mercoledì 28 novembre 2007

QUANDO SPAVONE UMILIO' TOTO' RIINA

La storia e l'ascesa napoleonica di SALVATORE RIINA capo indiscusso della cupola siciliana gli ha riservato ultimamente una carriera da star,mediaset ne sta rirproponendo la storia in fiction di sei puntate senza tuttavia ricostruire realmente i contrasti e i rapporti con la camorra napoletana.Detto cio' vanno esaminati i verbali di TOMMASO BUSCETTA e di SALVATORE CONTORNO senza contare le altre dichiarazioni rese da altri collaboratori di giustizia organici sia della mafia che della camorra.La sua mentalita' spicciola da furbo contadino che era lo rese protagonista e consigliere della NUOVA FAMIGLIA contrapposta alla NUOVA CAMORRA ORGANIZZATA,quando i morti a napoli se ne contavano a decine ogni giorno.Durante i summit per cercare di trovare una soluzione ai troppi morti ammazzati toto'o'curto venne molte volte a napoli,piu' precisamente a poggio vallesana di marano nella tenuta dei fratelli NUVOLETTA consigliandoli come affrontare la guerra e ha non mostrarsi troppo ostili alla nuova camorra di RAFFAELE CUTOLO,sembra che la sua idea fosse quella di tenere lontano da agguati e vendette i suoi pupilli i fratelli nuvoletta consigliandoli di fare solo da mediatori aspettando l'esito del conflitto per poi schierarsi inevitabilmente con i vincitori.PASQUALE GALASSO il pentito del clan alfieri ne da forse una delle piu' attendibili testimonianza,iniziando il suo racconto proprio dalle riunioni tenutesi nella proprieta' dei nuvoletta,ma l'altro fattore sconosciuto a tanti e l'affonto che ANTONIO SPAVONE capo indiscusso e mammasantissima della camorra napoletana gli fa alla fine degli anni 80.SALVATORE RIINA,MICHELE GRECO,VITO BADALAMENTI, e altri mafiosi,incominciarono ad affiliare molti napoletani trattandoli e facendoli sentire uomini d'onore come loro,i siciliani la maggior parte del bisiniss delle sigarette di usura e droga avevano il comando totale anche a napoli proprio per le alleanze con i tanti camorristi che avevano affiliato e fedelizzati in uomini donore.Un giorno la cupola siciliana si vide un ammanco di quasi 500milioni delle vecchie lire prestata tempo prima ad un camorrista dei quartieri spagnoli,questi soldi gia' sarebbero dovuti arrivare da un bel po nelle loro tasche e anche con gli interessi,ma il napoletano cercava sempre di prendere tempo finche' i siciliani stanchi delle sue giustificazioni decisero di dargli una bella lezione,chi poteva salvarlo se non il vecchio leone capo indiscusso della camorra in rotta di collisione con i siciliani?basto' gia' questo a far perdere i lumi ad ANTONIO SPAVONE detto o'malommo,non ammetteva che i siciliani si comportassero a napoli come fosse casa loro.Il vecchio guappo quando partiva non ragionava,si dimenticava della parola diplomazia e aveva un senso di patriottistico fuori dal comune,cosi' si presento' al ristorante dal cafone da solo proprio mentre mafia e camorra stringevano nuove alleanze e fonti di guadagno mettendo i piedi sul tavolo,cerano tutti compreso toto' riina e altri mafiosi capi emandamenti,guagliu' grido' adesso avete rotto,avete pisciato fuori dal vaso,i turni per il contrabbando e per il traffico di droga andateli a fare a casa vostra a palermo,se volete rimanere a napoli consideratevi dei turisti e non contento schiaffeggio' due di loro,ZU'TOTO' non oso' replicare vista la spregiudicatezza del malommo,si ammutolirono facendo passare il tempo dovuto per presentare il conto,nel suo quartiere arenaccia o'malommo' fu agguantato dai killer che gli scaricarono l'intera lupara l'arma mafiosa piu' usata al corpo e al viso tuttavia senza ammazzare il boss of boss di napoli.....................

martedì 27 novembre 2007

DESTINO INFAUSTO PER LA FAMIGLIA DE LUCIA

Ancora guai giudiziari per la famiglia de lucia del rione berlingieri,mentre PAOLO DE LUCIA spera nel riesame per lasciare la cella del carcere di poggioreale,ieri mattina i poliziotti della compagnia di secondigliano anno notificato al figlio LUIGI DE LUCIA la sorveglianza speciale e l'obbligo di dimora per 3 anni nel comune di residenza.Quando i poliziotti si sono presentati a casa sua sembra che il 23enne non abbia fatto una piega,ha letto con calma la notifica di sorveglianza speciale ha ringraziato gli agenti e ha chiuso la porta di casa rimanendo gli agenti alquando perplessi,cosi' giovane e' cosi' spregiudicato di fronte a queste tegole giudiziarie che stanno smembrando la sua famiglia.Va ricordato che il papa' si trova attualmente detenuto per estorsione aggravata dall'articolo 7 ovvero per aver cercato di avantaggiare un associazione mafiosa,mentre il cugino UGO DE LUCIA appena 29enne e' stato condannato in modo definitivo all'ergastolo per l'omicidio della ragazza MINA VERDE dove anche lui fu coinvolto dal pentito PIETRO ESPOSITO ma successivamente scagionato con formula piena dalla corte di cassazione.Mentre UGO DE LUCIA e' stato condannato all'ergastolo il padre LUCIO DE LUCIA invece fu condannato a morte dai nuovi scissionisti di via venella grassi,non gli lasciarono scampo lo crivellarono di colpi con mitragliatrice e pistolettate sfigurandolo in viso da alcuni colpi esplosi proprio a distanza ravvicinata,poi poco tempo fa simile sorte per fortuna piu' lieve tocco' ad un altro suo cugino anche lui all'anagrafe UGO DE LUCIA omonimo del carnefice di mina,che solo per pura fortuna rimase solo ferito in maniera non grave in un agguato avvenuto proprio all'interno del rione berlingieri al bar mery dove fu massacrato di colpi SALVATORE FERRARA.....

AGGUATO AL TERZO MONDO FERITO SALVATORE TAMBURRINO



Sono stati arrestati nella tarda mattinata di ieri,dopo un lungo inseguimento incominciato nel rione dei fiori famigerao terzo mondo feudo della famiglia di lauro e finito a poche centinaia di metri,cosi' FRANCESCO RAIA e MASSIMILIANO VINCIGUERRA sono stati fermati e ammanettati per possesso illegale di arma da sparo,si tratta di una pistola 357 magnum.Quando i militari dei carabinieri anno scoperta l'arma occultata sotto il sedile sono rimasti alquando perplessi visto che la canna della pistola era ancora fumante,come se avesse esploso colpi poco prima,i dubbi diventano certezza poco dopo quando i militari vengono avvertiti dai colleghi che poco prima c'era stato un agguato proprio nel terzo mondo,ad essere ferito in maniera grave e' il 24enne SALVATORE TAMBURRINO,per gli investigatori l'agguato e' stato portato solo a scopo dimostrativo e non omicida visto che il 24enne e' stato ferito alle gambe ma che pero' per sua sfortuna una delle quattro pallottole gli ha reciso l'arteria femorale rischiando di farlo morire dissanguato in pochi minuti.E' ancora presto per dire che i killer fossero proprio MASSIMILIANO VINCIGUERRA e FRANCESCO REIA, si aspettano gli esami balistici sull'arma rinvenuta nella loro auto anche se per gli investigatori i mancati assassini sono loro........

Ecco perché volevamo uccidere Lepre

Un solo killer fu mandato dai
Misso a compiere il delitto. Il 14 gennaio
dell’anno scorso la conta dei
morti sarebbe dovuta salire di una
unità. Ciro Lepre detto “’o sceriffo”
doveva essere ammazzato. Morire
perché nel piano criminale dei fratelli
Emiliano Zapata e Giuseppe
Misso jr chiunque si avvicinava alla
frangia ribelle doveva essere eliminato.
Il segnale, che fosse chiaro per
tutti, sarebbe stato rappresentato
proprio dalla morte del boss del Cavone,
che miracolosamente sfuggì
all’agguato. Lo racconta Emiliano
Zapata Misso che nei suoi verbali fa
riferimento proprio a Ciro “’o sceriffo”
e al tentativo di eliminarlo.
«La decisione la prendemmo io e
mio fratello Giuseppe e mandammo
Luigi Esposito a fare fuoco ma lui
sbagliò mira e Lepre si salvò». Il capoclan,
che ora si trova ristretto in
carcere, era appena uscito dal portone
di casa, non si era accorto dell’arrivo
del commando di killer e i
“guaglioni” non ebbero il tempo di
avvertirlo. Il padrino per sua fortuna
riuscì a schivare la gragnuola di
pallottole e fu colpito da un solo
proiettile, che lo raggiunse alla
guancia destra fratturandogli la
mandibola. I medici dell’ospedale
Vecchio Pellegrini ne avevano disposto
il ricovero giudicandolo guaribile
in 30 giorni, ma “’o sceriffo”
firmò il registro e tornò a casa. I
proiettili impazziti, però, fecero anche
un’altra vittima. Un ex insegnante
di 62 anni, il professor Augusto
Vecchione, fu ferito di striscio
all’avambraccio sinistro. Solo tanta
paura e sette giorni di prognosi, per
fortuna, per l’uomo, che poté fare ritorno
a casa nel tardo pomeriggio.
Prima del racconto di Giuseppe Misso
e di suo fratello Emiliano le indagini
erano orientate a far coincidere
l’agguato contro Ciro “’o sceriffo”
al ferimento di Eduardo Terracciano,
figlio del ras Salvatore “’o
nirone”, e di Alberto Gaetano, colpiti
nel corso di un conflitto a fuoco il 31
dicembre del 2005 i quali in un primo
momento avevano dichiarato, separatamente,
di essere stati feriti
nel corso di tentativi di rapina. Ipotesi
questa poi smentita dal racconto
dei collaboratori. Ciro Lepre doveva
morire perché si era avvicinato
al clan di Salvatore Torino e stava
appoggiano la sua strategia criminale.
La scientifica trovò sul posto
bossoli esplosi da due armi diverse.
Posti di blocco e perquisizioni
furono effettuati fino a notte fonda
sia nella zona del Cavone che nei
vicoli dei Quartieri Spagnoli.

Ergastolo per l’ultimo padrino



Accuse che confermano la
linea della Procura antimafia. Accuse
che hanno permesso ai giudici
di accertare la verità. E così Salvatore
Savarese, considerato l’ultimo
padrino del clan Misso del rione
Sanità ieri è stato condannato
alla pena dell’ergastolo per essere
il killer di Luigi Sgueglia. Le prime
dichiarazioni di Giuseppe Misso,
depositate nel corso di un procedimento
penale, sono state quelle a
carico di Savarese.
Il processo infatti
era agli sgoccioli
e la Procura
ha fatto in tempo
ad ascoltare le accuse
dei fratelli
Giuseppe ed Emiliano.
Misso jr in sei pagine di verbale,
redatto il 17 aprile scorso alla
presenza del pubblico ministero
della Dda Raffaele Marino, ha raccontato
la sua verità ed ha tirato in
ballo persone che al momento non
risultano neanche indagate e pertanto
anche se il collaboratore di
giustizia le menziona vanno assolutamente
considerate innocenti fino
a prova contraria.
Premessa questa doverosa in
quanto l’ex boss ora pentito, di cose
ai magistrati ne ha da raccontare.
«Confermo la mia decisione di
collaborare con la giustizia - dice
Giuseppe Misso -. Confermo inoltre
tutte le dichiarazioni che ho reso
nei numerosi precedenti verbali da
me letti e sottoscritti». Poi è la volta
del pubblico ministero che introduce
l’argomento: l’omicidio di
Luigi Squeglia. Poi ancora Misso jr:
«Luigi Squeglia fu ammazzato il 4
agosto del 1996 da un commando di
killer composto da Salvatore Savarese
e dal nipote che porta lo stesso
nome. Loro sono gli assassini».
La prima affermazione chiama in
causa due persone, una delle quali,
Salvatore Savarese è stato condannato
alla pena del carcere a vita.
Ma Misso ha dato non solo l’esecutore
materiale ma anche il movente.
«Luigi Squeglia doveva morire
perché apparteneva al clan Tolomelli-
Vastarella-Guida e dato che
la mia famiglia era in lotta con loro
e si decise di colpirli». Ma la vera
ragione, così come spiega successivamente,
fu dettata soprattutto
da un omicidio eccellente che
era avvenuto poche settimane prima.
«Si decise di ucciderlo come
vendetta e in risposta all’omicidio
di Giuseppe Savarese, il fratello di
Salvatore». Poi Giuseppe Misso “’o
chiatto” conclude il suo racconto
indicando anche i presunti mandanti
del delitto, che ovviamente
vanno considerati innocenti ed
estranei anche perché la Procura
non ha aperto alcun fascicolo contro
di loro. «A prendere l’iniziativa
furono i fratelli Michelangelo e Antonio
Mazza». Fu poi la volta di Emiliano
Zapata e di Michelangelo
Mazza che confermarono le accuse
contro Savarese. In realtà qualche
piccola incongruenza era saltata
fuori così come hanno fatto emergere
nel corso della loro arringa gli
avvocati difensori ma per la Corte
sono bastate le ricostruzioni dei
pentiti.

