lunedì 29 dicembre 2008

AMMAZZATO TONINO PITIROLLO


Ancora un morto a secondigliano,ancora la camorra che ritorna padrona del territorio e ritorna a sparare,poco prima delle 14,00 in via del cassano nella sua utilitaria fiat idea e' stato massacrato ANTONIO PITIROLLO 37enne nipote della mamma di UGO DE LUCIA il carnefice di GELSOMINA VERDE condannato in via definitiva all'ergastolo.I killer almeno due,anno agito con cattiveria e tenacia sparando da distanza ravviciata,centrando il volto e il capo almeno per una decina di volte di pitirollo sfigurandolo orrendemente.Per dovere di cronaca bisogna ricordare che ANTONIO PITIROLLO era da pochi anni uscito di prigione dopo una lunga condanna scontata interamente per un tentato omicidio,era di appartenenza legato alla famiglia de lucia ma da un anno era passato con gli scissionisti.Quando era uscito di prigione difatti aveva trovato un ambiente mutato interamente,non c'era piu' difatti lo zio LUCIO DE LUCIA insieme al figlio UGO DE LUCIA a comandare,no,c'era stata una sanguinosa guerra con gli scissionisti e sia di lauro che de lucia ne erano usciti nettamente perdenti sia per gli arresti subiti che per gli agguati.Si era trovato da solo a combattere contro il neo cartello scissionista da poco nato,e a questo cartello si erano aggregati i temuti fratelli FELDI del rione berlingieri detti e'tuan,e proprio da questi aveva subito l'anno scorso un agguato scampato miracolosamente si era dovuto buttare per forza nelle loro fila.

mercoledì 24 dicembre 2008

Dovete salvarlo, è innocente


Continua la battaglia dei familiari di Antonio Zazzaro contro la condanna all’ergastolo comminata al giovane - insieme al presunto complice Alfredo Pozone - per l’omicidio di un tossicodipendente nella villa comunale di Scampia avvenuto nell’estate del 2005. Dopo le proteste della coniuge del recluso, già più volte finita per incatenarsi davanti al tribunale, ora ad alzare la voce è Francesco, fratello dell’uomo carcerato e che attraverso una lettera si è rivolto direttamente al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ed al premier, Silvio Berlusconi: «Purtroppo noto che alcuni passaggi della Costituzione sono carta straccia - dice Zazzaro in uno slancio di rabbia e disperazione -. L’articolo 2 del testo, infatti, riconosce e garantisce i diritti inviolabili della persona e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili e della solidarietà politica, economica e sociale, elementi che sembrano non valere per i protagonisti in negativo di questa vicenda ». Un’accusa che per varrebbe «anche per il principio di libera associazione e di tutela per i propri diritti ed interessi legittimi, oltre che per la sicurezza per i non abbienti di poter comunque difendersi davanti ad ogni giurisdizione». «Si tratta di stralci non individuabili nel calvario di mio fratello - scrive Francesco parlando alle più alte cariche dello Stato - poiché, invece, viene considerato già colpevole anche senza la sentenza di ultimo grado». Messaggi che ad ogni modo sottolineano le sensazioni dei familiari del carcerato, «caso affrontato - secondo la moglie e lo stretto parente - senza considerare fino in fondo le prove fornite durante il dibattimento dell’appello ». Una comunicazione in cui si parla inoltre delle “condizioni disumane” a cui i reclusi sarebbero esposti nel centro penitenziario, «detenzione - afferma l’autore della lettera - che è lontanissima dai principi di rieducazione e che anzi somiglia ad una punizione contraria ad ogni barlume di umanità e che - insiste - si avvicina ad una sorta di pena di morte a cui Antonio ed Alfredo sono quotidianamente spinti dalle piccole e grandi ingiustizie subite». «La nostra attuale società - è riportato verso la fine della missiva - non tiene conto delle volontà dei padri della Repubblica, lasciando alla semplice fatalità l’epilogo di condanne più o meno lunghe o anche a vita». Una percezione di sofferenza da parte dei congiunti del presunto killer della periferia nord di Napoli che emerge soprattutto nei capoversi conclusivi del breve messaggio: «Comincio a non avere più fiducia verso chi ha reso un inferno la mia esistenza e quella di mia madre - dice infatti Francesco - e quel poco che conosco e che sono riuscito a capire, vorrei inculcarlo nella mente di quanti hanno deciso per l’ergastolo di mio fratello pur davanti a fatti che attestavano l’opposto». Secondo i difensori di Zazzaro, infatti, nel momento del delitto il giovane si sarebbe trovato su una spiaggia del litorale Flegreo intento a vendere bibite e merende. Versione tuttavia che non ha convinto i magistrati. Articolo preso da il roma.

LA CITTA' DELLA DISIGUAGLIANZA


Bisogna tornare piu' volte sullo stesso argomento per far capire chi legge che ormai sia NAPOLI che tutta la campania e' stata abbandonata a se stessa,nel degrado e in mano alla criminalita' che lo stato delega come ammortizzatore sociale,ormai non si punisce piu' chi commette reati,la cosa brutta e'che pure le forze dell'ordine si sono abituate alla violenza che richiama violenza.Oggi si e' lasciato morire un giovane di soli 26anni,Carmine Guerriero e' stato freddato vilemente e con malvagita' a solo un giorno da natale,figuatevi i familiari il doppio dramma che dovranno affrontare,e credete che qualcuno fara' qualcosa per trovare i suoi carnefici,non credo proprio.Si dira' che chi per sti mari va sti pesci piglia,e intanto la citta' rimarra' sempre in balia della delinquenza,manca una rivolta culturale e sociale,non bisogna abituarsi a vivere queste scene con distacco,no bisogna prendere coscienza che per colpa di tutte ste merdate i giovani sono costretti a fare gli extra comunitari al nord italia,perche' in campania non si vuole investire,poi rimane il problema di chi rimane,o fa la fame oppure lo stato lascia tranquillamente che venga arruolato dalla camorra,ultimo rimane la fatalita',rimanere coinvolti se pur estranei alla malavita in qualche agguato,una pallottola impazzita sparata da neo pistoleri si puo' beccare sicuramente a napoli.Ma cio' che sconvolge in modo sconvolgente e' tutti sti ragazzi cosi' giovani che vengono ammazzati in tale modo da rimanere inorriditi,si lascia ammazzare la gioventu',una fonte inestimabile di ricchezza che il sud italia detiene,lasciandoli arruolare in queste cosche malavitose anziche' assumerli in progetti di lavoro legali,poi vediamo che chi ci comanda le istituzioni campane,i vari politici sono tutti corrotti e truffandini.Ma loro non rischiano la pelle,nemmno tanti anni di carcere,no loro anno ricchezza e conoscenza e anche se si mangiano miliardi la fanno sempre franca,per poi dichiarare che vogliono combattere il crimine organizzato e le corruzioni,cose dell'altro mondo,mi fermo qua' non mi va di beccarmi qualche denuncia,scrivetemi voi,lasciate i commenti,sputiamoli in faccia sti cazzo di politici e camorristi.

BIECHI VIGLIACCHI E ASSASSINI


Carmine Guerriero meglio noto come "ronaldo"ha voltato le spalle alla vita oggi pomeriggio,in una desolata periferia di NAPOLI,in quel cerchio di droga degrado e ignoranza che si chiama scampia oppure a'167.La preda era giovane,appena 26enne,i sicari come ormai di consueto succede da queste parti,in modo vile e vigliacco forse gli hanno teso un imboscata,lo avranno attirato in trappola per poi finirlo cosi' all'improvviso con decine di colpi di pistola andati a segno tutti alla testa e al volto.Eppure questo ronaldo appena 26enne aveva gia' un casellario giudiziario di tutto rispetto,ultimamente lo stavano accusando i nuovi collaboratori di giusizia,nipoti di MAURIZIO PRESTIERI anch lui pentitosi,tra le tante accuse che gli additavano c'era pure quella di omicidio,e proprio per questo il giovane si era reso irreperibile,era laitante per le forze dell'ordine,ma incautamente non per chi lo conosceva e a deciso di punirlo,Quello che dovrebbero capire tutti,sia inquirenti che magistrati e' che gli scissionisti sono molto piu' cattivi e malvagi degli stessi di lauro,si e distrutto un clan ma si sta lasciando crescere incautamente un'altro molto piu' agguerrito e spietato che non medita su nel prendersi una giovane vita,un giorno prima del santo natale,con vigliaccheria e malvagita' si uccide un ragazzo e si fa sprofondare nella depressione piu' buia i suoi familiari,spero che li arrestano tutti a questi barbari vigliacchi e assassini.

“RONALDO” UCCISO IN UN AGGUATO A SCAMPIA


Nonostante la sua giovane età, 26 anni, Carmine Guerriero, aveva già un casellario giudiziario ricco di precedenti penali ed era tuttora latitante. La sua clandestinità però è finita questa mattina quando, due killer lo hanno ucciso in un agguato in viale della Resistenza, a Scampia, quartiere che nel 2004 divenne teatro della faida tra i Di Lauro e il clan a cui il giovane Guerriero apparteneva, gli scissionisti. Ucciso con diversi colpi alla testa, il pregiudicato era in sella al suo scooter e indossava il casco quando è stato raggiunto dal commando omicida. Nonostante il casco, i proiettili hanno raggiunto lo stesso la testa del giovane, morto prima del trasporto in ospedale. I sicari della camorra sono entrati in azione mentre a pochi passi dal luogo dell’agguato, in via Fratelli Cervi, Fabio Cannavaro e Ciro Ferrara inauguravano un campetto di calcio realizzato grazie alle risorse raccolte dalla loro fondazione. Un’iniziativa che aveva come sfondo l’ennesimo messaggio di legalità nel quartiere considerato simbolo del degrado napoletano. Ennesimo tentativo fallito, dunque. Su quel campetto oggi, vista la giovane età, avrebbe potuto dare calci al pallone anche Ronaldo, così come veniva soprannominato Carmine Guerriero. Ma il 26enne ha preferito entrare nel clan Prestieri di Secondigliano e poi tradire i suoi vecchi capi per passare nella fila degli scissionisti. Nonostante fosse considerato un personaggio di medio calibro all’interno del clan, nei confronti di Guerriero erano state emesse due ordinanze di custodia, una delle quali per omicidio.ARTICOLO PRESO DA VIDEOCOMUNICAZIONE

