martedì 30 settembre 2008

LA STRAGE DEI NERI DI CASTELVOLTURNO


La notizia della strage dei negri di castelvolturno a opera dei casalesi ha fatto molto scalpore a livello internazionale,si vede da un lato lo stato impotente di fronte la sfida della camorra e da l'altra la consapevolezza che in campania gruppi operanti di altre nazionalita' non devono mai pensare di farlo per proprio conto,qui' nel napoletano tutto e tutti vengono controllati da un unico stato alternativo che si chiama camorra.Forse anche quei poveri negri lo avevano capito da tempo,che sia napoli citta' che la provincia tutto e' gestito dalla camorra,ma forse banalmente avranno preso spunto dal nord italia,dove ogni gruppo ogni etnia che si tratta di romeni albanesi marrocchini tunisini ecc fanno soldi con le pale senza chiedere consensi e permesso a nessuno.Si sa che castelvolturno rappresenta in campania la seconda scampia,ovvero la piu' grande piazza di spaccio a cielo aperto,si puo' trovare di tutto,crak eroina cocaina kobrett hascish e mariuana,ma con la differenza che nella vendita al minuto se ne occupano solo ed esclusivamente gruppi di negri e marrocchini facendo affluire il guadagno poi nelle tasche dei casalesi.Il gruppo dei casalesi si e' sempre occupato di estorsioni omicidi e investimenti,non ne hanno mai voluto sapere di droga e prostituzione,in un primo momento,poi sono arrivati gli africani e gli albanesi,ai primi anno affidato il controllo della droga,mentre ai secondi quello della prostituzione e rapine in villa.Il benestare del clan dei casalesi gli immigrati l'avevano avuto in modo assai diffidente,nel senso che sia gli schiavone che i bidognetti non volevano grane da parte delle forze dell'ordine,volevano che tutto fosse fatto con il piu' stretto riserbo,senza focalizzare la lente della magistratura sul loro territorio,e' andata bene per un decennio fino ha quando gli immigrati non anno pensato bene di fotterli.I primi che anno tentato di farlo sono stati gli albanesi,ma senza riuscire nella loro impresa,ne sono caduti ha decina senza contare le decine di lupara bianca,sono stati costretti i piu' ribelli a lasciare la terra dei mazzoni per cercare fortuna sempre in modo illecito al nord italia,e molti sono riusciti nel loro intendo.Mentre la maggior parte lasciava la campania ci sono stati anche molti di loro che si sono fatti apprezzare dai casalesi,al punto di essere fedalizzati in tutto all'interno dell'organizzazione,molti si sono arricchiti e tutt'ora gestiscono i grandi traffici illeciti sempre per cono della cosca madre made in casal di principe,lo anno capito sulla loro pelle che la campania e' una terra dove se si vuole stare bisogna sottomettersi alle grandi organizzazioni camorristiche.Credo di altro avviso siano stati i senegalesi,anche loro caduti a decine vittime per sempre di lupara bianca.ma loro la testa la tengono dura,vogliono introidi senza versarlo nella casse madre dei casalesi,molti sono stati gambizzati,picchiati,cacciati,ma molti continuavano nel perseguitare l'atteggiamento dei loro connazionali piu' duri,cosi' si e' deciso di mostrare i muscholi,una vera azione eclatante ammazzarli quanti piu' possibili per dare un esempio anche ad altri,tutti devono capire che la campania e' terra dei campani,perdon dei camorristi.