DIECI OMICIDI SVELATI DAI CUGINI MISSO

Non si fermano le dichiarazioni dei nipoti del super boss della sanita' giuseppe misso,sia GIUSEPPE MISSO omonimo dello zio che EMILIANO ZAPATA MISSO ormai sono un vero e proprio fiume in piena,non solo dalla data del loro pentimento anno contribuito a far luce su camorra e politica,camorra e imprenditori,ora stanno svelando mandanti e killer di decine e decine di omicidi.Proprio in questi giorni anno reso altre dichiarazioni ai pm dell'antimafia di far luce su una decina di omicidi avvenuti al tempo della faida del rione sanita' contro gli affiliati degli scissionisti dei torino.Cosi' emerge che l'omicidio efferato di madre e figlio avvenuti al centro di napoli a pochi metri da piazza del gesu' sia opera loro,cosi' svelano che la morte di FABIO SILVESTRO e ANNA DEVIATO fu per mano loro ,ad eseguire il duplice omicidio fu il fedele killer MARCELLO BUONOCORE,li raggiunse per strada a pochi metri dalla loro abitazione e li trucido' entrambi ,vittime madre e figlio che ebbero appena il tempo di vedere il volto del loro assassino.Ma non si fermano solo a questo duplice omicidio,cosi svelano che poco tempo dopo il loro killer fedele quel MARCELLO BUONOCORE venne freddato per loro ordine dai killer PASQUALE GATTA,VINCENZO ROMAGNUOLO,VINCENZO PRESTIGIACOMO,si decise di ammazzarlo proprio per il duplice omicidio di ANNA DEVIATO e del figlio FABIO SILVESTRI,il killer doveva uccidere solo fabio ma sbaglio' mira e uccise anche la madre,creo' un onda di polemiche che gli costarono la vita.Poi svelano l'omicidi di TOMMASO PROVITERA a cui il nipote del boss EMILIANO ZAPATA volle partecipare di prima persona,insieme ai killer MAURIZIO DE MATTEO e LUIGI ESPOSITO ZAPATA lo crivello' di colpi colpendolo ripetutamente al viso e il capo,ma la rabbia di EMILIANO ZAPATA non si placa ed ancora lui in prima persona a volere e partecipare all'omicidio di VINCENZO GRIECO che insieme ai suoi due messggeri di morte LUIGI ESPOSITO e MAURIZIO DI MATTEO lo crivellano di colpi.Poi c'e' ancora l'omicidio di CIRO BENIAMINO che fu commesso dalla fratellanza siglata a colpi di morti ammazzati con i killer fuoriusciti del clan di PAOLO DI LAURO,parliamo del killer per professione ALESSANDRO MAISTO e del suo fedele compagno anche lui killer senza scrupoli GENNARO ESPOSITO detto o'sfregiato,che insieme a due complici organici del cla misso uccisero senza pieta' il consuocero di SALVATORE TORINO CIRO BENIAMINO,poi c'e' ancora l'omicidio di GIUSEPPE PERINELLI che questa volta EMILIANO ZAPATA MISSO volle saldare da solo senza l'aiuto di nessuno,aspetto' che uscisse dal portone di casa e lo crivello' di pistolettate senza pieta',poi ancora l'omicidio di VINCENZO BENITOZZI anche questo portato a termine da EMILIANO ZAPATA MISSO che insieme al suo inseparabile killer PASQUALE AMATRUDI aspettarono accovacciati dietro una macchina per crivellarlo di pistolettate appena la preda usci' allo scoperto.Una lunga scia di sangue voluta e in parte eseguita dalla belva EMILIANO ZAPATA MISSO,un soldatino forte del nome dello zio cresciuto troppo in fretta da quella ambizione di essere il nipote del superboss,per poi una volta catturato cagarsi addosso e cominciare a parlare con la magistratura,mo dico io,possibile che lo stato si debba servire di persone cosi' spietae senza un briciolo di amor proprio che una volta arrestati per beneficiare delle attenuanti di collaboratore di giustizia confessano sempre solo le cose che fanno loro comodo,uno stato di diritto non si dovrebbe servire di simili individui,oppure servirsene ma senza dare loro alcuna attenuante senza permessi scarcerazioni ecc. una sola cosa mandarli sulla sedia elettrica questi vampiri assetati di sangue e potere................

PEPPE MISSO PENTITO?REVOCATO IL 41BIS PER IL SUPERBOSS

Almeno per ora sembra che la bufala del possibile pentimento di peppe misso gli abbia portato qualcosa di positivo,infatti il dap gli ha revocato la custodia del carcere duro,al super boss non gli sara' dispiaciuto visto anche le pessime condizioni di salute ultimamente aggravatosi in carcere.Ecco che anche il piu' temuti dei boss di napoli citta' a breve diventera' un detenuto comune,potra' leggere la posta,ricevere i familiari e avere contatti con l'esterno come qualsiasi altro detenuto comune.Inizialmente la revoca del 41bis era giustificata da motivi processuali relativa alla trattativa dei giorni scorsi per un eventuale collaborazione con la magistratura,ma cio' che poi non si e' avverato ha fatto si che la procura sta seriamente valutando di richiedere al ministero di grazia e giustizia l'emissione di un nuovo provvedimento di 41bis.Ma tutto e' ancora avvolto dal piu' fitto mistero,dopo che il padrino e' stato fatto soggiornare per un certo periodo di tempo al carcere di rebibbia dove si sono svolti i colloqui con i magistrati della direzione antimafia,ora sembra sia ritornato di nuovo nel super carcere di spoleto,chissa' cosa stia tramando il super boss della camorra della napoli citta',sembri che le intenzioni di collaborare con la giustizia ci siano tutte...........

I NUVOLETTA E L'AMICO TOTO' OCURTO

A 23 anni di distanza, chiesta un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per Totò Riina. Quando i corleonesi intervenivano nelle faccende di Camorra tra Napoli e Caserta.Ad emetterla è il procuratore aggiunto della Repubblica Mancuso presso il Tribunale di Napoli, i fatti risalgono al 1984 quando le famiglie egemoni in Campania: quella dei Casalesi (Bardellino) e Alfieri vicine ai ‘fujiuti’ siciliani che stavano perdendo la guerra di mafia contro i corleonesi, .si contrapponevano alle famiglie Nuvoletta-Gionta-Lubrano. I Lubrano, presenti ancora oggi a Pignataro Maggiore in provincia di Caserta, sono stati condannati anche per l’assassinio del fratello del giudice ImposimatoNell’occasione del delittto Vastarella, per cui è stata emessa l’ordinanza a carico di Totò Riina, si legge nella nota della Procura, l’uccisione avveniva nel corso di una riunione, tenutasi nel settembre del 1984 presso una masseria dei Nuvoletta, alla quale i Vasterella erato stati invitati con l’affermato fine di affiliazione a Cosa Nostra ed alla quale si erano portati accompagnati con altri tre. I Vastarella venivano strangolati da Angelo Nuvoletta e da Giovanni Brusca ed un altro elemento del clan dei Corleonesi. Il pluri omicidio maturò per i rapporti che i Vastarella avevano con Bardellino, all’epoca il capo della camorra caserana dei Casalesi, quest’ultimo vicino ai siciliani Badalamenti, Bontate e Inzerillo. I cadaveri delle vittime furono disciolti nell’acido.Tale delitto – si legge ancora nella nota della procura – per come è stato accertato attraverso la ricostruzione operata in precedenti sentenze, anche grazie al contributo dichiarativo di molteplici collaboratori di giustizia, maturò nell’ambito dello scontro armato che vide, nella prima metà degli anni ‘80, aprirsi allo stesso interno della coalizione Nuova Famiglia, appena uscita vincente dal cruento scontro con la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutulo.Questo fronte vedeva contrapposti il cartello casertano dei Bardellino e napoletano degli Alfieri, fedeli alleati delle famiglie “storiche” siciliane dei Bontade-Badalamenti-Inzerillo, schierarsi contro le Famiglie Nuvoletta-Gionta-Lubrano, a loro volta legate, invece, alla “mafia vincente” dei corleonesi

NUVOLETTA PARMALAT E PANETTONI

Questo l'elenco delle 23 persone destinatarie delle ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip nell'ambito dell'inchiesta sul clan Nuvoletta della Dda di Napoli ed eseguite dai carabinieri: Giovanni Albano, 49 anni; Luigi Baccante, 52, Vincenzo Baccante, 57, Salvatore De Lucia, 44, Armando Del Core, 43, Carmelo Donzelli, 57, Giacomo Gala,27, Giovanni Gala, 56, Gaetano Iacolare 42, Alfredo Maisto, 27, Filippo Napolano, 35, Vincenzo Napolano, 39, Angelo Nuvoletta, 61, Antonio Nuvoletta, 58, Giovanni Nuvoletta, 24, Lorenzo Nuvoletta, 21, Filippo Nuvoletta, 36, Salvatore Nuvoletta, 36, Gennaro Riviergi, 51, Francesco Santoro, 42, Luigi Santoro, 24, Vittorio Trupiano, 51, e Francesco Verde, 40 anni.La squadra mobile della questura di Napoli ha effettuato due notifiche in carcere: una a Luigi Baccante (detenuto a Voghera) ed una ad Angelo Nuvoletta (detenuto a Spoleto).- Vittorio Trupiano e' accusato di mconcorso esterno in associazione a delinquere di stampo camorristico. I Nuvoletta, nella ricostruzione dei magistrati, infatti, hanno esercitato un controllo capillare sulla vita pubblica di Marano, comune a Nord di Napoli, e, in particolare,si impegnarono nelle ultime elezioni politiche per il legale che si era presentato come candidato alla Camera.Intercettazioni ambientali e telefoniche hanno permesso di accertare che esponenti del clan hanno proceduto alla raccolta delle firme necessarie alla presentazione della candidatura; Trupiano avrebbe chiesto non solo l'appoggio dei Nuvoletta, ma anche la loro mediazione per ottenere quello di altre "famiglie", impegnandosi in cambio per l'abrogazione del regime di rigore penitenziario imposto dall'articolo 41 bis dell'ordinamento attuale. A Germano Donzelli, l'altro legale arrestato, viene contestato di aver cercato di influenzare la collaborazione di uno dei pentiti chiave dell'inchiesta, Massimo Tipaldi, anche firmando un telegramma fingendosi il fratello per farsi nominare suo difensore; l'ipotesi di reato e' il favoreggiamento aggravato. Per bloccare i pentiti, la camorra cerco' di servirsi anche di collusioni con appartenenti al corpo di polizia giudiziaria. Nell'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Ceppaluni, da cui e' scaturita l'operazione della Dia che ha portato all'arresto di 23 persone, si confermano i legami tra la mafia e l'organizzazione criminale del Napoletano. In particolare l'aiuto che Cosa nostra chiese, e non ottenne, al clan di Marano durante la stagione delle stragi del '93.I magistrati scrivono che le investigazioni da cui sono scaturiti gli arresti di oggi sono partite dalla ricostruzione storica delle attivita' del clan camorristico a cominciare ''dai suoi accertati rapporti con Cosa Nostra di cui l'organizzazione camorristica costituisce tuttora espressione nella provincia di Napoli''. Tali rapporti - gia' noti ai magistrati ma ribaditi e sottolineati oggi - sono stati accertati dagli investigatori attraverso l'audizione di numerosi collaboratori di giustizia siciliani i quali, in passato, avevano avuto diretti rapporti con il clan di Marano. La ricostruzione degli investigatori, che si riferisce ad un periodo anteriore al 1996, ha permesso di ritenere accertata l'operativita' del clan Nuvoletta e il tentativo non riuscito dei clan mafiosi di ottenere l'aiuto della camorra di Marano nella stagione delle stragi del 1993 culminate negli attentati di Roma, Milano e Firenze e nel progetto criminale di eliminare esponenti dello spettacolo e del giornalismo impegnati in quell'epoca in una campagna mediatica di sensibilizzazione contro la mafia. Voti in cambio della promessa di abolizione del carcere duro. Era il programma politico dell'avvocato Vittorio Trupiano, candidatosi alla Camera nel 2001 e destinatario di una ordinanza di custodia cautelare eseguita oggi dai carabinieri dopo indagini della Dda di Napoli. L'inchiesta da cui e' scaturita l'esecuzione di 23 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di esponenti del clan Nuvoletta, prende il via dalle condanne dei boss della camorra Angelo Nuvoletta, Luigi Baccante, Gaetano Iacolare e Armando Del Core per l'omicidio del giornalista Giancarlo Siani.I quattro esponenti del clan, gia' in carcere per l'omicidio del giornalista de Il Mattino avvenuto nel settembre del 1985, sono destinatari di ordinanze di custodia cautelare emesse oggi dal gip Giovanna Ceppaluni. Le indagini che hanno consentito di ricostruire l'organizzazione e le aree di influenza economica e sociale della cosca camorristica, hanno avuto ulteriore impulso dopo il palese tentativo - sostengono i magistrati della Dda di Napoli - di condizionare il voto amministrativo al Comune di Marano nel 1997 per ottenere lo sblocco di alcune lottizzazioni edilizia su aree controllate direttamente da esponenti del clan.I magistrati citano a tal proposito l'aggressione subita da un consigliere comunale di Marano, Perrotta, mascherata da un pestaggio scaturito da una lite per motivi di viabilita'. Perrotta si era opposto in consiglio comunale contro l'autorizzazione a tali lottizzazioni ed era stato selvaggiamente malmenato e successivamente ricoverato in ospedale.L'influenza 'elettorale e politica' del clan, secondo i magistrati, si paleso' anche durante le elezioni amministrative del 2001. Il cartello criminale di Nuvoletta - come emergerebbe da intercettazioni telefoniche e ambientali - si sarebbe impegnato in modo intenso per far convergere voti e appoggio al rivale per le elezioni a sindaco del candidato delle sinistre Mauro Bertini. Dalle intercettazioni telefoniche emergono conversazioni aventi pr oggetto la propaganda per il 'candidato del clan'.Analogo appoggio elettorale, secondo gli investigatori, e' stato documentato per l'avvocato Vittorio Trupiano, che figura tra i destinatari delle ordinanze di custodia cautelare. Trupiano, era in lizza alla Camera per le elezioni politiche del 2001 con una lista denominata 'Lista Trupiano' che aveva tra i punti politici e programmatici l'abolizione del 41 bis per i detenuti di mafia e camorra. Le intercettazioni, scrivono i giudici nell'ordinanza, hanno permesso non solo di accertare come esponenti del clan Nuvoletta abbiano proceduto alla raccolta delle firme necessarie alla presentazione della candidatura di Trupiano, ma di accertare che lo stesso Trupiano abbia chiesto l'appoggio del sodalizio criminale e la mediazione dello stesso clan Nuvoletta con altre organizzazioni camorristiche.I magistrati spiegano che ''non e' stata ritenuta penalmente censurabile ai fini dell'arresto la linea politica scelta dall'avvocato (l'abolizione del 41 bis, ndr) quanto la circostanza che essa abbia formato oggetto di preventiva pattuizione con esponenti del clan'' taluni dei quali, come Gaetano Iacolare ''terrorizzati all'idea di essere sottoposti al carcere duro o con altri, come Luigi Baccante, desiderosi di sottrarsi al 41 bis''. Un clan a 'vocazione imprenditoriale' quello dei Nuvoletta e che condizionava non solo la politica, gli appalti e gli affari, ma che imponeva anche la commercializzazione sul territorio di panettoni, latte e dolciumi di determinate marche. E' quanto sostengono i magistrati della Dda di Napoli nell'inchiesta che oggi ha portato all'esecuzione di 23 ordinanze di custodia cautelare in carcere.La vocazione imprenditoriale della cosca camorristica di Marano, secondo i magistrati antimafia di Napoli, non si esaurisce soltanto nel settore dell'edilizia, ma spazia in vari altri campi anche del tutto eterogenei.''E' stato infatti accertato - spiega lo stesso procuratore della Repubbica Agostino Cordova in una nota emessa dalla procura di Napoli - che esponenti del clan hanno svolto attivita' di recupero negli anni '90 per conto del locale rappresentante della Bauli e hanno imposto il collocamento sul mercato di dolciumi della predetta ditta in occasione delle festivita' natalizie. Anche il settore della distribuzione del latte e' stato di fatto monopolizzato dai Nuvoletta che attraverso prestanome compiacenti, hanno svolto attivita' di collocazione sui mercati di prodotti della Parmalat''

