mercoledì 30 gennaio 2008

I gregari costretti a ‘ritirarsi’ sotto la Porta di San Gennaro

Traditi. Abbandonati. E sconfitti.
L’unico modo per sopravvivere era ammettere la resa e
fare retromarcia. Riporre le armi nelle fondine e non dare
più fastidio. Sino a quando il vento non fosse cambiato,
sino a quando i capi del clan non fossero tornati
in libertà, pronti a riprendere in mano il controllo
della situazione. Dopo il 31 gennaio del 2006,
i Misso hanno dovuto “nascondersi”. O meglio,
chi della cosca era sopravvissuto all’inchiesta
battezzata “Oro di Napoli” sulle aste di gioielli
truccate ai Monti dei Pegni, fu costretto, dalla
necessità, a smettere di fare la guerra a Salvatore
Torino (nella foto in basso) e ai suoi uomini.
E a cercare riparo dai sicari del gruppo rivale. Fu
Giuseppe Misso jr (nella foto in alto) ad impartire
l’ordine ai gregari in libertà, e lo fece dal
carcere dove era stato rinchiuso per effetto delle
indagini sulle aste truccate. “Dissi loro di mettersi
sotto la Porta, la Porta di San Gennaro -
ha spiegato ieri mattina il collaboratore di giustizia
ai giudici della Corte d’Assise di Napoli
durante la sua testimonianza nel processo di
primo grado sull’omicidio di Vincenzo Prestigiacomo
- E dissi loro di gestire lì le loro piazze
di droga”. Alla Sanità non sarebbero più dovuti
entrare. Troppo rischioso per loro. “Vede, signor pubblico
ministero. Non siamo quella categoria di camorristici
che dice armiamoci e andate. Noi diciamo armiamoci e
andiamo. Mio zio pretendeva che sui posti dell’omicidio
ci fosse sempre qualcuno della famiglia, e di fatti durante
la faida con i Torino mio fratello Emiliano Zapata ha
fatto molti omicidi. Come noi tenevamo alla nostra vita,
allo stesso modo tenevamo alla vita dei nostri uomini.
Ecco perché io diedi quell’ordine. Ma soprattutto
li invitai a non muoversi, considerato che
pure Luciano Sarno ci aveva voltato le spalle.
Prima di essere arrestato, io parlai con Sarno.
Gli dissi che se io e la famiglia fossimo stati
arrestati, di badare lui ai ragazzi alla Sanità.
Lui prese l’impegno, ma non l’ha rispettato”. E
allora meglio “ritarsi”. Ma a chi Giuseppe
Misso jr diede l’ordine di “non fare casino”?
“In libertà a quel tempo c’erano Salvatore
Romagnolo, Alessandro Maisto, Pasquale
Amatrudi e Vincenzo Di Maio ’a fichetta - ha
precisato il nipote pentito del boss Giuseppe ’o
nasone -. Proprio Di Maio era il più carismatico
perché fa il camorrista da tanti anni, ha
preso anche parte ad un omicidio nel 1989 in
occasione della prima guerra che vide impegnati
i Misso. A questi ragazzi dissi di preoccuparsi
solo della droga, che io sarei uscito entro
un anno o al massimo due perché ero innocente,
ma dissi pure che se riuscivano ad ammazzare
Salvatore Torino potevano agire. E, infatti, il gruppo
Maisto aveva preparato pure tutto l’agguato per uccidere
Salvatore Torino, ma poi sono stati arrestati e non
si è fatto più niente”

Noi Misso, traditi dai Sarno e dai Mazzarella”



Abbandonati da tutti. Soprattutto
dai potenti amici con i quali sino ad
allora avevano costituito uno dei più tembili
cartelli camorristici della malavita
partenopea. Quegli stessi amici che, all’inizio
della guerra di camorra esplosa con
i Torino, avevano promesso loro appoggio,
e, in un caso, fornito pure armi e
uomini per uccidere i rivali. Il 28 gennaio
2006 è la data che sancisce la rottura del
sodalizio Misso-Mazzarella-Sarno. E’ la
data, ancora, che segna di fatto il declino
dell’impero del boss Giuseppe ’o
nasone, impero che sarà definitivamente
azzerato dal pentimento di chi teneva in
mano le chiavi di quel regno, i fratelli
Giuseppe ’o chiatto ed Emiliano Zapata
Misso e il loro cugino Michelangelo
Mazza, tutti nipoti del padrino di Largodonnaregina.
Quel 28 gennaio del 2006,
all’interno di un bar in via Tribunali, a
pochi metri da Forcella e dal vecchio
Palazzo di Giustizia di Castel Capuano,
un killer uccise con due colpi di pistola
calibro 38 il cinquantenne Salvatore
Mirante, al tempo il braccio destro del
boss Giuseppe Misso. Da allora alla
Sanità, e nello scacchiere malavitoso
napoletano, tutto è cambiato. “Siamo
rimasti isolati e questo perché Salvatore
Torino fu abile nel metterci tutti contro”:
parla così Giuseppe Misso ’o chiatto nel
processo di primo grado che mira a fare
luce sull’omicidio di suo cognato Vincenzo
Prestigiacomo, omicidio per il
quale sono imputati il ras scissionista Salvatore
Torino ’o gassusaro e il nipote
Fausto Valcherenghi. “Io e mio cugino
Michelangelo Mazza venimmo arrestati
pochi giorni dopo la morte di Sasà, il 31
gennaio - racconta il collaboratore di giustizia
-. Mentre mio fratello Emiliano si
diede latitante. Torino ne approfittò per
dire che fummo noi ad uccidere Sasà, ma
lo giuro noi non l’abbiamo toccato.
L’hanno ucciso Gennaro Panzuto e Ferdinando
Schlemmer. Ma fatto sta che
Torino iniziò questa politica e in tanti ci
hanno voltato le spalle”. I nomi degli
amici che hanno abbandonato i Misso
sono presto serviti al pubblico ministero.
I Mazzarella sono i primi contro i quali ’o
chiatto punta l’indice: “La famiglia Mazzarella
già stava facendo il sottobanco
con i Torino. E’ assurdo. Nella zona del
Mercato ho dei parenti, feci presente la
circostanza a Gennaro Mazzarella dicendogli
che temevo per la loro vita, e lui mi
disse di stare tranquillo, che se nella
zona avessero visto qualcuno dei Torino
lo avrebbero cacciato perché non volevano
avere problemi. Poi mi chiese pure se
avevo bisogno di un aiuto, ma io gli dissi
che era una questione solo nostra, della
Sanità, e che l’avremo risolta da soli”.
Altro clan, altra storia. Una storia che
Giuseppe Misso jr racconta con rammarico,
perché di quella gente, lui, si fidava.
Perché quella gente, durante la faida alla
Sanità, si offrì di aiutarli. “Torino andò a
parlare anche a Ponticelli, da Peppe e da
Luciano Sarno, e ottenne il loro appoggio.
E pensare che Luciano Sarno, così
come Mazzarella, la verità la conosceva
bene. Pensare che i Sarno ci hanno mandato
anche uomini e armi per fare omicidi”.
Vittorio La Sala è il terzo nome che
viene tirato in ballo: “Prima ci mandava
bombe, bombe a mano e mitragliette, poi
quando ci hanno arrestati camminava
sulle moto insieme ai Torino”. Il voltafaccia
arrivò pure da Gennaro Spinosa,
detto pesciolino, che a dire di Misso
avrebbe partecipato, insieme a Valcherenghi
e ad un’altra persona, all’omicidio
di suo cognato Vincenzo Prestigiacomo.
“Era uno dei Misso e poi, una volta uscita
dal carcere è passato con i Torino,
sempre a causa della storia di Sasà
Mirante. Mandò pure a dire a mio cugino
Michelangelo Mazza, al tempo detenuto,
che l’aveva fatto solo per sopravvivere, e
che stava aspettando che Michelangelo
uscisse di galera perché voleva bene solo
a lui. Però, intanto, a mio cognato l’ha
ammazzato”. Sembra ancora incredulo,
Misso, che le cose siano andate così. Sbalordito
e arrabbiato. La chiosa del racconto
racchiude entrambi gli stati d’animo:
“Ecco perché ho deciso di cambiare vita.
Non perché non sapessi farmi la galera,
quella me la so fare. Ho iniziato a diciannove
anni. Signor pubblico ministero, ho
deciso di cambiare vita perché la camorra
è diventata munnezza”. Già, munnezza.
Ma non è lo ‘diventata’ perché ci sono
malavitosi che non onorano i patti. Monnezza,
la camorra, lo è sempre stata.

nuovo agguato a secondigliano ucciso vittorio iovine



Tre omicidi in cinque
giorni: Vittorio Iodice è la quinta
persona ammazzata dall’inizio del
2008. In due a bordo di uno scooter
hanno avvicinato il ventenne in
Largo Macello nel quartiere di
Secondigliano ieri sera. Gli hanno
scaricato addosso un intero caricatore
di pistola: almeno sei colpi.
Hanno puntato l’arma dritta alla
testa e al collo per uccidere. Il
ragazzo è morto venti minuti più
tardi all’ospedale Don Bosco. Incensurato,
con una segnalazione per
resistenza e lesioni a pubblico ufficiale
(sette mesi fa fu fermato da
una volante sul marciapiede con il
motorino). Abitava in una traversa
di corso Secondigliano. Non è legato
a doppio nodo ad organizzazioni
criminali (almeno non risulta dagli
archivi della Questura). Ma riscontri
investigativi del commissariato lo
indicano vicino al clan dei Di Lauro
(sorpreso in compagnia di esponenti
della cosca). La pista più accreditata
è la punizione per uno ‘sgarro’.
Gli inquirenti seguono l’ipotesi
‘droga’. Un mercato in forte ascesa
a Secondigliano. Tanto che la vendita
degli stupefacenti disegna la
nuova mappa degli equilibri
criminali. I clan si
dividono il territorio sulla
base delle postazioni. E
basta una breve ‘invasione
di campo’ per scatenare
una guerra all’ultimo sangue
per vendicare l’affronto.
Ma gli investigatori
stanno lavorando a 360
gradi: Iodice è incensurato
e slegato dai vincoli delle
organizzazioni malavitose.
Difficile tracciare uno
sfondo criminale e trovare
il movente. Così gli inquirenti partono
dall’analisi dell’omicidio: in
Largo Macello il ventenne è stato
ucciso con modalità che rispettano i
parametri dell’esecuzione di camorra.
I sicari non hanno sprecato un
colpo: precisi, spietati e veloci. La
sequenza dell’agguato dura pochi
secondi e non lascia testimoni, né
tracce (i killer hanno utilizzato una
pistola a tamburo e non hanno
lasciato bossoli a terra). Chi ha aperto
il fuoco lo ha fatto in rapida
sequenza e con un autocontrollo da
professionista. Tanto da mirare alla
testa del ventenne e colpirlo più
volte al capo e al collo: tutte ferite
mortali. Sono andati via con la certezza
di aver ucciso la vittima.
Hanno agito a pochi metri da una
stazione dei carabinieri: sono i militari
ad avvertire la centrale operativa
della polizia alle 19 e 30 per “colpi
d’arma da fuoco”. Quando gli agenti
sono ancora impegnati in un altro
agguato, nel quartiere di Fuorigrotta
venti minuti prima (dove resta ferito
gravemente Patrizio Zinco). I poliziotti
giungono in Largo Macello in
pochi minuti: Vittorio Iodice è in
una pozza di sangue sull’asfalto. Ma
respira. L’ambulanza giunge in
Largo Macello in dieci minuti. L’autolettiga
parte a tutta velocità in
direzione dell’ospedale Don Bosco.
Dove il ventenne giunge ancora
vivo, ma in condizioni disperate. Ha
il volto sfigurato da una pallottola e
diversi proiettili al collo e alle spalle.
Dalle ferite ha perso molto sangue:
viene sottoposto ad un intervento
chirurgico con la massima
urgenza. Muore venti minuti dopo
l’agguato. All’ospedale giungono i
parenti di Vittorio Iodice e il nosocomio
viene blindato dalle volanti
della Questura. Grida di rabbia e
dolore dei familiari echeggiano tra i
reparti dell’ospedale. Intanto a
Secondigliano i poliziotti bloccano
la circolazione stradale e transennano
la zona dell’omicidio. Vengono
chiamati gli specialisti della squadra
Scientifica per i rilevamenti: ma in
Largo Macello non ci sono tracce
dei killer.

