diede l'addio alle scene con un tour mondiale, ma ieri era tornata a cantare a Castel Volturno, per fare ascoltare un'ultima volta la sua voce contro le discriminaizoni e in difesa dei diritti civili.

AGGUATO A SECONDIGLIANO, AVVERTIMENTO DELLA CAMORRA

Questo e' il video che i telegiornali nazionali hanno mandato in onda dopo la sparatori avvenuta a secondigliano in una sala giochi,dove sono rimasti feriti cinque ragazzini tra i 12 e i 15 anni.La notizia era fresca,dunque priva di fondamento,visto che nel giro di pochi giorni gli investigatori sono risaliti al vero quesito della sparatoria.Ovvero questa volta la camorra non c'entra niente,la sparatoria e' avvenuta dopo che nel multibit di casoria si sono affrontati ragazzini del rione berlingieri e ragazzini di afragola,gli afragolesi avuta la peggio hanno lavato l'affronto col piombo,andando a secondigliano per punire gli aggressori,sparandone cinque di loro,cose dell'altro mondo ragazzini gia' armati fino ai denti.

lunedì 24 novembre 2008

UN TELEFONO CELLULARE PISTOLA

E' di oggi la notizia del fermo di un'uomo avvenuto a torre del greco,che trasportava due zaini in cui all'interno aveva nascosto armi e droga.Ma la notizia che ha dell'incredbile e che e' stata trovata un'arma stile agente 007,ovvero una pistola cellulare,di piccolo calibro ma che comunque e' in grado di ucidere.Cosi' si nota come la camorra fa di tutto per ammazzare e difendersi da se stessa,andando alla ricerca di armi stravaganti ma micidiali allo stesso tempo.Guardate questo video e vedete cosa si sono inventati.

IL PAPA' DI SANDOKAN E LA IENA GOLIA

Ancora un servizio della iena giulio golia che si reca nel casertano e piu' esattamente a casal di principe per seguire una conferenza anticamorra dello scrittore e autore del libro gomorra roberto saviano.Prima di intervistare saviano,golia fa un giro per il paese per chiedere alle persone del posto cosa ne pensano di saviano e del clan dei casalesi.La cosa sconcertane e',che senza volerlo si trova ad intervistare proprio il papa' del capocamorra francesco schiavone alias sandokan,che non solo sputa a ero su saviano,ma attacca l'intero complesso camorristico secondiglianese definendoli mezzi guappi uomini di niente e gente di fognatura,da vedere per intero il filmato.

IL PRETE CORAGGIO DEL RIONE MONTEROSA

Questo video tratto dalla trasmissione televisiva le iene,mostra GIULIO GOLIA iena storica intervistare padre aniello,prete anticamorra del rione monterosa di secondigliano.Uno di quelli tosti,che non ha paura di uscire dalla chiesa per avviarsi per le strade del rione facendosi vedere come monito anticamorra,mentre la iena lo intervista e gli fa domande sulla camorra.Un bellissimo esempio di uomo e prete anticamorra che pero' subito dopo questo filmato e' stato minacciato dai clan che gli hanno consigliato di abbandonare la chiesa e il rione,ma don aniello e' un grande continua nella sua battaglia contro i clan e la camorra..

ACERRA TERRA VIOLENTATA DALLA CAMORRA

Guardatevi questo bel documentario girato ad acerra che mostra ancora una volta come la camorra e le istituzioni hanno violentato la nostra terra,facendo entrare migliaia di tonnellate di rifiuti e quant'altro.

IL VIDEO DEL POVERO TOTONNO

Questo vieo lo pescato su you tube,si vede un drogato vicino la fermata del pulman e qualche coglione che gli incita di ballare mentre lo riprende col telefonino.Poi il ragazzo in avanzato stato confusionale dovuto alla droga incomincia a ballare,ci si ride e si firma un povero sfortunato ragazzo che suo malgrado e' finito nelle grinfie della camorra.Il fatto che fa arrabbiare e' che questo ragazzo e' morto di overdose,si il ballerino,lo trovarono un venerdi' mattina i carabinieri in via limitone di arzano con un ago conficcato in un braccio in un vecchio prefabbricato abbandonato.Il suo corpo era gia' in avanzato stato di decomposizione,la morte era avvenuta molti giori prima,ma nelle sue tasche furono trovate foto che ritraevano la mamma i fratelli e sorelle con dediche da lui scritte,che in qualche modo chiedevano perdono per i dispiaceri che la sua malattia aveva provocato in famiglia.Molti su you tube chiedono al cretino che lo a messo in rete di toglierlo per rispetto ormai del defnto totonno cosi' lo conoscevano in molti,ma tutte richieste andate a vuoto.Ma siamo sotto un cielo immenso stellato,quello che e' accaduto a totonno puo' accadere a tutti compreso me voi e i cretini che lo hanno ripreso col telefonino,penso che merda siamo noi napoletani rispetto zero verso tutto e tutti.

IL VIDEO SCANDALO DELLA MONNEZZA

Uno stralcio di video ripreso dal documentario o'sistema ci mostra e fa capire perche' napoli e' invasa dalla monnezza,e questa monnezza a chi fa arricchire visto che ci sono non solo i camorristi che ci mangiano sopra,ci sono politici e interi comuni a farlo,poi le infiltrazioni camorristiche nel comune e se non proprio nel governo visto che permettano tanto.Guardate e giudicate,capite perche' molti ragazzi compreso io siamo costretti ad andare a lavorare nel nord italia,i concorsi?tutte siocchezze dopo questo video.

MARCO TRAVAGLIO SULLA CAMORRA E I MEDIA

Mi e' sembrato giusto pubblicare sul mio blog il discorso tratto in questo video dalla trasmissione anno zero,in cui MARCO TRAVAGLIO spara come al solito a zero sui politici e sui media che ultimamente sembrano seguire solo gli ordini dei loro amici e padroni politici.Difatti il suo discorso e' molto intelligente e acuto,spiega come i vari tg omettono molte volte di parlare di camorra,ovvero ne parlono ma solo quando viene arrestato un latitante o per mettere in mostra l'acutezza e la risoluzione delle forze dell'ordine contro il crimine,entre invece ci bombardano solo ed esclusivamente di quello che voglio loro,le loro notizie,ma seguite il video e capirete.