venerdì 19 dicembre 2008

L’inganno dei Torino per Mariano Mirante


clan Torino gli fece credere che l’omicidio del padre fosse stato commesso dai nipoti di Giuseppe Misso “’o nasone” e perciò Mariano Mirante, ultimo pentito del rione Sanità in ordine di tempo, cambiò bandiera passando con gli “scissionisti” del ras soprannominato “o’ gassusaro” (anch’egli ora collaboratore di giustizia). Ecco il racconto sull’argomento, reso il 15 dicembre scorso, da Mirante con la premessa che le persone tirate in ballo devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria. “Mio padre fu picchiato dai nipoti di Peppe Missi, i quali erroneamente ritenevano che lui in nome del clan continuasse nelle sue attività illecite senza versare più alcunché nelle casse. Mio padre era infatti strettamente legato a Giuseppe Missi, ma da quando questi era stato arrestato non stava per suo conto gestendo più alcuna attività. I Torino strumentalizzarono questo scontro. Mio padre infatti il 29 gennaio 2006 fu ucciso. Ovviamente non potevo restare indifferente e fu proprio su questa situazione che i Torino, segnatamente Torino Nicola, fecero leva affinché si affiliassero a loro le persone più legate ai nipoti di Giuseppe Misso. Ucciso mio padre, proprio Nicola Sequino mi giurò che l’omicidio era stato commesso dai nipoti di Peppe Missi e d’altra parte ciò sembrava logico per quanto era accaduto tra questi ultimi e mio padre. Anche la polizia seguiva la stessa pista investigativa. In realtà, come poi ho appreso successivamente, invece l’omicidio era stato compiuto dal gruppo di Salvatore Torino”.

Omicidio, assolto Tamburrino


Salvatore Tamburrino, ritenuto dall’accusa vicino ai Di Lauro, non è l’assassino di Antonio Siviero: ex autista del boss Bizzarro e amico del ras Salvatore Chiariello “’o boxeur”, entrambi esponenti di primo piano degli “scissionisti” di Secondigliano (ora clan Amato-Pagano). Lo hanno stabilito i giudici della quarta sezione della Corte d’Assise d’Appello del Tribunale di Napoli (presidente Pietro Lignola), ribaltando la condanna all’ergastolo inflitta in primo grado all’imputato, difeso dagli avvocati Ciro De Simone e Michele Cerabona. Antonio Siviero fu ucciso il 28 settembre 2004. E fu una telefonata anonima ad indirizzare i militari della compagnia di Melito sul luogo del delitto. Il pregiudicato, con precedenti per diversi reati contro il patrimonio, tra cui l'associazione per delinquere, era stato sorpreso dai killer nell’androne del palazzo di via Lussemburgo in cui abitava da tempo assieme alla famiglia. Gli assassini avevano atteso che chiudesse alle sue spalle il portone centrandolo ripetutamente e colpendolo anche all'altezza delle braccia e della testa oltre che alla schiena. Probabilmente la vittima fece un disperato tentativo di proteggersi dalla raffica di pallottole esplose contro di lui. Siviero si accasciò sul pavimento del pianerottolo, nell’ingresso del condominio popolare. Accanto al corpo, un lago di sangue e una serie di bossoli di una calibro 45, segno evidente della volontà da parte dei killer di non lasciare assolutamente alcuna speranza di vivere al bersaglio designato. Una spedizione punitiva che fu annunciata anche dalla telefonata di una persona rimasta sempre sconosciuta, con poche parole pronunciate all’operatore di turno al 112 dei carabinieri da un telefono pubblico: «Currite, currite, c’è stato un omicidio in via Lussemburgo...». Una telefonata che potrebbe essere stata composta da un testimone o addirittura da uno dei sicari. La sentenza favorevole a Salvatore Tamburino arriva tre giorni dopo un’altra analoga, che riguarda sempre la tremenda faida di Scampia. In quel caso la conclusione è stata che per l'omicidio di Biagio Migliaccio non ci sono al momento colpevoli. Infatti la Corte d'Assise d'Appello ha assolto Antonio Mennetta (assistito dall’avvocato Giuseppe Ricciulli), che in primo grado era stato condannato all’ergastolo, e confermato la sentenza di assoluzione per Ferdinando Emolo (difeso dai penalisti Vittorio Giacquinto e Vittorio Guadalupi. I legali avevano battuto soprattutto sulle ricostruzioni dei collaboratori di giustizia, ritenendole contraddittorie su alcuni punti cruciali del raid che il 20 novembre del 2004 portò alla morte di Biagio Migliaccio, nell'autosalone del padre, al centro di Mugnano. Mennetta ed Emolo restano comunque in carcere con l'accusa di associazione per delinquere di stampo camorristica. Biagio Migliaccio, imparentato con il boss Giacomo “’a femminella”, fu massacrato da un commando composto da almeno quattro sicari, giunti nella cittadina a nord di Napoli con due grosse motociclette.

lunedì 8 dicembre 2008

NAPOLI SI SUICIDA GIORGIO NUGNES, EX ASSESSORE


E' mistero sulla morte di Giorgio Nugnes, l'ex assessore comunale di Napoli che questa mattina si è suicidato. Nugnes era stato arrestato il 6 ottobre scorso nell'ambito delle indagini sugli scontri scoppiati nel gennaio scorso tra manifestanti e forze dell'ordine contro la riapertura della discarica di Pianura. L'imputazione nei suoi confronti non era grave e nel caso di un'eventuale giudizio la pena sarebbe stata lieve se non addirittura sospesa. Secondo gli inquirenti, avvalendosi delle informazioni sugli spostamenti delle forze dell'ordine ottenute grazie al suo ruolo istituzionale, l'ex assessore avrebbe dato un contributo rilevante alla realizzazione dei blocchi stradali. Accuse che Nugnes, agli arresti domiciliari poi trasformati solo in divieto di dimora nel quartiere di Pianura, ha sempre respinto. Sgomento tra familiari e amici secondo i quali non c'era apparentemente nessun motivo che potesse spingerlo al folle gesto.

domenica 7 dicembre 2008

AD UN PASSO DALLA SVOLTA L'OMICIDIO DI ANTONIO VITAZZACCARO

video

Forse l'omicidio avvenuto un paio di settiman fa nel rione berlingieri,dove fu massacrato ANTONIO VITAZZACCARO,meglio conosciuto come "vituccio"e' quasi alla svolta per identificare i killer.Secondo molti l'agguato rientra nello scontro che si sta consumando a secondigliano da parte degli scissionisti del clan licciardi,per disignare il nuovo capo.I killer conoscevano la vitima, e non e' escluso che si sia trattato di un vero e proprio tradimento,un amico gli da appuntamento un'altro lo ammazza alle spalle,una vera ferocia,che secondo indiscrezioni e' da imputare al proprio clan di appartenenza di vituccio.Era l'unico che era rimasto ancora libero,dopo che i suoi capi i fratelli feldi meglio noti come e tufano sono stati tutti arestati,erano i nuovi padroni del rione berlingieri,conquistato e perso in appena un'anno,forse vituccio era il trofeo dei feldi da sacrificare per pararsi il culo dai tantissimi errori che hanno commesso con i propri amici,ma vedremo se gli inquirenti identificheranno i killer,per vedere poi il gruppo o famiglia di appartenenza.

L'avvocato ucciso dal genero di PIETRO LICCIARDI






«Avvocato, questa storia
finisce male». La frase, accompagnata
da un tono minaccioso,
sarebbe stata pronunciata al termine
di una delle udienze da Salvatore
Altieri ad Antonio Metafora,
il civilista di Chiaia ammazzato
l’altro ieri sera nel suo studio in
corso Umberto. Lugubre premessa
alla tragedia, provocata semplicemente
dalla professionalità
del 70enne: aveva vinto la causa
e il 24enne presunto assassino, genero
del boss detenuto Pietro Licciardi
detto “Pierino ’o fantasma”,
il prossimo 25 dicembre avrebbe
dovuto lasciare il garage a Secondigliano
che gestiva da anni e per
il quale non stava pagando l’affitto.
Ecco perché la società immobiliare
proprietaria, con sede in via
Parco Margherita, aveva chiesto
e ottenuto, attraverso la vittima,
lo sfratto per morosità. Di Salvatore
Altieri anche ieri non sono state
trovate tracce. Anche se formalmente
appariva la madre nella
gestione del garage (che si trova
in corso Secondigliano), la donna
è assolutamente estranea alla
vicenda. Il 24enne aveva chiesto
di incontrare l’avvocato Antonio
Metafora, che gli aveva dato appuntamento
per venerdì presso lo
studio di corso Umberto. Già il mese
scorso il civilista aveva acconsentito
a una proroga di un mese
(nel caso di morosità non vale
quella decisa dal governo fino a
giugno 2009), ma si era mostrato
irremovibile a una nuova richiesta
per telefono. Perciò secondo gli investigatori
della polizia, e fermo
restando la presunzione d’innocenza
dell’indagato fino a
un’eventuale condanna definitiva,
il genero di “Pierino” Licciardi aveva
già ideato il piano per ucciderlo:
ecco perché l’ipotesi d’accusa
a suo carico è di omicidio premeditato.
Non c’è stata lite infatti, prima
dei quattro spari. Salvatore Altieri
è originario della zona dei Tribunali,
in particolare di via Teatro
San Ferdinando. Ma da quando ha
sposato Regina Licciardi, 27enne
figlia di Pietro, si è trasferito a Secondigliano.
Proprio in quel quartiere
lo stanno cercando i poliziotti
della squadra mobile della Questura
(la Omicidi, diretta dall’attivissimo
vice questore Pietro Morelli):
finora però (almeno fino a
quando il giornale è andato in
stampa) inutilmente. Erano le 20
e 15 e nello studio Metafora (in cui
lavoravano in due stanze diverse
Antonio e il figlio Vincenzo, anch’egli
avvocato, di 48 anni) i due
civilisti erano soli quando l’assassino
e un complice non ancora
identificato hanno bussato alla
porta. Proprio il più giovane ha
aperto, indicando alla coppia dove
si trovasse in quel momento il padre.
Poi è rientrato nel suo ufficio,
ma ha fatto appena in tempo a sedersi
dietro la scrivania che è letteralmente
sobbalzato. Distintamente
ha sentito tre colpi di pistola
ed è corso con il cuore in gola
verso il corridoio. In quel momento
gli sono passati davanti i
due uomini e ha capito che qualcosa
di gravissimo era accaduto
all’anziano genitore.
Avevano quello studio insieme dal
dicembre dell’anno scorso, ma lui
lavorava con l’esperto genitore fin
dal giorno successivo alla laurea.
Ed entrambi abitavano a Chiaia,
a dimostrazione di un legame molto
forte: il padre in via Morelli, il figlio
in via dei Mille.

