giovedì 28 agosto 2008

Regola numero uno: stop ai litigi»





In passato gli scontri e le guerre spesso
erano state provocate da scontri tra
ragazzi».
Ad aprile 2007, interrogato dai pm antimafia,
Michelangelo Mazza (nella foto)
rivelò come spesso i contrasti tra
clan di camorra erano stati originati da
litigi tra affiliati di secondo piano, spesso
giovani. «Quando i due schieramenti
erano convinti della opportunità della
tregua, questa fu siglata a casa di mia
zia Angelina (che era all’oscuro di tutto).
Vi fu una riunione alla quale io partecipai
insieme a mio zio, vi erano poi
Salvatore Lo Russo (accompagnato da
Raffele Perfetto che non partecipò) e
Giannino Penniello e, in rappresentanza
di Edoardo Contini, Salvatore Botta.
In questa riunione ci interessammo di risolvere innanzi tutto il problema
militare, dal momento che non dovevano più essere create occasioni
di scontro tra i clan; questo problema poteva sorgere soprattutto per
le intemperanze dei giovani rampolli ai vari clan che si riunivano tutti a
via Pietro Colletta. Concordammo di far
girare tra loro la voce che sarebbero stati
puniti, gambizzati o mandati all’ospedale,
se avessero creato problemi
scontrandosi tra di loro. Dopo questa
riunione ci fu anche un incontro
simbolico con Edoardo Contini, che garantì
la tenuta della tregua parlando anche
per i Licciardi e i Mallardo e comunque
per l’intera Alleanza di Secondigliano.
Ricordo che, pochi giorni
dopo che venne siglata la tregua, ci fu
un diverbio tra due giovani magliari,
uno legato al clan Contini e uno ai Sarno
che però abitava al Buvero, ossia nel
borgo Sant’Antonio. Dopo aver richiamato
entrambe le persone che vennero
punite, vi fu la necessità di dimostrare
a tutti gli affiliati la tenuta della tregua e fu così che andammo a
fare un giro partendo dalla Sanità anche nei quartieri di Contini (Buvero,
Sangiovaniello, Vasto, Arenaccia, Ausonia) insieme a Gennaro
o’muntato e Peppe o’guaglione”.

L'agguato contro " 'o birillo": «Ecco i nomi dei sicari»


Quando seppi dell’omicidio di “Birillo” (Vincenzo Virgilio dei Quartieri Spagnoli, ndr) pensai che fosse stato qualcuno dei Licciardi in quanto era avvenuto nella loro zona. Ma escludo che a compierlo sia stato Cesarano: è uno che non tradisce ma uccide apertamente se ha ragioni di contrasto con qualcuno». A parlare dell’omicidio di Vincenzo Virgilio, ras dei Quartieri ritenuto vicino ai Terracciano, è stato Gennaro Panzuto nel corso di un interrogatorio d’inizio anno. Le sue dichiarazioni sono allegate all’inchiesta contro i Licciardi, che ha portato all’esecuzione di ben 38 ordinanze di custodia cautelare. Tra i destinatari c’erano il capoclan Vincenzo “’o chiatto” e i nipoti Giovanni e Pietro Licciardi, figli del defunto padrino Gennaro “a’ scigna”. «“Birillo” - ha sostenuto il pentito soprannominato Genny - era una mia vecchia conoscenza. Sono stato poi detenuto a Santa Maria Capua Vetere insieme a lui ed egli mi confidò il suo problema a tornare ai Quartieri una volta scarcerato in quanto temeva per la sua vita, avendo partecipato all’omicidio del figlio di “Mimì dei cani” (Maurizio Russo, ndr). Poiché mi confidò che aveva parlato anche con mio zio Rosario, anche io, come mio zio, gli suggerii di andarsene a Secondigliano dai Licciardi, potendo li stare tranquillo. Per questo motivo quando poi ho appreso la notizia della morte del Birillo dal giornale - preciso che io ero latitante - mi sono sentito un poco responsabile per questa indicazione che gli avevo dato e che lo aveva indirettamente condotto alla morte. Per questo ho cercato di avere notizie delle ragioni di questo omicidio tramite il mio compagno Gennaro Gennarelli.

