mercoledì 27 febbraio 2008

Il pentito Michelangelo Mazza:era un nostro killer

Il nome di Luigi Taglialatela
compare nel decreto di fermo
emesso dalla Dda di Napoli con
cui sono stati arrestati i fratelli
Nicola e Salvatore Sequino. Di
Luigi Taglialatela parla il collaboratore
di giustizia del clan Misso,
Michelangelo Mazza. Il pentito
lo descrive come un personaggio
di spicco del clan Misso,
componente del gruppo di fuoco
gestito dai nipoti di Peppe “’o nasone”.
In un verbale di interrogatorio
reso il 28 giugno 2006
Mazza riferisce di un contrasto
con il cugino Emiliano Zapata e
di una sparatoria dimostrativa da
lui compiuta. «La mattina dopo
aver visto mio cugino Emiliano,
dopo che egli ci aveva sparato
contro, scesi armato a via santa
Maria Antesecula insieme a Buonocore
Marcello, Ciro Daniele,
Luigi Taglialatela e minacciai
Vincenzo Di Maio che trovammo
sotto il vicoletto di Nicola Sequino,
dicendogli: “Ti ammazzo
quando voglio a te e a questi qua”
riferendomi a coloro che avevano
accompagnato mio cugino Emiliano
Zapata a sparare contro di
noi. Dopo di che feci partire dei
colpi dimostrativi delle mie reali
intenzioni senza colpire il Di
Maio. In risposta, mio cugino
Emiliano andò ad incendiare le
abitazioni di mio cognato Daniele
Ciro e di Spinosa Gennaro, che
era persona a me legatissima in
quanto componente del mio
gruppo di fuoco». Nello stesso interrogatorio
Mazza parla di Taglialatela
come di un componente
del gruppo di fuoco: «Fu quindi
chiaro che dovevamo passare
all’azione e cercare di uccidere,
senza altri indugi, qualcuno del
gruppo di Torino Salvatore che ci
aveva apertamente dichiarato
guerra. Il primo atto della nostra
risposta di guerra ed anche il primo
omicidio della faida fu quello
di Colucci ‘o mericano, che
venne individuato come vittima
perché facile da colpire...Il nostro
gruppo di persone riunito a porta
San Gennaro per discutere il
da farsi era composto da me, ed
i miei cugini Giuseppe ed Emiliano
Zapata da Scarallo Ciro e
Daniele Ciro, Luigi Taglialatela,
Romagnolo Salvatore, Amatrudi
Pasquale, Esposito Luigi, Persico
Vincenzo, Vincenzo Di Maio. All’inizio
vi era anche mio zio Umberto
che persi allontanò prima
che venisse decisa in concreto
l’azione da compiere». Lo stesso
Mazza lo ripete durante un altro
interrogatorio del 27 settembre
scorso: «Luigi Taglialatela è un
affiliato preposto alla materiale
esecuzione dei delitti».

Ammazzato uomo del clan Misso

Percorreva piazza materdei nei pressi della chiesa, in sella a una
Honda quando si è scatenato l’inferno:
una pioggia di piombo che ha
centrato in pieno e ucciso davanti a
decine di testimoni Luigi Taglialatela,
43 anni compiuti lo scorso 1
febbraio, soprannominato “o’ masticiello”,
ritenuto vicino ai Misso
nella fase iniziale della faida. Ma
l’agguato di ieri sera non sarebbe un
colpo di coda della guerra che ha insanguinato
la Sanità, bensì un attacco
del clan Lo Russo di Miano attraverso
i Sabatino nel tentativo di
penetrare nel quartiere (dell’ipotesi
degli inquirenti, la più seguita,
scriviamo in un articolo a parte). La
vittima era cugino dei fratelli Sequino,
Nicola e Salvatore, e fratello
di Gaetano detto “Gigione”: personaggi,
prima della spaccatura con i
Torino, orbitanti negli ambienti di
mala capeggiati dal boss oggi collaborante
Giuseppe “o’ nasone” e dai
nipoti, alcuni dei quali pentitisi.
Uno scenario quindi, quanto mai
complesso quello delle parentele
del morto.
Erano trascorsi 10 minuti dalle 20
quando è scattato l’allarme a Materdei,
zona abitualmente frequentata
da Luigi Taglialatela (che abitava
in vico lungo Sant’Agostino agli
Scalzi 39). I sicari conoscevano le
sue abitudini e sono entrati in azione,
presumibilmente, dopo aver ben
pianificato l’agguato. Erano in due
in sella a uno scooter, che si è affiancato
alla Honda 150 Sh guidata
dal 43enne. Il raid è stato fulmineo.
Sei proiettili calibro 9 sono andati a
segno, centrando alla testa e al torace
“o’ masticiello”, che è morto all’istante.
Era solo sulla motocicletta
secondo gli investigatori, ma su
questo esiste ancora qualche dubbio.
Secondo vaghe e frammentate
testimonianze, i sicari avrebbero
agito a volto scoperto: circostanza
che, se confermata, avvalorerebbe
l’ipotesi di un coinvolgimento della
cosca con base a Miano, che può
contare su appoggi nel rione Sanità
attraverso uomini legati ai Sabatino.
Più difficile pensare invece a una ripresa
della faida, visto che sia i Misso
che i Torino sono stati decimati
da arresti e pentimenti. Le indagini
sono condotte dai carabinieri del
Reparto operativo di Napoli, del Nucleo
investigativo e della compagnia
Stella (colonnello Gerardo Iorio, capitano
Lorenzo D’Aloia e capitano
Sica) mentre investigazioni parallele
vengono svolte dai poliziotti della
squadra mobile della questura e
del commissariato Dante, che pure
ben conoscevano Luigi Taglialatela.
“O’ masticiello” (in napoletano piccolo
“masto”, piccolo ras) non aveva
precedenti per camorra pur essendo
stato tirato in ballo dal pentito
Giuseppe Misso “o’ chiatto” (come
riportato a parte). E proprio con
l’ex boss collaboratore di giustizia
più di una volta era stato fermato nel
corso di controlli dagli uomini della
squadra giudiziaria di Dante. Ieri
sera Taglialatela stava tornando a casa.
È molto probabile che qualcuno
abbia fatto la “spiata”, segnalando ai
killer pronti a partire la sua presenza
a Materdei. L’azione è stata rapida,
così come la fuga in direzione
dei vicoli del rione Sanità, a dimostrazione
di una base logistica in zona.

REGIA DEL CLAN LO RUSSO DIETRO 4 AGGUATI

È scattata la caccia a tutti coloro che, direttamente o indirettamente, possono ostacolare il tentativo di conquista del rione Sanità: sia perché fedelissimi dei Misso o in quanto gestori di attività illecite oppure perché ambigui nei legami con lo storico clan e con gli “scissionisti” Torino. Una sorta di “tabula rasa” che sarebbe partita da Miano, a opera del clan Lo Russo secondo inquirenti e investigatori, con appoggi interni al rione. La stessa cosa, se questa ipotesi si rivelasse vera, avvenuta nella seconda metà dell’anno scorso a Secondigliano: lì gli Amato- Pagano si liberarono dei pregiudicati dei quali non potevano fidarsi completamente, essendo passati dai Di Lauro a loro in un secondo tempo. Ecco lo scenario descritto nelle prime informative giunte sulle scrivanie dei pm della Dda. Una ricostruzione che unisce, con un filo rosso sangue, gli omicidi di Pasquale Conte (13 dicembre 2007) e Luigi Taglialatela (25 febbraio 2008) al duplice tentato omicidio di Giuseppe Paternoster e Vittorio La Sala (31 gennaio 2008). Quattro fatti di sangue che non rappresentano secondo gli inquirenti (come abbiamo anticipato sull’edizione di ieri del nostro giornale) il colpo di coda della faida della Sanità ma solo il frutto dei “sommovimenti” successivi al pentimento dei ras Misso. L’ultima vittima, soprannominato “’o masticiello”, era rimasto a presidiare Materdei, dove per anni aveva retto la zona per conto dei Misso, ed è probabile che fosse visto come un ostacolo ai piani dei “conquistatori”. Mentre invece i due feriti dello scorso 31 gennaio, e in particolare La Sala, erano considerati più vicini ai Torino dopo aver cambiato casacca. E probabilmente, secondo gli investigatori, furono attirati in una trappola a Chiaiano: anche loro, guarda caso, sono di Materdei, diventata evidentemente il bersaglio principale degli attacchi esterni. Proprio il 35enne Vittorio La Sala di via Calce a Meterdei (estraneo a qualunque ipotesi di reato fino a prova contraria,così come l’altro) rimase ferito più lievemente rispetto all’altro. Centrato di striscio a uno zigomo e al polso sinistro, disse ai poliziotti del commissariato Scampia che l’agguato era avvenuto nei pressi della stazione della metropolitana di Chiaiano. Fu giudicato guaribile in 40 giorni dai medici dell’ospedale Cardarelli mentre il 39enne Giuseppe Paternoster di viale dei Gesuiti, fu ricoverato in prognosi riservata: i killer lo centrarono all’addome e a un labbro. Erano le 20 e 20 quando scattò l’allarme in via Pietro Castellino, all’Arenella. Gli agenti di una Volante del commissariato di zona notarono un motorino con due uomini in sella che procedeva a zig-zag. Alla guida c’era La Sala e dietro era seduto Paternoster, entrambi coperti di sangue e visibilmente sotto choc. Subito sono partite le indagini e si scoprì che la coppia di amici sarebbe stata costretta dai mancati assassini, anch’essi in motocicletta, a raggiungere una zona di campagna di Chiaiano, dove ci sarebbe stata la sparatoria.

domenica 24 febbraio 2008

CONTRO DE LUCIA KILLER DEI SACCO-BOCCHETTI-FELDI


In 15 giorni per due volte i sicari hanno cercato di ucciderlo perché Sergio De Lucia per i nemici di camorra è diventato un simbolo da abbattere, in quanto è il più rappresentativo tra quelli in libertà o vivi del gruppo alleato dei Di Lauro. Un movente che va di pari passo, secondo gli inquirenti, con il clan Sacco- Bocchetti che starebbe attaccando i ras del “Perrone” e il retroscena alla base dell’ultima faida di Secondigliano: i contrasti per il controllo delle tangenti al mercatino del rione Berlingieri. Non quindi i traffici di droga, oggetto invece del contendere nel cosiddetto “Terzo mondo” (rione dei Fiori) con gli Amato- Pagano (gli ex “scissionisti”). A provocare dunque la tempesta di camorra in corso a Secondigliano e a Scampia c’è anche un’altra guerra di camorra, sempre con al centro il clan Di Lauro. Ad attaccarlo in questo caso sarebbero i Sacco-Bocchetti-Feldi e la posta in palio è il controllo del giro di estorsioni al mercatino del rione Berlingieri. Proprio questi contrasti avrebbero provocato l’omicidio di Eugenio Nardi (5 gennaio ) e i ferimenti di Sergio De Lucia e Antonio Pitirollo. Mentre invece sarebbero collegati alla nuova fase della faida con gli Amato-Pagano gli agguati mortali a Ciro Reparato e Vittorio Iodice, zio e nipote. Per il tentato omicidio di Carmine Fusco, invece, ha preso sempre più quota l’ipotesi di un clamoroso errore di persona. Dunque, i Sacco-Bocchetti-Feldi (di cui il nostro giornale scrisse in anteprima relativamente alla scissione con i Licciardi della Masseria Cardone) avrebbero aperto le ostilità nella zona del “Berlingieri” per il controllo delle estorsioni nel mercatino: un affare, se così si può definire, di circa 900 euro a settimana secondo gli investigatori. Ecco perché, secondo questa tesi investigativa, i sicari hanno cercato di uccidere Antonio Pitirollo e per ben due volte Sergio De Lucia: il primo è un cugino di Ugo De Lucia detto “Ugariello”, il secondo è lo zio (nonché fratello del defunto Lucio e di Paolo, detenuto), quindi entrambi storicamente fedelissimi dei Di Lauro. Diverso il ragionamento che fanno gli investigatori più esperti sugli omicidi Ciro Reparato e Vittorio Iodice. Per entrambi i casi, considerato anche la stretta parentela tra i due, la pista più seguita punta a un attacco degli Amato-Pagano alle ultime piazze di droga rimaste in mano ai Di Lauro: quelle del rione dei Fiori, meglio conosciuto come “Terzo mondo”. Una strategia che mira a colpire elementi che possono rappresentare dei simboli e quindi reclutare nuovi proseliti pure all’interno della roccaforte nemica. Tentativo che finora non sarebbe riuscito. Il 25 gennaio è stato ammazzato Vittorio Iodice, il 31 successivo Ciro Reparato. Quest’ultimo fu trucidato alle 16 in un vicolo cieco della zona residenziale del quartiere. Inutilmente tentò la fuga: da dietro, i sicari gli esplosero tre proiettili alla testa da distanza ravvicinata.