Un chilo di cocaina pura nelle scarpe, l'ultimo arresto 4 giorni fa a Fiumicino


L’ultimo arresto di un corriere di colore che trasportava droga, più di un chilo, nelle scarpe per conto della holding di trafficanti neri legati alla camorra risale allo scorso 24 gennaio. L’operazione scattò a Roma, all’aeroporto di Fiumicino. A tradirlo, appena sbarcato all’aeroporto romano da Tripoli, era stata la sua andatura ondeggiante, talmente anomale, che non era sfuggita agli esperti finanzieri che lo avevano così fermato e scoperto con un chilo di cocaina nascosta nelle scarpe. Accusato di traffico internazionale di sostanze stupefacenti, il corriere, un trentenne originario della Repubblica del Benim, Stato dell’Africa Occidentale, ma residente a Napoli, era stato quindi arrestato e rinchiuso nel carcere di Civitavecchia. Con i finanzieri e i doganieri che, insospettiti da quella sua strana andatura, lo avevano bloccato in prossimità del nastro di restituzione bagagli, l’uomo si era giustificato affermando, con dovizia di particolari medici, di soffrire di un fastidioso disturbo ed aveva poi mostrato il proprio permesso di soggiorno nella speranza di evitare i controlli, ma non è stato così. Infatti, all’interno di un ingegnoso doppiofondo ricavato tra la gomma e la tomaia delle scarpe calzate dall’uomo e risultate particolarmente rigide e “stranamente pesanti”, erano stati trovati due involucri sigillati contenenti complessivamente un chilo di cocaina “eccezionalmente pura” e della quale, secondo gli inquirenti, si sarebbero potuti ricavare non meno di cinque chili di “roba” da rivendere al dettaglio

Il ras Bernardo uno dei referenti della gang


Il boss del rione Traiano Ciro Bernardo (nella foto) fu intercettato, come ha sostenuto la Procura di Napoli, casualmente. Il nome del boss della cosca dei Puccinelli, con roccaforte nel rione Traiano, agli arresti dal marzo 2004 per il reato di estorsione, emerse nel corso di un’attività di indagine nei confronti del nigeriano Dan Aham, oltre che ai danni della famiglia Iorio di Scampia. In occasione della morte violenta di Vincenzo Iorio, padre di Mario, trentasettenne, tra gli arrestati dell’operazione “Black Shoes”, ucciso nell’agguato avvenuto il 20 dicembre 2004 in una pizzeria a Casavatore, fu intercettata una telefonata di condoglianze ai parenti della vittima. In quel periodo, era in piena fase la faida di Scampia, e Ciro Bernardo “pummarla” aveva appena lasciato i domiciliari, ai quale era stato sottoposto dall’agosto precedente, per fare ritorno nell’istituto di pena di Poggioreale. Da quel messaggio di “partecipazione” al lutto degli Iorio venne avviata una indagine nei confronti di “pummarola”, per un ipotetico reato di importazione di sostanze stupefacenti. Dai dialoghi registrati, secondo gli inquirenti, sarebbero emerse le prove che Ciro Bernardo era “un capoclan di spessore - si legge in una nota a firma del procuratore aggiunto della Repubblica di Napoli, Franco Roberti - che riprese le fila dell’organizzazione di appartenenza, dopo un periodo di latenza, determinato dalla sua detenzione, veniva informato di tutto quanto accadeva, di rilevante, nel suo territorio”. Nel carcere, il boss ha continuato a preoccuparsi di sostenere economicamente gli affiliati detenuti, oltre a incutere timore negli avversari, nei rivali perché non invadessero la sua zona di azione. Il capocosca dei Puccinelli, inoltre, ha potuto contare su fidati collaboratori con i quali comunicava ricorrendo a ai più svariati stratagemmi. Un identikit del criminale è stato fatto ai pm della Direzione Distrettuale Antimafia anche da diversi collaboratori di giustizia che hanno mostrato di avere avuto rapporti con lui e quindi di conoscere la sua attività delinquenziale

Patto clan-nigeriani, 22 arresti


Sgominata dalla polizia una holding internazionale della droga. In manette una trentina di persone: in gran parte nigeriani, e sei napoletani che approvvigionavano di cocaina ed eroina diversi clan cittadini: in particolare, i Di Lauro di Secondigliano, ed i Puccinelli del rione Traiano. Secondo il “patto camorristico” che i trafficanti possono vendere a più cosche, anche avversarie. Proprio un appartenente alla famiglia malavitosa del rione Traiano, il boss Ciro Bernardo, detto “pummarola”, 39 anni, detenuto in carcere dal 2004, è risultato un esponente di spicco dell’organizzazione “napoletana” di narcotrafficanti. Il blitz è avvenuto contemporaneamente in diverse città italiane, che ha visto impegnati oltre agli uomini della Squadra Mobile di Napoli, quelli della Mobile di Roma, Caserta, Perugia e Macerata, coordinate dalla Direzione centrale anticrimine della polizia di Stato e dalla Direzione centrale antidroga. Per un totale di circa duecentocinquanta agenti. Coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, l’operazione che è stata denominata “Black Shoes”, ha consentito ad inquirenti ed investigatori di ricostruire le rotte del narcotraffico dal Sudamerica all’Europa, con trafficanti che hanno curato nei minimi dettagli l’importazione dello stupefacente. Destinatari della droga, secondo quanto ricostruito, erano organizzazioni camorriste che provvedevano poi alla distribuzione sul territorio nazionale. Dal Suriname e dalla Guyana le sostanze stupefacenti venivano introdotte in Italia ricorrendo all’utilizzo di corrieri nigeriani che nascondevano la droga in doppifondi ricavati nelle scarpe o ingerendo ovuli. Il complesso e delicato lavoro investigativo iniziò nel 2002 con un sequestro di droga avvenuto all’aeroporto di Fiumicino. Furono così avviate una serie di accertamenti di tipo tradizionale: ascolto delle conversazioni sulle utente dei telefonini degli indagati, appostamenti su strada, pedinamenti, controlli di persone, osservazioni, perquisizioni e sequestri di sostanze stupefacenti per un totale di una trentina di chilogrammi, arresti in flagranza di reato. Superata la prima fase, la maxi-inchiesta si avvalse delle tecnologie più sofisticate, delle intercettazioni ambientali e del flusso telematico, trasferimento del denaro all’estero. Ruolo importante lo svolgevano i nigeriani arrestati tra Castelvolturno e Varcaturo, dove avevano un alto tenore di vita, a dimostrazione del ricco business sulle quali avevano messo le mani. Questi corrieri avevano individuato nuove tratte per il traffico internazionale, in alternativa a quelle ormai scoperte dalle forze dell’ordine. In particolare, la cocaina veniva comprata da propri referenti nei Paesi dell’America Latina (Brasile, Venezuela, Curacao, Guyana, ma soprattutto dal Suriname) per giungere in Olanda e Spagna. Il trasporto successivo avveniva anche in Italia. L’eroina, invece, partiva dal Pakistan con destinazione Paesi Africani (Nigeria, Uganda, Costa d’Avorio). Per l’arrivo in Europa, l’organizzazione ricorreva a corrieri europei, arruolati all’ultimo momento o extracomunitari con falsi passaporti. Uno degli stratagemmi adottati per il trasporto era riempire il doppiofondo delle scarpe (da qui “Black shoes”), o fare ingerire ovuli contenenti la droga

martedì 22 gennaio 2008

Gli ordini dal carcere di Salvatore Cardillo:



Prossimo alla scarcerazione.
Prossimo a riconquistare la libertà dopo oltre dieci
anni di reclusione. Pronto, soprattutto, a riconquistare
l’antico potere, a tornare a dettare legge nei Quartieri
Spagnoli dal suo quartier generale, Sant’Anna di
Palazzo. Erano i primi mesi del 2005. Salvatore Cardillo
sapeva che nell’estate seguente avrebbe terminato
di saldare i suoi conti con la giustizia. Doveva
organizzarsi, preparare il terreno per il suo ritorno a
casa. Ché le cose ai Quartieri erano cambiate. Lo
scettro del potere era nelle mani dei Di Biasi, e non a
caso suo figlio Antonio si era appoggiato ai Faiano. I
pentiti parlano dell’erede di Beckenbauer come affiliato
alla cosca dei Di Biasi, ma Antonio in realtà
tutto si sentiva tranne che un sottoposto. Suo padre
era stato un boss, e lui non aveva intenzione di essere
secondo ad alcuno. Né Salvatore Cardillo aveva valutato
la possibilità di dover dare conto ai Faiano una
volta libero. Occorreva riorganizzare la famiglia, ma
soprattutto cercare alleati per garantirsi anche un
appoggio militare in caso di uno scontro armato con i
Faiano. Beckenbauer si mosse. Ad Antonio Cardillo
affidò le sue direttive: stringere un patto d’acciaio con
il gruppo di Eduardo Bove, che all’epoca aveva iniziato
a prendere le distanze dai Mazzarella. Ma qualcosa
andò storto: la voce arrivò ai Quartieri e i Di
Biasi giocarono d’anticipo. Sta tutta qui la spiegazione
dell’omicidio di Antonio Cardillo (avvenuto il
primo agosto 2005), sta nelle parole di Ciro Verdicchio,
affiliato al clan dal 1997 e collaboratore di giustizia
dalla primavera dello scorso anno. “Ero presente
quando è stata presa la decisione di ucciderlo da
parte di Luigi Di Biasi, Mario Di Biasi ed Emilio
Quindici. Eravamo tutti e quattro a casa di Mario -
ha raccontato la gola profonda il due aprile dello scorso
anno -. Quando capii che avevano assunto questa
decisione io mi defilai, perché ero abbastanza legato
ad Antonio. La decisione fu presa perché Antonio
Cardillo, durante i colloqui che faceva con lui, aveva
avuto dal padre detenuto precise indicazioni quanto
all’alleanza che doveva stringere con Bove Edoardo,
Ciro Spirito, Franchitiello ‘municipio’ e Maurizio ’o
malommo. Queste persone aveva organizzato, infatti,
la scissione dal clan Mazzarella e intendevano dare
vita ad un gruppo autonomo. Era dunque volere di
Salvatore Cardillo che Antonio si unisse a quel gruppo
per fare con loro un ‘unico discorso’. Tengono a
precisare che, essendo legato ad Antonio, lo misi in
guardia”. Un altro tassello del puzzle. Che va ad
aggiungersi a quello consegnato agli inquirenti da
Michelangelo Mazza, nipote pentito del boss Giuseppe
Misso. Lui, l’ex ras della Sanità, ha dichiarato di
sapere che ad uccidere Cardillo fu Raffaele Scala
(cognato dei Di Biasi), che, per questa ragione, venne
condannato a morte dai Misso. Poco prima di essere
ucciso, Antonio Cardillo si avvicinò ai Misso il che
mandò su tutte le furie i signori di Largodonnaregina:
i Faiano non avrebbero dovuto toccarlo. Di qui la
decisione di punire Scala, ma l’agguato saltò perché
la “talpa”, all’ultimo momento, si tirò indietro.