L'accordo per dividersi la città


Un accordo totale per spartirsi la città. Ecco quanto decisero, secondo il collaboratore di giustizia Gennaro Panzuto, nel corso di un summit di camorra. Lo ha raccontato ai magistrati della Dda di Napoli qualche mese dopo il suo pentimento. «Non appena scarcerato, a febbraio 2004, trascorsi un periodo agli arresti domiciliari a casa mia e lì ricevetti una serie di visite, sia da parte dei Licciardi sia successivamente da parte di altri con i quali stavo istaurando nuovi rapporti, ad esempio Antonio Mazza, Tonino Economico, Antonio dell’Aquila detto tre dita, Umberto Ponziglione e da un certo Achille delle case nuove, per il fronte dell’alleanza Misso - Mazzarella. Quanto ai Licciardi io subito ricevetti una somma di denaro (non ricordo se 10 o 20 mila Euro) dal cugino di Gerry per conto di Gerry e Enzuccio Licciardi e a mia richiesta dopo poco ma a più riprese ricevetti anche un giubbino e due pistole, una 357 e una 7.65». Ci fu poi un incontro da Panzuto. «Sempre a casa mia con Tonino ’o biondo, Antonio Muscerino e Giannino faccetta che mi spiegarono quanto era successo mentre io ero detenuto, ossia che i Misso - Mazzarella avevano stretto un accordo con i Contini - Licciardi per la spartizione dei rispettivi territori di influenza, in modo che cessassero gli scontri e che questo accordo era stato stretto da rappresentanti di entrambi gli schieramenti ed in particolare da Giuseppe Ammendola che era il portavoce di tutta l’alleanza di Secondigliano e che si era incontrato con i Misso proprio per stipulare l’accordo. La conseguenza della spartizione era che l’alleanza di Secondigliano rimaneva nei suoi territori, quindi oltre che a Secondigliano anche nel Vasto, nel Buvero, Posillipo, Bagnoli mentre la Sanità e Forcella, rimaneva tutta dell’alleanza Misso - Mazzarella così che i gruppi prima vicini all’alleanza dovevano trovare nuova collocazione e infatti l’avevano trovata i Vastarella che si erano spostati a Secondigliano con i Licciardi e a Giugliano con i Mallardo. Anche Fuorigrotta rimaneva dei Mazzarella con Zaza e neppure veniva modificata la situazione dei Quartieri Spagnoli».

«Cesarano voleva affidarmi Posillipo»


«Giovanni Cesarano mi disse che si era trovato senza ricchezza e mi fece capire che per questo i rapporti con Vincenzo Licciardi si erano deteriorati ». È stato Gennaro Panzuto, nell’interrogatorio del 17 marzo scorso, a chiarire per primo agli inquirenti il motivo della rottura all’interno del clan della Masseria Cardone: da un lato i Licciardi, dall’altro i Cesarano- Sacco-Bocchetti-Feldi. Una spaccatura che ha provocato agguati a ripetizione e che, nonostante sia in corso una tregua, secondo la maggior parte degli investigatori esiste ancora. Clamorosi furono i due omicidi consecutivi nell’estate 2007, con l’eliminazione del capo di una piazza di spaccio a San Pietro a Paterno e del suo vice pochi giorni dopo. «Quando uscì dal carcere Giovanni Cesarano - ha sostenuto “Genny Panzuto a marzo scorso - mi sono incontrato con lui due volte, la seconda volta prima di Pasqua 2007. Entrambi gli incontri avvennero a casa di Totore ‘o pazzo, cognato di Giovanni Cesarano, a Pianura: durante il primo incontro entrambi ci ragguagliammo delle reciproche situazioni, io gli raccontai tutto il percorso che stavo facendo e le mie strategie. Lui era contento della mia autonomizzazione dai Licciardi e mi diede dei consigli. Io poi andai in Inghilterra in quanto latitante e le ambasciate tra noi avvenivano tramite Totore ’o pazzo. Cesarano. Aveva in animo di farmi estendere a Posillipo dove non c’era più alcun referente dal momento che erano stati tutti arrestati, mentre io pur stando in Inghilterra stavo costituendo a Napoli un buon gruppo di affiliati. Non ritenevo però ancora maturi i tempi e fu questa l’ambasciata che feci arrivare a Giovanni. Quando poi sono tornato in Italia, sempre da latitante per curare alcune faccende mi sono incontrato nuovamente con Cesarano. In questo secondo incontro lui mi fece capire che i rapporti con Vincenzo Licciardi stavano proprio degenerando dal momento che Licciardi non era tanto preoccupato di estendere le proprie attività criminali sul territorio in modo che ne avrebbero potuto beneficiare gli altri affiliati ma anzi di consolidare e curare solo le ricchezze già acquisite da lui e da altri pochi suoi luogotenenti, fra i quali non c’era Giovanni Cesarano il quale pur avendo fatto tanto per il clan si ritrovava senza ricchezza. Compresi, anche se Cesarano non parlò espressamente di scissione, che i rapporti tra i due si erano definitivamente guastati. E che questa rottura era estesa anche ad altri ex fedeli al Licciardi, anche se non facemmo nomi e cognomi e si parlò in termini generali facendo riferimento a quegli affiliati che tanto avevano fatto per il clan dal punto di vista criminale, realizzando omicidi e rischiando il carcere ma che non venivano valorizzati perché si interessavano meno alle attività produttive di ricchezza, che genericamente potremmo indicare come “commerciali”. Quando io chiesi: «Ma in finale chi siamo?» lui mi rispose che rimanevamo quelli di sempre, e compresi che si riferiva innanzitutto a Gennaro Sacco, che ha sempre considerato come un fratello, e agli affiliati ai Bocchetti. Su mia domanda se c’erano dei ragazzi più giovani ai quali mi sarei potuto affiancare egli mi rispose facendo riferimento ai fratelli Feldi dei quali io conoscevo un fratello per essere stato in carcere con lui nella stessa sezione a Secondigliano (S2). Io da parte mia gli prospettai la possibilità futura di coinvolgere Nando Schlemer che io consideravo molto valido e che si sapeva organizzare».