Cosa nostra, camorra e 'ndragheta..

Alleanze tra Cosa nostra e camorra, facilitazione del traffico della droga della 'ndrangheta, favori che si fanno, favori che si ricevono... Certo, questi ultimi tempi per la criminalità organizzata non sono semplicissimi, quindi perché non darsi una mano tra farabutti?A Palermo quelli del clan camorristico Di Lauro si muovevano senza alcun inpaccio e potevano anche contare sull'esperienza assassina dei ''cugini siciliani''. Anche alcune 'ndrine calabresi si sentivano a casa loro a Palermo, e per loro gli ospiti siciliani facevano tutto lo spazio necessario per far circolare la droga proveniente dall'oltre Stretto. Solidarietà criminale basata sugli affari e sugli interessi...Inoltre, sia camorra che 'ndrangheta a Palermo potevano contare sui servizi di un agente della polizia penitenziaria, che faceva entrare di tutto nelle celle della zona di alta sorveglianza del carcere di Pagliarelli, e cioè in quelle dove sono rinchiusi esponenti dei clan napoletani, delle famiglie siciliane e delle 'ndrine calabresi, alcuni dei quali già condannati all'ergastolo. Quanto scoperto ieri dai carabinieri e dalla polizia penitenziaria, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, ha bloccato un traffico di droga, destinato all'intera Regione, gestito da Cosa nostra e della 'ndrangheta, e una spedizione di morte ordita da un gruppo di killer di Cosa nostra da eseguire in Campania, per punire un gruppo di ribelli ''colpevoli'' di non voler riconoscere che continuavano a non riconoscere l'autorità dei Di Lauro. Sono stati 19 gli ordini di custodia cautelare in carcere eseguiti. I provvedimenti sono stati emessi dal gip del tribunale di Palermo, Silvana Saguto, su richiesta dei sostituti procuratori Michele Prestipino, Roberta Buzzolani e Maurizio de Lucia.L'agente di polizia penitenziaria arrestato è il palermitano Fabrizio Esposito, di 36 anni, che sarebbe stato utilizzato dai camorristi per mettere in contatto alcuni detenuti del Pagliarelli con i componenti dei clan napoletani.
Circostanza, quest'ultima, purtroppo non nuova, infatti nel marzo scorso, era finito in cella un altro poliziotto della penitenziaria, con l'accusa di aver portato dei telefonini all'interno del carcere palermitano. Le rivelazioni Esposito, che ha confessato, riguardano anche un traffico di droga gestito da due detenuti calabresi, e sono diventate l'atto d'accusa per alcuni degli ospiti del carcere. Si è scoperto che nelle cella poteva entrare di tutto: telefonini, profumi, marijuna, hashish e cocaina. Oltre all'agente penitenziario è stato arrestato anche un'insospettabile educatore carcerario, il 28enne Benedetto Sardisco, dipendente del ''Centro addestramento professionale Endo Fap''. Per gli inquirenti quest'ultimo sarebbe stata una persona disponibile alle richieste dei detenuti, ai quali, in cambio di qualche centinaio di euro, si sarebbe prestato anche lui a far arrivare telefonini cellulari dentro il carcere.L'indagine è iniziata grazie alla segnalazione di un confidente, che si è subito rivelata preziosa. I carabinieri del Reparto Operativo hanno pedinato e filmato l'agente Fabrizio Esposito mentre incontrava all'aeroporto ''Falcone-Borsellino'' di Palermo Alberto Sperindio (anche lui arrestato ieri), messaggero del clan Di Lauro che doveva consegnargli un pacco destinato al detenuto Antonio Mennetta, uno dei giovani più influenti della famiglia di Ciruzzo 'O Milionario.Sperandio era arrivato con un volo dal capoluogo partenopeo e per farsi riconoscere aveva indossato un cappellino del Napoli. Poi l'emissario è andato a incontrare proprio Mennetta, per un normale colloquio in carcere. Ma c'erano le microspie a registrare ogni parola: Sperindio confermava a Mennetta l'incontro con il poliziotto. Dalle intercettazioni è inoltre emerso che il compito di Sperandio a Palermo era anche un altro, ossia quello di incontrare un emissario della Famiglia Matassa appartenenti al clan dell'Acquasanta. I carabinieri hanno ripreso anche questo incontro. Motivo dell'incontro: mettersi d'accordo sulla ''spedizione di morte'' a Napoli preparata dai ''cugini palermitani''.

KILLER MAFIOSI PER ANTONIO MENNETTA DETTO ENNINO

Un patto tra mafiosi e camorristi stretto dietro le sbarre del carcere Pagliarelli di Palermo. Qui il fedelissimo dei Di Lauro, Antonio Mennetta, riceveva oggetti sottobanco grazie alla complicità della guardia carceraria napoletana Fabrizio Esposito. Sono stati arrestati entrambi insieme ad altre 17 persone. Tra loro anche il portaordini venuto da Napoli, Alberto Sperindio: portava i “pizzini” allo “zio Totore”. Killer mafiosi erano pronti a partire per Napoli per vendicare uno sgarro: «Li faccio uccidere tutti», dice Mennetta a Sperandio il suo amico venuto apposta da napoli per corrompere la guardi penitenziaria FABRIZIO ESPOSITO,che come lui stesso riferisce al colloquio e uno scemo lo corrompo con pochi spiccioli,e ha detta degli investigatori poco e' bastato per corromperlo appena 250euro.Mennetta antonio non e' un personaggio da primo piano nel clan di lauro,si e' fatto largo durante la faida contro gli scissionisti ammazzando molti rivali tra cui vale la pena ricordare SALVATORE DE MAGISTRIS il patrigno del ras scissionista BIAGIO ESPOSITO,l'unica colpa del de magistris 65enne cardiopatico fu che non volle rivelara il nascondiglio del figlio della convivente,la sua fu una morte orrenda,lo presero a schiaffi pugni e colpi di spranga per finirlo lo salirono sopra con la moto.

Misso scrisse a Mancuso: Voglio parlare


Poche settimane di trattative, poi lo stop definitivo, mentre l’allarme nei vicoli della Sanità saliva per le voci sul presunto pentimento del capoclan di largo Donnaregina Peppe Misso. Un allarme che sarebbe nato dall’interno della stessa famiglia, che annovera già tre pentiti eccellenti, nelle persone dei nipoti del boss, reggenti della cosca negli anni in cui lo zio era in galera e nel corso della sanguinosa faida contro i Torino. È proprio nel giro dei pentiti della Sanità che inizia a circolare la notizia del pentimento del padrino: Peppe Misso Jr e Emiliano Zapata Misso, figli di Umberto, il fratello del boss, e poi Michelangelo Mazza, figli della sorella di Peppe “‘o nasone”. I tre in estate stavano parlando a raffica e riempendo quintali di verbali davanti ai pm della Direzione antimafia di Napoli. Molti dei colloqui avvengono in salette riservate del carcere di Rebibbia a Roma. Ed è qui che improvvisamente viene trasferito da Spoleto Peppe Misso senior, il 59enne capo indiscusso del più potente clan (fino all’anno scorso) di Napoli e provincia. Cosa era successo? Secondo quanto il nostro giornale è in grado di ricostruire, sarebbe stato proprio Misso a contattare i magistrati. Lo fece con una lettera indirizzata al procuratore aggiunto Paolo Mancuso, che oggi si occupa di criminalità economica ma negli anni ‘90 fu prima coordinatore della Dda partenopea e poi vicecapo del Dap, il potente Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Proprio in quella veste, Mancuso ebbe a che fare con il boss Peppe Misso, quando, all’epoca recluso per la strage del Rapido 904, la moglie fu trucidata dai rivali di camorra in un agguato sull’Asse Mediano. Misso se ne ricorda l’estate scorsa, mentre vede che il suo clan si sgretola, i suoi fedelissimi nipoti cominciano a collaborare con la giustizia, e pesanti condanne si addensano all’orizzonte. Così, proprio a Mancuso scrive una lettera: vuole incontrarlo. Scatta il trasferimento a Rebibbia. Qui viene raggiunto dal procuratore aggiunto e cominciano i colloqui preliminari. Accade allora che uno dei nipoti pentiti, quello che porta il suo stesso nome, lo incrocia per caso nei corridoi alla fine di una lunga seduta di deposizioni. Vede il potente zio che parla con il procuratore aggiunto Mancuso in una stanza e sospetta un clamoroso colpo di scena. «Peppe Misso sta parlando». Da qui parte la voce, che raggiunge prima i fratelli pentiti, poi gli altri numerosi familiari, molti dei quali vivono ancora nei vicoli del Duomo, il rione che per decenni ha visto lo strapotere di peppe Misso “‘o nasone”, ora insidiato dai rivali degli scissionisti. Da qui la voce, riferita dal nostro giornale ieri, del pentimento del capoclan. Una voce che si amplifica da sola, passando attraverso studi legali, corridoi di tribunale e celle di Poggioreale. Una voce smentita ufficialmente dalla Procura. I colloqui preliminari con Peppe Misso senior non hanno portato a niente. A quanto risulta, sembra che Misso volesse parlare solo di cose che decideva lui, mentre restava del tutto reticente ad entrare nelle vicende che più interessavano la procura. Insomma, «voleva ottenere il massimo dei vantaggi col minimo dei sacrifici», per dirla con un investigatore. Inoltre, la Procura ha in mano già molti pentiti tra le file del clan Misso, a cominciare dai nipoti, reggenti del clan durante la detenzione del padrino, per finire con killer e manovali. Da Peppe Misso, che ha vissuto gli “anni d’oro” dell’alleanza con i Giuliano e delle guerre con i Licciardi, la Procura forse si aspettava qualcosa in più, a cominciare dai rapporti col terzo livello, quello della politica, e i retroscena mai chiariti della strage del 904. Quel di più nella collaborazione che, però, al momento, Peppe Misso non sembra intenzionato a fornire. Ma alla Procura non serve che il padrino vada solo a raccontare quanto già stanno riferendo altri. Così, i colloqui sono stati interrotti senza verbalizzare nulla. Misso è tornato in una cella d’isolamento, nel carcere di Spoleto, in regime di 41bis. Ma la voce ha continuato a correre nei vicoli della Sanità

