lunedì 28 luglio 2008

«Di Lauro fece a pezzi cutoliano»



Da più di un anno è passato a collaborare con la giustizia. Prima amico
di Gennaro Licciardi “’a scigna”, poi dal 2002 componente del gruppo
di fuoco del clan Misso, Pasquale Gatto ha fatto parte da giovane
alla federazione degli anticutoliani, composta dalle famiglie Giuliano,
Zaza, Fabrocino, Bardellino, Vollaro, i Cavallari di San Giorgio, Alfano,
Cavalcante e poi i gruppi di Gennaro Licciardi per quanto riguarda
l’area nord di Napoli, dei Lo Russo, dei Bocchetti. A capo di tutti
vi era “’a scigna”, per conto del quale Gatto svolse molti compiti, soprattutto
durante gli omicidi. Nel corso di un interrogatorio reso dalla
Dda di Napoli il pentito svela un restroscena inedito ed inquietante
sull’omicidio di un certo “Bambulella”, ucciso verso la fine degli anni
’80 il cui corpo fu fatto a pezzi dallo stesso Paolo Di Lauro ed altri
killer. Ecco il racconto del collaboratore di giustizia reso il 23 agosto del
2007 alla presenza del pubblico ministero Barbara Sargenti. «Ho partecipato
all’omicidio di “Bambulella” avendo rubato l’autovettura Bianchina
500, che è servita poi per caricare il suo corpo fatto a pezzi, che
io stesso ho trasportato a bordo di questa autovettura. Il compito di
procurare la macchina,che io sapevo che doveva servire per trasportare
il cadavere della vittima mi venne affidato da Astuto Ciro e Cinquegranella
Renato, che avevano organizzato l’omicidio. “Bambulella”
era un cutoliano che aveva partecipato alla strage del 23 novembre
di Poggioreale e per queste venne ucciso. Venne attirato in trappola
da tale “’a vicchiarella” che mi sembra chiamarsi Dario Ciro e che
comunque è morto nel ’90 in via Mario Pagano. Costui convinse la vittima
che poteva fidarsi di lui, che lo avrebbe presentato ai suoi amici
al fine di consentirgli di “girarsi”, ossia di passare con gli anticutoliani.
Egli venne attirato in un basso - deposito in vico Avvocata e lì venne
ucciso da Cinquegranella Renato, Quartuccio Pietro, Bruno Torsi e
Franco Torsi».
Il racconto di Gatto continua con dettagli raccapriccianti: «Io non ero
presente quando lo uccisero, ma la dinamica e le modalità me le raccontarono
i miei compagni. Quindi so che venne colpito con una coltellata
con una mazzola in testa, con pistolettate in testa e che nell’occasione
partì un colpo di pistola. Io andai sul posto portando la
macchina che avevo procurato quando mi chiamarono per dirmi che
l’omicidio era stato commesso.
Quando arrivai il cadavere di “Bambulella” veniva fatto a pezzi da Cinquegranella
Renato, La Monica Aniello e Paolo di Lauro». «Su sua domanda
- continua Pasquale Gatto - preciso che nel gruppo di La Monica
Aniello, che comandava in mezzo all’Arco e che apparteneva a Michele
Zaza, vi erano Paolo Di Lauro, Pariante Rosario, Abbinante detto
“papel ’e marano”, Mimì Silvestro, tale Ettoruccio, che poi è morto
e con il quale abbiamo fatto dei reati insieme, tale “’o siciliano”, Lello
Prestieri».
L’efferatezza dell’omicidio di “Bambulella”, il cui corpo fu fatto a pezzi,
doveva essere da monito a tutti i cutoliani. «Il cadavere della vittima
fu fatto a pezzi per rendere ancora più efferato il delitto con forte
valore simbolico per i cutoliani.
Caricati i pezzi di cadavere sulla macchina io guidai fino a lasciare la
macchina davanti ad un’autoscuola, che si trovava nei pressi del cinema
Corallo. Durante il viaggio sono stato scortato da Pariante Rosario
detto “’o chiappariello, Lello Prestieri, Abbinante detto “papel di marano”,
nonché i miei compagni Franco, Renato e Bruno Torsi, Abbate
Alfredo, Rescigno Ciro detto “cera Grei”.

’O nasone”: «Ho ingoiato tanti rospi

Ho dovuto ingoiare altri rospi e addirittura ho dovuto colloquiare con persone che avevano partecipato all’omicidio di mia moglie ovvero Peppe Ammendola. O quando poi ho accettato di intavolare una discussione con Eduardo Contini per il tramite di Salvatore Savarese e Ciro De Marino,che andarono a parlare con lui dopo aver lasciato i mezzi. L’ho fatto perché per me era conveniente creare un clima apparente di tregua. Una volta scarcerato, dopo che era già venuto Salvatore Lo Russo, si presentò da me anche Ciro “’o scellone” con il nipote Michele, figlio di Vincenzo Mazzarella, per dire che conveniva anche a me fare la pace seguendo il loro esempio, poiché l’avevano fatta nonostante fosse morto il padre per mano di Secondigliano». Il 12 marzo scorso il boss pentito Giuseppe Misso “’o nasone” (all’anagrafe Giuseppe Missi) raccontò ai pm antimafia Amato, Narducci e Sargenti le sue peripezie verbali e comportamentali per giungere allo scopo che si era prefissato: vendicare la morte della moglie, Assunta Sarno. Le sue dichiarazioni sono accusatorie nei confronti di molte persone, le quali naturalmente devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria. Una precisazione importante, che facciamo sempre in casi del genere. «Uno dei rospi che ho dovuto ingoiare è stata la presenza di Pasquale Cappuccio nel rione Sanità. La vicenda è andata avanti per lungo tempo poiché il mio obiettivo era quello di ammazzarlo solo dopo averlo torturato e avergli fatto confessare che lui era stato un infiltrato dell’Alleanza di Secondigliano e in particolare di Eduardo Contini. Io già lo sapevo, ma anche Cappuccio diffidava di me e quindi per questa ragione, quando veniva a trovarmi, si faceva accompagnare sempre da un fratello. Dissi quindi a Salvatore Savarese che doveva far prendere fiducia a Pasquale Cappuccio, cosicché l’avremmo ammazzato solo dopo che lui avesse cominciato a fidarsi nuovamente di me. È questa la ragione per cui si è trovato coinvolto in fatti eclatanti come l’agguato alle Fontanelle. Poi, alla fine, la morte di Pasquale Cappuccio avvenne per un’iniziativa riconducibile ai Mazzarella. Un tale “Pirulino”, uomo dei Mazzarella che viveva alla Sanità, venne da me e mi chiese se Pasquale Cappuccio, che viveva e operava nella zona dei Tribunali, fosse una persona mia in quanto loro, in particolare Francesco Mazzarella e i nipoti di Vincenzo Mazzarella, non si fidavano. Avevano dunque deciso di ammazzarlo ma volevano sapere da me se potevano farlo oppure no. Io dissi a “Pirulino” che Cappuccio non era mio amico e che loro potevano fare quello che volevano. Così poi Cappuccio fu ucciso proprio per mano delle due persone che sono state processate e condannate per il delitto». Giuseppe Misso senior il 12 marzo scorso ha parlato anche dell’organizzazione dell’agguato a Vito Lo Monaco, un rapinatore d’alto livello di origini siciliane che si era legato molto al boss del rione Sanità. Per questo non si fidava di nessuno e per sorprenderlo, secondo il racconto del collaboratore di giustizia, c’era un solo sistema: farlo avvicinare da suoi ex complici nell’assalto a banche e portavalori. «Anni dopo seppi che la Cupola di Secondigliano che era stato proprio Pasquale Cappuccio a mettere in contatto Salvatore Esposito “cavolfiore” (poi ucciso dal clan Misso per vendetta, il 23 ottobre 1999) e “o’ francese” con Contini e la Cupola. Era stato quindi organizzato un piano per sorprendere e portare in trappola Vito Lo Monaco, che altrimenti non sarebbe stato possibile ammazzare. Così “Cavolfiore” e “O’ francese”, che avevano commesso molti colpi con Lo Monaco, lo portarono sulla Tangenziale».

