domenica 22 giugno 2008

UNA PRECISAZIONE SU ROBERTO SAVIANO

Questa mia riflessione non vuole in nessun modo delegittimare il romanzo di ROBERTO SAVIANO(GOMORRA)ma visto che se ne parla cosi' spesso e ultimamente gli anno dedicato pure un film la domanda nasce spontanea,quando ci avranno guadagnato scrittore e regista?Come prima cosa debbo dire che il romanzo lo letto anchio e debbo dire che e' romanzato alla perfezione,non posso dire altrettanto per la vericita' delle cronache che riportano,lo scrittore e desto nel copiare per romanzarle tutte le cronache che durante la faida circolano sui maggiori quotidiani campani.Ma il successo lo deve al suo modo di scrivere e raccontarle,io per esempio o sempre vissuto a secondigliano e molti personaggi della faida o avuto modo di conoscerli,anche se non direttamente,ma sempre attenendomi a cio' che si dice e si racconta di questi personaggi attraverso chi veramente li conosce.Dove posso veramente smentire lo scrittore riguarda esclusivamente al profilo ch ROBERTO SAVIANO a tracciato nel descrivere UGO DE LUCIA,debbo dire che innanzitutto non era un personaggio attaccato alla playstation come dice saviano,lo svago piu' grandedi questo camorrista a meta' sta solo nel piacere per le donne e lo sport che lo pratica attivamente,prima come pugile e dopo come guidatore di moto da corsa,debbo anche dire che anche se UGO DE LUCIA a sbagliato in modo del tutto bestiale ed e' giusto che paghi,da l'altra e' un peccato vedere il talento che aveva negli sport che lui amava ma che per scelta di vita vissuta non a mai voluto parteciparvi da professionista.Tanto talento buttato al vento,perso nel buio di una cella forse a riflettere tutti gli sbagli e le false allusioni avute,ma senza mai dimenticare i barbari omicidi per cui e' stato condannato in via definitiva all'ergastolo.

sabato 21 giugno 2008

IL SOLDATO UGO DE LUCIA

Continuano ad emergere sempre nuovi particolarti sulla personalita' di UGO DE LUCIA,considerato dagli inquirenti il capo dei gruppi di fuoco dei di lauro al tempo della faida.Nei vari processi e' stato condannato all'ergastolo per plurimo omicidio piu' l'omicidio della ragazza di san pietro a patierno GELSOMINA VERDE torturata e uccisa proprio da o'mostro come lo chiamavano gli amici,ma ultimamente le nuove rivelazioni dei cugini misso della sanita' mettono in risalto ben altri ruoli di ugariello.E' proprio di due settimane fa l'interrogatorio a GIUSEPPE MISSO detto o'chiatto nipote e omonimo dello zio GIUSEPPE MISSO detto o'nasone capo indiscusso del rione sanita',o'chiatto racconta ai magistrati che quando era detenuto nel carcere di secondigliano prima di decidere di passare a collaborare si trovava in cella con due esponenti di rilievo del clan scisso dei di lauro,e proprio loro gli raccontarono che il primo morto della faida fu voluto ed eseguito dai di lauro.Piu' ettagliatamente o' chiatto si riferisce dell'agguato costato la vita a LUIGI ALIBERTI detto o'luongo massacrato nella sua autovettura proprio all'interno della sua fortezza il rione scampia,e secondo sempre o'chiatto a volere l'omicidio fu COSIMO DI LAURO,mentre gli esecutori materiali furono UGO DE LUCIA e FULVIO MONTANINO quest'ultimo massacrato insieme allo zio,cosa che apri' definitivamente le ostilita' fra i due clan sfociando nella macabra faida di scampia.....................

venerdì 20 giugno 2008

«La pace fu siglata a miano

La domanda del
pubblico ministero al pentito
Giuseppe Misso detto “’o
chiatto” è questa: «Avete
conosciuto notizie relative alle
modalità della tregua intercorsa
tra i Di Lauro e gli scissionisti?».
La risposta è chiara e ricca di
particolari. Ecco cosa dice
Giuseppe Misso. «Sì, tali notizie
mi sono state riferite dal già
citato Giannino del clan Lo
Russo. Questo mi disse che sono
con l’arresto di Cosimo DI Lauro
si iniziò tra gli appartenenti del
clan Di Lauro a comprendere la
necessità di tentare una
trattativa di tregua con la
fazione opposta anche in
considerazione del fatto che gli
affari della droga avevano subito
una drastica riduzione. Quindi
Pica andò a parlare con Lo Russo
perché aveva buoni rapporti con
Cesare Pagano. Lo Russo (nella
foto Salvatore) accettò l’incarico
e fece sedere allo stesso tavolo a
Miano esponenti delle due
fazioni, ossia Prestieri Maurizio
per Di Lauro e Pagano Cesare
per gli scissionisti. Ai Di Lauro
sarebbe rimasto il terzo Mondo e
piazza Zanardella».