lunedì 15 settembre 2008

Figlio del ras ferito, un arresto


Gennaro Licciardi junior, chiamato “Genny”, piantonato in ospedale; Antonio Ciccarelli al carcere di Poggioreale. Secondo i carabinieri, che li hanno bloccati l’altro ieri sera dopo un inseguimento durato circa un quarto d’ora, i due si sono resi responsabili di resistenza a pubblico ufficiale. Reato che in genere viene giudicato con un processo con rito direttissimo, ma in questo caso la Procura ha deciso di mandare gli indagati per convalida davanti al gip entro cinque giorni. La ricostruzione della vicenda, il giorno dopo, è sostanzialmente confermata dagli investigatori dell’Arma. Accidentalmente il proiettile è stato esploso dal carabiniere, ferendo alla spalla sinistra il figlio 18enne del boss di Secondigliano Vincenzo “’o chiatto”; ma naturalmente la Procura esaminerà con attenzione l’informativa redatta dai militari prima di chiudere il caso. Nel frattempo resta il mistero sul motivo per il quale Gennaro Licciardi e Antonio Ciccarelli non si sono fermati all’alt. Gli inseguitori in divisa li avrebbero visti disfarsi di qualcosa che poteva anche essere una pistola, sostengono ieri gli ufficiali, ma essi stessi fanno notare che nulla è stato trovato. D’altro canto andare a ritroso per almeno cinque chilometri e controllare palmo a palmo la strada era impossibile. Inoltre al momento dell’arresto, in molti sono intervenuti cercando di ostacolare i componenti della “Gazzella” e qualcuno con le mani lunghe avrebbe potuto far sparire qualcosa anche dalla Punto dei fuggitivi. Di Gennaro Licciardi junior i pm antimafia si sono imbattuti (senza che avesse commesso alcun reato, va sottolineato) nel corso dell’indagine sul clan della Msseria Cardone. Il giovane a fine luglio 2005 si trovava in Portogallo con il padre, allora latitante, e fu intercettato dalla polizia mentre parlava con la fidanzata nonostante la sua estrema prudenza. La circostanza però, in quell’occasione, non servì a stanare il boss. Ecco alcuni passaggi della telefonata. Antonella: «Genny..ma perché io non ti posso chiamare sopra a questo numero?». Genny: «No..no.no…non ti permettere proprio!». Antonella: «E perché?» Genny: «Ma quando mai, questo non mio il numero, è il telefono di un compagno di babbo!». Antonella: «Ah?». Genny: «Senti, io ti chiamo io a te…e ti vengo a prendere io con qualcuno». Antonella: «Va be’…dai..!». Genny: «Oh!...Senti ma dove stai?». Antonella: «Stiamo sulla strada!». Genny: «Ancora dovete arrivare?». Antonella: «No!». Genny: «Fra quanto tempo arrivate?». Antonella: «Fra un’oretta!». Genny: «Senti mi vuoi fare il piacere di non accostare proprio a mare?». Antonella: «Perché Genny?». Genny: «A mare non accostare proprio». Antonella: «Va bene!». Genny: «Sulla spiaggia si…ma a mare non ti accostare proprio!». È evidente, secondo gli inquirenti, che il giovane temeva che attraverso il telefono le forze dell’ordine risalissero al padre. In effetti i poliziotti della Mobile lo avevano già localizzato in Portogallo, ma soltanto due anni e mezzo dopo hanno trovato la traccia giusta per individuare il nascondiglio nel Napoletano e arrestarlo. Intanto sono dure le reazioni politiche per l’ennesimo assalto all’ospedale Cardarelli. «Due aggressioni nel giro di 48 ore al personale del pronto soccorso dell'ospedale Cardarelli, un bilancio allarmante. Ci vuole l’Esercito». Lo dichiara il consigliere regionale del Popolo della Libertà Fulvio Martusciello.

Agguato, incastrato il boss Reale


È stato scarcerato a fine giugno dopo circa dieci anni passati dietro le sbarre. E da quando è uscito di galera il boss Salvatore Reale è stato vittima già di numerose intimidazioni da parte di “guaglioni” del clan Mazzarella che nel frattempo hanno occupato il “fortino” di via Pazzigno, una volta roccaforte della cosca familiare, tanto che ha dovuto trasferirsi altrove. L’ultima lo scorso 20 luglio. Ma venerdì sera il fratello dei ras Mario, Patrizio, Carmine e del defunto Antonio ha risposto ai soprusi dei Mazzarella e spalleggiato dal cugino 24enne Mario Nurcato, ha esploso numerosi colpi di pistola all’indirizzo di una donna, vedova di Antonio Erbetti, affiliato ai Reale ucciso nel 2006, ma che ora vive con un affiliato ai Mazzarella, per fortuna senza colpirla. Un agguato clamoroso per un’abitazione contesa che ha fatto scattare l’allarme e che i poliziotti del commissariato San Giovanni-Barra hanno ricostruito nel giro di un paio d’ore. Così ieri notte, poco dopo l’una, per Reale e Nurcato è scattato il fermo di polizia giudiziaria con le accuse di tentato omicidio, porto e detenzione illegale di arma da fuoco e spari in luogo pubblico. Ora sono rinchiusi nel carcere di Poggioreale e nei prossimi giorni saranno sottoposti ad interrogatorio di convalida dinanzi al gip. La donna, in stato di gravidanza, contro la quale sono state esplose le numerose pallottole, era affacciata al balcone di uno degli stabili del “Bronx” di via Pazzigno. È stata sentita dagli inquirenti ed ha confermato che effettivamente ha sentito degli spari ed è rientrata in casa immediatamente. Sul posto è intervenuta anche la Scientifica che sull’asfalto, nella stradina che da via Comunale Ottaviano porta alle palazzine del “Bronx”, ha repertato una decina di bossoli calibro 9x21 parabellum esplosi, però, da due armi diverse, segno che in due hanno sparato o qualcuno ha risposto al fuoco. I poliziotti del commissariato San Giovanni-Barra, per prevenire una risposta da parte dei Mazzarella, hanno passato al setaccio l’edificio in cui abita la donna ed hanno scovato una micidiale pistola semiautomatica Beretta calibro 70 con matricola abrasa, con caricatore inserito e carico di 5 munizioni, di cui una in canna. Un’arma pronta a far fuoco, insomma. Poco dopo, nella sua abitazione di via Comunale Ottaviano, hanno catturato il boss Reale e suo cugino che erano in casa. Sono stati sottoposti a Stub e i risultati si avranno nelle prossime ore. L’allarme è scattato poco dopo le 21 di venerdì scorso, quando, secondo la ricostruzione degli “007” della polizia, Salvatore Reale e Mario Nurcato, che erano a Pazzigno in giro armati per costringere la donna a lasciare l’appartamento, hanno notato la donna che era affacciata al balcone del suo appartamento. Immediatamente uno dei due pistoleri, e forse tutti e due, ha aperto il fuoco contro la donna, che per fortuna non è stata colpita ed è rientrata immediatamente in casa. Non è chiaro, però, se qualche “sentinella” dei Mazzarella ha risposto al fuoco. Poco dopo, allertati da alcune telefonate anonime, in via Pazzigno sono arrivati i poliziotti del commissariato San Giovanni-Barra che hanno dato vita alle indagini. E poco dopo è arrivata la Scientifica che ha repertato i bossoli mentre i colleghi della squadra giudiziaria sentivano la mancata vittima dell’agguato. Un paio d’ore dopo Reale e Nurcato sono stati raggiunti nell’abitazione del primo e sono stati sottoposti a fermo di polizia giudiziaria con accuse pesantissime. Sono in corso ulteriori indagini sull’episodio, si cerca anche un collegamento agli attentati che Salvatore Reale ha subito da quando è stato scarcerato alla fine di giugno scorso. Sparatorie che per fortuna non hanno provocato vittime per ribadire che il “Bronx” ora è governato dai Mazzarella e che i Reale devono cambiare aria se non vogliono guai.