Non sono un ras, vivo di poesia


Non gradisce essere definito un ras: «Io un ras? Non credo, questa definizione ve la potevate anche risparmiare. Voi fate il vostro mestiere, i giornalisti. E lo fate anche bene. Stimo il “Roma”, uno storico giornale della città. Ma non vorrei che si parlasse della mia vita privata, né tanto meno dei miei trascorsi giudiziari, per favore. Non siamo in un tribunale». Del suo passato non rinnega nulla, ma vuole continuare a dare una svolta alla sua vita e lanciare un messaggio di speranza a quei giovani che vedono la violenza come una routine. «I miei sono messaggi d’amore - precisa al cronista - vorrei far capire ai tanti ragazzi che vivono in questa città che volendo si può cambiare». Se a dirlo è un personaggio che più di una volta è stato accostato ai fatti di cronaca legati alla camorra della zona nord di Napoli, il messaggio può sembrare fuorviante, e il testo di una semplice canzone neomelodica può avere un sapore agrodolce: Domenico Lo Russo, quello che secondo gli inquirenti è stato uno dei reggenti del cartello criminale tra i più potenti del capoluogo campano, l’Alleanza di Secondigliano, fratello del boss Salvatore, all'anagrafe di malavita “’o capitone”, compone una nuova poesia. La dedica al Napoli, squadra e fede di gran parte della sua città, e ai ragazzi che sin da piccoli sguazzano nella subcultura criminale che in alcuni quartieri è dominante. Il brano cantato dal neomelodico Rosario Miraggio, “Cuori allo stadio”, non diventerà l’inno ufficiale della squadra di Aurelio De Laurentiis per volere dello stesso patron («la parte rap non gli è piaciuta», spiegano) ma c’è chi giura che tra i vicoli della città diventerà presto un tormentone. Volto curato, elegante vestito nero e cravatta di seta a strisce giallo paglierino ed azzurre, Lo Russo si presenta al Gambrinus scortato da due agenti in borghese per la conferenza di “lancio” della canzone. Oggi è un sorvegliato speciale. Un uomo diverso. «Trovo che sia stato sbagliato mischiare il mio passato e la mia vita privata ad una carriera artistica. Spero di diventare presto un ras della poesia per voi giornalisti…». Signor Lo Russo, non le piace quando la definiscono un ras, però il suo nome è spesso associato alla camorra di Secondigliano… «Fa parte del passato e non lo rinnego, ora penso ai miei tre figli e alla mia giovane moglie. Oggi sono una persona che vive di stipendio, che guarda in avanti e che si dedica alla scrittura e alla lettura. La poesia scorre nel mio sangue da più di tredici anni, e continuo a coltivare giorno per giorno quest’amore». La sua è una canzone dedicata al Napoli, ma non solo. «La mia canzone è dedicata anche ai napoletani, ai giovani che credono di poter migliorare e cambiare le cose. Napoli non è solo Scampia e “munnezza”. È fatta anche di tantissima gente che vuole migliorarsi e che sa che può farcela. Io potrei essere un esempio». Lei ora come vive? «Sono un sorvegliato speciale. Vivo sotto scorta, non posso incontrare altri pregiudicati e uscire di casa la sera. Mi do da fare, sono vicino alla mia famiglia e riesco a condurre una vita normale, onesta. Lavoro e sono soddisfatto di quello che faccio». Molti personaggi vicini alla camorra hanno composto poesie e canzoni d’amore. Una strana coincidenza, non trova? «Lo so, ma a me non interessa. Pensi che alcuni nomi di questi autori li ho letti per la prima volta l’altro giorno sul suo giornale. Sono persone che non ho mai conosciuto, nemmeno durante la permanenza in carcere. Quindi non posso sapere perché scrivono o si dedicano all’arte». Cosa spingerebbe un malavitoso alla poesia? Una sensibilità particolare? «Non lo so, forse è vero che dopo tanto vissuto si può capire di avere una sensibilità particolare. A me francamente non interessa cosa abbia spinto gli altri a comporre o a dedicarsi all'arte. Per me è semplicemente una dote innata che ho scoperto negli anni. E, soprattutto, un mezzo per lanciare messaggi alla gente, la voglia di esternare qualcosa di positivo come questa poesia. Perché no: mi sento in grado di poterlo fare». Ultima domanda: lei è tifoso del Napoli? «No, non tifo per nessuna squadra. Il calcio mi piace, apprezzo i suoi valori e capisco perché le persone possono interpretarlo come un amore, una fede. Per me invece è semplicemente uno sport. Un qualcosa di divertente. Volevo che il messaggio ai giovani di questa città arrivasse attraverso il Napoli: devono credere in loro stessi, capire che nella vita si deve vincere. Solo così possono cambiare

CONTRO DE LUCIA KILLER DEI SACCO-BOCCHETTI-FELDI

In 15 giorni per due volte i sicari hanno cercato di ucciderlo perché Sergio De Lucia per i nemici di camorra è diventato un simbolo da abbattere, in quanto è il più rappresentativo tra quelli in libertà o vivi del gruppo alleato dei Di Lauro. Un movente che va di pari passo, secondo gli inquirenti, con il clan Sacco- Bocchetti che starebbe attaccando i ras del “Perrone” e il retroscena alla base dell’ultima faida di Secondigliano: i contrasti per il controllo delle tangenti al mercatino del rione Berlingieri. Non quindi i traffici di droga, oggetto invece del contendere nel cosiddetto “Terzo mondo” (rione dei Fiori) con gli Amato- Pagano (gli ex “scissionisti”). A provocare dunque la tempesta di camorra in corso a Secondigliano e a Scampia c’è anche un’altra guerra di camorra, sempre con al centro il clan Di Lauro. Ad attaccarlo in questo caso sarebbero i Sacco-Bocchetti-Feldi e la posta in palio è il controllo del giro di estorsioni al mercatino del rione Berlingieri. Proprio questi contrasti avrebbero provocato l’omicidio di Eugenio Nardi (5 gennaio ) e i ferimenti di Sergio De Lucia e Antonio Pitirollo. Mentre invece sarebbero collegati alla nuova fase della faida con gli Amato-Pagano gli agguati mortali a Ciro Reparato e Vittorio Iodice, zio e nipote. Per il tentato omicidio di Carmine Fusco, invece, ha preso sempre più quota l’ipotesi di un clamoroso errore di persona. Dunque, i Sacco-Bocchetti-Feldi (di cui il nostro giornale scrisse in anteprima relativamente alla scissione con i Licciardi della Masseria Cardone) avrebbero aperto le ostilità nella zona del “Berlingieri” per il controllo delle estorsioni nel mercatino: un affare, se così si può definire, di circa 900 euro a settimana secondo gli investigatori. Ecco perché, secondo questa tesi investigativa, i sicari hanno cercato di uccidere Antonio Pitirollo e per ben due volte Sergio De Lucia: il primo è un cugino di Ugo De Lucia detto “Ugariello”, il secondo è lo zio (nonché fratello del defunto Lucio e di Paolo, detenuto), quindi entrambi storicamente fedelissimi dei Di Lauro. Diverso il ragionamento che fanno gli investigatori più esperti sugli omicidi Ciro Reparato e Vittorio Iodice. Per entrambi i casi, considerato anche la stretta parentela tra i due, la pista più seguita punta a un attacco degli Amato-Pagano alle ultime piazze di droga rimaste in mano ai Di Lauro: quelle del rione dei Fiori, meglio conosciuto come “Terzo mondo”. Una strategia che mira a colpire elementi che possono rappresentare dei simboli e quindi reclutare nuovi proseliti pure all’interno della roccaforte nemica. Tentativo che finora non sarebbe riuscito. Il 25 gennaio è stato ammazzato Vittorio Iodice, il 31 successivo Ciro Reparato. Quest’ultimo fu trucidato alle 16 in un vicolo cieco della zona residenziale del quartiere. Inutilmente tentò la fuga: da dietro, i sicari gli esplosero tre proiettili alla testa da distanza ravvicinata.

giovedì 21 febbraio 2008

I fratelli Feldi,

Di Francesco
Feldi parla il pentito Pietro
Esposito quando spiega ai
magistrati l’organigramma
del clan Licciardi. “Giovanni
Feldi, Francesco
Feldi e Vincenzo Feldi
sono fratelli, Antonio Feldi
invece è il figlio di Giovanni.
Tutti facevano parte del
clan Licciardi - dice il collaboratore
di giustizia - che
‘controlla’ la Masseria
Cardone. Francesco -
aggiunge - è il più giovane
dei fratelli e anche il più
importante, cioè quello di
maggiore peso”. Feldi non
è mai stato processato nè
condannato per associazione
camorristica. Il pentito
invece lo indica tra gli
uomini della cosca. “Faceva
parte del gruppo di
fuoco della Masseria Cardone
- sostiene - . Tutti
gestivano la piazza di spaccio
sita alle spalle del rione
Berlingieri e di via dello
Stelvio”. L’11 febbraio del
2005 Esposito parla ai
magistrati dei Feldi, conosciuti
anche col soprannome
dei Tufano. “I poteri
decisionali - continua - li
aveva Francesco, ma sulla
piazza era personalmente
presente Giovanni, con il
quale collaborava il figlio”.

Dal direttorio alla gestione della cupola

Sacco, un cognome
già noto alle forze dell’ordine
che indagano sulla
mala di Secondigliano. I fratelli
Sacco sono ritenuti orbitanti
attorno alla Cupola di
camorra più influente, in particolare
Gennaro Sacco,
fratello di Gaetano, compare
nell'elenco degli imputati
del maxi-processo di camorra
conclusosi nella primavera
scorsa con una raffica di
condanne per il gotha della
criminalità organizzata. In
quel processo, Gennaro
Sacco incassò una pesante
condanna, l’ergastolo, la
stessa che i giudici della
terza Corte d’assise inflissero
ai boss Gaetano Bocchetti,
Giuseppe Lo Russo,
Giovanni Cesarano e Gennaro
Aprea. Al massimo
della pena, in quel processo,
furono condannati inoltre,
Gennaro Russo, Carmine
Botta, Giuseppe Di
Somma e Gennaro De
Luca. Trenta anni di reclusione
vennero inflitti ad
Antonio Russo, ventisei anni
a Paolo Di Mauro, sedici
anni di carcere a Salvatore
Manco, mentre quattordici
anni di reclusione furono
sentenziati per Fabio Riso,
ex esponente della cosca di
Forcella, al quale vennero
riconosciute le attenuanti
della collaborazione. I giudici
condannarono sei anni Ciro
Giovanni Spirito, per il quale
la procura aveva invocato la
condanna a ventiquattro
anni. A sei anni di reclusione,
per il solo reato di associazione
camorristica, fu
condannato anche Giuseppe
Franzese, per il quale la
procura aveva chiesto la
pena dell'ergastolo in relazione
all'omicidio di Francesco
Mazzarella, ma dall'accusa
di omicidio Franzese
fu assolto e scarcerato. Fu
assolto e scarcerato anche
Gennaro Trambarulo, a cui
era contestato il tentato omicidio
di Damiano. I giudici
sentenziarono l'assoluzione
per Ciro Cioffi, Giuseppe
Del Prete, Luigi Cuccaro,
Ciro Amico, Ciro Aprea,
Gaetano Cervone, Raffaele
Margatita, Vincenzo Salzano,
Giuseppe Vilmi, Alfredo
De Feo, Salvatore Riccio e
Felice Mutone. Otto omicidi
erano al centro del processo,
azioni di una guerra di
camorra che nel 1998 raggiunse
la sua tappa più
'rossa' con delitti 'eccellen

