martedì 25 marzo 2008

L'ordine di eliminare Sposato arrivò da Sequino

Mariano Sposato fu ucciso perché Nicola Sequino voleva vendicarsi dell’omicidio di un parente negli anni della guerra tra i Misso e i Tolomelli». A chiarire (sempre con la consueta premessa dell’estraneità delle persone tirate in ballo nei racconti fino a prova contraria) l’omicidio di Sposato è stato ancora una volta Michelangelo Mazza, nel corso del lunghissimo interrogatorio cui è stato sottoposto il 20 giugno 2007. Ecco le sue dichiarazioni. «Nel quartiere Sanità anni prima della morte di Murolo (ne scriviamo in un altro articolo della pagina, ndr) erano stati uccisi un parente di Nicola Sequino e uno di Vincenzo Di Maio, fatti entrambi ascrivibili ai Tolomelli. Nicola Sequino era sempre molto determinato a voler vendicare quei delitti e soprattutto riteneva che avesse avuto un ruolo in quei fatti Mariano Sposato, cognato di Vincenzo Tolomelli. Nicola venne da mio zio Giuseppe e chiese l’autorizzazione per portare a termine l’eliminazione di Sposato, ricevendo l’assenso di mio zio e l’indicazione secondo cui il delitto doveva essere affidato per l’esecuzione a Maurizio De Matteo e Ciro De Marino». Ma le disposizioni, sempre secondo il racconto del collaboratore di giustizia Michelangelo Mazza, non furono rispettate. “Le cose non andarono- ha messo a verbale il nipote di Giuseppe “o’ nasone”- come erano state programmate per l’estrema impazienza di Nicola Sequino, il quale non attese che i due designati per il delitto lo portassero a termine. Volle fare di testa sua bruciando i tempi, tanto che addirittura Mariano Sposato fu ucciso mentre si trovava in una sala da biliardo gestita da De Marino. Poi, dopo aver commesso il delitto, Sequino mandò un messaggio a De Matteo dicendo che era tutto a posto e che non doveva preoccuparsi. Lui aveva fatto la filata e gli esecutori materiali erano stati Ciro Scarallo e Nicola Torino”.

Ciacione ucciso perché dava troppo fastidio

Giuseppe Perinelli, soprannominato “Ciacione”, era uno dei fedelissimi del boss Ettore Sabatino che si trasferirono nel rione Sanità all’epoca dell’alleanza con i Misso. Ma fu ammazzato proprio dai Misso, d’accordo con i Torino, perché stava diventando “ingombrante”. Parola di Michelangelo Mazza, che ha ricostruito la vicenda facendo nomi e cognomi dei presunti responsabili dell’omicidio: lui stesso, Maurizio De Matteo-Frenna, Nicola Torino ed Emiliano Zapata Misso. Tutti, naturalmente, da ritenere estranei ai fatti narrati fino a prova contraria, così come le persone tirate in ballo per altre vicende collegate all’episodio. «Secondo il ragionamento che faceva mio zio Giuseppe Missi- ha sostenuto Mazza il 20 giugno dell’anno scorso- Perinelli si era riavvicinato ai Lo Russo: aveva partecipato all’omicidio di Antonio Prota “’o malommo”, aveva rapporti con Giannino Pennello e si incontrava con Salvatore Lo Russo. La situazione poteva diventare pericolosa nel momento in cui sarebbe stato scarcerato Ettore Sabatino. Poiché Sabatino e Perinelli erano quasi la stessa cosa, questa situazione avrebbe potuto determinare un cambiamento di alleanze e di rapporti di forza in quanto il gruppo Sabatino avrebbe riallacciato i rapporti o sarebbe ritornato direttamente nel clan Lo Russo e così noi avremmo avuto un alleato in meno e un avversario in più. Peraltro, gli affiliati ai Sabatino vivevano nella Sanità e quindi avremmo avuto anche un problema in casa nostra». Secondo il racconto del collaboratore di giustizia, le lamentele nei confronti della gestione del denaro effettuata da Giuseppe Perinelli erano molte e inoltre c’era stato anche un altro grave episodio. «Perinelli schiaffeggiò Pasqualina Pastore, convivente di Salvatore Torino, per una vicenda di droga: il fatto avvenne davanti a me. Dal carcere Salvatore Torino mandava messaggi con i quali chiedeva di punire Perinelli e mio zio diceva che non bisognava permettere l’incontro tra liberi tra Ettore Sabatino e Perinelli stesso, per cui quest’ultimo doveva essere eliminato prima del possibile ritorno in libertà di Sabatino

Murolo fu ammazzato dai Sabatino

Vincenzo Murolo, referente dei Licciardi, fu ammazzato dai Sabatino per dare a noi Misso un segnale di concretezza». Era il 20 giugno 2007 quando Michelangelo Mazza della Sanità, 34enne nipote del ras Giuseppe Misso “’o nasone”, chiarì uno degli omicidi degli ultimi anni apparsi meno chiari agli inquirenti. Secondo il collaboratore di giustizia, che aveva un ruolo di vertice nel clan, Murolo fu l’agnello sacrificale scelto dal gruppo Sabatino per farsi accogliere nel rione Sanità. Ma essendo un personaggio di secondo piano nella cosca Licciardi, non fu quel delitto a sancire la nuova alleanza, stabilitasi solo successivamente. Ecco quanto ha dichiarato, con la premessa che le persone tirate in ballo devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria. «Gli esecutori materiali- ha sostenuto Michelangelo Mazza- furono Giuseppe Perinelli, Valcarenghi e Nicolo Torino. Posso riferirlo perché qualche giorno dopo il delitto, essendo abbastanza frequenti i rapporti tra noi, ebbi modo di assistere a una lite che ci fu tra loro. Fu determinata dal fatto che Perinelli accusava Valcarenghi di aver dimostrato frettolosità nell’esecuzione dell’omicidio. Valcarenghi mi spiegò che in tre erano partiti dalla Sanità , percorrendo la salita dello Scudillo per sbucare ai Colli Aminei, più o meno all’altezza della Standa e colpire Murolo. Il viaggio d’andata era stato fatto con due ciclomotori Runner ed era intenzione di Perinelli ripercorrere la stessa strada per fare rientro nel quartiere Sanità dopo il delitto”. Ma, secondo il racconto del pentito, al ritorno improvvisamente i piani cambiarono. “Qualcuno- ha aggiunto Michelangelo Mazza nel corso dello stesso interrogatorio- venne preso dalla paura e non si mostrò professionalmente all’altezza della situazione, tanto che uno dei due ciclomotori restò abbandonato accanto al muro che chiude la salita dello Scudillo quando si arriva ai Colli Aminei. Perciò tutti e tre dovettero salire su un solo Runner 180 percorrendo una strada diversa da quella dell’andata e più pericolosa poiché scesero costeggiando il Cto, per poi fare rientro alla Sanità. La persona che sparò fu Valcarenghi”. Erano le 13 e 30, proprio mentre da alcune vicine scuole uscivano i ragazzi, quando tre sicari entrarono in azione in viale degli Astronauti, a cento metri dalla “Standa” di viale Colli Aminei e nel cuore del mercatino rionale. Vincenzo Murolo, 31enne di via Emilio Scaglione 504, stava parlando con un 19enne venditore ambulante di piccoli oggetti a poco prezzo. Nei pressi di un bar su di loro si abbattè una pioggia di piombo, con otto proiettili che centrarono l’obiettivo del raid alla testa, al viso e al collo. Mentre una sola pallottola colpì il commerciante, incensurato ed estraneo alla malavita, penetrando dalla spalla e sfiorando il polmone destro. Per fortuna le sue condizioni migliorarono con il passare delle ore fino alla guarigione

domenica 23 marzo 2008

Dopo l’agguato una doccia calda e un taglio di capelli

A raccontarlo è un killer di professione che poi
ha deciso di passare con lo Stato dopo che da più
parti gli sono piombate addosso accuse tremende.
Pasquale Amatrudi è uno dei collaboratori di giustizia
del clan Misso del rione Sanità. Ha raccontato
ai magistrati della Dda i restroscena dell’agguato
contro Ciro Lepre “’o sceriffo”, ras del Cavone
della Sanità, colpevole di essersi avvicinato
al clan Torino nel corso della faida al rione Sanità.
Amatrudi non solo racconta il movente, i mandanti
e gli esecutori materiali, ma anche i supporti
logistici e gli appoggi ricevuti dagli alleati dopo
il raid. Ecco uno stralcio del suo racconto negli
atti depositati dalla Dda nei vari processi dove sono
imputati i boss dei Misso e dei Torino. «Il motivo
che ci indusse a tentare di uccidere Ciro Lepre
detto “’o sceriffo” era legato al fatto che questi
sembrava aver preso posizione per Salvatore Torino.
Sapevamo che gli uomini di quest’ultimo si
recavano nel Cavone così come i Lepre andavano
alla Sanità per rincontrarsi con gli affiliati ai Torino
». Racconta poi di un primo tentativo fallito,
di un secondo tentativo andato a termine solo per
metà. «Partimmo io Luigi Esposito su uno scooter,
Vincenzo Persico e Salvatore Romagnuolo su un
altro. Io mi avvicinato con lo scooter a pochi metri
da lui ed Esposito gli sparò un colpo di pistola
al volto poi la pistola si inceppò e fuggimmo su
per il Cavone. Nello scappare sentii altri colpi di
pistola e vidi io stesso che era stato Persico a sparare.
Per questo mi convinsi che Lepre fosse stato
ucciso». Successivamente parla dell’ospitalità ricevuta
da Luciano Sarno. «Io, Persico e Campoluongo
trovammo rifugio a Ponticelli presso i Sarno
dove ci inviò Misso. Ci incontrammo con Sarno
a casa di Pachialone. lì c’erano altre cinque
persone. Spiegammo a Luciano Sarno che avevamo
fatto l’agguato allo “sceriffo” e lui mostrava di
essere già a conoscenza dell’accaduto. Non so se
fu avvertito da Peppe Misso o da Mariano. Sarno
si mostrò contento e si complimentò con noi. Anzi
preciso che l’ospitalità dei Sarno fu eccezionale.
Infatti lì potemmo fare la doccia, cenare, indossare
tute che stesso i sarno ci acquistarono e potemmo
addirittura usufruire del loro barbiere che
venne fino a casa per tagliarci barba e capelli

I MISSO DIEDERO L’OK PER IL DELITTO RUSSO

Si giunse all’omicidio di Ciro Russo. Di questo
fatto posso riferire che il delitto fu commesso
dai Mazzarella e dai Di Biasi. Ma ci fu di nascosto
anche l’avallo dei Misso, che ufficialmente
sostenevano i Russo”.
Il 20 febbraio scorso Vincenzo Gallozzi, il penultimo
pentito (l’ultimo è Luigi Cangiano “’o
nirone”) del clan Di Biasi, ha fornito la sua verità
sull’omicidio del capoclan opposto ai
“Faiano”. Un racconto che, fermo restando la
presunzione d’estraneità delle persone tirate in
ballo fino a prova contraria, non combacia completamente
con le versioni fornite da altri collaboratori
di giustizia. Circostanza che sarà certamente
fatta notare nelle aule del Tribunale se
l’inchiesta sul delitto giungerà all’identificazione
dei presunti responsabili.
«Posso anche aggiungere - ha sostenuto Vincenzo
Gallozzi - che la mattina dell’omicidio
Raffaele Scala, senza però spiegarmi il perché,
mi disse di preparare una festa per la sera. Festa
che effettivamente ci fu e a quel punto sapevo
anche il motivo, in quanto era stato ucciso
Ciro Russo. Non fu un caso che Scala si rivolse
a me. In passato c’era stato uno scontro tra
mio padre e i fratelli Russo che in due occasioni
lo avevano anche picchiato, al punto che mio
padre li aveva denunciati. Fui proprio io a convincerlo
a ritrattare, rassicurandolo del fatto che
prima o poi ci saremmo presi le nostre soddisfazioni,
ma per altra via».
Vincenzo Gallozzi ha poi continuato così,
sempre nel corso dello stesso interrogatorio reso
al pm della Dda Sergio Amato.
«Mio padre ritrattò in procura nel rendere
sommarie informazioni. È per questo motivo
che avevo detto anche a Raffaele Scala di voler
essere personalmente impiegato in ogni azione
di fuoco contro i Russo. Non ebbi comunque, alcun
incarico in occasione dell’omicidio di Ciro
Russo. Ma già Raffaele Scala, quando gli feci
quella raccomandazione, mi aveva anticipato
che sarebbero stati altri a darci le soddisfazioni
che volevamo. D’altra parte in quel momento
neanche avevamo la forza di agire in prima
persona».
Compiuto l’agguato (a Boscoreale nel 2002),
secondo la ricostruzione del neo pentito ci fu un
altro episodio che ha deciso di raccontare al
pubblico ministero. «Posso dire che dopo qualche
mese venne a casa mia Salvatore Abbate detto
“Leocrema” in compagnia di una persona di
statura media e di mezza età. “Leocrema” me lo
indicò quale nostro principale perno per la precedente
morte di Ciro Russo. Non ricordo come
si chiama ma sempre “Leocrema” mi precisò che
questa persona, dopo aver vissuto nel rione
Traiano per molti anni, si era poi spostata a Boscoreale.
Mi viene anche in mente che questa
persona aveva conosciuto mio padre nel carcere
di Lanciano allorquando erano entrambi detenuti
per reati comuni. Dico questo perché mio
padre era presente a casa quando venne “Leocrema”
con l’altro e quindi al loro arrivo i due
si salutarono invocano quel periodo di comune
detenzione»