LA POSSIBILE CHIAVE DI LETTURA DELLA STRAGE DI CASTELVOLTURNO SECONDO SAVIANO

Roberto saviano racconta cosa si nasconde realmente dietro la mafia nigeriana che ultimamente sembra si stia contrapponendo alla camorra campana.La mafia nigeriana,e' una realta' ancora piu' cruenta della camorra,si parla di ragazzine appena 12enne vendute come schiave oppure costrette a prostituirsi,ma non solo,il traffico abnorme di droga che arriva puntualmente dalla nigeria,e sembra che i nigeriani si siano stancati di dare quote alla camorra sui suoi traffici.Ma si sa anche come la camorra agisce essendo padrona sul proprio territorio,difatti questa quota che i nigeriani non volevano piu' pagare ai casalesi e sfociata nella strage dei negri avvenuta proprio a castelvolturno,in cui furono massacrati 6 immigrati.Ma adesso vedetevi questo video e giudicate voi le teorie dello scrittore e autore di gomorra..............

IL TG MOSTRA IL LUOGO DELL'AGGUATO COSTATO LA VITA A MARCO MAISTO O'MERICANO

Questo video mostra come la camorra massacra sempre piu' stesso i propri manovali talvolta giovani,inesperti e senza cattiveria vittime e carnefici di una camorra spietata,mostruosa,che con il suo disprezzo verso la vita e i valori regna sovrana ormai in tutta la campania.Questo video mostra il posto dove sono stati massacrati MARCO MAISTO 22enne appena, detto o'mericano e GIOVANNI IRROLLO incensurato 23 enne.Molto probabilmente vittime degli scissionisti,sul luogo dell'agguato venne arrestato anche il fratello di marco ALESSANDRO MAISTO indagato per il duplice omicidio dei fratelli girardi ammazzati ad arzano un anno prima.

OLTRE OGNI LOGICA CRIMINALE

Sempre su you tube mi sono imbattuto in questo superbo video denuncia davvero molto drammatico con scene che mostrano la cruda reala' della camorra e della mattanza e la cattiveria che produce in chi cade dentro questo crudo e drammatico destino.

I SOLDATI DELLA PIAGA

Questo video mostra un po per volta tutti i soldati della piaga che chiamano camorra.La prima immagine inizia con il boss italoamericao lucky luciano,2 pasqualone e'nola,3 pupetta maresca,4 raffaele cutolo,5 michele zaza,6 luigi giuliano,7 antonio bardellino,8 carmine alfieri e paolo sorprendente,9 francesco mallardo,10 eduardo contini,11peppe misso,12 ciro mazzarella,13francesco schiavone,arresto di carmine alfieri,14iil latitante michele zagaria,15il latitante antonio iovine,16mario fabbrocino,17maria licciardi,18paolo di lauro,19cosimo di lauro.Be lo trovato su you tube ma i nomi alle foto lo dati io,buona visione.

IL RIFUGIO DI SANDOKAN

Questo spezzone video tratto dal dvd o'sistema,mostra il rifugio del bosso of boss dei casalesi FRANCESCO SCHIAVONE detto sandokan,dove e' rimasto nascosto per ben 20 anni sfidando lo stato diventando padre per ben tre volte.Oltre il rifugio il video mostra la passione e l'hobby del boss per l'arte e la pittura in generale,mostra due quadri,un suo autoritratto e un dirupo infuocato con un uomo che osserva la scena dall'alto.

domenica 23 novembre 2008

ILPROCESSO PER LA MORTE DI O' NIRONE CONTRO CUTOLO

Questo spezzone video,racconta il processo istituito ha carico di RAFFAELE CUTOLO nel lontano 1983,per l'omicidio del suo braccio destro VINCENZO CASILLO numero due della nuova camorra organizzata.Si tratteggia la figura del boss e si cerca di trovare le prove necessarie per condannarlo per detto omicidio.Tutto questo anche grazie alle rivelazioni di un signor pentito un certo pandico che accuso' anche ENZO TORTORA,uno psicopatico in cerca di notorieta' ma che trovera' in questo processo solo il piu' ridicolo e freddo disprezzo che il professore gli poteva riservare,durante tutto il processo non lo degna nemmeno di uno sguardo,come se chi stesse parlando per accusarlo fosse solo un fantasma seduto su una sedia.Il processo si chiude con la piena estranieta' di cutolo per l'omicidio del suo alter ego piu' fidato,che per onor del vero 15 anni dopo un'altro collaboratore di giustizia affiliato al clan alfieri si autoaccusa di tale omicidio.