lunedì 25 agosto 2008

L’obiettivo di Secondigliano? Prendersi tutta Forcella


C’è un legame che da anni lega Patrizio Bosti al clan Giuliano. Prima Celeste Giuliano, sorella di Luigi Lovegino, poi Elena Bastone, ex moglie del cugino di Celeste, Ciro “’o barone”. Alleanze tra clan che si sanciscono con legami parentali, patti di sangue da cui non è più possibile separarsi. Quando la notte dello sorso otto agosto i carabinieri hanno fatto irruzione nel ristorante spagnolo, il posto “d’onore” accanto al capoclan era occupato da Elena Bastone, vedova di Ciro Giuliano, cugino di “Lovegino”, ucciso in un agguato il 15 marzo dell’anno scorso in una zona sotto il controllo del clan Contini a pochi metri dall’Arenaccia, quartier generale del superboss arrestato Eduardo “’o romano”. Per gli inquirenti questo legame può significare una cosa sola: l’Alleanza di Secondigliano ha interesse ad espandersi a Forcella, quartiere conteso soprattutto per il controllo delle piazze di spaccio. Ciro Giuliano, soprannominato “’o barone”, cugino dell'ex boss di Forcella Luigi Giuliano, era considerato un esponente di spicco della camorra pur non avendo riportato importanti condanne alle spalle. Lo teneva d’occhio il clan Mazzarella che voleva dargli una lezione ammazzandolo così come hanno raccontato i collaboratori di giustizia della cosca nel corso del processo che si è svolto per la morte della povera Annalisa Durante, uccisa nel corso di una sparatoria nella zona di Forcella il 28 marzo del 2004. Adesso, secondo le fonti investigative, Forcella è sotto il controllo del clan Mazzarella che ne gestisce ed organizza tutti i traffici illeciti.

Bosti, estradizione ferma al Ministero


Sarà l’estate, sarà che il personale è ridotto, sarà forse anche perché le pratiche in sospeso sono tante, ma un dato per ora è certo: Patrizio Bosti è ancora in Spagna e forse la sua estradizione si completerà non prima di un paio di settimane quando invece poteva essere in Italia già da giorni. Gli uffici della Dda di Napoli, che hanno fatto richiesta al gip di emissione di ordinanza di custodia cautelare da trasmettere al ministero della Giustizia, lo hanno fatto in tempi rapidissimi. Però a quanto pare il fascicolo è fermo a Roma in attesa che qualcuno lo invii in Spagna. Patrizio Bosti, boss del clan dell’Alleanza di Secondigliano è destinatario di due ordinanze di custodia cautelare. La prima per duplice omicidio con una condanna alla spalle a 23 anni di reclusione per la quale è ancora giudicabile, la seconda è quella che lo vede imputato per associazione camorristica nell’operazione “piazza pulita” che spazzò via pusher e narcos di Forcella e per la quale è stato già rinviato a giudizio a settembre. Sono molti i pentiti che lo accusano di disparati reati, tra i quali anche omicidi e tentati omicidi per i quali vale comunque la presunzione assoluta di innocenza. Ma se dovesse essere emessa una nuova ordinanza occorre chiedere l’autorizzazione allo Stato: un supplemento di estradizione per il principio di specialità prevista dall’articolo 721 del codice di procedura penale. Patrizio Bosti detto “patriziotto” era inserito nell’elenco dei trenta superlatitanti più ricercati di Italia. È stato ammanettato dopo lunghe ricerche e grazie all’intuizione investigativa dei carabinieri è finito in manette. Era a cena con una quindicina di amici, spagnoli e napoletani, in un ristorante di lusso della cittadina spagnola di Plaja de Aro nella provincia di Girona. In tasca 48 banconote da 500 euro per un totale di 24mila euro in contanti che probabilmente avrebbe speso in pochi giorni. Quando ha visto i carabinieri entrare nel ristorante ha detto: «Siete stati bravi a trovarmi». È finita così la fuga di uno dei trenta latitanti più pericolosi Patrizio Bosti, 49 anni, napoletano, elemento di spicco dell’omonimo clan camorristico, è stato stanato venerdì 9 agosto alle 00,20 in Spagna dai carabinieri del comando provinciale di Napoli insieme con i colleghi della Guardia Civil spagnola. Ricercato dal 2003, nel 2005 è stato condannato della Corte di Assise di Appello di Napoli a 23 anni di reclusione per il duplice omicidio dei fratelli Giglio, avvenuto nel settembre 1984 nell’ambito di una guerra di camorra tra il clan Contini e i clan Giuliano e Mazzarella. Scarcerato per scadenza termini, da allora fece perdere le sue tracce, anche quando l’anno scorso è stato raggiunto da un ordine di cattura per droga nel blitz denominato “piazza pulita”. Considerato dagli investigatori uno dei camorristi più grossi di Napoli, non è un caso che si trovasse in Spagna. Dopo l’arresto di Edoardo Contini e di Vincenzo Licciardi, Patrizio Bosti era diventato di fatto il reggente dell’Alleanza di Secondigliano. Inoltre, aveva stretti legami di parentela anche con i reggenti di altri clan come i Mallardo e i Lo Russo. A suggello della loro alleanza i tre capiclan Francesco Mallardo, Edoardo Contini e Patrizio Bosti avevano sposato tre sorelle. Ma c’è un particolare che apre nuovi scenari nella mappa criminale della città. Al momento dell’arresto il boss era con Elena Bastone, ex moglie di Ciro Giuliano, cugino di “Lovegino”, ucciso in un agguato il 15 marzo 2007 in via Sant’Alfonso de Liguori.