Arrestato il ras Vincenzo Notturno



legato al clan degli
Scissionisti: la scorsa notte gli
agenti della squadra Narcotici gli
hanno notificato il decreto in via
Bakù nel quartiere di Scampia:
circa un mese fa avrebbe ostacolato
un’operazione antidroga
della polizia, proteggendo
gli spacciatori
del rione. Si
sarebbe frapposto
fisicamente tra gli
uomini delle forze
dell'ordine e alcuni
ragazzi (obiettivi
dell'intervento).
E' l'accusa che ha
spinto il pubblico
ministero ad emanare
la misura
restrittiva della
libertà personale.
Notturno ora deve rispondere di
resistenza a pubblico ufficiale e
concorso in spaccio (perché
avrebbe spalleggiato i pusher del
quartiere). Per il pm ricorrono
simultaneamente le tre condizioni
che fanno scattare il fermo di
indiziato di delitto: gravi indizi di
colpevolezza, la gravità del delitto
e il pericolo concreto di fuga.
Vincenzo detto ‘vettorino’ è il
fratello di Gennaro e Raffaele
Notturno: Gennaro è uno dei
massimi esponenti del clan degli
Scissionisti. Nell'aprile del 2005
Vincenzo Notturno si rese volontariamente
irreperibile: scomparve
da Secondigliano fino a quando
la pace tra i gruppi di fuoco
non fu siglata. Gli agenti della
Questura lo individuarono più
volte in sella ad una moto, scortata
da un altro scooter. Una potente
Ferrari e due motociclette parcheggiate
nel suo garage. Un
lungo ‘curriculum’ alle spalle: fin
dall'estate del 2004 è considerato
uno dei "giovani leoni" dei Di
Lauro. Poi transita nelle fila degli
Scissionisti. Personaggio di notevole
spessore, amante della bella
vita: nell'agosto del 2004 i carabinieri
lo espulsero da Ischia con
un foglia di via obbligatorio, perché
considerato ‘indesiderato’.
Lo fermarono per un controllo e
gli trovarono addosso 5.000 euro
in contanti e un orologio Rolex in
oro e brillanti. Nella successiva
perquisizione nell'abitazione di
Secondigliano, gli investigatori
dell'Arma della compagnia Stella
trovarono l'autovettura di lusso,
una Ferrari Testa rossa. Ma Vincenzo
Notturno finì nel mirino
degli investigatori nel novembre
del 2004, quando fu sorpreso
insieme ad altri ‘scissionisti’ in
un summit di camorra alle Case
celesti. Qualche giorno dopo si
rese volontariamente irreperibile.
Dopo gli ulimi omicidi avvenuti
a Secondigliano ormai gli uomini
di Ciruzzo ’milionario sono tutti
in fuga, non si vedono ne al terzo
mondo né nel Berlingieri dove da
tempo anno gettato le loro basi,
ne in altre zone. L’ultimo agguato
a San Pietro a Patierno in cui
solo per un caso non c’è scappato
il morto, la dice lunga sull’effettiva
situazione in cui versano
Scampi, Secondigliano e i comuni
dell’hinterland a nord della
città. La faida tra Di Lauro e scissinisti
ha mietuto oltre cento vit
time, e i colpi di coda di quel
feroce conflitto continuano a sentirsi.
Non c’è voluto troppo per
capire che ormai sono bersagli
mobili bersagli da colpire ed eliminare
per fermare la riorganizzazione
del clan. Ma nell’area
nord il gioco non è solo a due.
Oltre ai cosiddetti ‘spagnoli’, ci
sono i nuovi scissinisti del clan
Di Lauro e il gruppo che afferisce
direttamente alla Cupola di
Secondigliano, i Licciardi della
Masseria Cardone

Clan Contini, ora comanda o' patrizio



Sono diversi
i fattori che hanno reso il
gruppo criminale di Contini
vincente. Dall’abilità imprenditoriale
del boss di via Filippo
Maria Briganti alla scelta
delle armi solo in casi estremi.
Ma la caratteristica che
ha reso il sodalizio del Vasto
meno vulnerabile rispetto
agli altri cartelli partenopei è
l’assenza - storica - di scissioni
interne e di collaboratori
di giustizia. Nessuno ha
mai ‘tradito’ Eduardo Contini
e nessuno ha mai deciso
di scalare i vertici creando
una frattura in seno all’organizzazione.
Un particolare,
questo, che differenzia la
cosca sul piano campano.
Malgrado la presenta tra le
file del clan di numerose personalità
carismatiche e abili
negli affari illeciti, ‘o
romano, è sempre riuscito a
gestire gli animi e a sfruttare
- proprio come un bravo
manager d’azienda - le peculiarità
dei suoi affiliati. Bravura,
questa, che si è rivelata
fondamentale quando i quattro
gruppi camorristici più
potenti del capoluogo partenopeo
hanno tentato di mettersi
insieme - sulla falsa riga
del progetto cutoliano della
Nco - per ostacolare l’avanzata
dell’Alleanza di Secondigliano.
Il ‘mostro a quattro
teste’ che tanti pentiti hanno
descritto e che magistrati dell’Antimafia
hanno ipotizzato
non esiste. O meglio ha
avuto breve vita. Mazzarella-
Misso-Sarno-Di Lauro. Il
superclan in stile cutoliano
eletto dagli esperti dell’Antimafia
a nuovo padrone di
Napoli è stato soppiantato
dall’avanzata dell’Alleanza.
Adesso, però, con l’arresto di
Nicola Rullo, uomo di fiducia
del boss Eduardo, gli
equilibri potrebbero cambiare
drasticamente. ‘O Romano
è in cella, il suo braccio
destro momentaneamente
fuori dal giro. Il potere del
clan è gestito dal cognato
Patrizio Bosti e delegato ai
suoi uomini. Questo per gli
inquirenti è un pericolo.
Bosti, infatti, si è sempre
distinto per la violenza delle
azioni portate a termine.
“Adesso che è lui a comandare
potrebbero registrarsi
anche epurazioni itnerne,
fino a quando il cognato lo
teneva a bada la situazione è
stata piuttosto tranquilla. Ora
il rischio di un conflitto interno
da Continiani e Bostiani è
forte”, così gli investigatori
della polizia. Di lui, Contini
si è sempre fidato ciecamente.
Nel passato di Patrizio Bosti
ci sono anche gli arresti, la
reclusione al 41bis,
una battaglia legale
combattuta a suon di
perizie quando le
sue condizioni di
salute divennero
precarie. E poi ancora
le scarcerazioni e
i permessi premio e
la latitanza. ’O Patrizio
fu rimesso in
libertà nel luglio del
1996 proprio per
effetto di un permesso
premio. Nel gennaio
del 2000 iniziò
un breve periodo
di irreperibilità:
a Bosti doveva essere notificato
un provvedimento che
lo obbligava al soggiorno ed
alla firma in commissariato.
Decise di non farsi trovare
per non essere limitato negli
spostamenti. Fu rintracciato e
arrestato nell’aprile dello
stesso anno.

Il giudice Gatti ‘denunciato’ al Csm



“Sappiate
che se il processo non si fa
è colpa dei vostri difensori
che speculano sulla vostra
pelle”, sbotta il presidente
Giustino Gatti della quarta
sezione della Corte d’assise
di Napoli non appena gli
avvocati Claudio Davino,
Domenico Ducci e Francesco
Schettino comunicano la
loro adesione all’astensione
dalle udienze proclamata dal
Consiglio dell’ordine forense
di Napoli. Seduti nel gabbiotto
dell’aula 114 ci sono Giacomo
Selva (49enne di
Scampia), Claudio Sacco e
Salvatore De Santo, tutti
accusati dell’omicidio di
Modestino Bosco (ucciso il
2 settembre del 2006 in via
Duca degli Abruzzi per non
aver corrisposto una tangente
sulla piazza di spaccio che gli
era stata affidata) con l’aggravante
dell’articolo sette
della legge antimafia del
1991 per aver agito al fine di
agevolare la cosca di appartenenza.
E’ a loro che si rivolge
il presidente della Corte.
“Scusi, presidente. Non ho
capito”, lo incalza l’avvocato
Ducci. E’ l’inizio di un battibecco
che finerà con una
“denuncia” sporta dai penalisti
nei confronti del giudice
Gatti. Al cancelliere tocca il
compito di mettere a verbale
la richiesta avanzata dagli
avvocati di trasmettere gli atti
al Consiglio superiore della
magistratura affinché si valuti
se ci sono gli estremi per
aprire un procedimento disciplinare
nei confronti di Giustino
Gatti. Il pubblico ministero
antimafia Barbara
Sargenti ascolta in silenzio.
Sono attimi di tensione, e la
polemica infiamma anche a
chiusura dell’udienza. “Non
si può mettere a rischio in
questo modo il lavoro degli
avvocati”, commentano i tre
legali che stanno valutando
se informeranno dell’accaduto,
tramite nota scritta, anche
la Camera Penale e l’Associazione
nazionale magistrati.
Perché “quanto è accaduto è
gravissimo”, si sente nell’aula
114. E dello stesso avviso
è l’avvocato Michele Cerabona,
presidente della Camera
penale: “L’intervento del
giudice è assolutamente censurabile.
C’è un codice di
autoregolamentazione che
prevede, dove l’imputato lo
desideri, di celebrare il processo
anche se c’è astensione
e gli avvocati devono dare
prevalenza al diritto dell’imputato
di essere giudicato.
Credo che questa norma è
stata stata assunto dall’avvocatura
con estremo senso di
responsabilità. Ecco perché
ritengo che intervenire in
questo modo è censurabile.
E’ una dichiarazione fuori
posto, è una dichiarazione
nociva per la dignità dell’avvocato,
per il suo ruolo e
soprattutto per certi versi
pericolosa”. Una dichiarazione
che - a memoria dell’avvocato
Cerabona - non ha
caratterizzato altre udienze.
“I rapporti tra avvocatura e
magistratura, purtroppo, non
sono sempre idilliaci, ma per
fortuna accade di rado quanto
si è verificato oggi (ieri per
chi legge, ndr) alla quarta
Assise”. Fatto sta che il caso
è stato aperto, e il “caso”
potrebbe anche riflettersi sull’andamento
del processo,
aggiornato al mese di marzo.
La difesa, infatti, sta pensando
di chiedere il trasferimento
degli atti ad un’altra sezione
della Corte d’assise. Il
timore è che il presidente
Gatti possa non essere imparziale
nella valutazione di
un’inchiesta che ha già portato
alla condanna all’ergastolo
di Francesco Avolio (considerato
il ‘regista’ dell’agguato)
e di Vincenzo Gallo (ritenuto
l’esecutore materiale del
raid), che hanno scelto ed
ottenuto di essere giudicati
con la modalità del rito
abbreviato. Il verdetto di colpevolezza
nei loro confronti è
stato firmato, lo scorso ventuno
novembre, dal giudice
delle udienze preliminari
Pasqualina Laviano del tribunale
di Napoli che accolse
in toto la richiesta di pena
formulata dal pubblico minsitero
antimafia Sargenti.

