giovedì 30 ottobre 2008

I CAMORRISTI E LA LORO FEDE CRISTIANA




No e' sicuramente una leggenda,invece il fatto che RAFFAELE CUOLO abbia piu'volte manifestato la propria fede cristiana.Nella storia della camorra ci sono moltissimi esempi di camorristi che si dicono cattolici,che non nascondono la loro devozione a un santo e che sostengono di dover dare conto solo alla giustizia divina.Nella casa di forcella dell'ex boss LUIGI GIULIANO era di bella mostra una madonna alta quasi un metro e mezzo adornata di oro e preziosi,con dediche e ringraziamente di grazie ricevute e di fioretti portati a termine.Mentre all'ingresso subito dopo aver attraversato il portone super blindato della villa del padrino di secondigliano PAOLO DI LAURO,faceva bella mostra un quadro settecentesco di san gennaro,dove venivano portati fiori freschi tutti i giorni.Carmine alfieri il super boss della nuova famiglia,al momento del suo arresto stringeva un rosario tra le mani,e chiese umilmente alle forze dell'ordine di non portalo via,lo tenne per tutto il tempo dell'arresto e forse anhe della detenzione prima di decidere di passare ha collaborare con la legge.Il suo braccio destro invece,PASQUALE GALASSO aveva fatto del suo covo da latitante una piccola chiesa,i primi fotografi che si intrufolarono nel rifugo bunker quasi credevano di trovarsi in una chiesa,'cera di tutto compreso un piccolo altare per pregare con candelotti in oro con incenso ancora fumante,forse il boss aveva finito appena di pregare per scongiurare la sua cattura.Tutt'altra cosa invece era il delfino di PAOLO DI LAURO,parliamo di LUCIO DE LUCIA detto cap'e'chiuov ammazzato l'anno scorso,lui sentiva il bisogno della fede in modo particolare,e non con quadri o ornamenti vari,lui si era fatto tatuare un grande volto di cristo dietro alla schiena.Oppure che dire di GENNARO LICCIARDI il fondatore dell'alleanza di secondigliano,che era iscritto addirittura a una piccola associazione della madonna dell'arco,e quando c'erano le funzioni religiose il boss si emozionava fino a cadere per terra tremante,ripagano la folla con banchetti e facendo la spesa ai piu' bisognosi.Nelle case di affiliati alla camorra di napolo e provincia non e' difficile trovare-e lo dimostra i bliz delle forze dell'ordine-su como' nelle camere da letto o all'ingresso dell'abitazione foto,quadri o statue di santi.Come se essere cattolici serva a a dare una sorte di rispettabilita' a persone che vivono nill'illegalia' e amano definirsi uomini di rispetto.Il 30 marzo del 1986 RAFFAELE CUTOLO si confessa a monsignor ANTONIO RIBOLDI,vescovo di acerra che con la sua azione pastorale e' diventato un simbolo della lotta della chiesa contro la malavita e la camorra.L'incontro avviene in una saletta riservata del carcere di bellizzi irpino dove cutolo e detenuto.Per gli inquirenti l'uomo di ottaviano e' gia' un capo indiscusso della camora napoletana,e le indagini sul suo clan,la temuta n.c.o. sono gia' numerose.La visita di don riboldi era stata chiesta dallo stesso cutolo qualche mese prima.L'incontro viene consentito da una serie di restrizioni e da autorizzazioni accolte da ben 18 magistrati.Don riboldi si apparta col professore e lo confessa dei suoi mille peccati,poi dopo quasi 2 ore esce con viso rassenerato e soddisfatto dall'incontro.I giornalisti all'uscita del penitenziario porgono mille domande a don riboldi,che in modo pacato e gentile risponde che non puo' dire cosa si e' parlato durante la confessione,ma dice solo che cutolo e' un uomo cambiato e pentito,poi gli scappa una confidenza,il professore alla fine della confessione gli stringe le mani e con occhi lucidi gli confessa' che e' stato il giorno piu' bello della sua vita incontrare un uomo di chiesa e di rispetto come lo e' don riboldi.

mercoledì 29 ottobre 2008

Condannato il cassiere del clan Misso


Sono otto i pentiti che accusano Antonio Economico, uomo di fiducia del clan Misso, arrestato in esecuzione ad un decreto di fermo emesso dal pm della Dda Sergio Amato. Ieri è stato condannato a sei anni di reclusione dal gup Caputo. Il pubblico ministero Giuseppe Narducci aveva chiesto 10 anni di reclusione, era difeso dall’avvocato Mario Bruno che è riuscito ad ottenere un livellamento della pena. Economico era libero dal maggio del 2006, dopo essere stato scarcerato dal Tribunale del Riesame su istanza del suo avvocato di fiducia. A distanza di più di un anno ha dovuto fare ritorno in carcere. I collaboratori di giustizia, primo fra tutti Michelangelo Mazza, lo accusano di essere il tesoriere del boss della Sanità Giuseppe Misso. Dopo Mazza è stata la volta dei collaboratori Spirito, Puglia e i fratelli Giuseppe (nella foto) e Emiliano Zapata Misso. Proprio da loro sono partite le indagini della Dda di Napoli che hanno consentito di risalire ad un’imbarcazione ormeggiata accanto a Castel Dell’Ovo, formalmente intestata ad un commercialista napoletano, ma in realtà usata da Economico per incontri di affari. Un milione di euro per uno yacht, chiamato “Top cigarette american”, su cui Economico si è fatto fotografare. Due istantanee che hanno fornito agli inquirenti la prova che lo ha incastrato. Le fotografie sono state sequestrate nella sua casa di Posillipo, al parco Carelli. Nel corso del sopralluogo nella sua abitazione i finanzieri hanno sequestrato anche custodie di orologi di valore, centinaia di capi di abbigliamento griffati, ricevute degli ormeggi del motoscafo in porticcioli delle isole del golfo. Di Economico gli investigatori non hanno mai perso le tracce, da quando nel 2006 fu coinvolto in un maxi-operazione alla Sanità. Fu, secondo molti, il colpo da kappaò al clan Misso della Sanità, che prese di mira i reggenti dell’organizzazione in assenza dei capi detenuti, i fiancheggiatori e coloro che fornivano appoggio logistico: trovando nascondigli e trasportando i latitanti da un luogo all’altro

Omicidio Bizzarro: 28 anni ai 2 killer


Antonio Ronga e Rosario Fusco sono stati condannati a 28 anni di carcere. Hanno ammesso l’addebito: «Si siamo stati noi», hanno detto al presidente Lignola della Corte d’Assise d’Appello di Napoli. Per questo hanno ottenuto la concessione delle attenuanti e dall’ergastolo sono passati a 28 anni di carcere. I due erano imputati per essere gli esecutori materiali dell’omicidio di Federico Bizzarro. L’uomo fu ammazzato in una camera di hotel a Qualiano il 26 aprile del 2004 (nella foto). In primo grado era imputato anche Alfredo Cicala, ex sindaco di Melito. Era considerato lo specchiettista dei sicari colui il quale indicò ai killer dove fosse la vittima, posizionando delle piante nei pressi della camera dell’albergo. Tutto falso, in quanto fu assolto e scarcerato: per lui l’incubo finì. Furono invece condannati all’ergastolo Fusco e Ronga che ieri hanno avuto un ridimensianamento della pena. Restano poi da definire altri tre omicidi. Quello di Biagio Migliaccio dove sono imputati Antonio Mennetta e Ferdinando Emolo, quest’ultimo clamorosamente assolto dall’accusa più grave. Per l omicidio di Antonio Siviero è imputato Salvatore Tamburrino che secondo l’accusa era in moto. Vide Antonio Siviero, in sella ad uno scooter procedere in senso contrario. Si impressionò. Era armato e fece fuoco senza pensarci su due volte. Infine per il delitto Enrico Mazzarella l’unico imputato era Giovanni Cortese detto “’o cavallaro” che è stato condannato alla pena dell’ergastolo. Secondo l’accusa fu lui ad ammazzare il 5 dicembre del 2004 a Bacoli il presunto affiliato agli scissionisti.

Delitto Verde, Torino chiamato in aula


Ad ogni udienza il dolore si rinnova concente. Duro, impenetrabile. È quello che provano i genitori di Gelsomina Verde ogni lunedì quando si celebra il processo a carico di Cosimo Di Lauro (nella foto), imputato di essere il mandante dell’omicidio della loro figlia. Ieri sono stati esaminati due investigatori che hanno fatto luce sulle indagini che hanno poi portato la Procura di Napoli a chiedere l’arresto per il “rampollo” di casa Di Lauro. Ieri il pubblico ministero della Dda, Stefania Castaldi, ha chiesto alla Corte che nella prossima udienza sarà ascoltato Emiliano Zapata Misso e Salvatore Torino. I due sarebbero a conoscenza per averlo appreso in carcere e per i vicoli del quartiere, del perché Cosimo Di Lauro, sarebbe il mandante del delitto. Poi la Procura ha già annunciato che chiederà un 507, ovvero una prova aggiuntiva che dovrà riferire su alcune circostanze. Potrebbe trattarsi di Sergio De Lucia o anche di uno dei Prestieri, Tommaso o Antonio. Potrebbe essere questo l’asso nella manica per ottenere la condanna del rampollo della cosca del clan Di Lauro. Entro dicembre il processo dovrebbe terminare. Cosimo Di Lauro è assistito dagli avvocato Vittorio Giaquinto e Saverio Senese.

Forcella, ecco le 82 condanne


La sentenza è arrivata poco prima
di mezzanotte, ma fuori al carcere
di Poggioreale sembrava pieno
giorno. In 200 tra parenti e amici
hanno aspettato fuori all’aula
bunker del carcere per sapere la
decisione del gup. Dei 114 imputati,
tutti di Forcella, 28 sono stati
assolti. La lettura della sentenza
è stata seguita da momenti di
tensione. Il pm della Dda, Alfonso
D’Avino, lo stesso che un anno fa
fece “piazza pulita” di ciò che restava
degli ultimissimi avamposti
del clan Giuliano a Forcella e
spazzato via i ras dei Mazzarella,
ha dovuto aspettare che la folla di
parenti si allontanasse prima di poter uscire. La notizia delle pesanti condanne
ha fatto il giro del quartiere ed in pochi minuti si sono radunate più di 200
persone. Tra le assoluzioni, compaiono i nomi di Ciro Guglielmo Figaro, difeso
dall’avvocato Sergio Cola, Maria Avagliano, Biagio Saltalamacchia, Raffaele
Solla, Anna Orbinato, Giuseppe Macor, Giuseppe Esposito, Filomena. Assolto
da tutti i capi di imputazione anche Pietro Moccardi, difeso dall’avvocato
Leopoldo Perone. L’impianto accusatorio del pm D’Avino ha retto completamente.
Inferti più di mille anni di carcere. Tra le condanne, 16 anni a Marianna
Giuliano (nella foto), 28 anni a Michele Mazzarella, 18 anni a Francesco
Anaclerio, 15 anni a Giuseppe Buonerba, 12 a Salvatore, 16 a Salvatore Aprea.
La sentenza è stata pronunciata dal gup Carlo Modestino poco prima di mezzanotte.
La requisitoria del pm è durata tre ore per spiegare al giudice per le
udienze preliminari di Napoli il quadro accusatorio che ha sostenuto l’emissione
di una mega-ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere
oltre 200 persone facendo piazza pulita di ciò che restava degli ultimissimi
avamposti del clan Giuliano a Forcella e spazzato via i ras dei Mazzarella. La
camera di consiglio è durata molte ore. Il pm aveva chiesto 1.500 anni di reclusione
per 114 imputati che hanno scelto il rito abbreviato. Secondo l’accusa
è la droga, il controllo delle sostanze stupefacenti, a piegare sotto il peso
della criminalità la città. Per questo arrestare in un solo colpo 126 tra boss, gregari
e spacciatori, equivale a fare “piazza pulita” di ciò che resta della criminalità
nel centro della città. Duecentodue ordinanze di custodia cautelare
emesse nei confronti di chi, secondo la procura Antimafia e il pm Alfonso
D’Avino, che ha condotto le indagini per tre lunghi anni, rappresenta la nuova
camorra. Un passaggio di consegne obbligato dal clan Giuliano, dopo il
pentimento di tutti gli esponenti di primo piano, al clan Mazzarella.