Guerriero uccise un uomo in pizzeria


Carmine Guerriero detto “Ronaldo” è stato coautore insieme a me, ad Antonio Pica e a un altro ragazzo chiamato “Testone” dell’omicidio consumato all’interno di una pizzeria. “Ronaldo” era affiliato al clan Prestieri, anche se aveva un legame più stretto con mio cugino Antonio Pica detto “Beverone”. Il Guerriero aveva un ruolo di primo piano nella gestione della piazza di spaccio di eroina, sita nell’Oasi del Buon Pastore, di cui era titolare mio cugino Antonio Pica». L’11 luglio scorso Antonio Prestieri parlò a lungo di Carmine Guerriero (uno dei tre latitanti dell’operazione conclusasi l’altro ieri con 12 arresti tra gli “scissionisti”), indicandolo anche come presunto autore di un delitto. Naturalmente va sottolineato che le persone tirate in ballo dai collaboratori di giustizia devono essere ritenuti estranei ai fatti narrati fino a prova contraria. “Il Guerriero- aggiunse Antonio Prestieri- nei periodi di pace post-faida ha creato diversi problemi, in quanto a causa del suo brutto carattere spesso andava in contrasto con Vincenzo Notturno. In particolare ricordo che in un’occasione il Guerriero, unitamente ad Antonio Pica e a Nicola Todisco, e salendo su alcune macchine ivi parcheggiate, iniziarono a inveire contro gli “scissionisti” nei pressi dello chalet “Bakù”, già diretto da Vincenzo Notturno. Voglio precisare che in detto periodo noi Prestieri eravamo ancora con i Di Lauro”. Secondo l’altro pentito Maurizio Prestieri “i rapporti tra Tommaso Prestieri e Patrizio Grandelli detto “’o mostro” , inizialmente soci nella gestione della piazza di spaccio dei Sette Palazzi, si erano incrinati. Tanto è che Tommaso era divenuto uno stipendiato di Grandelli e ciò ovviamente non era gradito dalla famiglia Prestieri per il nome che aveva nel contesto criminale di Secondigliano”. E starebbe in queste dichiarazioni del collaboratore di giustizia la chiave del tentato omicidio di Ernesto Assante (di cui è accusato proprio Carmine Guerriero, uccel di bosco dal 10 ottobre scorso) l’impresario musicale di Carmelo Zappulla che fu ferito gravemente a settembre 2003 proprio per una vendetta di Tommaso Prestieri nei confronti dei Grandelli. Effettivamente, come la procura antimafia ha accertato, il concerto era stato organizzato dalla famiglia Grandelli ed in particolare da Nancy, figlia di Patrizio. Ecco ciò che scrisse la Dda nel decreto di fermo a carico di Tommaso Prestieri, Vincenzo Esposito, Daniele Russiello e Carmine Guerriero. Naturalmente va sottolineata, come sempre in casi del genere, la presunzione d’innocenza per tutti gli indagati fino all’eventuale condanna definitiva. “Ronaldo” è quindi ora ricercato per due provvedimenti restrittivi.

«Così fu ucciso Vincenzo Rinaldi



«Franco Mazzarella, figlio di Gennaro, volle fare un regalo al padre detenuto:
l’omicidio di un affiliato al clan Rinaldi. Dopo la morte di Salvatore Mazzarella
(ucciso sul corso San Giovanni a Teduccio, ndr), proprio Gennaro era tra
i più determinati a portare a termine la vendetta: non voleva assolutamente
perdonare l’omicidio del fratello». Il 5 febbraio 2007 Ciro Spirito rivelò ai magistrati
antimafia ciò che sapeva, avendovi partecipato in prima persona,
sull’omicidio di Vincenzo Rinaldi. L’organizzazione dell’agguato, secondo
l’ex killer del clan Mazzarella, fu molto laboriosa e in diverse occasioni gli appostamenti
non erano andati a buon fine. Vi parteciparono, ha raccontato il
collaboratore di giustizia, in molti con vari ruoli e la pistola sarebbe stata procurata
da Paolo Ottaviano, nipote dei ras della cosca recentemente finito in
carcere per associazione. Naturalmente, va sottolineato che le persone tirate
in ballo devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria.
Ecco le sue dichiarazioni. «Vincenzo Rinaldi era tra gli obiettivi che si era deciso
di colpire già prima che Gennaro Mazzarella fosse arrestato. Si era già
decisa l’esecuzione dell’omicidio, ma non si riusciva a portarlo a compimento.
La decisione era stata presa proprio da Gennaro ed era “parcheggiata” fino
quando non sarebbe potuta andare in porto. Proprio per questo motivo, quando
fu arrestato Gennaro, il figlio Franco riprese la volontà del padre e pensò
di fargli un regalo. Vincenzo Rinaldi fu ucciso all’interno di un bar al corso
Malta». Come già accennato, l’organizzazione del delitto fu articolata e andò
avanti in varie fasi. «Per Gennaro Mazzarella - ha sostenuto il collaboratore
di giustizia - era un vero e proprio pallino e perciò ripetutamente ci inviava
presso il bar di Vincenzo Rinaldi a vedere se si trovasse lì. Ricordo che
frequentemente ci recavamo al bar, ma trovavamo solo la moglie. Tornati indietro
lo raccontavamo e Gennaro si innervosiva dicendoci che avevamo
sbagliato l’ora. In realtà noi andavamo anche di mattina, comunque non riuscimmo
a portare a termine l’omicidio fino a quando Gennaro Mazzarella restò
libero. Ecco perché il figlio Franco pensò a un regalo al padre detenuto».
Si arrivò, sempre secondo il racconto del pentito Ciro Spirito, allora al momento
dell’accelerazione della preparazione dell’agguato. «La decisione di
passare alla fase esecutiva fu dei figli di Gennaro, Ciro e Franco, i quali dissero
in mia presenza che bisognava portare a termine l’omicidio. C’era anche
Paolo Ottaviano, che si attivò di persona per recuperare una delle pistole
di cui disponevamo. Fu prelevata da uno dei bidoni di plastica utilizzati
dai pescivendoli e che noi usavamo per nascondere le armi: si trattava di una
pistola calibro 9x21. Franco Mazzarella, figlio di Salvatore, volle partecipare
all’azione delittuosa per vendicare il padre. Fui però io a entrare nel bar a volto
scoperto e a sparare a Vincenzo Rinaldi».

Il video dell'agguato costato la vita a CIRO REPARATO

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Il video ripropone l'agguato costato la vita ad un affiliato al clan di lauro,ucciso in via dell'acquario zona sotto l'influenza di GIOVANNI CESARANO ras un tempo legato a doppio filo con la masseria cardone,oggi il fondatore della scissione all'interno del clan licciardi.

Il video ripropoe l'agguato costato la vita a CARMINE FUSCO

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Il video ripropone l'agguato costato la vita a CARMINE FUSCO (carmeniello)per gli amici,affiliato al clan di lauro,ucciso in piacca nocera a pochi passo dalla casa del boss GENNARO MARINO uno dei capi degli scissionisti.

sabato 6 dicembre 2008

VIDEO RAPINA INDIRETTA NEL RIONE BERLINGIERI

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Guardatevi questo spettacolare arresto avvenuto all'interno dl rione berlingieri,dove un bandito armato di pistola giocattolo fa irruzione le bar ...... e intima al proprietario di consegnargli l'incasso.Ma all'improvviso ecco 2 grandi eroi,due carabinieri che entrano e immobilizzano l'uomo arrestandolo,molto folcoristico il video.

venerdì 5 dicembre 2008

L'arresto di nunzio di lauro,il video


video

Anche se con ritardo,pubblico il video dell'arresto di NUNZIO DI LAURO trovato sul sito videocumunicazioni,ottimo con un grande materiale video.....

giovedì 4 dicembre 2008

IL BONUS PER CHI LAVORA I DISOCCUPATI POSSONO ANCE MORIRE

NOSFERATUS
Di solito nel mio blog mi occupo esclusivamente di camorra,e di tutto cio' che trattano fenomeni di cronaca nera e di associazioni sovversive contro la gente perbene,ma seguendo i telegiornali ultimamente non posso fare a meno di parlare di questa politica malata che ormai ci guida da decenni.Il presidente del consiglio dottor. SILVIO BERLUSCONI e la sua marionetta GIULIO TREMONTI,hanno presentato una bozza di legge che durante questo calvario di crisi dovrebbe in qualche modo tutelare e aiutare le famiglie italiane piu' bisognose,e con reddito piu' basso.Si e' parlato di social card,e di un aiuto alle famiglie che parte dalle 200 arrivando fino a 1000 euro per le famiglie piu'numerose con un reddito basso.Adesso una domanda mi viene spontanea,si e' parlato di chi possiede un reddito basso maggiormente e colui che verra' piu' aiutato,e mi chiedo io!chi reddito non lo possiede proprio,chi si rompe il sedere dalla mattina alla sera per pochi euro e i nero per portare avanti la famiglia,questi cosa sono,cittadini di un paese africano.Ma e' possibile che nelle vostre merdate non vi rendete conto che fate le cose tutto al contrario?ma come hi lavoro ha diritto al bonus,chi non riesce a inserirsi in modo adeguato nel mondo del lavoro si deve impiccare?molte volte mi chiedo come mai in italia non viene ancora la rivoluione.Conosco centinaia di persone che fanno i salti mortali per andare avanti e cosa si trovano,una niente in mano,questo e' il destino di chi in italia cerca in modo onesto e dignitoso di tirare avanti senza sbagliare,e voi politici cosa fate,pensate a chi gai' ha qualcosa oppure ai detenuti concedendo l'indulto,bua' che schifo.