«Mentì a Misso: ucciso per punizione



Aveva
raccontato di aver subito minacce da parte del clan avversario, ovvero
Tolomeli-Guida-Vastarella. Ma non era vero e così il capoclan della Sanità
ordinò il suo omicidio per «non fare brutta figura con Salvatore Torino
». È uno degli episodi delittuosi compiuti durante la faida della Sanità
e di cui parla il pentito Maurizio Frenna nel corso di un interrogatorio ai
pm della Dda. Il racconto del collaboratore di giustizia rivela un particolare
inquietante della guerra che in pochi mesi fece moltissimi morti. Ecco
il racconto: «Questo Enzo (Vincenzo Grieco, ndr) aveva avuto un litigio
per futili motivi con tale Della Corte, che era una persona della Sanità
che però stava vicino ai Tolomelli-
Guida-Vastarella. Enzo mi spiegò
che il Della Corte lo aveva minacciato
dicendogli “s’adda girà a bandiera”,
con ciò facendo riferimento al
fatto che prima o poi i nostri avversari
avrebbero, a suo avvisot, preso
il sopravvento su di noi del clan Misso.
Io riferii l’episodio a Missi Giuseppe,
capoclan, il quale decise quale
ritorsione di “accappottare” il Della Corte. Avuto l’ordine, subito partimmo
io e Emiliano Zapata Misso per cercare il Della Corte per ammazzarlo.
Io ed Emiliano, che guidava, partimmo a bordo di una motocicletta
che tenevamo parcheggiata e che ci veniva custodita da Cuomo Giovanni.
Senonchè il Della Corte sfuggì all’agguato (fui io stesso a sparargli,
ma non riuscì a colpirlo, ovvero lo colpì forse solo di striscio), ed andò
a parlare con Beninato Ciro, che era il suocero del figlio del “gassusaro”,
Torino Salvatore detto “totoriello”. Il Beninato si venne ad informare
del perchè aveva sparato a Della Corte. Io inizialmente “portai negativo”,
nel senso che non gli dissi niente. Poi, avuta l’autorizzazione del Missi,
gli raccontai dell’episodio per come ce ne aveva riferito Enzo. Senonchè,
il Della Corte negò di aver mai pronunciato quella frase». A quel punto fu
organizzata la missione punitiva contro il ragazzo. Continua, infatti, il racconto
di Frenna: «Missi, per non fare brutta figura con il “gassusaro”, che
all’epoca si era da poco unito a noi provenendo da Secondigliano, diede
l’ordine di uccidere il predetto Enzo. Questa persona non aveva niente a
che fare con la camorra. Dopo un paio di giorni che il Missi ci aveva dato
l’ordine di procedere con l’omicidio, partimmo io ed Emiliano Zapata
Misso con la stessa motocicletta, che avevamo già utilizzato per il fallito
agguato a Della Corte. Preciso che io guidavo la moto e Misso
era armato con una pistola automatica 9x21». Il commando
entrò in azione intorno alle nove di sera. Il bersaglio si trovava
«in mezzo ai Vergini, che è una via abbastanza grande
della Sanità. Il Vincenzo stava insieme ad altri ragazzi. Il Misso
scese dalla moto e sparò tre o quattro botte all’indirizzo della
vittima». Una vera e propria esecuzione. Dopo l’agguato
Misso risalì sulla motocicletta e fuggirono per via Arena della
Sanità fino a raggiungere via San Severo a Capodimonte.
«Avremmo dovuto trovare il Cuomo che ci doveva aiutare a
bruciare la motocicletta, ma giunti lì non lo trovammo. Emiliano subito fuggì
in direzione della casa di mia madre. Io rimasi da solo e cercai di bruciare
la motocicletta con la stessa benzina del serbatoio, senza però riuscire
nell’intento, e poi mi diedi alla fuga anche io. Nel vicolo incontrammo
il Cuomo, al quale Zapata consegnò la pistola utilizzata per l’omicidio.
Preciso che in occasione dell’omicidio io non indossavo i guanti. Un paio
di giorni dopo fui prelevato dai carabinieri della caserma Pastrengo..

giovedì 24 luglio 2008

LA MORTE DI CICCIOTTO OTTAVIANO E DI COSIMO CERINO SVELATA DA MISSO


Martedi' 4 luglio 1994,al terzo distretto di polizia del corso secondigliano arrivano decine di telefonate,molti chiedono aiuto per una sparatoria avvenuta pochi minuti prima a casavatore,altri dicono che e' in corso una rapina in un centro commerciale di calata capodichino.Ma e' tutto falso,le telefonate non servono ad altro che allontanare dal corso secondigliano quante piu' volanti possibili,nello stesso momento nella famigerata masseria cardone e' in corso un summit,l'alleanza di secondigliano e' divisa in due dopo la morte nel super carcere d voghera del suo fondatore GENNARO LICCIARDI detto' a scigna.Molti anno tentato una scissione dalla famiglia licciardi senza nessun esito positivo,visto che il nipote del boss VINCENZO ESPOSITO detto o'principino sta tentando una scalata al potere senza eguali,una carnefina,e' diventato il killer di fiducia di famiglia,sta sterminando amici e nemici senza esitare al minimo gesto di ribellione.Ma quel summit del 4 luglio del 1994 e' troppo importante,uno dei migliori narcotrafficanti della famiglia licciardi sta spiegando ai presenti che lui vuole starsene per conti suoi,tranquillo e immacolato senza dare fastidio ma non vuole nemmeno riceverlo,sta spiegando visto che da anni riempie il vuoto di potere rimasto da GIOVANNI CESARANO e che tra poco forse uscira' di prigione che lui vuole mettersi in proprio,che lui non permette che dopo la morte da scigna' siano i nipoti ragazzini a dare ordini.Spiega che se vogliono lui puo' importare anche per loro quintali di droga ma con incassi differenti,lui non vuole piu' versare niente alla famiglia licciardi,ma che rimarra' sempre a loro disposizione e che non cerchera' mai di pestare i piedi a chi gli e' stato amico.La strategia beffarda del clan licciardi non si fa attendere,con una scusa tre uomini abbandonano la riunione per preparare l'agguato mentre i restantigli fanno capire che non c'e' problema,che per loro rimarra' sempre un amico con cui fare affari.Nel frattempo le sue guardie del corpo fremono,il caldo e' insopportabile,si domandono come mai il loro capo non scenda,se non gli anno preparato una trappola,anche se alcuni di loro gia' sapevono cosa sarebbe accaduto ed erano pronti a tutto anche ad ammazzare gli amici se sarebbero intervenuti.Il loro boss in questione e' COSIMO CERINO uomo di punta di tutta l'alleanza di secondigliano,per questa a curato l'economia della cosca nel rione sanita' e importava droga da l'america latina e da citta' del messico,ma che adesso si vuole fare le ossa da solo senza versare piu' soldi ai suoi vecchi amici.Tra le tante guardie del corpo si trova anche il suo autista personale,CIRO OTTAVIANO detto cicciotto' conosciuto da tutti per la sua abilita' nel guidare moto di grossa cilindrate e mandando sempre a vuoto gli inseguimenti inutili delle forze dell'ordine che si domandono chi sia quel gran pilota.Ciro Ottaviano sta aspettando il suo boss su una honda transalp,anche lui e' molto teso,aspetta di capire cosa stia succedendo,ma mentre pensa se aspettare o andare a vedere se e' tutto a posto il boss scende e con un sorriso gli fa capire che e' tutto a posto,che puo' togliere il cavalletto alla moto per schizzare via felici inconsapevole della trappola che gli stanno preparando.Sulle modalita' dell'agguato esistono molte divergenze,risolte da GIUSEPPE MISSO junior che la settimana scorsa parlando con i pm dell'antimafia a spiegato per filo e per segno come sono andati i fatti.Misso racconta che le modalita' dell'agguato gli sono state riferite da ETTORE SABATINO uomo di punta di secondigliano che per parecchi anni gravidando nel clan dei lo russo conosce morte e miracoli dei secondiglianesi.Misso racconta che accesa la moto e fatto salire il boss ciccotto con andatura lenta si fa spiegare come sono andati i fatti,mentre le loro guardie del corpo li seguono a dovuta distanza in quanto armati,ma corrotti visto che si erano venduti ai licciardi,cicciotto vuole fare la strada fatta mille volte ogni vola che erano andati nella masseria cardone.Ma succede una cosa inaspettata,un giovane non si conosce il nome si accosta loro su una vespa special,li saluta e incomincia a parlare facendoli deviare il percorso da loro stabilito,li fa girare intorno per via monte grappa dove si fermano per salutare la staffetta,in quel preciso istante si avvicina un fiorino con un solo uomo alla guida,si accosta quel pocopiu' avanti per dare modo ai killer che sono nascosti dietro di spalancare le porte e fare fuoco.Secondo misso i killer tre erano capitanati da GENNARO SACCO ex poliziotto rapido e preciso nel sparare,scendono e senza dire una parola sparano,per primo sacco che ferisce cicciotto e lo fa stramazzare al suolo insieme alla moto e al suo boss,gli altri due finiscono il lavoro massacrandoli con ferocia inaudita,i guardia spalle scappono,come era daccordo,in una pozza di sangue rimangono questi due giovani aspiranti boss sfigurati dalle pallottole,si diceva che cicciotto non doveva morire,che era stato colpito per sbaglio,ma in questi casi il condizionale e dobbligo...........

mercoledì 23 luglio 2008

L'IMPRENDITRICE CORAGGIO


Non potevo fare a meno di dedicare un post all'imprenditrice coraggi SILVANA FUCITO che si e' ribellata al rachet facendo arrestare gli estorsori che in due anni di soprusi intimidazione e violenza gli anno spillato ben 400milioni di lire e non contenti gli anno bruciato il negozio.Anche la stampa straniera ha dato molto risalto alla faccenda fucito,molte trasmissioni di portata nazionela non anno esitata a contattarla per farle raccontare il suo dramma indiretta,ma il carattere forte,la determinazione di questa donna meritano ben altro,ultimamente a fondato un comitato antirachet insieme al marito e sembra stia dando ottimi frutti,che il suo esempio di donna possa servire da esempio per chi e' o diventera' una vittima del rachet che non solo uccide il commercio campano ma favorisce nell'insieme il mondo del crimine andando a riempire le casse di queste organizzazioni malavitose che molte vole dal ricavato di estorsione comprano armi e droga.