SFUGGE AI KILLER E SI PENTE

Il 30 gennaio era sfuggito ad un clamoroso agguato. A Chiaiano Vittorio La Sala detto “filoscio” doveva morire, ma per fortuna i killer non ci sono riusciti. Fu portato in ospedale e da quando è stato dimesso ha iniziato a collaborare con la giustizia. È un ex esponente del clan Misso ma negli ultimi tempi si era avvicinato al clan Torino del rione Sanità. Da uomo libero ha scelto di vivere perché i killer difficilmente sbagliano una seconda volta. Ha bussato alla porta dei pubblici ministeri della Dda Sergio Amato e Barbara Sargenti ed ha manifestato la sua volontà di cambiare vita definitivamente. È più di un mese adesso che la collaborazione va avanti e probabilmente ha iniziato proprio dai reati che lui stesso ha commesso. Di La Sala parlano anche i collaboratori di giustizia. Il primo è stato Giuseppe Misso “’o chiatto”: «Ho già detto della piazza di cocaina di La Sala Vittorio in via Discesa Sanità. Egli si riforniva sia da Carmine Grosso per il clan Misso sia da Torino Salvatore; in particolare era il figlio di Salvatore, Torino Luigi, a portare in giro questa droga che veniva fatta scendere da Secondigliano, ove Torino Salvatore conosceva dappertutto. Vittorio la Sala utilizzava per vendere alcuni ragazzi che non conosco; sono certo dei suoi fornitori però per averne parlato con lo stesso Carmine Grosso che ci faceva una sorta di rendiconto di tutte le spese e le entrate del clan e quindi ci indicava, ad esempio, quanto aveva speso per gli acquisiti da Torino Salvatore, quanto aveva “caricato” sulle piazze, in modo che noi affiliati più di peso del clan (io, Ciro De Marino, Sequino Nicola, Mazza Michelangelo ed altri) fossimo al corrente». Emiliano Zapata Misso ha invece detto: «Come già detto io avevo la mia piazza di droga e ne dividevo i proventi con Ciro De Marino, il quale, a sua volta, divideva con me la sua quota derivante dalla cogestione di un’altra piazza con Salvatore Sequino. Ho anche riferito circa i guadagni che ottenevo vendendo alcuni quantitativi ad altri responsabili di altre piazze come ad esempio Vittorio La Sala. Quindi tutto compreso ricavavo circa 7-8mila euro al mese». Adesso La Sala sta parlando proprio di quei rapporti intricati tra gli affiliati del clan Misso molti dei quali adesso sono in carcere incastrati dalle accuse degli altri sei collaboratori di giustizia del rione Sanità. È probabile che lui possa parlare soprattutto del clan Torino e dell’organico che comanda il centro di Napoli. Il 30 gennaio scorso nel mirino dei sicari, a parte La Sala, finì anche Giuseppe Paternoster casualmente finito sotto i colpi di pistola proprio perché si accompagnava all’altro pregiudicato. I due furono intercettati in via Pietro Castellino, all’Arenella. Gli agenti di una Volante del commissariato di zona notarono un motorino con due uomini in sella che procedeva a zig-zag. Alla guida c’era La Sala e dietro era seduto Paternoster, entrambi coperti di sangue e visibilmente sotto choc. Subito sono partite le indagini e si scoprì che la coppia di amici era stata costretta dai mancati assassini, anch’essi in motocicletta, a raggiungere una zona di campagna di Chiaiano, non ancora individuata con precisione e lì ci sarebbe stata la sparatoria.

sabato 22 marzo 2008

Così ammazzai Raffaele Esposito

A Napoli si può morire perché si è antipatici al boss e perché questo inventi un qualsiasi movente per eliminare l’avversario. E non importa se l’avversario fino al giorno prima aveva lavorato per lo stesso gruppo e con le persone che poche ore dopo gli hanno esploso quattro colpi di pistola in testa. È quanto racconta il pentito Vincenzo Gallozzi, nuova “gola profonda” dei Quartieri Spagnoli che da dal 6 febbraio del 2008 ha iniziato a collaborare con lo Stato confessando prima di tutto i delitti che egli stesso ha commesso, prima fra tutti l’omicidio di Raffaele Esposito, morto dopo alcuni giorni di agonia all’ospedale Pellegrini della Pignasecca. A pagina 2 del verbale redatto il 20 febbraio scorso, meno di un mese fa, Gallozzi racconta i retroscena del delitto. «Come ho già accennato in un precedente verbale sono stato insieme a Carmine Martusciello l’esecutore materiale dell’omicidio di Raffaele Esposito. Per quanto riguarda il movente, devo precisare che le cause che hanno portato a questo omicidio sono diverse. La causa scatenante ultima fu un litigio che si ebbe tra Renato Di Biasi e Raffaele Esposito in merito ad una autovettura tipo “Y” che quest’ultimo aveva promesso in vendita a Carmine Martusciello, venendo però poi meno all’impegno», ha raccontato il collaboratore di giustizia. «Per questo motivo Martusciello si era lamentato con Di Biasi Renato il quale riteneva quel comportamento di Esposito un vero e proprio affronto alla sua stessa persona». Poi è passato alla descrizione dell’agguato nei minimi particolari precisando che hanno scelto accuratamente la zona dove agire, ovvero la Pignasecca. «Lo abbiamo fatto per riuscire a sviare le indagini per far credere che questo fosse stato commesso dai nostri nemici». «La sera dell’omicidio, terminato l’incontro con Renato Di Biasi e Raffaele Scala - dice Verdicchio - ci avviammo presso il basso di Esposito. Tutti e tre, io a bordo di uno scooter e Martusciello ed Esposito su una moto ci recammo verso il Cavone passando per la zona di Montesanto fino al Largo Bianchi. A quel punto ci fermammo. Martusciello scese dalla moto e calzò i guanti mentre io, a quel punto, poggia la pistola sulla sella della moto. Ebbi la sensazione che Esposito fosse preoccupato ma io per tranquillizzarlo gli dissi che sarei andato in giro a vedere se ci fosse la polizia. Mi voltai con lo scooter e senti i colpi di pistola. A quel punto tornai indietro e vidi il corpo di esposito senza vita e la moto spostata rispetto a dove era. Chiesi a Martusciello il perché e lui mi disse che Esposito aveva capito e cercato di fuggire. Gli aveva sparato quando era di spalle a lui». Infine il racconto prosegue con l’incontro dei due killer con la moglie della vittima, ignara che ad ammazzarlo fossero stati proprio loro. «Mi disse che il marito era ancora vivo e che era ricoverato al Pellegrini. A quel punto noi inventammo una scusa per non andare a trovarlo», ha concluso.

La vittima era Imparentata anche con i patrizio

Antonio Orefice era anche imparentato con la famiglia Patrizio di Casavatore, un cui giovane componente fu ammazzato nel pieno della faida di camorra tra i Di Lauro e gli scissionisti: Antonio Patrizio, 25enne. Era il 31 gennaio 2005 e nella cittadina a nord di Napoli ci fu un clamoroso agguato compiuto da un commando composto da 10 finti poliziotti. In tre furono e ammanettati uccisi, tra cui il parente della vittima dell’altro ieri. Ma Antonio Orefice era soprattutto imparentato con i De Lucia ed è in quella direzione, per capire lo scenario complessivo, che gli investigatori guardano e stanno notando un attacco continuo contro di loro. Lucio De Lucia (nella foto) assassinato ad aprile 2007; il nipote Ugo (cugino e omonimo di “Ugariello”) ferito gravemente a settembre scorso; Sergio De Lucia (fratello di “capa ’e chiuove”) due volte bersaglio di agguati falliti a febbraio scorso nell’arco di 15 giorni. Una costanza senza precedenti, che avrebbe un duplice obiettivo: scalzare il clan dalle attività illecite nel rione Berlingieri e nel Perrone e al tempo steso indebolire i Di Lauro, cui sono storicamente legati i De Lucia. Il 7 febbraio scorso Sergio De Lucia fu centrato da tre colpi di pistola, un altro dei quali andò a segno all’addome. Ma l’agilità dell’uomo, che è anche zio del presunto killer di Mina Verde Ugo detto “Ugariello”, e un imprevisto impedirono che l’agguato riuscisse completamente. Quindici giorni dopo il bis, addirittura con un’irruzione in casa costata una pallottola al viso alla sua convivente. Sergio De Lucia è stato scarcerato l’anno scorso. Il 31 dicembre 2004 era finito in manette perché doveva scontare tre anni e sei mesi di reclusione per un cumulo di pena. L’uomo infatti non è mai stato accusato di camorra, pur avendo più di un precedente di polizia sul groppone. A differenza del nipote Ugo e del fratello Paolo, non è stato coinvolto nella maxi-inchiesta della procura di Napoli sui clan Di Lauro e degli “scissionisti.

Ucciso per il no agli scissionisti

Poco tempo prima, forse addirittura la mattina stessa, alcuni emissari degli scissionisti gli avevano chiesto se voleva “voltarsi”: passare con loro, abbandonando i Di Lauro. Ma la risposta di Antonio Orefice, secondo la ricostruzione fatta dagli investigatori, sarebbe stata no e così è scattata la punizione in tempi molto rapidi. Il 57enne probabilmente ha capito di essere in pericolo, ma non ha fatto in tempo a evitarlo. La svolta nelle indagini, almeno a livello di movente, è stata quanto mai veloce e ora la Dda e i carabinieri contano di risalire a mandanti ed esecutori in tempi altrettanto rapidi. Anche se la testimone del delitto, una stretta congiunta della vittima, non ha potuto aiutarli in quanto i killer hanno agito con il volto coperto da caschi da motociclista. Una precauzione utilizzata proprio perché gli assassini sapevano di poter essere riconosciuti: secondo gli inquirenti, sarebbero di Secondigliano e da una delle cittadini confinanti Dunque, Orefice è stato ammazzato dopo aver fatto sapere di non voler rinnegare i suoi legami con i Di Lauro attraverso la famiglia De Lucia. Era infatti il consuocero di Lucio De Lucia detto “capa ’e chiuove” (ucciso ad aprile dello scorso anno) nonché suocero della moglie del figlio (che ha sposato una sorella di Ugo detto “Ugariello”); una parentela stretta, a parte qualche precedente per droga e ai sospetti di aver gestito una “piazza” sotto l’influsso del clan di cupa dell’Arco negli anni scorsi. Erano le 16 e 15 quando due sicari in sella a una motocicletta sono entrati in azione in via Abate Desiderio, nel tratto che confina con Casavatore. Con il volto coperto da caschi si sono avvicinati alla Fiat Cinquecento guidata da Antonio Orefice, napoletano che abitava proprio nella strada e da poco era uscito di casa, precedenti per droga e sospettato di aver gestito negli anni della faida una “piazza” per conto dei congiunti e dei Di Lauro. Affianco a lui c’era una congiunta 24enne, incensurata ed estranea agli ambienti di malavita. A fare fuoco è stato un solo killer, che ha centrato il bersaglio designato con un solo proiettile alla nuca. Antonio Orefice ha abbassato il capo sul seggiolino senza avere nemmeno il tempo di gridare, anche se istintivamente ha avuto la forza di frenare. Mentre gli assassini fuggivano, la giovane donna in preda alla disperazione è scesa dalla vettura ed è andata dall’altro lato. Ha spostato il corpo del padre e ha guidato fino al San Giovanni Bosco più velocemente possibile. All’arrivo al pronto soccorso il 57enne era ancora vivo, ma non ce l’ha fatta e pochi minuti dopo è deceduto. Le indagini sono scattate immediatamente e sono portate avanti dai carabinieri del Nucleo investigativo dei carabinieri (colonnello Gerardo Iorio, capitano Lorenzo D’Aloia), con il coordinamento della procura antimafia del procuratore aggiunto Franco Roberti.