Patto scissionisti-calabresi contro Di Lauro


Gli “scissionisti” (ora definiti nelle mappe di camorra “clan Amato-Pagano”) ebbero anche l’appoggio di malavitosi calabresi legati alla “’ndrangheta” nel corso della tremenda faida di Secondigliano. Tanto che alcuni emissari della cosca opposta ai Di Lauro, accompagnati da due affiliati ai Mammoliti, si recarono alla Sanità per convincere i Misso a schierarsi dalla loro parte. Ma Michelangelo Mazza, oggi pentito ma allora esponente di vertice del gruppo di malavita capeggiato dallo zio boss Giuseppe “’o nasone”, rifiutò. Aveva già detto di no a Cosimo Di Lauro e mantenne il proposito di restare equidistante. Il retroscena, inedito, rappresenta una circostanza inquietante e al tempo stesso spiega la forza dei vincitori della guerra di camorra di Secondigliano. Ecco le dichiarazioni sull’argomento di Michelangelo Mazza, rese il 30 ottobre 2007 al pm Stefania Castaldi, con la consueta premessa che le persone tirate in ballo devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria. «Ciro Beninato mi disse che erano venute delle persone che chiedevano di parlarmi ed erano appoggiate a casa di Salvatore Torino. Risposi a Beninato che li avrei incontrati nel “basso” in cui io svolgevo normalmente gli incontri di affari per il clan. Quando vi giunsi, vennero due soggetti che si presentarono come affiliati alla “’ndrangheta” e in particolare ai Mammoliti. Uno dei due, quello che parlava, si chiama Fulvio, è alto, robusto e biondo di capelli; l’altro di cui non conosco il nome, era più basso, tarchiato e bruno. Erano presenti anche Salvatore Torino, Salvatore Cipolletta e mio fratello Antonio. I calabresi si presentarono ed ebbero fiducia in forza della conoscenza che c’era tra loro e mio zio Giuseppe Missi e ricordarono con mio fratello che quando lui era stato codetenuto con mio zio a Sollicciano, in quello stesso periodo erano detenuti in quel carcere anche dei capi del clan Mammoliti, tale Zì Luca, clan come detto a cui i due soggetti erano affiliati. I calabresi mi dissero di apprezzare la mia posizione di equidistanza e di non appoggio a Cosimo Di Lauro dicendomi di essere dispiaciuti di quello che Cosimo stava facendo a Gennaro Marino, che loro rispettavano e con cui avevamo sempre avuto ottimi rapporti. Che loro non condividevano ciò che stava facendo Cosimo nella faida, come ad esempio fare uccidere delle donne innocenti, com’erano avvenute appunto per Gelsomina Verde. Io ribadii che concordavo su questo ultimo punto con loro, che anche per noi per mano dei Licciardi avevamo subito l’omicidio di mia zia Assunta Sarno, moglie di Giuseppe Missi, e quindi comprendevamo il disappunto nel vedere uccidere delle donne durante una guerra di camorra ». La guerra di Secondigliano iniziò a settembre 2004. Furono le dichiarazioni del neo pentito Pietro Esposito “kojak” a chiarirlo. Il primo omicidio commesso dagli “scissionisti”, che aprirono così la faida di Secondigliano, fu quello di Francesco Giannino, 21enne così poco noto alle forze dell’ordine che nessuno investigatore riuscì a capire il movente subito. Eppure c’era: la vittima era legata da stretti vincoli di amicizia con i figli di Paolo Di Lauro e l’agguato voleva essere proprio una dimostrazione di forza agli eredi del latitante “Ciruzzo ’o milionario”. Ma non solo: anche l’assassinio di Massimo Mele, il 7 ottobre 2003, poteva essere ricondotto ai gravi contrasti sorti dopo l’allontanamento dal clan di Raffaele Amato “’o spagnolo”.

Verde, Di Lauro accusato da 4 pentiti



Il processo per l’omicidio di Gelsomina Verde è ad una svolta. Lo crede
la Procura Antimafia e lo crede il pubblico ministero Stefania Castaldi che
sostiene l’accusa dal giorno in cui ha firmato il decreto di fermo che raggiungeva
Cosimo Di Lauro. Per la prossima udienza ha citato Antonio e
Giovanni Pica e Maurizio e Antonio Prestieri. I quattro testi saranno collegati
in videoconferenza entro fine mese.
Il primo dei pentiti a parlare dell'omicidio è Maurizio Prestieri che ha
raccontato dell'omicidio di Gelsomina Verde e le sue dichiarazioni saranno
l'asso nella manica della Procura per chiedere la condanna all'ergastolo
per Cosimo Di Lauro quale mandante dell'omicidio di Gelsomina
Verde. È questa la svolta alle indagini sull'omicidio di viale privato
Agrilli a San Pietro a Patierno. Ieri intato è stato ascoltato Salvatore Torino
che ha confermato di aver saputo dal Salvatore Torino che il mandato
omicidio per l'omicidio di Gelsomina Verde era stato dato da Cosimo
Di Lauro. Lo Russo sarà sentito nella prossima udienza come testimone
di riferimento. Ieri come testimoni di riferimento alle dichiarazioni
di Michelangelo Mazza sono stati sentiti quattro presunti affiliati
ai clan di Secondigliano: Cortese e Penniello che si sono avvalsi della facoltà
di non rispondere perché imputato di reato connesso; Chiariello
Manganiello e Cafasso che hanno invece riferito di non essere a conoscenza
di ciò che diceva Mazza. Nella scorsa udienza, l'ex ras del rione
Sanità aveva riferito che aveva saputo in carcere, dal alcuni esponenti
di Secondigliano quello che era successo durante la faida e che Cosimo
aveva potere di decire la morte di tutti. Il processo, istruito dinanzi al
quarta Corte d'Assise di Napoli (presidente Giustino Gatti, giudice a latere
Isabella Iaselli) si chiuderà non più tardi della metà di dicembre.
Contro Cosimo Di Lauro hanno fino ad ora testimoniato Pietro Esposito
“'o Kojack" uno degli specchiettisti dell'atroce delitto, poi gli investigatori
che hanno seguito passo dopo passo le indagini ed hanno captato
le parole di uno degli affiliati ai Di Lauro che commentando l'omicidio,
faceva intendere che l'ordine era arrivato dall'alto, «perché senza Cosimo
non si muove una foglia» e infine i Misso. A tirare in ballo ?Cosimino?
(difeso dagli avvocati Vittorio Giaquinto e Saverio Senese) fu per
primo la ?gola profonda? della cosca Pietro Esposito detto ?'o Kojack?.
Era il 27 novembre del 2004, sei giorni dopo il crudele delitto di Mina, amica
dello scissionista Gennaro Notturno, fratello dei più noti Salvatore e
Vincenzo. Ma le indagini sull'omicidio del viale privato Agrilli a Secondigliano
sono andate avanti. Arrestato e condannato il boss Ugo De Lucia,
l'esecutore materiale della spedizione di morte, l'attenzione degli
inquirenti si è focalizzata sul mandante. Era il 22 maggio del 2005 quando
una microspia captò nell'auto di un affiliato al clan Di Lauro una conversazione
che confermava in pieno il quadro sostenuto dal pentito. Così
il castello accusatorio dei magistrati della Dda di Napoli pian piano
ha preso corpo fino a quando, il gip del Tribunale di Napoli ha emesso
un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti del padrino Cosimo Di
Lauro, capo indiscusso della cosca che fu del padre, e di Luigi De Lucia,
nipote di ?Ugariello?, quest'ultimo totalmente scagionato in quanto il
caso è stato archiviato. Secondo i magistrati anticamorra l'omicidio di
Mina Verde è da inquadrare nell'ambito di una sorta di ?strategia militare?
pianificata dal clan Di Lauro durante la faida di Scampia finalizzata
non solo all'eliminazione fisica dei rivali, ma anche di tutte le persone
che avevano rapporti con gli scissionisti. La 23enne, infatti, fu eliminata
dopo essere stata torturata.

