mercoledì 31 ottobre 2007

LUIGI ALIBERTI RAS DELLA 167

Per il pentito Giuseppe Misso “’o chiatto” è Cosimo Di Lauro il regista della faida di Secondigliano: «Fu lui a volere la morte di Luigi Aliberti ,ancora colpi di scena a distanza di 4 anni dalla faida escono allo scoperto nuove inquitanti verita',secondo il neo collaboraore di giustizia 0'chiatto LUIGI ALIBERTI detto o'luongo ras indiscusso di tutta la 167 di scampia fu ammazzato dai di lauro e non come erroneamente tutti credevano dagli scissionisti.Proprio questo omicidio secondo chi indaga e' stata la scintilla che ha dato fuoco alle polveri nella sanguinosa faida,o' luongo era molto provveduto e cauto,difficilmente sarebbe caduto in trappola,e difatti l'agguato scatto' in mezzo alla strada proprio nel suo regno,lo massacrarono con colpi esplosi a distanza ravvicinata tutti andando a colpire il volto,forse la strategia dei di lauro serviva proprio per scongiurare una possibile inevitabile faida partorita addirittura forse proprio da LUIGI ALIBERTI .

RAFFAELE CUTOLO DIVENTA' PAPA'


Dopo tanti anni di carcere e la speranza mai persa di diventare di nuovo papa' e' nata la figlia del super boss della camorra RAFFAELE CUTOLO,il suo era un desiderio innato dalla forza e dalla speranza della morte prematura del figlio ROBERTO CUTOLO ammazzato nel lontano 1992 ad abbiate grasso dove era in soggiorno obbligato.Il boss dopo essersi sposato nel 1983 nel super carcere dell'asinara con IMMACOLATA IACONE e avendo la consapevolezza che difficilmente si sarebbero aperte un giorno le porte del carcere fece quasi subito dopo la domanda di inseminazione artificiale ,la sua scelta fu d'amore per regalare un figlio alla sua giovane vedova bianca per l'amore dimostratogli proprio nella consapevolezza che il suo uomo il suo sposo era diverso come lo era il loro matrimonio,dove la messa fu celebrata in carcere e la torta preparata dalla moglie di un agente penitenziario.Dopo tanta attesa e tante richieste andate a vuoto e diventato papa',un diritto che non si nega a nessuno nemmeno al mandante di centinaia di omicidi con sei ergastoli sul groppone che da 39anni sta scontando in maniera dignitosa le sue tante condanne....

CICCIOTTO OTTAVIANO

Ciro ottaiano era conosciuto da tutti a secondigliano,era ammirato e invidiato per la sua dote di disprezzo verso il pericolo e per la sua innata dote di super pilota di moto di grossa cilindrata,era conosciuto da tutti con il soprannome di cicciotto,arrogante e prepotente ma con un gran cuore,ricordo le volte quando lo si vedeva passare per il rione berlingieri su quel boide di moto in tutta corsa su una sola ruota inbennando con i piedi sopra il sedile.Era un pazzo,si un pazzo per le moto,quando usci' il primo modello della transalp chi lo compro' per prima se non lui,faceva salire il cuore in gola alle donne piu' anziane quando imbennando fermava la ruota posteriore della moto sul culo del bus come lo chiamava lui,le sue doti di buon corridore e buon pilota lo portarono presto ad essere ossevato dalla camorra,che vedendo il suo modo di svincolarsi tra le auto ferme nel traffico lo affibbio' alle grazie del boss COSIMO CERINO,che lo volle a tutti i costi come suo autista,e da autista e' morto quando ha accompagnato il suo boss a l'appuntamento fatale che suo malgrado a pagato anche lui a caro prezzo,crivellato di proiettili in un pomeriggio di mezza estate,c'e' tuttora chi lo ricorda ancora e chi ancora l'immaggina sulle creste delle onde in sella al suo transalp nero.......