Colazione e pesce gratis per i Faiano, commercianti esaperati



Costretti ad intervenire in un
quartiere non di loro competenza. Costretti a redarguire
i loro nuovi “amici” per placare lamentele che
rischiavano di prendere la forma di pericolose denunce
alla magistratura. C’è stato un tempo, e neanche
troppo lontano, in cui i Misso dovettero “salire in cattedra”
e dare lezioni di “economia” e “buon senso” ai
signori dei Quartieri Spagnoli, i Di Biasi. Perché la
gente protestava. I commercianti protestavano. Colpa
di “estorsioni esose” e di “forme di sopraffazione”
da parte di alcuni esponenti dei Faiano, protagonisti
di vere e proprie razzie. “Andavano nei negozi a fare
la spesa e non pagavano”. No, i Misso questo non lo
gradivano. I figli del ras Ettore Sabatino, per motivi
analoghi, erano stati “cacciati via” dalla Sanità. I Di
Biasi dovevano rigare dritto, ne andava di mezzo il
buon nome della famiglia di Largo Donnaregina che
aveva scelto di appoggiare i Faiano dopo aver voltato
le spalle ai Russo. E’ uno dei nipoti del boss Giuseppe
Misso ’o nasone a raccontarlo. “Quanto alle
estorsioni - rivela Michelangelo Mazza nell’interrogatorio
reso lo scorso 6 settembre e transitato nell'ultima
inchiesta sulla cosca dei Quartieri prossima ad
approdare in tribunale -, ricordo che dovetti intervenire
perché fu chiesta la somma di 30mila euro ad un
piccolo vetraio che certamente non aveva un volume
di affari che gli consentisse di fare fronte a questa
richiesta. In tale occasione, tramite Tonino Economico
(uomo dei Misso residente al Pallonetto di
Santa Lucia, ndr), venne da me il figlio del picuozzo
che, accompagnato dalla madre, mi spiegò quanto
stava accadendo. Della cosa, poi, parli con Mario Di
Biasi e fu risolta nel senso che, almeno in quella
occasione, il vetraio non pagò. Sono però quasi convinto
del fatto che, atteso il loro modo di fare, i Faiano
sono poi ritornati dal vetraio in altre occasioni”.
Già, il loro modo di fare. Si sentivano i padroni dei
Quartieri, i Di Biasi. Ciò che volevano, la prendevano.
Lo conferma pure Carmine Martusciello, che
dalla fine del 2006 è entrato a far parte della cosca
salvo poi voltarle le spalle con la scelta di collaborare
con la giustizia. “C’era un negozio alla Pignasecca
dove io, Ciro Saporito ed altri affiliati ci recavamo e
prendevamo gli abiti senza pagare. E non era l’unico
caso. Mi risulta che un ristorante consegnasse a
pranzo e a cena pasti gratis ai Di Biasi ed alla famiglia
Scala. Io personalmente ho paralto con il proprietario
che conosco da molti anni anche se non ne
ricordo il nome, in una occasione in cui io stesso ho
preso del cibo senza pagare. Lui si lamentò dicendo
che ancora prima dei clienti arrivavamo noi o anche,
personalmente ho assistito alla consegna dei pasti, in
particolare a base di pesce alla famiglia Di Biase”.
E ancora: “C’era un bar nella zona della Pignasecca
che subiva estorsioni sia in denaro che in prodotti
che, giornalmente doveva consegnare ai Di Biasi ed
alle persone a loro vicine. In una occasione ebbi uno
scontro con il proprietario il quale si rifiutava di consegnarmi
dei cioccolattini a titolo gratuito dicendo
che Scala Raffaele gli aveva detto di non dare niente
a nessuno. So che tutte le mattine il barista portava la
colazione a tutta la famiglia Di Biase e alla famiglia
Scala”.

Quando Mario Di Biasi impose più disciplina



Godevano di grande
autonomia, gli affiliati al clan Di Biasi. Di
regole da rispettare non ne avevano alcuna.
C’era chi faceva uso, anche smodato,
di alcool e droga. Chi, invece, gestiva un
piccolo giro di estorsioni imposto ai poveracci
del quartiere. Troppa anarchia,
pensò ad un certo punto Mario Di Biasi.
E nella storia malativosa della famiglia dei
Faiano arrivò la svolta. Il boss dettò delle
regole precise, chiamò a rapporto chi era
solito creare più problemi e li strigliò. Lo
ha raccontato all’Antimafia, in un interrogatorio
datato 21 giugno, il pentito Carmine
Martusciello. “Quando Mario Di Biase
è andato agli arresti domiciliari - ha spiegato
il collaboratore di giustizia - ha cercato
di dare una organizzazione più verticistica,
assumendo lui il comando cosa che
effettivamente è avvenuta. Mario cercò di
imporre maggiore disciplina: ad esempio
mi minacciò di morte se avessi continuato
a drogarmi. Inoltre ci disse di evitare di
stazionare tra noi pregiudicati nel vicolo
per evitare di essere controllati insieme
dalle forze dell’ordine. Cercò ed impose a
Renato di smetterla di fare sciocchezze e
di mettersi in mostra, come ad esempio
convocare tutti i ‘marioli’ dei quartieri e
‘costringerli a pagare una tangente’. In
mia presenza Renato aveva effettivamente
costretto alcune persone a consegnargli
orologi ed altro. Ad esempio una persona
dedita alla rapine fuori Napoli fu
costretto a consegnargli un orologio ed un
motociclo che solo dopo alcuni giorni gli fu
restituito su intercessione del ‘pop’ della
sposa”. Dall‘anarchia alla tirannia.

Tutte le accuse dei Misso ai Di Biasi



Otto agguati di camorra. Consumati
o progettati ma mai realizzati. Delitti di vecchia
data che sembravano destinati a restare irrisolti,
e più recenti fatti di sangue sui quali gli inquirenti
stanno ancora lavorando. Sullo sfondo una
rivalità mai sopita tra le famiglie Russo e Di
Biasi, tenute a bada, entrambe, dai Misso della
Sanità, che, con i due clan, fanno e disfano
alleanze a seconda delle convenienze, tramando
pure agguati di camorra ai danni di personaggi
di primo piano delle cosche che
a loro si erano appoggiati. E’ uno scenario
di intrighi e di doppigiochi quello
che i Misso pentiti disegnano nel ricostruire
i più recenti equilibri malavitosi
nella zona dei Quartieri Spagnoli. Uno
scenario “fermato” negli atti dell’ultima
inchiesta sul clan dei Faiano prossima
ad approdare in tribunale. Giuseppe
Misso jr (nella foto in alto) e il cugino
Michelangelo Mazza (nella foto in
basso) non lesinano particolari sugli
affari illeciti dei Di Biasi e sugli agguati
da loro compiuti. Michelangelo Mazza
è quello che meglio ne conosce i segreti,
perché è stato durante il suo periodo
di libertà che la cosca di Largo Donnaregina
ha stretto un accordo sottobanco
con i Faiano. Un accordo che ha rischiato di
saltare all’indomani dell’omicidio di Antonio
Cardillo, il figlio di Salvatore Beckenbauer.
Tanto è vero che i Misso, saputa la verità su
quell’agguato, non hannoe esitato ad organizzare
in tutta fretta un raid punitivo e mortale ai
danni di aveva ucciso l’erede del ras di
Sant’Anna di Palazzo. Correva l’anno 2006.
“Cardillo era affiliato ai Faiano. A lui era
molto legato Marco ‘polifemo’, il quale è nostro
affiliato ed è in stretti rapporti con Tonino Economico
- spiega Mazza -. Quello che so dell’omicidio
Cardillo, l’ho saputo dopo il delitto da
Tonino Economico. In pratica era accaduto che
i Di Biasi gli avevano chiesto di commettere un
omicidio, non so quale, ma lui si era rifiutato,
rispondendo che uccideva solo ‘per il padre’.
Ci fu dunque una rottura acuita dal fatto che
Antonio Cardillo aveva un forte seguito di
ragazzi e mostrava anche di puntare ad una
certa autonomia. Ciò ovviamente preoccupava i
Di Biasi anche perché era di dominio pubblico
che Salvatore Cardillo stava per essere scarcerato.
Tonino Economico mi spiegò che pochi
giorni prima di essere ammazzato Antonio gli
aveva riferito che, per incarico ricevuto dal
padre, doveva legarsi a noi tanto che mi rappresentava
che, in pratica, Antonio era già un
nostro affiliato. Rimproverai a Tonino Economico
il fatto che non mi aveva detto nulla di ciò,
in quanto se avessi saputo dell’affiliazione,
essendo comunque a conoscenza del fatto che si
era recato un forte attrito tra Cardillo e i Di
Biasi, sarei certamente intervenuto presso questi
ultimi che, a quel punto, mai si sarebbero
permessi di ammazzarlo”. Fu a quel punto che i
Misso decisero di vendicare la morte di
Cardillo. “Tonino Economico mi disse
che a volere la morte di Cardillo era
stato Raffaele Scala. Si decise allora
di uccidere quest’ultimo. Furono preparate
le armi, fu fatto un primo
sopralluogo nei pressi dell'abitazione
di Scala. Tuttavia la cosa sfumò perché
la persona che ci aveva dato l’appoggio
si tirò indietro”. Molto dettagliata è
anche la ricostruzione dell’omicidio di
Umberto Melotti, passato con i Faiano
e ucciso dai Faiano come racconta
Mazza. “Melotti - ha spiegato il pentito
- controllava per i Di Biasi la zona di
Sant’Anna di Palazzo. Ma era alcolizzato
e tossicodipendente per cui creava
moltissimi problemi. A ciò si aggiunga
il fatto che cominciava a dire di voler
essere l'unico ed autonomo responsabile della
zona di Sant’Anna di Palazzo. Mario Di Biasi
mi spiegò la situazione, mi chiese il permesso di
ucciderlo e io acconsentii”. Poco spazio, invece,
è dedicato ad altri fatti di sangue di cui i
Misso hanno sentito parlare. “Francesco Di
Biasi - ha fatto mettere a verbale Giuseppe ’o
chiatto nell’interrogatorio del 16 maggio scorso
- fu ucciso da Nicola Di Febbraro, mentre fu
Raffaele Perfetto ad uccidere Tonino Pavesino
il 17 maggio 1998 su mandato di Salvatore
Torino che all’epoca militava nelle fila del clan
Lo Russo”. “Per l’omicidio di Ciro Russo,
invece, - ha raccontato Mazza - siamo stati noi i
mandanti dell’omicidio. E sempre noi decidemmo
di eliminare i suoi fratelli Gaetano e Michele.
I rapporti con i Russo si erano rotti, noi decidemmo
di appoggiare i Faiano. Ricordo che in
una occasione in cui si tenne una riunione a
casa di Vincenzo Mazzarella questi mi informò
del fatto che era già stato portato avanti anche
un primo tentativo di uccidere Gaetano Russo
nei pressi della Questura, ma l’agguato era fallito.
Ninotto non è stato più ucciso solo perché
di lì a poco fu arrestato”. Tutto chiaro. O quasi.

lunedì 21 gennaio 2008

«Al boss amico auto blindata e mitraglietta


Tra Luigi Di Biasi e Vincenzo Mazzarella, all’epoca dei fatti raccontati dal pentito entrambi liberi, si era stabilita un’alleanza molto salda. Al punto che “’o pazzo” regalò un’autovettura blindata e una pistola a mitragliatrice, al ras dei Quartieri Spagnoli. Le riunioni tra i due erano continue secondo il collaboratore di giustizia Ciro Verdicchio, che ne ha descritte alcune. «Ricordo che mio suocero- ha sostenuto “Lenticchiello” il 20 luglio dell’anno scorso- era molto entusiasta dell’appoggio ricevuto da Vincenzo Mazzarella, il quale tra l’altro gli aveva anche fatto omaggio di un’autovettura blindata e di un mitra. Gli aveva messo a disposizione anche un autista, tale “Umbertine”. Ricordo pure che, scarcerato Luigi Di Biasi, ci fu una riunione a casa di Vincenzo Mazzarella, abitazione che io conosco per esserci stato in altre occasioni. A questo incontro parteciparono mio suocero, Andrea che sarebbe il cognato di Emilio Quindici e Salvatore Attanasio. Io li vidi partire da Pianura, dove io stesso mi trovavo. Partirono con due macchine, la blindata che stesso Vincenzo Mazzarella ci aveva regalato e che non ricordo se fosse una Tempra o una Croma e la Fiat Punto di mia suocera. L’esigenza di muoversi con due auto nasceva dal fatto che a bordo di una di esse era custodita una pistola. Quando tornarono, chiesi ad Attanasio di cosa avessero parlato, ma lui non volle dire nulla. A spiegarmelo fu mio suocero, il quale mi disse che era rimasto molto contento per la stima manifestatagli da Vincenzo Mazzarella, il quale gli aveva addirittura chiesto di prendere il suo posto laddove gli fosse accaduto qualcosa». Il pentito nel corso dello stesso interrogatorio ha anche parlato di un altro summit.«Quella- ha detto- comunque, non è stata l’unica riunione tra noi e i Mazzarella. Mio suocero in più occasioni si è infatti recato a casa di Vincenzo Mazzarella. Gli incontri avevano tutti lo scopo di rinsaldare l’alleanza esistente