sabato 22 novembre 2008

Avvertimento per il ras Altamura


Tre colpi di pistola calibro 9, un marchio doc della camorra. Sono stati esplosi l’altra notte contro l’abitazione di Raffaele Altamura, componente del gruppo di mala di San Giovanni a Teduccio vicino ai Rinaldi e per anni in guerra con i Formicola, alleati dei Mazzarella. E proprio al clan del “Bronx” gli investigatori guardano per risalire al movente e agli autori del raid, compiuto poco prima dell’una in corso Protopisani. La polizia ha trovato i bossoli davanti all’ingresso della palazzina e un’ogiva sulla finestra dell’appartamento, all’interno del quale stava dormendo il presunto destinatario del messaggio criminale. Non è la prima volta che ignoti pistoleri fanno fuoco contro l’edificio di Raffaele Altamura. Un anno e mezzo fa, sempre di notte, si verificò un episodio molto simile: due giovani in sella a una motocicletta, secondo le vaghe ma coincidenti testimonianze sul punto, spararono senza colpire nessuno e con il chiaro intento di intimidire il bersaglio. È la stessa pista seguita ora dai poliziotti della squadra giudiziaria del commissariato San Giovanni-Barra, che hanno raccolto la staffetta delle indagini dai loro colleghi delle Volanti. Gli investigatori pensano soprattutto a vecchie ruggini per spiegare la sparatoria, non all’inizio di una nuova fase della guerra di camorra che insanguinò San Giovanni a Teduccio fino alla fine degli anni Novanta. In questo caso, Raffaele Altamura sarebbe stato preso di mira soltanto perché componente del gruppo con base sul corso Protopisani. Gli Altamura sono una famiglia decimata dalla camorra e dai “botta e risposta”. A capo c’era Luigi Altamura, vecchio contrabbandiere di sigarette. La morte per lui arrivò il 26 giugno del 1996 mentre era con il figlio Pasquale, anch’egli assassinato dai killer. Negli anni precedenti erano stati ammazzati altri due Altamura: Giovanni e Raffaele. Clamoroso fu l’agguato contro “zì Luigi”: era a bordo di una Y10, guidata dal congiunto, quando i sicari entrarono in azione davanti a decine di persone terrorizzate. Un inferno di piombo, una pioggia di proiettili che si abbattè sui due “bersagli”. Entrambi morirono all’istante. Un altro componente della famiglia Altamura salì alla ribalta delle cronache un mese dopo il raid costato la vita a Bernardo Formicola. Fu sottoposto a fermo per l’omicidio, dopo che le impronte digitali trovate sull’auto utilizzata dai killer erano “compatibili” con le sue. La polizia scientifica le aveva prese sullo specchietto retrovisore della vettura, abbandonata nei pressi del porto del “Granatello” di Portici. Il ras stava mangiando con due suoi amici in un ristorante vicino quando i killer fecero irruzione all’interno. Nell’area orientale di Napoli la malavita ha una caratteristica particolare, che la rende molto somigliante alla mafia siciliana: le vendette scattano anche a distanza di molti anni. Ma nel caso dell’altro notte, comunque, non si tratta di questo.

lunedì 3 novembre 2008

TENTATA STRAGE DI BAMBINI A SECONDIGLIANO




Ancora far west a secondigliano,questa volta cosa ancora piu' grave e' stato il fatto che i killer non hanno ammazzato un pregiudicato,oppure ferito qualche spacciatore per uno sgarro,no,rabbrividisce il fatto che i killer sono entrati in azione per gambizzare cinque ragazzini,il piu' grande di loro appena 16enne.L'agguato e' scattato in via abate desiderio,all'interno di un circolo ricreativo,dove i minori piu' il gestore, stavano seguendo il dopo partita della juventus,all'improvviso si sono materealizzati i killer,secondo le prime testimonianze almeno quattro su due moto,con il volto coperti da caschi,e hanno incominciato ad aprire il fuoco,sono stati repertati almeno quaranta bossoli di calibro 9x21.Si sono viste scene apocalittiche,i ragazzini si sono riparati dietro alcuni calcio barilla ma sono stati colpiti ugualmente dalle pallottole,tre alle gambe e due alla spalla.Gli inquirenti stanno battendo tutte le piste per capire cosa si nasconde dietro il ferimento di questi cinque bambini,e per catturare i killer che hanno osato tanto, dimenticando le antiche regole della camorra,donne e bambini non si toccano.Ma spuntano gia' le prime ipotesi,secondo molti abitanti del rione berligieri,l'agguato e' riconducibile alla mega rissa scoppiata sabato sera sul mega cinema uci cinemas,sito a casoria.Secondo alcuni,ci sarebbe sempre un gruppo di bambini comandati da un noto figlio di un pregiudicato molto violento che scorazza per le vie del rione belingieri seminando panico tra i residenti.E' probabile che nella rissa avvenuta all'uci fosse coinvolto pure lui,prima le occhiate,poi le minacce e infine i fatti,bambini sotto i 15 anni che gia' camminano armati di coltelli,e nella rissa si e' scongiurato il peggio grazie al tempestivo intervento dei carabinieri.Dunque ricapitolando,nella rissa si sono scontrati ragazzini del rione berlingieri,e ragazzini di afragola,quest'ultimi hanno avuto la peggio,si sono visti minacciare con coltelli,e sembra che sia stato ferito il figlio di un noto pluripregiudicato di afragola,e questo abbia ordinata la spedizione punitiva.Pero' sembra strano il fatto che i fragolesi si siano avvalsi di tanto coraggio visto gli spietati clan che agiscono a secondigliano,ma resta il fatto che questa camorra diventa sempre piu' forte e' spietata arrivando ad ordinare un agguato contro cinque ragazzini inermi,vittime della stessa camorra che inesorabilmente i bambini ricalcano gli esempi dei tanti che circolano per le strade di una napoli colerica.