COSIMO CERINO E CIRO OTTAIANO

Tra i tanti capi camorra che si sono susseguiti nel corso del tempo nel popolare quartiere di secondigliano,senza ombra di dubbio il piu' carismatico rimane COSIMO CERINO,dedito per conto della famiglia LICCIARDI nel grande giro del narcotraffico e delle estorsioni,non si muoveva droga per tutta secondigliano senza il suo benestare.Cosimo cerino era un fedelissimo del super boss GENNARO LICCIARDI,per lui curava anche gli affari coi clan del rione sanita' al centro di napoli,tra i suoi molti vezzi il piu' chiacchierato era quelle delle donne,per conto della famiglia licciardi gestiva le piazze di spaccio della mercatino di secondigliano detto anche miezz'a'venella,parliamo dei primissimi anni90 quando i licciardi erano in continua espansione ed erano a capo della cosiddetta alleanza di secondigliano.A quei tempi i DI LAURO erano un gruppo di ladruncoli paragonati alla masseria cardone e alla sua potenza di fuoco,ma forse il destino di COSIMO CERINO fu scritto quando arrestarono GIOVANNI CESARANO uomo di punta del cartello malavitoso dei licciardi,al suo posto fu messo proprio cerino che incomincio' ben presto a considerarlo come suo a tutti gli effetti.Cesarano in primo grado fu condannato all'ergastolo per un duplice omicidio,dunque si profilava una lunga assenza in attesa dei seguenti gradi di giudizio,e man mano tutti i fedelissimi fedeli al loro boss incominciarono a legarsi in maniera forte al nuovo boss cerino.Fra i tanti ragazzi che passarono dalla sua parte ci fu anche CIRO OTTAIANO detto cicciotto ragazzo conosciuto e ammirato e invidiato da tutti per la sua innata dote di guidare le moto di grossa cilindrata,cosa che ben presto lo porto' ad essere il pilota personale di cerino,era il periodo che arrestarono a scigna e dopo pochi mesi questo moriva nel super carcere di voghera per un'ernia ombelicale mal curata,il suo improvviso vuoto porto' subito una serie di scissione all'interno del clan con una serie impressionante di omicidi e agguati,e forse questa sara' stata la chiave di lettura di quel 4 luglio 1995 quando sia COSIMO CERINO che CIRO OTTAIANO trovarono entrambi la morte,furono trucidati in via monte grappa da un commando di killer che sfigurarono entrambi il viso,poi l'ascesa dei di lauro e la loro nuova scissione.......

sabato 27 ottobre 2007

Duplice omicidio, è un vero giallo

Gli inquirenti lo avevano detto da subito: «È un caso un po’ intricato, non è di facile soluzione». Del resto come si può trovare subito il bandolo della matassa in una situazione in cui due uomini vengono uccisi senza un apparente motivo? Bernardo Salvato era incensurato, Vincenzo Castiello aveva un piccolo precedente per un reato di ricettazione di assegni rubati commesso tre anni fa; entrambi lavoratori, uno nel proprio bar dopo una gioventù nei mercatini e l’altro nel settore calzaturiero, prima in società con i fratelli, poi in proprio; conosciuti un po’ da tutti. Il paese è piccolo e in un modo o nell’altro è facile stringere parentele. Frattaminore è un comune che pare stringersi tutta attorno alle due piazze principali, San Maurizio e Umberto I. La prima ormai è diventata sinonimo di sangue. Quasi due anni fa l’assassinio del padre di un candidato sindaco, l’altro giorno un duplice delitto sul quale è impegnato ad indagare il nucleo operativo di Castello di Cisterna comandato dal maggiore Fabio Cagnazzo, la squadra mobile della questura con il vicequestore Andrea Curtale e la compagnia dei carabinieri di Casoria comandata dal capitano Paolo Cambieri. Del resto «siamo a Frattaminore ed è logico pensare alla camorra» dice il capitano Cambieri che di più non si sbottona sull’andamento delle indagini. Però un’ipotesi la esclude: la pista casertana. Nello screening dei rapporti di parentela e commerciali, era saltata fuori l’ipotesi di uno sgarro ad alcuni boss della camorra dei casalesi. Più nello specifico, uno stock di scarpe rubate che avrebbero danneggiato le economie di certi capiclan. Ma quante scarpe avrebbe dovuto stoccare per provocare le ire dei malavitosi? Castiello era solo un piccolo imprenditore, per di più negli ultimi anni aveva deciso di defilarsi dagli affari dei fratelli. Ipotesi, solo ipotesi che nel generale clima di incertezza diventano punti attorno cui accentrare l’attenzione, zone d’ombra che è pur sempre meglio mettere sotto i riflettori. Gli investigatori escludono anche la pista politica, legata alla candidatura di Castiello alle elezioni comunali di domani nella lista che supporta il candidato sindaco di Fi Antonio Capuano. E gli stessi carabinieri escludono colegamenti con l’attività del fratello di Castiello, un maresciallo dei carabinieri che lavora nel Ros e contribuì alla cattura del superboss di Secondigliano Paolo Di Lauro (è uno dei militari fotografato mentre porta via il capoclan ammanettato). Eppure le modalità dell’agguato sono tipicamente camorristiche. Un altro punto da chiarire è chi dei due ha “sgarrato”? Sì, perché quella che nelle prime ore era solo una supposizione inizia a tramutarsi in mezza certezza: tra Castiello e Salvato uno solo era il bersaglio dei killer. L’altro sarebbe stato ucciso solo per aver visto in faccia gli assassini, per essere stato testimone inconsapevole del raid omicida. Per essersi trovato al posto sbagliato al momento sbagliato. La perizia medico-legale ha accertato che Salvato è stato colpito da quattro proiettili calibro 9, due alla testa e due al corpo, mentre a Castiello è stata riservata un’attenzione diversa, quasi distratta: solo due colpi, di cui uno probabilmente preso di striscio. Inoltre il corpo di Castiello era riverso sopra quello di Salvato, a testimoniare il fatto di essere stato ucciso per ultimo. Questo farebbe pensare che l’obiettivo della retata fosse il proprietario del bar “La Plaza”, Bernardo Salvato. Ma anche su questo gli investigatori sono cauti. Mentre l’unica pista che resta in piedi è quella di un giro di usura in cui uno dei due o entrambi i morti sarebbero stati coinvolti. Il pubblico ministero Maria Antonietta Troncone della Dda aspetta di vedere i risultati delle autopsie del medico legale del II Policlinico, che ieri non erano ancora pronti. Occorre analizzare ogni minimo indizio, ogni prova, ogni sintomo criminale. Dall’autopsia (i risultati saranno pronti oggi) si capirà se tutti i colpi esplosi sono stati mortali, se ci sono stati colpi di grazia e se quello che sembra bersagliato da più proiettili sia invece stato colpito da proiettili di rimbalzo.