IL CLAN DEI CASALESI VOLEVA COMPRARE LA LAZIO

Che i casalesi fossero dei veri professionisti dell'imprenditoria e' cosa gia' nota,ma che addirittura stavano costruendo il folle progetto di comprare la societa' laziale e' davvero troppo.Con un impero del crimine di sproporzionate facolta' economica e' nota,si sa infatti che il gruppo facendo capo a FRANCESCO SCHIAVONE detto sandokan non solo ha immobili in campania,ma che addirittura una buona fetta della lombardia e dell'emilia romagna e' del clan dei casalesi fa rabbrividire,due delle regioni piu' industrializzate e piu' ricche in italia che anche proprieta' della camorra,cosi' dicono gli investigatori.Ma davvero non riesco a immaginare il leggendario e temuto capo alias sandokan che con pantaloncini e fischietto da ordine ai giocatori laziali......

sabato 19 luglio 2008

LA SCISSIONE DEL CAPOCECCE







E' il 1992 quando il gruppo di PAOLO DI LAURO lascia a parte la diplomazia e soffoca nel sangue la ribellione portata avanti dal dall'ex capo zona di mugnano ANTONIO RUOCCO,che determina una escalation di gravi fatti di sangue,culminati nella famosa strage del bar fulmine nel rione monterosa regno della famiglia prestieri.Antonio Ruocco viene mandato in soggiorno obbligato a piombino,ne approfitta per sostituirlo al comando della famiglia di mugnano GENNARO DI GIROLAMO,spalleggiato dal clan di via cupa dell'arco.Ruocco pero' scappa dal confino e torna a NAPOLI per vendicarsi,uccide di girolamo e sventa il tranello che i di lauro gli anno teso per ammazzarlo.Capisce pero' che da solo non potra' affrontare l'ira di quelli di secondigliano come lui stesso li definisce,e chiede aiuto al padrino di giugliano GIUSEPPE MALLARDO,e' lo stesso ruocco che ripercorre,nell'interrogatorio del 7 novembre quei mesi.Con mallardo siamo sempre stati amici,gli avevo chiesto di appoggiarmi per la mia vicenda personale relativa alla guerra con PAOLO DI LAURO,peppe mi aveva sempre promesso il suo aiuto facendomi capire che anche a loro dava fastidio il milionario.Naturalmente col tempo o capito che gli interessi che potevano legarli erano piu' forti della nostra amicizia e pertanto in pratica non ricevatti mai alcun aiuto concreto.Per ruocco la battagia continua piu' cruenta che mai,la prima contro le batterie di fuoco del milionario che gli davano la caccia per ammazzarlo,la seconda contro le forze dell'ordine che gli davano anche loro una caccia serrata per arrestarlo.E' il 18 maggio del 1992 quando davanti al bar fulmine,all'interno del monterosa,entra in azione un commando di otto uomini capitanati dallo stesso ruocco,che allora e' latitante,con mitra,pistole fucili e bombe a mano abbatte cinque uomini,tra di loro c'e'anche RAFFAELE PRESTIERI che alcune decine di anni prima aveva preso parte all'agguato costato la vita ad ANIELLO LA MONICA per portare al potere ciruzzo o'milionar.I poliziotti che raccolsero quei cadaveri dall'asfalto contarono tanti di quei bossoli da ipotizzare che il fuoco di fila dei fucili kalashnikov fosse durato non meno di cento secondi,un minuto e mezzo di terrore che avrebbe infranto ogni residua possibilita' di replica da parte del gruppo rivale.Il giorno dopo l'allora prefetto UMBERTO IMPROTA,telefona al viminale e chiede l'invio di agenti specializzati del servizio segreto civile per fermare la mattanza.Ma non simuove una foglia in quella settimana sul fronte della criminalita' organizzata,sembra che la guerra sia terminata,che il colpo inferto da ruocco sia troppo forte.Il lunedi' successivo,l'onda d'urto dei di lauro investe mugnano e spazza via quel che resta della fazione avversaria.Il primo omicidio che i di lauro commettono per vendicarsi della strage del bar fulmine,e' una donna la mamma del capo cecce come era soprannominato ruocco,ANGELA RONGA e una donna anziana che con i traffici del figlio non aveva niente a che fare,la crivellano di pistolettate sperando che il figlio esca dal nascondiglio in cui si e' nascosta.Anche se molti anni dopo un pentito del clan di lauro rivelera' che l'omicidio della mamma del capo cecce non fu voluto dai di lauro,ma che agirono di testa loro due affiliati alla cosca,si tratta di BRUNO CASTELLUCCIO e MARIO CANDITO entambi massacrati proprio dal clan di lauro che non avevano digerito che entrambi i killer avevano ammazzato una donna anziana senza chiedere permesso.Ma la guerra dei di lauro continua,ammazzano chiunque avesse a che fare con la strage tra cui anche persone innocenti e familiari,un po come e' avvenuto con la faida di scampia dove sono state trucidati parenti amici e due donne del clan degli scissionisti.Ma la strategia di morte e terrore continua,di li a pochi giorni dalla morte della mamma il ruocco deve affrontare un altro dolore,anno teso un agguato al fratello SEBASTIANO RUOCCO che seppur ferito riesce a mettersi in salvo,mentre viene trucidata senza nessuna pieta' la moglie e cognata di ANTONIO RUOCCO il capo scissionista.Ma la mattanza non si ferma di li a quindici giorni i di lauro massacrano MICHELE RUOCCO zio del capo cecce,lo sorprendono all'interno di una sala giochi e lo crivellano di colpi di fucili.Ruocco racconta(quella notizia mi procuro' un altro grandissimo dolore,chiaramente anche questo omicidio era da collegare a me e alla guerra che avevo dichiarato con quelli di secondigliano).Passa ancora del tempo racconta ruocco e avviene ancora un altro agguato contro la mia famiglia che niente aveva a che fare con la guerra che stavo portando avanti con i seondiglianesi,poi ancora un episodio contro mia sorella ANNA che si era spostata col marito a melito,Un giorno alcuni uomini armati si presentano fuori la loro abitazione e con armi in pugno sfondano la porta di ingresso li fanno entrare in bagno e danno fuoco alla casa,solo per puro miracolo mia sorella e il marito si salvarono in quando la casa aveva il tetto tipo eternit riuscirono a trovare scampo da quella via e sfuggire all'incendio che intanto aveva distrutto l'abitazione.Da quel momento mia sorella si sposto' prima nell'abitaione della suocera e poi venne a piombino da me che nel frattempo mi ero rifugiato,dopo questo nuovo episodio ci fu' un periodo di calma che ne io mi mossi ne loro che ritenevano che con tutti i lutti che mi avevano procurato sarei rimasto a piombino ritrattando le mie idee bellicose.Nel frattempo venne a farmi visita a piombino pauluccio o'infermiere,costui mi disse del dolore che aveva procurato l'agguato costata la vita alla mamma sia ai mallardo che ai nuvoletta che ai contini.Mi riferi' inoltre che un uomo di peppe mallardo si trovava a casa del milionaro e che aveva sentito dirgli che mi avrebbe ucciso la mamma e tutta la famiglia se non fossi uscito allo scoperto per farmi ammazzare.Il gruppo di PAOLO DI LAURO dimostro' a quale livello di brutalita' e ferocia poteva arrivare quando c'era in gioco la sua sopravvivenza.Si capisce perche' in quasi vent'anni di potere assoluto il clan di via cupo dell'arco non abbia mai subito alcun attacco da parte di altreorganizzazioni criminali.Sia i licciardi che contini sia i casalesi osava sfidare la malvagita' di una famiglia che aveva soldi e uomini per annientare qualsiasi batteria di fuoco nemica.Antonio Ruocco dopo la strage del bar fulmine e dopo la fuga a piombino si rifugia a MILANO,dove lo scovano i carabinieri vestiti da postini con la scusa di dover consegnare un pacco,ruocco annientato dalla paura crede che si tratti dei killer di miezz a l'arc si butta dal terzo piano dove quando i carabinieri lo ammanettano l'ospedale gli riscontrera un trauma cranico,era giorni che non dormiva dirannopoi i carabinieri,era ossessionato dalla vendetta di ciruzzo o'milionar,cosi' non potendo annientare i secondiglianesi con la forza passa a una nuova strategia passa a collaborare con la giustizia raccontando anni di militanza all'inerno del clan di lauro e gli omicidi sia prima che durane la faida.Della faida tra i ruocco e i di lauro parla anche un pentito di eccezione di secondigliano salve poi ritrattare tutto dopo pochi mesi,sto parlando di COSTANTINO SARNO che racconta che durante la faida lui a cercato di dare appoggio ai ruocco dopo che gli uccisero la mamma,ma che sia licciardi che contini che mallardo famiglie a capo della potente cupola della alleanza di secondiglano non ne vollero sapere di appoggiare il ruocco tanto era temuto l'esercito di PAOLO DI LAURO che pure l'alleanza fece no uno ma tre passi indietro...

mercoledì 16 luglio 2008

Cesarano ordinò di uccidere»