martedì 2 settembre 2008

UCCISO CRESCENZO MARINO


Aveva rifiutato di trasferirsi fuori Napoli, in località segreta sotto protezione della polizia, pensando che i killer del clan Di Lauro non se la prendessero con lui: settantenne e fuori dal giro malavitoso dei figli Gennaro e Gaetano, ras degli “scissionisti”. Ma non è stato così e alle 13 e 30 di ieri è stato ucciso Crescenzo Marino, un solo precedente per associazione per delinquere. I sicari, due in sella a un motorino, lo attendevano al varco e sono entrati in azione davanti alla sua abitazione, nella quarta traversa di via Limitone Arzano a Secondigliano. Crescenzo Marino è stato ferito mortalmente da sei colpi di pistola calibro 9 mentre era ancora a bordo della sua auto, una “Smart”. Si accingeva a parcheggiare per tornare a casa per il pranzo quando si è abbattuta su di lui la pioggia di piombo: i proiettili l’hanno centrato alla testa, al torace e all’addome, non lasciandogli scampo. Ricostruire la dinamica dell’omicidio è stato difficile, ma gli investigatori dell’Arma hanno raggiunto presto una certezza: l’omicidio è stato commesso da almeno due uomini. I proiettili esplosi dai sicari hanno sfondato i due finestrini laterali dell’automobile, che non presentava macchie di sangue a vista. In via Limatone Arzano sono arrivati anche molti curiosi ma, alle domande dei carabinieri, hanno risposto tutti di non aver visto niente. Tra essi probabilmente, però, c’erano dei testimoni oculari. Sul posto sono accorsi per primi i carabinieri del Nucleo operativo del Reparto provinciale, con il maggiore Carlo Pieroni e il tenente Angelillo, che hanno fatto scattare le indagini insieme con i colleghi della sezione investigazione scientifica e il coordinamento dell’instancabile pm della Dda Giovanni Corona. Nel pomeriggio sono stati compiuti alcuni Stube ai danni di pregiudicati ritenuti legati al clan Di Lauro. L’omicidio è avvenuto in una zona poco frequentata, tra i quartieri di Secondigliano e Scampia, in un’area poco distante dal centro penitenziario. La vittima abitava in campagna, in una zona isolata dove si alternano stradine in asfalto e palazzine residenziali, ma non lontano dalle lussuose case dei figli, da tempo disabitate e colpite da un attentato incendiario con una bomba-carta all'inizio di dicembre. Gli inquirenti non hanno dubbi sul movente del delitto: una vendetta trasversale contro i fratelli Marino da parte del clan Marino. La tenacia con cui gli uomini di “Ciruzzo o’ milionario” (al secolo Paolo Di Lauro, che però sembrerebbe essersi estraniato rispetto alla faida di Secondigliano, un po’ per scelta e un po’ perché latitante da ottobre 2002) si sta battendo contro il gruppo familiare di “Genny” Marino è spiegabile con il fatto che Gennaro è stato uno dei primi a lasciare il clan di cupa dell’Arco per fondare gli “scissionisti” o “spagnoli”. Ecco perché gli sono stati uccisi prima un cugino (Massimo Marino) e, ieri, il padre. La prima vittima del 2005 si è aggiunta agli oltre 30 omicidi della faida in corso a Secondigliano. Il 2004 si è invece chiuso con 134 omicidi nel Napoletano, di cui 105 attribuiti alla camorra. La famiglia Marino, come accennato, è stata raggiunta in questi mesi da decine di avvertimenti, ecco i più eclatanti: i Di Lauro incendiando i tre negozi intitolati a Roberto Manganiello, (scomparso dal 4 novembre scorso, dopo essere stato anche picchiato) che è imparentato con un ramo dei Marino, i quali di fatto ne gestivano le attività. Nel giro di 24 ore, fra il 28 e il 29 novembre sono state distrutte dal fuoco la panetteria in corso Secondigliano, la cornetteria in via Galielo Galieli e, successivamente, una pizzeria (in zona Perrone). Successivamente il fratello del titolare Roberto, Marco Manganiello, fu ferito da un colpo di arma da fuoco vicino ad una tabaccheria in via Cassano. La serie di avvertimenti ai Marino continua con l’incendio della villetta di Gennaro, sita nella quarta traversa Limatone Arzano: strada in cui oggi è stato ammazzato il padre Crescenzo, che abita nella stessa zona. La casetta in legno, un cottage di montagna con piscina contigua, nella periferia desolata fra i quartieri di Scampia e di Secondigliano, fu cosparsa di benzina e incendiata da ignoti.