Rapporti stretti tra Lo Russo e la polizia


Il pentito Giuseppe Misso jr rivela che Salvatore Lo Russo (nella foto), capoclan di Miano, era un confidente della polizia, avrebbe fatto arrestare persino due propri fratelli, il boss Edoardo Contini e il capoclan di Pozzuoli Gennaro D’Alessandro. Quest’ultimo episodio insospettì Ettore Sabatino che tese un tranello a Lo Russo per svelare il doppiogioco. Qui entrò in azione un ispettore della squadra omicidi che andò a rivelare le confidenze di Lo Russo a Maurizio Brandi. I verbali a questo punto sono pieni di omissis. Resi pubblici il 30 agosto, hanno impaurito qualcuno. Due giorni dopo viene rubato l’hard disk del gip che aveva trattato il caso.

Saviano contestato nel feudo di camorra


Urla e contestazioni hanno accolto lo scrittore Roberto Saviano a Casal di Principe. In occasione della cerimonia di apertura dell’anno scolastico, alla quale ha preso parte anche il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, l’autore di “Gomorra” è salito sul palco ribadendo la necessità di una “soluzione finale” contro i clan: «È tempo di scegliere da che parte stare». Forte la critica da parte di un gruppo di giovani imprenditori: «Non ha mai subito minacce, vuole solo essere eletto deputato». Attimi di tensione quando il padre del boss “Sandokan” ha tentato di salire sul palco

Torna in libertà Guido Abbinante

Quando fu scarcerato ci fu un vespaio di polemiche. L’indulto aveva avuto effetto anche per lui. O meglio l’indulto fu una concausa. Era già stato scarcerato perché i termini massimi di custodia cautelare erano scaduti quando il giudice pronunciò la sentenza che lo condannava a 20 anni di reclusione. Restava però detenuto per una condanna a nove anni di reclusione in parte indultati. Fu così che Guido Abbinante, fratello del ras Raffaele, fu scarcerato. Fu poi riarrestato perché aveva violato l’obbligo di dimora. Si era allontanato dal comune dove era stato assegnato e per questo motivo fu portato in galera. Si era giustificato con gli inquirenti e con i giudici affermando che aveva preso cognizione del fatto che aveva oltrepassato il limite ma alla fine non fu creduto. Ieri però la decisione: è libero ancora una volta, nonostante il suo curriculum criminale e la sua caratura. Era il 18 maggio quando Achille Scura, presidente della quarta sezione penale del Tribunale di Napoli pronunciò la sentenza di condanna. Ma per Guido Abbinante nulla cambiava in quanto per quell’ordinanza era a piede libero perché i termini per la sua custodia cautelare erano già scaduti come fecero emergere i difensori Claudio Davino e Rosario Marsico. Un particolare importante, il fattore “ics” che aveva determinato la scarcerazione da parte dell’ufficio esecuzione della Procura Generale. Guido Abbinante era infatti recluso per una condanna che aveva avuto diversi anni fa per droga. Era stato condannato a nove anni di reclusione e ne aveva già scontanti sei. Gli rimanevano tre anni. Per questo motivo gli uffici della Procura, non potettero fare altro che incartare la richiesta di scarcerazione immediata. Il fax arrivò al carcere e per Abbinante si riaprirono le cancellate. Guido Abbinante, secondo le prove raccolte a suo carico è un ex esponente di spicco del clan Di Lauro, poi passato con gli “scissionisti”, protagonisti della cruenta faida esplosa con il gruppo storico di “Ciruzzo ’o milionario”, che ha insanguinato i quartieri Secondigliano, Scampia e Melito di Napoli. Con la morte di Gennaro Licciardi, avvenuta il 3 agosto 1984, la situazione della criminalità organizzata creatasi nell’esteso territorio di Secondigliano e zone limitrofe, subì una metamorfosi. Fu costituita nel quartiere una coalizione di più gruppi, per acquisire la supremazia sulle altre consorterie criminali nel controllo e la gestione dei traffici illeciti più redditizi: l’Alleanza di Secondigliano, formata dalle famiglie Licciardi, Lo Russo e Mallardo. Altri gruppi minori, che facevano capo a noti personaggi, come gli Abbinante, i D’Avanzo, i Prestieri ed i Pariante, si sono uniti sotto la cupola camorristica, in cui c’era anche Paolo Di Lauro, detto Ciruzzo ‘o milionario. In particolare, Guido Abbinante ha precedenti per associazione a delinquere di stampo camorristico (clan Di Lauro), indicato, prima della faida, come diretto interlocutore del capoclan Paolo Di Lauro, che impartiva disposizioni ai suoi uomini di fiducia, attraverso di lui. Guido Abbinante è fratello di Raffaele ed Antonio, il primo detto “Papele ’e Marano”, affiliato ai Nuvoletta di Marano e, successivamente, luogotenente di Di Lauro, entrambi pluripregiudicati