domenica 2 novembre 2008

«Giuliano ha svelato 100 omicidi»(archivio)


Luigi Giuliano ha ricostruito più di cento omicidi. Ha svelato le responsabilità individuali di più di cento omicidi, avvenuti in un arco di tempo molto ampio, che lo ha visto dominare la camorra napoletana, tra gli anni Settanta e la fine degli anni Novanta, prima di passare dalla parte dello Stato, nella clamorosa scelta collaborativa dell’undici settembre del 2002. Lo ha scritto il gip del tribunale di Roma Zaira Secchi, nel corso della valutazione dell’attendibilità dell’ex re di Forcella. Il giudice del tribunale capitolino fa infatti riferimento ad una doppia attendibilità del boss-pentito, di tipo oggettivo, per la competenza sugli argomenti trattati, e di tipo soggettivo, per la straordinaria mole di informazioni che il pentito avrebbe reso sin dalle prime pagine della sua collaborazione. Il gip fa dunque riferimento alle motivazioni che hanno spinto le autorità giudiziarie ad accordare premi e benefici al boss-pentito: «Vi è anche un’essenziale attendibilità “soggettiva”, che si evince dal contenuto della proposta di definizione dello speciale programma di protezione redatta dalla Procura di Napoli il 28 marzo del 2003, nella quale si traccia la storia dell’intero percorso di collaborazione del Giuliano, collaboratore che ivi si definisce come «uno dei risultati investigativi più importanti per la Dda di Napoli» e che ivi si qualifica come «di straordinaria novità e rilevanza». E il gip sottolinea: «Si dice nella proposta di programma di protezione redatta dalla Procura di Napoli, che il Giuliano ha, tra l’altro, «fornito dichiarazioni utili per la ricostruzione dei fatti e l’individuazione delle responsabilità di mandanti ed esecutori di quasi cento omicidi ed agguati commessi sul territorio napoletano fra il 1978 ed il 2002 circa». Dunque: «I dati forniti dal collaboratore hanno consentito di individuare le persone effettivamente coinvolte in uno straordinario numero di episodi gravissimi accaduti nell’arco temporale di oltre vent’anni nel territorio napoletano, fino a quel momento rimasti impuniti. Infatti, la Procura di Napoli chiarisce in quella proposta che le dichiarazioni rese dal collaborante sono già state sottoposte a verifiche investigative attraverso il Centro Operativo della Dia di Napoli e che tutto ciò ha consentito di acquisire i primi riscontri alle dichiarazioni del collaborante. Un attestato al merito, dunque, per un collaboratore di giustizia che in altri contesti è stato invece bollato come scarsamente attendibile. Va infatti ricordata la sentenza di assoluzione di Giuseppe Misso, come presunto mandante dell’omicidio Esposito: qui i giudici della terza Assise, presidente Achille Scura, sostengono il carattere tendenzioso che sottende alle dichiarazioni di Giuliano: odio e bugie dietro un impianto accusatorio motivato da un rancore personale verso l’imputato. Un personaggio sempre al centro delle inchieste napoletane, dunque, la cui testimonianza avrebbe reso notizie su più di cento omicidi.

Pentito protetto in cella(archivio)



È già stato spostato dal regime carcerario ordinario a quello differenziato Pasquale Petrillo, aspirante collaboratore di giustizia dall’altro ieri. Con un colpo di scena in aula ha confessato di aver ucciso il ras Maurizio Russo, rivale nella gestione degli affari illeciti sui Quartieri Spagnoli, accusando anche i due presunti complici: Vincenzo Virgilio “’o birillo” e Rosario Buccino, compositore neomelodico. Il quarto componente del commando, Vincenzo Amore “’o torinese”, aveva già provveduto a dirlo ai pm antimafia. Pasquale Petrillo per l’omicidio Russo ha già incassato in primo grado 24 anni di reclusione, una sentenza contro la quale è pendente un ricorso della procura per l’esclusione dell’aggravante camorristica. L’altro ieri il fratello di Carmine “’a presella” (assolutamente estraneo alla vicenda) era in aula per il processo a suo carico per detenzione di pistola e spari in luogo pubblico. Per il clamoroso delitto di via Santa Maria Ognibene la sua posizione venne stralciata e grazie alla difesa dell’avvocato Giuseppe De Gregorio, la condanna non è stata pesante. Per l’omicidio Russo, Vincenzo Virgilio e Rosario Buccino sono imputati a piede libero. Fino all’altro ieri li accusava soltanto Vincenzo Amore. Ma adesso, a rendere più delicata la loro posizione, ci sono anche le dichiarazioni di Pasquale Petrillo. Mancano però, almeno finora, i riscontri e per questo non era stata chiesta a loro carico alcuna misura cautelare. Una vicenda anomala quella che vide appunto i due personaggi noti nel dedalo di vicoli dei Quartieri Spagnoli, perché pur essendoci allora la contestazione di omicidio nei confronti dei due, gli indizi mossi dalla procura non sono bastati a far finire in manette i due indagati. In effetti la stessa circostanza che Pasquale Petrillo, quando fu arrestato a Taormina dalla polizia era in compagnia di Rosario Buccino, di per sé non significa nulla. Vincenzo “’o birillo” (fratello del più noto Rosario “capellone”, che nulla c’entra con la vicenda) l’ultima volta fu arrestato per ricettazione e una volta scarcerato, si è sempre visto poco sui Quartieri Spagnoli. Buccino invece è sparito dalla circolazione in seguito a un’inchiesta antidroga della procura di Catania in cui fu coinvolto per un equivoco anche un cantante neomelodico che aveva un rapporto di lavoro con lui. Cantante melodico e compositore, infatti, furono uniti non soltanto nella musica ma anche nella disavventura giudiziaria. Per il primo, 21enne incensurato di San Giovanni a Teduccio, scattarono le manette ma fu scarcerato già dal gip per mancanza di indizi sufficienti mentre il 30enne di via Concezione a Montecalvario, fu inseguito da un’ordinanza di custodia cautelare. Tra gli arrestati c’è anche una 36enne della zona di Sant’Erasmo a Napoli, sposata con un boss catanese.