Forcella, ecco le 82 condanne

ALLAGRANTE GIOVANNI anni 15 e mesi 4
AMMENDOLA GIUSEPPE anni 12
AMOROSO EDUARDO anni 20
AMOROSO PATRIZIA anni 15 e mesi 4
ANACLERIO FRANCESCO anni 16
ANIELLO ALBERTO anni 12
APREA SALVATORE anni 19a
ARMENS VITTORIO anni 10 e mesi 8
ATTANASIO VINCENZO assolto
AURIOSO CARMINE anni 10 e mesi 8
AVAGLIANO GIUSEPPE anni 25
AVAGLIANO MARIA assolta
BARBARANO ARMANDO anni 18
BARBUTO LUIGI anni 15 e mesi 4
BARILE SALVATORE non luogo a procedere
BORRELLI ANTONIO anni 10
BORRELLI RAFFAELE assolto
BRANCACCIO ALESSANDRO anni 5
BUONAIUTO MARCO assolto
BUONERBA EDUARDO anni 18
BUONERBA GIUSEPPE anni 15 e mesi 4
BUONERBA SALVATORE anni 12
CALCAVECCHIA GIOVANNI anni 10 e mesi 8
CANNIO ANTONIO anni 5
CANNIO CARMINE anni 5
CANNIO FABIO anni 5
CAPUANO GENNARO anni 5
CAPUANO MICHELE assolto
CAPUANO STEFANO anni 5
CARDONE LUCIANO anni 10 e mesi 8
CARRANO VINCENZO anni 14, mesi 3 e giorni 20
CASTELLANO ANTONIO anni 10 e mesi 8
CAVALIERE NUNZIO anni 12
CAVALIERE ROSA anni 10
CAVALIERE VINCENZO assolto
COLUCCI VINCENZO anni 16 e mesi 8
CORCIONE PATRIZIO assolto
DʼAMICO FABIO anni 19
DʼAVINO MICHELE anni 10
DʼAVINO SALVATORE anni 10
DE FALCO VINCENZO assolto
DE PALMA FILOMENA assolta
DE VINCENTIIS RAFFAELE anni 18
DEL PRETE ALESSANDRO anni 15 e mesi 8
DEL PRETE GIUSEPPE assolto
DELLA TORRE GIOVANNI anni 6
DEVIATO SALVATORE anni 18
DOTA MAURIZIO anni 12
ESPOSITO ANTONIO anni 10 e 8 mesi
ESPOSITO CONCETTA anni 13 e mesi 4
ESPOSITO GAETANO anni 16
ESPOSITO GIUSEPPE assolto
FALANGA MARIA anni 16
FIGARO CIRO GUGLIELMO assolto
FILANGIERI CIRO anni 16
FRANCESCONE GABRIELE anni 20
GALDI SALVATORE anni 10 e mesi 8
GARGIULO ASSUNTA anni 10 e mesi 8
GAROFALO CIRO anni 4
GAROFALO RAFFAELE anni 18
GAROFALO SALVATORE assolto
GAROFALO VINCENZO assolto
GIULIANO MARIANNA anni 16
GRANIERI CIRO anni 12
GUARNERA VINCENZO assolto
IANNICELLI CONSIGLIA assolto
INGENITO CLAUDIO anni 15 e mesi 4
INGORDINI ANTONIO anni 10 e mesi 8
IZZO GENNARO anni 10 e mesi 8
LEANZA ARMANDO anni 5
LEMMO VINCENZO anni 18
LIPARULO ACHILLE assolto
LISCIO ANTONIO anni 18
MACOR GIUSEPPE assolto
MANNA ANDREA anni 12
MASSA ANGELO assolto
MAZZARELLA MICHELE anni 28 e mesi 8
MELE GIUSEPPE assolto
MESSINA GIUSEPPE assolto
MESSINA SALVATORE anni 12
MINUCCI SERGIO anni 18
MOCCARDI GENNARO anni 18
MOCCARDI PIETRO assolto
MOCCARDI SALVATORE anni 5
NEMBROTTE MENNA GUSTAVO anni 13
ORBINATO ANNA assolta
PALMIERI ENZA anni 5
POLLARO SALVATORE anni 4
POSTIGLIONE LUCA anni 4
REZZUTO SALVATORE assolto
RISO FABIO anni 4
RULLO PIETRO assolto
SALTALAMACCHIA BIAGIO assolto
SALTALAMACCHIA NUNZIO anni 2
SANTORO FILOMENA anni 18
SANTORO MARIA anni 5
SAULINO ABRAMO anni 14, mesi 3 e giorni 20
SAULINO MASSIMILIANO assolto
SAVARESE RAFFAELE anni 4
SCALA BIAGIO assolto
SOBETTA PATRIZIA assolta
SOLLA ELENA anni 5
SOLLA PASQUALE anni 18
SOLLA RAFFAELE assolto
SPASIANO TOMMASO anni 10 e mesi 8
SPIRITO CIRO GIOVANNI anni 3
STOLDER CIRO anni 18
TOLOMELLI MARIA anni 16
VICORITO SALVATORE assolto
VISCONTI ANNA anni 5
VISCONTI ELVIRA anni 16 e mesi 8
VITALE CARMINE anni 16
VITALE SALVATORE anni 18
ZINNO ASSUNTA anni 12

domenica 26 ottobre 2008

Fulchignoni ucciso da Nunzio Di Lauro»


Sapemmo da componenti del clan Lo Russo che autore materiale era stato Nunzio Di Lauro per motivi di carattere personale». Il 30 ottobre 2007 Michelangelo Mazza, nipote del boss oggi pentito Giuseppe Misso, rilevò al pm antimafia Stefania Castaldi le confidenze ricevute nel tempo sull’omicidio di Domenico Fulchignoni: un 20enne incensurato di Secondigliano, figlio di persone per bene, che per ragioni d’amore si era imparentato con il ras dei Licciardi Pasquale Salomone. Il clan della Sanità nulla c’entrava con il delitto, ma il pentito si era informato trattandosi di un giovane legato in qualche maniera agli storici nemici della Masseria Cardone. Ecco le sue dichiarazioni, con la consueta premessa che le persone tirate in ballo devono essere assolutamente ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria. Tanto più se si tratta di notizie apprese “de relato”. «L’omicidio di Domenico Fulchignoni - ha sostenuto Michelangelo Mazza nel corso dell’interrogatorio - ci interessava direttamente perché era stata uccisa una persona vicina ai Licciardi (imparentato ma non affiliato, va sottolineato ndr), clan notoriamente nemico dei Misso perché responsabile della morte di mia zia Assunta Sarno. Quindi eravamo molto interessati a sapere chi avesse ucciso Fulchignoni per dargli, se necessario, il nostro appoggio. Sapemmo da componenti dei Lo Russo, ossia da Perfetto, Pompeo e da Quagliarella, che autore materiale era stato Nunzio Di Lauro per motivi di carattere personale. Io non chiesi altri particolari. A tale omicidio non vi fu alcuna risposta. Mi sembra che la vittima al momento dell’omicidio si trovasse a bordo di un’autovettura ». Domenico Fulchignoni era fidanzato con la figlia del ras Pasquale Salomone (assassinato a sua volta quest’anno). Il giovane per un furioso litigio la sera del 28 luglio 2006 entrò in rotta di collisione con un gruppetto di persone, più o meno della stessa età. I sicari agirono quasi d’impeto dopo la lite, anche se secondo gli investigatori passò un po’ di tempo: quello necessario per organizzarsi e procurarsi l’arma per sparare contro il 20enne. Gli si avvicinarono e gli esplosero contro un intero caricatore di pistola. Mancavano pochi minuti alla mezzanotte e la Mini Cooper della vittima stava percorrendo via Regina Margherita, a pochi metri dall’incrocio con via Petriccione, tra i quartieri di Secondigliano e Miano quando i killer in motocicletta, l’esecutore materiale e un complice, entrarono in azione. Avevano intercettato il bersaglio designato, del quale probabilmente conoscevano l’indirizzo di casa, seguendo l’autovettura per alcune decine di metri. L’omicidio fu consumato in un minuto circa. Gli assassini si affiancarono alla Mini Cooper e aprirono il fuoco con una pistola di grosso calibro. Una gragnuola di pallottole centrò il 20enne alla guida e così la corsa della vettura terminò contro il marciapiede. I sicari allora scapparono, seguiti da un’auto con a bordo altri malviventi che evidentemente avevano il compito di proteggere loro le spalle. L’amico di Fulchignoni, che era con lui in macchina e che nessun aiuto concreto potette fornire agli investigatori non avendo visto nulla di utile, soccorse il ferito trasportandolo all’ospedale San Giovanni Bosco. Ma inutilmente: poco dopo avvenne il decesso.

«Ecco i killer di Pica e Cardillo»


I giovani che si volevano affiliare al loro clan, dovevano dimostrare di essere affidabili attraverso l’omicidio di soggetti di spicco del clan Di Lauro». È questo il punto centrale delle dichiarazioni del pentito Michelangelo Mazza su un duplice omicidio clamoroso: quello di Giuseppe Pica e Francesco Cardillo, rispettivamente capo e vice-capo della “piazza” di spaccio del “Terzo Mondo”, feudo del clan Di Lauro. Era il 14 marzo 2007 e nei giorni successivi gli investigatori nel corso di intercettazioni telefoniche e ambientali più volte ascoltarono una frase emblematica: «Sono stati quelli che si sono avutati». Con la consueta premessa che le persone tirate in ballo devono essere ritenute assolutamente estranee ai fatti narrati fino a prova contraria, ecco altri passaggi delle dichiarazioni dell’ex ras del rione Sanità Michelangelo Mazza. «Ricordo che nel mese di febbraio 2007 Massimiliano Cafasso finalmente riuscì a fare un colloquio con lo zio che per lui era il tramite con il resto degli “scissionisti”. Quando ritornò in cella dal colloquio era visibilmente alterato e iniziò a parlare subito con Salvatore Chiariello. Successivamente la conversazione tra i due prese toni più accesi e il Cafasso disse chiaramente, tant’è che io fui in grado di ascoltare chiaramente le sue parole, che lo zio gli aveva riferito che un gruppo di giovani affiliati ai Di Lauro stava decidendo o aveva già deciso di passare con gli “scissionisti”. Egli disse al Chiariello di avere ordinato allo zio di portare una sua “ambasciata” ai vertici degli “scissionisti” e cioè che questi giovani per potersi affiliare al loro clan dovevano dimostrare di essere affidabili attraverso un omicidio di soggetti di spicco del clan Di Lauro. Alla fine del mese di febbraio fui condannato e trasferito al carcere di Vercelli. Mentre mi trovavo ristretto in tale carcere appresi dai mezzi d’informazione degli omicidi Pica e Cardillo. Mi fu facile ricollegare tale duplice omicidio al discorso del Cafasso perché egli aveva detto al Chiariello di aver mandato a dire al suo clan che avrebbe atteso la risposta di lì a non più di dieci giorni e che l’avrebbe appresa dai mezzi di informazione trattandosi di un omicidio». Il 14 marzo dell’anno scorso fu ucciso nel “Terzo mondo” il ras Giuseppe Pica, 34enne. Era considerato colui che gestiva la “piazza” di droga per conto dei Di Lauro. Poco dopo, in via Lungo del Ponte, fu trovato il corpo senza vita di Francesco Cardillo, 36enne, braccio destro e suo autista. Inutilmente aveva cercato di fuggire a piedi. Giuseppe Pica temeva di essere ucciso e perciò all’ora di pranzo si era mosso con prudenza per andare all’appuntamento rivelatosi una trappola. Francesco Cardillo gli fece da scorta armata, ma fu tutto inutile: entrambi finirono sotto il piombo dei killer dei neo-“scissionisti”. Nei giorni seguenti risultò chiaro lo scenario nuovo: il tradimento di un gruppetto di ex Di Lauro.