IL PUPARO E LA MARIONETTA


Sembra che il periodo delle vacche grasse per il governatore della campania ANTONIO BASSOLINO e del sindaco di napoli ROSA RUSSO IERVOLINO stiano per finire,difatti il leader del partito democratico WALTER VELTRONI li ha richiamati entrambi per una seduta straordinaria per convincerli entrambi a dimettersi prima di natale.Va ricordato che il pd ormai e' nella merda,una bufera giudiziaria che sta travolgendo tutti i maggiri esponenti della coalizione di sinistra.Ironia della sorte vuole,che proprio loro che difendono l'indipendenza e la piena autonomia dei magistrati,adesso si trovano proprio a far i conti con essa.Erano decenni che la inistra prendeva le distanze dalla destra guidata da SILVIO BERLUSCONI ogni volta he questa attaccava la magistratura,adesso non solo si trovano a rispondere per collusione e tante altre porcate,no si devono tenere ache le critiche di una destra che oramai nel paese ha sepre piu' consensi.La notizia strabiliante comunque,resta quella dei due dimissionari,il governatore e la sua marionetta,che per volere di veltroni, e le preghiere dei napoletani,finalmente sembrano essere arrivati al capo linea.E pensare che su tutte le speculazioni economiche,tutte le porcate ch fanno,chi lo prende nel sedere siamo sempre noi comuni mortali,adesso voglio vedere chi mangiera' sulla monnezza e chi si dichiarera' nulla tenente,bua' che schifo..

mercoledì 3 dicembre 2008

COSIMO DI LAURO CONDANNATO AL CARCERE A VITA


La tensione era palpabile stamattina all'interno dell'aula bunker di NAPOLI,il rampollo e reggente COSIMO DI LAURO,e' stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di GELSOMINA VERDE la giovane 22enne massacrata e data alle fiamme per suo ordine,eseguito dal carnefice UGO DE LUCIA anche lui condannato al carcere a vita in via definitiva.Fin dall'inizio' si sussurro' che il mandante di tale omicidio fosse proprio COSIMO DI LAURO,circostanza ribadita anche dal primo collaboratore di giustizia PIETRO ESPOSITO detto o'kojak,poi man mano le indagini sono andate avanti,e nel frattempo si sono aggiunti altri collaboatori di giustizia a rafforzare il faldone giudiziario a carico di cosimino.Oltre a o'kojak si sono aggiunti MAURIZIO PRESTIERI il ras del rione monterosa perconto della famiglia di lauro,poi SALVATORE TORINO ras del rione sanita' passato a collaborare con la giustizia subito dopo la scissione portata avanti dalla sua famiglia contro i misso.Cosimino aveva chiesto il rito ordinario,che non prevede ne sconti di pena ne altri favoritismi,proprio per dimostrare la sua innocenza,peccato che gli e' andata male e la procura nongli ha creduto condannandolo al carcere a vita,adesso bisogna aspettare l'esito dell'immancabile appello e poi la cassazione per mettere veramente la parola fine per il rampollo e reggente della cosca di via cupa del'arco.

Revocato il carcere duro a Bocchetti


È in carcere da dieci anni e dovrà restarci almeno per altri venti ma fino
ad allora resterà un detenuto comune. Da qualche settimana è stato
revocato a Gaetano Bocchetti detto “nanà” il regime del 41 bis a cui era
sottoposta da circa 6 anni. Il suo avvocato Mauro Valentino è riuscito ad
ottenere la revoca dal Tribunale di Sorveglianza. Ha una condanna a 30
anni per essere il mandante dell’omicidio di Luigi Giglioso, delitto commesso
10 anni fa di Luigi Giglioso in Tangenziale, sangue voluto dalla cupola
di Secondigliano per imporre il proprio predominio al Vomero. Furono
i giudici della Suprema Corte a confermare il dispositivo di condanna
in appello firmato in Corte d’Assise d’Appello a Napoli: un verdetto
con il quale venivano stangati i vertici dell’Alleanza di Secondigliano.
Era stato il presidente della quarta Corte d’Assise d’Appello del tribunale
di Napoli, il giudice Pietro Lignola, a pronunciare le condanne per l’omicidio
di Luigi Giglioso: accoglimento del ricorso della Procura avverso l’assoluzione
in appello, conferma della condanna di primo grado. Trent’anni
ai capi della cupola di Secondigliano e del Vomero, vale a dire ai boss Gaetano
Bocchetti, Giuseppe Lo Russo, Egidio Annunziata; ma anche trent’anni
per i presunti esecutori materiali dell’omicidio, vale a dire Ciro
Cioffi, che era in aula e che venne catturato subito dopo la sentenza nei
pressi del Tribunale di Napoli; Michele Olimpo e Giovanni Migliaccio, che
invece stava addirittura per lasciare la cella prima di essere bloccato
dalla sentenza del presidente Lignola.
Un processo ad ostacoli, con tante curve pericolose, che prese le mosse
dall’omicidio di Luigi Giglioso, messo a segno a settembre del ’97,
pochi mesi dopo l’agguato che era costato la vita di Silvia Ruotolo, donna
innocente massacrata a Salita Arenella nel corso di un regolamento
di conti. Sulla Tangenziale venne ammazzato uno degli eredi al trono di
Giovanni Alfano, il boss del Vomero arrestato dopo la sparatoria di Salita
Arenella, nel corso di una sanguinaria riorganizzazione degli equilibri
interni alla mafia collinare, uno spaccato metropolitano opulento sul
quale l’Alleanza di Secondigliano stava per mettere i propri artigli, promuovendo
agguati ed esecuzioni camorristiche.
Una vicenda che si chiuse quando la sezione di Corte di Cassazione
confermava le motivazioni scritte dal presidente Pietro Lignola. Un’inchiesta
rimbalzata due volte da Roma a Napoli prima di diventare definitiva,
che ruotava attorno al principio dell’attendibilità delle due fonti
d’accusa, vale a dire dei pentiti Rosario Privato e Gaetano Guida, rispettivamente
legati ai sistemi camorristici del Vomero e di Secondigliano.
In un primo momento la seconda Corte d’Assise d’Appello del
Tribunale di Napoli aveva dato una spallata alla sentenza di condanna,
sostenendo la scarsa attendibilità dei due pentiti, arrivando addirittura
a mettere in discussione l’esistenza di un cartello chiamato Alleanza di
Secondigliano. Poi la condanna definitiva.

«Chiedo scusa per la morte di Silvia Ruotolo»


«Come prima cosa voglio precisare che la morte di Silvia Ruotolo non ha addolorato solo tutta l’opinione pubblica, la cittadinanza, ed ha inflitto un dolore indimenticabile nella mente della famiglia. Ma pure io ho un cuore che pulsa e posso capire il dolore. Ed è per questo che lo condivido pienamente, aggiungendo le mie scuse se potessero fare ritornare questa vita spezzata per colpa della situazione creatasi allora ». Il boss del Vomero-Arenella Luigi Cimmino, a distanza di undici anni e mezzo, chiede in qualche modo perdono per la morte di Silvia Ruotolo, innocente stroncata a salita Arenella dalle pallottole dei killer del clan Alfano, proiettili destinati proprio a Cimmino. E lo fa in una lettera, scritta di proprio pugno, fatta arrivare in redazione tramite una persona di fiducia dopo sette giorni dalla sua scarcerazione per “fine pena”. Aveva promesso di venire di persona in redazione Cimmino, “per spiegare quello che sono oggi”, ma non ha potuto farlo perché è stato sottoposto al divieto di dimora a Napoli ma anche perché non sta molto bene in salute. Eppure, nei giorni scorsi c’erano stati festeggiamenti con tanto di botti nella zona di via Conte della Cerra. Ma nella lettera Cimmino parla anche della sua dissociazione, del modo in cui vuole rinnegare la camorra (che non nomina mai) e la malavita per godersi la famiglia. «Vi invio questa mia lettera per spiegare la mia situazione da libero cittadino. Finalmente, dopo aver scontato la mia lunga pena e pagato il debito con lo Stato. Bene, io ora ho deciso di fare il grande passo verso un futuro diverso, per potermi godere la mia famiglia. Con questo dico che rinnego e mi dissocio dalla malavita, sia da quella vomerese che da quella di ogni altro genere. E addirittura lascio la zona del Vomero per trasferirmi fuori Napoli». Ed è a questo punto che Cimmino si rivolge anche a “chi collabora con lo Stato” per ribadire che lui non ha più niente a che vedere con la camorra. «Appunto, per dare una svolta e convincere tutta l’opinione pubblica, lo Stato e tutti coloro che collaborano con lo Stato. Do il mio rispetto ai giornalisti che fanno il loro dovere, sia con il diritto di cronaca sia perché ci tengono quotidianamente informati sui fatti della vita attuale. Chiedo scusa per la mia mancata visita al vostro giornale, ma appena mi sarò ristabilito con la salute verrò di persona». Poi Cimmino ha affrontato l’argomento “nemici”, ha parlato del suo rapporto con il ras latitante Antonio Caiazzo, suo amico sin da quando insieme stavano nel clan Alfano, con i,l quale ci sono stati poi contrasti documentati dagli investigatori anticamorra ma raccontati anche dai pentiti. «Aggiungo che con la famiglia Caiazzo io non ho nessuna faida, di qualsiasi genere. Anzi, aggiungo che il Caiazzo è mio fraterno amico da sempre. Come, d’altronde, accade verso ogni qualsivoglia fantasma che mi giro attorno». Una frase alquanto criptica quest’ultima, aperta a diverse interpretazioni. Le ultime righe della missiva di Cimmino sono dedicate alle raccomandazioni nei confronti del cronista. «Vi ringrazio e sono fiducioso che questa mia lettera sarà pubblicata mettendo in risalto la mia dissociazione dalla malavita, puntualizzando che lascerò per sempre la zona del Vomero .