Dopo l'arresto di Cervone gli Aprea allo sbando

Assorbito il duro colpo ricevuto con l’arresto del reggente, Gaetano Cervone (nella foto), il clan Aprea rinserra le fila anche e soprattutto per non lasciare spazi alle cosche avversarie, in questo caso i Celeste-Guarino. Fino a tre giorni fa, il quarantenne cognato dei fratelli Aprea assicurava un’azione di continuità con i vertici in carcere. Dopo la sua cattura, ipotizzano gli investigatori, qualcosa potrebbe cambiare. Una cosca allo sbando, dunque? Anche se l’attuale quadro criminale lo farebbe pensare, invece, dovrebbe essere il contrario. Questi sodalizi malavitosi hanno dimostrato che, nonostante, i contraccolpi subiti da inquirenti, investigatori con i numerosi arresti, e dai nemici con agguati ai danni di familiari ed affiliati, sono in grado di ricompattarsi, di riorganizzarsi. L’interrogativo che si starebbero ponendo gli “007” della Squadra Mobile di Napoli (coordinata da Vittorio Pisani) è su chi cadrebbe la scelta di reggere il clan. Al momento, non ci sarebbero nomi tali o personaggi di grossa caratura che possa accollarsi un ruolo del genere. Nei prossimi giorni, la situazione potrebbe essere più chiara. Gaetano Cervone è stato stanato nella sua abitazione, al corso Sirena, roccaforte della cosca degli Aprea, gruppo che gestisce i traffici illeciti nel quartiere Barra. Era latitante, dal 29 febbraio scorso. Quel giorno il pluripregiudicato fece perdere le sue tracce per sottrarsi alla notifica della misura di sicurezza della casa di lavoro, per un durata di 2 anni. Provvedimento disposto dalla Procura della Repubblica di Napoli. L’uomo aveva violato, le prescrizioni imposte dalla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di polizia con obbligo di soggiorno nel comune di Napoli, provvedimento a cui era sottoposto dal 22 settembre 2006. La casa-covo è stata individuata dagli agenti della sezione antirapina (diretta da Fulvio Filocamo).

Uno dei Prestieri doveva morire

«“Ciccio ’o ’nfamone” deve uccidere Antonio Prestieri». Una frase inequivocabile, registrata da una microspia durante un colloquio in carcere tra una donna e un detenuto. I due (la madre del 17enne arrestato dai carabinieri la settimana scorsa per l’omicidio di Gennaro Nitrone con movente passionale e l’altro figlio, prossimo alla scarcerazione e quindi interessato a ciò che avveniva a Secondigliano) parlavano liberamente di fatti in cui non erano coinvolti. E così gli inquirenti hanno aggiunto un ulteriore tassello alle indagini sul clan Abbinante, che aveva chiesto agli Amato-Pagano di uccidere un componente della famiglia Prestieri per vendetta. Come contropartita, come già emerso a novembre scorso, gli ex scissionisti chiesero la testa di Giovanni Moccia, Giovanni Carputo e Giovanni Piana. Quest’ultimo, unico sfuggito alla morte, si è pentito e sta vuotando il sacco contro gli amici di un tempo. Dunque, il sicario cui avevano pensato gli Amato-Pagato per assassinare uno dei Prestieri era un uomo chiamato “Ciccio ’o ’nfamone”, non ancora identificato dalla Procura (anche se va sottolineato che il reato non è stato commesso). Alla base, secondo la Dda, ci sarebbe il desiderio del ras latitante Guido Abbinante che voleva vendicarsi dei Prestieri per l’omicidio di un cognato: Massimiliano De Felice, imparentato anche con i Notturno. Un doppio colpo messo a segno con un solo agguato dal clan Di Lauro il 28 novembre 2004 e che il fratello del boss Raffaele, detto “Papele ’e Marano”, attribuiva al clan del rione Monterosa. Ecco la ricostruzione del collaboratore di giustizia. «Ho saputo del contenuto dell'incontro sia da Abbinante Guido che da Esposito Giovanni. All'incontro erano presenti Abbinante Guido, Amato Raffaele detto “’o Lello” il capo del clan, Pagano Cesare ossia il cognato dell’Amato che comanda il clan degli scissionisti quando l’Amato è in Spagna; erano presenti altri scissionisti di fiducia dei capi ma non mi furono detti i nomi ne io li chiesi. Era presente per il nostro gruppo anche Esposito Giovanni che non parlò essendo presente Guido Abbinante che è un capo. Guido chiese ad Amato ed a Pagano di eliminare il gruppo dei Prestieri perché questi, durante la faida, si erano resi responsabili dell’omicidio del cognato di Guido Abbinante. I capi degli scissionisti dissero a Guido che presto gli avrebbero fatto un regalo. La richiesta riguardava il gruppo ristretto dei Prestieri costituito da Tommaso Prestieri, fratello di Raffaele, Antonio detto “il nano”, nipote di Tommaso e figlio di Raffaele, Antonio Pica che è il figlio della sorella di Raffaele Prestieri, ossia di Anna e di Franco Pica, Nicola Todisco, killer di fiducia della famiglia Prestieri, Magri Gennaro soggetto prima affiliato al sottogruppo degli Abbinante e poi passato ai Prestieri dopo la faida». Naturalmente va precisato che le persone tirate in ballo dai pentiti devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria e ovviamente anche a qualunque ipotesi di reato.

venerdì 14 marzo 2008

L'OMICIDIO DI ANTONIO OREFICE

Trucidato mentre era in auto con la figlia,i killer lo anno sorpreso a pochi passi dalla sua abitazione freddandolo con un solo colpo di pistola alla nuca con assoluta precisione e sangue freddo,cosi' si e' consumato l'ennesimo agguato di camorra nel quartiere di secondigliano dove dall'inizio dell'anno gli omicidi di camorra solo a secondigliano passano a 6.Forse ANTONIO OREFICE 57enne non si aspettava di morire finendo nelle grinfie dei suoi carnefici scissionisti o dilauriani,ormai l'eco di questi 2 eserciti in guerra da ormai 5anni echeggiano in ogni agguato e scontro che succede nel quartiere di secondigliano dove i colpi di coda le vendette l'odio e il rancore non sembrano mai finire.ANTONIO OREFICE non era un personaggio importante malavitosamente parlando,l'unica colpa forse da attribbuire e' il fatto che il figlio si e' sposato la sorella di UGO DE LUCIA il boia di GELSOMINA VERDE trucidata e data alle fiamme nel pieno scontro tra i di lauro e gli scissionisti,ma forse l'agguato va letto anche in un altra guerra di camorra che sta in fermendo ormai da diversi mesi,la nuova scissione di GIOVANNI CESARANO,i BOCCHETTI i fratelli SACCO e i FELDI che ultimamente anno attaccato frontalmente quello che resta della famiglia di lauro prendendo il pieno controllo militare ed economico del rione berlingieri rimasto per piu' di un decennio nelle mani della famiglia DE LUCIA con il benestare dei DI LAURO,una guerra all'interno di un altra guerra.La gente ormai si chiede quando finira' questo eccidio che si protae ormai da 5 lunghi anni.........

NUOVO AGGUATO A SECONDIGLIANO

Ancora un agguato di camorra oggi pomeriggio nel quartiere secondigliano,ad essere ammazzato stavolta e' toccato ad ANTONIO OREFICE 57enne mentre era in auto con la figlia,i killer forse 2 anno agito con assoluto sangue freddo freddandolo con un solo colpo di pistola dietro alla nuca.Antonio orefice per gli inquirenti non e' un personaggio da primo piano all'interno della mala vita,ma il figlio si e' sposato con la sorella di UGO DE LUCIA e forse anche questo ennesimo omicidio rientrerebbe nella famigerata faida di scampia tra i di lauro e gli scissionisti,ma c'e' anche un altro aspetto da valutare,la rottura tra i de lucia e i feldi alleati con i bocchetti e i sacco che ultimamente sembrerebbe abbiano preso il possesso degli affari illeciti nel rione berlingieri..........

Omicidio, arresto bis per Luciano Sarno


un’altra tegola che piove sulla testa di Luciano Sarno, 39enne ras dell’omonimo clan di Ponticelli che negli ultimi due anni ha collezionato una raffica di disavventure giudiziarie: prima l’arresto in Francia per un documento falso, poi un anno di casa di lavoro e ora l’accusa di essere il mandante di un omicidio avvenuto a Volla nel corso della guerra con i Veneruso. Ieri mattina i carabinieri gli hanno notificato nel carcere di Favignana (in provincia di Trapani) l’ordinanza di custodia cautelare che fa riferimento all’agguato costato la vita a Carlo Amico, il 26 marzo 2006. Per lo stesso reato sono indagati anche Pasquale Sarno, suo congiunto, e altre tre persone con presunti ruoli di mandanti o esecutori materiali (fermo restando per tutti ovviamente, la presunzione d’innocenza). Difeso dall’avvocato Antonio Abet, Luciano Sarno ha ricevuto la notifica del provvedimento restrittivo sulla base di un “procedimento suppletivo d’estradizione” dalla Francia dopo quello della casa di lavoro. Per l’omicidio di Carlo Amico è indagato insieme con Pasquale Sarno, Paolo Di Grazia, Giuseppe Piscopo e Gennaro Gallucci: lui e i primi due quali presunti mandanti, gli altri due come esecutori materiali. Il commando di sicari provocò la morte di Carlo Amico, esplodendo contro l’uomo una raffica di colpi d’arma da fuoco calibro 9 che lo centrarono in varie parti del corpo. Agli indagati è stata anche contestata l’aggravante dell’”aver agito in almeno cinque persone riunite, con premeditazione (predisponendo un dettagliato piano d’azione, con ripartizione di compiti e ruoli) e per abietti motivi di supremazia camorristica, nonché avvalendosi delle condizioni di cui all’articolo 416 bis e al fine di agevolare e rafforzare la strategica alleanza delle organizzazioni camorristiche di rispettiva appartenenza, e segnatamente il “clan Sarno”, il “clan Piscopo”, il “clan De Sena” e il “clan Di Grazia”. Secondo l’accusa gli indagati sono pure responsabili, sempre in concorso tra loro e con gli stessi ruoli, di aver detenuto illegalmente e trasportato in luogo pubblico una pistola calibro 9, utilizzata per l’omicidio, e un’arma automatica che Carlo Amico aveva con sé e che gli era stata tolta. Luciano Sarno è finito nel mirino degli inquirenti, insieme con Pasquale Sarno, Paolo Di Grazia, Giuseppe Piscopo, Gennaro Galucci, Giovanni Giovanni, Michele Pepe, Francesco Paccone, Francesco Di Grazia, Luciano Cantone, Riccardo Di Grazia, Mario Sacco, Salvatore Di Domenico e Salvatore Mottola per aver occultato il cadavere di Carlo Amico, sotterrandolo in un fondo situato in località “Cimitero” nel comune di Carinaro, in provincia di Caserta, trovato poi il 7 marzo 2006. naturalmente anche per questa ipotesi di reato gli indagati devono essere ritenuti estranei ai fatti contestati fino a prova contraria

Fermi al gip 400 arresti di camorra

Quattrocento richieste di arresto per altrettanti esponenti di clan di camorra pendono presso l’ufficio Gip del tribunale di Napoli. Mentre all’orizzonte si profila il rischio di una “guerra totale” tra i due maggiori cartelli malavitosi partenopei. È lo scenario tratteggiato nella relazione annuale della Direzione nazionale antimafia. Il capitolo che riguarda il distretto di Corte d’appello di Napoli (pari all’intera Campania con l’esclusione della sola provincia di Salerno) è stato scritto dall’allora procuratore aggiunto della Dna Lucio Di Pietro (da pochi giorni diventato procuratore generale a Salerno). Una quindicina di pagine dense di dati e di analisi. Che si concludono con una affermazione pessimistica: nonostante gli sforzi ed i successi di magistratura e forze dell’ordine, i clan di camorra sono sempre più attivi. quattrocento persone da arrestare Nel periodo preso in esame dalla relazione (1 luglio 2006-30 giugno 2007) «sono state richieste ordinanze di misure cautelari nei confronti di circa 400 persone, allo stato all’esame del gip». Di questi, la relazione cita in particolare il caso di una inchiesta «concernente un rilevante gruppo criminale operante nell’intera provincia di Caserta, inserito nel clan dei Casalesi» per la quale pende al gip «una richiesta di emissione di misura cautelare in carcere nei confronti di 68 persone». E si tratta soltanto dei procedimenti della Direzione antimafia. Chissà a quanto ammontano le richieste di arresto complessivamente in lavorazione all’ufficio gip di Napoli, che si conferma un imbuto dove si bloccano molte delicate indagini della Procura di Napoli. La circostanza fu lamentata davanti alla Commissione antimafia già nel 2002 dall’allora Procuratore Agostino Cordova, cosa che gli valse una sollevazione dei magistrati napoletani e relativa incolpazione per incompatibilità ambientale davanti al Csm. Più recentemente sono stati anche l’attuale Procuratore Giovandomenico Lepore e il coordinatore della Dda Franco Roberti a sollevare il problema (fortunatamente, stavolta, senza conseguenze disciplinari). La lentezza di decisione, come ha spesso ribadito il coordinatore dei gip, Renato Vuosi, è causata dalla inadeguatezza dell’organico dell’ufficio. La soluzione, quindi, dipende da ministero della Giustizia e Csm. banche e commercialisti collusi con la camorra Un altro capitolo inquietante della reazione della Direzione nazionale antimafia, riguarda i cosiddetti “colletti bianchi”, la faccia pulita ed insospettabile della camorra. Scrive Lucio Di Pietro: «Peculiare tendenza dei gruppi camorristici è quella di intessere collegamenti con titolari di istituti di credito, dottori commercialisti ed altri professionisti, in grado di porre in essere operazioni di occultamento di illeciti capitali e, quindi, di reimpiego di essi in attività solo formalmente legali, anche a mezzo di un loro trasferimento all’estero, mediante operazioni commerciali trasnazionali». Direttori di banca, commercialisti e altri liberi professionisti, dunque, inseriti a pieno titolo nei business della camorra. Un aspetto che evidentemente è posto sotto attenzione dalla Procura di Napoli, ma che non ha ancora portato a misure cautelari o processi.Probabile, dunque, che ci sia da attendersi nell’immediato futuro novità eclatanti. Clan divisi, si rischia la “guerra totale” Secondo la Direzione nazionale antimafia, l’attuale situazione di frammentazione dei cartelli camorristici egemoni a Napoli comporta un elevato rischio di uno scontro senza precedenti, pari solo a quello che agli inizi degli anni ‘80 vide contrapposti la Nco e la Nuova Famiglia. In particolare, la Dna individua due «confederazioni criminali» tra di loro contrapposte: la “Alleanza di Secondigliano” (Licciardi, Bocchetti, Contini, Mallardo) e la confederazione di Napoli centro (Misso, Pirozzi, Mazzarella, Sarno). Ebbene, scrive il procuratore aggiunto Lucio Di Pietro, «La precarietà degli equilibri attualmente esistente (si sono registrati altri segnali di rottura fra le due confederazioni nel corso degli ultimi tre anni, con un tentativo di espansione del cartello facente capo alla famiglia Misso) e, soprattutto, l’arresto di numerosi esponenti di vertice e di gregari di entrambi i cartelli, possono generare una devastante guerra fra le due grandi organizzazioni, pari a quella che caratterizzò la provincia di Napoli nei primi anni ‘80, con il conflitto fra la c.d. Nuova Camorra Organizzata, facente capo a Raffaele Cutolo (unico esempio, in Campania, di organizzazione di tipo assolutamente verticistico) e la confederazione criminale denominata Nuova Famiglia».