sabato 25 ottobre 2008

Minacciato don Aniello Manganiello



«Sei un infame, la pagherai
». Don Aniello Manganiello stava
chiudendo il cancello del campetto
della sua parrocchia quando qualcuno
da una macchina gli ha gridato
una frase che suona come una
minaccia. No, non poteva passare
inosservato il filmato trasmesso da
“Le Iene”. Non poteva cadere nell’indifferenza
una denuncia così pesante
contro la camorra mandata in
onda in prima serata. Don Aniello
sa che qualcosa è cambiato da martedì
scorso. Ma mostra la tenacia di
sempre nel portare avanti la battaglia
per dare voce ai suoi fedeli,
quelli che con il “sistema” sono costretti
a convivere, come un cancro
che produce metastasi senza sosta.
«Certo, non posso nascondere che
dopo quell’intervista il clima nel rione
è diventato più teso nei miei confronti
perché ho detto cose scomode.
Continuo la mia missione sapendo
che le minacce bisogna metterle
in conto in questi casi» racconta
al telefono mentre si trova a
Caserta a caricare i viveri per i poveri
che la sua comunità assiste.
Già da tempo le prese di posizione
del parroco del Don Guanella avevano
dato fastidio a chi campa grazie
alla criminalità. Agli avvertimenti
lui ha deciso di rispondere
mostrando alle telecamere di “Italia
Uno” un territorio assoggettato sì al
male, dove però la speranza resiste
come la ginestra leopardiana alla furia
del Vesuvio. Don Aniello sa che
d’ora in poi dovrà procedere con
maggiore prudenza, «ma questo
non significa che abbandonerò la
gente desiderosa di riscattare il proprio
quartiere».
Lui che in una notte di Natale negò
i sacramenti ai camorristi avverte il
calore dei suoi fedeli: «È più forte la
loro vicinanza che le minacce». Su
Youtube dove è stato caricato il video
di martedì sera già abbondano
i messaggi di solidarietà nei suoi
confronti. Un ex corista parrocchiale
scrive: «Don Aniello dev’essere
d’esempio per tutti i preti a non nascondersi
sotto la tunica». IMETON
(questo il nick utilizzato) gli fa eco:
«Sei un grande parroco, hai coraggio
da vendere». Nella sua chiesa è
un susseguirsi di mamme che lo invitano
a non mollare, che gli stringono
la mano per sostenerlo. La
Scampia onesta, ma anche la Miano
pulita (la parrocchia abbraccia i
due quartieri), resta al suo fianco per
lottare.
Come sei mesi fa quando decine di
giovani provenienti da ogni parte
del Sud, richiamati dal parroco, sfilarono
per le strade del rione con lo
striscione “Droga e camorra sono la
morte della nostra città. Vangelo e
lavoro sono le uniche possibilità di
rinascita».
E se chiedete a don Aniello perché
non ha esitato a parlare senza perifrasi
davanti alle telecamere, lui vi
risponderà che è stata un’occasione
per accendere i riflettori su un
quartiere completamente abbandonato
dalle istituzioni. «È stata l’ennesima
sollecitazione - spiega - rivolta
ai nostri governanti perché
s’impegnino concretamente per dare
un futuro diverso a questo territorio
da cui i giovani scappano sempre
di più». Un messaggio durante
l’intervista don Aniello lo aveva rivolto
anche al governatore Bassolino,
con il quale in passato si era
scontrato dopo avergli dato del “pinocchio”:
«Come si fa a non accorgersi
del degrado e dell’assenza dello
Stato?

Così alle “Iene”: «Stato assente, quartiere in mano ai clan»


La settimana scorsa “Le Iene”, la popolare trasmissione di
Italia Uno, aveva mandato in onda un’intervista ad un prete
anticamorra che denunciava la più totale assenza dello Stato nel
quartiere dove svolge il servizio pastorale. Malgrado il volto sfocato
c’era voluto poco per capire che quel prete era don Aniello
Manganiello, parroco di Santa Maria della Provvidenza. Lui che non
si è mai tirato indietro dalla sfida verso la criminalità organizzata,
dall’altare, nelle strade come dai giornali o in tv, ha ricontattato la
redazione del programma Mediaset. «Perché mi avete coperto la
faccia?» ha detto il sacerdote al telefono. Giulio Golia allora ha
deciso di incontrarlo di nuovo, stavolta senza alterare le sue
sembianze. Ne è nato un tour nel rione Don Guanella con la
telecamera al seguito. Una passeggiata tra le piazze dove si spaccia
alla luce del sole. Una visita al mercatino dove i clan continuano ad
imporre il pizzo. Al giornalista il religioso ha illustrato le dinamiche
che caratterizzano i business della malavita: il cavallo di ritorno, lo
smercio di stupefacenti protetto da giovani sentinelle, l’imposizione
del racket agli ambulanti, il ruolo delle donne pronte a scendere in
strada anche contro le forze dell’ordine per difendere i mariti dai
blitz, il sostentamento alle famiglie dei detenuti. Una testimonianza
choc che ha fatto scattare le minacce.

«Quell’auto nuova era il suo sogno»



«Mio padre era una persona dai sani principi, per
lui era inaccettabile il fatto che volessero sottrargli qualcosa di
suo e sono sicuro che non ha reagito per la macchina in sé, ma
per il sopruso che stava subendo». Sono distrutti i familiari di
Fortunato Montella, assassinato nella notte tra martedì e mercoledì
dopo un tentativo di rapina nei pressi della rotonda di Casavatore.
Per tutti i cinque figli parla Federico. «È sempre stato
un uomo onesto e per lui erano inconcepibili atti di ingiustizia
come questi. Ci ha cresciuto sempre con questi valori e
purtroppo penso che anche questa volta avrà cercato di reagire
ad un sopruso. Dopo aver lottato per venti anni al fianco di mia
madre Rosa (deceduta un anno e mezzo fa), affetta da una terribile
malattia, stava cercando di ricostruirsi una sua serenità
dopo lo shock della sua morte. Aveva raggiunto un piccolo sogno
di acquistare un auto nuova con i soldi della pensione e stava
frequentando una signora di Melito per provare a ricominciare.
Purtroppo in un primo momento si sono fatte varie ipotesi
sul perché un pensionato frequentasse quelle zone malfamate.
Ci tengo a dire che mio padre è morto per amore».
Nel ricostruire gli attimi dell’arrivo della notizia in famiglia le
lacrime non possono fare a meno di percorrere gli occhi dei figli.
«Sono venuti i carabinieri alle quattro a bussare alla nostra
porta. Cercavano un certo Fortunato Montella. Ci hanno detto
che c’era stato un incidente e abbiamo pensato che papà avesse
potuto commettere un atto per cui i militari lo cercassero.
Hanno voluto parlare con me e i miei fratelli cercando di capire
dove poteva essere andato e perché si trovasse lì la sua auto
incustodita. Abbiamo mostrato loro una foto e il volto del
carabiniere che l’ha vista ha subito cambiato espressione. Non
convinto ha passato la foto al collega e dopo essersi guardati in
faccia hanno deciso di andare via. Abbiamo chiesto se fosse
successo qualcosa ma loro ci hanno detto di non preoccuparci
e che ci avrebbero richiamato. In quel momento abbiamo capito
che era successo qualcosa di brutto a papà. Abbiamo fatto il
giro di tutte le caserme della zona in cerca di notizie ma nessuno
sapeva dirci nulla. Solo alle nove è arrivata la conferma che nostro
padre era rimasto vittima di un incidente». Poi è cominciata
una giornata straziante dove nessuno riusciva a ricostruire
la dinamica dell’incidente ai poveri figli estenuati dall’incertezza
delle forze dell’ordine. Solo il riconoscimento ha permesso
ad uno dei figli di rivedere il corpo del padre straziato dai balordi.
«Penso che papà sia morto perché ha tentato di acciuffare il
malvivente una volta in auto e probabilmente avrà subito un
colpo che gli ha fatto perdere i sensi perché aveva un livido su
una tempia. Forse quello è stato il colpo letale. Sinceramente
non sappiamo più cosa pensare e questa attesa ci sta distruggendo,
vorremmo solo avere papà qui con noi. Le forze dell’ordine
non sanno dirci ancora nulla su quando verrà fatta l’autopsia
per adesso ci hanno detto che il corpo deve rimanere a
disposizione della magistratura ma noi speriamo che torni qui
al più presto. Non pensiamo che verrà fatta giustizia, in Italia non
ci sono sistemi adeguati e se pure verranno presi i responsabili
non pagheranno abbastanza e tra un po’ saranno di nuovo liberi
come testimoniano le ultime vicende di cronaca. Personalmente
non so dire se avessi i responsabili davanti cosa farei,
probabilmente dimenticherei tutti i valori con cui sono stato
cresciuto».

STRAZIATO PER RUBARGLI L'AUTO



Continua la caccia ai rapinatori che la notte tra martedì
e mercoledì a Casavatore hanno tentato una rapina ai danni di Fortunato
Montella, 67enne pensionato di Trecase, rimasto ucciso nel tentativo
di scongiurarla. Gli investigatori stanno concentrando le loro ricerche tra
i soliti personaggi dediti a questo tipo di attività su quella che è stata definita
la strada delle rapine. Costruita negli anni '90 per congiungere la
periferia di Napoli, a partire da Secondigliano, con Lago Patria, passando
per grossi comuni come Casoria, Casavatore, Melito e Giugliano, la circumvallazione
esterna di Napoli all’altezza della rotonda di Casavatore è
stata, purtroppo, spesso teatro di atti del genere. Di solito è anche un altro
il tratto prescelto per colpire e cioè quello compreso tra la rotonda di
Arzano e Melito. Proprio poco meno di venti giorni fa dei banditi dettero
l'assalto ad un furgone carico di latticini: ne scaturì una sparatoria e
poi una colluttazione senza gravi conseguenze con un carabiniere lanciatosi
al loro inseguimento.
Stavolta la situazione è sfuggita di mano ai balordi, probabilmente spiazzati
dalla reazione dell’automobilista. Secondo le prime ricostruzioni delle
forze dell’ordine accorse sul posto. I malviventi avrebbero fatto scendere
con un pretesto l’anziano dall’auto per poi salirne a bordo e tentare
la fuga. Montella, però, avrebbe cercato di reagire afferrando con un braccio
il rapinatore che nel tentativo di divincolarsi avrebbe sbattuto la portiera
dell’auto sul braccio destro del 67enne, fratturandoglielo, come confermato
dal figlio che ha effettuato il riconoscimento, oltre che dalla deformazione
della porta in un punto, e poi avrebbe tentato la fuga trascinando
il proprietario dell’auto per un lungo tratto di strada. Uno strazio
durato decine di metri che ha comportato l’amputazione di un braccio della
vittima che poi finito sotto l’auto ne ha bloccato la corsa.
A giudicare dai graffi trovati su tutta la fiancata destra è verosimile che
il rapinatore al volante dell’auto abbia stretto Montella contro il guard rail
per liberarsene provocando proprio in quell’istante l’amputazione dell’arto
a contatto con le lamiere. Inoltre il pensionato oltre ad una serie di
abrasioni che quasi rendevano irriconoscibile un lato del volto, sull’altro
lato del viso presentava un vistoso segno di tumefazione. Non è da escludere
quindi che l’anziano abbia potuto subire una botta, forse data dal balordo
con lo sportello, e abbia perso i sensi. La causa del decesso potrà
stabilirla solo l’autopsia per cui non è stata ancora disposta una data. Restano
in attesa i familiari per poter svolgere il rito funebre al proprio caro.