lunedì 26 novembre 2007

Così il boss “’o mussillo” impartisce ordini

Nunzio Boccia sta ricostruendo gli assetti criminali della zona di Ponticelli ma non solo e per questo i boss dell’area orientale stanno tremando in attesa di provvedimenti di fermo che potrebbro scattare alimentati dalle accuse del neo-collaboratore. Organigrammi, capi, vicecapi e pusher di tutte le “piazze” di spaccio di Ponticelli, che il collaboratore di giustizia conosce a perfezione dato che come lui stesso ha detto agli inquirenti della Dda ne gestiva una al rine De Gasperi. E proprio concentrandosi sul carisma dei capi della zona ha riferito di Giuseppe Sarno, conosciuto con il soprannome di “caramella”, di suo cugino Giuseppe Sarno “’o mussillo” e di Luigi Piscopo “’o pazzignano” che secondo il suo racconto rappresentano i vertici del sodalizio. In particolare di Sarno “caramella” dice: «È lui che comanda e gestisce il clan di Ponticelli e a lui tutti i capipiazza versano ogni mesi una quota non inferiore a 10mila euro. Dall’anno 2004 gestivo una importante piazza di droga nel rione De Gasperi e con me c’erano e facevano affari anche Tonino Tarantino, Peppe Cirella detto “’o cioffo” e Gigino “’o pazzignano”. Dai proventi della piazza di spaccio ogni mese noi dovevamo dare a tesa 10mila euro a Giuseppe Sarno detto “caramella’’», ha spiegato il collaboratore di giustizia. Poi si è soffermato su ruolo di Luigi Piscopo: «Lui gestiva una piazza di spaccio e poi assunse un ruolo verticistico come responsabile del settore estorsivo. A lui dovevano ricadere tutti i proventi di questa attività illecita». Infine parla dell’ultimo personaggio di spessore della cosca ovvero di Giuseppe Sarno “’o mussillo”. «Luigi Piscopo doveva rapportarsi solo ed esclusivamente con Giuseppe Sarno detto “’o musillo” che non si allontana mai da casa e vive in un bunker. L’unico modo per comunicare con l’esterno è rappresentato dal Luigi Piscopo che gestisce e coordina i suoi affari e da li impartisce ordini».

Pizzo e assunzioni del clan: 10 arresti

C’è anche una donna di settanta anni tra i destinatari dieci decreti di fermo emessi ieri dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli nei confronti di persone ritenute affiliate o collegate al clan dei Belforte. La donna, che nelle intercettazioni veniva chiamata “Befana” dai commercianti taglieggiati (nome con il quale è stata battezzata anche l’operazione), non solo avrebbe incassato personalmente il pizzo da un noto centro di riabilitazione di San Marco Evangelista, ma anche obbligato la società ad assumere la figlia che poi raramente si presentava sul posto di lavoro. I fermi sono stati eseguiti dai carabinieri di Caserta dove ieri, nel corso di una conferenza stampa alla presenza del comandante provinciale Carmelo Burgio, il coordinatore della Dda Franco Roberti e i pm antimafia Raffaello Falcone e Giovanni Conzo, sono stati illustrati i dettagli del blitz. Dall’inchiesta emerge anche che un noto ingegnere di Caserta, da anni impegnato nel campo delle costruzioni, ha versato al clan circa 500mila euro tra tangenti e lavori dati in appalto a ditte vicine al clan dei Mazzacane di Marcianise. Il nome dell’ingegnere figurava nel lungo elenco delle vittime del clan che i carabinieri sequestrarono lo scorso gennaio ad un appartenente della cosca: circostanza che portòil clan ad inviare all’imprenditore una busta con un proiettile per avvertirlo di non parlare in caso fosse stato sentito dai carabinieri. La vittima, per paura di ritorsioni sui familiari, per circa un mese mandò la figlia negli Stati Uniti. Le indagini sono state avviate lo scorso gennaio in seguito ad una perquisizione eseguita in casa di Bruno Buttone, elemento di spicco del gruppo criminale. In quell’occasione fu sequestrata un’ampia documentazione relativa alla gestione degli affari illeciti del clan. Un vero e proprio registro contabile nel quale erano registrate sia le entrate che le uscite del gruppo camorristico. Su pendrive erano state salvate sia le somme versate periodicamente dagli imprenditori sia gli “stipendi” che venivano mensilmente pagati agli affiliati. Nell’elenco delle vittime figurava quasi la totalità di imprenditori e commercianti delle zone limitrofe a Caserta: in tutto 250 commercianti e imprenditori. Tutti erano obbligati a versare ingenti quantità di denaro soprattutto a ridosso di Natale, Pasqua e Ferragosto (4mila euro a festività). Gli imprenditori edili, invece, ricevevano richieste di pizzo in proporzione allo stato di avanzamento dei lavori nei cantieri. Dalle indagini è emerso che gli affiliati al clan Belforte perpetravano intimidazioni nei confronti sia di imprenditori che di commercianti, come l’assunzione forzata di persone vicine al gruppo criminale. Rilevante era il ruolo svolto dalle donne degli affiliati, sia giovani che anziane. Tutte, senza alcuno scrupolo, costringevano a pagare le tangenti, intimidendo gli imprenditori e sostituendosi a mariti, conviventi o fratelli deceduti oppure detenuti. Gli elementi di spicco del clan, in particolare Salvatore Belforte, costringevano persino gli imprenditori all’utilizzo dei propri uffici per svolgere le riunioni operative del gruppo camorristico. Gli arrestati, fra i quali vi sono tutti i capi del clan Belforte dal 1998 fino ad oggi, sono indiziati di estorsione e violenza privata, aggravati dall’aver commesso il reato per agevolare l’associazione mafiosa del clan Belforte. Gli imprenditori costretti a pagare tangenti hanno confermato le estorsioni quando sono stati ascoltati dagli investigatori. In manette sono finiti Gaetano Piccolo, Luigi Trombetta, Concetta Zarrillo, Salvatore Belforte, Immacolata Cangiano, Anna Bucolico, Bruno Buttone, Maria Buttone, Vittorio Musone, Francesco Zarrillo. Una delle donne, la settantenne Anna Bucolico (il figlio fu ammazzato alcuni anni fa), avrebbe anche minacciato i responsabili del centro di riabilitazione dove aveva preteso l’assunzione della figlia Immacolata Cangiano la quale (non presentandosi quasi mai sul posto di lavoro pretendendo solo stipendio) sarebbe stata avvertita del licenziamento da una nuova società subentrante nella gestione del centro.

Francesco Avolio e Vincenzo Gallo sono stati condannati al carcere a vita



Ergastolo ai killer di Modestino
Bosco, ucciso il 3 settembre del
2006 a Secondigliano in via Duca
degli Abbruzzi. Francesco Avolio,
difeso dall’avvocato Claudio Davino,
e Vincenzo Gallo, sono stati
condannati al carcere a vita dal
trentottesimo gup Laviano. L’accusa
è di omicidio volontario premeditato
aggravato dal metodo
mafioso. I due sono stati condannati
anche per spaccio di droga aggravato
dall’articolo sette.
A loro carico ci sono esplicite
intercettazioni telefoniche intercettate
dagli investigatori. In una
conversazione uno dei due racconta
di come si è lavato le mani
con il Cif dopo aver sparato in modo
da risultare pulito allo stube.
L’omicidio secondo la Procura
era premeditato, studiato a tavolino,
deciso venti giorni prima.
Hanno atteso che fosse scarcerato
il personaggio che gli inquirenti
chiamano “l’istigatore”, ovvero il
mandante del delitto. Colui il quale
ha organizzato la banda, colui il
quale ha organizzato la festa dopo
l’agguato a Modestino Bosco. Giacomo
Selva, detto “Giacomino ’o
cacaglio”, è secondo la Dda, il “capobanda”,
ha 49 anni ed è di
Scampia. Era dentro per reati di
droga e grazie all’indulto era stato
scarcerato pochi giorni prima
del delitto. L’altro, De Santo, ha 47
anni, il suo soprannome è “Totore
’a pisciazza” ed è di via Duca
degli Abruzzi. Claudio Sacco, 47
anni, è di San Pietro a Patierno. Il
gruppo di fuoco, considerato vicino
al clan Licciardi-Bocchetti, si
era organizzato con dei turni di
appostamento. Da quando fu deciso
di ammazzare Bosco, i killer
iniziarono una vera e propria caccia
all’uomo. Bosco era residente
a Latina ma spesso veniva a Napoli
per gestire i suoi affari legati
allo smercio della droga. Per circa
un mese i componenti della banda
attesero il momento giusto.
«Spariamo anche se ci sono le
guardie», è stato registrato durante
le intercettazioni telefoniche.
Infatti l’efferatezza del delitto e la
lucidità con la quale è stata commessa
sottolinea la premeditazione,
così come sottolinea Giovanni
Conzo, il pm che firmò i fermi. Il
giorno prima del delitto ci fu un
sopralluogo di Francesco Avolio e
Vincenzo Gallo in via Duca degli
Abbruzzi, dove abitava il fratello
di Bosco. Il movente principale
dell’omicidio era il controllo delle
piazze di spaccio di droga a Secondigliano
e Scampia. Addirittura,
secondo i carabinieri, soltanto
per via Duca degli Abruzzi,
la strada in cui lo scorso 2 settembre
è stato ammazzato Modestino
Bosco all’interno di un garage. Il
36enne cadde in una trappola, attirato
con le sirene di un “affare”.
Lo scenario fu subito chiaro agli
investigatori: il clan Di Lauro, che
avrebbe perso il controllo capillare
del territorio per lo spaccio di
droga a vantaggio di coloro che potremmo
cominciare a definire ex
“scissionisti” non essendo più in
corso la faida, si stava comunque
riorganizzando. Sull’altro fronte il
clan Licciardi, che con gli ex
“scissionisti” non è in contrasto,
aveva sicuramente il dente avvelenato
nei confronti di Modestino
Bosco per l’omicidio del “principino”,
figlio di Assunta e nipote
del defunto padrino Gennaro “’a
scigna”.

domenica 25 novembre 2007

RADIOCARCERE: «MISSO PENTITO». MA È FALSO


L’intero quartiere della Sanità trema come la sera del 23 novembre 1980. Ma la scossa tellurica, stavolta, per fortuna è soltanto una voce. Una voce insistente, che circola e ricircola da settimane, e di bocca in bocca si fa sempre più forte, fino a mettere in subbuglio gli studi legali dei penalisti di mezza Napoli, ed arrivare ad essere “notizia certa” nelle celle di Poggioreale e Secondigliano, dove “radio carcere” la sta amplificando. «Peppe Misso si è pentito», dice la voce. Ma è una voce falsa. Il boss di largo Donnaregina, all’anagrafe Missi Giuseppe, per la gente dei vicoli semplicemente “‘o nasone”, 59 anni, autore di una biografia in cui racconta gli anni ruggenti della criminalità all’ombra dei “Leoni di marmo” che sorvegliano il Duomo, resta al regime di 41bis nel supercarcere di Spoleto e non è passato a collaborare con la giustizia. La voce, del resto, aveva una sua buona ragione per circolare, e probabilmente ha poi trovato anche chi soffiasse sul fuoco per i propri interessi criminali. La voce non poteva non arrivare anche nelle redazioni dei giornali, tempestate di segnalazioni, soffiate più o meno “sicure” e richieste di chiarimenti da parte di chi aveva saputo la “notizia” da “persone fidate” (chi l’aveva appresa da «un personaggio vicino ai clan», chi persino «da un avvocato»). Gli stessi avvocati, poi, specie quelli che difendono malavitosi del centro storico, sono stati subissati di telefonate da propri clienti e loro familiari: «Ma Peppe Misso sta parlando?». A tal punto è arrivato il grado di certezza dell’indiscrezione, che circolava anche la data in cui la Procura avrebbe scoperto le carte e calato il suo asso, attraverso una deposizione in videoconferenza da località protetta: doveva essere venerdì scorso, nel processo per l’omicidio Ferraiuolo, in cui il boss Peppe Misso “‘o nasone” è imputato come mandante. Ma l’udienza è saltata per lo sciopero nazionale degli avvocati penalisti. Il nostro giornale è dunque andato a controllare. Ed è risultato che la notizia poteva anche avere un fondamento, qualche mese fa, ma attualmente è completamente falsa. O meglio: «destituita di ogni fondamento», per dirla con la voce ufficiale della Procura. Siamo comunque in grado di ricostruire i retroscena della vicenda. In effetti, la scorsa estate, mentre uno dopo l’altro si stavano pentendo gli uomini più fidati del suo clan, a partire dai propri nipoti (Peppe Misso junior, Michelangelo Mazza, Emiliano Zapata Misso), anche Peppe Misso “‘o nasone” ha avuto un abboccamento con la Procura. Per facilitare i contatti, fu fatto trasferire nel più confortevole e raggiungibile carcere di Roma. Lui chiese di discutere con il procuratore aggiunto Paolo Mancuso: anche se non lavora più all’antimafia, era il coordinatore della Dda negli anni in cui Misso era in galera e un clan rivale gli uccise la moglie. I colloqui, però, durano poco. Spazi di trattativa con lo Stato non ce ne sono molti. La Procura non si fida più di tanto. E dai primi contatti non sembra che il superboss voglia fare dichiarazioni “pesanti”. Così Misso se ne torna nell’isolamento del carcere di Spoleto. E di pentirsi, almeno per il momento, non se ne parla proprio. Se non nei pettegolezzi infondati della Sanità e di “radiocarcere”.