«Giovanni Cesarano diede incarico a me e a Calone di uccidere due persone che davano fastidio a Cimmino del Vomero, nostro alleato in quel periodo». Il ritratto di un capo, cui veniva raccontato tutto dagli affiliati nel periodo in cui reggeva il clan insieme con Giovanni Licciardi. È quello che fa di Giovanni Cesarano (ovviamente prima della scissione, che risale all’anno scorso) il collaboratore di giustizia Gennaro Panzuto: ex ras emergente della mala della Torretta, storicamente legata a quella di Secondigliano. “Genny” in un interrogatorio del 2007 ha parlato a lungo ella cosca con base alla Masseria Cardone. «Quanto alle azioni violente, omicidi, che negli anni 98-99 il clan Licciardi ha posto in essere, Giovanni Licciardi ne è sempre stato a conoscenza. Dico questo sia perché come già detto lui in quel periodo era un po’ il reggente del clan, sia perché stava spesso con Giovanni Cesarano e condividevano le strategie criminali; Giovanni Cesarano, ad esempio, diede incarico a me e a Calone di uccidere tali Bambulella e Alberone, affiliati ad Alfano che erano rimasti in pochi ma comunque davano fastidio a Cimmino, nostro alleato in quel periodo. Cimmino stesso mi fece vedere una foto di bambulella che non conoscevo e mi diede indicazioni su dove trovarlo, mentre Alberone era persona conosciuta sia da me sia da Calone; Cimmino voleva fortemente la morte di questi due e premeva su Gennaro Sacco che era il suo referente, Gennaro poi passava la palla a Cesarano e Cesarano quindi ci aveva incaricato, offrendoci per lo scopo una pistola 9x21 e una calibro 38». Panzuto ha poi continuato. «Per spiegare come i Licciardi volessero accontentare Cimmino e come questi premeva, aggiungo che la stessa richiesta mi venne fatta anche da Salomone Pasquale che penso fosse ignaro della richiesta già fattaci da Cesarano, poiché quando io glie lo dissi comprese di aver fatto una brutta figura nei confronti di Cesarano perché voleva egli stesso farsi bello agli occhi del clan. L’interesse di Cimmino ad eliminare questi due è evidente, era quello di dominare incontrastato sul Vomero, l’interesse dei Licciardi ad accontentare Cimmino era quello di mantenere stretta alleanza con colui che aveva egemonia sulla zona ospedaliera, nella quale loro vantavano interessi economici derivanti dagli appalti agli ospedali. In realtà mentre Cesarano aveva una visione più complessiva di questa alleanza, Giovanni Licciardi era soprattutto interessato ad avere il massimo spazio per i suoi traffici di droga, che poteva quindi indirizzare liberamente sul Cimmino. Nonostante alcuni appostamenti non riuscimmo a colpirli perché non si facevano vedere in giro e poi sapemmo che se ne erano andati in Portogallo. Cimmino, come già detto, aveva come referente Gennaro Sacco, il quale tuttavia non si relazionava molto con glia latri gruppi criminali della città di Napoli, indirizzando piuttosto la sua funzione di rappresentanza del clan verso Ponticelli».

venerdì 11 luglio 2008

Le mire espansionistiche di Cesarano

«Io poi andai in
Inghilterra in quanto latitante e
le ambasciate tra noi
avvenivano tramite Totore ’o
pazzo che prelevava mio
cognato Luca Mattera e lo
portava a casa di Giovanni
Cesarano. Giovanni aveva in
animo di farmi estendere a
Posillipo dove non c’era più
alcun referente dal momento
che erano stati tutti arrestati,
mentre io pur stando in
Inghilterra stavo costituendo a
Napoli un buon gruppo di
affiliati». È il racconto questo
della gola profonda Gennaro
Panzuto, considerato ex ras
della zona della Torretta e da
febbraio collaboratore di
giustizia. Le sue dichiarazioni
che fanno parte dell’ordinanza
di custodia cautelare che hanno
raggiunto due giorni fa 38
personaggi, sono le prime note.
«L’idea di Giovanni Cesarano
era quella di riprendersi i
quartieri Spagnoli, Posillipo e
la Torretta per ritornare ad
estendersi sulla città di Napoli.
Ovviamente io ero dalla sua
parte dal momento che gli sono
stato sempre legato e questo è
un dato di comune conoscenza
nell’ambiente criminale, tanto
che Salvatore Lo Russo aveva
in animo di togliermi da mezzo
proprio perché non si fidava
fino in fondo della mia
vicinanza sopravvenuta a
Salvatore Torino ed ai
Mazzarella. Ciò so per averne
parlato con Nicola Di Febbraro
e Salvatore Torino il quale mi
disse che non sapeva come fare
per convincere Salvatore Lo
Russo che io ero sincero,
proponendomi anche di
incontrarmi personalmente con
il Lo Russo per convincerlo. Io
mi sono sempre rifiutato con
scuse varie e solo una volta
casualmente mi sono
incontrato con lui sul pontile a
Mergellina. Anche Cesarano mi
mise in guardia contro
Salvatore Lo Russo
rappresentandomi il suo
intento di farmi fuori. Per tutte
queste ragioni Cesarano mi
disse di non incontrarmi più
con nessuno dei Licciardi, ma
anche degli altri miei nuovi
amici».
Idea di fatto la sua che non si è
concretizzata e che non ha
portato termine. Continua nel
racconto Panzuto e spiega che
Cesarano per ampliare il clan
aveva intenzione di chiedere
supporto allo stesso Panzuto.
«Quando poi sono tornato in
Italia, sempre da latitante per
curare alcune faccende mi sono
incontrato nuovamente con
Cesarano».

Maria Licciardi fece uccidere la Sarno

Dopo anni dal fatto c’è un
collaboratore di giustizia che parla
dell’omicidio di Assunta Sarno, la
moglie di Giuseppe Misso “’o nasone”
morta nel corso di un clamoroso
agguato tesogli in auto al ritorno
da una delle udienze del processo
che vedeva imputato il marito
per la strage del Rapido 904 a Bologna.
È Gennaro Panzuto a far riferimento
al delitto e fa riferimento
a Paolo Abbatiello come esecutore
materiale e a Maria Licciardi come
mandante dell’efferato omicidio. I
due hanno assolutamente il diritto
di essere considerati estranei ad
ogni accusa, ma è un dato di fatto
che Genny Panzuto, ex ras della
Torretta avvicinatosi ai Torino negli
ultimi anni, abbia parlato del delitto
e le sue dichiarazioni siano state
inserite nell’ordinanza del gip
Giordano che due giorni fa ha portato
all’arresto di 38 persone legate
alla mala dell’area nord di Napoli.
Ecco cosa dice il collaboratore di
giustizia. «So che Abbatiello è stato
esecutore materiale dell’omicidio
di Assunta Sarno, moglie di
Peppe Missi, su mandato di Maria
Licciardi. Ciò mi è stato raccontato
sia da Giovanni Cesarano a cui
avevo chiesto di parlarmi un po’ di
Maria Licciardi per capire che persona
fosse, sia da Giovanni Licciardi
il quale durante la nostra comune
detenzione mi spiegò che la
zia aveva avuto un diverbio acceso
con Assunta Sarno, essendo le due
donne molto prese di se e consapevoli
dell’importanza del loro ruolo
nelle rispettive famiglie, che in particolare
Assunta Sarno aveva offeso
Gennaro Licciardi, fratello di Maria,
e Ciccio Mallardo dicendo che
avrebbero dovuto lavare i piedi al
marito al momento della sua scarcerazione.
Anche parlando con Prota
di Paolo Abbatiello egli fece riferimento
a questo omicidio da lui
commesso. Io ne parlavo in quanto
ero sorpreso che una persona come
Abbatiello che io consideravo scarso
dal punto di vista criminale, potesse
compiere omicidi e soprattutto
un omicidio del genere. Lei
pensi che io e Calone facevamo riferimento
ad Abbatiello parlando di
lui come un bambinone e per questo
anche tra noi due commentammo
con sorpresa il suo coinvolgimento
». Racconta poi di un altro delitto
quello di Giovanni Paesano voluto,
a dire del pentito sempre da
Maria Licciardi. Ecco il racconto
che fa il collaboratore di giustizia.
«Ricordo inoltre che parlando con
Giovanni Cesarano della figura di
Maria Licciardi egli mi spiegò che
Maria era la mandante anche dell’omicidio
di Paesano Giovanni che
era persona molto stimata nell’ambiente
criminale ed il cui omicidio,
per questo, non è stato mai accettato
sia all’interno del clan Licciardi,
sia dalle famiglie alleate soprattutto
dai Mallardo. E Giovanni Cesarano
per questo mi citò questo
esempio, proprio per farmi capire la
determinazione e la cattiveria di
Maria Licciardi. Ella infatti non sopportava
che Giovanni Paesano
l’aveva criticata dicendo che non
erano in grado di contenere e gestire
il principino, persona che fin
da giovanissimo commetteva omicidi
a destra e a manca. Tra l’altro
Giovanni Paesano a sua volta era
insofferente al fatto che le sue decisioni
dovessero comunque avere
il placet di Maria Licciardi la quale
dopo la morte del fratello Gennaro,
era la capa del clan», ha concluso
Panzu