Aragosta in cella, boss nei guai


Non potevano sembrare, e non lo erano, detenuti comuni. E godere in carcere di un trattamento privilegiato è uno degli status symbol dei camorristi, anche a costo di rischiare un’incriminazione per tentata corruzione. Proprio ciò che è successo a quattro ras del Napoletano, tre di città e il quarto di Pozzuoli, vittime di alcuni dei più tradizionali peccati di gola nostrani: desideravano aragoste, champagne, caviale, mozzarelle di bufala campane e babà. Per fare entrare cibo e bevande nell’istituto di pena di San Giuliano di Trapani avrebbero offerto 1.500 euro a un agente di polizia penitenziaria, il quale però ha solo finto di acconsentire e poi li ha denunciati. Cosicché ora Arcangelo Valentino di Secondigliano (clan Di Lauro), Massimiliano Esposito di Bagnoli (ex D’Ausilio), Giuseppe Castaldi dei Quartieri Spagnoli (clan Cardillo-Ranieri) e Nicola Palumbo (clan Longobardi) devono rispondere di un nuovo reato. Ma non solo: sono stati separati e trasferiti nei penitenziari di Milano, Como, Nuoro e Cagliari. Ieri mattina i carabinieri della compagnia di Trapani (maggiore Carletti) e gli agenti della polizia penitenziaria hanno notificato cinque ordinanze di custodia cautelare emesse dal Tribunale locale su richiesta della procura. Ai quattro ras il provvedimento restrittivo è stato notificato in cella mentre destinatario del quinto è una donna: Annalisa Nocera, compagna di Arcangelo Valentino, accusata in particolare di avere contribuito all'organizzazione del piano. L'operazione, denominata 'Aragosta', e' stata avviata dopo che l'agente avvicinato aveva riferito ai suoi superiori la proposta ricevuta e successivamente, con l’avallo dell’autorità giudiziaria e la copertura degli investigatori, ha finto di accettare l'offerta. Valentino, Esposito, Castaldi e Palumbo non erano assolutamente interessati alla “sbobba” carceraria. E così anche dietro le sbarre avrebbero preteso raffinati pranzetti da gourmet. come se fossero ancora i “padroni” di Napoli. Ma, senza l’aiuto di qualcuno all’interno della struttura carceraria, sarebbe stato inutile ordinare aragoste, caviale, mozzarelle di bufala, babà e champagne. Desideri di «vita agiata» che hanno spinto i quattro boss della camorra a tentare di corrompere un agente di polizia penitenziaria. D’altro canto, ricevere le prelibatezze in cella e un trattamento di assoluto favore sarebbe stato simile a quello di cui godeva un tempo il padrino Raffaele Cutolo nel supercarcere di Ascoli. Ma l’agente scelto per l’adescamento dai quattro detenuti era tutt’altro che intenzionato a dire sì, macchiandosi di un reato grave. Infatti, non appena avvicinato alla fine di luglio 2008 mediante una prima promessa di 1.000 euro con i quali i quattro intendevano acquistare i suoi favori per introdurre nel carcere generi alimentari proibiti, l’agente della Penitenziaria ha riferito immediatamente il tentativo di corruzione al proprio Comandante di reparto. E così è partita la relazione alla procura di Trapani

giovedì 23 ottobre 2008

Camorra napoletana. Il silenzio dei colpevoli

DI ROBERTO SAVIANO
E' l'impresa più potente d'Italia con un fatturato annuo che supera i 40mila milioni di euro. Eppure la camorra, è un fenomeno attualmente sottovalutato, sempre più considerato come elemento marginale, sanguisuga assetata che attacca in paesi di frontiera, in luoghi sperduti di provincia, relegata a territori di sottosviluppo. 
Questa è una visione distorta portata avanti da una politica incapace di affrontare il macrofenomeno camorristico preferisce considerarlo inesistente, lasciando scomparire dai propri programmi politici la battaglia ai clan e lasciando che ingenti investimenti vadano senza particolari controlli a finanziare progetti di facile infiltrazione di ditte riconducibili ad organizzazioni camorristiche. In Campania si contano secondo i dati Eurispes il 46.7% del dato complessivo nazionale degli omicidi riconducibili alla criminalità organizzata questo dato assieme all'egemonia imprenditoriale dei clan sono la dimostrazione oggettiva che l'azione camorristica si dipana nel cuore dell'economia e della finanza non solo dello Stato italiano ma in tutta Europa riuscendo come le ultimissime indagini della DDA di Napoli hanno rilevato, ad inserirsi nella rete finanziaria mondiale, da Bogotà a New York. D'altra parte l'attenzione dedicata dalla stampa nazionale al fenomeno è quasi inesistente, qualche traccia d'interesse - anch'essa limitata - è totalmente assorbita dalla mafia siciliana che per effetto «Padrino» come diceva il vecchio mafioso Michele Greco, «attira». Silenzio sulla camorra, silenzio totale sulla N'drangheta. Economie milionarie capaci di gestire bilanci pari a manovre finanziare dell'intera Europa vengono ignorate mentre al contempo ciò che riempie i comizi politici è la lotta alla microcriminalità o alla camorra dei clan emergenti e degli affiliati allo sbando, quella che infastidisce per la sua visibilità. Il silenzio cade quando si tratta di affrontare gli investimenti economici, le ditte, gli appalti, le costruzioni, gli abusi. Contro di essa non v'è politico che si espone, «perduta l'economia criminale, il capitalismo non esiste» dice Hans Magnus Enzesberger in Politica e Crimine (Bollati Boringhieri, 1998). Mai come negli ultimi dieci anni la criminalità organizzata è riuscita a generare un polo di economia legale capace di imporsi sul mercato grazie a prezzi concorrenziali e qualità imprenditoriali. Le imprese legate ai clan possono godere di un doppio livello di profitto, in tempo di recessione infatti attingono all'economia illegale che foraggia quella legale. La camorra napoletana negli ultimi tre anni ha gestito un economia di 5000 milioni di euro, e questi sono solo dati approssimativi. Napoli detiene nel 2003 il primato di esecuzioni di camorra con 234 uccisioni. Il cartello camorristico dell'Alleanza di Secondigliano, il clan Di Lauro, ed il clan Nuvoletta egemonizzano Napoli e larga parte della provincia. L'Alleanza di Secondigliano nasce dalle ceneri della Nuova Famiglia di Carmine Alfieri ed Antonio Bardellino alla fine degli anni `90 e comprende una serie di boss di grande calibro come Eduardo Contini, Francesco Mallardo, Gennaro Licciardi e Gaetano Bocchetti. L'Alleanza detiene come forza economica principale lo spaccio di stupefacenti e controlla attraverso un forte decentramento dei poteri il racket sui trasporti e sui cantieri edili. Nel corso degli anni l'Alleanza di Secondigliano ha subito diverse scissioni e battute d'arresto, soprattutto con il progressivo rafforzamento dell'organizzazione di Paolo Di Lauro detto Ciruzzo o'milionario che controlla oltre che alcune zone di Napoli anche Bacoli, Monte di Procida, Arzano, Casavatore, Melito e Mugnano. Uno dei boss più potenti in circolazione, latitante da due anni, Di Lauro riesce a ricavare un profitto pari al 500% dell'investimento iniziale ciò significa che il clan riesce a fatturare quotidianamente un milione di euro. Paolo Di Lauro attraverso l'alleanza con i Nuvoletta di Marano, cosca legata da sempre a CosaNostra, è riuscito ad avere suoi personali contatti con i Narcos sudamericani e quindi a gestire l'importazione di droga autonomamente senza dover ricorrere alla mediazione di altri clan. Questa autonomia aggiunta ad una profonda capacità imprenditoriale di riciclare danaro e rinvestire in attività lecite ha reso Di Lauro un boss potentissimo. Le ultime indagini hanno sgominato una consistente fetta del'economia legale gestita dall'Alleanza all'estero, soprattutto in Francia e Usa. Negli States il cartello criminale aveva impiantato aziende che assemblavano prodotti contraffatti o acquistati a bassissimo costo poi provvedeva alla distribuzione ed alla vendita al dettaglio. Un economia capace di fatturare cifre astronomiche in una manciata di mesi. Il direttorio economico della camorra napoletana installato oltreoceano era composto da Mario Buonocore (con funzioni di direzione), Gaetano Attardo, Salvatore Barbieri e Gabriele Silvestri (che dovevano gestire i contatti tra le varie filiali estere). I mercati in cui la camorra napoletana investe sono sopratutto abbigliamento (gestione egemonizzata da Licciardi), ma anche falsificazione dei trapani Bosch e delle macchine fotografiche Canon (diretta direttamente da Di Lauro). Un mercato quello del falso che può godere di prodotti identici a quelli originali perché acquistati in Cina dalle stesse aziende che li producono per le case originali. La camorra di Secondigliano esporta quindi prodotti identici a quelli originali riuscendo quindi a sfaldare la concorrenza immettendosi con prezzi d'avanguardia sui mercati internazionali. La DDA afferma infatti che «la forza dell'Alleanza di Secondigliano deriva dalla sua proiezione economica in campo internazionale». Attualmente dopo la caduta del clan Giuliano di Forcella il clan Mazzarella (esso stesso imparentato con i Giuliano) ha preso in totale ossequio con l'Alleanza di Secondigliano, il controllo del centro storico attraverso la gestione del racket ed il controllo dello spaccio di droga. Il potere legale dei clan, la sua capacità imprenditoriale ha di fatto smesso d'essere «camorra» oggi infatti il potere dei clan si chiama «sistema» nessun camorrista si definisce tale, come ai tempi di Cutolo ma semmai «appartenente al sistema di Secondigliano». E' interessante poi il fatto che lo stipendio dato ad un membro del clan è di circa 600 euro mensili, ed il suo «indennizzo» per un omicidio è di circa 2.500 euro più un allontanamento dal territorio spesato dal clan, secondo quanto dicono diversi pentiti. Non è quindi come si può intuire conveniente essere camorrista, e su tale verità bisognerà interrogarsi e cercare di disarticolare proprio il bacino che genera la manovalanza dei clan che protegge ed innesca l'assai più redditizia carriera degli imprenditori camorristi.

Vuoto di potere dopo l’esilio del ras Ben


Sul territorio di Pozzuoli, secondo gli inquirenti anticamorra, attualmente ci sarebbero due gruppi di malavita in contrasto (anche se la tregua sta reggendo ormai da mesi): il clan Beneduce e i Longobardi- Sarno, rappresentati sul territorio fino a ieri da Salvatore Pagliuca e Carlo Luongo. In particolare, a parere della Procura antimafia di Napoli, l’allontanamento volontario del boss Gaetano Beneduce (sparito dalla circolazione dopo la scarcerazione e la sottoposizione alla sorveglianza speciale) si sarebbe creato un vuoto di leadership. Di ciò avrebbe approfittato l’altro gruppo di camorra, ponendosi come referente rispetto a clan di Napoli e della provincia nella gestione di tutte le attività illecite. Era il 9 ottobre del 2006: da allora si sono perse le tracce del padrino Gaetano Beneduce (nella foto), sottrattosi così agli obblighi della sorveglianza speciale di polizia con obbligo di soggiorno. Il giorno dopo i poliziotti del commissariato di Pozzuoli arrestarono per traffico di droga nove presunti affiliati allo stesso clan e successivamente il controllo dell’organizzazione passava nelle mani dei luogotenenti del boss in fuga.

Un patto in carcere per il nuovo gruppo


Quattro giorni di detenzione nella stessa struttura carceraria, a L’Aquila. Pochi, eppure sufficienti secondo gli investigatori a stringere un patto di ferro tra due clan: i Sarno di Ponticelli e i Longobardi di Pozzuoli. Luciano Sarno (nella foto) e Gennaro Longobardi, tra l’altro al 41bis e quindi soggetti a particolari restrizioni, sarebbero riusciti durante il breve periodo a mettersi d’accordo soprattutto sul giro di estorsioni: attività storicamente molto fruttuosa nell’area flegrea. Tant’è vero che gli affiliati ne hanno parlato in maniera esplicita al titolare del centro riabilitativo sotto pressione. Gli investigatori dell’Arma hanno accertato che Gennaro Longobardi e Luciano Sarno si sono trovati nello stesso istituto penitenziario soltanto dal 13 marzo al 17 successivo del 2007. Evidentemente in quei giorni si sono incontrati, trovandosi simpatici e affidabili al punto da comunicare all’esterno la nuova strategia a Pozzuoli e dintorni. Va precisato che nessuno dei due, però, è indagato nel corso dell’inchiesta che costringe da ieri dietro le sbarre Pagliuca, Luongo, Di Roberto e De Felice. Il 14 ottobre a fare riferimento all’accordo tra i due ras è stato proprio il titolare del centro “Serapide”, riportando frasi pronunciate da Salvatore Pagliuca e Carlo Luongo nel corso dell’incontro avuto con loro. «Tutto un paraustiello… che Gennaro Longobardi al 41bis… ha fatto un accordo con i Sarno… ora qua stanno i Sarno… arrivati a questo punto per forza te lo dovevo dire…non te l’ho detto per non farti preoccupare».