domenica 18 novembre 2007

Ecco gli altri killer di Mina Verde


Il pentito Pietro Esposito “Kojak” li aveva tirati in ballo già il 27 novembre del 2004, sei giorni dopo l’efferato omicidio di Gelsomina Verde, detta “Mina”, fidanzata dello scissionista Gennaro Notturno, fratello dei più noti Salvatore e Vincenzo. Ma le indagini sul delitto del viale privato Agrilli a Secondigliano sono andate avanti. Arrestato e condannato il boss Ugo De Lucia, l’esecutore materiale della spedizione di morte (ne scriviamo nell’articolo sopra), l’attenzione degli inquirenti si è focalizzata sul mandante e su un altro esecutore. E anche alcune intercettazioni ambientali effettuate il 22 maggio del 2005 nell’auto di un affiliato al clan Di Lauro hanno confermato il racconto del pentito. Così il castello accusatorio dei magistrati della Dda di Napoli pian piano ha preso corpo fino a quando, lunedì scorso, il gip del Tribunale di Napoli ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del padrino Cosimo Di Lauro, capo indiscusso della cosca che fu del padre, e di Luigi De Lucia, nipote di “Ugariello”. Il primo è accusato di aver organizzato la spedizione punitiva, il secondo di aver guidato l’auto, la Fiat Seicento della vittima usata prima per il sequestro e poi per carbonizzare il cadavere. Le accuse per Di Lauro e De Lucia, entrambi in carcere da tempo, sono di omicidio volontario aggravato. Secondo i magistrati napoletani anticamorra l’omicidio di Mina Verde è da inquadrare nell'ambito di una sorta di “strategia militare” pianificata dal clan Di Lauro durante la faida di Scampia finalizzata non solo all’eliminazione fisica dei rivali, ma anche di tutte le persone che avevano rapporti con gli scissionisti. La 23enne, infatti, fu eliminata dopo essere stata torturata perché non volle indicare il luogo dove si nascondevano il fidanzato e i suoi fratelli. Il pentito Pietro Esposito nell’interrogatorio del 27 novembre racconta: «I responsabili materiali della morte di Mina Verde sono Ugo De Lucia, il cui soprannome è Ugariello, Pasquale Rinaldi, alias “’o Vichingo” (che è stato scagionato in seguito ed è tutt'ora libero, ndr), e Luigi De Lucia; presente al momento dell’omicidio Sergio De Lucia, zio di Ugo e Luigi, probabilmente per spalleggiare i killer (anche quest’ultimo è da ritenersi estraneo alla vicenda, ndr)». A tirare in ballo Cosimo Di Lauro e Luigi De Lucia per l’omicidio di Mina Verde sono anche alcuni “guaglioni” del clan Di Lauro, quelli arrestati nel blitz del 7 febbraio dello scorso anno su decreto di fermo della Dda. Il 22 maggio del 2005 Carmine Mariniello, Diego Leone, Salvatore Carizzi e Maurizio Castellone vengono intercettati in auto. Carmine: «Cosimo, eh Cosimo Di Lauro». Diego: «Mamma di Sant’Antimo». Salvatore: «Quello è lui che comanda». Carmine: «Uha mamma ma. La tiene la fotografia uguale al padre poi è uguale al padre». Salvatore: «E pensa un poco che lui mandò a quelli là a fare a pezzi a Gelsomina. Pensa un poco che cervelle tiene questo. Ma tu hai capito ohi Diego, chi la fece a pezzi a quella?». Diego: «Uhm?». Salvatore: «Ugariello (De Lucia Ugo) e pure quei ragazzi che lavorano sotto la piazza...». Diego: «Chi?». Salvatore: «Ah... Gino De Lucia (Luigi De Lucia) quello con il Dylan grigio». Carmine: «Lo sai Gino con chi... con chi faceva... fa l’amore». Salvatore: «Hai capito chi è?». Diego: «Chi quel ragazzo?». Salvatore: «Quel ragazzo chiattulillo con il Dylan grigio, pure lui, quello è il nipote di Ugariello».

Incastrati 4 estorsori dei Licciardi

Per dirimere una vertenza legale tra un commerciante ed un suo conoscente, il gruppo malavitoso non aveva esitato a ricorrere alle maniere forti, facendo pesare l’appartenenza ad un clan di Secondigliano: i Licciardi. A fare venire alla luce il fatto sono stati i ripetuti episodi di intimidazione e di aggressioni fisiche, venuti a conoscenza degli investigatori della Squadra Mobile di Napoli che, dopo serrate indagini, hanno individuato alcuni dei responsabili. Ieri, in un blitz notturno, i poliziotti hanno eseguito il fermo di quattro dei componenti del sodalizio, provvedimento emesso dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, Direzione Distrettuale Antimafia, a firma del sostituto procuratore Barbara Sargenti e del procuratore aggiunto Franco Roberti. Le manette sono scattate ai polsi di Giovanni Cesarano, di 49 anni, nato ad Afragola, di Francesco Matafora, napoletano di 39 anni, di Luigi Carella, trentaquattrenne, e di Francesco Feldi, napoletano, di 37 anni. Tra gli indagati, Giovanni Cesarano risulta avere già scontato due condanne per la sua partecipazione al clan Licciardi ed è stato anche al 41 bis, il “carcere duro”. In concorso tra loro e con altri malviventi non ancora identificati, i quattro sono accusati dei reati di tentata estorsione e di lesioni, commessi ai danni di un commerciante originario di Secondigliano e di suoi familiari, costretto ad abbandonare il quartiere. Il lavoro investigativo, che non si è avvalso della collaborazione del malcapitato, ha accertato che gli estorsori avevano chiesto alla vittima una tangente di 50mila euro. Somma che corrispondeva al danaro ricevuto dal commerciante, qualche anno fa, da una persona, incensurata. Sarebbe stata proprio quest’ultima a rivolgersi ai quattro racketters, anche perché esponenti del clan Licciardi. Secondo gli inquirenti lo scopo era quello di esercitare la loro influenza ed il loro potere di intimidazione sul negoziante per convincerla ad abbandonare alcune cause civili di tipo condominiale in atto tra i due, in altro periodo. Per il loro intervento, il gruppo criminale aveva preteso che la vittima versasse loro un importo pari alla somma ricevuta anni prima. Nonostante tutti i tentativi messi in piedi dal commerciante per sottrarsi alla pressione imposta dal clan, la situazione peggiorò giorno dopo giorno. I malviventi, a più riprese, lo minacciarono costringendola a partecipare ad incontri cui prendevano parte numerosi appartenenti alla cosca, per incuterle maggiore soggezione. Più volte, lo avevano atteso sotto casa, facendole prendere la decisione di abbandonare l’abitazione di Secondigliano; lo avevano minacciato nel negozio, fino ad aggredire con violenza un familiare, a cui avevano intimato di abbandonare, a sua volta, il quartiere. Episodi che giungevano all’attenzione della Squadra Mobile, che invitava la vittima in Questura per chiedere maggiori ragguagli. Ma, per l’evidente timore di subire ulteriori ritorsioni, in un primo momento, il negoziante aveva negato di aver subito minacce, Poi, consapevole di potere essere accusato di favoreggiamento, ammetteva di aver subito richieste estorsive.

Il pm: «Processate Cosimo Di Lauro

Senza di lui a Secondigliano non si muove una foglia. Senza di lui nessuno può agire. Questo era quanto alcuni esponenti di spicco della camorra di Secondigliano dicevano parlando di Cosimo Di Lauro e commentando l’efferato delitto di Gelsomina Verde. Queste accuse e quelle di alcuni collaboratori di giustizia che tratteggiavano il profilo criminale del rampollo della cosca, hanno fatto sì che il pm chiedesse al gip di fissare l’udienza preliminare a carico di Cosimo Di Lauro quale mandante dell’omicidio di Gelsomina Verde. L’udienza sarà ad ottobre e a difenderlo ci saranno gli avvocati Vittorio Giaquinto e Vittorio Guadalupi. A tirare in ballo “Cosimino” fu per primo la “gola profonda” della cosca Pietro Esposito detto “’o Kojack”. Era il 27 novembre del 2004, sei giorni dopo il crudele delitto di Mina, amica dello scissionista Gennaro Notturno, fratello dei più noti Salvatore e Vincenzo. Ma le indagini sull’omicidio del viale privato Agrilli a Secondigliano sono andate avanti. Arrestato e condannato il boss Ugo De Lucia, l’esecutore materiale della spedizione di morte, l’attenzione degli inquirenti si è focalizzata sul mandante. Era il 22 maggio del 2005 quando una microspia captò nell’auto di un affiliato al clan Di Lauro una conversazione che confermava in pieno il quadro sostenuto dal pentito. Così il castello accusatorio dei magistrati della Dda di Napoli pian piano ha preso corpo fino a quando, il gip del Tribunale di Napoli ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del padrino Cosimo Di Lauro, capo indiscusso della cosca che fu del padre, e di Luigi De Lucia, nipote di “Ugariello”, quest’ultimo totalmente scagionato in quanto il caso è stato archiviato. Secondo i magistrati napoletani anticamorra l’omicidio di Mina Verde è da inquadrare nell'ambito di una sorta di “strategia militare” pianificata dal clan Di Lauro durante la faida di Scampia finalizzata non solo all’eliminazione fisica dei rivali, ma anche di tutte le persone che avevano rapporti con gli scissionisti. La 23enne, infatti, fu eliminata dopo essere stata torturata perché non volle indicare il luogo dove si nascondevano i Notturno. Il pentito Pietro Esposito nell’interrogatorio del 27 novembre racconta: «I responsabili materiali della morte di Mina Verde sono Ugo De Lucia, il cui soprannome è Ugariello. Ad ordinarlo è stato Cosimo».

Il clan Sacco teme un attacco





L’appartamento in cui sono stati sorpresi armati i cinque uomini ritenuti legati al gruppo “scissionista” dai Licciardi aveva un doppio scopo secondo gli investigatori: fungere da base per eventuali summit e contemporaneamente proteggere una donna, imparentata con un ras del clan Sacco, che abita nei dintorni. Un altro segnale dell’elevatissimo clima di tensione che si respira tra Secondigliano e San Pietro a Patierno a causa della guerra scoppiata all’interno della cosca con base alla Masseria Cardone. Altrimenti non si spiegherebbe il reclutamento di ben cinque sentinelle, armate con due pistole e attente a che nessuna persona “sospetta” si avvicinasse troppo alla palazzina della “lady camorra”. I contrasti tra i Licciardi e i Sacco sono scoppiati, secondo quanto risulta agli investigatori della polizia, per la spartizione degli introiti derivanti dai traffici di droga. In particolare la querelle (negli ambienti di malavita però si dice “questione”) è nata per un presunto ammanco nelle casse del gruppo di San Pietro a Paterno: tesi però, portata avanti dagli uomini della Masseria Cardone e respinta dagli altri. Poi, quando sembrava che la cosa fosse stata appianata, si è verificato il primo omicidio: era il 17 luglio e da allora c’è stata una terribile escalation di violenza. Soltanto per caso il numero dei morti ammazzati è rimasto a due e quello dei feriti a uno. Sono stati i poliziotti della squadra giudiziaria del commissariato Secondigliano (agli ordini del dirigente Luciano Nigro, che ha partecipato in prima persona all’intervento, e coordinati dal sostituto commissario Walter Lo Bascio) a stringere le manette intorno ai polsi di Giovanni Feldi 42enne di via dello Stelvio (fratello di Francesco, di cui scriviamo a parte), Vincenzo Matuozzo 50enne, Stefano Foria 24enne, Vincenzo Caiazzo 27enne e Paolo Murolo 20enne, napoletani già noti alle forze dell’ordine. Tutti rispondono di detenzione e porto di arma clandestina in concorso. I poliziotti, ieri poco dopo le 15 di venerdì, sono intervenuti in uno stabile in vicinale Quattro Calli, in seguito alla segnalazione di persone sospette. Si sono introdotti nello stabile approfittando della presenza di un fattorino di una pizzeria, che doveva effettuare una consegna proprio al terzo ed ultimo piano. All’interno gli esperti investigatori della squadra giudiziaria di Secondigliano (autori anche in passato di brillanti operazioni anticamorra) hanno bloccato subito tre dei cinque uomini mentre altri due, Matuozzo e Murolo, si sono calati al piano di sotto utilizzando le grondaie. Ma a bloccare la loro via di fuga c’erano altri agenti, che stavano utilizzando la stessa strada per salire dall’esterno. A quel punto i due, vistisi braccati, si sono introdotti nell’appartamento al secondo piano; però la polizia li ha bloccati là. Matuozzo si era nascosto in un armadio mentre Murolo tentava di fare altrettanto in cucina.