I Di Biasi alleati del clan Torino




I Di Biasi subentrarono ai Russo nella gestione dei traffici di droga sui Quartieri Spagnoli, alleandosi con Salvatore Torino del rione Sanità. Parola di Ciro Verdicchio, ultimo degli 8 pentiti di camorra che l’anno scorso sono passati dalla parte dello Stato. A suo dire, la piazza più importante era quella di vico Canale e in particolare con il ras soprannominato “’o gassusaro” veniva trattata la cocaina. Ecco le sue dichiarazioni, con la consueta premessa che le persone tirate in ballo devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria. «In relazione al traffico di stupefacenti esistente sui Quartieri Spagnoli- ha sostenuto “Lenticchiello”- vorrei preliminarmente precisare che tale traffico prima del nostro ingresso era regolato dai fratelli Russo, ovvero i figli di “Mimì dei cani”, i quali per evitare problematiche di sorta si accordarono con il “gassusaro”, Salvatore Torino, che forniva la cocaina direttamente a loro. I Russo poi, la distribuivano alla varie piazze ricavandone i proventi settimanalmente. Successivamente l’accordo fu modificato nel senso che i Russo consentivano ai vari spacciatori delle piazze di droga di rifornirsi direttamente sia dal “gassusaro” che da altri, pagando però una tangente ai Russo. Questo tipo di accordo fu in parte utilizzato anche da noi “Faiano” quando rientrammo in possesso della zona dei Quartieri». Allora Ciro Verdicchio, in quanto genero del ras Luigi Di Biasi, partecipava alle riunioni di famiglia ed era a conoscenza di molti segreti di malavita. Come lui steso più volte ha raccontato ai pm antimafia che l’interrogavano dopo la sua decisione di collaborare con la giustizia. «Io so dell’accordo- ha sostenuto il 9 agosto dell’anno scorso- dei Russo con i Torino proprio perché successivamente ne appresi i dettagli proprio da quest’ultimo allorché, dopo il nostro inserimento in zona, rilevammo noi il traffico di droga. Il “gassusaro” precisò a me, a mio cognato Salvatore Attanasio e ad Andrea, di cui non ricordo il cognome ma nostro affiliato, tutti i dettagli e aggiunse che anche alla Sanità veniva adottato lo stesso sistema. Poiché appariva conveniente continuare a gestire il traffico di droga nel modo suesposto, anche noi utilizzammo tale metodo che ripeto prevedeva o l’acquisto diretto della droga preso di noi o in alternativa il pagamento di una tangente settimanale dagli spacciatori che preferivano rifornirsi da altri soggetti. Noi tenevamo sotto controllo le relative piazze di droga esistenti in zona Quartieri». A proposito di cocaina, il collaboratore di giustizia ha anche fatto riferimento a una presunta alleanza tra i clan Di Biasi dei Quartieri Spagnoli e i Frizziero della Torretta. «Ricordo che una sera si presentò preso l’abitazione di Mario Di Biasi, Marco Frizziero, il quale disse che avevano necessità di mettersi all’opera e guadagnare qualcosa. Mario capì subito e gli disse di aspettare in quanto l’avrebbe rifornito di cocaina».

giovedì 17 gennaio 2008

Cosimo mandante di sei omicidi


Le accuse nei suoi confronti sono solo quelle dei pentiti e quelle raccolte nel corso di attività investigative dei carabinieri e della polizia. Perché mai nessuno ha ascoltato una sola intercettazione telefonica o ambientale nella quale Cosimo Di Lauro parlava o raccontava qualcosa di se o del suo clan. Contro di lui adesso ci sono tre pentiti del clan Misso del rione Sanità pronti a giurare che il figlio di “Ciruzzo ’o milionario” è il “regista” di tutti gli omicidi della faida di Scampia e Secondigliano che ha lasciato al suolo oltre 50 persone. Lo raccontano Giuseppe Misso jr detto “’o chiatto”, nipote del padrino Giuseppe Misso “’o nasone”. Suo fratello Emiliano Zapata Misso e suo cugino Michelangelo Mazza, figlio di Lucia Misso. I tre hanno raccontato alla Dda quello che sapevano su Secondigliano e su Cosimo. In particolare Giuseppe Misso, parlando di Cosimo, lo accusa di essere il mandante di almeno sei omicidi: Gelsomina Verde, Luigi liberti, Migliaccio Giovanni, il cugino e il padre di Gennaro Marino ed infine di Enrico Mazzarella. Cosimo Di Lauro per ora è accusato di 416 bis e presto sarà pronunciata la sentenza di primo grado (è difeso dagli avvocati Vittorio Giaquinto e Vittorio Guadalupi), mentre è imputato dinanzi al gup per l’omicidio di Gelsomina Verde massacrata solo per la sua vicinanza amicale al gruppo degli scissionisti e in particolare ai fratelli Notturno. Le dichiarazioni di Giuseppe Misso jr risalgono all’11 e al 13 luglio scorso e in quell’occasione riferì particolari relativi al delitto della 20enne di San Pietro a Patierno. «Non è un caso che Cosimo voleva colpire gli scissionisti con l’omicidio di Gelsomina Verde legata sentimentalmente a Gennaro Notturno, figlio di Vincenzo, che aveva ucciso il suo fraterno amico Fulvio Montanino - spiega Giuseppe Misso jr - Ho saputo da Francesco Cardillo, da cui ho saputo la maggior parte dei fatti relativi ad omicidi di faida commessi dai Di Lauro, alcune circostanze relative all’omicidio di faida commessi dai Di Luaro e alcune circostanze relative all’omicidio di Gelsomina Verde. Le stesse circostanze me le riferirono anche Salvatore Torino e Giannino Penniello». È stato poi Emiliano Zapata a riferire le stesse circostanze nelle sue dichiarazione del 23 novembre del 2007. Riferisce dei rapporti del suo clan con il gruppo dei Di Lauro. «Giugliano mi disse che loro erano veramente preoccupati per Cosimo Di Lauro, nel senso che erano terrorizzati da lui. Inoltre mi disse che era il mandante di tutti gli omicidi commessi nel corso della faida di Secondigliano durante la faida tra i Di Lauro e gli scissionisti. Il Giugliano poi mi disse che i Di Lauro durante la faida avevano fatto delle cattiverie uccidendo i parenti, come il padre di Gennaro Marino, ed anche le donne e si riferivano a Gelsomina Verde e a Carmela Attrice, di cui conosceva ed era coimputato con il figlio dell’Attrice con cui si scriveva e che mi sembrava si chiamasse “’o russo” - dice Zapata ai pm della Dda - Invece lui diceva che gli scissionisti aveva ucciso soltanto gente che c’entra ossia affiliati e non gente estranea e, quindi, non hanno fatto cattiverie».

Il capo della banda vive a napoli da oltre 10 anni


Si chiama Thomas il capo dell’organizzazione di nigeriani e vive a Napoli da circa 10 anni. Viene descritto dagli investigatori come un uomo molto furbo, capace addirittura di creare un’organizzazione parallela che affittava corrieri di droga ad altre gang di trafficanti. Un ulteriore aspetto inquietante in una vicenda dai contorni, in qualche caso, ancora non completamente chiariti. L’inchiesta è cominciata a maggio del 2007 in seguito a una telefonata intercettata a Thomas e durante la quale l’interlocutore del nigeriano si diceva pronto a eseguire gli ordini che gli venivano dati. Da allora altre 50 conversazioni circa sono state registrate e giudicate molto interessanti dal pool di investigatori coordinati dalla procura antimafia di Napoli. Tra gli indagati figurano anche due cittadine polacche, alle quali l’ordinanza di custodia cautelare è stata notificata in carcere in quanto già detenute per un altro reato. La prima fu bloccata all’interno della stazione centrale con un borsone dentro cui c’erano palline di tennis piene di cocaina; la seconda invece finì in manette nei pressi del porto perché nel doppiofondo della sua valigia c’era mezzo chilo di hashish. I dettagli dell’operazione, con i risvolti nazionali e soprattutto internazionali, sono stati illustrati ieri mattina presso la sede della Direzione nazionale antimafia (in via Giulia 52 a Roma ) dal procuratore nazionale Pietro Grasso e dal direttore generale degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia, Antonio Laudati. Erano presenti i magistrati della Dda di Napoli, con a capo il procuratore aggiunto Franco Roberti (nella foto), che hanno coordinato l’inchiesta (Luigi Alberto Cannavale, Paolo Itri e Giovanni Conzo), un rappresentante della magistratura olandese, il vice capo della polizia di Amsterdam, Johan Hartskamp, e gli investigatori della polizia di Stato e dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, nonché dell’Interpol di Roma, che hanno svolto materialmente le indagini con funzioni di coordinamento.

Traffico di esseri umani, 66 arresti


Napoli era il crocevia di un traffico internazionale di esseri umani, ridotti spesso in schiavitù da un’organizzazione di cittadini nigeriani con a capo un 45enne che viveva nel quartiere Mercato. Da lui partivano ordini e disposizioni in tutt’Italia e all’estero, che si concretizzavano essenzialmente in un giro di prostituzione da brividi e pratiche di adozioni di bambini ricoverati in strutture assistenziali in Africa. I piccoli finivano in famiglie della media borghesia, soprattutto del Nord Italia, a volte consapevoli delle irregolarità. Ecco perché oltre all’arresto di ben 66 persone, ci sono circa 100 iscrizioni nel registro degli indagati di altrettanti insospettabili a piede libero. Si è conclusa alle prime ore di ieri l’imponente blitz internazionale contro la tratta di esseri umani, che ha portato la Squadra Mobile di Napoli (dirigente Vittorio Pisani, vice questore Silvana Giusti della sezione “Criminalità stranieri”) e i carabinieri del Ros all’esecuzione di 66 ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dal Gip del Tribunale di Napoli nei confronti di cittadini stranieri, in particolare nigeriani che agivano in Italia ed all’estero. I reati contestati dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, in quella che è stata ribattezzata “Operazione Viola”, vanno dall’associazione per delinquere di tipo mafioso, all’associazione per delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, alla riduzione in schiavitù, al sequestro di persona, al traffico internazionale di sostanze stupefacenti. C’è anche il sospetto di un coinvolgimento della camorra napoletana, ma per ora nessuna certezza. Delle 66 misure cautelari, 15 sono state eseguite all’estero: in particolare in Olanda, nazione in cui l’organizzazione era particolarmente attiva facendo entrare minorenni di entrambi i sessi dalla Nigeria, che erano poi avviati in Italia ed in altri paesi europei per essere impiegati nei settori della prostituzione e della droga. Gli aspetti giudiziari internazionali, con numerose rogatorie, sono stati coordinati dal Consigliere Antonio Laudati, direttore generale degli Affari penali del Ministero della giustizia, che aveva anche seguito le prime fasi dell’indagine quando era alla Direzione Nazionale Antimafia. Mentre le attività d’intelligence, per il carattere interforze dell’operazione e per le diramazioni internazionali dell’organizzazione, sono state armonizzate dalla dire.ione centrale della Polizia criminale e dalla direzione centrale dei servizi antidroga. Nel corso delle indagini sono state anche accertate gravi irregolarità in alcune pratiche di adozioni che hanno consentito a donne italiane e straniere residenti in Italia di prelevare bambini in tenera età da orfanotrofi nigeriani per indurli, nella maggior parte dei casi, ad attività illecite e alla prostituzione. Già nell’ottobre scorso si era conclusa una prima fase dell’operazione, con 23 arresti in Olanda, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Belgio, Stati Uniti e Nigeria. Ma il grosso del marcio si trovava in Italia, soprattutto a Napoli. «Sono fortemente colpita dagli accadimenti riguardanti il traffico di minori provenienti dalla Nigeria e disponibile a mettere in campo tutte le iniziative possibili e utili per la lotta allo sfruttamento di minori immigrati sul nostro territorio e a concedere alle autorità competenti il sostegno necessario a far luce e contrastare tale fenomeno». È stato il commento dell’assessore all’immigrazione della Provincia di Napoli, Isadora D’Aimmo.