«Mi ha chiamato Salvatore Pagliuca»


Decisivo per ottenere la collaborazione della vittima è stato lo stratagemma utilizzato dai carabinieri, con l’accordo della Dda naturalmente: una microspia piazzata nell’auto del titolare del Centro. Proprio lì, parlando con il fratello, il 14 ottobre scorso ha inconsapevolmente messo gli investigatori sulle tracce degli estorsori. Ecco alcuni passaggi delle conversazioni intercettate, giudicate di “fondamentale valenza” dai pm Capasso e Ardituro. S: «Mi ha chiamato Salvatore Pagliuca (nella foto)…». B: «Chi?». S.: «Quello che tiene le barche a fianco a noi (si riferiva a un rimessaggio gestito dall’indagato, ndr)». B.: «Ah». S.: «Sapendo già cosa voleva dissi… vabbuò dici che non mi hai trovato… fino a giovedì della settimana scorsa… sono venuti due… come vennero allora… Praticamente ieri sono andato da questo…». B.: (incomprensibile). S.: «Non ti ho detto niente per non farti preoccupare… sono andato per a parlare per vedere cosa andava trovando… ho trovato lui e un altro… uno che non conosco, brunetto con un tatuaggio sopra al braccio… mi ha detto… ma tu come ti regolavi con gli amici di prima? Quanto gli davi? Ho detto. Guarda Gaetano (Beneduce secondo la Procura, ndr) non mi ha cercato mai niente e non gli ho dato mai niente! Gennaro (Longobardi per la Procura, ndr) la prima volta che è venuto allo studio… hai visto com’è andata a finire... No... perché sai quello… in carcere... al 41bis… quello… teniamo a un fratello nostro che abbiamo fatto un’alleanza… qua ormai stanno i Sarno… non stiamo solo noi... per cui ci devi fare un regalo tre volte l’anno…». B.: «E tu che gli hai detto?». S.: «E che gli dovevo dire… Scusa un regalo che significa… quanto ti devo dare? Quanto pensi... cioè che cazzo vai trovando… Dice: ”no... poi te lo faccio sapere...” quello si è rivolto verso l’altro… parla tu con chi devi parlare… gli facciamo sapere… Allora ho detto: io devo parlare con i miei soci, domani parlo con mio fratello e ti faccio sapere…».

Perillo fu ucciso per il no al cartello


C’è anche un omicidio, secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti, tra le conseguenze del nuovo accordo di camorra a Pozzuoli. Gennaro Perillo (nella foto), boss in passato vicino al clan Bellofiore- Sebastiano ed esponente della “vecchia” malavita flegrea, era stato scarcerato a luglio 2007 e fu ucciso il 5 febbraio scorso nel rione Toiano forse proprio perché si era opposto all’alleanza Longobardi-Sarno. La Procura antimafia napoletana ipotizza che non vedesse di buon occhio l’“invasione” di “guaglioni” di Ponticelli nella sua “zona di pertinenza”, non molto distante dal centro di riabilitazione “Serapide”. Nel corso della rapida inchiesta i carabinieri hanno riscontrato la presenza a Pozzuoli, spesso in compagnia di Salvatore Pagliuca “’o biondo”, di pregiudicati vicini alla potentissima cosca del rione De Gasperi di Ponticelli. Nessuno di essi è indagato, così come non lo sono Luciano Sarno e il cognato Antonio Bevilacqua (che abbiamo citato in un altro articolo della pagina). Ma le annotazioni degli investigatori dell’Arma sono state allegate agli atti per dimostrare la sostanza dell’ipotesi investigativa sull’alleanza tra i due pericolosi gruppi di camorra.

Pizzo in nome dei Sarno: 4 fermi


Qua ormai stanno i Sarno… non stiamo solo noi. Per cui tu ci devi fare un regalo tre volte l’anno, ora le cose a Pozzuoli sono cambiate». Parole e frasi molto chiare per le orecchie di uno dei titolari del centro riabilitativo “Serapide” di Pozzuoli, inizialmente deciso a non collaborare con gli investigatori ma poi convinto dai carabinieri a mettere per iscritto le minacce subite. E così, assemblando una serie di indizi, i pm Capasso e Ardituro della Dda hanno fatto scattare un fermo per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso a carico di quattro indagati. Agli atti dell’inchiesta (per la quale ovviamente c’è la presunzione d’innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva) ci sono anche alcune intercettazioni ambientali nelle quali la vittima confida al fratello le inquietanti visite ricevute. Sullo sfondo c’è l’inedita l’alleanza tra i Longobardi e il clan Sarno di Ponticelli. Un patto di ferro stretto secondo gli inquirenti nel carcere di L’Aquila l’anno scorso, di cui sul territorio sono ritenuti garanti Salvatore Pagliuca detto “Totore “’o biondo” (nato a Bacoli il 30 ottobre ’55) e Carlo Luongo (napoletano del 1 luglio ’66, definito dalla procura “luogotenente di Antonio Bevilacqua, a sua volta cognato di Luciano Sarno”). Dietro le sbarre sono anche finiti Antonio Di Roberto e Davide De Felice, entrambi di Pozzuoli. Le indagini sono state condotte dai carabinieri del Nucleo investigativo dei carabinieri di Napoli (agli ordini del maggiore Lorenzo D’Aloia), le cui attività sono coordinate dal Reparto operativo del tenente colonnello Giancarlo Scafuri. Dagli accertamenti sono emersi, oltre alle presunte responsabilità dei quattro, il patto criminale siglato da Gennaro Longobardi (sottoposto a regime di 41 bis) e Luciano Sarno (uno dei fratelli ras della cosca di rione De Gasperi a Ponticelli) e il clima di intimidazione che la nuova alleanza aveva creato a Pozzuoli. Proprio nell’ambito dell’accordo i due esponenti di spicco delle rispettive organizzazioni avevano avvicinato e minacciato il titolare del centro di riabilitazione (che ha due sedi nella cittadina) invitato con atteggiamento minaccioso a presentarsi davanti a Salvatore Pagliuca e Carlo Luongo per impegnarsi a versare il “pizzo” suddiviso in tre rate: a Natale, Pasqua e Ferragosto. «Non mi interessano i vecchi rapporti», avrebbe detto in quell’occasione Carlo Luongo facendo chiaramente intendere di parlare a nome dei Sarno. «Da oggi si deve trattare con noi - aggiunse secondo il racconto fornito dalla vittima ai carabinieri - provvederò a chiedere a chi di dovere a quanto ammonta la somma da versare». Danaro mai pagato comunque: nel frattempo i pm della Dda hanno emesso il provvedimento restrittivo, eseguito all’alba di ieri. Nel frattempo per convincere il recalcitrante imprenditore, come lui stesso raccontava al fratello, la camorra era entrata in azione: «Ci hanno rubato le macchine, hanno scassato il centro Serapide e quello Flegreo».

lunedì 20 ottobre 2008

La frase in codice del ras per uccidere



“Ce lo possiamo baciare domani”. Con questa frase, secondo il pentito
Gennaro Panzuto, il ras Salvatore Torino (poi passato anch’egli tra le file
dei collaboratori di giustizia) avrebbe dato l’okay all’omicidio di Graziano
Borrelli, cognato di Giuseppe Misso “o’ chiatto”. Ma a parteciparvi
non furono, come voleva “Totoriello”, il figlio Nicola e Nicola Di Febbraio:
tardarono all’appuntamento e il gruppo di fuoco fu integrato da
altri due killer.
Il 13 febbraio scorso Gennaro Panzuto, ras della Torretta schieratosi con
i Torino durante la faida della Sanità, raccontò al pm antimafia Michele
Del Prete ciò che sapeva sull’omicidio di Graziano Borrelli, di cui si è accusato.
Ma naturalmente va sottolineato, come facciamo sempre e non
potrebbe essere altrimenti, che le persone tirate in ballo devono essere
ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria.
“Mandammo l’ambasciata a Salvatore Torino, il quale doveva dare il placet
per l’omicidio attraverso “Supernino”. “Totoriello” ci mandò a dire
che l’omicidio poteva essere compiuto l’indomani attraverso l’espressione
“ce lo possiamo baciare domani”, e che avrebbe mandato Nicola
Di Febbraro detto “Nicolino” e suo figlio Nicola Torino: i due avrebbero
dovuto costituire con me e Ferdinando Schlemmer il gruppo di fuoco. Salvatore
Torino ci teneva che partecipassero anche costoro in rappresentanza
diretta sua, per vendicare la morte del nipote (Francesco Festa
Caruso, ndr). E in effetti rimanemmo d’intesa che l’indomani, qualora
“Lello” ci avesse avvisato della presenza di Borrelli, tutti e quattro saremmo
partiti per commettere l’omicidio. Il giorno successivo “Lello” ci
diede conferma della presenza di Graziano Borrelli, ma visto che non arrivavano
i due Nicola decidemmo di procedere noi all’azione, accompagnati
da Ciro Mercurio e lo stesso “Lello” in sostituzione”.
Gennaro Panzuto passò poi a raccontare le fasi dell’agguato, avvenuto
a marzo 2006. “Ricordo che Schlemmer guidava un motorino rubato SH
nero e procedeva a passo d’uomo mentre noi camminavamo a piedi dietro
di lui. Io ero quello che avrebbe sparato ed ero mascherato con un cappello
con la visiera e armato con una pistola 7e65 con silenziatore, che
tenevo in una busta ed era parte di una dotazione di due pistole gemelle
mandate da Salvatore Cipolletta e Cesare Pagano. Voglio aggiungere
che effettivamente io e Schlemmer ci eravamo recati dagli “scissionisti”
per avere le armi silenziate, attesa la nostra determinazione a commettere
omicidi contro i nostri avversari, in qualsiasi momento, ed eravamo
accompagnati da Ciro Mercurio e “Supernino” in sella a due motociclette
Honda Ornett, una delle quali intestata a me. Ma esse vennero
prelevate dai carabinieri e noi fummo riaccompagnati con le macchine,
volendo evitare di farci controllare insieme agli “scissionisti” mentre
Salvatore Cipolletta avrebbe cercato di recuperare le moto senza farci
comparire”.