Cosimino minacciò Lello Amato

Com’è che a Secondigliano
improvvisamente scoppiò la
faida tra il clan Di Lauro e gli scissionisti.
Lo racconta Giuseppe Misso
detto “’o chiatto” agli inquirenti
che lo hanno ascoltato durante il
suo periodo di collaborazione con
la giustizia. «Quanto Paolo Di Lauro
diventò latitante passò tutto nelle
mani del figlio Cosimo (nella foto)
che iniziò un repulisti all’interno
del suo clan. A Raffaele Amato
fu intimato di abbandonare proprio
il territorio di Napoli facendo intendere
che l’avrebbero ucciso se
no l’avesse fatto e che egli non si
motivava a tale gesto per rispetto
del padre che sapeva avere grande
affetto per lui che conto suo gestiva
i canali di approvvigionamento
dal Sud America. L’Amato fece
buon viso a cattivo gioco e si allontanò.
Dalla Spagna si mise in
contatto con i capi facendo leva sulla
irragionevolezza del Cosimo. Egli
riuscì a portare dalla sua parte queste
perone che non sopportavano
di essere comandare da un giovane
e posso dire che questa è la codi
Bruno Pavone
NAPOLI. È il racconto di Giuseppe
Misso detto “’o chiatto”, ex
rampollo della cosca di Largo Donnaregina
che fu di suo zio Peppe
“’o nasone”. Pagine di verbali depositati
nel corso dei vari processi
che sono in corso contro le cosche
dell’area nord di Napoli che
raccontano di estorsioni alle ditte
appaltatrici che forniscono materiali
agli ospedali. Non è una novità.
Al Vomero, alcuni anni fa,
grazie alle dichiarazioni
dei pentiti
della zona collinare,
fu sgominata una
gang che controllava
il trasporto degli
ammalati. Ecco
uno stralcio del suo racconto. «Lei
mi chiede se io conosco ospedali
che producono introiti al clan
Contini ed io rispondo che anche
il Contini nelle sue zone di competenza
percepisce una percentuale
estorsiva dalle ditte che hanno
in appalto le forniture ospedaliere
di qualsiasi tipo. So per certo
che uno di questi ospedali è il
Don Bosco che è ospedale di riferimento
del clan Contini anche
per quanto riguarda la conoscenza
di medici e personale sanitario
e paramedico. Voglio aggiungere
che più in generale le ditte appaltatrici
delle forniture ospedaliere
pagano sistematicamente
una quota estorsiva ai clan della
zona di influenza. Per quanto riguarda
il clan Misso, Mario Savarese,
per il tramite di (...) raccoglieva
le estorsioni degli ospedali
Incurabili, San Gennaro, Vecchio
Policlinico ed Elena D’Aosta.
Anche noi Misso avevamo un
ospedale di riferimento quanto alla
conoscenza di personale sanitario
e parasanitario ed era l’ospedale
Incurabili. Mentre ad esempio
gli ospedali Annunziata,
Ascalesi, Loreto Mare sono del
clan Mazzarella. Con riferimento
alla sistematica dazione di una
percentuale ai vari clan delle zone
ove si trovano gli ospedali, devo
aggiungere che l’attività produttiva
di guadagni illeciti riguarda
anche il servizio di pompe funebri,
nel senso che ciascuna ditta
alla quale viene consentito prelevare
i deceduti presso gli ospedali
paga una percentuale e che si
realizza una vera e propria asta
per spuntare tra le ditte il prezzo
migliore. Per quanto riguarda ad
esempio noi Misso avevamo una
trattativa con la ditta (...) in riferimento
ai deceduti
presso
l’ospedale
San Gennaro,
la trattativa
fu condotta
da Ciro Lepre
il quale ha un fratello che lavora
nel campo delle pompe funebri.
Mentre il denaro, ammontante a
trentasettemila euro l’anno venne
riscosso da Vincenzo Di Maio.
Invece l’ospedale per Incurabili
non abbiamo preteso questa percentuale
perché il lavoro delle
pompe funebri viene svolto da
uno dei nostri uomini».
Pressioni al San Gennaro, al Vecchio Policlinico, all’Elena
D’Aosta ma anche agli Incurabili e al San Giovanni
Bosco. «I capiclan conoscevano non solo gli infermieri
ma anche i medici. Altri invece si occupavano
di estorcere i soldi alle pompe funebri»
Agguato nel regno dei Di Lauro. Il corpo senza vita di Giuseppe Pica
TERREMOTO NELLA CAMORRA.
GLI EX RAS DI LARGO DONNAREGINA
CONFESSANO TUTTI GLI INTROITI
CHE LE COSCHE RIESCONO A RACIMOLARE
sa che è capitata all’interno del nostro
clan con la faida della Sanità.
Il primo passo lo fecero i Di Lauro
con l’assassinio di Luigi Aliberti
detto Giggino “’o luongo” che fu
commesso da Ugo De Lucia e da
Fulvio Montanino.

Così i Prestieri passarono con gli scissionisti

Con un duplice omicidio i Prestieri sancirono il loro
passaggio dai Di Lauro agli “scissionisti”. Lo racconta il pentito
Giuseppe Misso “’o chiatto”. «Maurizio Prestiero era il capo del
gruppo insieme con suo fratello Tommaso e i loro nipoti. Tutti erano
fedeli al clan Di Lauro, anche durante la faida. Successivamente alla
tregua ho saputo da Todisco Gaetano detto “Pignone”, affiliato al
clan Prestieri, che il clan era passato con gli scissionisti. Tale
passaggio sarebbe stato siglato con l’omicidio Fabrocino-
Fontanarosa. Il Meola e il Marigliano mi dissero di aver saputo da
familiari andati al colloquio che a commettere l’omicidio erano stati i
nipoti di Maurizio Prestieri, killer dei Di Lauro durante la faida».