domenica 30 novembre 2008

Morra nel mirino per uno sgarro


Due testimoni lo hanno visto scappare mentre i killer sparavano, confermando così alla polizia che era proprio lui il bersaglio designato dell’agguato dell’altro ieri sera sul corso San Giovanni a Teduccio: Ciro Morra, ritenuto dagli investigatori vicino ad ambienti dei Mazzarella del quartiere. Rintracciato ieri mattina, dopo che ovviamente era sparito per l’intera serata e nottata, è stato sentito a lungo dagli uomini della squadra giudiziaria del commissariato di zona. Ha detto di non sapere nulla e di non avere visto nulla, trovandosi fuori casa a quell’ora. È il cugino del latitante Ciro Figaro, destinatario della misura cautelare che l’anno scorso inflisse un durissimo colpo alla cosca. Intanto migliorano le condizioni di Giovanna Mosca, 55enne napoletana incensurata di via Taverna del Ferro (il cosiddetto “Bronx”, sempre a San Giovanni a Teduccio), ferita alle gambe da due dei dodici proiettili esplosi dai sicari nel corso della sparatoria. Non ha alcun collegamento con la malavita organizzata e non c’era alcun motivo perché fosse coinvolta in un agguato di camorra. Eppure l’esecutore materiale del raid, sceso da uno scooter mentre il complice lo aspettava alla guida, quasi passava sul suo corpo per inseguire Ciro Morra mentre la donna urlava a terra per il dolore e il terrore. Era insieme con il marito, anch’egli senza precedenti penali, quando si è scatenato l’inferno nei pressi del civico 313 di corso San Giovanni a Teduccio. Erano le 19 e 30 ed era andata a trovare una zia, a sua volta suocera di Morra. Le indagini sono condotte dai poliziotti del commissariato San Giovanni-Barra (agli ordini del dirigente Pietro De Rosa). Investigatori esperti che hanno ricostruito, anche grazie all’aiuto degli esperti della “Scientifica”, la dinamica dell’agguato fallito costato un ricovero in ospedale a un’innocente. Ciro Morra stava rincasando quando si è accorto dei due uomini in sella a uno scooter in zona e ha pensato che potessero avercela con lui. Per cui ha accelerato improvvisamente il passo, cominciando a correre verso il portone del palazzo. Il sicario l’ha inseguito sparando e i primi due colpi hanno centrato a entrambe le gambe la donna che proprio in quel momento, colmo della sfortuna, si trovava in quel punto. È crollata a terra in un attimo, soccorsa dal marito e sotto gli occhi terrorizzati di altri passanti. Qualcuno ha telefonato al 113 e in pochi minuti sul posto c’erano gli agenti delle Volanti. Nel frattempo un automobilista di passaggio aveva accompagnato la vittima all’ospedale Loreto Mare, dove i medici l’hanno giudicata fuori pericolo. Le piste seguite dagli investigatori sono due: un regolamento di conti interno al clan Mazzarella o un attacco dei Rinaldi di rione Villa, diventati più forti dall’anno scorso grazie a una serie di scarcerazioni eccellenti. La rivalità tra i due gruppi di malavita di San Giovanni a Teduccio e storica e risale addirittura al 1989, quando fu ammazzato il boss Antonio Rinaldi.

sabato 29 novembre 2008

CAMORRA: FINI, SCONFIGGERLA SIGNIFICA GARANTIRE LIBERTA'


I camorristi sono i peggiori nemici della gente piu' umile, il vero pericolo per la gente piu' debole. Sconfiggere la camorra significa garantire liberta' e non aver paura quando si cammina". Cosi' il presidente della Camera, Gianfranco Fini, in visita a Napoli all'Opera Don Guanella, retta da don Antonio Manganiello, parroco anticamorra che ha aggregato i minori di un quartiere a rischio intorno ad un campo di calcio inaugurato da Fini. Il presidente della Camera ha sottolineato che occorre lavorare "affinche' ci siano tante altre realta' e questa non sia una eccezione".Ma quante e tante chiacchiere inutili,che non riempiono la tasca a nessuno,anziche' queste stronzate egregio fini cerchi di collaborare e creare una realta' lavorativa,date lavoro e vedete che togliete futuri manovali dalle grinfie della camorra.E' disgustoso come vi servite delle persone con false promesse e tante stronzate,sa che le dico?la camorra e' marcia ma purtroppo dico, da lavoro a migliaia di napoletani,approvate progetti costruttivi,togliete fuoco al fuoco e vedete che man mano si spegera' da solo,adesso mi scusi dopo il suo discorso egregio fini me e' venuto da vomitare.

venerdì 28 novembre 2008

LA SCONFITTA DELLO STATO A SECONDIGLIANO


Secondigliano terra di camorra,ormai lo stato ha perso,la legalita' che tanto si vantano i politici di destra e' sinistra esiste solo nella loro fantasia.Si uccide tutti i giorni come se fossimo in irak o cecenia,senza che nessuno faccia niente per cambiarele cose,ormai e' risaputo che l'unica legge che regge da queste parti e solo quella della camorra,polizia e carabinieri si infracitano nei loro uffici senza che nessuno blocca questa spirale di violenza che ormai attanaglia tutti,innocenti e colpevoli.Ma come si puo' pensare di distruggere la camorra solo con chiacchiere e repressione,altro che bliz o altro,il discorso e' culturale,e' radicato ormai nei meandri delle persone che si sentono abbandonati,oppure vivono da disoccupati lasciando cadere ogni giorno la loro dignita' di gente onesta a senza soldi dritto nel cesso.Molti ragazzi vengono arruolati dalla camorra proprio per la precarieta' della vita che esiste da queste parti,ecco perche' non si da valore alla vita,perche' qui' valorin esistono davvero pochi.Dove le istituzioni sono assenti prende forma un'altra forza che qui'si chiama camorra,e' inpensabile che si sconfigga la camorra se non si crea occupazioni e un clima di civilta' e cultura,non si puo' andare avanti cosi',bisogna assistere i disoccupati che hanno famiglie da mantenere senza delegare la camorra,dare sussidui se non c'e' lavoro,creare corsi formativi che aiutano i giovani nel percorso lavorativo.Napoli e' una miniera d'oro,possiede la ricchezza piu' grande che ci sia in italia,migliaia di giovani una manovalanza unica,che lo stato lascia scappare,dove inevitabilmente la camorra rimpiazza i suoi operai morti con nuova carne fresca che sono sti giovani disperati e senza futuro.E' vergognoso,ieri nel rione berlingieri e' stato ammazzato VITUCCIO TAVERNELLO,il prossimo chi sara',e come verra' chiamato visto che lo stato si e' riguardato bene di chiamarlo camorrista e non disperato.

Ucciso reggente del clan Feldi



Da autista e braccio destro
a luogotenente-reggente del
clan nel rione Berlingieri. Ma la
promozione di camorra non ha
portato fortuna ad Antonio Vizzaccaro,
40enne soprannominato
“Vito” o “Vituccio”, legato al gruppo
Sacco-Bocchetti-Feldi. Proprio
insieme ai tre fratelli ras del rione
Berlingieri (tutti e tre detenuti) era
stato notato insieme più volte in
passato e certamente la sua morte
nel corso di un agguato, alle 11
e 45 di ieri, è avvenuta in un contesto
camorristico. Ancora però gli
investigatori (come scriviamo a
parte) sono indecisi su quale delle
tre ipotesi puntare: un collegamento
con il ferimento dei minorenni
nel circolo di Secondigliano,
uno “sgarro” interno al suo cartello
malavitoso e la guerra con i Licciardi
della Masseria Cardone. Nel
frattempo controlli e perquisizioni
proseguono a ritmo serrato insieme
al lavoro d’intelligence.
Antonio Vizzaccaro abitava in via
Cardinale Capocelatro ed era libero
dal 2006, anche se il 21 ottobre
scorso la polizia gli aveva dato
un dispiacere notificandogli la
misura della sorveglianza speciale.
Ieri era uscito di casa e da solo
aveva raggiunto in motorino via
dello Stelvio, dove si è incamminato
dopo averlo parcheggiato. I
sicari, due in sella a uno scooter
secondo alcune vaghe ma concordanti
testimonianze, lo hanno
sorpreso alle spalle. Uno di essi,
estratta una pistola calibro 9, ha
fatto fuoco quattro volte: due proiettili
hanno centrato il 40enne alla
nuca, un terzo alla schiena e l’ultimo
a un gluteo. Nessuno è andato
a vuoto, a dimostrazione di
una buona mira e della distanza
ravvicinata.
Vizzaccaro
è morto all’istante
e
in pochi
minuti in
via dello
Stelvio si
sono radunati
familiari e amici in lacrime,
senza però che si creassero problemi
di ordine pubblico. Nel frattempo
scattavano le indagini dei
poliziotti della Omicidi della Squadra
mobile della questura (coordinati
dal vice questore Pietro Morelli)
e i colleghi del commissariato
Secondigliano (diretto dal vice
questore Sergio Di Mauro e con il
sostituto commissario Walter Lo
Bascio). Per la zona in cui è avvenuto
l’agguato, saldamente sotto il
controllo dei Sacco-Bocchetti-
Feldi, gli investigatori ritengono
che l’azione sia stata molto audace
se portata a termine dal clan
Licciardi; ma non è la prima volta
che i sicari di camorra compiono
incursioni in territorio nemico.
Inutilmente però gli agenti hanno
cercato di capire dagli abitanti del
posto se i killer avevano il volto coperto
da caschi
o meno:
circostanza
che
potrebbe
aiutare a fare
chiarezza.
In serata la
polizia ha sottoposto all’esame dello
Stube quattro pregiudicati di
Secondigliano, fermati e rilasciati
in attesa dei risultati. Informalmente
hanno dichiarato di avere
validi alibi per l’ora del delitto.