OMICIDIO A MILANO, 3 ERGASTOLI


Si è concluso con la condanna di tre imputati all’ergastolo e a pene più lievi per altri cinque un processo, davanti ai giudici della prima Corte d’Assise di Milano, per tre omicidi di camorra avvenuti negli anni ’90 nell’ambito di regolamenti di conti tra varie fazioni di camorristi attive in quel periodo nel milanese. Alberto Fiorentino 43 anni, Vincenzo Guida 52 e Giuseppe Mallardo, 51 sono stati condannati all’ergastolo per l’omicidio di Biino, ma assolti per gli altri due che, quindi, rimangono senza colpevole. È stato invece assolto Francesco Mallardo, difeso dal penalista Giampaolo Schettino, che ha dato una spallata alla richiesta di condanna all’ergastolo della Dda di Milano, al termine di un’istruttoria scandita dalle dichiarazioni di due pentiti. Carlo Biino, esponente di rilievo della Nuova Camorra Organizzata fu ucciso a colpi d’arma da fuoco in un ristorante a Milano il 10 gennaio del ’91. La sua morte era stata decisa dai rivali della Nuova Famiglia che intendevano riallacciare i rapporti con il clan napoletano di Luigi Giuliano (nella foto) che Biino, tra le altre cose, aveva accoltellato. Stessa sorte, nel gennaio del 2002 per Antonio Festinese, ucciso in un negozio di oreficeria, sempre nel capoluogo lombardo, punito con la morte perché, pur facendo parte dello stesso gruppo, nella ricostruzione del pm Massimo Meroni, aveva “sgarrato” violando le regole dello spaccio di droga. La terza vittima di quella catena di sangue fu Antonio Iadonisi: fu ucciso nel novembre del ’95 perché aveva molestato un affiliato del clan che si occupava di investire il denaro dell’organizzazione. Gli ultimi due omicidi erano avvenuti nell’ambito di una lotta intestina al “clan Guida”, che costituiva, in base alle indagini, una ramificazione lombarda della Nco, collegata con i clan che agivano a Napoli diretti dai fratelli Francesco e Giuseppe Mallardo, Gennaro Licciardi ed Edoardo Contini e alleata in Lombardia con la “’ndrangheta” di Franco Trovato e la costola milanese di Cosa Nostra rappresentata da Salvatore Enea e dai fratelli Giuseppe e Alfredo Bono. Alberto Fiorentino, Vincenzo Guida e Giuseppe Mallardo sono stati condannati all’ergastolo, dunque, per l’omicidio di Biino, ma assolti per gli altri due che, quindi, rimangono senza colpevole. Ma ci sono anche condanne per associazione camorristica: Pasquale Amato, 46 anni, Salvatore Di Massa 48 anni, sono stati condannati a cinque anni. Gaetano Guida, 46 anni, è stato condannato a 3 anni. Pasquale Pesce, 36 anni, a 2 anni. Assolti dalla accuse Umberto Naviglia, 56 anni, e Francesco Mallardo, 53 anni. È stata una “gola profonda” originaria di Ercolano a dare la stura alle indagini sul clan Mallardo, culminate negli arresti di Francesco e Giuseppe Mallardo, nonché nella notifica di ordini restrittivi nei confronti dei presunti killer affiliati alla famiglia dei Carlantoni. Antonio Schettini è il collaboratore di giustizia che ha parlato degli omicidi a Milano di Carlo Biino, all’epoca 54 anni, ucciso nel gennaio del ’91 in un ristorante di via Candiani, e di Antonio Festinese, che aveva 58 anni quando fu mortalmente ferito dai sicari mentre camminava in via Casati, nel gennaio del ’92. Ma a rafforzare i capi d’accusa, anche l’interrogatorio del pentito Luigi Giuliano, che ha confermato una serie di accuse proprio contro i fratelli Mallardo. La notizia dell’assoluzione di Biino per Francesco Mallardo, difeso dal penalista Giampaolo Schettino, potrebbe essere decisiva per il futuro status giudiziario del presunto boss di Giugliano. È di venerdì infatti la notizia dell’appello alla legge Cirami da parte di Francesco Mallardo, nel corso del processo al sequestro di Gianluca Grimaldi. Ciccio ’e Carlantonio è in attesa della decisione della Corte di Cassazione per ottenere la fissazione del suo processo presso un altro distretto giudiziario