IL PLURIMO OMICIDA DI SECONDIGLIANO

Molti sono gli agguati camorristici e i casi di lupara bianca che nel corso degli anni si sono susseguiti in maniera spaventosa per tutta NAPOLI e provincia,molti sono rimasti ancora oggi senza colpevole e senza un mandante.Ma le nuove rivelazioni dei nipoti del boss del rione sanita' GIUSEPPE MISSO stanno riaprendo nuovi scenari sui tanti agguati e sui tanti casi di lupara bianca rimasti nel tempo sepolti sotto faldoni di carta in attesa che qualcuno primo o poi si decidesse a raccontare tutta la verita'.Sotto questo profilo ci stanno pensando i cugini EMILIANO ZAPATA MISSO-MICHELANGELO MISSO-GIUSEPPE MISSO junior tutti passati a collaborare con i magistrati dopo che la faida o frattura creatosi nel proprio clan non li a costretti a deporre le armi e collaborare per non vedersi buttare le chiavi o essere ammazzati come cani.Grazie alle loro dichiarazioni molti sono i casi di lupara bianca che gli inquirenti a distanza di anni stanno per analizzare ed eventualmente a far scattare le prime custodie cautelari sia per mandanti sia per esecutori.Cosi' forse trovano nuova linfa per i magistrati le loro dichiarazioni che proprio in questi giorni stanno analizzando le loro dichiarazioni in merito a un plurimo omicida e occultamento di cadavere avvenuto nel 1995 a secondigliano,secondo il loro racconto il plurimo omicida fu commesso per punire il boss che proprio per l'alleanza di secondigliano curava il traffico di tabacchi e le estorsioni,il suo e' un nome che a secondigliano anche adesso incute timore e rispetto,stiamo parlando di COSTANTINO SARNO resosi celebre per il duplice omicidio dei fratelli giglio torturati e ammazzatri mentre veniva tutto registrato su un audiocassetta per poi subito dopo il delitto in casa a festeggiare mentre i capi dell'alleanza ascoltano ridendo lo strazio dei fratelli mentre vengono torturati per essere poi finiti con numerosi colpi di pistola.Ma il suo nome compare anche per l'omicidio del re mida delle cliniche private,l'uomop piu' ricco e facoltoso di tutta l'area a nord di napoli,proprio per un estorsione venne ammazzato perche' si rifiuto' di pagare.Ma torniamo alla storia del plurimo omicida,COSTANTINO SARNO si era rifugiato in montenegro da dove continuava a gestire il traffico di tabacchi senza pero' pagare le parcelle ai suoi ex amici,cosi' per punirlo colpirono i suoi quattro uomini con piu' spessore criminale con un appuntamento trappola li invitarono per chiarire la loro posizione in riguardo alla scelta del loro capo,aspettarono che le loro vittime entrassero nel garage e incominciarono a sparare,li ammazzarono tutti e quattro poi presero i loro corpi li caricarono su un furgone e li portarono in aperta campagna e li seppellirono.Sia i nomi delle vittime che dei loro carnefici sono a disposizione dei magistrati e coperti dal segreto istruttore,ma vale lo stesso la pena citarli per il grande contributo dato dai cugini misso

LE DICHIARAZIONI SCOTTANTI DEI FRATELLI MISSO

Un vero fiume in piena,cosi' si sono rivolti ai giornalisti i magistrati che da poco meno di un anno stanno raccogliendo nei minimi particolari tutti i segreti della cosca del quartiere sanita' fondata da GIUSEPPE MISSO detto o'nasone,per EMILIANO ZAPATA MISSO,GIUSEPPE MISSO JN,MICHELANGELO MAZZA non c'e' agguato camorristico o misfatto che non conoscono.Oltre al loro clan stanno raccontando cose molto interessante anche sui tanti clan camorristici che operano nel napoletano,e in particolar modo sui clan del centro storico,quello guidato da VINCENZO MAZZARELLA e il potente clan di ponticelli guidato un tempo da CIRO SARNO detto o'sindaco.Ma stanno coinvolgendo a 360gradi anche i clan dell'area a nord di NAPOLI,ovvero coloro che nel 2004 fecero esplodere la tremenda faida di scampia,nelle loro dichiarazioni compiono sia i di lauro che gli scissionisti,ma stanno raccontando anche i tanti omicidi alcuni commessi da loro quando scoppio' la guerra tra i clan mazzarella-misso-sarno-che si schierarono contro l'alleanza di secondigliano causando centinaia di morti,parliamo dei primissimi anni 90.Ma si aspetta con ansia che i giudici forniscono in modo formale tutti gli atti raccolti con le dichiarazioni di questi nuovi collaboratori di giustizia che grazie alle loro dichiarazioni stanno riaprendo nuove indagini sui tanti omicidi commessi a napoli che fino ad ora erano rimasti senza colpevole e senza nessun mandante............

I Frizziero uccisero Nunzio Giuliano

Francesco Frizziero mi rivelò che a loro era arrivata l’imbasciata da Michelangelo Mazza e che a commettere l’omicidio furono proprio Fausto e Francesco Frizziero. I Frizziero erano fedeli alleati di Giuseppe Misso ed erano coloro che dominando la zona della Torretta maggiormente potevano assicurare gli aspetti logistici per il compimento dell’omicidio, visto che Nunzio Giuliano abitava in via Tasso». A dare nuova linfa all’inchiesta sul clamoroso omicidio di Nunzio Giuliano (fermo restando l’assoluta presunzione d’estraneità delle persone tirate in ballo fino a prova contraria) è stato il pentito Giuseppe Misso “’o chiatto”. Sottolineando che le notizie in suo possesso non sono dirette ma “de relato”, ha ricordato di aver assistito all’appello del pm Narducci nel programma di Rai tre «Chi l’ha visto?» nella cella in cui era detenuto a Poggioreale. Erano presenti anche alcuni esponenti del clan Frizziero, che Misso junior cita esplicitamente: «Francesco Frizziero mi rivelò che a loro era arrivata l’imbasciata da Michelangelo Mazza». Era il 21 marzo del 2005 a Posillipo. Un omicidio consumato lontano dalle strade popolari di Forcella, che Nunzio Giuliano aveva abbandonato dopo essersi dissociato dalla camorra in seguito alla morte del figlio per overdose. Le dichiarazioni di Giuseppe Misso sembrano confermare la pista battuta in questi anni dal pool anticamorra coordinato dal procuratore aggiunto Franco Roberti (pm Sergio Amato e Giuseppe Narducci). Ma va anche sottolineato che lo zio omonimo, il boss oggi collaborante soprannominato “’o nasone”, non ha mai parlato dei Frizziero a proposito del delitto di via Tasso. Dalla morte violenta di Nunzio Giuliano a quella di Vincenzo Esposito “’o principino”, passando per le faide Mazzarella-Contini e del rione Sanità. Giuseppe Misso ha messo nero su bianco, indicando mandanti e killer di ben 31 omicidi avvenuti a Napoli per guerre di camorra: un manoscritto che già è stato depositato agli atti di uno dei tanti processi in cui figura come collaboratore di giustizia. Ma “’o chiatto” ha fatto di più, scrivendo a fianco dei presunti assassini anche i soprannomi, così da evitare eventuali equivoci. In questo manoscritto, redatto di suo pugno da Misso junior, si fa riferimento anche alla strage di via Monterosa contro i Prestieri.