sabato 23 agosto 2008

Le accuse contro Costantino Sarno



Antonio De Carlo, nel corso della sua breve
collaborazione con la giustizia, ha lanciato
pesanti accuse sia a Costantino Sarno che
a Vincenzo Licciardi (naturalmente da ritenere
entrambi assolutamente estranei ad
esse fino a prova contraria). Eccone alcune,
inserite dalla procura antimafia nell’ordinanza
di custodia cautelare che a luglio scorso
ha duramente colpito il clan dell’“Alleanza
di Secondigliano”, la cui roccaforte è la
Masseria Cardone. Naturalmente va sottolineato
che tutte le persone tirate in ballo
dall’ex pentito (che ha ritrattato tutto), non
solo i due ras quindi, devono essere considerate
estranee ai fatti narrati.
«Omicidio di Spadaro Giovanni, commesso
nel 1997, per ordine di Costantino Sarno ; omicidio di Tommaso detto
o’ minorenne, commesso nel 1997, per ordine di Costantino Sarno;
omicidio di Di Maio Gennaro commesso nel 1997, per ordine di Costantino
Sarno; poi ho raggiunto Costantino Sarno in Jugoslavia. Queste
persone appartenevano al clan Stabile. Io in tutti e tre questi omicidi
ho materialmente sparato. Per ordine di Vincenzo Licciardi ho
gambizzato un commerciante del mercatino
di Antignano, che doveva essere punito
per uno sgarro fatto. Con Ciro Mendoza,
affiliato al clan Calone attivo in Posillipo,
clan a noi alleato, ho ferito, nel 2003, con
colpi d’arma da fuoco, una persona indicatami
dal mio complice. Ricordo che questa
persona era appena uscita dal Commissariato
di Posillipo. Mandante è sempre Licciardi.
Ho partecipato, nel 2003, all’omicidio
di Avolio, imprenditore che, a dire di un altro
affiliato al clan Licciardi, cioè Salomone
Pasquale, aveva qualche anno prima collaborato
con la giustizia. Il Salomone mi disse
di averlo visto in Chiaiano, un giorno in
cui era andato a fare visita a Tarantino Antonio.
Costui è fratello di Domenico, cioè quella persona che qualche
anno prima mi aveva teso un agguato. Tuttavia, in seguito, con gli
Stabile, ci siamo riappacificati. Biagio Avorio fu ucciso materialmente
da Antonio Michelò, cognato di Pierino Licciardi. Abbiamo partecipato
all’omicidio, io, Arrichiello Antonio, Pietro Izzo. Mandante è
Vincenzo Licciardi”.