Ecco perché finiscono le faide»


L’interesse per gli affari è prevalente sul desiderio di vendetta: un cambiamento notevole rispetto agli anni ottanta e novanta, dove le faide a Napoli e provincia proseguivano per decenni. Ora, parola del pentito di Forcella Salvatore Giuliano “’o montone”, la camorra ha un volto più imprenditoriale che sanguinario a tutti i costi. Ecco perché, con l’eccezione della guerra di Secondigliano, gli altri contrasti a suon di fucili e pistole sono durati al massimo un anno: i Misso-Mazzarella contro Alleanza di Secondigliano-Contini; Misso contro Torino. Ecco quanto ha dichiarato sull’argomento Salvatore Giuliano in un interrogatorio depositato di recente, anche se risalente al 24 marzo 2005: ovviamente giornalisticamente è inedito. «Ciascuno dei gruppi che ho nominato ha annoverato nelle sue fila dei morti ammazzati. Per esempio nel gruppo Licciardi c’è stato Gennaro ’o curto (Esposito Gennaro) nella famiglia Mazzarella c’è stato il padre di Vincenzo Mazzarella, lo stesso Mimì dei cani è morto ammazzato, la moglie di Giuseppe Misso e così via, come pure il padre dei Di Biasi e così via. Si è però ritenuto che a differenza di come si ragionava prima e cioè che quando c’era un morto non si pensava alla conseguenze personali e patrimoniali e si pensava solo alla vendetta, anche se si doveva andare in galera e si perdevano gli introiti delle illecite attività, oggi si ragiona diversamente. Si è deciso di mettere una pietra sopra al passato e di pensare solo agli affari. Questo patto di non belligeranza è stato imposto anche a tutti gli altri gruppi satelliti, così per esempio i Faiano ( Di Biasi) e i Russo che erano in guerra tra loro ai Quartieri Spagnoli oggi camminano insieme nel senso che è stato imposto anche a loro questo patto di non belligeranza». Il giorno dopo il fratello del boss Luigi detto “Lovegino”, anch’egli pentito come altri congiunti, ritornò parzialmente sull’argomento. «Nel corso di questi mesi ho reiteratamente parlato del ruolo che l’Alleanza di Secondigliano ha avuto negli ultimi decenni negli equilibri della camorra cittadina. Ho fatto riferimento agli anni della Nuova Fratellanza, alla guerra con Cutolo Raffaele, alla conseguente nascita della Nuova Famiglia e, cessata, la guerra con la Nco alla sua sostanziale dissoluzione che, poi, si è protratta negli anni. Quando parlo di dissoluzione della Nuova Famiglia intendo riferirmi al fatto che, cessata la guerra con Cutolo, e, quindi, venuto meno il motivo che ci teneva uniti, non esistette più un’unica cupola al cui interno si assumessero le decisioni inerenti omicidi ed ogni altro affare illecito, ma ognuno controllava la sua zona di riferimento. Da questo momento in poi si sono succedute anche diverse guerre tra l’Alleanza di Secondigliano e noi Giuliano con il continuo alternarsi di alleanze di cui ho già parlato in relazione ai clan facenti capo a Misso, ai Mazzarella, ai Mariano, ai Di Biasi, ai Figli di Mimì dei Cani (Russo), ai Lepre, ai Sarno, alle famiglie di Fuorigrotta e del Vomero