La faida senz’armi dei Sacco-Bocchetti

Una rivoluzione,
ma di quelle fatte senza armi,
senza sparare. Un braccio di
ferro che ha portato a una scissione
e un nuovo assetto territoriale.
Ma senza morti
ammazzati. Da una parte ci
sono i Licciardi, sopraggiunti
agli scissionisti (con loro delega)
hanno dapprima amministrato,
poi hanno de ciso di
gestire autonomamente parti di
territorio nella zona a ridosso
del rione Belingieri. Dall’altra i
Sacco-Bocchetti, gruppo fiancheggiatore
e organico dell’Alleanza
di Secondigliano che ha
spiccato il gran salto ed avrebbe
del tutto estromesso quelli
della Masseria Cardone dagli
affari nella zona di Secondigliano.
In via del cassano,
ormai il gioco è a due. Da
quelle parti omai quasi tutti
quelli che facevano parte del
cartello della Masseria sono
trasmigrati nel nuovo sodalizio.
Tra questi ci sarebbero il
ras Cesarano (attualmente
detenuto con l’accusa di estorsione)
e il gruppo dei Feldi,
noti anche come i tufano. La
‘campagna acquisti’ ha fatto sì
che a ridosso del rione Kennedy
gli affiliati ai Licciardi si
‘dissolvessero’. Sullo sfondo,
tuttavia - raccontano alcune
voci - si staglierebbe l’ombra
imponente dei Lo Russo. I
rapporti tra la Cupola di
Secondigliano e gli scissionisti,
lo scenario di camorra nella
periferia a nord di Napoli, la
divisione delle aree di competenza
e degli affari tra le
cosche. Antonio De Carlo
nella sua veste da collaboratore
di giustizia sta svelando ai
magistrati la storia più attuale
della mala di Secondigliano.
Lo ha fatto anche tracciando
un profilo di Giovanni Cesarano,
l’uomo su cui si è concentrata
l’attenzione degli inquirenti
che indagavano sul
racket. “Cesarano - sostiene il
neo pentito De Carlo - fa parte
del clan Licciardi da tantissimi
anni. Proprio in virtù del suo
spessore e della sua esperienza
criminale tiene i rapporti con
gli scissionisti”. Le rivelazioni
dell’ex gregario spianano la
strada a nuove piste investigative.
Gli inquirenti chiedono al
pentito di chiarire, di fornire i
dettagli e quindi i riscontri. De
Carlo risponde, spiegando che
solo Cesarano aveva il peso
per sedere alle tavole rotonde e
incontrare esponenti di altre
organizzazioni e racconta un
episodio in particolare, descri-
La faida senz’armi dei Sacco-Bocchetti
Il sodalizio criminale avrebbe scalzato il gruppo della Masseria Cardone dalle zone di via del Cassano e del rione Berlingieri
Il ‘placet’ delle organizzazioni malavitose della zona a ridosso del Perrone
alla eliminazione degli esponenti della famiglia De Lucia legata ai Di Lauro
Tra i ras passati con gli scissionisti dei Licciardi ci sarebbero Cesarano e i fratelli Feldi
“IL LUOGOTENENTE
Per il suo spessore
criminale è il solo
ad avere rapporti
con gli ‘spagnoli’
“ IL RETROSCENA
Alcune volte
fu chiamato a sedare
alcuni contrasti
tra gli affiliati
vendo l'incontro che Cesarano
avrebbe avuto con il nipote di
’o Lello, ossia di quel Raffaele
Amato, che inquirenti e pentiti
indicano come il capo del
gruppo di scissionisti. “Mi riferisco
- chiarisce il neo pentito -
ad alcune volte nelle quali vi è
necessità di sedare alcuni contrasti
tra ragazzi del quartiere
appartenenti agli uni e agli
altri”. “Ricordo - aggiunge -
che io stesso ho accompagnato
il nipote di ’o Lello e un ragazzo
che era con lui quando
giunsero alla Masseria per
parlare con Giovanni Cesarano
indirizzati da tale Enzler o
Anzler”. Recenti inchieste
della Dda, informative più
aggiornate delle forze dell’ordine
disegnano uno scenario in
cui più gruppi malavitosi legati
anche indirettamente alle
potenti cosche del quartiere
‘convivono’ nella periferia a
nord di Napoli seprati da confini
invisibili, stabiliti al termine
della feroce faida combattuta
tra il 2004 e il 2005 e ridefiniti
tramite accordi e alleanze traversali
di camorra. Antonio De
Carlo in ordine di tempo è l’ultimo
collaboratore di giustizia,
pentito del clan Licciardi che
fa tremare la mala che un
tempo ispirò il progetto della
cosiddetta Alleanza di Secondigliano.

La faida senz’armi dei Sacco-Bocchetti

Una rivoluzione,
ma di quelle fatte senza armi,
senza sparare. Un braccio di
ferro che ha portato a una scissione
e un nuovo assetto territoriale.
Ma senza morti
ammazzati. Da una parte ci
sono i Licciardi, sopraggiunti
agli scissionisti (con loro delega)
hanno dapprima amministrato,
poi hanno de ciso di
gestire autonomamente parti di
territorio nella zona a ridosso
del rione Belingieri. Dall’altra i
Sacco-Bocchetti, gruppo fiancheggiatore
e organico dell’Alleanza
di Secondigliano che ha
spiccato il gran salto ed avrebbe
del tutto estromesso quelli
della Masseria Cardone dagli
affari nella zona di Secondigliano.
In via del cassano,
ormai il gioco è a due. Da
quelle parti omai quasi tutti
quelli che facevano parte del
cartello della Masseria sono
trasmigrati nel nuovo sodalizio.
Tra questi ci sarebbero il
ras Cesarano (attualmente
detenuto con l’accusa di estorsione)
e il gruppo dei Feldi,
noti anche come i tufano. La
‘campagna acquisti’ ha fatto sì
che a ridosso del rione Kennedy
gli affiliati ai Licciardi si
‘dissolvessero’. Sullo sfondo,
tuttavia - raccontano alcune
voci - si staglierebbe l’ombra
imponente dei Lo Russo. I
rapporti tra la Cupola di
Secondigliano e gli scissionisti,
lo scenario di camorra nella
periferia a nord di Napoli, la
divisione delle aree di competenza
e degli affari tra le
cosche. Antonio De Carlo
nella sua veste da collaboratore
di giustizia sta svelando ai
magistrati la storia più attuale
della mala di Secondigliano.
Lo ha fatto anche tracciando
un profilo di Giovanni Cesarano,
l’uomo su cui si è concentrata
l’attenzione degli inquirenti
che indagavano sul
racket. “Cesarano - sostiene il
neo pentito De Carlo - fa parte
del clan Licciardi da tantissimi
anni. Proprio in virtù del suo
spessore e della sua esperienza
criminale tiene i rapporti con
gli scissionisti”. Le rivelazioni
dell’ex gregario spianano la
strada a nuove piste investigative.
Gli inquirenti chiedono al
pentito di chiarire, di fornire i
dettagli e quindi i riscontri. De
Carlo risponde, spiegando che
solo Cesarano aveva il peso
per sedere alle tavole rotonde e
incontrare esponenti di altre
organizzazioni e racconta un
episodio in particolare, descri-
La faida senz’armi dei Sacco-Bocchetti
Il sodalizio criminale avrebbe scalzato il gruppo della Masseria Cardone dalle zone di via del Cassano e del rione Berlingieri
Il ‘placet’ delle organizzazioni malavitose della zona a ridosso del Perrone
alla eliminazione degli esponenti della famiglia De Lucia legata ai Di Lauro
Tra i ras passati con gli scissionisti dei Licciardi ci sarebbero Cesarano e i fratelli Feldi
“IL LUOGOTENENTE
Per il suo spessore
criminale è il solo
ad avere rapporti
con gli ‘spagnoli’
“ IL RETROSCENA
Alcune volte
fu chiamato a sedare
alcuni contrasti
tra gli affiliati
“A Napoli occorre
un alto commissariato
contro la camorra”
''E' una situazione talmente
eccezionale quella
esistente nel napoletano
che per risolverla occorrono
rimedi altrettanto
adeguati come quello di
istituire un alto commissario
anticamorra con
poteri tali da contrastare
immediatamente le organizzazioni
criminali. Lo
avevo suggerito tempo fa
ma nessuno mi ha ascoltato''
E' quanto sostiene
in una intervista al Tg
2000 - telegiornale dell’emittente
televisiva satellitare
Sat 2000 - l'ex procuratore
capo di Napoli
Agostino Cordova attualmente
giudice della Corte
di Cassazione. ''Occorrono
leggi certe e non ondivaghe
- ha detto Cordova
- attuate con lo stesso
rigore con il quale la
camorra applica la propria
legge sul territorio''.
Nella zona tra Secondigliano e Scampia i Lo Russo stanno prendendo il sopravvento
vendo l'incontro che Cesarano
avrebbe avuto con il nipote di
’o Lello, ossia di quel Raffaele
Amato, che inquirenti e pentiti
indicano come il capo del
gruppo di scissionisti. “Mi riferisco
- chiarisce il neo pentito -
ad alcune volte nelle quali vi è
necessità di sedare alcuni contrasti
tra ragazzi del quartiere
appartenenti agli uni e agli
altri”. “Ricordo - aggiunge -
che io stesso ho accompagnato
il nipote di ’o Lello e un ragazzo
che era con lui quando
giunsero alla Masseria per
parlare con Giovanni Cesarano
indirizzati da tale Enzler o
Anzler”. Recenti inchieste
della Dda, informative più
aggiornate delle forze dell’ordine
disegnano uno scenario in
cui più gruppi malavitosi legati
anche indirettamente alle
potenti cosche del quartiere
‘convivono’ nella periferia a
nord di Napoli seprati da confini
invisibili, stabiliti al termine
della feroce faida combattuta
tra il 2004 e il 2005 e ridefiniti
tramite accordi e alleanze traversali
di camorra. Antonio De
Carlo in ordine di tempo è l’ultimo
collaboratore di giustizia,
pentito del clan Licciardi che
fa tremare la mala che un
tempo ispirò il progetto della
cosiddetta Alleanza di Secondigliano.

Due delitti ‘insoliti’ nella terra della faida

Erano trascorse quarantaquattro ore dall’omicidio
di Modestino Bosco, trovato cadavere in
un garage di via Duca degli Abruzzi, quando a
Secondigliano si tornò ad uccidere. Era il settembre
del 2006, i killer agirono in pieno giorno, tra decine
di passanti. Bruno Mancini, 43 anni, fu
freddato dal piombo dei sicari alle 17,25 sul
corso principale del quartiere a nord di
Napoli. Dodici i proiettili che lo centrarono
sfigurandogli il volto. L’agguato fu eseguito
davanti a numerosi bambini che affollavano
il parco ‘Oasi del bambino’. La vittima si
stava intrattenendo in una discussione con
un dipendente di un distributore di benzina
della Tamoil quando due persone giunte a bordo di
un ciclomotore - anche se alcuni testimoni hanno
descritto una Smart di colore rosa allontanarsi a folle
velocità - hanno aperto il fuoco. Per strada il panico,
chi si è trovato protagonista di un agguato di camorra
cercò riparo nei negozi aperti. “E’ stato terribile, qui
non si può vivere”, commentò una donna ancora
sotto choc mentre ripara gli occhi del figliolante da
quello scenario agghiacciante. Bruno Mancini era
disteso sull’asfalto, le scarpe da ginnastica che indossava
schizzate a due metri di distanza. Fin dal principio
l’omicidio del trentaseienne del rione
Monterosa e l’agguato mortale sul corso
Secondigliano furono interpretati come collegati.
La camorra di Secondigliano quando
uccide non si abbandona a casualità, soprattutti
nei modi e nei tempi. Sul posto le pattuglie
dell’Arma arrestano la sosta in modo
scomposto. Due omicidi nella terra della
faida sono da terere ben presenti, ma quelli
non furono ricondotti alla guerra tra di lauro e scissionisti.
Mancini e Bosco non erano dilauriani o
scissionisti, piuttosto in passato avevano avuto legami
proprio con il sodalizio criminale della Masseria
Cardone. E la pista investigativa portò lì gli inquirenti.