Clan Licciardi, svelati due omicidi


«Ho assistito all’omicidio di Giovanni Schisano» Cominciò così il 10 maggio 2007 il racconto di Antonio De Carlo detto “spara-spara” (ex “picciotto” degli Stabile poi passato con i Licciardi e solo per un breve periodo collaboratore di giustizia), destinatario a luglio scorso di un’ordinanza di custodia cautelare per l’inchiesta sulla camorra di Secondigliano. L’anno scorso, prima di ritrattare tutto, parlò di diversi delitti su cui si è posata la lente d’ingrandimento degli inquirenti della Dda e degli investigatori della polizia. Agguati mortali risalenti soprattutto alla guerra tra gli Stabile e i Sarno, per i quali sono stati indicati presunti mandanti e sicari. Persone però che difficilmente finiranno a giudizio proprio perché è venuto a mancare il pilastro dell’accusa: le dichiarazioni dell’ex pentito. Ecco alcuni passaggi del racconto (poi ritrattato, va sottolineato) di Antonio De Carlo, con la consueta premessa che le persone tirate in ballo devono essere ritenute assolutamente estranee ai fatti narrati fino a prova contraria. «In relazione a Climeni Francesco, detto “recchiolone”, posso dire che ha commesso insieme a Ciro Stabile l’omicidio di Schisano Giovanni, ordinato da Gaetano Stabile il quale era sicuro che Schisano fosse coinvolto nella morte del fratello Tommaso. Io ho assistito all’omicidio insieme a Raffele Contiello (poi ucciso previa tortura nei cosiddetti Sette Palazzi, rinvenuto nel cofano di una macchina nei pressi della sua abitazione) giacché dopo aver appreso dell’organizzazione dell’omicidio, andammo a vedere se e come si realizzava, posizionandoci a bordo di una macchina a breve distanza dal luogo dell’omicidio. Ho assistito anche ai preparativi che Climeni Francesco e Ciro Stabile stavano facendo nella Cupa Spinelli, dopo essere scesi dall’appartamento di Gaetano Stabile, in un luogo, dove Gaetano Stabile aveva fatto apporre dei cancelli per chiudere una zona porticata». De Carlo successivamente parlò di un altro omicidio. «Climeni Francesco faceva parte del clan Stabile, anzi io e lui abbiamo seguito lo stesso percorso: dapprima affiliati al clan Stabile poi al clan di Costantino Sarno, poi al clan Licciardi. Climeni Francesco passò con il clan di Costantino Sarno allorché il clan Stabile era pressoché finito e con il clan Licciardi quando anche il clan di Costantino Sarno finì. Altro omicidio commesso da Climeni Francesco durante la sua affiliazione al clan Licciardi è stato quello di Tommaso detto ascensore, ucciso nel rione Monterosa negli anni 2003 - 2004, durante l’estate. La vittima era del Vomero e faceva parte del clan Cimmino, avversario del clan Caiazzo che invece era ed è nostro alleato. Lo conoscevo perché eravamo stati insieme in carcere al padiglione Livorno di Poggioreale e poco prima della sua morte lo vidi in compagnia di Vincenzo Sacco (mi sembra fratello di Sacco Gennaro) ed altre persone proprio sotto la casa di Vincenzo Sacco. L’incontro fu casuale perché io stavo andando a trovare mio figlio che abita poco più aventi e quando ci salutammo egli mi disse che stava aspettando Pasquale Salomone. Già a queste parole io capii che poteva trattarsi di una trappola ai danni di Tommaso, sia perché egli era affiliati ai Cimmino sia perché veniva ritenuto implicato nella morte di tale Geppino, cognato di Antonio Caiazzo».

sabato 16 agosto 2008

IL SUO COMPITO AMMAZZRE GLI SCISSIONISTI DI CESARANO

Gli inquirenti non hanno dubbi: Antonio Di Giovanni era parte
integrante del clan Licciardi. Lo dimostrano le conversazioni
intercettate tra lui ed altri affiliati. Durante la conversazione si
capisce che il ruolo di Di Giovanni era quello di sferrare attacchi
contro gli avversari. È lui stesso a rivelare di aver già tentato di
colpire gli avversari. In una conversazione intercettata con
Gianfranco Leva (nella foto), Di Giovanni riferisce che lui e
“Carminiello” (Carmine Talpa) hanno esploso dei colpi di arma da
fuoco contro alcuni avversari. «...e..Carminiello faceva: “Metti le
mani da fuori...!!!”, io a lui: “Carminie’, io ho la pistola...mi metto le
mani fuori?”. Siamo passati per la fuori...101... per ricordare no!! Ma
se li vedevo..sono saltato dalla panchina..bho'..bho'..bomm, si sono
buttati dietro all’albero». Chiara per gli inquirenti la risposta del
Leva: «Tu quello devi creare». È evidente - scrivono i pm - che i
sodali del clan Licciardi intendono riaffermare la loro leadership
all’interno del rione Berlingieri creando un clima di terrore». Dal
resto della conversazione si comprende che la vittima predestinata
era uno dei fratelli Feldi (Tufano), che il luogo prescelto era una
abitazione nella disponibilità della famiglia Carella (“gallina”) e che
uno dei fratelli della “gallina”, nonostante il clan sia in aperto
contrasto con i Tufano, continua a frequentarli. Infatti, Antonio
riferisce al Leva che uno dei fratelli della gallina starebbe insieme ai
Tufano: «Cioè..qua stiamo
parlando..“o frat’ da gallina”...sta
con i Tufano, diamine “o’ frat’”»,
aggiungendo, inoltre che dopo
circa cinque minuti che questi è
sceso dall’abitazione, sono
arrivati le guardie. Si capisce che
Antonio suppone - erroneamente
- che il fratello del Carella,
intuita la loro intenzione di
eliminare uno dei fratelli Feldi
abbia, in qualche modo, fatto
intervenire le forze dell’ordine.