GUERRIGLIA CONTRO I CARABINIERI PER NON FARE ARRESTARE LELLUCCIO CAPA'IANCA


Una rivolta organizzata via telefono e una violenta colluttazione. Ma solo contro i carabinieri, intervenuti per arrestatare due pregiudicati, uno dei quali nipote di un boss di Secondigliano, sono state rivolte parole minacciose. È il bilancio di una nuova giornata di guerriglia metropolitana quella che purtroppo si è registrata ieri mattina tra Sant’Antimo e Melito. I carabinieri della locale tenenza coadiuvati dai militari della tenenza di Sant'Antimo e dell’aliquota radiomobile di Giugliano in Campania hanno alla fine portato a termine il loro compito con coraggio e determinazione. I militari hanno infatti arrestato in flagranza per lesioni, resistenza e violenza a pubblico ufficiale e per danneggiamento e minaccia commessa avvalendosi delle condizioni di associazione per delinquere di tipo mafioso Francesco Ferro, 23 anni, residente a Melito in via De Nicola, già noto alle forze dell’ordine ed Raffaele Amato, 18 anni, detto "Lelluccio ’o piccirillo" oppure "Capa Ianca", residente a Napoli sul vico Parrocchia, già noto alle forze dell’ordine e ritenuto, nonostante la giovanissima età, affiliato agli scissionisti del clan di Lauro. Lelluccio è infatti il nipote di Raffale, il boss 42enne, considerato da investigatori ed inquirenti il fautore della scissione da Paolo Di Lauro e capo del clan che porta il suo nome e quello del suo braccio destro Pagano. I due, insieme ad una terza persona che è in via d’identificazione transitavano sul corso Europa a Sant’Antimo a bordo di Fiat Bravo di proprietá di una societá di autonoleggio. I carabinieri, nel corso di un normale controllo hanno alzato la paletta ma loro non hanno ottemperato all'alt dei militari dell’Arma. Anzi hanno accellerato in segno di sfida e si sono dati alla fuga percorrendo ad alta velocità e spesso contromano le vie del centro e dei limitrofi comuni di Sant'Antimo e Giugliano in Campania. Quando sono scappati i carabinieri immediatamente si sono messi sulle loro tracce e hanno iniziato un inseguimento. Dietro di loro c’erano militari della aliquota radiomobile di Giugliano e una pattuglia della tenenza di Sant'antimo accorsi in ausilio dopo la comunicazione via radio dello spericolato inseguimento per le strade del centro a sirene spiegate. I tre sono riusciti a raggiungere il rione popolare 219 di Melito, considerata la roccaforte incontrastata della cosca degli “spagnoli”. A quel punto i tre, sentendosi al sicura, hanno abbandonato il veicolo tentando di dileguarsi a piedi. Nonostante la presenza di un centinaio di residenti verosimilmente, credono i militari che stanno compiendo indagini serrate, avvisati per telefono durante l’inseguimento e tra i quali è riuscito a confondersi il terzo complice degli arrestati, i carabinieri sono comunque riusciti ad immobilizzare Ferro e Amato dopo una violenta colluttazione nel corso della quale sono state loro rivolte reiterate e plateali minacce di morte. Al momento di caricare i due sulle auto militari la folla non si è arresa anzi ha iniziato con continua si è scagliata con calci, pugni e sputi contro i mezzi di servizio. Un maresciallo ed un carabiniere effettivi alla tenenza di Melito sono stati medicati per contusioni multiple guaribili in 2 giorni. Domani c’è interrogatorio per la convalida del fermo. A sostenere l’accusa ci sarà il pubblico ministero Dda Luigi Alberto Cannavale. I due saranno difesi dall’avvocato Luigi Senese.