martedì 11 marzo 2008

La cosca spaccata in ‘pacifisti’ e ‘guerrafondai’

Paolo Di Lauro detto Ciruzzo ’o
millionario, Rosario Pariante detto chiappariello,
Raffaele Abbinante detto Papele di Marano, Enrico
D’Avanzo detto Enricuccio. Tutti iniziarono la
loro carriera insieme negli anni Ottanta. Erano al
fianco di Aniello La Monica e gestivano il malaffare
di quella parte di Secondigliano che, ancora oggi, è
meglio conosciuta come ’mmiez all’Arco. Guardavano
i grandi boss, erano legati alla Nuova Famiglia di
Alfieri, ordinare stragi e massacri pur di conquistare
il potere su tutto il Napoletano. Conoscevano anche i
pezzi da novanta della Cupola, quella mafiosa. Un
manipolo di malavitosi di notevole carisma, quei
pochi che potevano usare il tu con personaggi di spicco
della criminalità organizzata siciliana: da Michele
Zaza, Michele Greco, Pippo Calò, Salvatore Enea
e i fratelli Pippo e Alfredo Bono. Erano insieme
anche quando decisero di organizzarsi e di iniziare a
gestire in “proprio” gli affari dopo la morte di Aniello
La Monica, ucciso in un agguato camorristico.
Erano tutti legati da un percorso professionale molto
simile. Addirittura Enricuccio è anche cognato di Di
Lauro. Ma la cosca diretta dal superboss Ciruzzo ’o
milionario non è rimasta indenne dai colpi inferti
dalla concorrenza. Che in settori del genere non va
tanto per il sottile. E si sa. “L’organizzazione - si
legge nelle carte della procura - visse un momento di
crisi nel 1992, in occasione della scissione portata
avanti dall’ex capozona di Mugnano, Antonio Ruocco,
che determinò una escalation di gravi fatti di sangue,
culminati nella famosa strage del bar Fulmine
del maggio 1992”. Nel ’97 a Secondigliano si registrò
una serie impressionante di omicidi, che determinarono
la decimazione della cosca di Francesco
Fusco. Dopo la faida di Secondigliano che segnò la
vittoria degli ‘scissionisti’ sui Di Lauro, gli Abbinante
si divisero in ‘falchi’ e ‘colombe’. I vertici del clan
fecero una richiesta precisa agli spagnoli di Amato:
eliminare mandanti ed esecutori dell’omicidio di un
loro congiunto, Enrico Mazzarella, cognato di
Guido Abbinante. Gli scissionisti non si tirarono
indietro, ma chiesero una contropartita. Sostanziosa.
Eliminare tutte le colombe che all’interno del gruppo
Abbinante si opponevano a spargere altro sangue. Ed
è in questo contesto che sarebbero maturate le esecuzioni
di Giovanni Moccia e quella solo tentata di
Giovanni Piana. Ma anche l’omicidio di Giuseppe
Carputo (il cui corpo fu trovato carbonizzato a Villarrica
qualche ora prima dell’agguato a Moccia) non
dovrebbe sfuggire, secondo gli inquirenti, a questa
logica. Una promessa mantenuta dunque. Le orecchie
dell’Antimafia ascoltarono, il giorno dopo l’omicidio
di Moccia, una telefonata in cui gli scissionisti
parlavano di un regalo da fare agli Abbinante. Per
gli investigatori il dono, risiede in quel del rione
Monterosa. Lì si nasconderebbero i mandanti dell’omicidio
Mazzarella. Quella promessa non è stata
ancora mantenuta. Merito degli uomini dell’Arma
che hanno stroncato una nuova faida proprio sul
nascere. Il dono infatti, non sarebbe stato a guardare.
Gli Abbinante in seguito fuggirono da Secondigliano,
dal rione Monterosa che è sempre stato il loro
quartier generale. Fuggiti per paura, la paura di ritorsioni.
Quando il gruppo Amato-Pagano si disse
disposto ad uccidere chi il 4 dicembre del 2005 aveva
eliminato Enrico Mazzarella, gli Abbinante fecero
le valigie e cambiarono casa. Marano fu la loro
nuova dimora. Un trasferimento dettato dalla necessità
e dalla consapevolezza che i responsabili del
delitto Mazzarella, una volta puniti, avrebbero cercato
vendetta. E la vendetta sarebbe stata anche facile
da portare a termine considerato che gli Abbinante
erano vicini di casa dei bersagli designati. Allora,
meglio cambiare aria.

omicidio nitrone

Quel tragico lunedì
diciassette settembre gli riservarono
una fine da boss. Eppure Gennaro
Nitrone (nella foto) ventiquattro
anni aveva soltanto piccoli precedenti
per spaccio di droga ed evasione
dai domiciliari. Il padre Raffaele
fu arrestato nel 2005 assieme
ad altri personaggi ritenuti vicini al
clan Di Lauro. Era il 7 maggio.
Tre “capipiazza” agli ordini del
clan Di Lauro furono arrestati dai
carabinieri della compagnia Stella.
In manette per detenzione di arma
clandestina e di stupefacenti finì
anche Raffaele Nitrone, allora
45enne pregiudicato, padre di Gennaro.
Il trio, che gestiva lo smercio
di stupefacenti nel rione denominato
Comparto H che si trova in via
Antonio Labriola, fu trovato in possesso
di una pistola semiautomatica
calibro 7,65 con matricola abrasa e
6 cartucce nel caricatore,
un grosso quantitativo
di droga tra
eroina, cocaina, crack
e marijuana e circa
10mila euro in contanti,
provento di un
sola serata di spaccio.
Gennaro, con molta
probabilità, conosceva
chi lo ha ucciso. E
le indagini ieri, pertnato,
hanno preso una svolta. Lo
‘specchiettista’ che accompagnò la
vittima ‘a morire’, lo scorso settembre
è stato rintracciato ed arrestato.
La sicurezza che avesse un
appuntamento con i quelli che si
sarebbero rivelati i suoi sicari, gli
inquirenti l’hanno sempre avuta.
Fin dalle ore seguenti il delitto
avvenuto in una traversa ‘cieca’ di
via Fratelli Cervi a Scampia. Quell’omicidio
non maturò negli
ambienti dello spaccio: la punizione
esemplare riservatagli dai killer
forse dovuta a motivi passionali.
Gennaro Nitrone non era un personaggio
di spicco della malavita
organizzata della periferia nord est
di Napoli, seppur frequentasse quegli
ambienti. Il 24enne ucciso l’anno
scorso si vedeva ‘stabilmente’
in un bar al quadrivio di Arzano. Il
quadro delle indagini riguardanti
quell’omicidio stanno arrivando al
punto finale: chi ha sparato dovrebbe
avere le ore contate, il presunto
‘accompagnatore’ della vittima è
stato acciuffato ieri. Resta da confermare
il movente: un delitto
maturato sì in ambienti malavitosi,
ma non strettamente collegato a
‘sgarri’ inerenti i traffici illeciti.
Nitrone fu ammazzato come un
boss, ma non lo era. Cadde sotto il
fuoco nemico in una tragica serata
di settembre: cinque colpi esplosi,
forse, per vendetta.

Fu attirato in trappola nitrone

Attirato in una trappola
e ucciso. Questa la dinamica
dell’omicidio in cui perse la vita
lunedì diciassette settembre
(2007) il 24enne Gennaro Nitrone.
Fu ucciso con cinque colpi di
pistola semiautomatica lunedì
sera in un traversa di via Fratelli
Cervi. Le indagini furono affidate
agli uomini della sezione Omicidi
della squadra mobile di Napoli -
guidati dal dirigente Morelli - ma
la competenza territoriale fu
degli esperti investigatori del
commissariato Scampia, che riuscirono
in sole 24 ore a ricostruito
la dinamica dell’agguato.
Quella traversa di via Fratelli
Cervi era un posto inusuale per
commettere un delitto, con il
rischio di rimanere in trappola
perché il vialetto che porta all’istituto
‘Virgilio’ è cieco. Dunque
Gennaro con molta probabilità
aveva un appuntamento con chi
poi lo ha ucciso. Con un’altra
certezza: Nitrone non fu ammazzato
per il nome che aveva, nè
tantomeno per ciò che faceva. I
sicari lo raggiunsero mentre era
in sella al suo Honda Sh 125.
Sarebbero giunti sul posto in
sella a una moto, ma il commando,
quasi certamente, era spalleggiato
da una seconda moto o da
un’auto in funzione di copertura.
Gli assassini, probabilmente, lo
avevano seguito fino dalla zona
dei “Sette palazzi”, dove il ragazzo
abitava, o ne conoscevano alla
perfezione le abitudini. Il 17enne
arrestato ieri, poi, ha fatto il
resto: lo ha accompagnato a
‘morire’. Quando hanno aperto il
fuoco contro di lui a colpi di
pistola, il giovane non ha avuto
alcuna possibilità di mettersi in
salvo e, forse, non ha fatto nemmeno
in tempo a capire che cosa
stesse avvenendo. Probabilmente
non se lo aspettava. La sequenza
è durata pochi minuti. Numerosi i
colpi esplosi. La gente, uditi gli
spari, cercava di fuggire dal
luogo dell’agguato o di mettersi
al riparo. Cinque proiettili, come
si è detto, hanno raggiunto Nitrone
alla testa, uccidendolo all’istante.
Ucciso come un boss
acnhe se non lo era.
Nitrone non era né un capopiazza,
né un personaggio dotato di
un passato criminale tale da giustificare
l’esecuzione in grande
stile effettuata da due killer la
sera del diciassette settembre
2007. Faceva da ‘palo’ in una
piazza dello spaccio. Cadde nei
pressi della scuola Virgilio: solite
scene, ragazzini coi telefonini ad
immortalare la scena del delitto e
il pianto straziante dei parenti.