domenica 19 ottobre 2008

welcome

«Mio zio lo voleva morto



La gambizzazione di Assante,
che stava sfociando in un omicidio
per la reazione della vittima. è
raccontata nei minimi dettagli sia da
Antonio Prestieri che dal cugino Antonio
Pica, entrambi pentiti “docg”.
Nell’interrogatorio del 12 giugno scorso
Antonio Prestieri ha parlato del ferimento
del manager neomelodico.
«Sempre prima della faida posso riferire
di un tentato omicidio in danno di
una persona, il cui nome ora mi sfugge,
ma che di mestiere fa l’impresario
dei cantanti, organizzando feste di
piazza. Questo tentato omicidio è avvenuto
quando mio zio Prestieri Maurizio
era latitante ovvero era stato arrestato
da poco. In quel periodo Grandelli
Patrizio detto “'o mostro” aveva
spesso discussioni con mio zio Prestieri
Tommaso. Il Grandelli organizzò
una festa all’interno dei “sette palazzi”
e ricordo che venne a cantare
anche Carmelo Zappulla. Questa organizzazione
diede fastidio a mio zio
Tommaso Prestieri il quale pretendeva,
per rispetto, di essere l’unica persona
che poteva organizzare le feste
all’interno dei “sette palazzi”. Prima
della festa il Tommaso Prestieri si
chiamò l’impresario, da lui conosciuto,
e lo stesso si giustificò che il Grandelli
l’aveva pagato e che per lui non
vi era motivo per non fare la festa. Durante
la festa Tommaso Prestieri “prese
la 'nziria” e voleva scendere ed andare
a sparare l’impresario. In conseguenza
di ciò, se ben ricordo, mia
nonna Paolillo Concetta mandò a chiamare
me e mio cugino Pica Antonio
per andare a calmare Prestieri Tommaso.
Arrivati sul punto non riuscimmo
a far ragionare il Tommaso Prestieri
e lo stesso era sempre più convinto
di rovinare la festa a Grandelli
Patrizio, uccidendo l’impresario. Dopo
lunga discussione riuscimmo a
convincere il Tommaso Prestieri a dare
solo una lezione all’impresario, perché
gli aveva mancato di rispetto,
gambizzandolo. Il Tommaso Prestieri
individuò suo genero Daniele, marito
della figlia, nella persona incaricata di
gambizzare l’impresario. Io e Pica non
fummo d’accordo su questa individuazione
perché ritenevamo il Daniele
più vicino alla volontà del Tommaso
Prestieri e pertanto disponibile, anche
contro il nostro parere, ad uccidere
l’impresario. Io e Pica pertanto
incaricammo nostro cugino Esposito
Vincenzo ed a tale Guarriero Carmine
detto “ronaldo” di sparare un colpo
nella gamba all’impresario. Ci preoccupammo
anche di dare a questi una
pistola di piccolo calibro per evitare
conseguenze. Il progetto dell’attentato
era nel senso che Esposito Vincenzo
guidava il motorino, il Guarriero era
seduto indietro, armato, ed aveva il
compito di sparare ed il Daniele ebbe
il compito di chiamare l’impresario, allontanarlo
dalla folla, e farlo andare vicino
alla salumeria “pane e prosciutto”.
Il progetto di attentato ebbe una
conseguenza ulteriore rispetto a quella
programmata perché il “ronaldo” –
che è molto basso – quando sparò all’impresario
– che ha un fisico molto
grosso – venne da questi afferrato, ebbe
paura ed esplose altri colpi di pistola
che attinsero l’impresario anche
alle parti superiori, forse all’altezza della
pancia, determinando anche un pericolo
per la sua vita, pericolo che durò
un paio di giorni. Ora se ben ricordo
il soprannome di questo impresario
era “'o pazzo”».

Tentato omicidio, preso Prestieri



Era stato punito perché
aveva osato organizzare un concerto
di Carmelo Zappulla, cantante
neomelodico antipatico al
boss, nella zona dei “Sette palazzi”
a Secondigliano senza chiedere
il permesso al padrino che era
stato scarcerato da poco per motivi
di salute. Ma quel tentato omicidio
non è mai stato inquadrato
come tale. La vittima, il manager
neomelodico Enrico Assante,
51enne detto “’o pazzo”, infatti. lo
mascherò come un tentativo di rapina
del suo scooter. E se su quell’agguato
non avessero parlato i
pentiti Maurizio e Antonio Prestieri
e Antonio Pica, zio e nipoti,
non si sarebbe mai scoperto che
ad ordinarlo fu Tommaso Prestieri,
50enne, il boss artista dai mille
interessi. A sparare contro Assante,
secondo i pm della Dda di
Napoli, sarebbe stato il “guaglione”
Carmine Guerriero detto ”Ronaldo”,
27enne, mentre a guidare
lo scooter usato per il raid punitivo
fu Vincenzo Esposito, 27enne,
nipote dei Prestieri. Il genero del
ras del rione Monterosa, Daniele
Russiello, 29enne, fece da “specchiettista”.
Ieri mattina i carabinieri
del nucleo operativo di Castello
di Cisterna, guidati dal maggiore
Cagnazzo con il tenente Tiano,
hanno arrestato Prestieri ed
Esposito, mentre Guerriero e Russiello
sono di fatto latitanti. Tutti
erano inseguiti da un decreto di
fermo emesso dai magistrati anticamorra
con l’accusa di tentato
omicidio e di porto e detenzione
di arma, reati aggravati dal movente
camorristico. In realtà i reati
sono contestati anche ai pentiti
Antonio Pica e Antonio Prestieri,
nipoti del padrino. Una vera e
propria mazzata per Prestieri, che
da quando era stato scarcerato definitivamente
nel 2005 aveva cercato
di “ripulirsi” tuffandosi nel
mondo dell’arte e della musica.
L’arresto di Tommaso Prestieri e
di Vincenzo Esposito sono i primi
risultati della collaborazione di
Maurizio e Antonio Prestieri e di
Antonio Pica, rispettivamente fratello
e nipoti del padrino, che un
tempo era uno degli uomini di fiducia
di Paolo Di Lauro “’o milionario”
e che dal 2006 è passato
con gli Amato-Pagano, i famigerati
scissionisti.
I tre collaboratori di giustizia stanno
ricostruendo i rapporti e i business
della cosca del rione Monterosa.
Le loro dichiarazioni stanno
facendo tremare la camorra di
Secondigliano, di Scampia e di
Miano e lasciano intravedere clamorosi
sviluppi investigativi a breve
termine. Per quanto riguarda il
tentato omicidio del manager pregiudicato,
le “gole profonde” hanno
fatto una ricostruzione minuziosa.
Il 4 settembre del 2003 il noto
cantante neomelodico Carmelo
Zappulla, che ha origini siciliane,
fu invitato a tenere un concerto in
piazza a Secondigliano nella zona
dei “sette palazzi”, alle spalle del
rione Monterosa, bunker della famiglia
Prestieri. Ad organizzare
l’evento, senza chiedere il permesso
a Tommaso Prestieri il quale
tra l’altro non apprezzava molto
Zappulla, furono Assante e
Nancy Grandelli, la figlia del boss
Patrizio Grandelli “’o mostro”
Quella sera stessa
scattò la punizione per lo sgarro,
con l’agguato camuffato con un
tentativo di rapina. Secondo gli inquirenti,
dopo il pentimento del
fratello Maurizio, il ras Tommaso
Prestieri era l’unico reggente della
cosca decimata dagli arresti seguiti
al pentimento di elementi di
primissimo piano della famiglia di
camorra.

Il padrino con la passione per l’arte e la poesia



È un boss capace di sedersi allo stesso tavolo
do Paolo Di Lauro e di Gennaro Licciardi ma anche un
artista fervido. Scultore, pittore, scrittore ed autore di
testi teatrali e canzoni, Maurizio Prestieri ha fatto
molto parlare di sè negli ultimi 11 anni. La sua carriera
artistico-culturale iniziò nel ’97, quando, in carcere,
scrisse il libro di poesie “La vita, l’amore oltre il muro”.
In poco tempo il libro divenne un vero e proprio “best
seller” a Secondigliano, tanto che i ragazzini fanno a
gara per comprarlo. Nel ’98 tenta di far rivivere il Festival di Napoli e al
Teatro Bellini organizza la manifestazione “Un pensiero per Napoli - La
notte degli Oscar”, rassegna canora a cui partecipano
personaggi nazionali. Ma proprio all’uscita del teatro
viene arrestato e ricondotto in carcere. Il suo secondo
libro è “Uomini di cristallo” (Tullio Pironti editore), e a
gennaio scorso la sua prima mostra d’artista nella
chiesa di San Giacomo degli Italiani. Si chiama “Passi
liberi” e in quella occasione incontra Fabrizio Corona
(nella foto), il noto fotografo-manager di artisti. A
marzo scorso l’ultima “fatica” editoriale, il libro
“Opuscolo d’amore. La donna tra versi e immagini”, sempre edito da
Tullio Pironti, con la prefazione di Marcello D’Orta.

sabato 18 ottobre 2008

GIUSEPPE SETOLA MANDA UNA LETTERA AL GIORNALE


Che la vita e'un continuo evolversi di misteri questo lo si sapeva gia',ma che un cieco commette ben 14 omicidi ha del sensazionale.Senza contare che per tutti coloro che lo conoscono non sbaglia mai una commissione,ha una mira fuori dal comune,un vero fuoriclasse,uccide con freddezza e dimestichezza senza mai sbagliare un colpo.Stiamo parlando del capo stragista dei casalesi,GIUSEPPE SETOLA,killer spietato cocainomane squilibrato,uccide con gusto e molte volte senza un motivo plausibile,ha del feticismo la passione per le sue armi,le bacia,le accarezza ci parla,un vero crazy man.Ma la cosa che piu' rimane interdetti e',carabinieri polizia e altro lo stanno cacciando in ogni angolo di casale di principe,attribuendogli molti omicidi e tentati omicidi,oltre che la famosa strage di castelvolturno,e lui che fa,semplice manda una lettera ad un giornale quasi allucinato di cio' che si dice di lui.Secondo lui tutto quello che gli viene attribuito e' falso,come false sono le rivelazioni di ORESTE SPAGNUOLO killer al soldo di setola pentitosi pochi giorni dopo il suo arresto che attribuisce proprio a setola tutti gli omicidi e le stragi di questi mesi sul litorale volturno.Lui si difende,GIUSEPPE SETOLA a suon di perizie e altro si dice certo che tutto cio' che viene detto non e' vero,in quando lui e' cieco,cieco certificato,dice di poter dimostrare la sua cecita' con le perizie che gli sono state fatte apposta per farlo lasciare il penitenziario dove era recluso in stato di 41bis.Lui dunque si dichiara cieco,innocente,ragionevolmente onesto,ma non so nemmeno io onestamente ch scrivere piu',sono curioso,spero che lo arrestano subito,proprio per capire come si comportera' davanti a telecamere e inquirenti,si fara' trovare con un pastore tedesco occhiali scuri e bastone in mano?chissa' aspetteremo come andra' a finire questa vicenda,ma onestamente e' troppo che un latitante cercato in ogni angolo d'italia si prenda la briga di mandare una lettera ad un giornale,chissa'.

ROBERTO SAVIANO NEL MIRINO DEI CASALESI


Ormai i media e le istituzioni ne hanno fatto un mostro sacro contro la criminalita' organizzata del napoletano,stiamo parlando dello scrittore autore del best seller gomorra ROBERTO SAVIANO,che ancora una volta sale alla ribalta delle cronache nostrane grazie al collaboratore di giustizia CARMINE SCHIAVONE che tempo fa' confido' al proprio avvocato che i casalesi stavano organizzando un attentato tipo falcone-borsellino contro lo scrittore.Secondo il collaboratore di giustizia il clan dei casalesi aveva messo in pratica un congegno elettronico con relativo detonatore per far saltare in aria sull'autostrada NAPOLI-ROMA lo scrittore e tutta la sua scorta.Cosa che poi successivamente lo stesso collaboratore ha smentito dicendo di esserne letterelmente all'oscuro a queste dichiarazioni.Comunque la notizia e' stata presa sul serio sia da parte della magistratura che da parte dello stesso saviano.Va detto che tale notizia e' stata rafforzata anche dal boss dei boss dei casalesi FRANCESCO SCHIAVONE detto sandokan,che dal carcere milanese di opera dove e' recluso in stato di 41bis,e' riuscito ugualmente con un fax a comunicare la sua disapprovazione alle calunnie dello scrittore che sta continuando a buttare fango su di lui e sulla sua famiglia oltre che su tutta casale.Secondo il boss lo scrittore romanziere sbaglia anche a scrivere articoli su repubblica,un giornale letto da milioni di persone che a detta del boss leggono ste fantoie..........