La lista nera e il ‘regalo’ al clan Licciardi

Una lista di nomi affissa sui muri della
chiesa della Resurrezione a Scampia qualche giorno
dopo il 17 marzo 1997, giorno dell’agguato in cui
morì Vincenzo Esposito, lo chiamavano il principino,
era il nipote del defunto boss Gennaro Licciardi
e sembrava destinato a prendere le redini
della famiglia. Una lista nera, la stilò la
camorra, quella che voleva vendicare la
morte del rampollo della Masseria Cardone,
che non aveva paura nemmeno di
annunciare la sua vendetta. Fece indagini
veloci, scrisse uno dietro l’altro i nomi di
coloro che riteneva responsabili di quella
morte eccellente. Dieci nomi in tutto (in
cima c’era anche quello di un boss di Secondigliano
attualmente detenuto e quello di Modestino Bosco)
e li rese noti, perché tutti sapessero e per dimostrare
che fuggire non sarebbe valso a nulla: era stati già
condannati a morte. Si scelse di affiggere l’elenco su
un muro della parrocchia al rione Monterosa, non fu
una scelta a caso, il messaggio doveva essere eclatante
più dell’omicidio, la reazione più violenta dell’azione
che l’aveva generata. Vincenzo Esposito fu
assassinato in via Monterosa. Nemmeno un mese
dopo quel delitto, a Scampia ci furono agguati eccellenti.
Per gli inquirenti fu la vendetta della
camorra. Ci furono dodici vittime, e molte
erano tra gli iscritti nella lista nera. Si salvarono
in due, ed uno fu Modestino Bosco.
Era conosciuto con il soprannome di
celeste. I killer gli diedero la caccia perché
dovevano punirlo. Negli ultimi anni, dopo
aver ottenuto la scarcerazione, Bosco si era
trasferito a Latina, ma di tanto in tanto tornava
a Secondigliano. Lo hanno trucidato la sera del
2 settembre 2006 nel garage di via Duca degli
Abruzzi. “Nessuno si arrabbierà” è stato un commento
intercettato dagli inquirenti nelle ore immediatamente
successive al delitto. “Abbiamo fatto
pure una cortesia a quelli della Masseria Cardone”.

LICCIARDI

La tregua siglata
tra clan Di Lauro e ‘spagnoli’
aveva stabilito nuovi confini. I
gruppi di spacciatori hanno
dovuto adeguarsi e ‘migrare’
da una piazza all’altra. Gli
equilibri restano precari, anzi
sono tornati precari. Gli scissionisti,
quelli che la prima
‘grande guerra’ per il controllo
delle piazze di spacico dell’area
nord l’hanno vinta,
sono stati protagonisti di quelle
‘eliminazoni a orologeria’
che servivano a regolare i
conti in sospeso. “Gigino
gestisce al piazza di spaccio
di piazzetta Berlingieri e si
rifornisce dai Licciardi”. E’
quanto emerge dai verbali del
pentito De Carlo che parla
dei nuovi assetti degli affari e
del territorio nella zona di
Secondigliano. “E’ organico
al clan e commette anche
azioni di fuoco per i Licciardi
della Masseria Cardone”. E’
molto cambiato l’assetto dalla
gestione dei Di Lauro. Era
un’organizzazione perfetta
quella gestita dai Di Lauro.
Un’organizzazione soporattutto
‘moderna’. I traffico di stupefacenti
gestito come un
vero e proprio ‘multilevel’ e
Paolo Di Lauro è stato il
primo narcotrafficante ad
applicare il ‘multilevel’ allo
spaccio di stupefacenti. Ma
ora le cose sono cambiate. I
nuovi sviluppi investigativi
hanno lasciato emergere una
realtà che sta mutando di continuo.
E anche su questa transazione
il vertice della piramide
ricavava ulteriori introiti
derivanti soprattutto
dall’“affitto” dei suoli (le
piazze) sulle quali avveniva la
compravendita di sostanze
stupefacenti. Ora la droga non
viene comprata “all’ingrosso”
e successivamente lavorata.
La droga viene acquistata dall’organizzazione
già divisa in
dosi pronte ad essere spacciate
e i vertici, che hanno scelto
di bypassare tutte le figure
intermedie, la rivendono direttamente
ai pusher. I grossi
calibri dell’Alleanza hanno
quindi colonizzato rioni e
quartieri col placet degli scissionisti.
Ma quando un personaggio
ha uno spessore tanto
ingombrante, fa quello che
nella sua indole sente di fare:
conquistare sempre più spazio
e più potere. E’ così, con quest’anelito
di espansione, che
tra i Licciardi e i cosiddetti
‘spagnoli’, sono cominciati gli
attriti. Chi era stato messo al
vertice di alcuni rioni chiave
(affiliati della prima ora al
gruppo della Masseria Cardone)
ha deciso di farsi largo, di
prendere spazio, anche a costo
di mettersi contro il direttorio
di cui allora era al vertice il
padrino Vincenzo Licciardi.
Questioni di soldi. Gli scissionisti
dei Licciardi (a differenza
di quelli dei di lauro) hanno
un nome: si chiamano Sacco-
Bocchetti. E alle loro spalle si
staglia imponente l’ombra
dell’organizzazione malavitosa
dei Lo Russo del rione San
Gaetano.

DI LAURO nella riserva del terzo mondo



Non sono serviti i
tentati vi di espansione (prima)
e le richieste di accordo (poi)
per dare nuovamente respiro
agli affari gestiti dai reduci dell’organizzazione
criminale di
via Cupa dell’Arco. Nel profilo
che ne fanno gli inquirenti con i
fratelli Cosimo e Marco (il più
giovane, ancora latitante assieme
a Nunzio), avrebbe deciso
la ‘nuova’ organizzazione del
clan, intraprendendo quel progetto
di ringiovanimento della
cosca e stravolgimento dell’organizzazione,
poco gradito
dagli ‘storici’ soci di Ciruzzo e
causa della frattura che partorì
la spietata guerra. Se Cosimo
era lo stratega e Ciro il re della
droga, Vincenzo, il primo dei
fratelli a finire in manette (fu
arrestato il 2 aprile 2004 a Chivasso,
nel Torinese) era indicato
come l’alter ego del padre
Paolo. Ne prese il posto quando
il boss fu costretto alla latitanza,
gestì il clan mantenendo per
circa due anni intatto lo strapotere
esercitato dalla cosca sul
mercato della droga, e non solo.
Fu dopo l’arresto di Vincenzo
che la storia del clan incontrò le
prime difficoltà, prima la spaccatura
con i vecchi capizona,
poi la guerra. Adesso che i venti
di guerra sono tornati a spirare e
che gli omicidi e gli agguati ai
danni di persone ritenute organiche
o vicine a sodalizio criminale
di via Cupa dell’Arco
hanno una sequenzialità che
richiama alla mente i tempi
della mattanza, il terreno circostante
a via Cupa dell’Arco è
tornato a ‘scottare’. Le cause
degli ultimi fatti di sangue (dai
raid ai danni di membri della
famiglia De Lucia all’omicidio
del 33enne Carmine Fusco in
piazza Zanardelli), secondo gli
inquirenti, sono da cercarsi nell’eterno
conflitto tra Di Lauro e
scissionisti. Colpi di coda della
faida, vecchi rancori o nuovi
regolamenti di conti ma comunque
legati all’affaire stupefacenti.
Poco conta se le vittime
abbiano ‘spessore criminale’ o
meno, la logica feroce delle
cosche è diretta a un unico
obiettivo: lo sterminio dei rivali.
E con il vuoto di potere che
nella zona nord si è venuto a
determinare con l’arresto di
Vincenzo Licciardi, lo scenario
non offre nulla di confortante.
Le linee di confine tra un
clan e l’altro sono tutt’altro che
evidenti e nette. La storia della
camorra dell’hinterland settentrionale
della città è una storia
lunga un ventennio. I protagonisti
sono sempre stati nomi
eccellenti, boss di grande carisma
e di rilevante potere criminale.
“Nei momenti di pace la
camorra riesce a gestire meglio
i suoi affari e farli fruttare.
Quando c’è una guerra in atto,
c’è anche maggiore pressione
sul territorio, una maggiore
presenza delle forze dell’ordine
e questo inevitabilmente induce
i clan a ridimensionare le loro
attività illecite”. Quando la
diplomazia viene meno, parlano
le armi.

domenica 17 febbraio 2008

Condannati i figli del ras Di Lauro

Diciotto imputati, centoquaranta anni di carcere, sette assoluzioni. La sentenza per i boss arrestati nel corso del maxiblitz di quattro anni fa è arrivata dopo un lunghissimo processo durato anni che ha visto testimoniare decine di testimoni susseguirsi dinanzi la quarta sezione penale del Tribunale di Napoli. Il pm Michele Del Prete ha avuto ragione: i figli del superboss Paolo Di Lauro sono stati condannati. Quindici anni per Cosimo Di Lauro, 14 anni per Ciro e Marco. Cinque anni per Alfredo Cicala, ex sindaco di Melito, accusato di associazione camorristica. Venti anni a testa per i Rosario Fusco e Antonio Ronga accusato oltre che di 416 bis anche del tentato omicidio Bizzarro. Sono stati assolti e scarcerati tra gli altri Massimo Bevilacqua, difeso dall’avvocato Carlo Ercolino, Pasquale Rinaldi, difeso dall’avvocato Diego Abate, Vincenzo De Gennaro, difeso dagli avvocati Carlo Ercolino e Luigi Senese. Inoltre il giudice ha inviato gli atti in Procura per falsa testimonianza alcuni testi chiamati per Fusco, Ronga e Cicala. Quello del maxiblitz a Secondigliano fu la risposta migliore che lo Stato potesse dare alla faida che era in corso nella zona a nord di Napoli era un operazione che potesse portare in carcere non solo i boss ma anche l’esercito di affiliati che il più delle volte commetteva omicidi e spacciava nelle “piazze”. Per questo la notte del 7 dicembre del 2004 fu ribattezza l’Alba dello Stato. Cinquantuno arresti, quattordici latitanti, 1800 uomini delle forze dell’ordine. I numeri la dicevano tutta. Ebbene per quel blitz, a distanza di tre anni, in molti sono tornati in libertà perché hanno scelto il rito abbreviato in primo grado e hanno patteggiato in secondo. Altri invece, la minor parte, tra i quali il boss Cosimo Di Lauro (assistito dagli avvocati Vittorio Giaquinto e Vittorio Guadalupi), hanno scelto il rito ordinario. Una inchiesta fatta di intercettazioni telefoniche, ambientali, indagini investigative e racconti dei pentiti: primo tra tutti Pietro Esposito “’o kojack” e Domenico Rocco e Gaetano Conte. Il processo però non vedrà la fine prima di metà gennaio, perché dopo la requisitoria ci sarà la discussione degli avvocati e le ferie natalizie. L’operazione aveva un solo obbiettivo: sgominare la più potente, radicata, efficiente organizzazione camorristica presente a Scampia, Secondigliano, Casavatore, Melito, Arzano, a distanza di poche ore dal 22esimo assassinio della guerra in corso, quello dell’incensurato 26enne Dario Scherillo. Un colpo di coda frutto di settimane di intenso lavoro investigativo, condotto dal pool anticamorra guidato da Felice Di Persia, dai sostituti Giovanni Corona, Simona Di Monte, Luigi Frunzio, Marco Del Gaudio, in forza alla Procura guidata da Giovandomenico Lepore. Un maxiblitz che si è avvalso del coordinamento di polizia, carabinieri e guardia di finanza, capaci di sfruttare a pieno il contenuto di intercettazioni telefoniche e ambientali, ma anche le dichiarazioni rese dal pentito Pietro Esposito arrestato per aver dato in pasto ai killer Gelsomina Verde, 22enne di San Pietro a Patierno, uccisa per i suoi legami amicali con il gruppo degli scissionisti del clan Amato-Pagano. In manette finì anche Ciro Di Lauro, figlio di Paolo il superlatitante Ciruzzo ’o milionario.