lunedì 14 gennaio 2008

Così iniziò la faida Mazzarella-Contini



I clan Misso e Mazzarella già nel
1998 volevano attaccare l’Alleanza
di Secondigliano, ma desistettero
perché non si sentivano
militarmente all’altezza della
corazzata composta dai Contini,
dai Mallardo e dai Licciardi. Soltanto
successivamente, un anno
e mezzo dopo, cominciò la guerra
tra le super-cosche che lasciò
sul terreno decine e decine di
morti ammazzati.
A raccontare il retroscena della
tremenda faida è stato Giuseppe
Misso junior, che nell’interrogatorio
del 24 maggio scorso ha
raccontato anche alcuni episodi
inediti, come gli agguati falliti a
Salvatore Botta ed Egidio Annunziata.
«Ci fu un agguato nei
pressi di via Briganti, zona del
clan Contini. E poiché era stata
vista una persona di statura grossa,
quelli di Secondigliano pensarono
immediatamente che io
avessi avuto un ruolo nella vicenda.
Io invece non ne sapevo
nulla. Consideri che qualche
giorno prima c’era stata una riunione
a casa di Vincenzo Mazzarella
al rione Luzzatti, dove si discusse
dell’opportunità o meno
di attaccare Secondigliano. Io ero
perplesso perché ritenevo che in
quel momento noi Misso non
avremmo potuto contrastare quel
clan né logisticamente né economicamente.
D’altra parte mio zio
Giuseppe Missi (si riferiva al
boss Giuseppe Misso, suo zio,
ndr) era ancora detenuto e sarebbe
stato scarcerato di lì a poco».
Proseguendo nel racconto (con
la consueta precisazione che le
persone tirate in ballo devono essere
ritenute estranee fino a prova
contraria), Giuseppe Misso junior
fece riferimento alla posizione
assunta in quell’occasione
dai Mazzarella. «In quell’occasione,
benché percepii che Mazzarella
non si fosse convinto della
mia raccomandazione, non si
decise alcuna strategia di attacco.
Ecco perché io non sapevo proprio
nulla dell’attentato fatto.
Seppi poi che era stato portato a
compimento proprio dai Mazzarella
e precisamente da Ciro Spirito,
Paolo Ottaviano e Carlo
Fiorentino. Il tutto mi fu raccontato
la stessa sera da quest’ultimo,
che venne a casa mia intorno
alle undici. L’agguato, se ricordo
bene, era stato nel pomeriggio.
Ricordo che morì una persona
e ne rimasero ferite due, ma
so che i veri destinatari erano
Salvatore Botta ed Egidio Annunziata
».
Nello stesso interrogatorio del
24 maggio 2007, Giuseppe Misso
junior descrisse anche la sua storia
criminale. «Inizia nell’ottobre
del 1994, se non erro il giorno 25.
Ricordo con esattezza quel momento
perché in pratica ha segnato
la mia vita, essendo iniziata
la mia carriera criminale. Faccio
riferimento a un giorno in cui
Giuseppe Tolomelli diede uno
schiaffo a mia madre. Era infatti
accaduto che lui aveva importunato
mia sorella Celeste, soffermandosi
sull’uscio di una tabaccheria
in via Santa Tesa degli
Scalzi, ostacolandone l’entrata.
Mia madre allora intervenne, dicendo
di lasciare stare la figlia
perché fidanzata. La reazione
mia e di mio fratello Michelangelo
fu quella di armarci e di andare
alla Sanità per cercare i Tolomelli
».

Pitirollo ferito dai Sacco-Feldi



Starebbe nei contrasti tra Antonio
Pitirollo, cugino del ras Ugo De Lucia,
e un esponente del gruppo Sacco-
Feldi la chiave del tentato omicidio
dell’altro ieri in via Paolo Giovio,
di cui ha fatto le spese anche un
incensurato 28enne. Gli investigatori
della polizia, che avrebbero già
individuato uno dei responsabili
senza avere al momento raccolto indizi
sufficienti all’arresto, stanno indagando
soprattutto su un presunto
giro di estorsioni nel mercatino del
rione Berlingieri: circa mille euro
che settimanalmente finirebbero
nelle casse della malavita organizzata.
Ma non è esclusa la pista di un
attacco al gruppo di “Ugariello” per
il controllo degli affari illeciti in
quella parte del quartiere Secondigliano.
Mentre invece stavolta l’ipotesi
di un coinvolgimento della
cosca Amato-Pagano (gli “scissionisti”)
almeno per ora non c’è.
Il bilancio dell’agguato di venerdì
mattina è stato di due feriti, tra cui
il 41enne Antonio Pitirollo, cugino
di secondo grado di Ugo De Lucia,
fedelissimo della famiglia malavitosa
dei Di Lauro. L’altro, invece, era
con lui perché i due si conoscono
ma non è ritenuto legato ad alcun
clan.
Sono state le ferite riportate da Antonio
Pitirollo, napoletano di via
Monte Faito, a far pensare che fosse
lui nel mirino dei sicari, intenzionati
a ucciderlo. Infatti è stato centrato
al braccio ed alla spalla destra
e alla cresta iliaca (anca) dello stesso
lato ed è ricoverato nell’ospedale
San Giovanni Bosco con una prognosi
di 30 giorni.
Una sola ferita, invece, ha riportato
Pasquale Santoro, 28enne di via
Antonio Labriola, alla coscia sinistra.
Ne avrà per una decina di giorni
ed è subito tornato a casa. Il racconto
dei due non avrebbe fornito
indizi utili per una rapida chiusura
delle indagini ma la dinamica è stata
ugualmente ricostruita con precisione
dagli investigatori. I due killer
sono entrati in azione all’altezza di
un negozio di barbiere in via Paolo
Giovio: erano appena usciti dal locale
quando è cominciata la sparatoria
nei loro confronti. L’allarme è
scattato subito e altrettanto rapidamente
sono giunti sul posto i primi
soccorritori.
Per gli investigatori del commissariato
Secondigliano (diretto dal vice
questore Sergio Di Mauro) e della
squadra Mobile della questura
(agli ordini del dirigente Vittorio Pisani)
non si tratterebbe dell’ennesimo
episodio della tremenda faida di
Secondigliano tra i Di Lauro e gli
“scissionisti”. Il duplice ferimento
non sarebbe neppure collegato all’omicidio
di Eugenio Nardi, avvenuto
a San Pietro a Paterno il 5 gennaio
scorso. Mentre viene seguita, in
alternativa alla principale che tira in
ballo i Sacco-Feldi, la pista di un attacco
al gruppo De Lucia.
Appena cento giorni fa, il 19enne
Ugo, incensurato cugino omonimo
di “Ugariello”, fu gravemente ferito
in un raid all’interno di un bar. In
quell’agguato perse la vita il pregiudicato
Salvatore Ferrara: era il 25
settembre, sei mesi dopo il raid di
morte ai danni del boss Lucio detto
“cape e’ chiuove”.

sabato 12 gennaio 2008

Delitto Palumbo, parla l’ex di Augusto



Sentiti due collaboratori sul
delitto di Luigi Palumbo. Il
primo è Michele Persechino e la
seconda Annamaria Giarra. Il
primo ha detto che "un giorno si
trovava insieme al suo amico
Filoso. Questi venne chiamato da
Augusto e dopo poco ritornò e
disse che avevano ammazzato a
Palumbo”. Mentre Anna Maria
Giarra ha detto solo che "ricorda
che una sera suo marito ritornò a
casa senza scarpe e lei capì che
era successo qualcosa. Il giorno
dopo seppe di quell'omicidio”. Il
delitto avvenne il 7 novembre del
1995. Sotto accusa Vincenzo
Filoso ed Ernesto Cornacchia,
quest'ultimo materiale esecutore
dell'omicidio insieme ad Augusto
La Torre (che confessò il delitto e
risulta essere indagato insieme a
Sperlongano). Augusto La Torre
a Palumbo lo fece trovare morto
con mille lire in bocca perché
considerato confidente delle forze
dell'ordine. "Cornacchia mi attese
presso la sua masseria a Mondragone
che io firmassi in caserma
e poi gli sparò prima lui e poi
io cinque colpi di pistola", ecco
quanto ha raccontato la Torre. E
ancora Augusto ha dichiarato:
''Ho fatto ammazzare Donato
Pagliuca alias Renato perché
non eseguì il mio ordine di
ammazzare Giuseppe Della
Medaglia e Mario Santoro, i due
ex casalesi che erano uniti con i
Chiuovi. Nel '94 mi trovavo nello
stesso carcere di Carinola con
Francesco Bidognetti e facemmo
pace dopo un lungo periodo di
ostilità. E decidemmo di scambiarci
un piacere. Io dovevo uccidere
i due loro scissionisti Della
Medaglia e Santoro e in cambio
lui mi avrebbe ucciso Michele
Zagaria”. Quest'ultimo vecchio
amico del suo acerrimo nemico
Alberto Beneduce, ucciso sempre
da Augusto. Una confessione
choc che ha reso la scorsa settimana
nel corso nella video conferenza
del processo al clan
Belforte. Sul delitto Pagliuca
avvenuto nell'agosto del '95 ne ha
parlato di recente il collaboratore
Giuseppe Valente. “Il presidente
della scuola di calcio La Mondragonese,
Donato Pagliuca, lo
uccise Girolomo Rozzera per
conto di Augusto per uno sgarro
che aveva fatto al boss”. Stessa
sorte subì dopo pochi mesi un
suo stretto amico, Luigi Palumbo,
che venne ucciso nei pressi della
sua abitazione in campagna e
venne trovato con una mille lire
in bocca. Anche su questo omicidio
dovranno essere ascoltati i
collaboratori di giustizia per
saperne qualcosa in più. Insomma
negli anni '90-'95 ci furono tantissimi
omicidi che tra l'altro portano
la firma del padrino Augusto
La Torre. A tal punto che si disse
che la città di Modragone aveva
superato il numero dei morti di
ammazzati rispetto alla città di
Palermo. Il 14 agosto del '95 fu
ucciso Donato Pagliuca inizialmente
amico dei Muzzoni e dei
Chiuovi, ma che si oppose all'alleanza
con i Casalesi e fu questo
anche il motivo della sua morte,
oltre al fatto che si oppose alla
esecuzione dei due Casalesi 'traditori'
per Bidognetti. Della
Medaglia e Santoro vengono tirati
in ballo poi per il delitto di
Castrese Di Tora verificatosi a
a Sessa Aurunca nel 1993.
Secondo le indagini l'omicidio,
per il quale gli autori ed i mandanti
erano rimasti sino a questo
momento ignoti, sarebbe stato
una risposta voluta alla gambizzazione
avvenuta alcuni giorni
prima di due esponenti del clan
La Torre di Mondragone - sodalizio
da sempre alleato di quello
degli Esposito operante in Mondragone
- e cioè Ernesto Razzino
e proprio a Donato Pagliuca.
Secondo la precisa ricostruzione
del collaboratore di giustizia, pienamente
riscontrata, l'episodio
delittuoso da ultimo citato sarebbe
ascrivibile al clan dei casalesi
e per tale ragione si sarebbe proceduto
ad ammazzare il Di Tora,
soggetto già ritenuto vicino a
quel sodalizio in quanto legato
prima a Alberto Beneduce e successivamente
a Michele Zagaria.
Fu proprio per questa ragione che
all'omicidio vennero fatte partecipare
due persone, già appartenute
al sodalizio dei casalesi e successivamente
transitate nel cartello
criminale contrapposto ai casalesi
formatosi dopo l'omicidio di Vincenzo
De Falco e cioè Giuseppe
Della Medaglia - assolto dal
delitto don Diana- e Mario Santoro
- condannato all'ergastolo per
il delitto don Diana (personaggio
di primo piano legato a Giuseppe
Quadrano) e operante in
Sant'Antimo e facente capo alle
famiglie Petito-Ranuc