ARRESTATO KILLER DEI LICCIARDI



È finita sul tetto di una villa di Lago
Patria la latitanza di un affiliato al
clan Licciardi, riuscito a sfuggire al
blitz del 10 luglio scorso. Ma non si
era mai allontanato dalla zona, credendo
di stare al sicuro fino a quando
mercoledì pomeriggio i poliziotti
lo hanno sorpreso ed arrestato. Si
tratta di Antonio Di Giovanni, 30 anni,
nipote di Patrizio Vastarella, catturato
dopo un mese di irreperibilità.
La sua latitanza è finita alle 18 di
mercoledì dopo un inutile tentativo
di fuga. Si è arrampicato sul tetto
della villa per poi arrendersi di fronte
ad una decina di poliziotti schierati. Componente del gruppo di fuoco
del clan Licciardi, Di Giovanni era ricercato per associazione a delinquere
di stampo camorristico, armi e rapina aggravata. A stringergli le manette
ai polsi sono stati i poliziotti della Squadra Mobile (terza sezione) e i militari
del Gico della Guardia di Finanza.
Di lui si parla nel decreto di fermo dalla Dda di Napoli a carico di una trentina
di affiliati al clan Licciardi. Nipote di Patrizio Vastarella, era considerato
organico nel gruppo tanto da ricevere la “mesata”. Come lo zio Vastarella,
si mise in cattiva luce con il gruppo dirigente per non essere stato
disponibile quando servivano uomini per l’agguato nei confronti dello
scissionista Vincenzo Allocco. Tuttavia, nonostante la defezione, Di Giovanni
era un componente di fiducia del gruppo di fuoco del clan. A lui i pm
attribuiscono il fallito attentato ai danni di un avversario scissionista nel
rione Berlingerli, probabilmente Francesco Feldi. Gli altri componenti del
gruppo erano Raffaele Amato, Salvatore Liberti, Carmine Talpa e Francesco
Marzano, coadiuvati da Gianfranco Leva. Alle ore 11,39 del 22 settembre
2007 fu registrata una conversazione ambientale tra Gianfranco
Leva e due persone, da cui si comprende che Gennaro Cirelli aveva dato
ordine di compiere un agguato nel rione Berlingeri. Da una successiva
conversazione intercettata tra Gianfranco Leva e Antonio Di Giovanni si
ricostruiscono tutte le fasi del mancato agguato. Ed in particolare che autore
materiale doveva essere Antonio Di Giovanni. Il luogo di appostamento
per l’agguato era il balcone dell’abitazione di Luigi Carella, “’a gallina”.
Furono i controlli effettuati dal personale della Squadra Mobile ad
impedire che l’agguato si consumasse. Appena salirono a bordo dell’auto
Antonio Di Giovanni, parlando con Leva, iniziò ad imprecare contro
“Sasariello” (Salvatore Liberti), che non voleva consegnargli il marsupio, dove
presumibilmente avevano occultato l’arma. Subito dopo, rammaricato,
racconta al suo interlocutore che proprio nel momento in cui aveva sotto
tiro la vittima, che stava passando a piedi sotto il balcone, gli fu ordinato
di non proseguire nell’azione. La conversazione continua con il racconto
delle fasi del mancato agguato, ed il particolare, che la vittima era sotto tiro,
nascosta dietro ad una sdraio. Il contrordine era venuto da “Jerry” dopo
che “Carminiello” (Carmine Talpa), lo aveva contattato informandolo
del controllo subito poco prima. «Due volte, due volte, io allora..hai capito...
io lo puntavo e lui non mi guardava a me...sopra al balcone...hai capito?
In mezzo alla sedia a sdraio...così vedi..ho detto..giusto in mezzo alla
capa...pure jerri ha detto no...carminiello glielo ha detto a Gerry..ha detto:
“Quello lo vuole dare!”». Poi, i due commentano dei controlli subiti da Francesco
Marzano e Raffaele Amato, mentre lo stesso Di Giovanni era riuscito
a sottrarsi al controllo, proprio lui che era armato.

lunedì 11 agosto 2008

Preso in Spagna il ras Bosti


Dopo cinque anni è stato catturato il boss Patrizio Bosti, 49 anni, ritenuto dagli inquirenti il reggente dell’Alleanza di Secondigliano. Il camorrista, inserito nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi, si trovava in Costa Brava. «Siete stati bravi» ha detto ai carabinieri del Comando provinciale di Napoli che lo hanno arrestato insieme con la Guardia Civil: non era armato e non ha opposto resistenza. Ha presentato un documento falso, ma poi si è arreso. In tasca aveva 24mila euro, possedeva un’Audi R8 e viveva in un lussuoso residence con piscina. Era a cena con una quindicina di persone, spagnole e napoletane, tutte disarmate. Tra queste anche Elena Bastone, ex moglie di Ciro Giuliano, cugino di Lovegino. Tra i suoi obiettivi c’era quello di mettere le mani su Forcella. In Spagna il clan gestiva un ingente traffico di droga.