Delitto Mirante dubbi sui mandanti.

Quando fu assassinato
Salvatore Mirante, fedelissimo
di Giuseppe Misso “’o nasone”
in Michelangelo Mazza si
scatenò un dubbio cocente: chi
erano i mandanti del delitto?
Ecco cosa racconta in uno dei
verbali depositati. «Quando
appresi della morte di Sasà
Mirante mi recai a casa di mio
fratello con il proposito di
informarmi sugli autori
dell’omicidio giacché avevo il
dubbio che potesse essere stato
ucciso per ordine di mio cugino
Giuseppe Misso. Ciò perché vi
erano stati dei dissidi tra
Umberto Giuseppe Misso e Sasà
che persona legata a noi e
faceva droga a San Gaetano.
Egli diede 10mila euro a mio
cugino e questi si rifiutò di
dargli 30mila così come
pattuito. Aggiungo che in
precedenza Sasà Mirante era
stato picchiato da mio cugino
Misso e da Zapata perché si era
messo a bancare da solo il
totocalcio clandestino e mio
fratello Antonio lo era venuto a
sapere e lo aveva già
reguardito. Umberto Misso lo
accusava di essere un
informatore della polizia. Dopo
l’omicidio venne fa me Persico
Vincenzo che mi disse di
andare a parlare con mio
cugino perché voleva parlarmi
per assicurarmi che loro non
c’entravano nulla con il delitto.
Per questo invitai mio cugino a
venire a casa mia il giorno dopo
ma poi fummo arrestati il
giorno dopo. Seppi però che nei
pressi della casa di Mirante fu
visto Nicola Torino che doveva
fare la filata. Me lo
raccontarono quando ero in
carcere».

Il nome del killer in punto di morte

Ciro Daniele arrivò in
ospedale esanime, quasi morto.
Secondo il racconto del collaboratore
di giustizia Michelangelo
Mazza, Daniele rivelò il nome del
killer: «È stato Nicolino», avrebbe
detto. «Per noi Nicolino era Nicola
Di Febbraro e per questo capimmo
che era stato lui», dice
Mazza. Ecco il suo racconto. «Dopo
l’omicidio di Colucci io precauzionalmente
mi chiusi dentro
per evitare di diventare un facile
obiettivo e con me c’era anche mio
cognato Ciro Daniele. Quel giorno
venne a casa mia anche Ciro Scarallo
che era vestito come me e
aveva lo stesso giubbino che avevamo
comprato insieme qualche
giorno prima. Credo infatti che lui
fu ammazzato con mio cognato
perché credevano che fossi io dato
che io spesso giravo con Ciro.
Uscirono e dopo qualche tempo
fui avvertito che erano stati ammazzati
e che il corpo di Ciro Scarallo
era riverso a terra con la testa
sotto un furgoncino. Un mio nipote
mi raccontò invece di aver
soccorso Daniele e che questo era
ancora viva e che lui in punto di
morte aveva detto che a sparare
era stato Nicolino che per noi è Nicola
Di Febbraro». Mazza dice poi
di aver ricevuto anche una imbasciata
qualche giorno dopo direttamente
da Nicola Di Febbraro
che riferiva di non aver avuto l’intenzione
di ammazzare Daniele
perché altrimenti lo avrebbe fatto
sul posto. «Io ero certo delle sue
responsabilità tanto che nei sette
giorni di coma di mio cognato tentai
di organizzare un agguato per
ammazzare Nicola Di Febbraro
cercando di colpirlo a Marianella.
Feci anche un sopralluogo senza
trovarlo. Avevo in animo di coinvolgere
anche mio cugino Zapata
e Vincenzo Di Maio che mi avevano
dato la loro disponibilità anche
se poi mio cugino Zapata venne
dissuaso da mio zio Umberto
Misso che riteneva una pazzia andarli
a colpire a Marianella». Durante
questo periodo di cala Mazza
racconta di aver spesso girato
con una Mercedes blindata procurata
da Antonio Venosa e che
era di proprietà di Zazzo Antonio.
«Io volevo differenziarmi dai miei
cugini e non affiancarmi ai loro uomini,
volevo rimanere fedele a mio
zio Giuseppe Misso e non condividevo
il loro modo criminale», ha
concluso Mazza.

Bruno Rossi fa il doppio gioco»