lunedì 10 marzo 2008

Delitto Nitrone, preso un 17enne

Diciassette anni, figlio di un
boss del clan degli scissionisti, accompagna
un suo amico all’appuntamento con
la morte. Con l’inganno lo porta dove lo
attende un killer che deve eseguire una
condanna. Porta la vittima nel luogo stabilito
per l’esecuzione: l’obiettivo è un
ventiquattrenne di Scampia; si chiamava
Gennaro Nitrone: ‘professione’, palo
nelle piazze dello spaccio. Viene ucciso il
17 settembre del 2007 in via Fratelli
Cervi. Ieri il ragazzo, autista in un commando
di morte, è stato arrestato dai carabinieri
del Nucleo Investigativo che fin
dall’inizio non hanno creduto, per l’uccisione
di Gennaro Nitrone, alla matrice
strettamente camorristica, uccisione direttamente
collegabile alla faida di Secondigliano-
Scampia. Il killer che uccise Nitrone
ed il suo giovane accompagnatore
ebbero probabilmente l’ordine di uccidere
il giovane pregiudicato che per gli scissionisti
faceva il palo in una piazza dello
spaccio perché aveva una relazione con la
moglie di in boss detenuto. Quindi, la
faida e la droga nulla hanno a che fare con
la tragica morte di Gennaro Nitrone. Non
fu ucciso, quindi, per uno sgarro e nemmeno
per una partita di droga non pagata
ma per ben altri motivi: Gennaro Nitrone
aveva una relazione con la moglie di un
malavitoso di Scampia detenuto e pagò
con la morte l’affronto fatto forse ad un
boss. Va detto che il ragazzo arrestato ieri
dai carabinieri avrebbe negato questa circostanza
dicendo che chi ha ucciso Nitrone
lo ha fatto soltanto per l’amicizia con il
detenuto tradito dalla moglie. Sul killer
che uccise Nitrone nulla è stato detto e nei
suoi confronti non è stato ancora emesso
alcun provvedimento restrittivo. In sede
investigativa si conoscono i fatti, ma non
si hanno ancora le prove. Qualcosa l’ha
detta il diciassettenne della “famiglia
malavitosa” degli Abbinante: il padre è
detenuto, i carabinieri ora indagano per la
ricerca dei riscontri oggettivi. Le indagini
che hanno portato alla scoperta della
verità su uno dei più efferati delitti di
Secondigliano, (se è vera la storia della
relazione è il movente che sconcerta), non
collegabile alla faida, sono state fatte dal
capitano D’Aloia e coordinate dal comandate
del Nucleo Investigativo del Comando
Provinciale dei carabinieri. Il diciassettenne,
uno dei giovani della famiglia
Abbinante, è stato arrestato ieri pomeriggio
nei pressi della sua abitazione. E’
accusato di omicidio e detenzione illegale
di arma da fuoco. Era già noto alle forze
dell’ordine già prima che si ebbero i
sospetti per la sua partecipazione alla
uccisione di Gennaro Nitrone: nei suoi
confronti è stata firmata una ordinanza di
custodia cautelare in carcere emessa dal
giudice per le indagini preliminari presso
il Tribunale per i minorenni. E’ stato rinchiuso
nel carcere minorile di Nisida. Nel
corso delle prime indagini, dopo l’uccisione
di Nitrone, si ipotizzò che fosse stato
aggiunto un altro anello alla catena di
morte per la faida dei Di Lauro contro gli
scissionisti, capeggiati dalle famiglie
malavitose degli Amato, dei Pagano,
degli Abbinante ed altre. Nei giorni scorsi,
nella fase conclusiva delle investigazioni,
nel riascolto delle intercettazioni
telefoniche e forse con qualche ammissione
nel comparto dei giovani pusher di
Scampia, si è arrivati alla verità. I carabinieri
hanno accertato che il giovane arrestato
ieri ben conosceva Gennaro Nitrone
da lui spesso contattato nella piazza dove
faceva il palo per una banda di spacciatori.
Era suo amico, non dovette faticare
molto per convincerlo a seguirlo intimorito
anche per la appartenenza del giovane
arrestato ad Antonio e Raffaele Abbinante
detto “Papele e Marano”.

Agguato a Scampia,22nne in fin di vita

Fuoco sugli ‘scissionisti’
ieri sera a Scampia. I killer gli sparano
a bruciapelo alla testa e all'addome
per ucciderlo: tanto che i poliziotti lo
danno per morto. Lo trovano disteso a
terra in via Labriola davanti al civico
8 H. Immobile in una pozza di sangue.
Sono convinti che sia deceduto.
Poi arriva un'ambulanza: il ragazzo
respira ancora e viene trasportato con
la massima urgenza all'ospedale Cardarelli.
Giuseppe Grassi è ricoverato
in imminente pericolo di vita. Il
22enne risiede in via Duca degli
Abruzzi nel quartiere di Secondigliano.
Ma per gli investigatori dell'Arma
si era trasferito a Scampia, dopo la
scissione con i Di Lauro (per evitare
le vendette del clan). Via Duca degli
Abruzzi è nel regno dei dilauriani, un
terreno troppo esposto dopo il passaggio
nelle fila dei “ribelli”. Questa è la
prima ipotesi degli inquirenti a poche
ore dall'agguato in via Labriola: dietro
all'agguato di ieri ci sarebbe un colpo
di coda della faida. Sull'assalto di
fuoco indaga il nucleo investigativo
dell'Arma.
I fatti: i colpi di pistola vengono uditi
da alcuni residenti in via Labriola alle
19 e 45. I primi a giungere sul posto
sono i carabinieri. Giuseppe Grassi è
sull'asfalto in una pozza di sangue
davanti al civico 8 H, isolato 5. I militari
raccolgono alcune testimonianze
per ricostruire la dinamica: il 22enne
era a piedi, quando è stato crivellato
di proiettili. I killer sono entrati in
azione a pochi centimetri da un'auto
in sosta. La vittima potrebbe aver cercato
riparo dietro ad una Fiat Punto.
Ci sono indagini in corso per risalire
al proprietario della macchina. Ma
nessuno in via Labriola ha visto i killer
sparare. I militari isolano il luogo
dell'agguato e allontanano i curiosi
(decine di ragazzi premono contro il
cordone delle forze dell'ordine per
avvicinarsi alla persona ferita). Intanto
giungono sul posto anche i poliziotti.
Giuseppe Grassi è a terra,
immobile in una pozza di sangue. E'
stato ferito dai proiettili alla testa e
all'addome. Sembra privo di vita.
Tanto che nei primi minuti si parla di
persona sparata e deceduta in via
Labriola a Scampia. Ma dopo cinque
minuti giunge l'ambulanza del 118. I
medici controllano le condizioni del
ragazzo: ha ferite gravissime al capo e
all'addome, ma respira. Viene trasportato
con la massima urgenza al pronto
soccorso dell'ospedale Cardarelli.
Non è stato ancora identificato. Così
il primo passo dei carabinieri è dare
un nome al giovane ferito. Nella tasca
dei jeans ha la carta d'identità del fratello
19enne incensurato. I medici gli
trovano addosso il documento di riconoscimento
e comunicano alle forze
dell'ordine il nome del ragazzo incensurato.
I militari avvertono i familiari.
E alle 20 Scampia diventa un terreno
di fuoco. La notizia è che hanno sparato
al fratello incensurato di uno scissionista.
Una persona estranea alla
faida. Hanno crivellato di colpi un
19enne incensurato, solo perché fratello
di una persona vicina agli scissionisti.
I carabinieri e i poliziotti
notano decine di auto e motorini partire
alle 20 e 30 alla volta dell'ospedale
Cardarelli. Gli agenti devono correre
in aiuto dei militari per blindare il
drappello di polizia. Sul fronte opposto
una ventina di persone assedia il
pronto soccorso. Il dolore e la rabbia
dei familiari echeggiano nella sala
accettazione della prima emergenza.
Urla di disperazione giungono ai
medici fin dentro il reparto del pronto
soccorso.
Solo mezz'ora più tardi avviene il
riconoscimento dei parenti: in via
Labriola è stato ferito Giuseppe Grassi,
ritenuto dagli inquirenti vicino al
clan degli scissionisti. La tensione in
corsia cala. E la situazione torna sotto
il controllo delle forze dell'ordine. Un
equivoco legato al fatto che Giuseppe
Grassi portava in tasca il documento
del fratello, spiegheranno i carabinieri
più tardi.
Ora il 22enne è ricoverato in ospedale
in imminente pericolo di vita. Due
pallottole lo hanno ferito al capo e
all'addome e ha perso molto sangue. I
medici del Cardarelli si riservano
sulla prognosi. Intanto i carabinieri
ascoltano alcuni residenti in via
Labriola. Raccolgono pochi elementi
per ricostruire la dinamica dell'agguato
(nessun dettaglio per rintracciare i
killer). Perciò l'attenzione degli investigatori
si concentra sulle modalità
dell'esecuzione sul luogo dell'agguato:
l'elevato volume di fuoco e la precisione
dei sicari fa pensare ad un'azione
di “professionisti”. Chi ha fatto
fuoco ha mirato alla testa e all'addome
per uccidere Giuseppe Grassi
(nessun avvertimento). E non ha sprecato
un colpo. Il corpo del 22enne è
stato rinvenuto sull'asfalto affianco ad
una vettura parcheggiata. La prima
ipotesi a caldo degli inquirenti è una
rappresaglia legata alla faida tra i Di
Lauro e i “ribelli”. Giuseppe Grassi è
residente in via Duca degli Abruzzi
(territorio controllato dai dilauriani).
Ma risulta vicino al clan degli scissionisti
e gli investigatori dell'Arma non
escludono che si sia trasferito a Scampia,
dopo l'allontanamento dal gruppo
dei Di Lauro. Seconda pista battuta
dagli investigatori è la punizione per
uno “sgarro”, che avrebbe commesso
il 22enne. Un errore fatale.

Rivolta per difendere due pusher

Si sono appostati e senza farsi notare hanno visto come il pusher e la “vedetta” avevano organizzato la “piazza” di spaccio, blindata da un cancello di ferro con un’unica fessura, in una palazzina di via Arcangelo Ghisleri, uno dei droga-shop più grandi di Scampia e quindi del mondo. E quando hanno capito di poter beccare i due malviventi sono entrati in azione e li hanno catturati, ancora con la dosi di droga addosso. Ma, come sempre più spesso avviene, ad una parola d’ordine degli arrestati, gli agenti sono stati circondati da una cinquantina di persone che hanno ostacolato l’operazione di polizia consentendo ad uno degli arrestati di scappare e fare perdere le sue tracce. Un brutto quarto d’ora per il i poliziotti di due Volanti del commissariato Scampia, che però hanno saputo tenere i nervi saldi e riprendere in mano la situazione sebbene malmenati. In tre sono rimasti contusi ma solo uno ha fatto ricorso alle cure in ospedale: guarirà in tre giorni. Per il momento le manette sono scattate ai polsi di Ciro Ardimento, 37enne, residente proprio in via Arcangelo Ghisleri, accusato di spaccio e detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente, lesioni, oltraggio, minacce e resistenza a pubblico ufficiale in concorso con il complice che è scappato e che è stato denunciato in stato di irreperibilità per gli stessi reati. Gli “007” lo hanno riconosciuto, la sua cattura è solo questione di ore. Ma gli agenti stanno anche cercando di identificare i facinorosi che hanno ostacolato l’operazione, un compito alquanto arduo vista anche la particolare conformazione dei palazzoni di cemento di quella zona di Scampia. Nel corso del repulisti gli investigatori hanno anche sequestrato 148 dosi di stupefacenti tra eroina e cocaina, “roba” che avrebbe fruttato non meno di 4.500 euro. Durante il blitz, inoltre, non sono stati sequestrati soldi, segno che oltre alla “vedetta” e al pusher c’era anche un addetto all’incasso, che probabilmente è scappato all’arrivo della polizia. Il blitz è scattato quando i poliziotti, impegnati in un servizio di prevenzione e controllo del territorio nella zona dove le “piazze” di spaccio sono molto frequentate, hanno notato una persona ferma in atteggiamento sospetto davanti a un edificio in via Ghisleri. Gli agenti hanno deciso di monitorarlo ed hanno visto che, dopo essere stato avvicinato da alcuni giovani, li indirizzava verso un cancello, dove questi ultimi, dopo aver consegnato dei soldi utilizzando una “fessura” ricavata in un cancello di ferro, ricevevano in cambio la dose di “roba”. I poliziotti senza essere notati sono riusciti abilmente ad introdursi nello stabile cogliendo di sorpresa la “vedetta”, che in un estremo tentativo di fuga ha cercato di chiudere il cancello e ha urlato al complice di scappare. Gli investigatori sono riusciti ad entrare lo stesso ed hanno notato Ardimento nei pressi della fessura bloccandolo poco dopo assieme alla “vedetta”. Il pusher è stato trovato in possesso delle 148 dosi tra eroina e cocaina. Ma i due uomini hanno colpito gli agenti nel tentativo di fuggire, poi hanno chiamato i “rinforzi”. In strada sono arrivate circa 50 persone che ha circondato e malmenato gli agenti consentendo alla “vedetta” di liberarsi e scappare.