giovedì 27 novembre 2008

MASSACRATO ANTONIO VIZZACCARO DETTO VITUCCIO





Ancora un nuovo agguato mortale a secondigliano,piu' precisamente nel rione berlingieri,in via dello stelvio,la vittima ANTONIO VIZZACCARO,37anni vicino alla neo scissione dei fratelli feldi.Nel rione berlingieri tutti lo conoscevano col soprannome di vituccio,era un affiliato dei feldi e per questi ultimamente aveva fatto molti reati,tra cui anche tentati omicidi oltre che rapine ed estorsione.I killer almeno due,lo hanno sorpreso proprio a pochi metri da dove abitano i fratelli feldi,meglio conosciuti come e tufan,non gli hanno dato il tempo nemmeno per capire chi lo stava ammazzando,lo hanno massacrato colpendolo in varie parti del corpo,tra cui il viso e la testa.La neo nata scissione portata avanti dalle famiglie feldi-bocchetti-cesarano-sacco contro la cosca madre della famiglia licciardi,non ha prodotti gli stessi effetti devastanti della guerra tra i di lauro scissionisti,ma cio' non toglie che sono bene organizzati,alle loro dipendenze hanno persone ciniche,imprenditori e killer spietati.E l'omicidio di vituccio,e' da inquadrare in questa logica di vendette rancori e agguati,comunque c'e'da dire che vituccio e' sempre stato un cane sciolto,un criminale di basso rango,si e' sempre arrangiato con lo spaccio di droga,ma non solo,anche molte rapine portano la sua firma.Tutti lo conoscevano nel rione berlingieri,ma non e' mai stato ai vertici di nessuna famiglia camorristica di secondigliano,tranne che negli ultimi tempi.Si e' sempre procacciato il denaro vendendo hascis e cocaina,una volta per la passata cosca dei nacchella,poi per LUIGI GARELLI detto gigino a'gallina,poi per UGO DE LUCIA,insomma e' stato sempre con chi detendeva il potere delle piazze di droga di secondigliano.Ultimamente,ovvero da un paio d'anni,si era messo fisso con i fratelli feldi,capitanati da FRANCESCO FELDI detto o'tufan,con loro si e' dato dignita',combattendo contro la cosca della masseria cardone,correndo molti rischi,ma i feldi erano gli unici che gli avevano dato dignita'gli avevano creduto facendosi promettere che con loro basta stronzate,doveva filare dritto.Quando la scissione dei feldi e' stata vinta insieme a cesarano-bocchetti-sacco,vituccio era diventato il braccio destro dei feldi,per loro commetteva estorsioni,rapine e tutto cio' che si puo' immagginare malavitosamente parlando.Ma e tufano si sa,non si accontentano,e cosi' una volta vinti contro i licciardi il trofeo rione berlingieri,lo hanno voluto tutto per loro,scacciando in modo mozzafiato gli ultimi baluardi dei di lauro e dei de lucia,e forse vituccio sarebbe proprio l'autore di alcuni tentati omicidi avvenuti nella cosca di lauro de lucia.Ma tornando al proprio assassinio,sembra difficile che killer di cosche avversarie si siano preso labriga di ucciderlo a pochi metri dalle abitazioni dei tufano,vero e proprio fortino inaccessibile per gli estranei,forse si tratta di epurazione interna alla cosca,visto che attualmente vituccio era il reggente vist che i fratelli feldi e gli affiliati piu' di valore si trovano tutti reclusi con processi in corso,fatto sta che i killer lo hanno massacrato in maniera animalesca a pochi giorni da natale,gesto che fa pensare la cattiveria sia dei mandanti sia degli esecutori.

LA SPREGIUDICATEZZA DI UGARIELLO



«Mentre ci recavamo da Cosimo
a piedi incrociammo su di un
motorino Ugo De Lucia (nella
foto, ndr), io mi limitai a
salutarlo e non mi intrattenni a
parlare con lui in quanto
qualche giorno prima con
estrama superficialità e senza
che gli chiedessi nulla mi disse
che aveva ammazzato in una
tabacheria Domenico Riccio. Mi
disse che gli aveva sparato un
sacco di “botte” intendendo
colpi di pistola».
È quanto ha dichiarato Antonio
Prestieri ai magistrati della
Dda.
Parlando dell’incontro che ha avuto con Cosimo Di Lauro, il
giorno dopo il delitto di Gelsomina Verde, fa riferimento ad Ugo
De Lucia e al suo ruolo di killer all’interno della cosca di
Secondigliano. «Del gruppo di fuoco facevano parte oltre che ad
Ugo De Lucia, Emolo Ferdinando che ha fatto sicuramente
l’omicidio nell’autosalone di Mugnano, “O mellone” che ha ucciso
il nipote di Papele ’e marano” e quello del casaro ossia del
salumiere, e lui stesso che mi li ha confessati». Quando fu
assassinato Domenico Riccio con lui c’era anche Salvatore
Gagliari. L’agguato fu compiuto in una tabaccheria di Melito e
l’agguato scattò di domenica, poco dopo le 10,30. I killer, secondo
le prime ricostruzioni, arrivarono a volto scoperto in sella ad una
moto di alta cilindrata. Ciascuno impugnava la sua pistola, ed
esplosero decine di proiettili calibro 9, mirando alle due sagome
impaurite, segno evidente che non ci furono errori di persona
nell’esecuzione del raid. Nessuna possibilità di fuga per le due
vittime, in una dinamica mozzafiato che fu consumata sotto gli
occhi di alcuni clienti dell’esercizio commerciale: Riccio e
Gagliardi furono finiti dietro il bancone.
L’agguato avvenne in modo plateale, frutto della volontà del clan
Di Lauro di eliminare chiunque possa essere ritenuto gravitante
nel gruppo degli scissionisti, dei non allineati alla ragion di stato
di Ciruzzo ’o milionario, durante la tremenda faida di
Secondigliano.

«Gelsomina, Cosimo confessò l’omicidio


È la prima volta, nel corso del processo che vede imputato Cosimo Di Lauro per l’omicidio di Gelsomina Verde, che qualcuno riferisce di aver parlato direttamente con il ras in persona. Fino ad ora l’accusa si riferiva a commenti fatti da affiliati che avevano saputo indirettamente che il mandato omicidiario era stata dato da Cosimo Di Lauro ad Ugo De Lucia. Si tratta di Antonio Prestieri, nipote di Maurizio e Tommaso e figlio di Raffaele. Lui da persona libera ha deciso di collaborare con lo Stato, raccontando ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Napoli la sua verità. Sarà ascoltato in aula per la prima volta in questa settimana. Con lui in collegamento ci saranno anche Maurizio e Antonio Pica, altri due pentiti del clan di Secondigliano che hanno parlato dell’efferato delitto. Antonio Prestieri nel verbale del 22 maggio scorso così racconta. «Due giorni dopo l’omicidio di Gelsomina Verde fui convocato da Cosimo Di Lauro e lo incontrai in una abitazione diversa rispetto a quella dove ci eravamo incontrati fino ad allora dall’inizio della faida. Fu Peppe la “Befana” a portarmi l’imbasciata di Cosimo. Mi recai da lui accompagnato da Pagano Vincenzo, nostro affiliato detto “Piedi di papera”, che non ha nessuna parentela con Cesare Pagano capo degli scissionisti. Noi partimmo dall’Oasi del buon pastore ed arrivammo nei pressi del bar gestito da tale Pierino che si trova nel Terzo mondo, accanto al municipio. Lì Pagano fu preso da altri affiliati del clan e portato in un altro posto, mentre Peppenella mi disse di seguirlo. Siamo entrati nel palazzo di fronte al bar, Peppenella ha preso una chiave ed ha aperto un cancello dietro al quale vi era come un piccolo giardino, da lì siamo entrati in un altro palazzo dove abbiamo trovato due persone armate a vista, con le armi messe nella cintola dei pantaloni, che io non guardi in faccia. Abbiamo imboccato le scale ed abbiamo salito due piani, quindi abbiamo bussato ad una porta e ci hanno aperto. Siamo entrati direttamente in cucina, nella casa vi erano: Peppe “’a befana”, il “cavallaro”, vi erano altre due persone e seduto di spalle alla porta vie era Cosimo Di Lauro che quando siamo entrati si è alzato e mi ha salutato. Mentre parlavamo c'era la televisione accesa e passavano le immagini dell'omicidio di Gelsomina Verde a quel punto io dissi a Cosimo che quel fatto gli avrebbe portato molti guai. Lui mi rispose che Ugariello intendendo Ugo De Lucia, non aveva fatto le cose come diceva lui. Quando ce ne siamo andati anche Peppenella mi ha confermato che Cosimo aveva una certa freddezza, durata poco, nei confronti di Ugariello senza che questo volesse dire che non era più uno dei suoi uomini di fiducia, si trattava semplicemente di una piccola freddezza». Sullo stesso punto vi è il racconto accurato di Maurizio Prestieri che in ordine cronologico è il primo a raccontare dell’omicidio di Gelsomina Verde e lo fa in un verbale del 10 giungo scorso alla presenza del pubblico ministero Stefania Castaldi. «Io ho ricevuto notizie direttamente da Vincenzo Di Lauro che vidi al processo qualche giorno dopo l’omicidio. In questa occasione Vincenzo aveva già svolto dei colloqui con familiari ed egli era particolarmente adirato con il fratello Cosimo. Di fatti egli mi ripeteva di non comprendere le ragioni dell’omicidio e le modalità dello stesso in quanto alla giovane ragazza si erano chieste notizie di un suo amico ossia uno dei fratelli Notturno, in particolare le persone che l’avevano avvicinata le dovevano chiedere dove il Notturno si trovasse. Infatti i Noturno dal primo momento avevano deciso di affiancare Abete Arcangelo e Marino Gennaro nella scelta di passare con Amato Raffaele nella scissione del clan Di Lauro. Quindi se l’intento era quello di chiedere una informazione non si spiegava il Vincenzo Di Lauro come si fosse giunti ad ucciderla prima ed a bruciarne il corpo poi. Riteneva che il fratello stesse completamente perdendo la testa. Anche lo zio Enrico D’Avanzo, se pure con commenti più cauti, confermava che il nipote Cosimo aveva fatto un grande sbaglio in quanto in una faida così cruenta non vi era bisogno di aggiungervi una vittima non solo estranea all’ambito camorristico ma giovane donna e per giunta bruciarla. Infine c’è Antonio Pica, nel verbale del 13 novembre del 2008. «La mattina successiva all'omicidio di Gelsomina Verde io e mio cugino ci trovavamo in un appartamento in un palazzo dell'Oasi del Buon Pastore, al terzo piano. Il giorno dopo l'omicidio mio cugino Antonio detto “'o nano" e io ci recammo da Di Lauro per capire da chi fosse stato commesso l'omicidio. Noi Prestieri non conoscevamo la vittima e per questo volevamo sapere se fosse o non ascrivibile ai Di Lauro o agli scissionisti. Arrivammo sotto al palazzo, un ragazzo avvertì Cosimo che eravamo arrivati e che potevamo salire. Salì mio cugino Antonio e io rimasi giù ad aspettare. Mio cugino mi disse che sopra l'appartamento vi erano Cosimo di Lauro, Ciro Di Lauro, Giuseppe Pica e altre persone di cui non ricordo il nome. Mi disse che Cosimo gli aveva confermato che erano stato loro Di Lauro, per suo ordine, specificando anche chi era stato uno degli esecutori materiali, ossia Ugo De Lucia, che abitava nel Perrone, che io conoscevo personalmente, che era figlio di “capechiuovo". Antonio mio cugino mi precisò poi di aver appreso che la scelta era caduto su Ugo De Lucia in quanto anche lui del Perrone come la ragazza uccisa e che un amico di Ugo, tale Esposito, conosceva la vittima per cui avrebbe potuta portarla da Ugo, cosa che avvenne. Pochi giorni dopo sapemmo che questo Kojack era stato arrestato per l'omicidio della ragazza».