Soldi in cambio del silenzio.
Duemilacinquecento euro
al mese versate dalle casse del clan
Misso direttamente nel portafogli
di Bruno Rossi, ex boss della Nuova
Mafia Flegrea, da tempo pentito.
È questo quanto ipotizza e racconta
Michelangelo Mazza, pentito
del clan Misso, sul “corvo” che
ovviamente ha l’assoluto diritto di
essere considerato estraneo ad
ogni accusa anche perché non risultano
esserci dei
fascicoli aperti in
Procura e altre prove
concrete sul caso.
Ma il pentito ne
parla a chiare lettere
in uno dei verbali
depositati in Tribunale in uno dei
tanti processi alle cosche napoletane.
È il verbale del 12 giugno
2007 rilasciato dinanzi al pm Giuseppe
Narducci. «Un giorno Bruno
Rossi, che era già collaboratore
di giustizia, mi mandò una imbasciata:
voleva incontrarmi. Io
pensavo che l’incontro potesse nascondere
un trucco perché magari
avrei potuto trovare qualcuno
che registrasse a mia insaputa la
conversazione e che magari ero
controllato dai carabinieri. Mi recati
a Soccavo in un parco privato
in una abitazione di un parente di
Rossi. Quando entrai lo trovai senza
maglietta, voleva mostrarmi che
non aveva microspie. Mi spiegò le
ragioni per le quali iniziò a collaborare
e mi disse che le sue dichiarazioni
non avrebbero riguardato
i Misso nonché le famiglie nostre
alleate ovvero i Mazzarella e i
Sarno e che non avrebbe parlato
di altri suoi fedelissimi (...). Rossi
mi chiese esplicitamente di avere
denaro e io potevo assicurargli che
potevo versargli una somma mensile
di 2.500 euro al mese e non di
più poiché i nostri affari non andavano
bene. Rossi fu d’accordo e
a partire da quel nostro incontro a
Soccavo avvenuto all’incirca nel
2002 Bruno Rossi ha ricevuto sempre
i soldi, fatto questo che è andato
avanti fino a quando era in
corso la faida. Rossi mi mandò anche
una imbasciata: era pronto a
scendere in campo con noi nel corso
della faida con i Torino ma io lasciai
cadere la cosa perché non
avevo interesse». Il suo articolato
racconto continua in altre due pagine.
Mazza riferisce ancora di
aver incontrato Rossi altre volte e
a casa della madre che si trova a
Bagnoli. «Bruno Rossi mi dava informazioni
sulle dichiarazioni
e mi rassicurava
anche
ad esempio
che se era
vero che egli
aveva fatto accuse nei confronti di
mio zio Giuseppe Misso era pur vero
che mancavano molti riscontri
a quelle accuse. Fu lui a precisarmi
che aveva deciso di confessare
lui l’omicidio di Gennaro Esposito
’o curto (...). Io restai perplesso poiché
Rossi aveva comunque confessato
un omicidio anche se il fatto
non era vero ma lui disse che
mancavano i riscontri a questa
confessione e che fino a quando
non fossero stati individuati il processo
non poteva essere celebrato
». Ha infine riferito di essere a
conoscenza che Bruno Rossi non
solo ha evitato di parlare di alcuni
clan, ma anche di storie che riguardano
sue vicende e fatti avvenuti
nella zona del rione Traiano,
di Fuorigrotta e di Soccavo.
«Non ha parlato di traffici di droga
che lui ha fatto, non ha parlato dell’omicidio
di Tonino Lemon da lui
commesso né quello da lui commissionato
di Peppe ’o puzzolano e
non ha parlato dei camorristi della
sua zona», ha concluso il pentito.

Secodigliano, il primo omicidio fu dei Di Lauro

Informazioni sulla faida di Secondigliano ricevute in
cella durante i colloqui con altri pregiudicati. È quanto sostiene il
pentito Michelangelo Mazza che ha ricevuto informazioni sulla
guerra tra scissionisti e affiliati ai Di Lauro parlando con uno dei
“militari” della cosca. «Il primo omicidio della faida è stato quello
di Gigino o luongo e che in quella occasione doveva essere ucciso
anche lo zio di Gennaro Marino che resosi conto della situazione
non andò all’appuntamento. Che in risposta di questo vi fu
l’omicidio di Fulvio Montanino.
Si parlò anche dell’omicidio di Gelsomina Verde ed in generale
della strategia messa in atto da Cosimo Di Lauro (...). In una
conversazione con Massimiliano Cafasso e Antonio Elefante del
clan D’Alessandro, che erano detenuti con me nella stessa cella
mettemmo in mezzo l’argomento della faida di Secondigliano.
Cafasso disse che a dare inizio alla faida erano stati i Di Lauro
con l’omicidio di Gigino o luongo e che avevano deciso di
continuarla con l’omicidio di persone che in realtà non
c’entravano niente con la camorra come per esempio Gelsomina
Verde, Gennaro Marino e così come aveva ordinato di razziare la
casa di Gennaro Marino da dove sparirono preziosi orologi per un
totale di un milione di euro», ha concluso il collaboratore di
giustizia.

sabato 14 giugno 2008

Carcere duro per il boss Abbinante

Si era reso irreperibile all’ininzio di ottobre dello scorso anno, appena seppe
del pentimento del nipote acquisito, l’ex “guaglione” Giovanni Piana, che
doveva essere ammazzato per fare un “regalo” agli Amato-Pagano, così come
era stato per Giovanni Moccia e Giuseppe Carputo, in quanto i tre non
avevano voluto fare parte dei gruppi di fuoco durante la faida con i Di Lauro.
Da allora il boss Guido Abbinante, 51enne, capo dell’omonimo clan che
opera tra Secondigliano e Marano, non si era mai mosso dalla cittadina di origine.
Glielo vietavano il fatto di non volersi allontanare dalla famiglia (così
come ha raccontato Piana in uno degli interrogatori-fiume) e i suoi problemi
cardiaci. Poi l’arresto e adesso la decisione di trasferirlo al regime del carcere
duro: 41 bis a Nuoro, L’ok è arrivato ieri dal ministero della Giustizia
che ha dato seguito alle richiste della Procura di Napoli e in particolare all’ufficio
della Dda. Il boss è finito in carcere dopo un ricovero per un “day hospital”
in una clinica di Maddaloni, nel Casertano, per effettuare una serie di
accertamenti clinici in vista di un ricovero più lungo. È stato lì che i carabinieri
del nucleo investigativo del comando operativo di Napoli, con il colonnello
Gerardo Iorio e il capitano D’Aloia, lo hanno scovato ieri mattina al termine
di una lunga e delicata attività info-investigativa che ha preso spunto
da una fonte confidenziale. Si era fatto registrare in clinica con il falso nome
di Costantino Cataldo. Con lui c’erano una donna (la vivandiera) e due uomini:
l’autista e una guardia giurata di un noto istituto di vigilanza privata,
in divisa, che faceva da guardia del corpo. Il ras era inseguito da un decreto
di fermo emesso dalla Dda con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio
Moccia e del tentato omicidio di Giovanni Piana, che decise di pentirsi
proprio in seguito al fatto di essere stato condannato a morte dal suo stesso
clan. Lo stesso decreto di fermo che tra ottobre e dicembre dello scorso anno
colpì i presunti esecutori degli omicidi
Moccia e Carputo, e cioé Giovanni
Esposito “’o muorto” e Giovanni Carriello
“’o brigante”, che sono tutt’ora
dietro le sbarre, e Renato Ciprio e Renato
Baldassarre, arrestati a dicembre,
il secondo scarcerato. Abbinante, fratello
dei ras Raffaele, detto “Papele ’e
Marano”, fedelissimo dei Nuvoletta, e Antonio, entrambi dietro le sbarre, ordinò
i delitti per accreditarsi come referente degli Amato-Pagano a Secondigliano
e Marano. Nei prossimi giorni il 53enne (che è difeso dagli avvocati
Rosario Marsico e Raffaele Leone) sarà sottoposto ad interrogatorio di convalida
nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Il boss scissionista era stato
scarcerato per l’indulto, ma qualche mese prima era stato condannato a
20 anni di reclusione perché riconosciuto colpevole di associazione mafiosa
e traffico di stupefacenti. Ma nel frattempo erano scaduti i termini della custodia
cautelare e così per lui si spalancarono le porte del carcere. Restò dentro,
però, per una condanna a 9 anni, sempre per droga e per inosservanza
alle misure di prevenzione, che gli venne in parte indultata perché la maggior
parte l’aveva già scontata. Era tornato in libertà alla fine del 2006, ma era
sotto stretto controllo da parte delle forze dell’ordine, sottoposto alla sorveglianza
e all’obbligo di firma.
Anche la moglie di Guido Abbinante, Raffaella De felice, 44enne, si trova
dietro le sbarre dal 4 agosto del 2006. Per oltre cinque anni era stata latitante,
inseguita da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione
mafiosa e droga. Una prima volta il provvedimento restrittivo le era
stato annullato per un vizio di forma, così come era successo per Vincenzo
Di Laur