ARRESTATO TOMMASO PRESTIERI

Ancora tarantelle alla secondiglianese,questa mattina i carabinieri del comando provinciale di napoli hanno arrestato TOMMASO PRESTIERI ras ormai in declino da anni del clan di lauro.Questa volta a metterlo nei guai ci ha pensato il fratello neo pentito MAURIZIO PRESTIERI con il nipote anche lui pentito,raccontando che nel 2000 il ras tommaso va ricordato che oltre che camorrista e' anche un poeta pittore commediografo,tento' di ammazzare lui e VINCENZO ESPOSITO un'impresario musicale ENRICO ASSANTE che su richiesta di NANCY GRANDELLI figlia del boss PATRIZIO GRANDELLI detto patrizio o'mostr fece esibire nella zona dei sette palazzi il cantante neomelodico CARMELO ZAPPULLA senza chiedere il consenso al clan presieri.Questi che a sua volta e' anche lui impresario musicale tento' di ammazzare assante colpendolo in punti non vitali fortunatamente,ma va detto che anche assnte e' stato denunciato per favoreggiamento e falsa testimonianza,all'epoca maschero' l'agguato dicendo agli inquirenti che si era trattato di un tentativo di rapina.

venerdì 17 ottobre 2008

Revocato il 41bis a Lo Russo jr


Poco prima dell’estate era stato portato al carcere di Torino al regime del 41 bis quello destinato ai superboss di camorra. Ma secondo gli avvocati difensori non ne esistevano i presupposti. Per questo per Antonio Lo Russo, figlio di Giuseppe e nipote di Salvatore, Antonio Abet e Marco Muscariello, hanno presentato una istanza al Tribunale di Sorveglianza di Torino. Ieri la discussione che ha dato ragione alla tesi difensiva: i magistrati hanno infatti revocato il carcere duro. Adesso Antonio Lo Russo è detenuto comune anche se sul suo capo pende una sentenza, non ancora definitiva, all’ergastolo per il duplice omicidio Manzo-D’Amico (nella foto). La sentenza d’appello è stata pronunciata il 29 aprile scorso dal presidente Lupo della seconda Corte d’Assise d’appello di Napoli. E pochi minuti dopo le urla hanno raggiunto i piani alti del Tribunale. Neanche le forze dell’ordine sono riuscite a placare la disperazione dei parenti degli imputati. Quattro ergastoli in primo grado, tre in secondo grado e un patteggiamento, quello di Pompeo condannato a 23 anni di reclusione. Adesso per i presunti killer del clan Lo Russo resta solo la la Cassazione per dimostrare la loro estraneità al duplice omicidio Manzo-D’Amico, i due ritenuti boss del clan Stabile di Chiaiano, freddati il primo giugno del 2004, a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro. Ergastolo per Antonio Lo Russo, Salvatore Razzano e Antonio Barone. Condanna a un anno e mezzo nei confronti di Rosario Velotti, accusato di favoreggiamento a fronte di una richiesta di tre anni di reclusione. Una camera di consiglio non lunga al termine della quale resta sostanzialmente in piedi l’impianto accusatorio del pm antimafia Sergio Amato che in primo grado seguì il processo. Anche Razzano è stato condannato, lo stesso che i pentiti, primo tra tutti Giuseppe Misso jr, avevano scagionato riferendo che era estraneo all’azione di fuoco. Probabilmente non gli hanno creduto o meglio le prove contro l’imputato erano schiaccianti. Non la pensa così la difesa. Il primo ad essere assassinato fu Giuseppe D’Amico, 39enne, di Cupa Spinelli, ma poi toccò al 44enne di via del Gran Paradiso a Scampia, che era appena scampato alla morte il 18 maggio nel corso di una tragica sparatoria provocata da una richiesta di “pizzo”. Per il teorema accusatorio c’è un’unica matrice tra gli eventi tragici: i conflitti sul territorio tra le organizzazioni malavitose della famiglia Stabile e Lo Russo per il controllo in materia di estorsioni e droga.

martedì 14 ottobre 2008

Secondigliano, Misso svela 18 delitti





Quando un camorrista
entra in carcere viene portato in
un padiglione dove ci sono tutti
camorristi. E allora si parla, ci si
confida, li chiamano «scambi di informazioni
criminali». E vengono
allora alla luce i nomi di presunti
assassini che hanno agito nel corso
delle faide di camorra. Così in
un solo verbale di 11 pagine del 13
luglio del 2007 Giuseppe Misso jr
detto “’o chiatto” svela presunti
mandanti ed esecutori materiali di
18 omicidi della faida tra il clan Di
Lauro e quella degli scissionisti. Il
verbale è stato depositato alcune
settimane fa alla quinta sezione di
Corte d’Assise di Napoli nel corso
del processo che vede imputato
Massimo Tipaldi del duplice omicidio
Manzo-D’Amico. Il primo delitto
del quale parla è quello di Luigi
Aliberti detto “Gigino ’o lungo”
del quale fa riferimento come il primo
che ha scatenato la guerra. «È
stato commesso dal clan Di Lauro
in danno agli scissionisti, lui era il
primo ad essere passato nelle fila
degli scissionisti». In risposta, dice
Misso “’o chiatto”, ci fu l’as-
sassinio di Fulvio Montanino detto
“Fulvietto”. «Era un uomo molto
legato a Cosimo Di Lauro e gli
scissionisti colpendo lui vollero colpire
il capo del clan». Il racconto
entra però nel vivo con un omicidio
al quale avrebbe partecipato
addirittura il boss scissionista Lello
Amato e si tratta di un delitto
raccapriciante per il quale il ras va
considerato innocente fino a prova
contraria. Si tratta del delitto di
Giulio Ruggiero. «Ne parlai con
Giannino Penniniello, Salvatore Torino
e Francesco Cardillo. La persona
uccisa era affiliata al clan Di
Lauro e fu assassinata da Lello
Amato che era forse in quel periodo
già latitante. Alla persona uccisa
fu tranciata la testa con una
motosega e il corpo venne lasciato
in un’auto sotto ad un ponte di
Secondigliano». Altro omicidio è
quello di Vincenzo De Gennaro:
«L’ho saputo dall’esecutore materiale
ossia da Francesco Cardillo
che aveva cercato riparo alla Sanità
e io non volevo perché avevamo
deciso di non schierarci con
nessuno. Lui lo fece perché era
parte di Luigi Esposito, affiliato ai
Misso. L’ordine di assassinare De
Gennaro fu dato da Nunzio Di Lauro
e Giuseppe Pica. Quest’ultimo
anche autore materiale del delitto
». Su Attilio Romanò fa invece
un breve passaggio: «Era un giovane
che lavorava all’interno del
negozio di Rosario Pariante e il vero
obiettivo era un nipote di quest’ultimo.
Il mandato arrivò dai Di
Lauro». Ecco il racconto che fa invece
dell’omicidio di Dario Scherillo.
«Venni a sapere sia da Alessandro
Maisto, affiliato ai Di Lauro
ad Arzano che da Francesco
Cardillo, che nella fase più cruenta
della faida ci fu l’omicidio di un
giovane a Casavatore, assassinato
per errore. Lì aveva il comando Cosimo
Di Lauro. Quindi gli scissionisti,
ritenendo che in quella zona
ci fossero soprattutto persone affiliate
ai Di Lauro, fecero fuoco
contro questo giovane». Poi Misso
fa riferimento ancora ad un caso
di lupara bianca, ovvero all’omicidio
di Gaetano De Pasquale. «Lo
avevano preso, interrogato e ucciso
e i suoi resti gettati in un pozzo.
Mi dissero che a comandare
l’omicidio furono Cesare Pagano,
Salvatore Cipoletta e Giacomino
Migliaccio. Esecutori materiali erano
stati Calzone e se non ricordo
male anche il giovane che accompagnava
Cipolletta ossia D’Agnese
ed Enzo Notturno». Il racconto
prosegue nei particolari con il triplice
omicidio Orabona-Patrizio-
Pizzone. «L’ordine era arrivato da
Cesare Pagano ed era stato commesso
da dieci affiliati al clan Ferone
da sempre legati ai Di Lauro.
Per dimostrare il loro cambiamento
organizzarono il delitto. Le tre
persone erano state tratte in inganno
perché i killer erano travestiti
da agenti. Di queste persone
solo due erano esponenti del clan
Di Lauro, la terza era innocente».
Misso ’o chiatto dice poi di aver
saputo da Arturo Meola e Salvatore
Marigliano dell’omicidio di Luigi
Barretta. «Mi dissero che Giustino,
il padre della vittima, aveva
capito che il giovane era stato assassinato
dagli stessi scissionisti
ed era un regolamenti di conti all’interno
della cosca». Del delitto
di Pasquale Bevilacqua ne parla a
pagina 10. «Francesco Cardillo mi
riferì che a commettere l’omicidio
era stato lui insieme ad Emolo Ferdinando,
Ugo De Lucia su mandato
di Cosimo Di Lauro. A sparare
fu Ugo». C’è stato anche un passaggio
sull’omicidio di Raffaele
Abinante jr, nipote degli Abbinante.
«L’omicidio mi fu riferito da
Alessandro Maisto, Marco Hudelka
e Francesco Cardillo. Erano stati
Cardillo con Luigi Magnetti. Il
mandante era stato Cosimo tramite
una imbasciata tramite Pica».
Del delitto di Pica-Cardillo ne parla
in questa circostanza facendo
riferimento alla circostanza che i
due sarebbero stati ammazzati
proprio dai loro “ragazzi”: «Luigi
Magnetti, Luigi Giannini, Salvatore
Frate», dice Misso jr.

I DICIOTTO OMICIDI RACCONTATI DAL PENTITO

ALIBERTI LUIGI Scissionista 29 settembre 2004
MONTANINO FULVIO Di Lauro 28 ottobre 2004
DE PASQUALE GAETANO Di Lauro 30 ottobre 2004
ABINANTE RAFFAELE Scissionista 24 novembre 2004
SCHERILLO DARIO vittima innocente 6 dicembre 2004
RUGGIERO GIULIO Di Lauro 21 gennaio 2005
ROMANÒ ATTILIO vittima innocente 24 gennaio 2005
DE GENNARO VINCENZO Scissionista 29 gennaio 2005
ORABONA GIOVANNI Di Lauro 31 gennaio 2005
PATRIZIO ANTONIO Di Lauro 31 gennaio 2005
PIZZONE GIUSEPPE Di Lauro 31 gennaio 2005
BEVILACQUA PASQUALE Scissionista 31 gennaio 2005
BARRETTA LUIGI Scissionista 9 maggio 2005
AMORUSO CARMINE Scissionista 5 marzo 2006
FABBRICINO CIRO Di Lauro 21 marzo 2006
FONTANAROSA CIRO Di Lauro 21 marzo 2006
PICA GIUSEPPE Di Lauro 14 marzo 2007
CARDILLO FRANCESCO Di Lauro 14 marzo 2007

«Rifiutai più volte l’alleanza coi Di Lauro



«Il clan Di Lauro tentò a
più riprese di coinvolgerci nella
faida con gli “scissionisti” per ottenere
il nostro appoggio, ma inutilmente.
Io, a nome dei Misso, rifiutai
fino a quando “Cosimino”
rinunciò e non ne parlo più». Il 30
ottobre 2007 Michelangelo Mazza
raccontò ai pm antimafia, ovviamente
per quanto ne sapeva,
alcuni dei retroscena della faida
di Secondigliano. Non era cominciata
quella della Sanità, anche se
qualche avvisaglia già c’era. In
ogni caso il nipote dei boss Misso
e Salvatore Torino, pentitosi
anch’egli successivamente, ancora
si parlavano. Ecco alcuni
passaggi delle dichiarazioni del
collaboratore di giustizia, con la
consueta premessa che le persone
tirate in ballo devono essere ritenute
estranee ai fatti narrati fino
a prova contraria..
«Cosimo Di Lauro, attraverso un
nostro coinvolgimento in loro appoggio,
voleva ottenere il risultato
anche indiretto di coinvolgere
un clan della città di Napoli alleato
e altre famiglie camorristiche
di spessore, che insieme a noi gestivano
e controllavano il centro
di Napoli e la zona orientale della
città. Mi riferisco ai clan Mozzarella,
Di Biasi, Lepre e Sarno. I tentativi
di Cosimo avvenivano attraverso
il cognato del nostro affiliato
Esposito Luigi “’o cinese”,
che in più di un’occasione ci portò
tali “imbasciate”, alle quali io
feci rispondere sempre negativamente
attraverso il nostro affiliato
Romagnolo Salvatore detto “’o
zappatore”. In un’altra occasione
venne nella zona che noi definiamo
“dietro al monte”, presso l’abitazione
di Rita Dirozzi, legata da
vincoli di parentela ai nostri affiliati
Frenna e Sequino, due affiliati
al clan Di Lauro di cui al momento
non ricordo i nomi. Uno dei
due venne per conto di Cosimo,
a chiedere il nostro aiuto giustificando
tale richiesta con il recente
omicidio del proprio padre, avvenuto
nella zona di San Giovanniello,
zona controllata dai Contini.
In questa occasione essi fecero
riferimento alla presenza sul nostro
territorio di parenti di Marino
Gennaro; a ciò io risposi che si
trattava di persone estranee e che
la nostra posizione rimaneva la
stessa, ossia di equidistanza, nel
senso che militarmente non
avremmo mai appoggiato nessuna
delle due fazioni. Ma che eravamo
disponibili, come facevamo,
a prendere droga dai Di Lauro,
trattandosi di affari e non di coinvolgimento
nella faida e al tempo
stesso eravamo disponibili a svolgere
un’azione di pacificazione
tra le due fazioni».
L’ultimo tentativo del clan Di Lauro,
secondo il racconto del collaboratore
di giustizia Michelangelo
Mazza, fu portato a termine da
Giuseppe Macor. «Era in ottimi
rapporti con mio zio. Mi disse di
essere in rapporti di parentela con
tale “’o cavallaio” affiliato ai Di
Lauro, che per conto di Cosimo
aveva chiesto al Macor di incontrarsi.
In caso di appoggio, avrebbe
versato nelle casse del nostro
clan dieci milioni di euro. Ma la
risposta fu sempre no»