Pronta la strage: trovato l’arsenale della faida

Mitragliatrici, fucili e pistole in perfetto stato, pronte ad essere utilizzate e centinaia di proiettili, di vario calibro. Un arsenale che poteva essere stato destinato ad un commando di fuoco con una missione di morte. A sventare una possibile strage, nel Rione Sanità, sono stati i carabinieri del comando provinciale di Napoli, diretto dal comandante Gaetano Maruccia, che hanno trovato l’arsenale in due depositi, di cui uno abbandonato. Tra le armi, un mitragliatore Kalashnikov, 6 fucili (2 a canne mozze), 5 pistole (2 a tamburo e 3 semiautomatiche) c’era anche una pistola, una calibro 9x21, con il colpo in canna, circostanza che dimostrerebbe che nel cuore del centro storico gli equilibri tra i sodalizi criminali non sono stabili. Sono state inoltre sequestrati giubbotti antiproiettili e due parrucche da donna, per travestimenti. «La Sanità è un territorio già da tempo sotto la nostra stretta attenzione - ha spiegato il colonnello Gerardo Iorio (nella foto), a capo del Reparto Operativo - come dimostrano le diverse importanti operazioni eseguite da qualche tempo a questa parte che hanno consentito di disarticolare il clan più potente del panorama camorristico partenopeo, i Misso, e quello degli scissionisti, i Torino, che si sono affrontati in una cruenta faida». Scontro sanguinario che ha causato una decina di morti ammazzati tra il 2006 ed il 2007. «Le armi rinvenute - ha continuato il colonnello Iorio - sono ora all’esame degli uomini del Ris (reparto investigazione scientifica, ndr) che potranno dare risposte più precise sul loro uso negli omicidi avvenuti in quella fase». La lotta alle cosche della Sanità ha spinto i carabinieri a rastrellare i vicoli di questa zona del centro storico con l’individuazione dei due depositi-armerie, di cui uno abbandonato da tempo. Le indagini proseguono sia per accertare i titolari dei locali ma, come accade in casi del genere, sarà difficile poter risalire a qualcuno ma anche perché potrebbero esserci altri nascondigli del genere. L’arsenale era composto da un Kalashnikov, mitragliatrice in dotazione a forze speciali, con manico pieghevole, proveniente dai Paesi dell’Est; da pistole con matricola abrasa, simili a quelle in dotazione alle forze dell’ordine, provento di furti o rapine ai danni di istituti di vigilanza; fucili da caccia, tra cui uno con manico mozzato per un più agile utilizzo. Il lavoro investigativo continua anche per individuare i canali di rifornimento delle armi. «Stiamo lavorando anche in questa direzione - ha concluso Gerardo Iorio -. Non è facile individuare il rifornitore o il gruppo criminale che controllo questo traffico. Non siamo a conoscenza di clan che nella nostra città o in provincia sono dediti solo a vendere armi”. Il sequestro di ieri segue gli arresti eseguiti il 28 gennaio scorso, durante i quali furono arrestati i fratelli Sequino, ex Misso, passati dalla parte della cosca di Salvatore Torino.

MINACCE ED INSULTI AL BOSS PENTITO

Per decenni largo Donnaregina è stato il quartier generale del clan Misso. Lì ha operato Giuseppe Misso “’o nasone” (nella foto). Lì, tra quei vicoli a ridosso della Sanità e di Forcella sono cresciuti i fratelli Giuseppe “’o chiatto”ed Emiliano Zapata. Tra quelle stradine ricche di storia ed impregnate di sangue e polvere da sparo si sono decisi a tavolino alleanze, guerre, morti e patti scellerati per il controllo della droga, delle estorsioni e di tutti gli affari criminali della città che hanno fatto di Napoli una delle più degradate città d’Italia. Adesso però largo Donnaregina è vuoto. Non ci sono più i guaglioni del boss Giuseppe “’o nasone”. Non ci sono più i fedelissimi dei fratelli Misso, né i pusher. Del clan si sono pentiti i boss, gli affiliati e i gregari che hanno chiuso, si spera per sempre, i loro rapporti con la camorra, la malavita, le stragi e i morti innocenti. Ma i collaboratori di giustizia se sono per la Procura fonte infinita di informazioni, non sono visti di buon occhio per chi ogni giorno si nutre di criminalità e rischia con le accuse degli ex ras di finire nei guai. Chi decide coraggiosamente o per interessi personali di passare dalla parte dello Stato è appellato tra i vicoli come un infame. Lo si fa in Sicilia con la mafia, in Calabria con la ndrangheta e a in Campania con la camorra. Per questo nei giorni scorsi qualcuno ha pensato con una bomboletta spray rossa di insultare e minacciare Giuseppe Misso “’o nasone”. Probabilmente, ma è molto di più di una probabilità, per la sua scelta di iniziare un percorso di collaborazione. E allora in vico Donnaregina e in largo Donnaregina sono comparse scritte piene di insulti e anche gravi minacce: “Misso ’o nasone ti uccideremo” (scritta questa cancellata), “Misso ’o nasone sei cornuto”, “Misso ’o nasone munnezza” e “Misso ’o nasone assassino di donne”. Quale sia il messaggio è fin troppo chiaro, scritto poi nel linguaggio che arriva a tutte le persone che affollano quei vicoli angusti dove anche il sole fa fatica ad entrare e che ogni giorno passeggiano nel “ventre” di quella Napoli tanto cara a Totò. Un messaggio forse anche agli ultimi pregiudicati dei Misso che ancora nutrono alla Sanità i loro interessi o anche agli alleati che vogliono stringere patti con chi resta. Anche gli investigatori ovviamente stanno indagando e non si esclude che quei messaggi siano stati scritti tutti nello stesso giorno e con il beneplacito della criminalità organizzata che con il “vuoto di potere” vuole inserirsi a pieno titolo negli affari della Sanità. Due giorni fa Misso “’o nasone” ha fatto le sue prime dichiarazioni spontanee da collaborante di giustizia. Ha dichiarato di voler essere ripreso non di spalle, come si fa con tutti i pentiti, ma di faccia: «Voglio guardare in volto le persone quando parlo». Ha raccontato prima dell’omicidio di Mario Ferraiuolo e poi del delitto di Giovanna Esposito. «Ho fatto ammazzare io Mario Ferraiuolo. Con i servizi segreti deviati mi fece accusare in-giustamente per la strage del Rapido 904». Sulla morte della Esposito ha detto seccamente: «Io con quella storia non c’entro nulla». Ma nei vicoli, qualcuno la pensa diversamente e lo ha scritto a chiare lettere sul muro.

martedì 12 febbraio 2008

Dopo la scissione

In origine i Di
Lauro avevano scelto come
capo della piazza di Melito
Federico Bizzarro. Era lui la
persona a cui venivano consegnati
i proventi dello spaccio.
Responsabile del settore
droga era Rosario
Fusco, detto ’o coreano.
Era lui che si occupava di
acquisto, taglio e controllo
degli stupefacenti nella 167
dì Melito. E proprio tra questi
due che sono iniziati i contrasti
per il controllo della
zona a nord della periferia
partenopea, E i Di Lauro
mostrano di aver preferito e
concretamente aiutato
Rosario Fusco ed il suo
gruppo che, infatti, saranno
spalleggiati dai quadri direttivi
del clan, soprattutto da
Antonio Ronga, sino alla
fisica eliminazione dell'avversario.
Rosario Fusco
infatti, fu convocato da
Arcangelo Abete in quel di
Secondigliano. Di questi
movimenti Bizzaro ne era a
conoscenza, anche se non
immaginava mai cosa
potesse accadergli. La
situazione iniziò a scivolare
dalle mani di Federico bacchetella
i primi giorni del febbraio
2004, quando fu vittima
di un attentato mentre
era in macchina con un
parente. In quell’occasione
la scampò, ma dalle dichiarazioni
rese alla polizia giudiziaria
non riuscì a nascondere
i suoi timori. Il tentativo
fallito scatenò l’ironia, degli
affiliati di Di Lauro, e la rabbia
e la paura di Fusco e
Antonio Ronga promotori
dell'eliminazione. Timori non
del tutto infondati, visti
anche una serie di avvertimenti
ai danni dei familiari
dei due, che spinsero questi
ultimi ad accelerare l'organizzazione
di un nuovo
attentato. Fusco e Ronga si
erano organizzati per cercare
di scovare Bizzaro (attraverso
uno specchiettista)
nella sua abitazione. In caso
contrario il gruppo di fuoco si
sarebbe recato a casa del
figlio di Bizzarro dove “non
avrebbe risparmiato nessuno”,
come si legge dalle
intercettazioni telefoniche.
Bizzarro, consape-vole di
essere ormai nel mirino dei
Di Lauro, anche per la sua
volontà di staccarsi dal lìorganizzazione
'madre', aveva
preso una serie di precauzioni.
Ma ormai la situazione
era irrecuperabile

Il ‘vertice’ del direttorio dei Licciardi

Come
l’acqua gettata su un formicaio.
Così ha reagito Secondigliano
alla notizia che l’ultimo grande
latitante dell’Alleanza era finito
in manette. E la sensazione è
stata quello dello ‘smarrimento’
più completo. Chi prenderà
le decisioni adesso? Chi farà da
guida al gruppo della Masseria?
Sono gli interrogativi che
trasversalmente si sono presentati
alla mente di affiliati e
inquirenti. Ma la multinazionale
Licciardi - secondo quanto
ricostruito dalle inchieste dell’Antimafia
- poteva vantare un
vero e proprio consiglio di
amministrazione, non solo di
un monarca. Voci dicono che
quel cda si si riunito nelle ore
successive alla cattura del boss,
avvenuta in un villino nella
zona di Cuma, per decidere il
da farsi. Per stabilire come
comportarsi in assenza del
socio fondatore. Ma una cosa è
la gesitione economica del
clan; altra cosa è la politica
estera, ovvero l’interazione
con le altre organizzazioni criminali
che insistono sul territorio.
La multinazionale Licciardi
sarebbe ancora in piedi, ma i
volti e i nomi dl cosiddetto
consiglio sono ancora avvolti
nell’ombra. Il gruppo Licciardi
- secondo le inchieste della
magitratura
-
ha fatto la
sua fortuna
ripulendo i
capitali derivanti
dai business illegali in
canali ‘puliti’. I proventi
delle vendite operate all’estero
venivano trasferiti in Italia
attraverso canali diversi. In
alcuni casi, gli inquirenti hanno
accertato che il denaro veniva
‘rimpatriato’ nascosto negli
indumenti di persone insospettabili
(si pensi ai cosiddetti
“spalloni” che, in particolare
dall’America,
portavano valuta
estera nascosta negli indumenti).
In altri casi, la camorra si
serviva di sofisticati strumenti
finanziari: si compivano complesse
operazioni bancarie trasnazionali,
talvolta il denaro
veniva
riciclato
e le
rigide disposizioni
normative
venivano arginate grazie
- ed è il sospetto degli
investigatori - a collusioni di
funzionari o impiegati di istituti
di credito. Altre volte, ancora,
per mobilitare denaro venivano
utilizzati conti correnti bancari
intestati a prestanome (talvolta
si trattava di persone anziane,
perfettamente all’oscuro delle
operazioni effettuate sui propri
conti); oppure si ricorreva a
strumenti di trasferimento di
liquidità paralleli ai circuiti
bancari, come quello del
money transfert, solitamente
usato per transazioni internazionali
che riguardano piccole
somme di denaro, che non
richiede apertura di conti correnti
né altre posizioni fisiche.
Infine, ci fu il sospetto che per
il riciclaggio di denaro l’organizzazione
si sia servita anche
delle case da gioco: in particolare,
pare che attraverso contatti
con un addetto, alcuni esponenti
del clan si recavano al
Casinò di Venezia non per giocare
ma per versare assegni sul
conto del casinò, ricevendo in
cambio denaro ‘pulito’. I flussi
di liquidità erano consistenti,
ma le operazioni riguardavano
di volta in volta somme minori,
frazionate sui vari conti correnti
in modo da occultarne la provenienza
illecita e depistare i
controlli. Una macchina perfetta,
dunque, che potrebbe non
aver finito di ‘macinare’ soldi e
business. Che potrebbe non
aver finito malgrado la cattura
del suo uomo di vertice. Una
holding che potrebbe appofittare
ancora una volta della faida
per espandersi.