Attirato in trappola e ammazzato

Era stato scarcerato di recente e subito i reggenti del clan Di Lauro, che controlla ancora il rione del ”terzo mondo” a Secondigliano, lo avevano investito della carica di capopiazza. Ma Ciro Maisto, 28enne, pluripregiudicato, residente ufficialmente in via Giardino dei Ciliegi, sapeva da tempo di essere finito nel mirino degli scissionisti del gruppo Amato-Pagano. Per questo motivo il nuovo boss non si vedeva speso in giro. Ma ieri pomeriggio, intorno alle 17, qualcuno di cui si fidava gli ha dato un appuntamento che si è rivelato essere una trappola mortale. Appena arrivato in strada, in via I Misteri di Parigi, il 28enne è stato raggiunto da una vera e propria pioggia di fuoco. Almeno quattro colpi alla testa e uno al torace lo hanno freddato sul colpo mentre la gente che era in strada scappava via terrorizzata. È la faida che ritorna. Ma l’omicidio di Maisto era una ”morte annunciata”, visto che alcuni ras degli Amato-Pagano avevano giurata di fargliela pagare già tre anni fa, quando era stato scarcerato la prima volta dopo l’arresto e quando si era rifugiato in casa non uscendo mai. Quando i poliziotti del commissariato di Secondigliano lo andarono ad arrestare perché era ricercato, il boss dei Di Lauro tirò un sospiro di sollievo. Per paura di essere ammazzato si era praticamente murato vivo in casa assieme alla moglie e ai due figli piccoli. E c’è un mistero sull’omicidio di ieri pomeriggio: è stato tenuto segreto per diverse ore, fino a tarda sera dai carabinieri. Probabilmente perché non avevano capito bene la matrice del delitto. Eppure Ciro Maisto era un personaggio di grosso calibro del panorama criminale di Secondigliano e Scampia, anche se, ad onor del vero, non ha mai riportato condanne per associazione mafiosa. Per tutta la notte sono stati effettuati controlli e posti di blocco sia a Secondigliano che a Scampia, questo per scongiurare una eventuale risposta da parte degli amici di Maisto ma anche per tentare di stanare i killer, che hanno agito in due in sella ad uno scooter supportati sicuramente da uno ”specchiettista”. Gli investigatori stanno anche controllando i tabulati telefonici del 28enne ammazzato e hanno sentito a lungo i familiari, per capire chi gli abbia dato l’appuntamento che si è rivelato fatale. Ciro Maisto è soltanto omonimo degli scissionisti Stefano e Mario Maisto, assassinati insieme con Mario Mauriello il 9 novembre del 2004 e fatti trovare nella discarica del campo rom di Scampia dopo essere stati chiusi in sacchi di cellophane.

La nuova faida ha fatto già 9 vittime


Il padrino Paolo Di Lauro ritornò a Napoli per trattare la pace con gli Amato-Pagano, suoi ex fedelissimi che poi decisero di mettersi in proprio. La faida aveva provocato oltre venti morti e una serie infinita di feriti e incendi. Ma la tregua è durata molto poco, il tempo per le due cosche di riorganizzarsi e riprendere le ostilità. Anche perché il 16 settembre del 2005 finisce la ventennale latitanza del padrino che ha saputo trasformare lo spaccio di ogni sorta di stupefacenti in un business industriale. I Di Lauro sono usciti nettamente sconfitti nello scontro con gli scissionisti, e lo dimostrano anche le numerose perdite che hanno subito quest’anno. Il conteggio fa registrare un 5-4 a favore degli Amato- Pagano e la partita ri preannuncia aspra e ricca di colpi di scena. Il 25 gennaio il primo morto della faida targata 2008. A cadere sotto il piombo dei killer scissionisti, proprio all’interno del rione dei Fiori, è Vittorio Iodice, 20enne, “sentinella” dei pusher del clan Di Lauro, che ha pagato con la vita il suo rifiuto a passare con gli avversari. Il 31 gennaio tocca allo zio di Iodice, il 39enne Ciro Reparato, anch’egli vicino ai Di Lauro. Qualcuno ha ipotizzato che l’uomo stesse organizzando la vendetta per l’omicidio del nipote. Il 9 febbraio in piazza Luigi Di Nocera viene massacrato il 33enne Carmine Fusco, personaggio gravitante nell’orbita del clan Di Lauro, ma la mazzata più pesante arriva il 13 marzo con l’agguato ad Antonio Orefice, 57enne, consuocero del defunto padrino Ugo De Lucia, freddato nel rione Berlingieri. Poi i Di Lauro passano al contrattacco e il 22 marzo muore in ospedale Giuseppe Grassi, ex Di Lauro passato con gli scissionisti, ferito in un agguato il 3 marzo. È lo stesso giovane sicario che durante la faida era guardaspalle di Nunzio Di Lauro e una sera, credendo che si trattasse di killer scissionisti, sparò contro quattro marescialli dei carabinieri in borghese che stavano tornando in caserrma. Il 15 aprile viene massacrato Salvatore Cipolletta (nella foto il cadavere), ”pezzo da novanta” degli Amato-Pagano che controlla una ”piazza” a Mugnano. Ma c’è anche l’ipotesi che siano stati gli stessi suoi amici ad eliminarlo per uno sgarro. Il 6 maggio e l’11 giugno due clamorosi colpi del gruppo di fuoco dei Di Lauro con gli omicidi di Pasquale Salomone, ex affiliato al clan Licciardi passato con gli Amato- Pagano, e di Mariano La Peruta, ex ”dilauriano” passato con gli scissionisti. Mercoledì pomeriggio un altro colpo assestato dagli Amato-Pagano che sono quasi arrivati a conquistare il rione dei Fiori.