Scovato arsenale del nuovo clan

Che la tensione criminale sia alle stelle tra i vicoli dei Quartieri Spagnoli è risaputo, come testimoniano le numerose sparatorie e i due omicidi. In particolare il nuovo clan, capeggiato da due personaggi di spicco dell’ex clan Mariano e delle ex “Teste Matte” scarcerati di recente, approfittando della totale sconfitta del clan Di Biasi, decimato dagli arresti, si sta riorganizzando e sta armando un nutrito gruppo di fuoco pronto a tutto. E proprio nella disponibilità di questo gruppo di fuoco erano la mitraglietta e la pistola scovate e sequestrate ieri dai carabinieri della compagnia Centro, guidati dal capitano Galtieri con il tenente De Bari. Si tratta di una mitraglietta calibro 9 con otto proiettili nel caricatore e di una pistola semiautomatica calibro 6,35 con tre proiettili nel caricatore,un caricatore con 9 proiettili calibro 40 e un caricatore vuoto per pistola calibro 6.35. Il piccolo arsenale era nascosto in un locale abbandonato sito in vico Lungo Teatro Nuovo. Le armi erano in perfetta efficienza ed erano avvolte in fogli di giornale e chiusi in una busta di cellophane. I militari dell’Arma hanno mandato le armi al Racis di Roma per stabilire se siano state usate in fatti di sangue o intimidatori consumatisi di recente tra i vicoli di Montecalvario. Gli esperti della “scientifica” dovranno anche repertare eventuali impronte digitali lasciate dai “pistoleri” che le hanno usate. L’ultima sparatoria ai Quartieri Spagnoli è costata la libertà al boss Antonio Cavuoto, detto “’o ricciulillo”, arrestato lo scorso 24 luglio dopo che aveva tentato di ammazzare un uomo che non voleva pagare gli interessi ad un “cravattaro” suo amico. Secondo gli “007” anticamorra, l’ex Mariano ed ex “Teste Matte” è uno dei personaggi che sta riorganizzando un clan tra i vicoli dei Quartieri Spagnoli, ma ci sono anche altri “pezzi da novanta”. Uno dei più recenti sequestri di armi e munizioni a Montecalvario risale allo scorso febbraio, prima che il clan Di Biasi fosse azzerato con il blitz do fine marzo. Gli stessi carabinieri della compagnia Centro, impegnati in un servizio di controllo del territorio organizzato proprio per contrastare i clan camorristici, trovarono una busta di plastica nascosta dietro una autovettura in sosta, all’altezza del civico 101 di vico Lungo Gelso, poco distante dal luogo del blitz di ieri. All’interno i militari dell’Arma ha trovarono e sequestrato un mini-arsenale in perfetta efficienza. Due pistole semiautomatiche calibro 7 e 65 con caricatori pieni, 32 cartucce di vario calibro, un puntatore-laser di precisione, una pettorina di quelle in uso alle forze dell’ordine e altro materiale. Omicidi, sparatorie, avvertimenti, “messaggi” di morte da una parte e dell’altra. i vicoli dei Quartieri Spagnoli ultimamente sono diventati teatro agguati frequentissimi che per fortuna non hanno fatto vittime. Ma solo per un puro caso. L’episodio più clamoroso risale allo scorso 6 maggio, quando i killer entrarono in azione in vico Trinità degli Spagnoli, nel cuore dei Quartieri. Nel mirino era finito un boss del clan Di Biasi, uno dei pochi rimasti n libertà dopo la raffica di arresti operati dalle forze dell’ordine. Il bersagli dei killer riuscì ad evitare miracolosamente la morte, anche perché alcune “sentinelle” spararono mettendo in fuga il commando di morte.

Intanto ha lasciato l’ospedale Ugo jr, ferito in un agguato

C’è anche una notizia buona per i De Lucia, in un 2007 scandito da arresti e attacchi dei nemici di camorra. Da ieri mattina ha lasciato l’ospedale Cardarelli, per essere trasferito in una clinica privata lontano da Napoli, il cugino omonimo di “Ugariello”: Ugo De Lucia, 19 anni, ferito il 25 settembre scorso nell’agguato costato la vita a Salvatore Ferrara (nella foto il luogo del delitto). Non corre più pericoli di morte, anche se la guarigione è ancora lontana. Il raid avvenne nei pressi di un bar e poche ore dopo scattò ad Arzano la risposta dei “dilauriani” agli “scissionisti”, autori della prima sparatoria. Ugo De Lucia, il più piccolo, è ovviamente anche il nipote di Paolo, arrestato ieri. Incensurato, non risulta organico alla cosca né i collaboratori di giustizia hanno mai parlato di lui come un esponente del clan familiare né tantomeno della cosca Di Lauro. Un clan nel superclan. Ecco com’è sempre stato considerato il gruppo De Lucia del rione Berlingieri, fedelissimi dei Di Lauro fin dalla prima ora e ras della droga per conto degli uomini di “Ciruzzo ‘o milionario”. Poi la guerra di camorra, la crisi e nel caso del capozona Lucio detto “cape ‘e chiuove” addirittura la morte nei pressi di casa nel corso di un clamoroso agguato, il 21 marzo 2007. Lucio De Lucia era il padre di Ugo detto “Ugariello”, condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio della giovane Gelsomina Verde (22 novembre 2004) e indicato dai pentito come il killer principe del clan. Lui continua a professarsi innocente e tale deve essere considerato fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna. Salì alla ribalta della cronaca per la prima volta quando ricevette la sgradita visita dei poliziotti del commissariato Secondigliano, i quali gli notificarono un ordine di carcerazione emesso dalla procura generale della Repubblica, in base al quale doveva scontare 7 mesi di reclusione per lesioni e resistenza a pubblica ufficiale

SI CERCA IL COMPLICE DI DE LUCIA


Paolo De Lucia si presentò al cospetto di uno dei titolari dell’oleificio “Ambrosino” insieme con un complice, che però non aprì bocca e la vittima non ha riconosciuto tra le numerose foto segnaletiche. Ma le indagini degli investigatori di Secondigliano (agli ordini del vice questore Sergio Di Mauro e con il sostituto commissario Walter Lo Bascio) non sono terminate e mirano a risalire rapidamente anche al secondo presunto estorsore, sulla cui identità al momento hanno solo sospetti. Nel frattempo sono state allegate agli atti dell’inchiesta anche le dichiarazioni di altri commercianti di corso Secondigliano, i quali hanno confermato che in due giravano per il quartiere per piazzare i blocchetti con le giocate per la “riffa” in cambio di 80 euro. Un elemento in più da smontare per l’esperto avvocato Claudio Davino, difensore dell’indagato in stato d’arresto da giovedì mattina. Sono stati i poliziotti della squadra giudiziaria di Secondigliano a dare esecuzione al provvedimento di fermo emesso dalla procura antimafia presso il Tribunale di Napoli (pm Stefania Castaldi e procuratore aggiunto Franco Roberti della Dda) nei confronti di Paolo De Lucia, 41enne napoletano di via del Cassano nel “Perrone”, ritenuto in questo momento il reggente del clan Di Lauro. E’ accusato, fermo restando la presunzione d’innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna, di tentata estorsione aggravata dall’articolo 7 della legge Falcone (il metodo mafioso). Paolo De Lucia è stato arrestato in strada, in via Monte Faito. E nel corso della successiva perquisizione a casa sua, nel comodino della camera da letto, sono spuntati 11 blocchetti di biglietti validi per l’estrazione del premio. Un riscontro secondo gli investigatori all’accusa di “pizzo”, che naturalmente sarà valutato molto diversamente dalla difesa dell’indagato. Il fratello di Lucio “cape e’ chiuove” era stato scarcerato l’estate scorsa, dopo aver scontato una condanna a due anni e sei mesi di reclusione per l’affiliazione al clan Di Lauro (416bis). Era stato tratto in arresto l’8 dicembre 2004 nell’operazione “L’alba dello Stato”, in piena faida di Scampia. Ora è stato posto in stato di fermo proprio mentre cercava di riaffermare l’egemonia della cosca di appartenenza, in particolare nella zona del “Perrone” a Secondigliano, presidiando il quartiere e secondo l’accusa per avanzare richieste estorsive. Alla vittima, oltre a cercare di imporre l’acquisto del blocchetto di biglietti utili a partecipare al sorteggio del motorino, aveva offerto in cambio protezione. Al rifiuto del commerciante, era partita la larvata presunta minaccia. Gli investigatori ritengono che Paolo De Lucia agisse in compagnia di un complice, sicuramente di grado inferiore nella gerarchia del clan. Insieme a quest’ultimo si sarebbe presentato nell’oleificio “Ambrosino”, facendo intendere che non c’era scelta. “Hai capito chi sono io? Altri 270 hanno già pagato”

«Mazzarella mi ordinò di uccidere Bove

«Vincenzo Mazzarella mi disse che Eduardo Bove doveva essere ucciso perché si era avvicinato troppo a Luigi Giuliano e quindi temeva che potesse pentirsi anch’egli. Ma la realtà era diversa: voleva eliminarlo perché aveva saputo che lui e io stavamo per metterci per conto nostro insieme con i Sarno e i Misso». A raccontare l’ennesimo retroscena sul clamoroso omicidio, nella sua abitazione a Forcella, di Eduardo Bove è stato a gennaio scorso il collaboratore di giustizia Ciro Giovanni Spirito. «Vincenzo Mazzarella - ha sostenuto - voleva uccidere me ed Eduardo Bove per un motivo molto semplice: è il tipo che ti fa crescere e ti vuole bene fino a quando non diventi un pericolo per lui. Allora ti ammazza. Io ed Eduardo Bove avevamo intenzione di riconoscere soltanto Michele (Mazzarella, ndr) e distaccarci da Vincenzo Mazzarella, al quale volevamo riconoscere solo una possibilità per tenerci con lui: darci 50mila euro al mese, da dividere tra noi due in parti uguali». Dunque, tra l’estate e le festività natalizie 2004, secondo la ricostruzione del pentito Ciro Giovanni Spirito stava per consumarsi una pericolosa scissione all’interno del clan Mazzarella, ormai subentrato da tempo ai Giuliano nella gestione delle attività illecite a Forcella. Ma il boss Vincenzo Mazzarella, soprannominato “’o pazzo” non perché lo sia ma per il suo carattere nervoso e quindi temibile, intuì qualcosa e corse ai ripari. «Io e Bove - ha detto l’ex killer della cosca con base nel quartiere Poggioreale - avevamo pensato di formare un nuovo gruppo e ne avevamo parlato con i Sarno e i Misso. Ma quando lo venne a sapere, Vincenzo Mazzarella ci mandò a chiamare». La convocazione era a casa del ras ma Eduardo Bove non si presentò. «Bove non ci volle andare perché non si fidava. Io invece ci andai, da solo e disarmato», ha dichiarato il 17 gennaio 2007 Spirito. «Vincenzo Mazzarella mi ricevette alla presenza di un emissario dei Sarno, al quale disse che io ero un infiltrato nel gruppo Bove. Poi aggiunse che la scissione sarebbe stata impossibile e che doveva ammazzare Bove. Temo che stia per pentirsi, sostenne sulla base del fatto che si era avvicinato a Luigi Giuliano. Sa troppe cose, concluse». Il collaboratore di giustizia ha anche raccontato nel dettaglio il piano di Vincenzo Mazzarella (fermo restando che le persone tirate in ballo dai pentiti o dai testimoni di giustizia devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria). «Mazzarella mi disse che gli avrebbe fatto piacere una mia partecipazione con un ruolo importante nell’omicidio di Eduardo Bove. In cambio avrei avuto la gestione degli affari a Forcella. Io lo ascoltai e poi risposi che avrei voluto pensarci. Poi me ne andai ma non ero d’accordo». Eduardo Bove fu ucciso nella sua casa di Forcella il 5 gennaio 2005. Il processo di primo grado si è concluso con due condanne