I Di Lauro ‘cacciati’ dal Terzo Mondo








Quello dei Di
Lauro è un esodo forzato, per
ragioni di sicurezza. Nel profilo
che ne fanno inquirenti
con i fratelli Cosimo e
Marco (il più giovane, ancora
latitante assieme a Nunzio),
avrebbe deciso la
‘nuova’ organizzazione del
clan, intraprendendo quel
progetto di ringiovanimento
della cosca e stravolgimento
dell’organizzazione, poco
gradito dagli ‘storici’ soci di
Ciruzzo e causa della frattura
che partorì la spietata guerra.
Se Cosimo era lo stratega e
Ciro il re della droga, Vincenzo,
il primo dei fratelli a
finire in manette (fu arrestato
il 2 aprile 2004 a Chivasso,
nel Torinese) era indicato
come l’alter ego del padre
Paolo. Ne prese il posto quando
il boss fu costretto alla latitanza,
gestì il clan mantenendo
per circa due anni intatto
lo strapotere esercitato dalla
cosca sul mercato della droga,
e non solo. Fu dopo l’arresto
di Vincenzo che la storia del
clan incontrò le prime difficoltà,
prima la spaccatura con
i vecchi capizona, poi la guerra.
Adesso che i venti di guerra
sono tornati a spirare e che
gli omicidi e gli agguati ai
danni di persone ritenute
organiche o vicine a sodalizio
criminale di via Cupa dell’Arco
hanno una sequenzialità
che richiama alla mente i
tempi della mattanza, il terreno
circostante a via Cupa dell’Arco
è tornato a ‘scottare’.
Le cause degli ultimi fatti di
sangue (dai raid ai danni di
membri della famiglia De
Lucia all’omicidio del 33enne
Carmine Fusco in piazza
Zanardelli), secondo gli
inquirenti, sono da cercarsi
nell’eterno conflitto tra Di
Lauro e scissionisti. Colpi di
coda della faida, vecchi rancori
o nuovi regolamenti di
conti ma comunque legati
all’affaire stupefacenti. Poco
conta se le vittime abbiano
‘spessore criminale’ o meno,
la logica feroce delle cosche è
diretta a un unico obiettivo: lo
sterminio dei rivali. E con il
vuoto di potere che nella zona
nord si è venuto a determinare
con l’arresto di Vincenzo
Licciardi, lo scenario non
offre nulla di confortante. Le
linee di confine tra un clan e
l’altro sono tutt’altro che evidenti
e nette. La storia della
camorra dell’hinterland settentrionale
della città è una
storia lunga un ventennio. I
protagonisti sono sempre stati
I Di Lauro ‘cacciati’ dal Terzo Mondo
L’esodo forzato dei reduci dell’organizzazione di via Cupa dell’Arco e gli agguati ‘dimostrativi’ a pochi passi dalla casa del boss
Le indagini sul delitto del 33enne Carmine Fusco al rione dei Fiori:
la pista del conflitto per il controllo dei traffici di droga nella zona
Perrone, piazza Zanardelli, via Miracolo a Milano, via Dante: il nuovo quadrilatero della morte
“BUSINESS DROGA
Il movente dei delitti
avvenuti nella zona
di Secondigliano
è ancora lo spaccio
“ COLPI DI CODA
Sono ancora molti
i conti in sospeso
dopo la conclusione
della faida delle Vele
La cosca nel mirino
L’esodo degli spacciatori
e le voci che davano per
‘emigrati’ dalla zona
anche i figli dl padrino
Paolo Di Lauro, ritenuti i
reggenti dell’organizzazione,
danno chiaro il
senso di come il sodalizio
stia attraversando un
nuovo momento di grande
difficoltà. Il tutto
potrebbe essere collegato
a una nuova espansione
degli ‘spagnoli’.
Gli eredi del padrino
Due giovanissimi, Marco
(nella foto sopra) e Nunzio
Di Lauro, 24 e 19
anni, entrambi latitanti,
guidano il clan che ‘Ciruzzo
aveva trasformato in
un’industria della droga,
mentre due boss navigati,
Raffaele Amato e suo
cognato Cesare Pagano,
entrambi liberi, sarebbero
tuttora alla testa della
cosca avversaria degli
scissionisti.
Il luogo dell’omicidio di Carmine Fusco in piazza Zanardelli a Secondigliano
nomi eccellenti, boss di grande
carisma e di rilevante potere
criminale. “Nei momenti di
pace la camorra riesce a
gestire meglio i suoi affari e
farli fruttare. Quando c’è una
guerra in atto, c’è anche
maggiore pressione sul territorio,
una maggiore presenza
delle forze dell’ordine e questo
inevitabilmente induce i
clan a ridimensionare le loro
attività illecite”. Ma quando
la diplomazia viene meno,
cominciano a verificarsi episodi
delittuosi. Raid, agguati,
fatti di sangue, ferimeni
anche solo come a un avvertimento.
Il Terzo Mondo non è
un bunker inviolabile, è questo
che hanno voluto significare
i numerosi agguati messi
a segno nella zona tra via
Miracolo a Milano, piazza
Zanardelli e via Dante. I Di
Lauro non sono intoccabili e,
dal momento che si stanno
rifacendo strada, che stanno
recuperando terreno sulle
altre organizzazioni, gli altri,
gli ex ribelli, starebbero progettando
un agguato in grande
stile. Un raid esemplificativo
che tocchi dritto al cuore
dell’organizzazione di via
cupa dell’Arco. Colpire in
alto ai vertici del direttorio,
tra i reggenti di quella che
fino a quattro anni fa era la
cosca più potente della città.

Nel quartiere torna l'incubo della mattanza


Sono trascorse quasi dieci ore dall’ultima puntata della guerra per il controllo del mercato della droga quando Secondigliano si risveglia tra la paura, che la gente pensava soltanto come un lontano ricordo. In piazza Luigi Di Nocera, dove la camorra ha ammazzato Carmine Fusco, non c’è il solito via vai domenicale. Il largo a ridosso dell’ex municipio appare semideserto. Un vecchietto vende frutta e ortaggi sistemati su un carretto. Tre ragazzini hanno gli occhi incollati al giornale che racconta dell’agguato del giorno prima. Sul selciato, fuori al bar “Sacra”, resta un pezzo del nastro usato dai carabinieri per recintare la zona in cui la Mini Cooper con a bordo il 33enne ha finito la sua corsa. Le mamme, che hanno accompagnato i figli alla messa dedicata ai bambini, camminano svelte verso il corso principale senza indugiare nemmeno un attimo nella piazzetta macchiata di sangue nel tardo pomeriggio di sabato scorso. Il terrore nel cuore dell’antico casale non prende forma delle parole. Lo leggi piuttosto negli sguardi cupi, nella gente che preferisce non sostare agli angoli delle strade, nelle bocche cucite, nei motorini rimasti negli androni dei palazzi o nei garage almeno per un giorno. La chiesa dei Santi Cosma e Damiano, che sorge ad un palmo dalla piazzetta, è gremita durante la celebrazione di mezzogiorno. Don Fulvio D’Angelo apre la funzione ricordando l’omicidio avvenuto mentre officiava la messa vespertina. Ai fedeli il sacerdote chiede di pregare perché nel quartiere «regni la pace». L’omelia contiene un forte messaggio di incoraggiamento. «Di fronte alla lunga scia di sangue versata saremmo tentati di dire che il Signore si è dimenticato di noi, ma non è affatto così. Accanto alle forze oscure c’è un’altra forza più grande, quella del Vangelo, grazie alla quale possiamo sconfiggere il male». La prima domenica di Quaresima diventa l’occasione per riunire la comunità in preghiera, in particolare per i giovani, «perché non seguano la strada della morte, della distruzione. Di fronte alla ricchezza di un momento, infatti, c’è una rapida fine» aggiunge il parroco che, appena saputo dell’omicidio, aveva impartito la benedizione alla vittima. Gli ultimi quattro cruenti episodi hanno fatto spuntare di nuovo la paura per una ripresa delle ostilità. Racconta un’anziana che vive in una traversa di corso Secondigliano: «I miei nipoti non sono più venuti a pranzo per la domenica proprio come succedeva quattro anni fa». Il riferimento va alla faida intestina al clan Di Lauro che aveva trasformato Secondigliano in un quartiere spettrale tra l’autunno del 2005 e la primavera dall’anno successivo. Adesso i timori più evidenti sono legati al fatto che i killer non esitano a sparare tra la folla, come accaduto intorno alle 18 e 30 di sabato scorso. E c’è chi come qualche mamma raccomanda ai propri figli, dopo gli ultimi segnali di piombo, di evitare di uscire da casa dopo il tramonto sia a piedi che su due ruote, soprattutto per le vie del centro antico di Secondigliano.

Fusco non si sentiva nel mirino




E ora, dopo aver colpito i capi-piazza, il clan Amato-Pagano sarebbe passato alle seconde linee dei Di Lauro. Una strategia obbligata, secondo alcuni esperti investigatori, per l’assenza dal territorio dei responsabili dei traffici di droga nella zona del “Perrone” e più in generale del “Terzo mondo”. Ma in questa nuova fase di guerra di camorra qualcuno vede anche l’ombra dei contrasti tra i Licciardi e i Sacco-Bocchetti, con un intreccio di alleanze e di propositi di egemonia. Una tesi suggestiva, anche se finora senza riscontri concreti. Carmine Fusco, ultima vittima della faida, non sembrava preoccupato durante gli ultimi giorni di vita. Era originario del “Terzo mondo” e frequentava la zona ma non era legato organicamente al clan Di Lauro, storicamente egemone nel quartiere. Eppure, anche a distanza di 24 ore dall’agguato, nessun investigatore ha dubbi che si sia trattato di un attacco degli ex “scissionisti”: un altro segnale dell’interesse verso le piazze di droga. Fusco (che abitava in via racconti di Pietroburgo, nel rione dei Fiori) non era un pregiudicato di spicco. Anzi, non lo si poteva proprio definire così avendo a carico soltanto una denuncia per danneggiamento e alcuni fogli di via obbligatori da città d’Italia. Eppure il suo omicidio è stato subito collegato da coloro che indagano alla guerra in atto, o meglio alla nuova fase della faida. Ed è probabile che il 33enne a causa delle sue origini venisse considerato dai nemici di camorra un simpatizzante dei Di Lauro. La stessa matrice, quindi, degli omicidi di Vittorio Iodice (25 gennaio), dello zio di Ciro Reparato (31 gennaio) e del ferimento di Sergio De Lucia (7 febbraio). I militari hanno ricostruito con una certa precisione la dinamica dell’agguato. Carmine Fusco era a bordo di una Mini Cooper quando gli si sono affiancati due sicari in sella a una motocicletta “Transalp”, poi fuggita verso via Gaetano Errico. Tra la folla e a pochi metri di distanza da una chiesa piena di fedeli che partecipavano alla Messa, quello seduto dietro ha estratto una pistola dal giubbotto facendo fuoco a ripetizione. Sei colpi di pistola calibro 9 sono stati esplosi, almeno tre andati a segno: alla testa e al torace. Per il 33enne non c’è stato nulla da fare: è morto all’istante. Una congiunta, tra le prime persone ad arrivare sul posto, lo ha riconosciuto e ha fornito ai carabinieri la sua identità. Le indagini sono partite immediatamente e si sono indirizzate verso gli ambienti degli “scissionisti”, ormai considerati più forti dei Di Lauro nelle cittadine a nord di Napoli e a Scampia mentre i rivali controllano la maggior parte del territorio di Secondigliano. Gli equilibri, faticosamente raggiunti l’anno scorso dopo un’altra serie di omicidi, sono nuovamente saltati all’inizio del 2008. E l’attacco sferrato sembra molto potente, al punto che gli inquirenti temono una clamorosa risposta del clan di cupa dell’Arco.

lunedì 11 febbraio 2008

Licciardi già preparava la fuga



Ancora pochissimo e Vincenzo Licciardi, che
da ottobre si nascondeva in via Licola-Cuma
a Pozzuoli, avrebbe cambiato rifugio sfuggendo
così per la quarta volta consecutiva alle
manette. Due ore prima della cattura, avvenuta
intorno alle 4, “’o chiatto” si era svegliato
per il rumore di una macchina giunta a
pochi metri dalla villetta in cui era ospitato da
due coniugi insospettabili. «Ho avuto qualche
sospetto- ha detto agli investigatori il ras di Secondigliano-
ma non pensavo che la polizia facesse
un sopralluogo avvicinandosi così tanto
». E invece nell’auto-civetta c’erano proprio
gli uomini della sezione Catturandi della Mobile
della questura, pronti ormai a entrare in
azione dopo aver acquisito la certezza che il
latitante era all’interno.
Ecco l’ultimo retroscena dell’arresto di Vincenzo
Licciardi, che da luglio 2007 aveva scelto
il territorio di Pozzuoli per nascondersi: prima
a Monteruscello, in un villino preso in affitto
da un favoreggiatore incensurato, e poi tra
Licola e Cuma. Una zona dove fisicamente
nessuno lo conosceva, al punto che i residenti
hanno candidamente raccontato agli investigatori
di averlo notato ma senza sospettare
nemmeno un attimo che si trattasse di un boss.
«pensavamo fosse un uomo ricco che aveva lasciato
la famiglia per stare un po’ da solo»,
hanno detto alcuni. Un effetto sorpresa che gli
investigatori non escludendo,
pur ritenendo soprattutto
possibile un appoggio
della camorra locale: ma che
siano stati i Beneduce o i
Longobardi, o nessuno dei
due, a proteggerlo è presto
per sostenerlo.
Intanto è confermato (come
raccontato dal nostro
giornale subito dopo la cattura)
che è stato un poliziotto
travestito da prete a piazzare
la microspia decisiva
per la cattura di Vincenzo
Licciardi: una “cimice” attraverso
la quale due settimane
dopo gli investigatori
hanno sentito e riconosciuto la voce di “’o
chiatto”, che preferiva esprimersi con i “pizzini”
proprio temendo trappole dalle forze
dell’ordine e dalla Dda. Una mossa vincente
degli uomini della squadra mobile della questura,
spinti a cercare a Cuma e in altri luoghi
il nascondiglio del boss in seguito alle dichiarazioni
di due pentiti sui possibili favoreggiatori.
Ricerche che ogni volta sono andate
avanti con camuffamenti diversi, fino a quando
il covo è stato individuato.
Soltanto un finto sacerdote sarebbe potuto
entrare nell’appartamento, muovendosi senza
essere guardato a vista con sospetto, della
coppia che copriva la latitanza di Vincenzo
Licciardi. Qualunque altro estraneo sarebbe
stato respinto con qualche scusa, data l’estrema
prudenza e scaltrezza del ricercato che
aveva abolito dal suo vocabolario telefoni e telefonini.
Tra l’arresto di Licciardi e quello dell’altro
ras dell’“Alleanza di Secondigliano”, Edoardo
Contini, ci sono diverse analogie. Anche allora
gli investigatori si mossero grazie a una
perfetta conoscenza del territorio e numerose
fonti confidenziali, ai quali fu aggiunto un lavoro
d’intelligence con intercettazioni telefoniche
e ambientali.