martedì 8 gennaio 2008

Confinato al 41bis il superboss Eduardo Contini


Il capolcan Eduardo Contini è stato confinato al regime del 41bis dopo essere stato ininterrottamente detenuto dal 15 dicembre al carcere di Poggioreale. La decisione del ministro Mastella su sollecitazione dell’ufficio inquirente che ha seguito le indagini ed è riuscito con il supporto dei poliziotti ad arrestare uno dei trenta latitante più ricercati d’Italia. «Sta da Nunziatina?». Una parola di troppo, sfuggita per telefono a uno degli affiliati più “puliti” che gli coprivano la latitanza. Una semplice distrazione di un attimo che è costata le manette al boss fondatore dell’“Alleanza di Secondigliano” con Gennaro Licciardi e Francesco Mallardo, tra l’altro suo cognato. Dall’intercettazione gli investigatori della polizia sono risaliti alla famiglia della casalinga, originaria del rione San Giovanniello all’Arenaccia, che insieme a 4 dei suoi 6 figli accudiva il padrino in casa sua: in via Cimarosa 21 a Casavatore. Una palazzina anonima in un vicolo cieco, dove l’altro ieri sera “’o romano” si è dovuto arrendere allo Stato dopo 7 anni. Eduardo Contini aveva usato tutte le precauzioni possibili, comunicando addirittura attraverso i “pizzini” (biglietti, in dialetto siciliano, per chi non avesse ancora imparato il termine) con gli “angeli custodi”: una vedova 62enne e i figli, tra i 25 e i 39 anni, quasi tutti disoccupati e incensurati. “’O romano” dormiva al secondo piano della palazzina in un appartamento di 65 metri quadri con mobili vecchi e solo l’essenziale all’interno, ma pulito. Mentre invece andava a mangiare, a pranzo e cena, a casa della famiglia ospitante, al piano di sopra: un piatto per pasto, non di più, per mantenersi in forma. Dopo aver girato per mezza Europa, godendo di coperture “eccellenti”, da 5 mesi Contini (secondo gli uomini della squadra mobile della Questura, agli ordini del dirigente Vittorio Pisani e con il commissario-capo Cristiana Mandara) aveva trovato rifugio nell’abitazione di Casavatore. E da allora conduceva una vita da recluso, per certi versi addirittura peggiore di quella carceraria: solo, senza parlare temendo microspie in casa. Ma non si era affatto abbrutito: nell’appartamento c’era un tapis roulant con cui il boss faceva un po’ di moto, tre tipi di profumi, dieci abiti di sartoria, 30 paia di jeans, 20 di scarpe alla moda, 100 di calzini e 200 slip, che non faceva mai lavare e buttava dopo l’uso. Al momento dell’arresto calzava un paio di “Hogan”, indossava jeans “Cavalli” con camicia firmata e maglione di cachemire ed era perfettamente sbarbato. Su un tavolo c’erano anche tutti i quotidiani locali di Napoli e attraverso insospettabili a rotazione manteneva il legame con gli affiliati al suo clan. Per gli investigatori (coordinati dal procuratore aggiunto Franco Roberti e dal sostituto Barbara Sargenti) Contini avrebbe pagato profumatamente le persone che l’ospitavano, ora indagate a piede libero per favoreggiamento e procurata inosservanza di pena con l’aggravante dell’articolo della legge Falcone (il metodo mafioso). A loro il ras consegnava un menu settimanale (per esempio l’altra sera stava cenando a base di pollo con patate) e li raggiungeva attraverso una scala esterna all’edificio che dava su un cortile interno. In pochi potevano vederlo, ma nessuno si è mai sognato di parlare. L’intelligence della Questura ha stretto il cerchio intorno a lui nel giorno dell’Immacolata, captando la frase dell’affiliato. Individuata la famiglia, un cui componente è imparentato con un fiancheggiatore dei Contini, è stato messo sotto controllo il telefono di casa e gli investigatori hanno avuto la conferma che andava a mangiare lì e per logica conseguenza dormiva nei dintorni. Gli appostamenti sono continuati fino alle 23 di venerdì, quando si è concretizzato il momento tanto atteso

I soldi della camorra riciclati a Roma


Le mani della camorra “imprenditrice” sono arrivate nella Capitale. Hotel, alberghi, ristoranti nel cuore di Roma sarebbero stati acquistati dalla criminalità organizzata per riciclare il denaro delle attività illecite. è l’allarme lanciato ieri dal procuratore aggiunto di Roma, Italo Ormanni (nella foto), nonché responsabile della Direzione distrettuale antimafia. In un’intervista rilasciata ieri al “Corriere della Sera” il procuratore annuncia la creazione di un gruppo specializzato nei reati economici e finanziari all’interno della Dia per contrastare le attività illecite della camorra. A Roma confluirebbero centinaia di milioni di euro investiti in alberghi di lusso, bar, pub, ristoranti. La criminalità organizzata, camorra e ’ndrangheta, si fa imprenditrice ed investe i guadagni illeciti milionari in attività commerciali. Tredici le inchieste della magistratura al momento in corso su questo tema, coordinate dallo stesso Ormanni. Inchieste talmente delicate che il procuratore ha chiesto e ottenuto dalla procura partenopea il distacco a Roma di Francesco Curcio, uno dei pubblici ministeri che a Napoli si occupano di camorra per tre giorni alla settimana. Uno “specialista”, insomma, in grado di fornire ai colleghi della Capitale un quadro più preciso della struttura interna e del funzionamento delle holding criminali legate al territorio campano. «è il settore turistico-alberghiero quello in cui abbiamo registrato le infiltrazioni maggiori - dice il procuratore aggiunto Ormanni - come ci siamo resi conto di cosa ci fosse di illegittimo nella maggior parte dei casi esaminati? Dall’esame della composizione delle società. L’uso dei prestanome quando bisogna nascondere operazioni fuorilegge è generalizzato. E guarda caso sono sempre personaggi che nella loro precedente esperienza professionale non avevano avuto mai a che fare con l’attività di cui risultano titolari». Ma a portare gli inquirenti sulla strada della criminalità sono state anche le numerose transazioni bancarie sospette riscontrate dall’Ufficio italiano cambi, quasi 900 solo nei primi sei mesi dello scorso anno, e prontamente segnalate alla magistratura. Ma il procuratore sgombra il campo dal rischio che attorno alla Capitale trovino rifugio boss latitanti. «Non è più come un anno fa». Non tutti sono d’accordo con l’allarme lanciato dal procuratore Ormanni. «Il finanziamento di attività commerciali e alberghiere - ha detto Antonio Ciavattini, vicesegretario provinciale della Confesercenti - rappresenta la “faccia pulita” della criminalità organizzata, che li utilizza per riciclare i proventi illegali: si tratta di una situazione comune a moltissime altre città, insomma, è un problema nazionale, non certamente locale». «Sono notizie allarmanti che comunque in qualche modo erano già circolate, situazioni che la magistratura aveva già da tempo segnalato- continua Ciavattini - è particolarmente preoccupante che tutto ciò sia uscito in maniera così evidente. Forse le commissioni antimafia dovrebbero essere più attive in modo da essere un valido aiuto per il lavoro dei magistrati».

Nei bar e nei locali si parla solo napoletano


Il monito del procuratore Ormanni era già stato lanciato dalla segretaria del Partito radicale, Rita Bernardini, che lo scorso 16 agosto, durante una conferenza stampa alla Camera dei deputati, aveva espresso il sospetto che molti dei proventi del mercato degli stupefacenti venissero riciclati dalla camorra in attività di ristorazione nel centro storico di Roma. E l’esponente del Pr aveva indicato proprio le attività attorno ai Palazzi della politica quelli più a rischio. «La lingua che si parla sempre di più è il napoletano, nei locali bar e ristoranti. Sono ingressi recenti, e centinaia di migliaia di euro sono spesi in ristrutturazioni di locali che non sono certo mal messi», aveva affermato Bernardini, invitando a fare una passeggiata in via Torre Argentina o a largo sant’Eustachio per avere un’idea della situazione. Secca la conclusione: «Ho l’impressione che ci sia un riciclaggio di questi guadagni». «La cosa, da cittadina, mi insospettisce, perché non insospettisce anche i magistrati? perché non si fanno indagini serie?», aveva domandato l’esponente radicale. Dello stesso avviso è Giuseppe Roscioli, presidente di Federalberghi Roma e vicepresidente dell’associazione nazionale. «Non posso escludere che alcuni alberghi siano in mano alla criminalità organizzata - ha detto - ma non so dire nulla in merito, anche perché difficilmente un albergatore prestanome deciderebbe di affiliarsi alla nostra associazione». «Certo, negli ultimi anni sono stati aperti 150 nuovi alberghi, alcuni venduti a prezzi più elevati del normale, per cui posso immaginare che possano aver attirato l’attenzione di chi può permettersi di investire molto - conclude Roscioli - ma non c’è nulla che possa avermi fatto percepire una pratica del genere».

Due nuovi ras hanno rimpiazzato Verde



L’etichetta di boss
gli resterà cucita addosso per sempre.
Perché c’è stato un tempo, e neanche
troppo lontano, che è stato a capo del
gruppo camorristico che ha controllato
gli affari illeciti nel comune di
Casandrino. Ma di fatto il ruolo del
padrino non lo riveste più. I guai con
la giustizia lo hanno tenuto lontano, e
non per sua volontà, dalla sua terra e
dai suoi uomini. E le sbarre del carcere,
unitamente al rigido controllo, gli
hanno impedito di mantenere vivi i
contatti con i gregari a lui fedeli. Il
clan Marrazzo a Casandrino non esiste
più. Ora i boss portano un altro
nome. Anzi, due nomi diversi. E’
scritto lì, nero su bianco, nell’ultima
relazione inviata dalle forze dell’ordine
alla Commissione parlamentare
antimafia nella quale sono disegnati i
più recenti assetti malavitosi di Napoli
e provincia. Antonio Silvestre
(arrestato due giorni fa per essere
venuto meno alle prescrizioni imposte
dal permesso premio accordatogli dal
tribunale della Sorveglianza di Sulmona
essendo lui "detenuto" presso
una casa lavoro) e Biagio D’Agostino
sono i nuovi ras di Casandrino. E non
per caso. Sono stati chiamati a dirigere
gli affari illeciti nel piccolo comune
dai clan Puca e Ranucci di
Sant’Antimo, ai quali fanno capo, e
chi è rimasto libero del gruppo dei
Marrazzo adesso dipende da loro. Lo
scenario è questo. Ed è in questo scenario
di "ricambio" dei capicamorra
che è maturato l’omicidio di Francesco
Verde "’o negus" (nella foto),
padrino dell’omonima e storica cosca
di Sant’Antimo, ucciso in via Napoli
mentre viaggiava a bordo di una Nissan
Micra in compagnia del nipote
Mario, ricoverato in condizioni critiche
in ospedale. Un sospetto sui possibili
mandanti dell’agguato "eccellente"
ce l’hanno già: è sufficiente
passare in rassegna i nomi e i cognomi
di quanti sono stati sottoposti
all’esame dello stub nelle ore successive
all’esecuzione, per rendersi conto
che gli 007 stanno cercando i responsabili
della morte di Francesco Verde
all’interno delle famiglie rivali. Da
Sant’Antimo a Casandrino: i carabinieri
hanno eseguito numerose prove
del guanto di paraffina, e due di queste
hanno interessato anche Antonio
Silvestre e Vincenzo Marrazzo, che,
coincidenza ha voluto, erano tornati a
casa il 24 dicembre grazie ad una
licenza concessa loro per trascorrere
il Natale con i propri cari. Ciascuno
di loro aveva a disposizione sette
giorni di permesso, con un solo obbligo
da rispettare, quello di firma. Ma
entrambi non hanno osservato quell’unica
prescrizione stabilita: in occasioni
diverse hanno fatto pervenire
agli organi competenti un certificato
medico che attestava la loro impossibilità
a recarsi a firmare il registro
delle presenze, Vincenzo Marrazzo
addirittura si è fatto ricoverare in
ospedale dicendo di aver bisogno di
un urgente intervento chirurgico per
risolvere un problema alla schiena.
Informato del fatto, il magistrato di
Sorveglianza ha ritenuto però le patologie
"lamentate" non gravi al punto
tale da impedire loro di ottemperare
all’obbligo di firma, ragion per cui,
senza pensarci su due volte, la "toga"
ha revocato la licenza premio che
aveva concesso alla coppia, disponendo
il loro rientro nella casa lavoro
dove erano "confinati", casa lavoro
che, caso ha voluto, è la stessa per
entrambi, vale a dire Sulmona.