- Colpo ai narcos: scovati 200 chili di coca


È partita da Napoli l’indagine effettuata dalla direzione distrettuale antimafia che, a seguito di un’intensa e capillare attività investigativa, è riuscita, nel giro di poco meno di una settimana, a sequestrare il cosiddetto “oro della camorra”. Infatti la scorsa settimana gli agenti hanno sequestrato ben 200 chili di cocaina custoditi in ananas di cera per un valore di 40 milioni di euro. Quattro giorni fa è avvenuto il sequestro di altri 10 chili di cocaina sull’asse autostradale Milano - Napoli. Fino ad arrivare all’ultimo colpo del goa della Guardia di finanza che ieri ha scovato un deposito di 1500 panetti di cocaina per un peso complessivo di circa 200 chili (nella foto a lato). Non sono stati effettuati arresti ma le operazioni sono ancora in corso. Il servizio assume rilevanza a livello nazionale sia per l’ingente quantitativo di droga rinvenuto, ed in corso di sequestro, sia per l’ingegnosa e complessa modalità di occultamento. Un’operazione durata più di un anno di indagini quella che aveva permesso agli inquirenti di scoprire la nuova strategia dei narcos colombiani nei rapporti con i “colleghi” italiani. Ma che soprattutto ha assicurato alla giustizia due pedine importanti sull'asse dei traffici di stupefacenti tra Napoli, la Spagna e Medellin: un ras della cocaina originario di Secondigliano, con legami con gli scissionisti dal clan Di Lauro, e un cittadino straniero che aveva il ruolo di supervisore in Europa per conto del cartello di malavita cui appartiene, composto essenzialmente da para-militari. La complessa indagine, coordinata dalla Dda e condotta dal Ros dei carabinieri di Napoli, si era ondensato in un blitz spettacolare a Poggiomarino. Le teste di cuoio del Gruppo intervento speciale, con i volti coperti da passamontagna avevano scalato i balconi e fatto irruzione nell'appartamento: una scena degna del miglior film d'azione americano. E invece era la reale operazione messa in atto dagli investigatori dell'Arma, coadiuvati dagli uomini del Nucleo della compagnia di Torre Annunziata, per recuperare l'ingente quantitativo di droga: circa 100 chili di cocaina per un valore commerciale di 40milioni di euro. In manette erano finiti Umberto Romano, 50 anni, e Josuè Manuel Munoz Rejez, 27 anni. Per entrambi l'accusa è di traffico internazionale di droga. Nella casa di Poggiomarino, in via Turati furono trovati ben 125 panetti di cocaina allo stato puro e alcune migliaia di euro. Nei giorni successivi gli acquirenti, esponenti della camorra napoletana e di trafficanti del nord e centro Italia, avrebbero inviato i corrieri per il prelievo della droga. Ma gli investigatori seguivano ormai le mosse dei narcos e sono intervenuti rimandando lo sviluppo investigativo per identificare gli altri componenti dell'associazione. C’era il rischio, attendendo troppo, che la coppia potesse sfuggire alla cattura. La droga era giunta in Italia nascosta in container di ananas attraverso un giro di società commerciali fittizie intestate a Umberto Romano e a suoi prestanomi. La partenza del carico era avvenuta a Medellin, poi la nave aveva compiuto uno scalo in Ecuador per poi fermarsi a Livorno dopo aver attraversato il canale di Panama. Dalla città toscana, preferita a un porto del Sud perché meno controllata dalle forze dell'ordine, uno spedizioniere ignaro aveva trasportato la merce a Poggiomarino. L’abitazione era stata presa in fitto dal 50enne di Secondigliano, che ci abitava con la convivente straniera. Ma la donna al momento del blitz non c’era, trovandosi all’estero per vacanza, né si trovarono all'interno altre persone

«Grimaldi ucciso dai Sacco-Bocchetti


«“Bombolone” fu ucciso perché non era passato dalla parte dei Cesarano- Sacco-Bocchetti-Feldi. Lui era il referente a San Pietro a Paterno per i Licciardi nello spaccio di droga. Almeno, era questo che si diceva tra noi». Il 6 aprile 2008 Giovanni Piana, ex “guaglione” del clan Abbinante e degli “scissionisti” passato dalla parte dello Stato, confermò quanto gli investigatori hanno sempre sospettato. L’omicidio di Carmine Grimaldi, soprannominato “Bombolone”, sarebbe stato provocato dalla decisione del ras della droga di restare fedele ai Licciardi nonostante la sua “piazza” si trovasse in un territorio controllato dal gruppo scissosi dalla Masseria Cardone: i Sacco-Bocchetti-Cesarano-Feldi. Ecco le dichiarazioni del pentito, con la consueta premessa che le persone tirate in ballo devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria. «Confermo quanto da me dichiarato nel verbale di interrogatorio del 04.03.2008 in merito ad una scissione interna al clan Licciardi compiuta dai Sacco/Bocchetti. Di ciò ne ho parlato sia con Vincenzo Sacco e con i suoi figli, sia all’interno del mio stesso clan perché commentavamo che saremmo rimasti a guardare, senza intervenire, così come i Licciardi avevano fatto durante la faida di Scampia. Sempre in questi commenti, sia tra noi, sia con i Sacco ho tratto l’informazione che tra gli scissionisti vi erano anche Cesarano Giovanni e i Feldi detti “Tufano”, che avevano fatto un solo gruppo con Sacco/Bocchetti». Poi ancora ha continuato nel suo Nell’ambito di questa scissione è maturato l’omicidio di “Bombolone” di San Pietro a Patierno che faceva in quel territorio droga all’ingrosso per i Licciardi - insieme a suo fratello - ed in particolare era molto forte nello smercio dell’hashish di cui si riforniva a Marano, dove l’ho incontrato diverse volte perché anch’io andavo li ad acquistarlo. Si diceva tra noi che “Bombolone” era morto probabilmente perché non era passato dalla parte di Gennaro Sacco che comandava appunto nella zona di San Pietro a Paterno». Era il 17 luglio 2007 quando a San Pietro a Patierno Massacrato davanti ai bambini il ras Carmine Grimaldi, 46enne, detto "Bombolone". Secondo la procura antimafia le dichiarazioni di Piana «confermano quanto già riferito da altri collaboratori di giustizia che hanno avuto rapporti con il clan Licciardi, ossia la posizione apicale dei nipoti di Vincenzo Licciardi, Giovanni dapprima e Pietro poi; il ruolo di affiliati storici di Paolo Abbatiello e Pasquale Salomone; il ruolo di rilievo nel clan assunto da persone legate da rapporti di affinità con i Licciardi, ossia Antonio Nichelò, Bruno Antonio e Esposito Renato; il ruolo di affiliato con compiti principalmente estorsivi di Sciancaniello. Piana, inoltre, ha saputo riconoscere in fotografia Errichelli Antonio, detto ’o cinese, come persona intranea al clan della quale non hanno parlato molti altri collaboratori di giustizia, in linea logica con le funzioni solo interne al clan da parte di Errichelli. Ugualmente ha reso dichiarazioni sul conto di Carella Luigi, ’a gallina, a dimostrazione che il personaggio è conosciuto soltanto all’interno della malavita di Secondigliano», ha continuato la Procura Antimafia. Poi i magistrati hanno continuato affermando che: «Analoga considerazione può farsi per Enzuccio ’o muorz, ossia Esposito Vincenzo, a conferma del contenuto della intercettazioni che lo individuano come intraneo al clan, ma con compiti marginali. Si può, quindi, conclusivamente affermare che anche le dichiarazioni del Piana hanno ricevuto pieni riscontri oggettivi». Ovviamente tutte le persone tirate in ballo vanno considerate assolutamente innocenti fino a prova contraria.