COSÌ MAZZARELLA VINSE LA GUERRA

E il pentito Ciro Giovanni Spirito a ricostruire con estrema precisione e dovizia di particolari tutto quello che accadeva tra San Giovanni a Teduccio, Ponticelli e la zona del Mercato quando scoppiò la guerra tra i Mazzarella e i Rinaldi. «Tutto nacque per il controllo delle “piazze” di droga - racconta Ciro Giovanni Spirito ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia il 17 gennaio dello scorso anno - I gruppi di fuoco partivano dalla zona del “Connolo” dove per un certo periodo si era nascosto Vincenzo Mazzarella durante la sua latitanza, quando cioè decise di “rompere” la sorveglianza speciale. Dal “Connolo” si muovevano e raggiungevano i Rinaldi a San Giovanni a Teduccio». Ciro Giovanni Spirito, ex fedelissimo del clan Mazzarella e anche braccio armato della cosca più potente a Napoli, racconta anche i retroscena di quella faida che secondo il suo racconto fu vita da Mazzarella solo perché aveva più alleati e potevano garantirsi più appoggi. «Senza l’appoggio degli alleati il clan non avrebbe mai sconfitto la cosca rivale». E quegli alleati sono i Formicola, i Sarno, i D’Amico e i Cuccaro. «Piccole cosche che sono diventate grandi grazie all’appoggio ai Mazzarella». Quella tra i Rinaldi e i Mazzarella è stata una vera e propria guerra di camorra combattuta senza esclusione di colpi. Una faida tra due famiglie, un tempo amiche, che ha lasciato sul selciato decine di morti ammazzati. I Mazzarella da un lato, con il carisma criminale e il potere ereditato dallo zio Michele Zaza e dall’altro i Rinaldi, “famiglia storica“ del rione Villa, fino al 1989 fedeli servitori di Vincenzo “’o pazzo” & fratelli. Tanto che il boss delle “bionde” decise di affidare l’intero commercio ad Antonio Rinaldi, detto “’o giallo”. Tutto filò liscio fino a quando “’o giallo” non cominciò ad essere troppo ingombrante. Aveva creato un proprio gruppo di fedelissimi e voleva fare il “salto di qualità”, una scissione di come ce ne sono state tante nei clan della camorra. Ma il suo tentativo di mettersi in proprio fu stroncato sul nascere. Era la fine del 1989 quando un commando armato fino ai denti tese un clamoroso agguato al boss Antonio Rinaldi. Per “’o giallo” non ci fu scampo: fu massacrato dal piombo dei sicari. Subito dopo quell’omicidio i Mazzarella affidarono il rione Villa ai fratelli D’Amico. I Rinaldi intanto covavano la vendetta che arrivò sei anni dopo. Il 27 maggio del 1995 al corso San Giovanni a Teduccio, nei pressi di un circolo ricreativo, Ciro Rinaldi, fratello minore di Antonio, e Ivan Maione (allora 17enne) tesero un agguato a Salvatore Mazzarella.

Giustiziato davanti ad un bar

I killer lo hanno sorpreso mentre era seduto ad un tavolino di un bar, in via Napoli. Per Pasquale Bevilacqua, pregiudicato di 41 anni, non c’è stato scampo. I sicari hanno aperto il fuoco mirando al torace ed alla testa. Poi, la fuga in moto. L’agguato è avvenuto nel primo pomeriggio di ieri, davanti al bar “Americano”, che era chiuso. Le indagini sull’omicidio numero 98 dall’inizio dell’anno, tra Napoli e provincia, sono eseguite dai carabinieri del comando di Castello di Cisterna e dai colleghi della compagnia di Casoria. La dinamica non lascerebbe dubbi: si tratterebbe di un delitto di camorra, l’ennesimo che viene consumato in questa cittadina alle porte di Napoli. Dall’inizio dell’anno, ad Arzano, infatti, i killer erano entrati in azione altre cinque volte. Due volte soltanto a settembre. A sostenere la matrice camorristica del raid ci sarebbero le frequentazioni della vittima con alcuni personaggi legati agli ambienti degli scissionisti del clan Di Lauro, ma la circostanza non sarebbe una prova determinante per inquadrare l’assassinio di Pasquale Bevilacqua nella seconda fase della “faida di Scampia”. Il pregiudicato era conosciuto negli ambienti della malavita locale come uno “specialista” nei furti d’arte, in particolare, di mobili di antiquariato. La pista di uno sgarro commesso nel traffico di pezzi d’arte sarebbe all’attenzione degli investigatori dell’Arma, come, d’altro canto, altre ipotesi. Le ricerche degli autori dell’agguato, in queste prime fasi, si presentano alquanto complesse. Forse, nelle prossime ore se ne potrà sapere qualcosa di più. Consumatosi l’agguato, in via Napoli giungevano per primi sulla scena del delitto alcuni familiari della vittima. Dagli spari erano trascorsi alcuni minuti. Il corpo esanime del pregiudicato era steso sul marciapiede tra una panchina ed un tavolino. Era un fratello di Pasquale Bevilacqua a caricarlo su una macchina ed a trasportarlo all’ospedale civile di Frattamaggiore. La famiglia delle vittima abita proprio alle spalle dell’esercizio commerciale. Secondo alcune testimonianze raccolte dai militari dell’Arma, i soccorsi si erano appena allontanati dal bar quando venivano seguiti da una “gazzella” che li scortava fino al nosocomio. Ancora qualche minuto è in via Napoli si materializzava un’ambulanza del “118”, chiamata da passanti con il telefono cellulare. Ma era stato tutto inutile. Una volta giunto al pronto soccorso, i medici accertavano che Pasquale Bavilacqua era morto. Sul posto, nel frattempo, si erano recati altre pattuglie che eseguivano i rilievi del caso. Sull’asfalto non venivano rinvenuti bossoli, assenza che potrebbe indicare che i killer abbiano agito con pistole a tamburo. Quando i sicari sono entrati in azione in via Napoli, la strada era deserta. Pasquale Bevilacqua era seduto ad un tavolino. Forse, aveva un appuntamento con qualcuno. I suoi assassini? È presto per poterlo dire. Dalle informazioni assunte dagli investigatori dai parenti sembra che il ladro d’arte non avesse mostrato alcuna preoccupazione particolare

Abbinante voleva vendicare De Felice

Guido Abbinante, il ras “scissionista” originario di Scampia che ha “rotto” la sorveglianza speciale diventando latitante, voleva vendicarsi dei Prestieri per l’omicidio di un cognato: Massimiliano De Felice, imparentato anche con i Notturno. Un doppio colpo messo a segno con un solo agguato dai Di Lauro il 28 novembre 2004 e che il fratello del boss Raffaele detto “Papele ’e Marano” attribuiva al clan del rione Monterosa. Ma anche se la vendetta non è scattata, la ricostruzione del neo collaboratore di giustizia Giovanni Piana è utile ai pm antimafia per delineare lo scenario del dopo-faida con nuove alleanze che in qualche caso vanno a sbattere contro vecchi contrasti difficilmente sanabili. Come nel caso della testa di alcuni affiliati agli Abbinante, tra i quali lo stesso pentito, chiesta e ottenuta dagli Amato-Pagano. «Non posso essere preciso - ha sostenuto Giovanni Piana nel corso dell’interrogatorio di ottobre scorso - in ordine alla data del detto incontro ma sicuramente questo è avvenuto poco dopo che Abbinante Guido è stato scarcerato, ossia agli inizi di settembre. Ho saputo del contenuto dell’incontro sia da Abbinante Guido che da Esposito Giovanni. All’incontro erano presenti Abbinante Guido, Amato Raffaele detto “’o Lello” il capo del clan, Pagano Cesare ossia il cognato dell’Amato che comanda il clan degli scissionisti quando l’Amato è in Spagna, erano presenti altri scissionisti di fiducia dei capi ma non mi furono detti i nomi ne io li chiesi. Era presente per il nostro gruppo anche Esposito Giovanni che non parlò essendo presente Guido Abbinante che è un capo. Guido chiese ad Amato ed a Pagano di eliminare il gruppo dei Prestieri perché questi, durante la faida, si erano resi responsabili dell’omicidio del cognato di Guido Abbinante». La domanda del pubblico ministero a questo punto era ovvia e fu formulata al collaboratore di giustizia: Cosa risposero i capi “scissionisti” alla richiesta di Guido Abbinante? Ecco le parole di Giovanni Piana a proposito. «I capi degli scissionisti dissero a Guido che presto gli avrebbero fatto un regalo. La richiesta riguardava il gruppo ristretto dei Prestieri costituito da Tommaso Prestieri, fratello di Raffaele, Antonio detto il nano, nipote di Tommaso e figlio di Raffaele, Antonio Pica che è il figlio della sorella di Raffaele Prestieri, ossia di Anna e di Franco Pica, Nicola Todisco, killer di fiducia della famiglia Prestieri, Magri Gennaro, soggetto prima affiliato al sottogruppo degli Abbinante e poi passato ai Prestieri dopo la faida». Naturalmente va precisato che le persone tirate in ballo dai pentiti devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria e ovviamente anche a qualunque ipotesi di reato. Erano le 23 del 28 novembre 2004 quando i sicari entrarono in azione e ammazzarono Massimiliano De Felice, 30 anni. L’agguato avvenne in via Fratelli Cervi, davanti alla sua abitazione e proprio per le sue parentele si capì che la faida era entrata in una fase di non ritorno. Così fu.

Il boss Abbinante si dà alla fuga

Le sue tracce si sono perse il 3 ottobre
scorso: quel giorno il ras
Guido Abbinante dell’omonimo
gruppo di mala di Scampia trasferitosi
a Marano ha “rotto”
l’obbligo di dimora ed è sparito
non recandosi più a firmare presso
i carabinieri.
Un’irreperibilità che, se non
giustificata rapidamente in maniera
convincente, gli costerà le
manette una volta rintracciato o
un decreto di latitanza in tempi
brevi. Ma più che il reato commesso,
certamente non grave, è il
motivo alla base della “scomparsa”
che interessa gli inquirenti:
per la maggior parte di essi sarebbe
collegata alla decisione di
Giovanni Piana detto “Giannantonio”,
suo ex fedelissimo, di
pentirsi.
Due giorni prima infatti, il 1 ottobre,
il neo collaboratore di giustizia
si era presentato spontaneamente
ai militari e le sue rivelazioni
alla Dda sono alla base
del decreto di fermo a carico di
Giovanni Carriello e Giovanni
Esposito, affiliati entrambi al
clan Abbinante, per l’omicidio di
Giovanni Moccia.
La storia giudiziaria di Guido
Abbinante, fratello del boss Raffaele
detto “Papele e Marano”, è
ricca di spunti. Quando fu scarcerato,
nel 2006 nonostante una
condanna in primo grado a 20 anni
di reclusione, montò la solita
polemica per la lentezza della
giustizia che aveva permesso al
detenuto di usufruire della decorrenza
dei termini di carcerazione
preventiva. Poi il ras “scissionista”
fu additato come uno di
quelli per i quali era scattato l’indulto,
aprendogli le porte del carcere
nonostante un’altra condanna
a 9 anni di reclusione.
Ma alla fine la bravura degli avvocati
e le norme giuridiche in vigore
produssero l’effetto indesiderato
da investigatori e inquirenti,
che ora ancora una volta
fanno notare come la giustizia-lumaca
abbia favorito l’odierna fuga.
Nel curriculum di Guido Abbinante
c’è anche un altro fascicolo.
A settembre scorso finì
nuovamente in manette perché
aveva violato l’obbligo di dimora,
giustificandosi con i giudici affermando
che non aveva preso
cognizione del fatto che aveva oltrepassato
il limite geografico. La
detenzione durò pochissimo e da
allora era rimasto a Marano tranquillamente
da uomo libero, fino
al giorno in cui si sono perse le
sue tracce. Guido Abbinante secondo
la procura è un ex esponente
di spicco del clan Di Lauro,
poi passato con gli “scissionisti”.
Ha precedenti per associazione a
delinquere di stampo camorristico
(clan Di Lauro); inoltre era stato
indicato da alcuni collaboratori
di giustizia della malavita di
Secondigliano, prima della faida,
come diretto interlocutore del capoclan
Paolo Di Lauro detto “Ciruzzo
o’ milionario”, che impartiva
disposizioni ai suoi uomini
di fiducia proprio attraverso di
lui.
Guido è il fratello di Raffaele ed
Antonio Abbinante: il primo è
detto “Papele ’e Marano”, legato
ai Nuvoletta di Marano e, successivamente,
anche luogotenente
di Di Lauro. Poi la scissione all’interno
del clan con base in cupa
dell’Arco e la nascita della cosca
Amato-Pagano, così definita
nell’ultima mappa sulla camorra
delle forze dell’ordine.