lunedì 3 marzo 2008

La camorra globalizzata

Le attività collegate alla criminalità
organizzata risultano, negli ultimi
anni, in continua espansione grazie sia all’utilizzo
delle nuove tecnologie sia alla evidente
crescita economica dovuta al continuo
aumento dei proventi derivati da commerci
illeciti. Si parla di fiorenti attività nei settori
del commercio di armi convenzionali e non,
commercio di organi, mercato della droga e
della prostituzione. Il tipico modus operandi
della criminalità prevede, inoltre, che gli
introiti illeciti derivanti da attività criminose
vengano reinvestiti in attività legali facenti
capo a società gestite spesso da prestanome,
impedendo in tal modo alle autorità giudiziarie
preposte di verificare il reato ed evitando
allo stesso tempo l’applicazione delle
condanne detentive previste. Anche i rapporti
del Consiglio d’Europa in materia di
criminalità organizzata sottolineano l’alto
indice di pericolosità delle nuove organizzazioni
internazionali dedite al crimine, frutto
di accordi di cooperazione tra le differenti
mafie le quali hanno ampliato le loro attività
a livello globale abbandonando la dimensione
regionale che prima le caratterizzava. Nel
quadro delineato, gli autori descrivono infine,
attraverso maggiori approfondimenti,
l’esperienza americana e quella italiana nel
campo della legislazione volta a limitare il
fenomeno del reato di evasione fiscale in cui
tali organizzazioni incorrono conseguentemente
ai traffici operati. La criminalità organizzata
su scala transnazionale. La dicotomia
insita nelle parole “criminalità organizzata”
consiste nell’affiancare, ormai anche
nel gergo comune, due costruzioni giuridiche
tra loro antagoniste, fondate, l’una, sull’immediato
rinvio ad un atto o ad un fatto
illegale e l’altra, per converso, su un consociativismo
strutturato che, a ben vedere,
pare tipico di sistemi leciti. Cioè a dire: il
crimine, in quanto violazione al precetto
normativo, non potrebbe organizzarsi, strutturarsi
al pari di una associazione dotata di
statuto, vertici, gregari e scopi da raggiungere,
ma riferirsi esclusivamente all’individuo,
isolato in quanto tale, posto in eterno antagonismo
con il resto della società. La storia,
purtroppo, smentisce questo assunto, poiché
gli scenari globali palesano all’evidenza la
continua contrapposizione tra organizzazioni
criminali e potere legislativo -giudiziario,
tra fatti di mafia, camorra e leggi speciali,
azioni coercitive, poste in essere per fronteggiare
la cultura basale che ha innescato i
fenomeni aberranti di contiguità al potere
politico e di inquinamento delle istituzioni
in genere.

La nuova guerra, tra diplomazia e vendette

Sacco, un cognome già noto
alle forze dell’ordine che indagano sulla
mala di Secondigliano. I fratelli Sacco
sono ritenuti orbitanti attorno alla Cupola
di camorra più influente, in particolare
Gennaro Sacco, fratello di Gaetano, compare
nell’elenco degli imputati del maxiprocesso
di camorra conclusosi nella primavera
scorsa con una raffica di condanne
per il gotha della criminalità organizzata.
In quel processo, Gennaro Sacco incassò
una pesante condanna, l’ergastolo, la stessa
che i giudici della terza Corte d’assise
inflissero ai boss Gaetano Bocchetti, Giuseppe
Lo Russo, Giovanni Cesarano e
Gennaro Aprea. Al massimo della pena, in
quel processo, furono condannati inoltre,
Gennaro Russo, Carmine Botta, Giuseppe
Di Somma e Gennaro De Luca. Trenta
anni di reclusione vennero inflitti ad Antonio
Russo, ventisei anni a Paolo Di Mauro,
sedici anni di carcere a Salvatore Manco,
mentre quattordici anni di reclusione furono
sentenziati per Fabio Riso, ex esponente
della cosca di Forcella, al quale vennero
riconosciute le attenuanti della collaborazione.
Sono i Sacco i protagonisti della
nuova rivoluzione nella periferia nord di
Napoli. Una rivoluzione, ma di quelle fatte
senza armi, senza sparare. Un braccio di
ferro che ha portato a una scissione e un
nuovo assetto territoriale. Ma senza morti
ammazzati. Da una parte ci sono i Licciardi,
sopraggiunti agli scissionisti (con loro
delega) hanno dapprima amministrato, poi
hanno de ciso di gestire autonomamente
parti di territorio nella zona
a ridosso del rione Belingieri.
Dall’altra i Sacco-Bocchetti,
gruppo fiancheggiatore
e organico dell’Alleanza
di Secondigliano che ha
spiccato il gran salto ed
avrebbe del tutto estromesso
quelli della Masseria Cardone
dagli affari nella zona di
Secondigliano. In via del
cassano, ormai il gioco è a
due. Da quelle parti omai
quasi tutti quelli che facevano
parte del cartello della
Masseria sono trasmigrati nel nuovo sodalizio.
Tra questi ci sarebbero il ras Cesarano
(attualmente detenuto con l’accusa di
estorsione) e il gruppo dei Feldi, noti
anche come i tufano. La ‘campagna acquisti’
ha fatto sì che a ridosso del rione Kennedy
gli affiliati ai Licciardi si ‘dissolvessero’.
Sullo sfondo, tuttavia - raccontano
alcune voci - si staglierebbe l’ombra imponente
dei Lo Russo. I rapporti tra la Cupola
di Secondigliano e gli scissionisti, lo
scenario di camorra nella periferia a nord
di Napoli, la divisione delle aree di competenza
e degli affari tra le cosche. Antonio
De Carlo nella sua veste da collaboratore
di giustizia sta svelando ai magistrati la
storia più attuale della mala di Secondigliano.
Lo ha fatto anche tracciando un
profilo di Giovanni Cesarano, l’uomo su
cui si è concentrata l’attenzione degli
inquirenti che indagavano sul racket.
“Cesarano - sostiene il neo pentito De
Carlo - fa parte del clan Licciardi da tantissimi
anni. Proprio in virtù del suo spessore
e della sua esperienza criminale tiene
i rapporti con gli scissionisti”. Le rivelazioni
dell’ex gregario spianano la strada a
nuove piste investigative. Gli inquirenti
chiedono al pentito di chiarire, di fornire i
dettagli e quindi i riscontri. De Carlo
risponde, spiegando che solo Cesarano
aveva il peso per sedere alle tavole rotonde
e incontrare esponenti di altre organizzazioni
e racconta un episodio in particolare,
descrivendo l’incontro che Cesarano
avrebbe avuto con il nipote di ‘o Lello,
ossia di quel Raffaele Amato, che inquirenti
e pentiti indicano come il capo del
gruppo di scissionisti. “Mi riferisco - chiarisce
il neo pentito - ad alcune volte nelle
quali vi è necessità di sedare alcuni contrasti
tra ragazzi del quartiere appartenenti
agli uni e agli altri”. “Ricordo - aggiunge
- che io stesso ho accompagnato il
nipote di ‘o Lello e un ragazzo che era con
lui quando giunsero alla Masseria per
parlare con Giovanni Cesarano indirizzati
da tale Enzler o Anzler”. Recenti inchieste
della Dda, informative più aggiornate delle
forze dell’ordine disegnano uno scenario in
cui più gruppi malavitosi legati anche indirettamente
alle potenti cosche del quartiere
‘convivono’ nella periferia a nord di Napoli
seprati da confini invisibili, stabiliti al
termine della feroce faida combattuta tra il
2004 e il 2005 e ridefiniti tramite accordi e
alleanze traversali di camorra. Antonio De
Carlo in ordine di tempo è l’ultimo collaboratore
di giustizia, pentito del clan Licciardi
che fa tremare la mala che un tempo
ispirò il progetto della cosiddetta Alleanza
di Secondigliano.

Gestiva i proventi dello spaccio

Era la notte del 7 dicembre del 2004 quando
furono arrestate a Napoli 53 persone in una operazione
delle forze dell’ordine nei quartieri Scampia e
Secondigliano e nei comuni di Casavatore, Melito e
Marano. Tra gli arrestati anche Ciro Di Lauro, uno dei
figli del capomafia Paolo all’epoca latitante, e quattro
presunti assassini di Gelsomina Verde, la ragazza
uccisa il 22 novembre scorso, probabilmente perché
amica di Vincenzo Notturno, appartenente al clan che
si opponeva ai Di Lauro e che era scomparso da qualche
giorno. A Scampia e Secondigliano scesero in
strada decine di donne a protestare contro le forze dell’ordine.
Venne diffusa la notizia che tra le intercettazioni
utilizzate dagli investigatori alcune riguardano
conversazioni tra donne che esultavano per l’uccisione
di un appartenente al clan rivale. Il sindaco di Napoli
Rosa Russo Iervolino lanciò un appello alle donne di
Napoli perché si dissociassero dai clan, per amore dei
loro figli. A Ciro Di Lauro era stata affidata la gestione
e la contabilità delle principali piazze di spaccio
dell’area nord. Il supermarket dei narcotici distribuisce
buste paga pesanti. Un “capo-piazza”, una sorta di
responsabile dell’organizzazione criminale sul luogo
dove si smercia la sostanza stupefacente, ha uno “stipendio”
da quindicimila euro. “Ma può guadagnare
ancora di più - dice un investigatore - dipende dall’incasso
complessivo della piazza, se va bene, la percentuale
che gli spetta si alza ancora”. Ed è questo il
business di cui Ciro Di Lauro era responsabile assieme
al fratello Nunzio arrestato ieri dagli uomini del
comando provinciale dei carabinieri di Caserta in un
villino di Ischitella

Lo stratega silenzioso

Del padre aveva ereditato il carisma e le doti di
leadership. Si pose alla direzione di quella cosca che più
che un clan di camorra è una holding strutturata e organizzata
come un’impresa. Vincenzo Di Lauro, figlio del boss
Paolo detto “Ciruzzo ‘o milionario”, fu arrestato a Chivasso,
nel Torinese, il 2 aprile 2004 dopo un rocambolesco
inseguimento e un suo tentativo di trovare la fuga sui tetti.
Imputato nel processo principale già istruito contro la cosca
di Secondigliano e che si sta celebrando dinanzi ai giudici
della quarta sezione penale del tribunale di Napoli, accusato
di associazione a delinquere di stampo camorristico e traffico
di stupefacenti, Vincenzo Di Lauro viene indicato da
alcuni collaboratori di giustizia come uno dei membri del
direttorio della cosca, uno ai vertici, un capo, ritengono gli
inquirenti. Nella ricostruzione investigativa della storia del
clan Di Lauro all’indomani del maxi blitz del settembre
2002 che costrinse il ras “Ciruzzo” alla latitanza, Vincenzo
subentrò al padre nella gestione del clan e il potere della
cosca rimase intatto. Vincenzo aveva ereditato non solo lo
‘scettro’ dal padre, ma anche lo stesso carisma, le stesse
capacità di boss e manager, gli affiliati e i capizona lo
rispettavano. Del resto, aveva cominciato ad interessarsi
degli affari della cosca, sedendo alle ‘tavole rotonde’ e tra i
vertici del clan già prima della lontananza forzata del padre.
Il pentito Gaetano Conte (ex carabiniere passato prima nelle
fila dell’Antistato e poi a collaborare con la giustizia) parla
di Vincenzo Di Lauro in uno dei suoi interrogatori davanti
ai magistrati. Lo indica come “una delle persone più importanti
dell’organizzazione”. Vincenzo Di Lauro è stato arrestato
lo scorso marzo in un’abitazione nel centro commerciale
Lo Merdiane a Casalnuovo nell’hinterland a nord del
capoluogo partenopeo

E’ il preferito di papà Paolo

Ora all’appello manca soltanto lui. Il meno
carismatico della ‘famiglia’, almeno secondo i commenti
di affiliati intercettati dagli investigatori. Marco Di
Lauro, venticinque anni, rampollo di Paolo è l’unico
degli indagati di ‘rango’ ad essere ancora in fuga. Riuscì
a sfuggire al maxiblitz del 7 dicembre scorso (la “notte
delle manette”) quando nei covi della faida ci fu la più
massiccia incursione delle forze dell’ordine. Allora cinquantatre
persone, tra affiliati al clan di miezz’all’arco e
cosiddetti “scissionisti” furono stanati e arrestati, nei
mesi successivi toccò agli altri. Più di una volta pare sia
stato avvistato in zona, nella sua zona, nei quartieri dell’area
nord. Scortato da guardaspalle come tradizione di
‘famiglia’ vuole, in sella a potenti moto (passione condivisa
con i fratelli, lo racconterà qualche pentito), è
stato notato girare per le strade della sua roccaforte e
dribblare abilmente posti di blocco e controlli delle
forze dell’ordine. A lui, come al fratello Ciro, spettava
la gestione delle più grandi piazze per lo spaccio. Il
supermarket della droga è strutturato come una moderna
e flessibile azienda privata. C’è una scala gerarchica, gli
stipendi cambiano a seconda del ruolo che si occupa, si
fa ricorso anche alle collaborazioni esterne. Ci sono
premi di produttività. Si fanno assunzioni e si pesca tra i
giovani. Intere famiglie - dicono gli investigatori - tra
Secondigliano e Scampìa, vivono di questo. E intascano
cifre impensabili anche per affermati professionisti o
esperti manager. Non c’è gara con quello che può offrire
un lavoro onesto, la via legale all’occupazione. Ma
non c’è competizione neppure nel rischio: qui se sbagli
nella migliore delle ipotesi finisci dietro le sbarre; nella
peggiore, sottoterra