«Il ras non morì e dichiarò guerra



Michelangelo Mazza
nell’interrogatorio del 20 ottobre
2007 spiegò dal suo punto di vista,
e per quanto ne seppe, i motivi
della scissione tra i Di Lauro e
gli Amato-Pagano. Ne viene fuori
la figura, presunta ovviamente
fino a un’eventuale condanna definitiva,
di un capoclan spietato:
Cosimo Di Lauro, figlio del padrino
Paolo detto “Ciruzzo o’ milionario”.
Ecco alcuni passaggi di
quanto affermato dal pentito del
rione Sanità, nipote del boss Giuseppe
Misso “’o nasone”, anch’egli
attualmente collaboratore
di giustizia.
«Massimiliano Cafasso mi disse
che Cosimo, rispetto al padre, voleva
gestire in maniera assoluta il
clan mettendo da parte gli stessi
vertici che insieme al padre avevano
costruito il detto clan e cioè:
“Papele ’e Marano”, Amato Lello
che aveva fatto la fortuna del clan
con il traffico di droga dalla Spagna,
“Chiapparello”, “Chiappellone”,
anche lo stesso Gennaro Marino,
Gennaro Notturno e gli altri
soggetti che con lui erano stati arrestati
durante la faida in un’abitazione
a Secondigliano perché
trovati in possesso di un ingente
quantitativo di armi. A questi
soggetti va aggiunto anche il Migliaccio,
detto “’a femminella”.
Causa scatenante è stata sicuramente
l’uccisione di “Giggino ’o
luongo”, cui scampò lo stesso Marino
Gennaro. Cafasso mi disse Giuseppe Pica, ex fedelissimo dei Di Lauro, ucciso dai suoi “compari”
I RACCONTI DELLA CAMORRA.
DAL TRIPLICE AGGUATO CONTRO
ORABONA, PATRIZIO E PIZZONE FINO
AL DUPLICE ASSALTO PICA-CARDILLO
che nonostante tale omicidio, i
soggetti cui ho fatto riferimento,
erano ancora ben disposti verso
Paolo Di Lauro, pensando che lo
stesso sarebbe direttamente intervenuto
a fermare il figlio”.
Dunque, la guerra tra i Di Lauro e
gli “scissionisti” avrebbe potuto
avere anche un altro corso. Ma da
“Cosimino”, secondo il pentito
Michelangelo Mazza, non arrivarono
segnali positivi. “Visto che
ciò non avvenne e che anzi si temeva
che Cosimo potesse compiere
altre azioni dirette a eliminare
taluni di questi soggetti e
che comunque non perdeva occasione
per porre in essere comportamenti
che evidenziavano
mancanza di rispetto nei confronti
di uomini che erano stati a capo
del clan insieme al padre, si decise
da parte di costoro di dare una
risposta forte con il duplice omicidio
di Montanino. Difatti Fulvio
Montanino era un giovane legato
da stretti vincoli di amicizia con
Cosimo, volendo così mandare un
segnale diretto a questi. Cafasso
mi riferì altresì che prima di colpire
Montanino, andarono in Spagna
e precisamente a Barcellona
con un jet privato per ottenere
l’appoggio dello stesso Amato
Raffaele. Questi non solo fu d’accordo,
ma li incitò ad agire al più
presto concordando con la scelta
dell’obiettivo da colpire, ossia Fulvio
Montanino».
Così successe e da qual momento
l’escalation di violenza fu tremenda.

Caccia alla “talpa” e ad un furgone



La Dda sta dando la caccia
ad una “talpa” e ad un furgone.
La “talpa” è quella che avrebbe rivelato
a Giuseppe Setola che il suo covo
era stato scoperto, permettendo
così la sua fuga, assieme ai fidatissimi
Antonio Alluce e Davide Granato.
Si tratta molto probabilmente
di un esponente delle forze dell’ordine
a libro paga del boss stragista,
forse qualcuno che opera proprio nel
territorio di Setola. Il furgone invece
è quello su cui spesso Setola si spostava
durante la sua latitanza. Si tratta
di un un Fiat Scudo di colore bianco
targato BP623BX, intestato a Diana
Antonio ma in uso al cognato,
Antonio Alluce. Il furgone è stato anche
fotografato da alcune videocamere
dei carabinieri ed utilizzato in
diversi attentati del gruppo stragista.
Del furgone parla anche il neopentito
Oreste Spagnuolo, componente
del gruppo di fuoco di Setola:
«Per quanto riguarda i veicoli a nostra
disposizione ricordo un furgone
di colore bianco di cui non so dire la
sorte che venne peraltro utilizzato
per il tentato omicidio dei nigeriani
del 18/8/2008 (a rilettura: si tratta del
furgone del cognato di Alluce Antonio
di cui non ricordo il nome; glielo
prestava). Abbiamo utilizzato il furgone
per trasportare Setola, ricordo
che in quella occasione il gruppo era
composto da sei persone, due delle
quali a bordo del furgone (Alluce alla
guida e Setola accanto) e gli altri
su due moto, una Transalp nero che
è stato sequestrato il 30 settembre
(guidato da Granato Davide con me
dietro) ed un Honda CBR 1000 rossa
guidata da Cirillo Alessandro e
dietro Letizia Giovanni». Dopo l’attentato
ai nigeriani «le moto furono
riposte nel garage mentre il furgone
venne portato via da Alluce Antonio;
ho visto altre volte Alluce con lo stesso
furgone, lo ha utilizzato altre volte,
sempre guidato da lui. Non so dire
esattamente dove sia il furgone».
Le moto furono sequestrate nei due
villini in cui furono arrestati il 30 settembre
Cirillo, Letizia e Sapagnuolo.
Del furgone, invece, si sono perse
le tracce. Probabilmente è su quel
furgone che la notte tra venerdì e sabato
scorso Alluce, Setola e Granato
sono sfuggiti al blitz dell’Antimafia.
La targa non è un problema. Sempre
Spagnuolo spiega infatti che il gruppo
era solito usare veicoli puliti e non
rubati, cambiando le targhe o camuffandole.
«Faccio presente che
normalmente utilizzavamo macchine
intestate a persone di fiducia e
nelle occasione degli omicidi ci procuravamo
delle targhe rubate che
poi gettavamo dopo la consumazione
dei fatti. Alcune volte abbiamo
utilizzato macchine rubate ma spesso
utilizzavamo macchine pulite». E
in un’altra occasione spiega: «Sapevamo
che in quel luogo c’era una telecamera
funzionante ma eravamo
tranquilli perché indossavamo i caschi
ed avevamo camuffato le targhe
dei veicoli apponendo dello scotch e
scrivendo dei caratteri alfanumerici
diversi

Zagaria voleva uccidere Setola





Il boss superlatitante Michele
Zagaria e i capi del clan Schiavone
non sopportavano Giuseppe Setola
e a un certo punto decisero di ucciderlo,
considerandolo uno dei killer
più pericolosi che all’epoca agivano
per conto del clan Bidognetti. A rivelarlo
è il pentito Luigi Diana, che
traccia così un profilo importante di
quello che sarebbe diventato il capo
di quel che resta dei bidognettiani,
l’attuale ricercato numero 1, leader
del gruppo stragista che ha fatto 15
morti in meno di sei mesi. Ecco cosa
racconta Diana: «Setola Giuseppe, tra
l’altro, era particolare inviso sia a Zagaria
Michele, in quanto sosteneva
che era un infame, posto che, essendo
parente di Cantiello Salvatore, non
si era schierato con lui, sia agli Schiavone,
posto che vi era stato, nel 1989,
un attrito proprio fra Schiavone Walter
e Setola Giuseppe il quale si era
permesso di malmenare il figlio di
Schiavone Carmine sulla cui testa
aveva anche inferto dei colpi con il
calcio della pistola. Ricordo che
Schiavone Walter tirò anche degli
schiaffi a Setola Giuseppe per punirlo
per il suo comportamento nei confronti
del figlio di Schiavone Carmine.
Ma la cosa che irritò di più Schiavone
Walter fu il fatto che, nonostante
Setola Giuseppe si fosse impegnato
ad andare a lavorare onestamente, si
era, invece, aggregato al clan Bidognetti.
Lo stesso Bidognetti Francesco
aveva promesso a Schiavone
Walter che prima o poi glielo avrebbe
“dato”».
Così, quando si aprì una frattura tra
gli Schiavone e i Bidognetti, Zagaria
(luogotenente di Francesco “Sandokan”
Schiavone) decise di uccidere
Setola, ma senza toccare i figli di
Francesco Bidognetti (“Cicciotto ’e
mezanotte”), perché il boss aveva fatto
sapere dal carcere che se gli toccavano
i figli lui sarebbe diventato un
collaboratore di giustizia. Spiega Diana:
«Venne esclusa la possibilità di
ammazzare i figli di Bidognetti. Il gesto
sarebbe stato troppo pericoloso
perché avrebbe anche potuto determinare
il pentimento di Bidognetti
stesso (circostanza questa che in seguito
realmente venne “notificata” al
nostro gruppo dalla moglie di Bidognetti
Francesco per il tramite di Bortone
Paolo, detto “Masto Paolo”, che
si recò dai fratelli Zagaria a specificare
che Bidognetti Francesco, aveva
detto che finché le cose rimanevano
così, andava tutto bene, ma se
si sarebbero toccati i suoi figli avrebbe
“parlato”)». E fu proprio la presenza
di uno dei figli di Bidognetti a salvare
la vita a Giuseppe Setola. È ancora
Luigi Diana a parlare: «Ricordo
che alcuni giorni dopo la riunione
venne avvistato Setola Giuseppe in
compagnia di Bidognetti Aniello e
Cristoforo Giuseppe, detto “capa
bianca”. Fu il tunisino Ben Azur che
mi telefonò dicendomi che ce li aveva
proprio davanti sulla superstrada
in direzione di Parete. I tre erano in
macchina, su una Peugeot 205. Io avvisai
Zagaria Michele del fatto il quale
mi spronò a fare una strage dicendomi
testualmente: “Vai, fagli venire
la febbre a 40 al figlio di Bidognetti”
(nel senso di fargli prendere un bello
spavento, ndr), nonostante io gli
avessi spiegato che Bidognetti Aniello
se ne stava sparapanzato dietro,
nell’auto, per cui sarebbe stato inevitabile
uccidere anche lui e non solo
il Setola Giuseppe. La richiesta di
Zagaria Michele mi parve irrazionale
e, quindi, non ne tenni conto».