Moliterno, parte l’appello

Nuovi difensori, nuove prove portate
dagli avvocati che potrebbero riaprire
il processo o addirittura chiuderlo.
L’ardua sentenza spetterà ai
giudici di secondo grado che dovranno
verificare le prove raccolte a
carico di Giovanni Moliterno accusato
di essere l’assassino di Salvatore
Albino, ammazzato a 17 anni dopo
aver messo a segno il furto di un
motorino. Secondo l’accusa sostenuta
dal pubblico ministero della
Dda, fu ucciso perché aveva rubato il
motorino ad una ragazzina di 15 anni.
Ucciso perché il padre della ragazzina
aveva pensato di farsi giustizia
da solo, armato di pistola. Il
giudice di primo grado ha condannato
il suo assassino a 30 anni di carcere
dopo quasi un anno di processo
e adesso partirà l’appello. A difendere
Moliterno ci saranno gli avvocati
Vittorio Trupiano e Massimo
Guadagni.
Tante le testimonianze in aula, altrettante
le ritrattazioni, ma il presidente
Massimo Amodio, della quinta
corte d’Assise del Tribunale di Napoli,
pronunciò la decisione del collegio:
condanna a trent’anni di reclusione.
Giovanni Moliterno “’o cinese”,
ripreso dalle telecamere della
trasmissione Rai “Un giorno in
Pretura” non battè ciglio. Impassibile
come una roccia, in pieni al di la
delle sbarre ascoltò in silenzio la sentenza.
Sua moglie pianse a dirotto,
urlò dalla rabbia ed esternò così la
tensione che aveva accumulato nel
corso di tutto il dibattimento.
In silenzio, sempre accanto al marito,
da sola dietro ad un vetro. Calò
così il sipario sul primo atto di una
vicenda drammatica che ebbe il suo
inizio con l’assassinio di Salvatore il
15 ottobre di due anni fa. Pioveva e
si stava riparando nei pressi del bar
Cocchia in via Salvator Rosa. Fu raggiunto
da una scarica di proiettili:
non ci fu nulla da fare, morì sul colpo
tra la disperazione dei familiari
che accorsero immediatamente sul
posto e quella dei testimoni oculari,
tanti, che alla fine hanno come sempre,
dichiarato di non aver né visto
né sentito nulla. Salvatore era morto
come un boss a soli 17 anni. Si pensò
nei primi momenti ad una vendetta
trasversale della camorra per la
decisione di Franco, fratello di Salvatore,
di collaborare con la giustizia.
Ipotesi questa scartata dopo 72 ore
quando si ipotizzò la dinamica e sopratutto
il movente. Salvatore Albino
aveva rubato un motorino ad una
ragazza del quartiere e suo padre, inviperito,
aveva individuato il responsabile
e fatto fuoco. Questa fu
l’accusa mossa contro “’o cinese” conosciuto
negli ambienti criminali per
un passato da contrabbandiere di sigarette
ed amicizie nella Sanità e nel
Cavone. Fu suo cognato Antonio Colucci
“’o mericano” il primo a fare il
nome di Moliterno come l’esecutore
del delitto, versione questa che poi
smentì con un’altra dichiarazione.

«Cosimo volle morto Migliaccio

detto “il chiatto” ha riempito pagine e pagine
di verbali con i quali i pubblici ministeri
della Dda tentano di incastrare alle
loro responsabilità i ras di Napoli. Otto
giorni fa le sue dichiarazioni furono depositate
all’udienza preliminare a carico
di Cosimo Di Lauro imputato per l’omicidio
di Gelsomina Verde. A leggere le dichiarazioni
di Peppe Misso jr, il figlio di
“Ciruzzo ’o milionario”, sarebbe il mandante
di quasi tutti gli omicidi della faida
di Secondigliano anche se, ovviamente è
da considerare innocente fino a prova
contraria.
Cosimo Di Lauro, detenuto al 41bis, è
accusato solo di associazione camorristica
con l’aggravante di capo e promotore
della cosca. Prima dell’omicidio Verde
non aveva nessuna imputazione del genere
a suo carico. Così come il padre e gli
altri fratelli, tutti detenuti con l’accusa di
416 bis e reati minori. Ma Giuseppe Misso,
nel suo racconto, condito da decine e
decine di omissis, spiega che oltre all’omicidio
Aliberti, che avrebbe dato il via alla
faida, e quello Verde, anche il delitto di
Migliaccio sarebbe a lui addebitabile. Ecco
una parte del suo racconto.
«Francesco Cardillo detto “’o coccodrillo”
mi ha riferito particolari in ordine
ad un omicidio commesso in una concessionaria
di auto a Mugnano nella seconda
metà del novembre del 2004 nei
confronti di un giovane cugino di Migliaccio
Giacomo detto “’a femmenella”»,
esordisce il collaboratore di giustizia alla
domanda del pubblico ministero della
Dda. «Cardillo mi disse che questo omicidio
fu la risposta di un altro omicidio
che ora non ricordo, che il mandante fu
Cosimo Di Lauro ed esecutori materiali furono:
Domenico Girardi detto “er nino”
che materialmente spararono Ugo De Lucia
e Ferdinando Emolo - continua l’ex
boss del rione Sanità - Cardillo poi mi disse
che Girardi sparò a Migliaccio. Mi pare
di ricordare che i parenti di “Giacomino
’a femmenella” subirono anche l’incendio
di un esercizio commerciale e non
ricordo se sia la detta concessionaria o altro
negozio», ha concluso il collaboratore
di giustizia.
Per il truce omicidio di Biagio Migliaccio
erano imputati Antonio Mennetta e Ferdinando
Emolo, quest’ultimo clamorosamente
assolto dall’accusa più grave. Resta
detenuto per un processo per associazione
camorristica. I difensori riuscirono a dimostrare
l’incongruenza delle dichiarazioni
dei due collaboratori di giustizia
Esposito e Rocco, rispetto alle testimonianze
dei testi che hanno assistito all’omicidio.
Il padre della vittima e un lavavetri.
Giaquinto, Bianco e Guadalupi hanno
stravolto il quadro dell’accusa e sono
riusciti ad ottenere un’assoluzione creduta
e agognata. Ma dalle dichiarazioni di
Giuseppe Misso jr il pm ha fatto ricorso in
appello contro l’assoluzione. «Mi riferirono
di un omicidio che avvenne lo stesso
giorno di quello del parente di giacomo Migliaccio.
Tale omicidio che avvenne lo stesso
giorno di quello del parente di Migliaccio.
Venne ucciso difatti nel quartiere di
San Giovanniello il padre di Ferdinando
Emolo che aveva lì una rivendita di castagne
», ha concluso il collaboratore di giustizia.

«Colpire le attività economiche degli scissionisti

Una strategia messa in atto durante la faida di Secondigliano
da entrambi gli schieramenti in lotta:
da una parte il clan degli scissionisti e dall’altro i
Di Lauro. Creare dei danni economici agli avversari
incendiando le attività economiche dove avevano
investito e saccheggiare le loro abitazioni ripulendole
di oro e oggetti preziosi rappresentava
un modo per indebolirli.
Lo racconta Giuseppe Misso “’o chiatto” parlando
dell’omicidio di Enrico Mazzarella ammazzato
nel suo ristorante a Bacoli, dove secondo gli investigatori
il clan Pariante reinvestiva i soldi. Ecco
il racconto di Giuseppe Misso, anche questo allegato
nel corso dell’udienza preliminare a carico
di Cosimo Di Lauro, dove è imputato per l’omicidio
di Gelsomina Verde. «Enrico Mazzarella era
una persona che gestiva i soldi di Pariante. Anche
questa circostanza me la riferì Francesco
Cardillo conosciuto con il soprannome “’o coccodrillo”
e Alessandro Maisto, anche se mi specificarono
che Enrico Mazzarella non era un camorrista
ma soltanto una persona che aiutava a
riciclare i soldi in attività di ristorazione - ha
detto Misso jr - Questo perché Cosimo Di lauro
durante la faida voleva colpire non solo le persone
del clan avverso ma anche le loro attività
economiche. Infatti fece incendiare abitazioni,
esercizi commerciali, beni appartenenti agli
scissionisti». Poi porta degli esempi specifici che
gli avrebbe riferito lo stesso Francesco Cardillo e
Alessandro Maisto.
«I due mi dissero che venne depredata l’abitazione
di Raffaele Amato, capo degli scissionisti,
di alcuni beni preziosi tra i quali degli orologi
marca Rolex o Franc Muller, Pigeaux e anche
tanti soldi in contanti. Questo avvenne non solo
nell’abitazione di Lello Amato ma anche in altre
case di capi scissionisti che pre furono costretti
ad allontanarsi velocemente dalle loro abitazioni
».
Una strategia messa in atto per mesi durante la
faida. I clan colpivano i beni avversari e lo facevano
non solo per arrecare gravi ed ingenti danni
economici anche perché erano tutti fuggiti, si erano
dati alla latitanza e questo creava dei grossi
problemi a sicari che iniziarono a colpire parenti,
amici o semplici conoscenti.

venerdì 9 novembre 2007

RAFFAELE CUTOLO CONTRO TOTO' RIINA

Nei primissimi anni 60,quando la camorra non era altro che un insieme di sprovveduti dedici esclusivamente ai furti alla prostituzione e al gioco di azzardo,lo stato italiano ebbe la bella idea di mandare proprio a NAPOLI in soggiorno obbligato i piu' grandi pezzi di 90 della mafia siciliana.A quei tempi la camorra forse neanche esisteva,nel senso che non era federativa come adesso,non aveva un organizzazione come adesso,c'erano guappi che piu' che comandare quartieri come fanno oggi,si dividevano i marciapiedi con bische clandestine dedite al gioco della morra,e forse da qui' nasce il termine camorra dal capo morra che guardava gli affari facendo si che procedesse tutto bene senza intoppi e rapine.C'era un marasma generale,un continuo crescere di furti rapine e omicidi,proprio per la mancanza di leader capaci di arruolare quell'esercito,relitti disseredati senza cultura capaci solo di parassidismo e creare da parte delle istituzioni solo repressione emanando leggi sempre piu' dure.Prima dell'evento di RAFFAELE CUTOLO,i primi a capire come stavano le cose furono i siciliani,che come dicevo sbarcati a decine a NAPOLI con effetto del soggiorno obbligato incominciarono ad arruolare quelle centinaia di braccie per le loro attivita' delittuose,prendendo tra questi i piu' inteliggenti criminalmente fedelizzandoli in uomini d'onore con un vero e proprio giuramento,rito simile a quello della mafia,in cui si faceva bruciare un santino facendo giurare al nuovo entrato che se avrebbe tradito avrebbe bruciato lui e la sua famiglia come appunto il santino.Tra i primi napoletani che sono diventati uomini d'onore ci sono il re indiscusso del contrabbando delle sigarette MICHELE ZAZA detto o'pazzo',che proprio per la sua capacita' nell'organizzare sbarchi di tabacchi con centinaia e centinaia di casse di sigarette senza far correre nessun rischio agli investitori siciliani che forti della loro organizazzione riuscivano non solo a farle sbarcare ma anche ad insegnare ai napoletani trucchi e consigli di come venderle al minuto,ovvero passanole alla gente piu' bisognosa che poi diventeranno centinaia che inonderanno NAPOLI di bancarelle di sigarette.Zaza dicevo fu scelto come organizzatore,ma chi piu' di tutti stava a cuore dei siciliani erano i fratelli NUVOLETTA di marano,in particolareLORENZO NUVOLETTA vero tamite tra istituzioni mafiosi e camorristi con dote di vero leader pacificatore e astuto che proprio per la sua spiccata inteliggenza venne messo sul trono della camorra proprio dai siciliani,mentre il traffico si andava ad allargare e i guadagni salivano alle stelle nasceva un nuovo astro della camorra napoletana,un giovane di ottaviano da alcuni anni in galera per un omicidio commesso per motivi di viabilita',questo giovanotto all'anagrafe di ottaviano registrato come RAFFAELE CUTOLO,non aveva niente da invidiare sia ai zaza che ai nuvoletta,aveva un intelligenza superiore quasi fuori corso dell'abbiente che stava frequentando,doti organizzative senza eguali,in pochi anni riusci' dal carcere a formare la sua nuova camorra organizzata,un esercito con piu' di settemila affiliati che in pochi anni sbaraglio' gran parte della vecchia camorra.Raffaele all'inizio della sua ascesa aveva creato uno slogan su misura in cui rivendicava il diritto dei napoletani sia allo spaccio di stupefacendi a NAPOLI sia del contrabbando di tabacchi esclusivamente loro,dovevano cacciare i siciliani buoni solo ha succhiare il sangue dei napoletani.Molti aderirono a questa scelta,scatenando in poco tempo una guerra che in dieci anni fa registrare piu' di mille morti ammazzati,mise addirittura una taglia su ogni siciliano che passava per napoli,li umilio' uno ad uno quando questi venivano arrestati e portati nel suo abitat poggioreale,ma non poteva durare a lungo,i siciliani servendosi di coloro che non erano daccordo con le idee del loro leader formarono un gruppo loro di nome nuova famiglia coalizzando intorno a questo nome decine di famiglie sia di NAPOLI che di provincia che col supporto di cosa nostra mando' in frantumi il gigante di argilla CUTOLO............