mercoledì 26 novembre 2008

«Ecco i killer di Montanino e Salierno»



Dopo l’omicidio di Fulvio
Montanino e Claudio Salierno
venne a colloquio da me mia madre
che non seppe dirmi molto dell’omicidio,
invece D’Avanzo fece
colloquio con la moglie ed il fratello
e lui seppe più notizie di me».
Inizia così il racconto di Maurizio
Prestieri sul duplice omicidio che
segnò l’inizio delle ostilità tra il clan
Di Lauro e il gruppo degli scissionisti
che si erano staccati. «Nel rione,
il giorno dell’omicidio, avevano
visto quali killer Angioletto, ovvero
Arcangelo Abete (nelle foto);
Mekkey, ovvero Gennaro Marino;
Vettorio, ovvero Enzo Notturno;
Notturno Gennaro e Maglietta ovvero
Cafasso Massimiliano. Questi
era da appoggio in una macchina.
Queste cose sono state viste
dai ragazzi del Terzo Mondo. Gli
assassini erano a volto scoperto in
quanto erano stati riconosciuti, i
killer erano a bordo di due moto,
tranne Cafasso che era in una
macchina di cui non il tipo. Non so
chi dei quattro sparò. Inoltre i killer
ebbero una facile via di fuga essendo
le case celesti vicine al gterzo
mondo dove avvenne l'agguato.
Montanino e Salierno erano su
di una moto guidata dal Salierno, la
possibilità di compiere un omicidio
sia pure eccellente per la persona
della vittima fu possibile in
quanto i Di Lauro non si apsettavano
tale colpo. Montanino per i Di
Lauro era una persona di primo
piano avendo preso il posto del Petrozzi
Raffaele di cui aveva sposato
una nipote, era una persona giovane
e fidata di Cosimo, quindi con
la morte i Fulvio si colpisce direttamente
Cosimo. Questo è stato
l'omicidio più strategico ed eccellente
di tutta la faida, nel senso che
nessuna altra vittima aveva la caratura
criminale di Montanino Le
stesse cose furono dette a Vincenzo
Di Lauro».

«Nocera ucciso da Cosimo»



Nel verbale del 19 febbraio
del 2008, Giovanni Piana, ex fedelissimo
del gruppo Abbinante, ha
raccontato ai magistrati della Dda i
retroscene di un omicidio avvenuto
a Secondigliano il 3 settembre del
2004, quando i sicari assassinarono
il 27enne Mariano Nocera. Ecco il
racconto del collaboratore di giustizia.
«I particolare in merito all'omicidio
di Nocera ce li riferì direttamente
Cosimo Di Lauro nel corso di
un incontro avvenuto in mezzo all'Arco.
Ricordo che il Cosimo Di Lauro,
mandò a chiamare me attraverso
Pasquale Fabbrocino che mi disse
di recarmi da Cosimo che mi voleva
parlare quale rappresentate degli
Abbinante. Io andai insieme a
Riccio Pasquale dopo aver avvertito
Francesco Abbinante che mi disse
di andare tranquillamente. In quel
periodo l'Abbinante non si poteva
muovere in quanto latitante. Ci recammo
in mezzo all'Arco, precisamente
ad un bar accanto al negozio
Finizio. C'erano molte persone tra
cui Marco Di Lauro, Ciro Di Lauro,
Nunzio Di Lauro ed “'o cavallaro". Ciro
ed il cavallaro si misero su di uno
scooter e noi li seguimmo a bordo
del nostro scooter. Ci allontanammo
di poco dal bar ed entrammo dentro
ad un portone sempre in mezzo all'Arco
dove c'era un cortile su cui insisteva
un piccolo cancello che portava
nella terranno dove il Cosimo ci
incontrò. Questa fu l'occasione in cui
partendo proprio dall'omicidio del
Nocera e dal fatto che questi era stato
ucciso per aver ottenuto preventivamente
la sua autorizzazione per
commettere l'omicidio del bar Zelinda,
per spiegarci come stavano le
cose da quel momento in poi. Egli ci
disse che lui pretendeva da tutti
quanti gli affiliati al clan Di Lauro,
anche dagli esponenti di spicco, di
essere preventivamente informato
di qualunque reato si dovesse commettere
in particolare gli omicidi. Mi
disse anche che era sua intenzione
di far avvicendare i figli dei capi del
clan Di Lauro al posto dei padri.
Quando io gli feci presenti che il Nocera
era amico di Francesco Abbinante
e che questi era rimasto molto
male dell'uccisione dell'amico il
Cosimo mi rispose che lui sapeva di
questo legame ma che doveva dare
l'esempio per gli altri di modo che si
capisse che per commettere un omicidio
a Secondigliano si doveva avere
il suo permesso. In precedenza
quando a comandare era Paolo Di
Lauro è capitato che Abbinante,
piuttosto che Pariante, piuttosto che
Prestieri abbiano commesso o dato
ordine di commettere omicidi ed abbiano
infromato solo successivamente
Paolo Di lauro, senza che questi
decidesse di rispondere a tale fatto
uccidendo chi aveva commesso
l'omicidio. Io dissi a Cosimo che era
un semplice ambasciatore e che
avrei riferito quanto da lui dettomi
ad Abbinante Francesco che non era
potuto venire da lui poiché latitante.
Quando andai via e ritornai da
Abbinante commentammo con il
Francesco che era poprio come ci
aveva detto Arcangelo Abete e cioè
che Cosimo voleva diventare il capo
assoluto del clan Di Lauro, inoltre
Abbinante mi disse ed io concordavo
con lui che prima o poi avrebbe
colpito tutti i capi del clan per lui da
solo con i fratelli. Infatti per provare
ciò io feci finta di aprire una piazza
di cocaina lì nel Monterosa, concorde
Abbinante Francesco, alle spalle
vi era una piazza dei Di lauro. Dopo
pochi giorni Ciro Di Lauro venne e
disse che dovevamo spostare un poco
più in là la piazza di droga».

LE ZIZZANIE DI GENNARO MARINO HANNO SCATENATO LA FAIDA DI SCAMPIA


La faida di Scampia poteva
essere evitata: c’era un accordo
segreto per uno smembramento
pacifico del clan Di Lauro.
Patto che poi è stato disatteso da
tutti quanti i ras. Questo perché
c’era chi non si schierava perché
confuso, chi tergiversava e chi «faceva
il doppio gioco creando ancora
più tensione». Fino poi al duplice
omicidio di Fulvio Montanino e
Claudio Salierno che segnò la fase
armata della scissione.
IL RETROSCENA
Il quadro fino ad ora sconosciuto
della guerra dell’area Nord di Napoli
che ha mietuto tra il 2004 e il
2005 oltre 70 vittime, lo hanno tratteggiato
in centinaia di pagine di
verbali trascrittivi e riassuntivi
quattro collaboratori di giustizia
che hanno fatto parte sia del clan
Di Lauro che della fazione degli
scissionisti. Maurizio Prestieri, suo
nipote Antonio, l’altro nipote Antonio
Pica ed infine Giovanni Piana.
Dal racconto di Maurizio Prestieri
contenuto in un verbale di sei mesi
fa sottoscritto dal pubblico ministero
della Dda Stefania Castaldi e
depositato nel processo che vede
imputato Cosimo Di Lauro per
l’omicidio di Gelsomina Verde, la
colpa della faida è dovuta all’atteggiamento
di alcuni ras scissionisti.
L’AGGUATO A LELLO AMATO
«Durante il passeggio - dice Maurizio
Prestieri - io parlavo sia con
Vincenzo Di Lauro che con Salvatore
Britti. Il primo mi disse che
Gennaro Marino si era recato da
Cosimo Di Lauro e gli aveva proposto
di uccidere Raffaele Amato
in quanto lui aveva la possibilità di
andare in Spagna a trovarlo e
l’Amato si fidava di lui. Cosimo
aveva assolutamente vietato al
“Mecchey” di fare una cosa simile
dicendogli che loro volevano bene
ad Amato e che lui sarebbe potuto
tornare quando voleva senza che
nessuno lo avrebbe toccato né a lui
né alla sua famiglia». C’è poi l’altra
versione conosciuta dal collaboratore
di giustizia ed è quella, che a
passeggio in carcere, gli ha riferito
un altro ras del clan, Salvatore Britti.
«Mi disse che Cosimo Di lauro
aveva dato mandato a Gennaro
Marino di recarsi in Spagna per
ammazzare Raffaele Amato ma lui
si era ribellato all’ordine di Cosimo
ed era andato sì in Spagna ma per
mettere in guardia Amato». Ma
quale la versione reale? Quale la verità
dei fatti? Secondo il pentito la
verità era quella raccontata da Vincenzo
Di Lauro: «Marino aveva portato
a compimento il suo progetto
di odio e di vendetta nei confronti
dei Di Lauro in quanto egli già nel
2001 fu schiaffeggiato in “mezzo all’arco”
da Enrico D’Avanzo subendo
una gravissima offesa e non
avendo il coraggio di reagire. Inoltre,
che fosse stato lui a mettere zizania
tra lui Amato e Di Lauro, mi
fu confermato anche dalle lettere
che D’Avanzo dal carcere cercava
di far arrivare agli scissionisti, per
cercare un accordo. Egli non avrebbe
fatto questa mossa se il nipote
Cosimo avesse veramente dato
mandato a Marino di uccidere
Amato, non era così ingenuo da fare
mosse inutile e dannose in un
momento così delicato per lui e per
il gruppo che rappresentava».
IL DUPLICE OMICIDIO
Tutto poi precipitò con il duplice
omicidio di Fulvio Montanino e di
Claudio Salierno. «Già nel gennaio-
febbraio del 2004, dal carcere
esce la notizia che gli Abbinante
stanno con Pariante e quindi si fa
comprendere all’esterno e ai rispettivi
affiliati che si sta costruendo
un clan avverso a quello
dei Di Lauro. Dopo l’omicidio di
Annalisa Durante noi veniamo allontanati
da Napoli e portati in altre
carceri mentre Rosario Pariante
va al 41 bis. In questa fase - spiega
Maurizio Prestieri - Raffaele Abbinante,
approfittando della situazione
di isolamento di Pariante ed io
non avendo ancora capito come dovevo
comportarmi, prende in mano
la situazione e ad insaputa mia
e del Pariante decide di fare uccidere
Montanino e Salierno. Vengo
a conoscenza dell’omicidio quando
ero detenuto ad Avellino con
D’Avanzo, ma in celle diverse. Ricordo
che quando ho appreso la notizia
dell’omicidio urlai dalla mia
cella per farmi sentire da D’Avanzo.
Parlammo il giorno dopo al passeggio
». Poi è il giorno del processo: nella stessa cella i ras dell’una
e dell’altra fazione che via via si
stanno conformando.
LA FAMIGLA ABBINANTE
«Quando scendiamo a processo
Enrico D’Avanzo parla con Abbinante
e gli chiede spiegazioni e
questi con una faccia tosta gli dice
che non sa niente indicando Pariante
che sta collegato in videoconferenza,
dando di fatto la colpa
a lui del duplice omicidio, fatto questo
impossibile in quando Pariante
era al 41 bis in isolamento. A
quel punto capiamo che è iniziato
uno scontro armato tra noi e gli
scissionisti, che un tempo erano i
nostri compagni. Io faccio venire a
colloquio mia madre e le dico di riferire
ai miei nipoti Antonio, Antonio
Pica ed Esposito Vincenzo che
dovevano andare da Cosimo e
schierarsi con lui. Successivamente
nel corso di un’altra udienza del
processo si fece un patto tra
D’Avanzo, Abbinante Raffaele, ed
Antonio secondo cui le donne che
venivano ai colloqui con noi non
dovevano essere toccate, mentre
tutti gli altri nostri parenti potevano
essere colpiti. I miei nipoti non
vennero più a colloquio da me», ha
concluso nel suo racconto Maurizio
Prestieri.