Gennaro Sacco uccise Cerino



Cosimo Cerino,
ammazzato a Secondigliano,
rimase vittima di un agguato
ordito dal clan Licciardi perché
voleva mettersi in proprio. Parola
di Giuseppe Misso jr (nella foto),
che ne ha parlato con i pm
antimafia (fermo restando
l’assoluta estraneità delle persone
tirate in ballo fino a prova
contraria). «Quanto a Gennaro
Trambarulo egli si rese autore del
duplice omicidio di Cosimo
Cerino e Ottaviano, fatto
delittuoso che avvenne a corso
Secondigliano negli anni 1995-96,
e che mi è stato raccontato da
Ettore Sabatino quando eravamo
detenuti a Viterbo. Cosimo Cerino
faceva parte del clan Licciardi e
voleva prendere potere nella
famiglia tanto che aveva
costituito un proprio gruppo di
fuoco del quale facevano parte
Fabio Silvestri e Vincenzo Saetta.
Fabio Silvestri mi raccontò che
Cosimo Cerino aveva partecipato
ad una riunione alla masseria
Cardone, nella quale aveva
espresso il suo proposito di
starsene da solo, a casa sua. Ciò
non sarebbe stato consentito dal
clan Licciardi ed infatti egli
subito dopo venne ucciso mentre
viaggiava a bordo di una moto
con l’altra vittima. Sabatino mi
spiegò che era stato Gennaro
Sacco a sparare per primo ed a
proposito voglio aggiungere che
Sacco era parte del clan Licciardi
e che spesso si commentava la
sua estrema abilità nello sparare.
Sabatino diceva che essendo un
ex-guardia sparava con la pistola
leggermente girata e che era in
grado di centrare la testa di un
uomo a 100 metri. Mi raccontò
che il commando omicida,
composto da Sacco, Trambarulo
ed uno dei Lo Russo era sceso da
un Fiorino»

«Così ammazzò Peppenella



Uno dei maggiori accusatori
del clan Licciardi è Gennaro
Panzuto, ras della Torretta sospettato
di essere stato un killer e legatosi
ai Torino prima del pentimento.
Tra l’altro ha indicato (fermo restando
la presunzione d’estraneità
ai fatti narrati fino a prova contraria
delle persone tirate in ballo) Giovanni
Licciardi (figlio del defunto
boss Gennaro “’a scigna”) come
l’autore di un omicidio avvenuto
nell’ambito dei contrasti con i Lo
Russo.
Ma lo stesso collaboratore di giustizia
sottolinea che si trattò di un
contrasto personale e non di una
guerra tra i due clan. «Lei mi chiede
- ha sostenuto Panzuto in un interrogatorio
abbastanza recente -
di riferire di specifici episodi delittuosi
commessi dagli affiliati al clan
Licciardi di cui ho parlato o che conosco
ed io rispondo, riservandomi
di continuare in un altro verbale di
interrogatorio, che: quanto a Giovanni
Licciardi, oltre a quello che
ho già narrato, devo aggiungere
che quando uscì dal carcere Vincenzo
Licciardi, l’ultima volta, egli
mise un po’ in disparte il nipote perché
aveva creato molte inimicizie
e non sopportava il carcere, cosa
che non rendeva particolarmente
affidabile. Al suo posto, prese spazio
l’altro nipote ossia Pierino Licciardi,
fratello di Giovanni».
«Che io sappia Giovanni Licciardi -
ha continuato Panzuto - è responsabile
di un solo omicidio come
componente del gruppo di fuoco e
mi riferisco a quello di tale Peppenella,
affiliato al clan Lo Russo, omicidio
che venne poi vendicato dai
Lo Russo con l’omicidio dello
“Schiatto”, affiliato ai Licciardi.
L’omicidio di Peppenella tra l’altro
fu determinato da contrasti tra Giovanni
Licciardi e Antonio Lo Russo,
figlio di Giuseppe per motivi non
criminali. So di questo omicidio per
averne parlato lungamente con
Giovanni Licciardi, durante i nostri
passeggi, nel periodo di comune
detenzione nel reparto S4 di Secondigliano.
Giovanni era preoccupato
di aver utilizzato durante
l’agguato dei telefoni cellulari che
potessero essere stati intercettati,
cosa improbabile perché erano telefoni
nuovi usati solo per quella occasione.
Giovanni e Pasquale Salomone
(ucciso nel 2008, ndr) avevano
organizzato l’omicidio per come
egli mi ha raccontato mentre mi
sembra che l’esecutore materiale
fosse stato Tonino ’o cinese

L’ORDINANZA DI CUSTODIA CAUTELARE

GLI ARRESTATI
Licciardi Vincenzo Napoli 27/06/1965
Allocco Vincenzo Casoria 18/05/1957
Amato Raffaele Napoli 29/07/1952
Barbato Giuseppe Napoli 13/06/1974
Bruno Antonio Napoli 02/08/1977
Buoniconti Alessandro Napoli 28/11/1982
Carella Luigi Napoli 30/07/1972
Casone Francesco Napoli 10/03/1965
Cesarano Chiara Napoli 26/02/1968
Cesarano Giovanni Afragola 19/12/1957
Cirelli Gennaro Napoli 27/03/1978
Climenti Francesco Napoli 01/08/1963
Cozzolino Antonio Casoria 02/07/1971
D'Aniello Gennaro Napoli 28/02/1981
De Luca Vincenzo Napoli 23/12/1968
De Maso Nicola Casoria 22/09/1971
De Carlo Antonio Cagliari 1810/1971
Di Martini Espedito Napoli 11/05/1976
Errichelli Antonio Napoli 26/05/1967
Errichelli Francesco Napoli 05/05/1966
Errichelli Mariano Napoli 06/05/1980
Esposito Vincenzo Napoli 06/01/1975
Esposito Renato Napoli 02/10193
Esposito Salvatore Napoli 25/09/1975
Feldi Francesco Napoli 12/03/1970
Gravagnone Vincenzo Napoli 09/12/1971
Leva Gianfranco Napoli 07/12/1956
Liberti Salvatore Napoli 11/07/1981
Licciardi Giovanni Napoli 20/06/1977
Licciardi Pietro Napoli 23/07/1980
Marzano Francesco Napoli 19/08/1963
Mastranzo Diego Napoli 30/04/1981
Matafora Francesco Napoli 18/06/1968
Morra Carmine Napoli 09/05/1957
Romaniello Massimiliano Napoli 31/05/1974
Scancariello Gaetano Napoli 25/08/1968
Sollazzo Francesco Napoli 18/05/1971
Trambarulo Ciro Napoli 03/03/1972
LATITANTI E A PIEDE LIBERO
Paolo Abbatiello Napoli 8-9-66
Patrizio Vastarella Napoli 16-9-68
Antonio Di Giovanni Napoli 13-6-78
Giovanni Esposito Napoli 23-8-83
Maurizio Tuccillo Napoli 24-7-64
Carmine Talpa Napoli 12-5-75
Giuseppe Pellegrino Napoli 25-2-82
Pasquale Montebello Napoli 29-1-76
Giuseppe Liuzza Napoli 13-5-83
Bruno De Rosa Napoli 23-5-55
Gioacchino Cantone Napoli 23-12-66

Scacco al clan Licciardi, 38 arresti



Gli investigatori e gli inquirenti
avevano un solo obiettivo:
catturare Vincenzo Licciardi “’o
chiatto”, boss incontrastato della zona
di Secondigliano e inserito nell’elenco
dei 30 super latitanti più ricercati
dall’interpool. L’unico modo
per farlo era mettere sotto intercettazione
tutte le persone che erano
sospettate di essere vicine alla cosca.
Quando è stato braccato (era il
7 febbraio del 2008), gli inquirenti
non hanno buttato quelle conversazioni
e dato che avevano chiesto
per ogni singolo cellulare captato
l'autorizzazione probatoria al gip,
hanno riutilizzato il tutto e decapitato
l’intero clan in un colpo solo, in
pochissime ore. Una maxi-operazione
che ha portato non solo al fermo
38 persone (sei ordinanze sono
state notificate in carcere in carcere
mentre in sei sono ancora latitanti),
ma anche al sequestro di
quote mobiliari ed immobiliari pari
a 300 milioni di euro, un risultato
questo mai ottenuto prima. Mai
nessuna cosca italiana aveva subito
un colpo tale, un sequestro del
genere: adesso il clan Licciardi è
privo di uomini e soprattutto di soldi
e sarà difficile che si riorganizzi
in tempi rapidi. Ad operare sono
stati i poliziotti della squadra mobile
coordinati da Vittorio Pisani e
i finanzieri del comando Provinciale
guidati dal colonnello Giuseppe
Bottillo e Antonio Quintavalle. L’ordinanza
di 478 pagine è stata firmata
dal gip Luigi Giordano e voluta
dai pm Barbara Sargenti e Luigi
Alberto Cannavale, coordinati dal
Procuratore della Repubblica Giovandomenico
Lepore e dal capo della
Dda Franco Roberti, ed eseguita
nel corso della scorsa notte. In carcere
sono finiti tra gli altri Giovanni
e Pietro Licciardi, i due figli del
boss defunto Gennaro “’a scigna”, il
presunto capoclan Gennaro Cirelli,
che aveva preso il posto di Vincenzo
Licciardi (anche lui destinatario
dell’ordinanza con l’accusa di essere
il capo e il promotore della cosa).
Poi Giuseppe Barbato, ritenuto
invece il cassiere della cosca, molto
vicino al boss e ai suoi affari e altre
decine di soggetti organici alla
cosca. I reati contestati vanno dall’associazione
camorristica, al traffico
di armi e di droga e infine al riciclaggio.
I finanzieri, con il supporto
dei poliziotti, hanno sequestrato
infatti un ingentissimo capitale
oltre 300 milioni di euro. Le società
sequestrate sono la “Rocap”
spa composta da due immobili, un
abitazione commerciale, tutti ubicati
a Roma; l’immobiliare “San Salvatore”
srl con 43 immobili tra negozi,
depositi e magazzini, nella zona
di Casoria; la “Diger” srl, un negozio
di Avellino; la “House & house”
immobiliare srl, un deposito e
sei appezzamenti di terreno in Foiano
della Chiana in provincia di
Arezzo e di quattro abitazioni e altrettante
rimesse nei comuni di
Montignoso e Foiano; immobiliare
“Amica” srl, una costruzione commerciale
a Casavatore e infine la Immobiliare
“Stadera” con 43 negozi
e 6 abitazioni di 20 mq tutti nella
zona di Casoria. Oltre le intercettazione
ci sono i racconti dei collaboratori
di giustizia: si tratta di Antonio
De Carlo detto spara spara, ex
ras che poi è tornato suoi suoi passi,
Gennaro Panzuto, Giovanni Piana,
Giuseppe Misso jr, Michelangelo
Mazza e Ciro Giovanni Spirito.