IL CARNEFICE DI GIGI E PAOLO

Ecco l'uomo che con il suo pentimento ha fatto chiarezza sul duplice omicidio di GIGI e PAOLO i due ragazzi massacrati a pianura nel 2000 perche' scambiati per sentinelle della famiglia avversaria dei lago.Oggi vergognosamente parlando e' un'uomo libero,libero perche' o stato gli ha concesso gli arresti domiciliari in una localita' protetta,cosi' uno spietato killer pentitosi per sfuggire alla galera torna in liberta' perche' la legge gli riconosce l'attenuante di collaboratore di giustizia.E' scandaloso,pentito si,ma non certo per gli omicidi commessi,solo per non stare troppo tempo in prigione,ma meriterebbe la sedia elettrica sporco assassino.

sabato 1 novembre 2008

Raffaele Stolder lascia il 41 bis(archivio)




Dopo molti anni di ininterrotta detenzione al 41bis, da ieri il boss della Maddalena Raffaele Stolder non è più costretto al carcere duro. Gli avvocati difensori, Raffaele Chiummariello e Massimo Vetrano, hanno vinto la battaglia giudiziaria e il Tribunale di Sorveglianza di Ancona ha revocato il provvedimento. Con la conseguenza immediata che il detenuto eccellente è stato trasferito dal carcere di Ascoli Piceno a un altro istituto penitenziario. La decisione dei magistrati di Sorveglianza alleggerisce la posizione carceraria di Raffaele Stolder, fratello di Amalia, vedova di Carmine Giuliano “’o lione”. Ma i penalisti non si fermano e puntano a smantellare le accuse a carico del loro assistito non ancora condensatesi in sentenze definitive. Infatti il ras della Maddalena, in carcere dal ’93, ha subito l’ultimo dispiacere giudiziario a marzo del 2000, ricevendo dietro le sbarre un nuovo provvedimento restrittivo. Era stato il pentito Gugliemo Giuliano di Forcella, “o’ stuorto”, a tirarlo in ballo a proposito del triplice omicidio Cella-Lollo-Guazzo. Ma sulla vicenda c’è stata una doppia assoluzione per Raffaele Stolder. La prima Corte d’Assise d’appello del tribunale di Napoli il 10 febbraio scorso ha infatti confermato il dispositivo di primo grado, giudicandolo innocente rispetto all’accusa di aver fatto parte del commando di morte che il 14 settembre del 1983 liquidò Cella, Lollo e Guazzo, al termine di una spedizione punitiva che avrebbe avuto una matrice ideologica, oltre che squisitamente camorristica. La prima Corte d’Assise non ha creduto dunque alla tesi sostenuta dai pentiti Guglielmo e Luigi Giuliano circa i moventi e i responsabili dell’agguato. In particolare il boss-pentito della camorra napoletana aveva sostenuto che Cella, Lollo e Guazzo vennero ammazzati per aver montato, per conto suo, un palco nel rione Sanità, dove avrebbe dovuto tenere un comizio il candidato del partito socialista in occasione di una delle tante tornate elettorali della prima Repubblica. Secondo il collaboratore di giustizia i tre “guaglioni” di Forcella avrebbero pagato con la vita il rifiuto di Giuseppe Misso di sostenere il candidato socialista nella zona di largo Donna Regina. Una tesi suggestiva, che non ha trovato riscontro per tre volte consecutive nel corso degli ultimi anni: con l’assoluzione passata in giudicato di Giuseppe Misso, e con la doppia assoluzione di Raffaele Stolder, ritenuto all’epoca legato al sodalizio del rione Sanità. Decisivo, ai fini dell’assoluzione di Stolder, il lavoro difensivo del penalista Raffaele Chiummariello, che ha evidenziato le contraddizioni delle rivelazioni di Luigi Giuliano: il pentito avrebbe infatti collocato il triplice omicidio in un momento in cui le candidature per le amministrative del 1983 non erano state ancora decise dal vecchio Psi.

Detenuta si impicca in cella con i lacci delle scarpe archivio


Si è tolta la vita nella cella del reparto osservazione sanitaria del carcere di Pozzuoli (nella foto), in quanto tossicodipendente, aprofittando del fatto che era rimasta da sola. La donna, una giovane immigrata di colore arrestata per spaccio di droga all’inizio del mese, ha fatto un cappio con i lacci delle scarpe e si è impiccata alle sbarre. Gli agenti dell’istituto di pena l’hanno trovata quando ormai era troppo tardi. È l’ennesimo suicidio che si consuma nelle carceri napoletane, dopo quelli a Poggioreale e a Secondigliano. La donna è morta lo scorso 4 novembre ma la notizie si è appresa solo ieri ed è stata confermata dai rappresentanti della polizia penitenziaria. «La situazione è veramente allo sfascio negli istituti di pena napoletani - ha detto Pasquale Montesano, segretario nazionale dell’Osapp -. D’altra parte la grave carenza di organico non permete di avere nelle carceri un controllo su tutti i soggetti che sono a rischio autolesionismo. Nei prossimi giorni la nostra organizzazione porrà in essere una serie di inziative per richiamare l’attenzione sul problema degli organici insufficienti». Intanto dal Dap fanno sapere che ammontano a poco più di 11 milioni di euro i lavori ristrutturazione che saranno eseguiti nei prossimi due anni nelle carceri italiano, tra cui anche l’istituto di Secondigliano, per il quale sono stati stanziati due milioni e mezzo di euro. Mentre sono conclusi o in fase di ultimazione i lavori per creare sezioni “ad hoc” da destinare ai detenuti in 41 bis (il cosiddetto “carcere duro”) nei penitenziari di L’Aquila, Spoleto e Milano Opera. I dati emergono dalla relazione semestrale che il Ministero della Giustizia ha inviato al Parlamento sullo stato di attuazione del programma di costruzione e di adattamento delle carceri.della sezione 41 bis.