martedì 25 novembre 2008

Droga e armi dei Gionta, preso 28enne

Una pistola a forma di telefonino, capace di esplodere quattro colpi calibro 22 a distanza ravvicinata, senza alcuna possibilità di errore. È un’arma al di fuori del comune quella che hanno rinvenuto e sequestrato i carabinieri del neonato gruppo territoriale di Torre Annunziata, guidato dal tenente colonnello Andrea Paris, nel corso di un articolato blitz al rione Penniniello. Uno strumento micidiale che non fa parte del catalogo nazionale delle armi. Un esemplare analogo è stato rinvenuto dalla polizia olandese durante un’operazione antidroga effettuata ad Amsterdam nel 2006. Nulla si sa relativamente al paese di fabbricazione che, come è emerso nella conferenza stampa tenuta dal capitano Luca Toti, comandante della locale Compagnia della Benemerita, tra i “motori” dell’ennesimo colpo assestato alla criminalità organizzata, rappresenta una novità assoluta. Il blitz è scattato nella tarda serata di ieri. Coinvolti, come di consueto, i militari del 10° Battaglione “Campania”, supportati dai loro colleghi del 131° Reggimento “Carri” di Persano, impegnato nei servizi di perlustrazione nell’ambito dell’operazione “Strade sicure”. Il bilancio finale è tra i più imponenti della storia recente dell’Arma, a conferma della bontà e della lungimiranza della scelta di rafforzare la presenza sul territorio. Mai, in così poco tempo, appena 40 giorni, il territorio era stato rivoltato da capo a fondo. Senza contare l’imponente operazione portata a termine, nelle scorse settimane dalla Polizia di Stato, che ha messo in ginocchio il clan Gionta, portando dietro le sbarre personaggi di primo piano e gregari. In manette è finito Luigi Gaito, 28 anni, incensurato. A suo carico sono tamenti tecnico-scientifici e per l’esaltazione di eventuali impronte dattiloscopiche e papillari. Espletate le formalità di rito e le operazioni di foto segnalamento, il 28enne è stato tradotto presso la Casa circondariale di Poggioreale, a disposizione dell’autorità giudiziaria. stati formalizzatele ipotesi di reato di ricettazione e detenzione illecita di armi comuni da sparo, da guerra e clandestine con relativo munizionamento, nonché di oltre cinque chilogrammi di stupefacente di vario tipo. Il personale dell’Arma, infatti, nel convergere in massa all’interno del rione, che è uno dei più impenetrabili, si accorgeva dei movimento sospetti di tre soggetti, i quali, alla vista delle auto con i colori istituzionali della Benemerita, si davano alla fuga entrando all’interno di un palazzo dopo aver caricato all’interno del portabagagli di un’autovettura “Opel Astra” Sw, intestata ad un trentaduenne di Pompei, denunciato in stato di irreperibilità, dei borsoni in tela. Quando gli inquirenti li hanno aperto è venuto fuori di tutto: circa cinque chilogrammi di hashish, suddivisi in cinquanta panetti; settecento grammi di cocaina, di cui una parte suddivisa in dosi; centodiciotto grammi di crak, già suddiviso in dosi; una pistola modello Cz calibro 9PB con due serbatoi, con colpo in canna; una pistola Beretta 83 F calibro 9 corto, con due serbatoi; una pistola “a forma di cellulare” cal. 22, comprensiva di 4 proiettili; tredici radio portatili Vhf; otto giubbotti antiproiettile; quattro paia di cuffie ed occhiali protettivi antinfortunistica; quindici tutine monouso e sei impermeabili; oltre duemila munizioni di vario calibro. La successiva perquisizione per blocchi di edifici permetteva di individuare uno dei tre fuggitivi, Gaito per l’appunto, la cui perquisizione domiciliare consentiva di rinvenire e sequestrare la somma contante di 8.580 euro ed un sistema di video sorveglianza a circuito chiuso con due microcamere ,a servizio della propria abitazione. L’autovettura, sequestrata, verrà sottoposta a rilievi del caso. Nel medesimo contesto operativo, all’interno in un contatore dell’elettricità di un palazzo attiguo a quello perquisito, i militari rinvenivamo un casco modificato con blindatura antiproiettile; due caschi omologati; diciotto grammi di cocaina, suddivisa in due pezzi; un “case” di un computer marca Acer. Le armi sono state inviate al Racis. di Roma per gli accertamenti tecnico-scientifici e per l’esaltazione di eventuali impronte dattiloscopiche e papillari. Espletate le formalità di rito e le operazioni di foto segnalamento, il 28enne è stato tradotto presso la Casa circondariale di Poggioreale, a disposizione dell’autorità giudiziaria.

LA MORTE DI O'MOCILLO E DI SAVIO

Con questo video tratto dagli archivi di la7,ripropongo la morte di SALVATORE FERRARA ammazzato al rione berlingieri,all'interno del bar mery,e della morte del suo assassino avvenuta poche ore dopo LUIGI MAGNETI.

E' NATA DENISE CUTOLO, FIGLIA DEL 41 BIS

Denise, concepita in provetta, è figlia di Raffaele Cutolo, l'ex capo della nuova Camorra organizzata, condannato a 9 ergastoli.

L'ARRESTO DEL LATITANTE VINCENZO LICCIARDI

CAMORRA, ARRESTATO IL CAPO DEL CLAN ABBINANTE

Questo video mostra l'arresto di uno dei capi degli scissionisti di secondigliano,GUIDO ABBINANTE mentre viene ammanettato dai carabinieri.

"GOMORRA" SCONFITTA, AI CASALESI ERGASTOLO ANCHE IN APPELLO

CAMORRA, PARLA LA MOGLIE DI SANDOKAN: MIO MARITO È INNOCENTE

Giuseppina Nappa è stata arrestata ieri nel blitz delle forze dell'ordine contro il clan dei Casalesi,ma non risparmia dopo due giorni di convcare una nota giornalista della tv la7,per ribadire la totale innocenza del marito,un perseguitato secondo lei,e la speculazione che si fa sulla camorra,secondo la signora nappa c'e' chi si arricchisce chi fa politica e chi carriera..

UN SUPERPENTITO RIVELA: ROBERTO SAVIANO MORTO ENTRO DICEMBRE

L'autore di "Gomorra" nel mirino del clan dei Casalesi: volevano farlo saltare in aria sull'autostrada Roma-Napoli

CAMORRA, ARRESTATO IL BOSS CHE AMA L'ARTE

Visto che l'articolo sul suo arresto lo trovate gia' nel mio blog vi mostro adesso solo le immaggini dell'arresto del mezzo boss TOMMASO PRESTIERI.

E' MORTA MIRIAM MAKEBA, AVEVA APPENA CANTATO PER ROBERTO SAVIANO

Si è battuta fino alla fine per gli ideali in cui credeva Miriam Makeba, morta ieri sera subito dopo essersi esibita a Baia Verde di Castel Volturno in un concerto contro la camorra e contro il razzismo, in difesa dello scrittore Roberto Saviano. E' stata colta da malore dopo essere scesa dal palco. Subito soccorsa e trasportata alla clinica Pineta grande, poco dopo ha avuto una nuova crisi cardiaca ed è deceduta. Soprannominata "Mama Africa" Miriam Makeba aveva 76 anni. Nata a Johannesburg il 4 marzo 1932, era diventata il simbolo della lotta anti-apartheid nella sua Sudafrica e per il suo impegno contro il razzismo era anche diventata delegato delle Nazioni Unite. Iniziò a cantare negli anni Cinquanta, ma fu negli anni Sessanta che raggiunse il successo internazionale con brani come come Pata Pata, The Click Song, Malaika. Il governo sudafricano nel 1963 la condannò all'esilio. Tornò nel suo paese solo nel 1990, su invito di Nelson Mandela. Una vita difficile la sua, segnata anche dalla morte nel 1985 della sua unica figlia, Bongi. Nel 2005 Miriam Makeba diede l'addio alle scene con un tour mondiale, ma ieri era tornata a cantare a Castel Volturno, per fare ascoltare un'ultima volta la sua voce contro le discriminaizoni e in difesa dei diritti civili.