Quasi tutti liberi i pentiti dei Quartieri

Dieci pentimenti in due anni, la camorra dei Quartieri Spagnoli sotto scacco, il processo al clan Di Biasi in pieno svolgimento e altri in corso d’istruzione. Una valanga che non sembra essersi fermata, così come i continui colpi di scena. L’ultimo è rappresentato da una circostanza inquietante: più della metà dei collaboratori di giustizia sono stati già scarcerati, con la concessione dei domiciliari in località segreta, mentre qualcuno è addirittura libero e senza protezione: o perché l’ha rifiutata o perché non spetta non avendo raccontato, a parere dei pm antimafia, tutto ciò che sapeva. Cosicché il panorama malavitoso nei vicoli a ridosso di via Toledo e corso Vittorio Emanuele potrebbe cambiare nuovamente in tempi brevi e ciò mette in allarme gli investigatori che si occupano della zona. I pentiti dei Quartieri Spagnoli sono, nella maggior parte dei casi, fuoriusciti dal clan Di Biasi. Clamorose le rese di Raffaele Scala “’o boss” (cognato dei fratelli “Faiano”), dei due figli e di Luigi Cangiano, anch’egli imparentato con i ras. In precedenza erano passati dalla parte dello Stato (anche se qualcuno ha ritrattato e altri non hanno confermato la collaborazione) Vincenzo Antini e Carmine Martusciello, i quali insieme con 11 altri collaboratori di giustizia hanno aiutato nelle prime fasi dell’inchiesta gli inquirenti a raccogliere indizi contro gli esponenti del clan Di Biasi. Elementi d’indagine venuti fuori infatti anche dalle dichiarazioni di Salvatore Giuliano (clan Giuliano), Guglielmo Giuliano (clan Giuliano), Pasquale Petrillo (clan Terracciano-Russo), Francesco Castaldo (clan Terracciano e fratello di Ciro detto “Ciro-Ciro”), Salvatore Terracciano “’o nirone” (clan Terracciano), il figlio Eduardo Terracciano (clan Terracciano), Salvatore Puglia (clan Mazzarella), Ciro Spirito (clan Mazzarella), Antonio Esposito “papillon” (clan Di Biasi), Luigi D’Oriano (clan Di Biasi), Vincenzo Gallozzi. Nel 2008 sono stati tre i casi di pentimento. Il più clamoroso certamente si può definire quello di Raffaele Scala detto “o’ boss”, cognato dei ras del clan Di Biasi: Luigi, Mario e Renato. Avrebbe già riempito diversi verbali e in particolare avrebbe contribuito, come primo caso, a chiarire la vicenda in cui rimasero feriti due anni fa a Pozzuoli un figlio e altri giovani vicini al gruppo di mala napoletano. “Non fu un agguato: stavano giocando con una pistola e partì un proiettile”. Raffaele Scala, una detenzione di quasi 20 anni sulle spalle e un ruolo di primo piano nell’organizzazione dei “Faiano” fino a marzo 2007 (quando fu arrestato per estorsione con i congiunti e i principali luogotenenti), ha seguito a ruota la decisione di passare con lo Stato di un altro parente dei Di Biasi: Luigi Cangiano. Prima ancora si erano pentiti gli altri malavitosi dei Quartieri Spagnoli legati alla cosca, ma certamente non sarà stata questa la spinta decisiva per il “boss”. A marzo 2007 un’operazione congiunta Dda-polizia rese il clan Di Biasi orfano dei suoi vertici, tutti e tre rinchiusi nel carcere di Poggioreale con gravi accuse a carico. Con qualcuno di loro addirittura schiacciato dall’imputazione più pesante contenuta nel decreto di fermo a firma dei pm antimafia Sergio Amato e Raffaele Marino (coordinati dal procuratore aggiunto Franco Roberti): presunto mandante dell’omicidio di Umberto Melotti. Ma ben 18 furono gli indagati destinatari di provvedimenti restrittivi. Tra essi c’era anche Luigi Cangiano, soprannominato “o’ nirone”. Era stato arrestato ad aprile dell’anno scorso insieme con il gotha della cosca: assistito dall’avvocato Strazzullo, ha revocato il mandato nominando Eleonora Apolloni del foro di Roma nel momento in cui ha deciso di passare dalla parte dello Stato. Il terremoto ha sconvolto i Quartieri Spagnoli, ma la malavita ha già incoronato altri ras e un nuovo gruppo avrebbe preso attualmente il sopravvento sugli altri. Nelle mappe sulla camorra, aggiornate di continuo dagli investigatori di polizia e carabinieri, è definito “Ricci-Mariano” ed è ritenuto alleato del clan Sarno, che con alcuni adepti imparentati con i “frauella” del quartiere di Ponticelli avrebbe allungato le mani anche su un territorio lontano dal “proprio”.