Del Gaudio è stato ucciso»archivio


Pietro Del Gaudio (nella foto), detenuto nel carcere di Secondigliano, stava facendo lo sciopero della fame e la morte l’aveva messa nel conto dei pranzi e delle cene che aveva deciso di saltare. Ma morire di fame sotto stretta sorveglianza non è un’impresa facile. Per questo sono state aperte due inchieste, una della Procura e una interna, disposta dalla direzione del penitenziario. All’interno della casa circondariale ci sono agenti che vigilano sui detenuti, ci sono medici ad occuparsi del loro stato di salute. Bisogna accertare se tutto è stato fatto secondo coscienza e rispettando i protocolli previsti in casi come questo. Bisogna capire se Del Gaudio è stato portato al pronto soccorso dell’ospedale “Cardarelli” già in fin di vita. Ognuno avrà i suoi buoni motivi da spiegare al magistrato. Ma contro i buoni motivi ci sono le denunce degli altri detenuti. A “il Giornale di Napoli” ne sono state inviate due. “Ciò che è successo a Del Gaudio è un omicidio”, dicono i detenuti nella prima lettera. “Hanno tutti la colpa della morte di Pietro perché lo hanno sempre trattato in malomodo, e ancora oggi che è morto, non hanno fatto altro che ripetere se n’è andato un altro scemo”, scrivono i reclusi. “Pietro stava qui in sezione con noi, sappiamo tutta la sua storia, era una persona normale ma era caduto in una forte depressione. Tutti ci prendevamo cura di lui, perché gli volevano bene. Qui dentro si perde tutto”. Poi incalzano: “Ci aspettiamo che venga qui in carcere una commissione per poter urlare tutto ciò che ci è impedito di dire. Per qualsiasi inchiesta noi saremo presenti. Direttore aiutateci se no qui moriremo tutti, giorno per giorno”, concludono i detenuti. La seconda lettera la scrive un detenuto che si trova nel reparto clinico del carcere di Secondigliano è che è stato nello stesso settore di Del Gaudio. Del Gaudio stava male da molti più giorni di quanto è stati dichiarato, evidenzia il recluso, che precisa: “Più volte chiamavamo i medici, gli infermieri. Sapete cosa ci rispondevano? Con un sorriso stampato sul viso ci dicevano che stava fingendo, e così lo hanno fatto morire. Noi siamo disposti a pagare per i nostri errori, ma non con la morte, conclude il detenuto che rivolge un appello al Presidente della Repubblica, Azeglio Ciampi e uno al Guardasigilli, Roberto Castelli “che ha definito le carceri alberghi a cinque stelle

Muore in cella boss del clan Lago archivio


Come doveroso e' applauire e ringraziare le forze dell'ordine per il loro impegno contro il crimine,cosi' e' anche doveroso denunciare le tante angherie e soprusi che subiscono chi va in carcere,dove la legge specifica che deve essere un luogo educativo oltre che punitivo,ma non un luogo di tortura.Cosi' prendo da archivi i molti suicidi sospetti avvenuti nelle celle dei penitenziari nazionali.Non ha fatto in tempo ad arrivare in ospedale, a San Giovanni Rotondo, passando dal coma alla morte, probabilmente senza nemmeno accorgersene. Giacomo Talamo , presunto boss con ruolo di esecutore per il clan Lago, è morto domenica notte in cella, nel carcere di Foggia dove era stato rinchiuso dopo il mandato di cattura per una condanna a quindici anni, che lo inchiodava come esecutore materiale dell’omicidio di Bruno Rossi, ex boss della Nuova Mafia Flegrea, oggi collaboratore di giustizia. Giacomo Talamo non ce l’ha fatta, dunque, colpito da un improvviso acutizzarsi di un dolore ad uno degli arti inferiori, sul quale è possibile attendersi delle indagini di parte. Sarà infatti il penalista napoletano Ciro De Simone ad interessarsi della vicenda e a curare gli aspetti legali dell’ennesimo decesso in cella avvenuto per una morte non curata. Cinquantaquattro anni compiuti, Giacomo Talamo, parente e uomo di fiducia del boss di Pianura Pietro Lago, è solo l’ultimo nome iscritto nella galleria di morti napoletani dietro le sbarre, secondo statistiche che nel corso dell’ultimo anno hanno raggiunto picchi da brividi. Un evento luttuoso che non ha mancato di destare attenzione anche negli ambienti più popolari del quartiere della periferia ovest, dunque, dal momento che la morte di Talamo è stata già segnalata alle forze dell’ordine ed è apparsa iscritta nero su bianco su manifesti mortuari delle locandine di Pianura. Un personaggio noto, dunque, per il quale sono stati celebrati funerali ristretti ai parenti più prossimi, “blindati”, come si dice in questi casi, con tanto di controllo dell’ordine pubblico assicurato in modo discreto sul posto. Giacomo Talamo, secondo le indagini della Dda di Napoli, tentò di ammazzare il capoclan della camorra dell’area flegrea che riuscì a farla franca, nel corso della guerra degli anni Novanta. Per quell’omicidio mancato di Bruno Rossi, soprannominato il “corvo” e da tempo collaboratore di giustizia, lo scorso 20 luglio era stato spiccato un mandato di cattura eseguito dai carabinieri della compagnia del rione Traiano, all’epoca guidati dal capitano Francesco Rizzo. La condanna era stata spiccata dalla quinta sezione della Corte D’Assise di Napoli con l’accusa di tentato omicidio e detenzione e porto d’arma illegale. L’agguato contro il “corvo” risale agli inizi degli anni Novanta, quando Giacomo Talamo tentò di uccidere l’allora capo dell’omonimo gruppo camorrista operante a Cavalleggeri d’Aosta. Il malvivente lo affrontò sparandogli contro diversi colpi di pistola ma senza riuscire a portare a termine la spedizione di morte. In quell’agguato fu ferita anche una donna, colpita da un colpo vagante ad una gamba. Si rischiò l’ennesimo caso di omicidio di una persona innocente. Il pregiudicato si era reso irreperibile, dopo che era stato scarcerato e messo ai domiciliari il 20 gennaio dello scorso anno. A luglio scorso, i carabinieri lo hanno intercettato e arrestato nella notte. Il ricercato era stato individuato in via Campanile, a Pianura, nei pressi dell’abitazione della moglie, dove si era recato per una visita. Per lo spessore criminale dell’arrestato, gli inquirenti considerano la cattura un’operazione di notevole importanza considerato che Talamo, dopo il recente arresto del boss del gruppo camorrista facente capo al boss Antonio Varriale , sarebbe stato una persona potenzialmente in grado di riunire le frange sciolte dello storico clan Lago; cosca decimata dal martellante susseguirsi di arresti sul fronte della lotta al racket a Pianura, ad opera delle forze dell’ordine e della magistratura. Ma quello dello scorso luglio non fu l’unico arresto per il pregiudicato deceduto domenica notte. Talamo fu infatti arrestato il 27 giugno del 2001 e tornò in libertà nel gennaio dell’anno scorso per estorsione, un personaggio di primissimo piano, dunque, destinato a fare notizia anche da deceduto, dando vita all’ennesima polemica sulla mancanza di rispetto del diritto alla salute dietro le sbarre.