Enzo Notturno resta in carcere

Era stato identificato qualche
mese fa mentre tentava di
difendere alcuni spacciatori di
Secodigliano che stavano per
finire in manette nel corso di
un blitz dei carabinieri di
zona. Era una retata antidroga
come ce ne sono tante in città e
tantissime a Secondigliano.
Per questo motivo Enzo
Notturno, fratello del più noto
Gennaro, considerato uno dei
ras degli scissionisti del clan
Di Lauro, doveva essere
arrestato in flagranza di reato
per resistenza a pubblico
ufficiale e concorso in spaccio
di sostanze stupefacenti, ma
non riuscirono a fermarlo. Nei
giorni scorsi il pm Ivana Fulco
aveva firmato un decreto di
fermo per l’accusa di spaccio
di sostanze stupefacenti in
concorso con altre persone già
arrestate e resistenza a
pubblico ufficiale. Era
destinatario dell’ordine di
cattura, ma Enzo Notturno,
secondo le forze dell’ordine,
era irreperibile. Fu
ammanettato intorno alle
22,30, in via Bakù, nel “cuore”
di Secondigliano, centrale
dello spaccio di mezza Italia e
centro di interessi milionari da
parte dei clan di tutta la città
di Napoli. Quell’accusa è stata
confermata dai giudici del
Riesame. L’uomo era assistito
dall’avvocato Luigi Senese.
Fu la squadra della narcotici
di Napoli, coordinata dal
vicequestore Lucio Vasaturo,
ad incastrarlo e a chiuderlo in
gattabuia. Notturno non oppose
resistenza alcuna e si lasciò
arrestare.
Inoltre gli fu sequestrata
anche la patente, poiché era
destinatario di un
provvedimento di sequestro.
Per lui nessuna accusa di
associazione camorristica, né
di associazione a delinquere
finalizzata allo spaccio, anche
se nel corso delle tante
indagini coordinate dalla Dda
di Napoli, pm Giovanni
Corona, Stefania Castaldi,
Sergio Amato, Luigi Alberto
Cannavale, Simona Di Monte e
Michele Del Prete, sono stati
tanti i pentiti che hanno
raccontato di Enzo Notturno,
indicandolo come una figura
apicale, assieme al fratello
Gennaro, del clan degli
scissionisti dei Di Lauro. Un
fedelissimo, un reggente di
Lello Amato e di Cesare
Pagano, considerati i due
fautori della divisione di
intenti e di affari dalla cosca
guidata da Paolo Di Lauro.

Lo strazio della madre: «Figlio mio carnale

È una zona affollata, piena di negozi e vicina a due chiese,
il teatro dell’ennesimo agguato dell’infinita strage di
camorra. I sicari non hanno esitato a vomitare il fuoco
tra la gente, nel centro storico di Secondigliano, per eliminare
Carmine Fusco. L’hanno ammazzato mentre stava
percorrendo piazza Luigi Di Nocera a bordo di una
Mini Cooper grigia in direzione di via Padre Gaetano
Errico. Il terrore è calato davanti al bar “Sacra” qualche
minuto dopo le 18 e 30. Almeno tre colpi hanno raggiunto
il 34enne scatenando il panico tra i passanti.
«Ormai qui fa troppa paura - racconta scioccata una signora
che, al momento dell’agguato, si trovava nell’adiacente
via Vittorio Emanuele - da qui dobbiamo soltanto
andare via». Il rumore delle pallottole giurano di
averlo sentito anche alcuni fedeli presenti all’interno
delle chiese dei Santi Cosma e Damiano e dell’Addolorata
per le messe vespertine. È bastato spingersi oltre il
sagrato al termine della celebrazione per trovarsi di
fronte allo scenario di morte. L’utilitaria ferma all’imbocco
della piazza, il cadavere del giovane, smanicato
scuro e maglia bianca, accasciato sul sediolino al posto
i guida mentre dall’autoradio risuonava musica da discoteca.
Intorno alla macchina un tappeto di schegge di
vetro e la solita folla di curiosi giunti da ogni parte del
quartiere. Al di là del nastro bianco e rosso passa in
fretta e furia una donna appena uscita dalla chiesa. Con
una mano tiene stretta sua figlia, con l’altra le copre gli
occhi, scappando verso casa. A liturgia finita, dopo
aver invitato i fedeli alla preghiera, don Fulvio D’Angelo
arriva sul luogo dell’agguato, a due passi dalla parrocchia,
per benedire la vittima. «L’ho fatto - spiega il
sacerdote - per esprimere il dolore e la partecipazione
della chiesa per una guerra che ha visto morire tanti
giovani e per riflettere su questa lunghissima scia di
sangue che porta lutti e sofferenze a tante famiglie. Tuttavia
non dobbiamo scoraggiarci ma realizzare piuttosto
opere di bene». Una manciata di minuti dopo l’agguato
si materializza la disperazione dei familiari.
«Carminiello, figlio carnale» grida in lacrime la mamma.
Una processione di parenti chiede di vedere la vittima
coperta da un lenzuolo bianco. Mentre carabinieri,
polizia e vigili urbani cercano di tenere sotto controllo
l’ordine pubblico, i negozi di via Dante e via Vittorio
Emanuele calano le saracinesche.

Massacrato nella sua auto



L’attacco degli Amato-Pagano alla
roccaforte del clan Di Lauro, con
l’obiettivo di conquistare la piazza
di droga del rione dei Fiori, continua
in maniera tremenda. Ieri sera,
se la ricostruzione di inquirenti e
investigatori è esatta, è toccato al
33enne Carmine Fusco cadere nel
corso dell’ennesimo agguato dall’inizio
dell’anno collegabile alla
ripresa della faida: il quarto, di cui
tre mortali. Una pioggia di proiettili
lo ha centrato mentre percorreva
in macchina a bassa velocità
piazza Di Nocera, a poca distanza
da via Duca degli Abruzzi e cupa
dell’Arco. Macabro particolare:
nella stessa zona fu ammazzato il 3
settembre 2006 Modestino Bosco.
Carmine Fusco (che abitava in
via Racconti di Pietroburgo, nel
rione dei Fiori meglio conosciuto
come “Terzo mondo”) non era un
pregiudicato di spicco. Anzi, non
lo si poteva proprio definire così
avendo a carico soltanto una denuncia
per danneggiamento e alcuni
fogli di via obbligatori da città
d’Italia. Eppure il suo omicidio è
stato subito collegato da coloro che
indagano (Dda di Napoli coordinata
dal procuratore aggiunto Franco
Roberti e carabinieri del Nucleo
investigativo e della compagnia
Stella, con i capitani D’Aloia e Sica)
alla guerra in atto, o meglio alla
nuova fase della faida. Ed è probabile
che il 33enne a causa delle
sue origini venisse considerato
dai nemici di camorra un simpatizzante
dei Di Lauro. La stessa matrice,
quindi, degli omicidi di Vittorio
Iodice (25 gennaio), dello zio
di Ciro Reparato (31 gennaio) e del
ferimento di Sergio De Lucia (7 febbraio).
I militari hanno ricostruito con
una certa precisione la dinamica
dell’agguato. Carmine Fusco era a
bordo di una Mini Cooper quando
gli si sono affiancati due sicari in
sella a una motocicletta “Transalp”,
poi fuggita verso via Gaetano
Errico. Tra la folla e a pochi metri
di distanza da una chiesa piena
di fedeli che partecipavano alla
Messa, quello seduto dietro ha
estratto una pistola dal giubbotto
facendo fuoco a ripetizione. Sei
colpi di pistola calibro 9 sono stati
esplosi, almeno tre andati a segno:
alla testa e al torace. Per il
33enne non c’è stato nulla da fare:
è morto all’istante. Una congiunta,
tra le prime persone ad arrivare sul
posto, lo ha riconosciuto e ha fornito
ai carabinieri la sua identità.
Le indagini sono partite immediatamente
e si sono indirizzate
verso gli ambienti degli “scissionisti”,
ormai considerati più forti
dei Di Lauro nelle cittadine a nord
di Napoli e a Scampia mentre i rivali
controllano la maggior parte
del territorio di Secondigliano.
Gli equilibri, faticosamente raggiunti
l’anno scorso dopo un’altra
serie di omicidi, sono nuovamente
saltati all’inizio del 2008. E l’attacco
sferrato sembra molto potente,
al punto che gli inquirenti temono
una clamorosa risposta del
clan di cupa dell’Arco nelle prossime
settimane.
A Secondigliano c’è anche un altro
focolaio negli ambienti malavitosi:
tra i Licciardi e i Sacco-Bocchetti.
E qualche inquirente comincia
a collegare le due guerre di
camorra.

BOTTE A PIPPOTTO: APERTE DUE INCHIESTE


La quinta Corte d’Assise di Napoli ha inviato gli atti del processo a carico di Pasquale ed Antonio Palma, accusati di aver partecipato all’omicidio dell’edicolante Salvatore Buglione, alla Procura di Napoli e alla Procura di Roma. Nel primo caso è stato aperto un fascicolo d’indagine per violenza privata, per ora contro ignoti, dopo le denunce degli imputati di aver avuto botte durante gli interrogatori che sono seguiti agli arresti. Violenze consumatesi in un commissariato di polizia e attuate dagli agenti che poche ore prima gli avevano stretto le manette ai polsi. L’altra indagine aperta a Roma, che è competente per tutte le indagini dove sono coinvolti magistrati napoletani, è stato aperta contro lo stesso Pippotto per il reato di calunnia contro i pm che hanno coordinato il lavoro investigativo. D’Andrea in aula ha affermato che la colpa del «trattamento subito negli interrogatori era colpa dei magistrati che hanno raccontato il falso». Nella penultima udienza in Corte d’Assise si era presentato proprio quel Pippotto che qualche mese prima era stato condannato all’ergastolo nonostante avesse scelto il rito abbreviato, ed iniziò a sparare a zero contro chi lo aveva arrestato. Raccontò di essere stato torturato, di essere stato abusato dalle forze dell’ordine. Lo fece davanti alle telecamere della trasmissione Rai “Un giorno in Pretura” e davanti ad un’aula affollatissima del Tribunale. «Sono stato picchiato e legato, poi sono stato torturato e ancora mi hanno messo un imbuto in bocca e mi hanno fatto bere acqua e sale ». Racconti da film dell’orrore ma che vanno tutti ovviamente verificati nel corso dell’inchiesta aperta dalla Procura. «Io non ricordo niente di quello che ho detto quella notte e ritratto tutte le accuse che ho fatto». Poi fu la volta di Antonio Palma che invece si avvalse della facoltà di non rispondere. Per lui parlò la moglie. In lacrime e pallida riferì alla Corte che suo marito il giorno dell’arresto sarebbe stato violentemente picchiato e che a riprova ci sarebbero i vestiti che quel giorno indossava. «Una tuta con degli schizzi di sangue e una maglietta bianca con delle orme. Se volete fare luce su quanto accaduto guardate quei vestiti», ha detto. Allora la Corte si è ritirata in camera di consiglio, è riuscita ed ha emesso l’ordinanza: quei vestiti vanno visionati. Allora la donna uscì dall’aula, prese una busta e mostrò alla Corte quella tuta e quella maglia che aveva poco prima descritto. Infine fu la volta di Pasquale Palma (l’unico ad essere stato assolto). Lui raccontò che il giorno dell’omicidio era con la moglie e i genitori della moglie a guardare una casa che avrebbero voluto prendere in affitto: quell’alibi ha retto. Per quell’efferato delitto consumatosi in via Pietro Castellino sono stati condannati a 23 anni Antonio Palma, all’ergastolo Domenico D’Andrea, a 10 anni in secondo grado il minorenne del gruppo mentre è stato assolto Pasquale Palma, l’uomo ha anche lasciato il carcere. I tre probabilmente non avevano programmato quella rapina. Passarono di lì e notarono quell’edicola ancora aperta. Fu in quel momento che agirono. Uno di loro estrasse un coltello e colpi al fianco Domenico Buglione lasciandolo al suolo agonizzante. Quell’omicidio scosse Napoli. L’edicolante Sasà lo conosceva tutta l’Arenella. Era un dipende comunale e la sera, dopo il lavoro aiutava la moglie nell’edicola di via Pietro Castellino.