Il vicecapo e il cassiere: i due che potevano parlare col ras



La debolezza di una clan
la si riesce a leggere quando non
ci sono boss carismatici a prendere
il posto dei capoclan quando
questi si sono resi latitanti o peggio
ancora sono stati arrestati. Lo
racconta Franco Roberti, capo della
Dda, che fa riferimento al clan
dei Casalesi e in particolare al
gruppo Bidognetti e ai Licciardi:
«A guidare il clan casertano è stato
Luigi Guida “’o ndrink” che era
un estraneo rispetto alla famiglia
che porta il cognome del boss e così
è stato per il clan Licciardi che
nonostante avesse al suo interno
Giovanni e Pietro Licciardi, figli del
boss Gennaro “’a scigna” affidava
tutto ad un “estraneo”, Gennaro Cirelli
», ha detto. L’uomo era il personaggio
più vicino alla cosca di
Licciardi e più vicino al boss Vincenzo
“’o chiatto”. Era lui che gestiva
la cosca in sua assenza e faceva
parte dell’humus di rete sotterranee
che ha garantito la sicurezza
al ras in fuga per anni e anni
e che era invece destinatario di
una ordinanza di custodia cautelare
per una sentenza emessa dalla
undicesima sezione penale che
lo condannava a 14 anni di reclusione
nell’inchiesta ribattezzata dei
Magliari. Da lui gli investigatori sono
partiti per rintracciare il ras e
da lui sono partiti per ricostruire
uno ad uno tutti i personaggi che
sono stati destinatari dell’ordinanza
di custodia cautelare. Facevano
tutti capo a lui perché, secondo
i pm era il diretto responsabile
della cosca. L’altra figura apicale
IL BOSS GIOVANNI CESARANO INTERCETTATO IN CELLA: «NON VOGLIO SAPERE PIÙ NIENTE, SONO PARTITO»
Volevano ammazzare Licciardi jr
LE INDAGINI
Diego Mastranzo Gennaro DʼAniello
Giovanni Cesarano Carmine Morra
del clan, secondo gli inquirenti e
gli investigatori, è quella di Giuseppe
Barbato, il cassiere della cosca.
Riusciva grazie all’uso di prestanomi
ed escamotage societari
ad occultare un patrimonio milionario.
Giuseppe Barbato detto “Pino
bellicapelli” risulta essere il titolare
di un negozio di bijotteria a
Casavatore e di numerosissime
quote societarie intestate alla famiglia
di origine della madre convivente
Teresa Tufano. Per questo
gli accertamenti dei finanzieri sono
stati estesi anche alla famiglia
Tufano i cui componenti sono cointeressanti
in ditte individuali e società
nel settore calzaturiero, immobiliare
e tessile tra Casoria, Napoli
e San Pietro a Patierno. Inoltre
la famiglia Tufano risulta essere di
una considerevole massa immobiliare
e di numerosi negozi di vendita
calzature tra Napoli, Roma, Basilicata
e Toscana. In sintesi è
emerso che i fratelli Tufano hanno
iniziato ad operare nel settore calzaturiero
come ambulanti a posto
fisso. Attualmente la famiglia opera
nell’intera filiera del commercio
delle calzature, potendo disporre
di ditte individuali, titolari di licenze
di commercio ambulante,
società grossiste, depositi di notevole
dimensione e negozi al dettaglio.
In alcune società poi risultano
investite ingenti risorse finanziarie
sproporzionate rispetto alla posizione
reddituale espressa. Infine,
secondo la ricostruzione operata
dalla Finanza e dagli inquirenti, la
famiglia risulta intestataria di numerossimi
beni immobili, direttamente
o attraverso altre società.

I pm: gli Amato-Pagano i più forti



Il clan più forte di Napoli?
Di sicuro il clan Amato-Pagano,
gli ex scissionisti del clan Di
Lauro che adesso controllano tutte
le piazze di spaccio di droga e
tutti i traffici illeciti. È l’allarme
questo lanciato dal capo della Direzione
distrettuale antimafia di
Napoli Franco Roberti. «Nell’area
nord di Napoli si sono creati nuovi
cartelli che non sono in lotta tra
loro», spiega Roberti. Questo vuol
dire che quando le armi tacciono
loro continuano a fare soldi e lo
fanno a discapito della gente che
vuole vivere onestamente. Acclarato
il dato che non esiste più l’Alleanza
di Secondigliano con i Licciardi,
Contini, Mallardo, Bocchetti
e Lo Russo esistono due
gruppi: da una parte i Licciardi-
Contini-Mallardo e dall’altro i Lo
Russo-Bocchetti-Amato-Pagano
che al momento risulta essere il
gruppo più importante in termini
di capacità di muovere soldi e di
contrattare droga. C’è poi un retroscena
che riguarda l’allontanemento
dal gruppo Licciardi-Contini-
Mallardo dei Bocchetti che si
sono avvicinati ai Lo Russo. Secondo
la Procura l’allontamento
volontario sarebbe derivato dall’omicidio
di Carmine Grimaldi.
Poi c’è la zona del Centro. Acquistano
sempre maggiore potere i
Sarno di Ponticelli anche se hanno
i ras reclusi. Poi ci sono i Mazzarella
che continuano ad avere la
meglio sugli affari illeciti della città
di Napoli grazie ad una fitta rete
di alleanze e poi c’è la Sanità.
«Lì il discorso è tutto nuovo - spiega
Roberti - Da una parte abbiamo
il pentimento dei Misso, dall’altro
quello di Torino. Per questo
stiamo monitorando la situazione
e su chi in questo momento sta
controllando la zona

Economia e camorra



Al Sud non esiste
nessuna azienda in grado di
produrre tanta ricchezza quanto
a Napoli. Non c’è nessuno che è
in grado di accumulare oltre 300
milioni di euro e in una regione
come la Campania dove la
disoccupazione è altissima e la
criminalità è all’ordine del
giorno il conto è presto fatto. È
questa l’analisi dei finanzieri che
ieri hanno partecipato alla
conferenza stampa per l’arresto
dei 38 personaggi legati al clan
Licciardi. «Trecento milioni di
euro di sequestro è il sequestro
più ingente mai registrato nella
storia - dice il colonnello
Giuseppe Bottillo - I numeri sono
importati e per ora ci danno ragione». Antonio Quintavalle analizza
l’aspetto economico dell’operazione: «In una città dove l’economia è
asfittica è necessario sapere che si regge totalmente sulla
criminalità che è capace di far girare milioni di euro da un giorno
all’altro». Soldi che in parte ieri sono stati messi sono sequestro
grazie ad una accurata e capillare attività investigativa che ha
portato anche al sequestro di sei società e diverse quote societazione
in imprese che si occupano di investimenti.

Volevano ammazzare Licciardi jr



Dall’inchiesta contro i
Licciardi gli inquirenti hanno anche
scoperto il motivo della scissione
interna al clan, che l’anno
scorso provocò la formazione di
un nuovo gruppo di mala: i Cesarano-
Sacco-Bocchetti-Feldi. Una
guerra fratricida a colpi di fucili e
pistole, alla base pure di un clamoroso
agguato fallito ai danni di
Pietro Licciardi (figlio del defunto
padrino Gennaro “’a scigna” e
reggente della Masseria Cardone
mentre lo zio Vincenzo “’o chiatto”
era latitante). La risposta fu
una sparatoria contro Vincenzo
Allocco.
I primi segni della spaccatura la
Dda li registrò captando con una
microspia o colloqui in carcere di
Giovanni Cesarano “’o palestrato”
(uno dei ras dei fuoriusciti dai Licciardi).
Il 20 settembre 2007 ribadiva
che il suo referente era “zia
Vincenza” ed “Enzuccio” (la stessa
persona, Allocco Vincenzo secondo
la procura antimafia). Nella
conversazione, con la figlia
Chiara, aggiunse che ormai la
scissione aveva iniziato il suo corso
e di conseguenza anche le attività
illecite erano separate: «Mo’
non voglio sapere niente più… ormai
sono partito… io…». E fece
anche riferimento alla pretesa di
una somma in denaro di un appartamento
dall’impresa che stava
costruendo un palazzo dove
abitava un personaggio da lui mimato
come una gallina. «Proprio
dove abitava… devono fare un palazzo…
quello già mi voleva dare
i soldi a me... proprio dove sta di
casa quello… devono fare un palazzo...
basta che chiama a... e se
la vede Enzuccio a chi vuole dare
il palazzo… cento… duecento non
so… oppure prende una casa sopra...
».
Con il soprannome di “gallina” Cesarano
indicava Luigi Carella. La
figlia Chiara, condividendo le disposizioni
del padre Giovanni, secondo
le quali i suoi uomini devono
assumere il controllo del territorio
facendosi pagare da tutti,
gli rappresentò che anche dove
abitano loro vi sono dei lavori in
atto: «Stanno facendo anche un
palazzo dentro da noi a… tu lo sapevi...
si devono prendere tutto loro…
».
Anche le intercettazioni ambientali
sull’autovettura Smart in uso a
Metafora (un altro indagato) hanno
evidenziato la ricerca di alleati,
fuori dal clan, da parte di Giovanni
Cesarano. Egli riferì all’interlocutore
di aver parlato con i Lo
Russo e gli “scissionisti” della cattiva
gestione degli affari da parte
di alcuni affilati al clan Licciardi,
affermando di essere disposto a
compiere un macello nei confronti
di chi stava “sbagliando”.
In particolare, secondo la Dda del
procuratore Franco Roberti con il
pm Luigi Cannavale e i poliziotti
della Squadra Mobile della Questura
(dirigente Vittorio Pisani, vice
questore Pietro Morelli) si riferiva
agli affari di Grimaldi detto
“bombolone” (poi assassinato in
un agguato di camorra a San Pietro
a Paterno, dando il via alla faida
interna). «Ma a me mi passa
per il c... io faccio un macello enorme...
Francù se io sapessi che
bombolone nella casa avrebbe un
milione di… io andrei nella casa,
acchiappo a bombolone... inc...
quello è venuto... inc... dove sta...
inc... dopo se ne parla... se questi
fanno una cascia di soldi... mi
aspetta a me?». E anche Gennaro
Sacco, a suo dire, concordava con
lui.