L’esodo dei narcos amici del ”milionario”


Con le ”piazze” di droga controllate quasi tutte dagli scissionisti e con la paura di finire ammazzati, la maggior parte dei trafficanti dei Di Lauro ha cercato nuove strade per continuare l’attività. Esodi massicci verso altre regioni del paese ma anche all’estero. E lo scorso 17 luglio un’inchiesta condotta dalla Dda di Reggio Calabria ha scoperchiato un vasto traffico di stupefacenti che dai narcobazar dei Di Lauro arrivava nei depositi del clan Alvaro di Cosoleto, grosso centro reggino. Le indagini erano partite lo scorso anno da una intercettazione telefonica a carico del boss Patrizio De Vitale, fedelissimo dei Di Lauro ammazzato l’anno scorso durante la faida. Nella telefonata il napoletano parlava con alcuni trafficanti di droga all’estero. Uno spunto che si è rivelato decisivo per arrivare all’emissione di 7 ordinanze di custodia cautelare, eseguite dai carabinieri nei confronti di altrettanti esponenti del clan Alvaro. Ma nel mirino, ma finora solo a livello di “sospetti”, sono finiti anche alcuni pregiudicati napoletani di Secondigliano. Le indagini, iniziate dai carabinieri del nucleo investigativo di Napoli nel 2005 su un più ampio contesto riguardante la faida di Secondigliano, erano finalizzate ad individuare i canali di approvvigionamento dello stupefacente utilizzati dal clan Di Lauro per importare cospicui quantitativi da distribuire sul territorio nazionale. Un primo sviluppo consentì di individuare pregiudicati partenopei collegati ad un gruppo criminale calabrese, il quale poi si rese autonomo dai pregiudicati di casa nostra impegnati soprattutto nella terribile faida con gli “scissionisti”.

Maisto era l’erede del ras Pica


Aveva preso il posto del boss Giuseppe Pica, ammazzato il 14 marzo del 2007 assieme al guardaspalle Francesco Cardillo, nella gestione della ”piazza” di droga del rione dei Fiori, il famigerato ”terzo mondo”, ultimo baluardo del clan Di Lauro. Un posto importante ma anche pericoloso per Ciro Maisto, visto che gli scissionisti stanno tentando da tempo di conquistare anche l’ultima roccaforte di ”Ciruzzo ’o milionario" e figli. Un solo killer ha sparato un intero caricatore contro il capopiazza 28enne del clan Di Lauro massacrato mercoledì pomeriggio all’interno del famigerato rione di Secondigliano. È stato usato un revolver calibro 38 e sul selciato non sono stati trovati bossoli. Insomma, una vera e propria esecuzione portata a termine da distanza molto ravvicinata, che ha consentito all’assassino di colpire quattro volte il bersaglio alla testa e una volta al torace. Che Maisto si sentisse nel mirino da quando era stato scarcerato nel 2005 e da quando gli era stata affidata la ”piazza” del ”rione dei Fiori” si è avuta conferma anche dalle parole del fratello che si chiedeva perché fosse sceso in strada. Inusuale anche la scena del crimine, con pochissime persone in strada e soprattutto senza le solite scene di disperazione dei parenti. Assieme al fratello, infatti, in via I Misteri di Parigi c’era solo una zia, mentre la moglie del 28enne è rimasta a casa con i tre figli piccoli. Maisto non aveva documenti addosso e dall’abbigliamento si capiva che era uscito di casa di fretta, dopo una telefonata fatta da qualcuno di cui si fidava che ha organizzato la trappola mortale. È proprio su questo punto che i carabinieri del nucleo investigativo del reparto operativo di Napoli, con il colonnello Iorio e il capitano D’Aloia, stanno indagando. Diverse persone, tra cui la moglie di Maisto, sono state sentite per ricostruire gli ultimi minuti di vita del boss ammazzato. La pista più seguita è quella di una vendetta del clan Amato-Pagano per alcuni fatti di cui Maisto si era reso protagonista nel corso della guerra che dal 2003 al 2005 ha insanguinato le strade di Scampia e di Secondigliano e che non è mai finita, nonostante i vari accordi. Intorno alle 17, qualcuno di cui si fidava gli ha dato un appuntamento che si è rivelato essere una trappola mortale. Appena arrivato in strada, in via I Misteri di Parigi, il 28enne è stato raggiunto da una vera e propria pioggia di fuoco. Quattro colpi alla testa e uno al torace lo hanno freddato sul colpo mentre la gente che era in strada scappava via terrorizzata.......