sabato 9 febbraio 2008

Patrizio Bosti ‘nemico’ numero uno

Il più anziano è Pasquale
Scotti, braccio armato della vecchia camorra
cutoliana, quello più giovane è Marco Di
Lauro, figlio del boss Paolo re del narcotraffico
all’ombra delle Vele. In mezzo nomi
che hanno fatto la storia della camorra campana:
Michele Zagaria e Antonio Iovine
del clan dei Casalesi, i fratelli Salvatore e
Pasquale Russo a capo dell’omonimo clan
del Nolano, Patrizio Bosti, cognato di
Eduardo Contini e attuale detentore dello
scettro che fu di ’o romano prima della cattura.
Sono loro i volti napoletani dell’elenco
dei latitanti di massima pericolosità. Un
elenco aggiornato tenuto dal Girl, acronimo
che sta per Gruppo integrato interforze, che
seleziona i trenta criminali (29 per la precisione)
‘idonei’ ad essere inseriti nel programma
speciale di ricerca. In questa lista,
tanto per intenderci, figuravano personaggi
come Paolo Di Lauro e Eduardo Contini,
ma anche Angelo Nuvoletta e Ferdinando
Cesarano. E, fino a poche ore fa, Vincenzo
Licciardi. Dopo l’arresto il suo volto è stato
cancellato dall’elenco e sostituito con quello
di Raffaele Arzu, ricercato dal 2002 per
rapina. Proprio la cattura di Licciardi “riempie
di orgoglio” la procura partenopea. Un
“ottimo risultato” come quello conseguito a
dicembre con l’arresto del suo alleato
Edoardo Contini che, sottolinea il procuratore
Giovandomenico Lepore, arriva “dopo
tanto parlare di Napoli male”. Una cattura
“meno inattesa di quella di Contini - precisa
il coordinatore della Direzione distrettuale
antimafia partenopea Franco Roberti - perché
da tempo gli stavamo addosso. Ora i
nostri obiettivi sono Patrizio Bosti e i due
‘casalesi’ Michele Zagaria e Antonio Iovine,
e soprattutto il contrasto alle attività
economiche dei clan”.
Pasquale Scotti e del 1958 come il casalese
Michele Zagaria e il napoletano Patrizio
Bosti. In gergo lui rappresenta il fantasma, il
latitante di maggior corso. Dopo l’arresto di
Bernardo Provenzano e proprio il braccio
armato il ricercato più anziano della lista: le
forze dell’ordine gli danno la caccia dal
1985 (accusato di omicidio, occultamento di
cadavere ed altro), e dal 1990 sono state
estesele ricerche anche in campo internazionale.
Michele Zagaria e Antonio Iovine
sono i rappresentanti della camorra casertana
nel ‘manifesto’ dei ricercati. Tra loro sei
anni di differenza, testimoniati anche dalle
foto segnaletiche: se Iovine viene soprannominato
’o ninno, una ragione ci sarà pure. Il
primo è latitante dal 1995, il secondo dall’anno
dopo. Entrmabi sono ricercati in tutto
il mondo e il ventaglio di accuse è di quello
che fa rabbrividire. Pasquale Russo è il più
anziano, cronologicamente parlando, della
pattuglia campana. Insieme a suo fratello
Salvatore è ricercato dal 1995, per associazione
di tipo mafioso, omicidio, occultamento
di cadavere ed altro. Un’altra particolarità:
Salvatore Russo è l’unico tra i latitanti
ad essere stato ricercato prima all’estero e
poi in Italia. Già nel 1994 infatti, le forze
dell’ordine gli davano la caccia in mezzo
mondo. Patrizio Bosti è uno di quelli abituati
alla latitanza: insieme al cognato Eduardo
Contini ha sempre alternato lunghi momenti
di latitanza con altrettanti periodi di permanenza
nelle patrie galere. L’Antimafia sembra
aver acceso i propri riflettori proprio su
di lui: con l’arresto di ’o romano, gli inquirenti
sono sicuri che al vertice della cosca ci
sia proprio ’o patrizio. Nelle carte dell’Antimafia
si legge a chiare lettere: ’o patrizio è
l’uomo più vicino al trono dell’Alleanza di
Secondigliano. Bosti, gregario privilegiato
di Contini, durante gli anni non è stato mai
sottovalutato nella sua organizzazione e
neanche da altre famiglie malavitose della
città. Dove Contini aveva rapporti freddi e
distaccati ed a volte anche conflittuali lui
teneva i contatti e, come si dice, smussava
gli angoli. Di lui, Contini si è sempre fidato
ciecamente. Nel passato di Patrizio Bosti ci
sono anche gli arresti, la reclusione al 41bis,
una battaglia legale combattuta a suon di
perizie quando le sue condizioni di salute
divennero precarie. E poi ancora le scarcerazioni
e i permessi premio e la latitanza. ’O
Patrizio fu rimesso in libertà nel luglio del
1996 proprio per effetto di un permesso premio.
Decise di non farsi trovare per non
essere limitato negli spostamenti. Fu rintracciato
e arrestato nell’aprile del 2000 nel bel
mezzo di una riunione di camorra. Scarcerato
dopo un infarto, la sua latitanza è iniziata
nel 2005: da allora è ricercato per conocorso
in omicidio ed altro.

Ora entra in crisi un sistema di potere

L’arresto di Licciardi è importantissimo
perché continua a risolvere una serie di problemi
a Secondigliano. È un grande successo per la squadra
mobile e per la Direzione distrettuale antimafia
di Napoli», commenta il procuratore nazionale
Antimafia Pietro Grasso. «Stiamo arrestando molti
componenti di clan che si contrappongono e che
hanno lasciato tanti morti sulle strade di Napoli,
spesso anche innocenti». Il ministro dell’Interno,
Giuliano Amato, con il viceministro Marco Minniti,
si è complimentato con il capo della Polizia, Antonio
Manganelli, per la «straordinaria operazione».
«Anche in Campania - ha dichiarato Amato - stiamo
decapitando tutte le principali associazioni criminali.
Le forze dell’ordine e la magistratura stanno
smontando queste organizzazioni pezzo dopo
pezzo. E non si fermeranno qui».
«Congratulazioni e ringraziamenti» arrivano anche
dal segretario nazionale dei Popolari-Udeur, ed
ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella nei
confronti delle forze dell’ordine e della magistratura.
«Il nostro più vivo apprezzamento va a chi ogni
giorno dimostra nei fatti l’impegno dello Stato nella
lotta alla criminalità». Secondo il presidente della
Commissione parlamentare Antimafia, Francesco
Forgione, «questo risultato importantissimo
credo possa mettere in crisi un vero e proprio sistema
di potere gestito dall’alleanza di Secondigliano.
Si può mettere in crisi la gestione delle piazze
dello spaccio ma anche la gestione degli affari
che consentono di ripulire i guadagni. Ora bisogna
tenere alta la guardia per colpire questo clan senza
capo prima che si sviluppino faide. Altrettanto
importante è continuare a dare la caccia a tutti i beni
della famiglia Licciardi e dei loro prestanome».
Per il segretario della Commissione bicamerale antimafia,
Tommaso Pellegrino, «l’arresto di Licciardi
è un colpo devastante per la camorra che perde
uno dei suoi capi più rappresentativi e più pericolosi.
Ora è importante non abbassare la guardia e
catturare anche gli altri latitanti eccellenti e soprattutto
lavorare per impedire che l’arresto del capoclan
possa portare a una vera e propria guerra di
successione». «Di durissimo colpo alla criminalità
organizzata» parla il parlamentare di An Marcello
Taglialatela, componente della commissione Antimafia:
«Ritengo che si sia conseguito un risultato
molto importante per la sicurezza dei cittadini».
Anche le istituzioni locali si complimentano per l’arresto
del boss Vincenzo Licciardi. Una cattura che
«è un segnale della presenza dello Stato», secondo
il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino. E il presidente
della Regione Campania Antonio Bassolino
ricorda che «questa operazione viene dopo altre
importantissime indagini che hanno consentito,
tra l’altro, gli arresti di Edoardo Contini e di Vincenzo
Di Lauro. Insomma, l’azione di smantellamento
dei fortini della camorra, portata avanti dalla
magistratura e dalle forze dell’ordine, prosegue
senza sosta».
Per il presidente della Provincia Dino Di Palma,
«dobbiamo continuare a lavorare tutti insieme, Stato,
istituzioni, forze dell’ordine per combattere le
illegalità e dare risposte alla sicurezza dei cittadini
». E l’assessore regionale al Lavoro Corrado Gabriele
sostiene: «Ora tocca alla magistratura saper
sfruttare a dovere questo importante arresto, per
ottenere nuove rivelazioni e sviluppare nuove indagini
sulla camorra napoletana

Tre omicidi per “avvisarlo”

Tre pentiti: due passati dalla
parte dello Stato l’anno scorso, il terzo
da più tempo. Tutti hanno descritto
Vincenzo Licciardi come un capoclan,
al punto che secondo Michelangelo
Mazza (nella foto) per lanciargli un
messaggio preciso fu compiuto un triplice
omicidio il giorno della sua scarcerazione.
Ma dalle dichiarazioni
dei collaboratori
di giustizia viene
fuori anche il ritratto di
un boss che sapeva stare
nell’ombra al momento
giusto. L’ultimo a parlare
di lui è stato, a luglio
2007, Antonio De Carlo detto “sparaspara”:
un ex Stabile transitato nelle file
del clan Licciardi. «Vincenzo Licciardi-
ha sostenuto il pentito nel suo
primo verbale- ci ordinò di andare al
cantiere edile e piazzare due bombe a
mano. Partimmo da Napoli io, “’a gallina”,
Carmine “bombolone” e Paolo
Abbatiello. Effettivamente ci recammo
nel posto indicato, a Secondigliano, ma
non ricordo bene il luogo preciso e
nemmeno l’anno in cui accadde, e dopo
aver sequestrato il custode provocammo
l’esplosione. Ricordo che per
un motivo o un altro nessuno degli altri
volle scavalcare il cancello e toccò
a me penetrare per primo nel recinto
chiuso».
Michelangelo Mazza, nell’interrogatorio
del 18 giugno 2007, ha parlato del
segnale che il clan Misso voleva lanciare
agli storici nemici Licciardi e in
particolare a Vincenzo “’o chiatto”.
«Paolo Abbatiello era persona originaria
della Sanità ed era colui che effettivamente
decideva anche se le cosiddette
teste di legno erano i Tolomelli-
Vastarella. Per questa ragione lui
è stato il principale obiettivo che si decise
di colpire (ma non è mai avvenuto,
ndr) per dare un segnale ai Licciardi
all’uscita dal carcere di Vincenzo Licciardi.
Si trattava di un obiettivo che
condividevamo con i Lo Russo giacché
loro avevano il problema di essere stati
coinvolti nell’omicidio di “Gennaro ’o
curto”, cosa che Vincenzo Licciardi
non avrebbe potuto superare (Gennaro
Esposito era suo cognato, ndr). Si
parlò della necessità di dare un segnale
ai Licciardi con Raffaele Perfetto,
Giuseppe Perinelli, Ciro De Mario,
Maurizio De Matteo, Nicola Sequino ed
altri di noi». In precedenza, a Licciardi
aveva fatto riferimento il pentito Gugliemo
Giuliano di Forcella a proposito
di un summit di camorra. «Con Gennaro
Licciardi vennero anche il fratello
Vincenzo e uno del suo gruppo che
fu ferito qualche anno dopo al Vasto.
Luigino (Luigi Giuliano, ndr) e Gennaro
si chiusero da soli nella stanza della
clinica e in quell’occasione Licciardi
ammise che l’omicidio era stato da
lui ordinato a Costantino Sarno e che
mio fratello doveva intenderlo come un
regalo fatto ai Giuliano perché Lauria
si era montato la testa e stava diventando
autonomo anche rispetto a noi
Giuliano».