giovedì 10 luglio 2008

Condannati boss del clan Di Biasi



Associazione camorristica. Per questo reato sono stati incastrati i boss
dei Quartieri Spagnoli. Esiste il clan Di Biasi e lo dice una sentenza
pronunciata dal gup Ceravone. Pene altissime, quasi da rito ordinario
per tutti gli imputati. Un solo assolto: Salvatore Di Biasi che era stato
già scarcerato dal Tribunale del Riesame. Ha retto dunque il quadro accusatorio
della Procura di Napoli e portato avanti dal lavoro del pubblico
ministero della Dda Sergio Amato. L’accusa ha sostenuto dal primo
momento che il direttorio della cosca fosse gestito da Luigi Di Biasi
(condannato a 17 anni, 9 mesi e 10 giorni di reclusione) e da Renato
Di Biasi (condannato a 13 anni, 10 mesi e 20 giorni di cella), per i
quali ha chiesto rispettivamente 20 e 14 anni di reclusione. Venti anni
sono stati invocati anche per il collaboratore di giustizia Raffaele
Scala che «per ora ha fatto solo dichiarazioni autoaccusatorie» ed è
stato condannato a 11 anni e 9 mesi di carcere.
Quattordici anni sono stati chiesti invece per Sergio Parmiggiano e
Ciro Saporito che sono stati condannati a 10 e 12 anni di carcere. Dodici
anni per Luciano Boccia, Ciro Piccirillo e Massimiliano Artuso,
condannati a 11 anni e 8 mesi, 10 anni e 6 anni e 6 mesi. Erano stati
chiesti invece sei anni per Giuseppe e Salvatore Scala che sono stati
condannati a 8 anni e 4 mesi e a 5 anni di carcere. Il quadro accusatorio
si è retto non solo sulle intercettazioni telefoniche e quindi sulle
attività pure di investigazione ma anche sul racconto dei collaboratori
di giustizia che via via hanno arricchito i faldoni della pubblica accusa.
Non hanno testimoniato in aula perché era stato scelto il rito abbreviato
ma il giudice Ceravone ha potuto decidere su una grossa mole
di elementi probatori che hanno composto prima il decreto di fermo
e poi l’ordinanza di custodia cautelare.
Ovviamente gli avvocati che compongono il collegio difensivo (tra gli
altri gli avvocati Maria Michele Fusco, Bruno Spiezia, Mario Bruno,
Mario D’Alessandro, Ciro De Simone), cercheranno di proporre appello
per livellare la condanna inflitta. Il blitz che coinvolse gli affiliati
alla cosca storica dei “Faiano” sconquassò gli equilibri criminali della
zona. Ad eseguire i fermi furono i poliziotti della squadra mobile della
questura.
A parte gli irreperibili, che non erano in casa né sono stati trovati presso
parenti, gli altri stavano tranquillamente dormendo. Per tutti scattò
l’accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico mentre
in 7 rispondono di omicidio: Mario Di Biasi, Massimiliano Artuso,
Luciano Boccia (figlio di Salvatore, ammazzato nell’estate 2006 nella
sua vineria), Luigi Cangiano, Sergio Parmiggiano e Ciro Saporito per
la morte violenta di Melotti (5 ottobre 2005) e Vincenzo Gallozzi (scarcerato
ad agosto per indulto, detto “’o figlio do’ musichiere”, nel frattempo
pentitosi) per l’omicidio di Raffaele Esposito (deceduto il 19 dicembre
scorso per le ferite riportate nell’agguato del 23 settembre precedente).

Scarnato, la Cassazione: carcere a vita ai due ras


In secondo grado furono comminati due ergastoli: per Salvatore Cardillo e per Gennaro Solla. La scorsa settimana la Cassazione ha confermato la misura per i due imputati. Si tratta dell’omicidio di Raffaele Scarnato, trucidato in via Manuele Taddeo ai Quartieri Spagnoli il 22 novembre 1989 da un gruppo di fuoco. Secondo la tesi accusatoria venne ucciso ad opera di un commando di killer che facevano capo a Salvatore Cardillo e ad Antonio Ranieri, cognato di Cardillo che il 27 ottobre del ’99 fu ammazzato, in un clamoroso agguato in via Croce Santa Lucia al Monte. Era stato scarcerato a novembre dell’anno precedente e gli inquirenti ritengono stesse cercando di riorganizzare la cosca contando sull’aiuto dell’Alleanza di Secondigliano. Invece Raffaele Scarnato era stato arrestato alla fine dell’83 insieme ad Antonio Bardellino. Quando nel ’88 uscì dal carcere aveva finito di scontare la pena per reato associativo inflittagli dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Ma a raccontare particolari sull’omicidio Scarnato sono stati i collaboratori di giustizia Ciro Ruggiero, reo confesso, Alberto Biancospino e altri. All’epoca del fatto non era ancora avvenuta la scissione tra Cardillo e Ranieri con i fratelli Mariano che risale al ’91 dopo che la “cupola” degli scissionisti di Sant’Anna a Palazzo si riunì a casa di Antonio “Polifemo” per decidere il da farsi dando inizio ai quartieri Spagnoli uno dei periodi più cruenti della storia della malavita partenopea. Una inchiesta partita dalle dichiarazioni di Ciro Ruggiero “auciello” e Alberto Biancospino, due affiliati alla camorra dei Quartieri Spagnoli che si pentirono. I collaboratori di giustizia hanno raccontato di un patto tra gli “scissionisti” dal clan Mariano e i Gionta. Il coinvolgimento dell’inchiesta di presunti malavitosi di Torre Annunziata fu una novità giudiziaria ma non investigativa. Che ci fosse un patto di sangue alla fine degli anni Ottanta tra il gruppo Ranieri-Cardillo (i capi degli “scissionisti” dal clan Mariano) e i “Valentini”.

Confermato l'ergastolo per Pippotto


Ergastolo in primo e in secondo grado. Così per Domenico D’Andrea detto Pippotto resta soltanto la Cassazione per sperare di non passare il resto della sua vita dietro le sbarre di un carcere. La Corte d’Assise d’Appello di Napoli ha confermato la pena inflitta in primo grado per il presunto assassino di Salvatore Buglione, l’edicolante di via Pietro Castellino. Per la Procura, i malviventi quella rapina in via Pietro Castellino non l’avevano preparata ma avevano visto l’edicola ancora aperta e per questo entrarono in azione. Così i quattro giovani malviventi di Piscinola decisero di mettere a segno il colpo che poi si trasformò in tragedia. Salvatore Buglione, il dipendente comunale di 51 anni che aiutava la moglie nella gestione dell’edicola ebbe la sola colpa di accennare una reazione. E così uno dei banditi, secondo l’accusa proprio Domenico D’Andrea, sferrò alcune coltellate alla vittima stroncandola all’istante. Gli investigatori della Squadra Mobile ricostruirono la dinamica dei fatti ascoltando le conversazioni dei quattro giovani. E così, dopo 14 giorni di indagini serrate e senza sosta, definite “straordinarie” dall’ex procuratore aggiunto Paolo Mancuso, il cerchio si strinse attorno ai quattro responsabili dell’omicidio Buglione. Il capo della gang di malviventi era proprio Domenico D’Andrea, 22enne, quel “Pippotto” che aveva iniziato la sua carriera criminali a 12 anni e che nonostante avesse un cumulo di pena di 8 anni era stato scarcerato per l’indulto. Con lui quella sera del 4 settembre scorso in via Pietro Castellino c’erano i fratelli Pasquale, Antonio e Domenico Palma, rispettivamente di 28, 21 e 17 anni (all’epoca dei fatti), tutti con precedenti penali specifici alle spalle. Anche Antonio Palma era stato scarcerato per l’indulto. Il blitz scattò nella notte a Piscinola. Antonio e D. Palma furono sorpresi nell’abitazione dei genitori, Pasquale a casa della fidanzata e Domenico D’Andrea in strada.