Inchiesta su “Telecamorra” minacciato un perito di "Left"

Prima le minacce, poi l’auto distrutta. Abbastanza per chiudersi in casa e pensare seriamente di cambiare aria, per non rischiare di peggio. È la drammatica sorte toccata al tecnico dell’alta frequenza che per alcuni giorni ha accompagnato Alessandro De Pascale, redattore del settimanale “Left”, in un giro ricognitivo di quella vera e propria giungla di ripetitori che sembra essere diventata la Campania. «Il numero con la copertina dedicata alla mia inchiesta, intitolata “Telecamorra” - racconta il giornalista - è uscita venerdì scorso, ma solo lunedì nelle edicole campane: trovo inquietante la circostanza che l’avvertimento sia scattato nemmeno tre giorni dopo. Evidentemente abbiamo toccato più di un nervo scoperto». Attraverso un paziente lavoro di raccolta e confronto di denunce, fascicoli aperti, atti giudiziari e rapporti investigativi, De Pascale ha ricostruito una realtà («che molti conoscono, da anni, ma che tutti tollerano») fatta di canali occupati abusivamente, di frequenze mai censite ma regolarmente utilizzate, di aumenti di potenza illegali. Il tutto, sullo sfondo di una guerra tra clan che si contendono senza esclusione di colpi la “torta” dell’etere locale. «Per verificare sul campo quanto scoperto - spiega De Pascale - una decina di giorni fa ho girato mezza Campania con un’auto e uno spettrometro in grado di misurare la potenza del segnale. Del tecnico che era con me, ovviamente, non dico nè il nome nè il posto in cui abita. Anche perchè una disavventura analoga è toccata anche ad uno degli editori che mi aveva aiutato nell’inchiesta raccontando, al pari di altri colleghi, di essere esasperato da una situazione di illegalità diffusa: mentre rientrava a casa, è stato avvicinato e minacciato». Nel suo tour, De Pascale confessa di avere toccato con mano realtà “incredibili”. Un esempio? «Il Faito, il monte alto più di mille metri, tra le province di Napoli, Caserta e Salerno, che domina la costiera amalfitana. Quel monte, oggi «è una distesa senza soluzione di continuità di antenne e caseggiati che ospitano trasmettitori». Solidarietà al tecnico minacciato è stata espressa dalla redazione di Julienews.it

Rinnego la camorra e la mia vita


Mario Savio è stato un potente boss della camorra napoletana. Il più potente, nel suo territorio: i Quartieri Spagnoli. Astuto, abile, donnaiolo, spregiudicato. Vendicatore. Violento. Ora si trova in carcere, nel penitenziario di massima sicurezza dell’Aquila, da dove uscirà soltanto in una bara, perché tra tutti i peccati capitali che ha commesso nella sua vita, è stato condannato all’ergastolo per l’unico del quale, da anni, si ostina ancora a proclamarsi innocente. Ora, la camorra che lui comandava nel rione che sovrasta il “salotto buono” della città gli fa schifo. Non la riconosce più. «È un’armata brancaleone», afferma. Perché quella vera - la vera camorra - è un po’ come un ordine cavalleresco: onore e morte. Anche se, oggi, c’è rimasta soltanto la morte. Lei si trova in carcere da molti anni, ormai: qual è la differenza tra la sua malavita e quella attuale? «È una differenza abissale. Nella camorra attuale ormai non mi ci riconosco più. La vecchia camorra aveva un proprio fascino, perché allora si rispettavano certi valori, certe regole. Sembra un paradosso, ma in quel contesto si veniva accettati solo se si possedevano doti non comuni: il coraggio, il rispetto per il più debole. Il camorrista, ai miei tempi, aiutava chi aveva bisogno, c’era maggiore solidarietà. La violenza non era mai gratuita, non veniva usata per il solo scopo di dimostrare la propria forza. Era l’estrema soluzione. Insomma, c’era un modo cavalleresco di comportarsi». Che cosa significa camorra per lei? «Significa sentirsi qualcuno, uscire dal grigiore in cui la società ti ha relegato. Significa sentirsi accettato da una organizzazione. È come dimostrare a se stessi di non essere un fallito, ma di essere uno che sa affrontare la vita anche quando questa ti presenta poi il conto in sofferenze, anni di carcere. Può sembrare un controsenso, ma è una rivincita sulle umiliazioni subite, sulla miseria e la fame patita». Ma è una rivincita che prevede sempre una sconfitta… «È vero, l’ho sperimentato sulla mia pelle. Infatti, che cosa fa un camorrista appena guadagna un po’ di soldi? Vuole comprare l’auto più bella, la casa più chic, avere più donne che gli ronzano intorno. Questo non è soltanto un atteggiamento sconsiderato, è qualcosa di più profondo. È un modo per dire che non sei una nullità. Solo che il prezzo da pagare è troppo alto». Come si può sconfiggere la camorra a Napoli? «Credo che sia un po’ complicato, se per camorra intendiamo quella attuale, cioè le varie bande che si fanno la guerra per stabilire chi in quel vicolo (sì, dico vicolo) deve vendere la droga, oppure far pagare la tangente di pochi euro a un poverocristo con una bottega. Ormai, se uno fa un furto, oppure una truffa, lo si definisce camorrista. Allora si mischia tutto e il risultato è che anche i ladri di polli, o le mezze calzette, vengono messi sullo stesso piano di coloro che fanno parte di questi clan». Che cosa rinnega della sua vita? «Della mia vita, anzi della mia malavita dovrei dire che rinnego tutto, ma credo che non sia esatto. In questa malavita, io ci sono nato. Ne sono stato nutrito, da bambino sono diventato un uomo (nel senso di crescita fisica). Ho conosciuto tante tragedie, tanti drammi familiari e tante sofferenze. Ho procurato tanto dolore, ricevendone il doppio, il triplo in cambio. E non è valsa, assolutamente, la pena». La camorra a Napoli può distruggersi da sola? «Giovanni Falcone aveva certamente ragione nel dire che la criminalità organizzata è un fatto umano e, come tutti i fatti umani, ha un inizio e avrà una fine. Il pericolo però è un altro: oggi anche l’ultimo arrivato si crede un boss e si atteggia di conseguenza. Il fatto è che si auto- convince e, non essendo fornito del bagaglio di esperienze per affrontare il ruolo, esperienze che gli permetterebbero quantomeno di evitare parte delle numerose trappole di cui è disseminato il percorso ai vertici della camorra, al primo errore è bello e fottuto. La conclusione non può che essere tragica. Oppure, nel migliore dei casi, la galera a vita, come è accaduto a me».