Il ‘delfino’ che inaugurò la stagione di sangue

Come suo padre. “Molto più duro di suo
padre”, ha detto qualche pentito. Lo sguardo fiero del
boss che non si sente sconfitto nemmeno quando in
manette viene portato fuori dalla casa che aveva scelto
come rifugio per la sua latitanza. Gli occhi neri e fissi,
come immobili, verso le telecamere e gli obiettivi dei
fotografi. Jeans, giacca di pelle e maglione nero. Cosimo
Di Lauro, il primogenito del boss Ciruzzo ‘o milionario,
il più spietato dei figli, lo stratega della faida
secondo le accuse più recenti di inquirenti e pentiti, si è
fatto vedere così al momento del suo arresto. Non ha
abbassato la testa, il viso lo ha mostrato e lo sguardo lo
ha tenuto alto. Sicuro di sé. Coraggioso. Così lo ha
descritto anche chi lo conosceva. Il suo primo piano ha
fatto persino il giro degli sms, il suo viso era sui display
dei cellulari delle ragazzine di tutto il quartiere. Perché
ha carisma, Cosimo. Per tanti è Cosimino. E a guardare
le scene del suo arresto e quelle che ieri hanno immortalato
la cattura del ras fantasma e imprendibile Paolo Di
Lauro, non si può non far cadere l’attenzione su quell’atteggiamento
diverso, che rimanda a quella diversità
di stile che - si dice - ha caratterizzato la gestione del
clan. Nell’abbigliamento lo stile dei due è uguale, minimal:
jeans e maglia nera. Un quartiere silenzioso, invece,
ha accolto la notizia della cattura notturna di Ciruzzo
‘o milionario. Il rione si unì in rivolta quando Cosimino
fu stanato in un appartamento al secondo piano di via
Miracolo a Milano, rione Terzo mondo. Era il 21 gennaio
scorso. Esattamente un mese dopo, Cosimo era già
confinato al 41 bis. Primo caso in Italia. Il Dap gli ha
riservato il trattamento penitenziario del carcere prima
ancora che la procura ne facesse richiesta.

Di Lauro, storia di una dinastia criminale

I pentiti parlano
di lui per sentito dire, perchè
non lo hanno mai visto in faccia.
Ma la magistratura stava
per scoprire cosa si nascondeva
davvero tra i marciapiedi e
i muri scrostati del Terzo
Mondo, ciò che il pentito
Luigi Giuliano avrebbe chiamato
“il potere selvaggio di
Secondigliano”. Inizia una
guerra senza esclusione di
colpi che oppone la vera criminalità
organizzata a un
manipolo di poliziotti coraggiosi,
che si fanno strada tra
omertà e connivenze raccontate
in questo libro avvincente
come un romanzo e inquietante
come la verità. Il braccio
della legge può essere
lento, a volte. Ma arriva sempre.
Come la giustizia. Intanto,
tra le Case Celesti e la polvere
bianca che porta la
morte, tamburi di guerra inizano
a echeggiare in lontananza.
È nato il cartello degli
scissionisti. Un’altra storia di
sangue e camorra. E’ la storia
del clan Di Lauro, una storia
che coincide con quella di
una famiglia, una dinastia criminale.
Fu arrestato una
prima volta il 13 novembre
1982, quando fu trovato in
compagnia di alcuni boss ed
affiliati di camorra del clan
Giuliano in un appartamento
di Forcella. Fu schedato e
venti giorni dopo fu liberato.
A capo del blitz, che vide
impegnato un centinaio di
agenti, vi era Franco Malvano,
ex questore di Napoli. In
quel periodo Di Lauro era
rappresentante della Nuova
Fratellanza, una delle bande
malavitose che insieme alle
organizzazioni inglobate nel
cartello della Nuova Famiglia
combattevano la Nuova
Camorra Organizzata di Raffaele
Cutolo. Negli anni
Novanta portò avanti una
guerra di camorra contro il
clan di Mugnano, che produsse
diversi morti in pochi mesi.
Si mantenne distante in quegli
anni dalla potente organizzazione
detta “Alleanza di
Secondigliano”, pur senza
entrare mai in conflitto con le
famiglie del cartello. Grazie
all’indiscutibile carisma che
esercitava sui giovani pregiudicati
ed alle difficili condizioni
economiche della periferia
a nord di Napoli, riuscì
ad attorniarsi di un numero di
affiliati che non aveva pari tra
gli altri clan cittadini (relazioni
della Direzione Investigativa
Antimafia parlano di centinaia
di persone), prendendo il
potere militare e territoriale
nelle palazzine della famigerata
167 di Scampia, zona
considerata uno dei principali
market del traffico di droga
d’Europa. Il clan cominciò ad
assumere una forma sempre
più verticistica con a capo il
boss, abilissimo a non trattare
mai personalmente nè con i
propri affiliati, né con i capi
di altre organizzazioni. Ad
inizio anni 2000, i figli del
boss (tra cui Cosimo Di
Lauro, detto ‘o barone, uno
dei principali protagonisti
della faida di Scampia, accusato
di diversi omicidi, tra cui
quello di Gelsomina Verde)
assunsero maggiore autonomia
decisionale, prendendo le
redini delle più importanti
attività del gruppo e rinnovando
il parco dei capi-piazza
con elementi giovani a loro
fidati. Queste decisioni, insieme
a vari dissidi di natura
personale tra i boss dell’organizzazione,
portarono poi alla
guerra di camorra conosciuta
con il nome di “faida di
Scampia”, in cui Paolo Di
Lauro ebbe un ruolo marginale
e fu influente solo nelle fasi
finali dello scontro, fungendo
da mediatore tra le parti ostili.
Poi l’arresto del padrino fantasma
e i poteri delegati ai
figli Marco e Vincenzo. Ed è
proprio Marco oggi a reggere
le fila del clan e a progettare -
con abilità ereditata dal padre
- la rinascita del sodalizio di
via Cupa dell’Arco.

Litorale domizio,

Il litorale
domizio è considerato dai
camorristi “terra franca”.
Da Varcaturo a Ischitella,
qui si sono nascosti i
superboss tallonati dalle
forze dell'ordine. E qui ieri
è stato arrestato Nunzio Di
Lauro dai carabinieri di
Caserta. Una zona cuscinetto
tra lo Stato e la malavita
organizzata: una sorta
di primo fronte bellico,
dove anche i clan sono
disposti ad una tregua
armata pur di combattere il
nemico comune: le forze
dell'ordine. Non a caso gli
inquirenti hanno parlato
subito di territorio che
rientra nella “giurisdizione”
del gruppo Bidognetti.
Nunzio Di Lauro si
nascondeva in un casolare
lontano dai palazzoni
del quartiere di Secondigliano.
Difficile ipotizzare
un ricovero di fortuna
senza il consenso dei clan
locali. Questi spostamenti
non sfuggono mai a chi
controlla il territorio in
modo capillare. Basta
ricordare i mesi della faida
di Scampia: con i gruppi di
fuoco dei Di Lauro e degli
scissionisti, uno contro
l'altro armati nello stesso
isolato. Molti si rifugiarono
nei caseggiati del litorale
domizio per sfuggire alla
carneficina. Era l'unica
zona in Campania che
potesse ospitare un
camorrista e definirsi
"sicura". Il fatto che i Di
Lauro e gli scissionisti trovassero
riparo lontano
dalle mura del quartiere e
nello stesso territorio la
dice lunga sul grado di
"protezione" nelle campagne
del litorale.
Da allora la riviera di
Castelvolturno è considerata
una “zona franca”. Lo
sanno i boss e lo sanno i
dirigenti delle forze dell'ordine,
che concentrano in
queste lande gli sforzi
maggiori per catturare i
latitanti. In questo territorio
vige un patto di non belligeranza
in casi di estrema
necessità e urgenza. I clan
si affrontano pistole alla
mano senza risparmiare
proiettili e sangue. Ma
quando un boss è braccato
da polizia e carabinieri,
le ostilità possono essere
messe da parte.

Studiava per diventare un ‘Cattivo’

Preso in pigiama nella terra dei
Bidognetti il latitante Nunzio
Di Lauro, 24 anni. Il figlio di
Ciruzzo ’o milionario appassionato
di film e libri su Hitler
si nascondeva in una mansarda
blindatissima al terzo piano di
una palazzina di via Paganini,
una stradina che conduce direttamente
al mare a Ischitella,
alle spalle del locale “Quattro
Stagioni” insieme alla moglie
Emanuela Gargiulo, 23 anni,
e al figlioletto di appena quattro
anni. La coppia aveva fatto
perdere le tracce da un anno.
Ieri mattina i militari del
comando provinciale erano a
caccia di latitanti e lo hanno
trovato. Trenta i carabinieri
che hanno partecipato all’operazione.
Hanno bussato alla
porta blindata ma senza avere
risposta. Un silenzio sospetto
che ha indotto i militari a sfondare
la porta. E' stato a quel
punto che si è fatta avanti la
giovanissima signora Di
Lauro. Ha aperto e gli ha
detto: “Ma a chi cercate?”.
Lei ha fornito il documento di
riconoscimento; mentre l'uomo
che usciva in pigiama, si
era appena alzato dal letto, ha
detto di non avere la carta di
identità. Solo dopo, quando, ha
capito che gli uomini dell'Arma
stavano facendo ulteriori
accertamenti ha detto: “Sono
Nunzio Di Lauro”. Non ha
opposto resistenza e quindi si è
fatto ammanettare: era stato
scarcerato nel 2006, e l’anno
dopo era stato raggiunto da un
ordine di custodia cautelare
l'accusa di associazione
camorristica e droga. Nel covo
del ricercato napoletano i militari
effettuavano un’accurata
perquisizione. Non venivano
trovate né armi e né droga. Ma
tra le cose sequestrate nelle
stanze ben arredate sono stati
trovati molti libri di Hitler e
dvd sulla storia del dittatore
tedesco. Ma la passione del
figlio del padrino verso “i cattivi”
si spingeva ben oltre.
Nella camera da letto sono
state sequestrate delle monografie
di alcuni boss di camorra
come Eduardo Contini e
l’ex padrino Luigi Giugliano.
I militari gli hanno pure chiesto
se gli piacesse Hitler e lui
ha risposto di essere un
“appassionato di storia”. Il
giovane dopo le formalità di
rito è stato portato in caserma
al comando provinciale dove
lo attendevano oltre ai militari
anche una folla di fotografi e
giornalisti. Indossava una tuta
e scarpette da ginnastica e
aveva i capelli lunghi legati in
un codino. Successivamente è
stato trasferito nel carcere di
Poggioreale di Napoli dove
rimane a disposizione dell'autorità
giudiziaria. E' stato raggiunto
anche dal suo legale
avvocato Vittorio Giaquinto
che ha spiegato che: il mio
cliente il prossimo 17 marzo
dinanzi ai giudici napoletani
discuterà il rito abbreviato per
la nota vicenda dell'associazione
camorristica quando
venne arrestato nel 2006. Non
vi è nessuno pentito che lo
accusa. Ma vi sono delle intercettazioni
telefoniche nel corso
delle quali si parla di un certo
Nunzio ma assolutamente non
si fa riferimento al cognome”.
La moglie del giovane rampollo
del boss Di Lauro non è
stata denunciata. I carabinieri
del comando provinciale sono
ancora a caccia di eventuali
complici che hanno coperto la
fuga di questo importante personaggio
della camorra partenopea.
Si sta indagando chi
avesse dato in fitto la mansarda
al ricercato. Potrebbero
scattare le manette per altri
complici. Non è la prima volta
in questa zona controllata dal
clan Bidognetti e con precisione
dal latitante Alessandro
Cirillo alias ’o sergente, vengono
trovati latitanti di clan
napoletani. In passato prima
della cattura del padre di Nunzio
vi erano state segnalate più
volte tracce di questo boss.
Rapporti di affari illeciti di
compravendite di auto di grossa
cilindrata, un'altra passione
della famiglia di Secondigliano.