Revocato 41bis al boss del contrabbando COSTANTINO SARNO


Cinquanta anni, considerato per anni e anni boss incontrastato della zona di Miano e re del contrabbando di una vasta regione della Yugoslavia, Costantino Sarno si arrese allo Stato il 2 giugno ‘97 all’aeroporto di Fiumicino. Una resa concordata, si scoprì successivamente. La notizia del suo pentimento iniziò a circolare negli ambienti di camorra quando furono notati balconi e finestre dell’abitazione chiusi. Poi le prime indiscrezioni, la paura di tanti che le sue rivelazioni colpissero anche loro. Parlava Sarno, fino a quando chiese un permesso-premio per potersi allontanare dalla località segreta in cui si trovava e trascorrere le festività di Natale ‘97 insieme con la famiglia. Gli fu accordato e si trasferì in un albergo nei pressi di Prato, da dove fuggì calandosi con una corda dalla finestra. Era la notte di Capodanno. Per un po' sparì dalla circolazione, poi la squadra mobile di Venezia lo arrestò a Caorle. Era armato, ma non usò la pistola e da boss intelligente alzò le mani. Ora si trova ancora dietro le sbarre ed è un ex collaboratore di giustizia. Ma da ieri non è più recluso al regime del carcere duro dove fu confinato dopo alcuni mesi dalla sua clamorosa cattura. È un detenuto comune come ce ne sono tanti ma lui ha un passato da superboss. Fu il suo un affresco completo sulla camorra napoletana: della città di Napoli, come dicono in gergo i malavitosi, e di Secondigliano con la periferia Nord. Il dominio a Secondigliano e zone limitrofe era di Aniello La Monica, Gennaro Licciardi e dei Lo Russo, i “capitoni”. Raccontò l’8 luglio ‘97 Sarno: «All’epoca “‘o capellone”, cioè Gaetano Stabile, come me del resto, non contava niente. Nè io nè lui prendevamo soldi dai cantieri, che erano le fonti di reddito più cospicue insieme alla droga. La Monica era mafioso e legato a Zaza, nonché a Fiore D’Avino, anch’egli legatissimo a Michele “‘o pazzo”. Invece nella zona orientale di Napoli negli anni ottanta prevalevano i cutoliani: “Popone”, Giginiello Riccio ed altri. Tore Abbate, cioè Filippo Abbate detto “‘o cavallaro”, controllava la zona di San Giorgio a Cremano mentre a Portici c’era “‘o califfo” (Luigi Vollaro, ndr). Questi ultimi due erano nostri alleati, così come Antonio Vangone di Boscotrecase». E ancora: «Esisteva una fortissima aggregazione in Secondigliano che riuniva numerosi esponenti di famiglie malavitose intorno alla famiglia Licciardi e ai cognati: Gennaro Esposito, “‘o curto”, e il marito di Maria, “James” “Tartufon” (chiamato così per il colore della pelle, ndr). La famiglia Mazzarella era schierata con noi all’epoca solo per lo scontro con i cutoliani, ma non avevamo rapporti. Erano nostri alleati invece Tonino Faenza di Fuorigrotta e “‘o cecce” della Loggetta, Francesco Cocozza». Clan Stabile e clan Sarno, due cartelli camorristici che diedero vita, nei primi anni ’90, a una sanguinosa faida per il controllo degli affari malavitosi nei quartieri di Mareinella, Piscinola e Chiaiano. Il boss pentito svelò anche gli intrecci della malavita, accusando, per il reato di associazione camorristica, anche il fratello Giuseppe. Fu lui, secondo il racconto dell’ex collaboratore, a curare i rapporti tra l’alleanza di Secondigliano ed il fratello Costantito, dopo la fuga di quest’ultimo durante la notte del capodanno 1998 dalla località protetta. Lo fece per paura di una vendetta trasversale a suo danno. Per paura di essere ucciso dal clan rivale che il boss Costantino aveva accusato. Giuseppe Sarno avrebbe dovuto consegnare una prima tranche di 300 milioni chiesti dal fratello Costantino ai boss dell’Alleanza per la propria ritrattazione. Ma i soldi furono sequestrati dalla squadra mobile di Napoli. Maria Licciardi, sua sorella Assunta ed Esposito Patrizia, vedova di Gennaro Licciardi furono trovate in possesso del denaro. In seguito, il boss Costantino ritrattò ugualmente ogni cosa. Non è il primo ras a lasciare il carcere duro e non sarà l’ultimo: in attesa delle decisioni del Tribunale di Sorveglianza

Omicidio Verde, al via il processo per Di Lauro


Si torna in aula questa mattina per l’omicidio di Gelsomina Verde. Saranno ascoltati i due poliziotti che redassero il verbale dell’omicidio. Alla sbarra come mandante dell’efferato omicidio vi è Cosimo Di Lauro, difeso dagli avvocati Vittorio Giaquinto e Vittorio Guadalupi. Senza di lui a Secondigliano non si muove una foglia. Senza di lui nessuno può agire. Questo era quanto dichiarato da alcuni esponenti di spicco della camorra di Secondigliano. A tirarlo in ballo fu per primo la “gola profonda” della cosca Pietro Esposito. Era il 27 novembre del 2004, sei giorni dopo il crudele delitto di Mina, amica dello scissionista Gennaro Notturno, fratello dei più noti Salvatore e Vincenzo. Ma le indagini sull’omicidio del viale privato Agrilli a Secondigliano sono andate avanti. Arrestato e condannato il boss Ugo De Lucia, l’attenzione si è focalizzata sul mandante. Quello di Gelsomina Verde è stato uno dei momenti più tristi della faida di Scampia. Il 21 novembre del 2004, giorno in cui fu uccisa, si contarono quattro morti nel giro di meno 24 ore. Fu prima ammazzata e poi il suo corpo fu carbonizzato perché non aveva rivelato il nascondiglio del suo amico, uno degli scissionisti al clan Di Lauro. Per questo delitto Ugo De Lucia è stato condannato all’ergastolo. Storia diversa per il collaboratore di giustizia Pietro Esposito anche lui coinvolto nell’atroce delitto. “’O kojac” ha incassato sette anni e otto mesi perché rispondeva della violazione all’articolo 116 ovvero “ di reato diverso da quello voluto dai suoi concorrenti”. Fu lui a rintracciare Mina Verde e a portarla al cospetto dei suoi aguzzini.

PESTATA A MORTE (MARUZZELLA)LA COMPAGNA DI GUGLIELMO GIULIANO


Le indagini non si sono mai fermate perché è naturale che quando ci sia una denuncia venga aperto un fascicolo. Sulla morte di Rita Tolomelli detta Maruzzella ci sono alcuni elementi oggettivi e non sono molti e da quelli stanno partendo le indagini condotte dalla Procura di Napoli. C’è stato sicuramente un litigio furioso tra lei e Carmine Petrillo detto “a presella”. Litigio che lo stesso avrebbe raccontato al giudice per le indagini preliminari che ha convalidato il fermo per un’altra aggressione che avrebbe commesso ai danni di una donna dalla quale voleva 500 euro in contanti. Secondo Petrillo lui sarebbe intervenuto con le maniere forti nei confronti di Tolomelli e dell’altra donna perché avevano litigano con la mamma dell’indagato. Secondo altre testimonianze questa circostanza non sarebbe vera e il litigio sarebbe nato per motivi futili e su provocazione dello stesso Petrillo. Dopo questo litigio Rita Tolomelli si sarebbe sentita male e il giorno dopo sarebbe stata accompagnata all’ospedale dove è morta dopo una lentissima agonia durata 30 giorni. È stata intubata e per giorni si è sperato che si riprendesse ma così non è stato. Altro elemento certo è che quando è stata effettuata l’autopsia Petrillo ha ricevuto un avviso, ciò vuol dire che è indagato. Questo vuol dire che dopo l’esame autoptico si arriverà di sicuro ad una svolta nell’inchiesta che presenta numerosissimi lati oscuri: la posizione di Petrillo potrebbe ulteriormente aggravarsi o potrebbe del tutto uscire di scena. La donna potrebbe infatti essere morta a seguito delle violente percosse ricevute nel corso del furioso litigio avvenuto in via Formale ai Quartieri Spagnoli e a quel punto Petrillo potrebbe essere accusato di omicidio, o potrebbe essere morta per cause naturali e Petrillo scagionato, o infine le percosse potrebbero aver aggravato un quadro clinico già di per se disastroso e a quel punto si potrebbe ipotizzare un omicidio preterintenzionale o un evento non voluto. Ma le figlie Gemma, Anna e Celeste sanno che la loro madre era forte e non aveva problemi e per questo motivo sono certe che dall’esame autoptico si riuscirà a sapere qualcosa in più su quanto accaduto quella maledetta sera del 4 giugno quando le urla riecheggiarano in tutti i vicoli. Due giorni fa l’estremo saluto. Dai vicoli sono arrivati tutte le persone che volevano rendere omaggio a Rita Tolomelli ed erano tanti. Ai funerali c’erano oltre un migliaio di persone che hanno poi seguito il corteo funebre che si è divincolato tra i vicoli dei Quartieri.