MASSACRATO MARIANO LA PERUTA

Una vendetta. Stava con i Di Lauro ed era passato con gli “scissionisti”. Ecco perché Mariano La Peruta, 52enne originario del rione Don Guanella, è stato ammazzato l’altro ieri mattina. Era tornato da qualche giorno dalla Spagna, dove aveva trascorso gli ultimi otto anni, per conoscere il nipotino appena nato. Ma i nemici, spalleggiati e fortificati secondo gli investigatori da un altro clan, lo attendevano al varco e gli hanno teso l’agguato rivelatosi fatale. Cosicché, ora si cercano eventuali legami con la morte violenta di Pasquale Salomone, legato ai Licciardi prima di instaurare anch’egli rapporti con gente degli Amato-Pagano: penultimo delitto avvenuto a Secondigliano. Il giorno dopo l’omicidio di Mariano La Peruta gli investigatori hanno le idee più chiare e stanno anche valutando attentamente, alla ricerca di elementi concreti a sostegno di una tesi al momento ancora non certa, il luogo in cui è scattato l’agguato. Di sicuro a loro parere c’è che il 52enne è stato ucciso per un colpo di coda della faida: la nuova fase della guerra tra i Di Lauro e gli Amato-Pagano, con la novità sostanziale che i primi che avrebbero stretto nuovi patti per combattere gli odiati rivali. La vittima era un bersaglio facile e così in 48 ore è stato ideato il piano per eliminarlo. Lontano da Napoli per otto anni, spinto a tornare dal desiderio di conoscere il neonato nipotino, figlio della figlia. Perciò Mariano La Peruta è tornato, senza immaginare che i sicari della camorra lo attendevano con pazienza certosina. Addirittura mettendo a segno un omicidio che sfida ogni rischio: i killer hanno sparato in pieno giorno, lungo una strada dove le auto sono incolonnate per il traffico intenso, davanti a una caserma dell´Esercito, a dieci metri dal portone. Eppure, almeno per il momento, l’hanno fatta franca lasciando il loro obiettivo a bordo di una Bmw, massacrato dai colpi di pistola. Sono assassini che evidentemente conoscono i tempi delle indagini. Ore 12 in via Miano. Strada sempre trafficata, ma anche più volte scenario di efferati delitti. Tutto succede davanti alla caserma Boscariello. Peggio. Appena cinquanta metri più in là c´è il negozio di telefonia che gestiva Attilio Romanò. Un 29 anni estraneo completamente alla malavita, che venne ammazzato nel suo negozio nel gennaio 2005 nell´ambito della strategia delle vendette trasversali della faida di Scampia. I sicari del clan Di Lauro cercavano un’altra persona, imparentata con gli Scissionisti. Si sbagliarono e uccisero Attilio, che mai aveva avuto a che fare camorra, vittima numero 47 della guerra di Napoli Nord. Non sarebbe invece uno sbaglio l´agguato di mercoledì. Mariano Laperuta, 52 anni, è a bordo di una Bmw. È tornato a Napoli da appena qualche giorno per conoscere il bimbo appena partorito dalla figlia. Il suo nome venne fatto per l´ultima volta a Napoli Nord nel Duemila, per i suoi rapporti con il clan dei “capitoni”, i Lo Russo di Miano: rapporti vecchi, che nulla c’entrano con l’omicidio. L’uomo compare in un’inchiesta su rapine nel centro e nel Nord Italia, fino al 2003. Ma un bel giorno fa i bagagli e se ne va. Si trasferisce in Spagna con la famiglia. Non è ricercato, non è latitante. Ma gli investigatori aggiungono, alle loro informative, alcune deduzioni. Spagna, come rifugio prediletto degli Scissionisti a cominciare dal boss Raffaele Amato. Spagna, terra da cui gestire l´affare droga di Secondigliano, ma anche punto di incontro di altri clan, come i Mazzarella. Si indaga su questo fronte, per capire cosa avrebbe fatto La Peruta dall’estero per finire condannato a morte. Di certo non doveva avere molti sospetti, la vittima dell´agguato. Sorpreso da solo in auto da due killer in sella a una moto di grossa cilindrata che lo hanno affiancato e ucciso con almeno cinque colpi di pistola. Laperuta sbanda, finisce contro un´auto in sosta, muore. Nel traffico, vicino alla caserma e all’ex negozio di Attilio Romanò. Ma nessun testimone tra i tanti passanti e automobilisti. Soltanto decine e decine di persone - parenti e amici - che cercano di portare via la salma tra grida e proteste contro gli investigatori. Il giorno dopo c’è quella che potrebbe essere la svolta nelle indagini, con l’individuazione del movente.