Sequino e castaldi,teniamo acceso il ricordo.


Poche settimane fa',la rai attraverso il programma (un giorno in pretura)ha voluto portare alla ribalta il barbaro assassino dei due ragazzi di pianura,massacrati perche' scambiati per sentinelle della famiglia dei lago,frazione opposta a quella dei killer che quella maledetta sera ne decretarono la morte,ripropongo i fatti a distanza di di tempo per tenere acceso il ricordo di questi due bravi ragazzi ammazzati da un'ignoranza atavica di nome camorra.Era una serata calda quel maledetto 10 agosto del 2000. Luigi Sequino e Paolo Castaldi erano fermi sotto la casa di Rosario Marra, genero del capoclan Pietro Lago e stavano discutendo dei programmi per le vacanze estive. Faceva caldo in casa e decisero di uscire. Poco dopo le 22 si udirono dei colpi di pistola. Uno, due, tre, dieci: fu una strage. I due giovani, scambiati per sentinelle del boss, caddero a terra in un lago di sangue. Fu uno scambio di persona perché Paolo e Luigi erano dei bravi ragazzi che la camorra l’avevano vista solo in televisione. Quattro anni dopo arrivò l’arresto dei responsabili. Il 21 dicembre in un blitz delle forze dell’ordine finirono in cella: Luigi Pesce, Pasquale Pesce, Luigi Mele, Eugenio Pesce. Dello stesso commando faceva parte anche Carmine Pesce, ucciso in agguato nel febbraio dell’anno scorso. Ieri c’è stato il rito abbreviato per uno dei presunti killer che ha confessato l’omicidio ed ha fatto luce sul ruolo degli altri. Luigi Pesce, collaboratore di giustizia, da gennaio dello scorso anno, è stato giudicato per omicidio. Ieri nel corso dell’udienza usufruendo dello sconto di pena per il rito abbreviato e per essere un collaboratore di giustizia è stato condannato a 18 anni di carcere. La sentenza è stata emessa nei suoi confronti dal giudice del Tribunale di Napoli, Gentile. Gli stessi capi di imputazione sono addebitabili per i cugini Pasquale ed Eugenio Pesce e Luigi Mele, esponente di punta del clan Marfella, la cui posizione sarà al centro del giudizio della Corte d’Assise di Napoli il prossimo 19 gennaio. La condanna del giudice è più alta rispetto alla richiesta del pm della Direzione distrettuale antimafia Luigi Frunzio, che aveva chiesto una condanna a 12 anni in considerazione della collaborazione fornita alla giustizia da parte dell’imputato. L’avvocato Antonio Maio, difensore di Vincenzo Sequino, il padre di Luigi, insieme all’avvocato Francesco Caroleo Grimaldi, aveva chiesto una condanna all’ergastolo evidenziando la premeditazione, l’uso di armi da guerra, la ferocia e la superficialità degli assassini. Il giudice ha tenuto conto evidentemente della collaborazione prestata alla giustizia, in ordine ad altri reati, da Luigi Pesce. L’accusa è stata “mite” perché aveva da parte sua evidenziato che l’uomo aveva contribuito a fare luce sulla posizione degli altri imputati in merito al duplice omicidio. L’avvocato Maio si definisce «parzialmente soddisfatto» per la sentenza, «soprattutto di fronte alla richiesta del pm». Secondo gli investigatori e grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia si è stabilita anche al dinamica dei fatti: I killer notarono la Lancia Y con i giovani a bordo. Luigi Pesce scambiò Luigi Sequino, seduto sul sedile anteriore dell’auto, per Salvatore Racise detto “Bemar”, un affiliato al clan Lago, e iniziò a sparare contro di lui gridando “muori bastardo”. Pasquale Pesce, invece, con la pistola calibro 9 sparò a Castaldi che, seduto alla guida dell’auto, venne però ferito anche da pallettoni destinati all’amico.