Catturato Nunzio Di Lauro

NAPOLI - Arrestato Nunzio Di Lauro, figlio
del superboss di Secondigliano Paolo. Ventiquattro
anni, Nunzio è stato catturato dai carabinieri
ieri nella tarda mattinata in una villetta ad
Ischitella, sul litorale domizio. Era nell'appartamento
con la moglie ed il figlio. Era latitante
dal 16 luglio del 2007, quando sfuggì ad un'ordinanza
di custodia cautelare in carcere emessa
dal gip del tribunale di Napoli. L'accusa: associazione
mafiosa. Un blitz in piena regola: i
carabinieri del comando provinciale di Caserta,
guidati dal colonnello Carmelo Burgio hanno
catturato il 24enne in un casolare come un boss.
E come un leader è uscito alle 16 e 30 dalla
caserma accompagnato sottobraccio dagli
uomini del reparto operativo guidati dal maggiore
Ottavio Oro e dal capitano Costantino
Airoldi. La Direzione distrettuale antimafia ne
parla a grandi linee: “Il Di Lauro Nunzio è figura
di spicco dell'omonimo sodalizio camorristico
originariamente diretto e promosso dal
padre Paolo, detto Ciruzzo ’o milionario ed
operante nella zona di Secondigliano. Egli è
dedito a numerosi traffici illeciti ed in particolar
modo al traffico di sostanze stupefacenti”.
Poi la nota della Dda traccia un profilo del
24enne: “ha avuto un ruolo di primario rilievo
anche nel periodo della cosiddetta ‘faida di
Secondigliano’, quando in seguito agli arresti
del padre e del fratello Cosimo Di Lauro, ha
gestito con l'altro fratello Marco le strategie
dell'organizzazione negli ostili rapporti con il
contrapposto clan degli scissionisti”. Infine la
strategia processuale: “Di Lauro Nunzio ha
scelto di definire la sua posizione con il giudizio
abbreviato e la relativa udienza sarà tenuta
a breve”. Con l'arresto di Nunzio vacilla lo storico
clan capeggiato da Paolo Di Lauro. Le
manette ai polsi del 24enne sono un duro colpo
per gli assetti del sodalizio di Ciruzzo ’o milionario.
Per gli inquirenti i Di Lauro sono ora in
netta difficoltà per mancanza di capi e soprattutto
per la perdita del controllo del territorio. In
libertà oggi c’è solo Marco Di Lauro, inserito
nell’elenco dei trenta latitanti più pericolosi d’Italia.
Il quadro tracciato dagli investigatori è
chiaro. Nunzio Di Lauro ha 24 anni, non ha
avuto fino ad oggi un ruolo di spessore nella
organizzazione criminale. Ma porta un cognome
“pesante”, che incute rispetto e timore a
tutt’oggi . Con i duri colpi incassati dal gruppo
di Paolo Di Lauro, gli scenari stanno mutando
con estrema rapidità. Secondo gli inquirenti,
nelle ultime settimane molti sono passati sul
fronte opposto: traghettati nelle fila degli scissionisti
per salvare la pelle. Perché quando un
clan è meno forte e compatto sul territorio,
diventa più vulnerabile ed esposto agli assalti
degli avversari. In una zona da sempre contesa
e divisa in due, ogni cambiamento negli assetti
dei clan ha conseguenze immediate e imprevedibili.
Nunzio Di Lauro ha avuto un ruolo marginale
rispetto al fratello Cosimo durante la sanguinosa
faida di Secondigliano. E' Cosimo che
ha preso le redini della famiglia, quando il
padre è stato arrestato. Per gli investigatori è
all'origine della guerra fratricida, perché Cosimo
non ha il carisma e l'equilibrio di Paolo Di
Lauro. Doti essenziali per sedersi ai piani alti
dell'organizzazione. Paolo è considerato “persona
di raffinatissima intelligenza criminale”.
Capace di far coincidere sul territorio interessi
diversi, senza ricorrere alle armi. Nelle attività
dei Di Lauro non c'è spazio per le estorsioni, i
canali privilegiati sono dedicati ad un business
enorme del mercato della droga e il riciclaggio
continuo dei proventi illeciti. Attività che richiedono
un controllo ferreo del territorio. Ora l'arresto
di Nunzio Di Lauro dà ossigeno al gruppo
Sacco-Bocchetti, che è in avanzamento costante
nel quartiere di Secondigliano. Per gli investigatori
il rione sta attraversando un periodo di
stasi, dopo le violente scosse di assestamento
negli ultimi mesi. Non ci sono capoclan con il
carisma di Paolo Di Lauro. Ma gli inquirenti ci
vanno con i piedi di piombo: non c'è certezza
che gli scissionisti abbiano sostituito del tutto i
Di Lauro, il gruppo di Ciruzzo ’o milionario ha
risorse enormi.

L’affare droga e la gestione di una ‘piazza’

suo nome e il suo cognome, nella
convocazione per l'udienza preliminare del 21
dicembre dello scorso anno fissata dinanzi al
giudice Lucia Spagnuolo Vigorita del tribunale
di Napoli. Per la data del 17 marzo, quella
dicitura non ci sarà più. Al suo posto comparirà
la parola “detenuto”. Nunzio Di Lauro
è stato arrestato ieri mattina ad Ischitella.
Sette mesi “appena” è durata la sua fuga. Una
fuga iniziata la sera del 18 luglio dello scorso
anno quando i carabinieri del nucleo operativo
di Castello di Cisterna entrarono nel regno
dei Di Lauro e degli scissionisti per eseguire
le dieci ordinanze di custodia cautelare in carcere
emesse dal giudice per le indagini preliminari
Maria Vittoria De Simone del tribunale
di Napoli per i reati, contestati a vario
titolo, di associazione di stampo mafioso e
traffico di droga. Nunzio Di Lauro non era in
casa quando i militari dell'Arma bussarono
alla porta della sua abitazione. Così come
irreperibile, da quella sera, è un altro destinatario
del provvedimento restrittivo, Vincenzo
Del Re, ritenuto il gestore della piazza di
spaccio di via Danubio a Melito per conto
della cosca di via Cupa dell'Arco. Non era
andato lontano, Nunzio Di Lauro. Come tutti
sospettavano. Ma ora, è certo, alla sua Napoli
dovrà dire addio. Nessuno dei suoi fratelli,
dopo la cattura, è rimasto a lungo detenuto in
una delle due prigioni partenopee. Tutti allontanati
dalla Campania, tutti ristretti in regime
di carcere duro. E chissà che anche nel suo
futuro da detenuto non ci siano scritte le parole
“41bis”. L'Antimafia lo sta valutando. Sta
valutando di chiedere la possibilità di chiedere
al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria
di confinare in isolamento anche
Nunzio Di Lauro. In fondo pure lui viene
indicato dai collaboratori di giustizia come un
ras. Con meno carisma di Cosimo, di Ciro e
di Marco. Ma pur sempre un ras. Era la famiglia
a prendere le decisioni più importanti
sulla gestione degli affari illeciti. Padre e figli.
Nessun estraneo. Nunzio Di Lauro, forse, non
era uno stratega. Né decideva le azioni omicidiare
da compiere: quelle erano materia di
competenza esclusiva di Cosimo Di Lauro,
che rischia una condanna all'ergastolo laddove
trovasse fondamento, in sede processuale,
la tesi dell'Antimafia che lo vuole responsabile
di aver ordinato l'omicidio di Gelsomina
Verde. A Nunzio Di Lauro era toccata la
gestione di una piazza di spaccio, quella di
via Cupa Sant'Antimo raccontano i pentiti. E
non è un caso che il 24enne, il prossimo 17
marzo, sarà chiamato difendersi dalle accuse
di associazione di stampo mafioso, con l'aggravante
di capo e promotore, e di traffico di
sostanze stupefacenti per conto del clan.
Accuse che sono il frutto dell'inchiesta “The
Shield2” per la quale il figlio del boss Ciruzzo
’o milionario si era dato alla macchia. Sarà
giudicato con il rito abbreviato, Nunzio Di
Lauro. Con lui al banco degli imputati siederanno
Michele Esposito (accusato di camorra
e droga per conto della cosca di via Cupa dell'Arco),
Antonio Fittipaldi, Ciro Grezzi,
Carlo Niola e Francesco Siviero (che
rispondono solo di violazione della legge in
materia di stupefacenti con l'aggravante di
aver favorito il clan Di Lauro) e i due scissionisti
Francesco e Luigi Amato (accusati di
associazione di stampo mafioso per aver militato
nel gruppo degli “spagnoli” a partire dal
novembre del 2004. Il processo per loro prevede
tempi brevi proprio alla luce del tipo di
giudizio scelte. Ci vorrà invece più di qualche
udienza per capire se e quali responsabilità
abbiano avuto le altre persone che hanno
scelto di proseguire per la strada ordinaria,
ottenendo, lo scorso 21 dicembre, il rinvio a
giudizio. Lo scorso 26 febbraio dinanzi ai
giudici del tribunale di Napoli si è svolta la
seconda udienza del processo di primo grado
di giudizio istruito a carico del latitante Vincenzo
Del Re, di Pasquale Dell'Annunziata
(al soldo dei Di Lauro), e del carabinieri
Umberto Delle Donne. Diverse le accuse
loro contestate: Del Re risponde sia di camorra
che di traffico di droga mentre Dell'Annunziata
risponde solo di stupefacenti con l'aggravante
della matrice camorristica. Più delicata
la posizione del militare dell'Arma
(attualmente detenuto in regime di arresti
domiciliari), che, all'epoca dei fatti contestati,
era in servizio presso la tenenza di Melito:
deve difendersi dalle contestazioni di rilevazione
di segreto d'ufficio e di usura, reati
aggravati dalla matrice camorristica per aver
favorito i Di Lauro: secondo il pubblico ministero
antimafia Luigi Alberto Cannavale, il
militare avrebbe rivelato “a componenti del
clan Di Lauro notizie inerenti operazioni dei
carabinieri che dovevano rimanere segrete”,
aiutando in questo modo la cosca di via Cupa
dell'Arco “ad eludere le investigazioni”.
Accuse pesanti come un macigno che il Riesame
ha cancellato con un tratto di penna.

Pasticcini e spumante per festeggiare la morte di Ciro Russo

Dell’omicidio di Ciro Russo
(nella foto), gli inquirenti pensavano di sapere già
tutto. Nomi e cognomi di mandanti e killer. Dinamica
del raid e movente dell’agguato costato la vita
ad uno dei figli del defunto boss Mimì dei Cani.
Del resto la rosa dei pentiti che hanno parlato del
delitto consumatosi a Boscoreale il 4 dicembre del
2003, è piuttosto nutrita: dai nipoti del boss Misso
all’ex sicario dei Mazzarella Ciro Giovanni Spirito
che materialmente premette il grilletto contro
Russo. Ma è stato necessario attendere che Vincenzo
Gallozzi, ex killer al soldo del clan Di Biasi
facesse il salto della staccionata, per sapere come i
Faiano reagirono alla notizia che l’omicidio, da
loro voluto, era andato a buon fine. Ci fu una festa,
quella sera. E a volerla fu Raffaele Scala. Il retroscena
viene narrato dalla neo gola profonda nell’interrogatorio
reso il 20 febbraio scorso e depositato
dal pubblico ministero antimafia Sergio Amato al
gup Enrico Ceravone che il 10 marzo prossimo
sarà chiamato a sovrintendere l’udienza preliminare
a carico di 24 persone, capi, gregari e pentiti dei Di
Biasi. “La mattina dell’omicidio Scala Raffaele,
senza però spiegarmi il perché, mi disse di preparare
una festa per la sera - racconta Vincenzo Gallozzi
-. Festa che effettivamente ci fu ed, a quel
punto, sapevo anche il motivo, in quanto era stato
ucciso Ciro Russo. Non fu un caso che Scala si
rivolse a me. In passato c’era stato uno scontro tra
mio padre e i fratelli Russo che, in due occasioni,
lo avevano anche picchiato al punto che mio padre
li aveva denunciati. Fui proprio a convincerlo a
ritrattare, rassicurandolo del fatto che, prima o
poi, ci saremmo presi le nostre soddisfazioni, ma
per altra via. Mio padre ritrattò proprio qui in procura
nel rendere sommarie informazioni. E’ per
questo motivo che avevo anche detto a Scala Raffaele
di voler essere personalmente impiegato in
ogni azione di fuoco portata contro i Russo. Non
ebbi, comunque, alcun incarico in occasione dell’omicidio
di Ciro Russo, ma già Scala Raffaele,
quando gli feci quella raccomandazione, mi aveva
anticipato che sarebbero stati ‘altri’ a darci le soddisfazioni
che volevamo”. E gli ‘altri’ erano gli
‘amici’ Mazzarella. Anche questo per gli inquirenti
non è più un mistero. Ciro Giovanni Spirito è stato
il primo a parlare di un patto tra tre clan per uccidere
Russo. Era il 28 gennaio dello scorso anno. Cinque
mesi più tardi, a quelle dichiarazioni, è arrivata
la prima conferma: Michelangelo
Mazza, uno dei nipoti del boss Giuseppe
Misso ’o nasone, ha raccontato che
“Ciro Russo, che era fedele ad Ettore
Sabatino, tanto da dare uno quota dei
suoi proventi illeciti a Perinelli per Sabatino
e figli, venne ucciso con il mio benestare
dai Mazzarella per consentire l’estensione
dei Di Biasi ai quartieri”. Vincenzo
Gallozzi è la terza voce del coro.
“Dell’omicidio di Ciro Russo posso riferire
che il delitto fu commesso dai Mazzarella e dai
Di Biasi, ma ci fu, di nascosto, anche l’avallo proprio
dei Misso che, ufficialmente, sostenevano i
Russo che, dunque, non seppero niente di ciò”.
Tutto torna. Tutto è stato ricostruito. Servono solo
degli arresti, per chiudere il cerchio delle indagini.