«Giuliano contro Cutolo, ecco come»


Anche il gruppo di Luigi Giuliano (l’ex ras di Forcella oggi pentito, ndr) in quel periodo compiva omicidi contro i cutoliani. Io mi dedicavo a compiti non di killer, anche quando si trattava di commettere delitti». È un collaboratore di giustizia poco noto e anche quando faceva vita da pregiudicato non compariva quasi mai sui giornali. E invece Pasquale Gatto, napoletano del rione Sanità che nel 2002 entrò a far parte del clan Misso, può vantare un curriculum di tutto rispetto negli ambienti criminali avendoci vissuto per molti anni. Ma soprattutto, ciò che più interessa agli inquirenti, ha avuto contatti con numerose cosche partenopee, come spiega nell’interrogatorio del 23 agosto 2007. Naturalmente va sottolineato, come al solito, che le persone tirate in ballo devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria. «Posso dire di avere iniziato ad avvicinarmi alle organizzazioni camorristiche attraverso Esposito Ciro detto ‘o ceccio, al quale ero legato quale criminale comune perché facevamo insieme dei fili di banca. Esposito Ciro era molto amico di Gennaro Licciardi detto ‘a scigna e quando venne ucciso il fratello Antonio Licciardi. Esposito Ciro si unì al gruppo di Gennaro Licciardi che era una figura molto carismatica, amato da tutti, in grado di organizzare una forte risposta anticutoliana. Infatti il fratello Antonio venne ucciso dai cutoliani che volevano colpire proprio Gennaro ed anzi scambiarono il primo per il secondo». Dopo l’omicidio di Antonio Licciardi, secondo Pasquale Gatto, il clan di Secondigliano serrò le file. «Gennaro Licciardi, in quegli anni, ossia negli anni 80 - 81 era tra i capi delle varie famiglie camorristiche che lottavano contro la Nco di Cutolo, e che egli fu in grado di far unire attorno a lui dopo la morte del fratello. Anche Ciro Esposito e quindi anche io con lui facemmo parte di uno dei gruppi anticutoliani. Gli anticutoliani, erano rappresentati da numerose famiglie camorristiche su territorio di Napoli e provincia, ognuna delle quali con il compito di eliminare gli avversari nella propria zona di riferimento. Esposito Ciro ed io eravamo nel gruppo di Astuto Ciro che faceva capo a Forcella ed a Luigi Giuliano, giacché la nostra zona, ossia quella dei Miracoli, faceva capo a Forcella insieme alla Sanità, al Borgo, a via Foria. Più in generale la federazione degli anticutoliani era composta, dalle famiglie Giuliano, Zaza, Fabrocino, Bardellino, Vollaro, i Cavallari di San Giorgio, Alfano, Cavalcante, e, per quanto riguarda l’area nord di Napoli vi erano i gruppi di Gennaro Licciardi alla Masseria Cardone di La Monica Aniello in mezzo all’Arco, dei Bocchetti un poco prima dei Di Lauro, dei Lo Russo; vi erano poi i Contini, i Mallardo e Costantino Sarno. Vi erano poi anche altri gruppi in altre zone di Napoli e provincia. In questo periodo anche il gruppo che faceva capo ad Astuto Ciroed a Luigi Giuliano compiva omicidi contro i cutoliani oltre ad altri reati; io ero molto giovane e mi dedicavo a compiti non di killer ma di tipo secondario, anche quando però si trattava di commettere omicidi». Sui Licciardi Gatto ha ricordato un episodio particolare. «Dopo la morte del Principino, ci recammo da Pierino Licciardi o’fantasma per le condoglianze che facemmo nell’ufficio di Penniello Giovanni in vico Campanile ai Miracoli, e ci mettemmo a disposizione di Pierino. Egli ci chiese se avevamo delle armi da dare ad una sua persona. Fu così che demmo a Trambaruolo Gennaro due pistole 9x21