Droga, gli accordi saltati



-“Gigino ‘a gallina gestisce
al piazza di spaccio di piazzetta Berlingieri
e si rifornisce dai Licciardi”. E’
quanto emerge dai verbali del pentito De
Carlo che parla dei nuovi assetti degli
affari e del territorio nella zona di Secondigliano.
“Gigino ‘a gallina è organico al
clan e commette anche azioni di fuoco
per i Licciardi della Masseria Cardone”.
E’ molto cambiato l’assetto dalla gestione
dei Di Lauro. Era un’organizzazione perfetta
quella gestita dai Di Lauro. Un’organizzazione
soporattutto ‘moderna’. I
traffico di stupefacenti gestito come un
vero e proprio ‘multilevel’ e Paolo Di
Lauro è stato il primo narcotrafficante ad
applicare il ‘multilevel’ allo spaccio di
stupefacenti. Ma ora le cose sono cambiate.
I nuovi sviluppi investigativi hanno
lasciato emergere una realtà che sta
mutando di continuo. Il padrino comprava
lo stupefacente all’estero, dopodiché lo
rivendeva ai capipiazza che, a loro volta
lo davano in gestione agli spacciatori che
elargivano le proprie quote in maniera
‘proprorzionale’ alle vendite. E anche su
questa transazione il vertice della piramide
ricavava ulteriori introiti derivanti
soprattutto dall’“affitto” dei suoli (le piazze)
sulle quali avveniva la compravendita
di sostanze stupefacenti. Un sistema ingegnoso
che, tuttavia, ha presentato delle
“falle”. Dopo l’arresto del padrino di via
Cupa dell’Arco, l’organizzazione ha percepito
che sarebbe stato meglio “cambiare
registro”. La struttura verticistica è
stata quindi modificata. Ora la droga non
viene comprata “all’ingrosso” e successivamente
lavorata. La droga viene acquistata
dall’organizzazione già divisa in
dosi pronte ad essere spacciate e i vertici,
che hanno scelto di bypassare tutte le
figure intermedie, la rivendono direttamente
ai pusher. I grossi calibri dell’Alleanza
hanno quindi colonizzato rioni e
quartieri col placet degli scissionisti. Ma
quando un personaggio ha uno spessore
tanto ingombrante, fa quello che nella sua
indole sente di fare: conquistare
sempre più spazio e più
potere. E’ così, con quest’anelito
di espansione, che tra i
Licciardi e i cosiddetti ‘spagnoli’,
sono cominciati gli
attriti. La convivenza è diventata
difficile e quando succede
questo, è il momento di far
parlare le armi. Adesso si
avvertono scosse di assestamento
che potrebbero portare
a un nuovo conflitto senza
esclusione di colpi. Secondo
alcuni esperti, il clan degli scissionisti
avrebbe subìto una profonda trasformazione
negli ultimi mesi. Da quella mutazione
(che ha prodotto conflitti all’interno
dello stesso gruppo dei cosiddetti ‘spagnoli’)
si è staccata l’ombra minacciosa
dell’Alleanza di Secondigliano che sembra
pronta a riprendersi spazio e a dare
vita a una vera e propria espansione, a
una nuova invasione di Secondigliano.

Nardi ucciso per vendicare bombolone



Omicidio
Nardi, il giorno dopo. Si
susseguono indagini, elementi
utili per poter trovare
il reale filo conduttore che
possa far emergere il reale
movente del delitto. Ma
l’assassinio di Eugenio
Nardi, quarantaduenne di
Melito - pregiudicato per
reati contro il patrimonio
ed in passato accusato di
possesso di armi - avvenuto
l’altro pomeriggio in via
Nuovo Tempio San Pietro,
potrebbe essere ricondotto
senza alcuna esitazione ad
un altro omicidio avvenuto
sempre a San Piretro a
Patierno. L’omicidio di Di
Nardo potrebbe avere un
unico filo conduttore con
quello del 17 luglio scorso,
quando i sicari, in via Quattro
Aprile (sempre a San
Pietro a Paterno) eliminarono
barbaramente Carmine
Grimaldi, alias ‘bombolone’,
quarantaduenne ritenuto
dagli investigatori ‘luogotenente’
per il clan Licciardi
di Secondigliano.
Una vendetta avvenuta a
distanza di sei mesi e che
vede contrapposti il clan
operante nel luogo del
duplice omicidio e il gruppo
della Masseria Cardone.
Secondo gli investigatori,
infatti, l’ordine di fare fuori
Nardi sarebbe giunto proprio
dalla Masseria Cardone
per vendicarsi della
morte di ‘bombolone’. Due
delitti messi a segni a
distanza di sei mesi con la
stessa efferatezza e che, per
certi versi, assume la stessa
sfaccettatura. Nardi è stato
raggiunto da due killer in
sella ad una moto, ma uno
soltanto ha sparato, lo ha
sorpreso alla guida della
Smart della moglie. L’assassino
ha potuto mirare a
colpo sicuro perché la
Smart di Nardi era rimasta
bloccata nel traffico di via
Nuovo Tempio. Nessuna
chance per Di Nardo: è
stato freddato con un colpo
di pistola alla nuca: il
proiettile è uscito dalla
fronte uccidendolo all’istante.
Poi il colpo di grazia:
altri sei o sette proiettili
gli hanno devastato il torace.
In sede investigativa si
sta rileggendo il passato di
Eugenio Nardi; si sta cercando
di individuare persone
che abbiano con lui
avuto contatti in un recente
passato; tanta attenzione
viene data dai carabinieri ai
rapporti della polizia giudiziaria
che hanno visto
Nardi. Via Quattro Aprile,
poco dopo le quattro di un
martedì. La zona è quella
del centro del quartiere, nei
giardinetti circondati dagli
edifici. In terra, un uomo.
E’ riverso accanto alla panchina
dove era seduto fino
a poco prima, crivellato di
proiettili, caduto sotto i
colpi dei sicari: questo il
quadro dell’omicidio di
Carmine Grimaldi, quarantasei
anni, conosciuto nella
zona come ‘bombolone’.
Secondo gli inquirenti gravitava
nell’organico del
clan Licciardi. Era stato
scarcerato circa un anno fa,
dopo essere stato arrestato
nel 2004, risultato coinvolto
in un episodio estorsivo
ritenuto riconducibile ai
Licciardi. Abitava in via
Degli Ortolani, lo hanno
freddato a pochi metri da
casa sua. Dove si sentiva
sicuro, dove non avrebbe
mai pensato che i killer riuscissero
a raggiungerlo per
poi scappare via indisturbati.
Un duplice omicidio che
potrebbe quindi ricondurre
ad un unico movente: quello
della vendetta. Gli inquirenti
stanno valutando in
queste ore se il presunto
‘botta e risposta’ in differita
possa essere ricondotto a
questioni personali, piuttosto
che a vicende che interessano
le due organizzazioni
malavitose che si
spartiscono i traffici illeciti
nella periferia n

Era latitante, preso killer della Nco



Ha difeso la sua ‘libertà’ senza
esitare di fronte a nulla. Per la libertà, dopo il
quarto processo e la seconda condanna, si è dato
alla latitanza. Per la libertà, quando ha visto i carabinieri,
ieri all’alba, non ha esitato a fuggire scalzo,
a gettarsi in un lagno, pur di non ritrovarsi dietro
le sbarre. Il predatore trasformato in preda, una
preda che per nulla al mondo avrebbe potuto darsi
per vinta. E quando ha visto i militari circondare la
casa nella quale si nascondeva ha capito che non
c’era neanche il tempo per rivestirsi, per infilarsi
calzini e scarpe. Si è buttato giù dal letto, ha infilato
la porta a testa bassa ed è uscito nell’alba gelida.
Una corsa a piedi nudi, sulla terra ghiacciata
dalla brina notturna, sui rami spezzati, sui sassi.
Ha percorso mille metri, braccato dai carabinieri, e
alla fine è stato arrestato. Si è conclusa nelle campagne
di Somma la latitanza di Michele Auriemma,
l’ex cutoliano di Ottaviano condannato all’ergastolo
per aver ammazzato il convivente della sua
ex moglie. Una storia dai toni accesi, quella di
Auriemma, leva di prim’ordine dell’esercito dei
cutoliani poi passato a fare il colonnello, e poi,
ancora, quasi saltato dall’altra parte della barricata,
con il clan avversario. Chi lo conosce lo descrive
come uno che non ha paura di
nulla. Sangue sempre troppo caldo.
Nel bene e nel male. Fu per questo
che quando sua moglie, alla fine
della loro tormentata storia d’amore
decise di rifarsi una vita, non riuscì
mai a rassegnarsi. Era sua quella
donna. Per nulla al mondo l’avrebbe
lasciata ad altri. E l’altro, purtroppo,
c’era. Auriemma, noto negli
ambienti criminali col soprannome
di zi’ bacco, non sopportò l’idea di
essere stato rimpiazzato. E decise di
agire. Affrontò il rivale a Palma
Campania, nel luglio del 2000. Gli
sparò sotto gli occhi di suo figlio,
rischiando di colpire anche il bambino.
Inquadrare quel delitto fu difficile,
all’inizio. Agguato di camorra,
fu la prima interpretazione. L’esecuzione,
d’altronde, portava la
firma di un camorrista, definito dall’Antimafia
uno dei più spietati killer della Nco.
Poi via via che le indagini andavano avanti, la
realtà veniva lentamente a galla. La vittima, Carmine
Nappi, aveva una relazione con sua moglie, e
Auriemma lo aveva eliminato per questo. Dall’arresto,
quattro i procedimenti penali istruiti a carico
del quarantacinquenne, finiti nei modi più disparati.
In un primo momento i giudici della corte d'Assise
di Napoli si pronunciarono per un’assoluzione.
Un anno dopo, il verdetto fu clamorosamente
ribaltato: in Appello la procura riuscì a spuntarla e
ottenne l’ergastolo. Ma la Cassazione riservava
ancora un colpo di scena: la difesa ottenne infatti
l’annullamento della sentenza, ma con rinvio ad
altra sezione. Sezione che nel mese di novembre, a
conclusione del quarto processo, si è pronunciata
nuovamente per una condanna al massimo della
pena. Auriemma, dopo la militanza nella Nco di
Raffaele Cutolo, ha fondato un nuovo gruppo
affianco a Domenico Pagano, detto ’o mignone.
Con l’ex sgarrista di don Raffaele (ucciso in una
salumeria di Ottaviano nell’estate di due anni fa)
avrebbe organizzato un giro di estorsioni tra Ottaviano.
Affari iniziati nel 2000, anno della sua ultima
scarcerazione avvenuta dopo una detenzione di
dieci anni. Da allora era sottoposto ai soli obblighi
della casa lavoro. Le uniche restrizioni riguardavano
la misura alternativa. Ma con una condanna
all'ergastolo a pendergli sulla testa, Auriemma non
ha voluto conviverci. E, dopo l’ultima condanna,
ha fatto perdere le proprie tracce. Ieri, l’epilogo. I
militari del Nucleo Operativo del Reparto territoriale
di Castello di Cirsterna (agli ordini del colonnello
Antonio Jannece e del maggiore Fabio
Cagnazzo) gli erano alle calcagna da giorni. Il
sipario è calato su Auriemma in fuga scalzo raggiunto
dai militari e arrestato. Arrestato con l’accusa
di omicidio volontario e porto e detenzione di
arma. I militari di Cagnazzo (supportati dai militari
della stazione di Ottaviano, guidata dal comandante
Domenico Iaccarico) lo hanno rintracciato
mezz’ora dopo l’inizio della rocambolesca fuga,
anche grazie all’ausilio di un’unità dell’elinucleo
di Pontecagnano. Nell’operazione è stata arrestata
anche una donna che dovrà rispondere di procurata
inosservanza della pena in considerazione che il
31 dicembre 2007, la corte di Assise di Appello di
Napoli, ha disposto l’applicazione della misura
cautelare della custodia in carcere a seguito della
condanna all’ergastolo.