Catturato latitante dei Di Biasi




A suo carico era stata emessa un’ordinanza di custodia cautelare per droga e così Salvatore Attanasio, vicino ai Di Biasi dei Quartieri Spagnoli pur abitando nel rione Traiano, era rimasto latitante nonostante il gip a marzo scorso non avesse convalidato il fermo scattato nei suoi confronti nell’ambito dell’inchiesta che colpì l’intero clan. “Brillantina”, come è soprannominato l’uomo, allora non fu trovato a casa dalla polizia e per tutto questo tempo è risultato irreperibile. Ma alcuni giorni fa gli investigatori del commissariato San Paolo lo hanno rintracciato in via Catone, diretto a casa per salutare i familiari e fare il cambio della biancheria. Salvatore Attanasio è il genero del ras dei Quartieri Luigi Di Biasi (fratello più grande di Mario e Renato). Il fermo emesso a suo carico non fu convalidato ma quasi contemporaneamente il Tribunale di Napoli ha fatto scattare nei suoi confronti un altro provvedimento restrittivo, frutto di un’indagine antidroga dei carabinieri. Cosicché, dopo aver compiuto gli accertamenti, i poliziotti del commissariato San Paolo l’hanno accompagnato dietro le sbarre. è però facilmente ipotizzabile che, per la differenza di gravità tra le due inchieste su di lui, la permanenza in carcere di “brillantina” sarà molto breve. Attanasio è stato coinvolto nell’inchiesta che a marzo scorso ha decapitato il clan Di Biasi dei Quartieri Spagnoli per le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, ma senza che ci fossero secondo il gip i riscontri necessari per la custodia cautelare. Resta indagato a piede libero ovviamente, con la prospettiva però di un probabile proscioglimento. Di lui ha parlato soprattutto il pentito Luigi D’Oriano nell’interrogatorio del 15 febbraio 2006, descrivendolo come uno del quale i ras della cosca “esaltano le doti criminali”. «Il vero capo dell’organizzazione dei Faiano- ha sostenuto Luigi D’Oriano detto “Ginetto” - è Luigi Di Biasi, colui che ha l’ultima parola nelle decisioni del clan. Peraltro è colui che ha aperto da tempo l’alleanza con Vincenzo Mazzarella, capo dell’omonimo clan. A seguire vi sono i fratelli Mario e Renato nonché il cognato Scala Raffaele. Questo è il gruppo di comando. Elemento di spicco del clan è Francesco Di Biasi soprannominato il “Porcello”, figlio di Mario di Di Biasi. Altro componente è Sasà Scala, figlio di Raffaele Scala, con interessi nel campo degli stupefacenti, soprattutto hashish e marijuana. Di questi so essere stato autore del tentato omicidio della figlia del Pallino. Poi c’è Salvatore detto “ brillantina “ genero di Luigi Di Biasi ed abitante al rione Traiano, le cui doti criminali sono state spesso esaltate da Renato Di Biasi nel corso delle nostre chiacchierate . Ancora vi sono altri due generi di Luigi, che hanno ruoli di rilevo nell’organizzazione. Questi sono Massimo e Lenticchiello». Come sempre, va sottolineato la assoluta estraneità ai fatti raccontati delle persone tirate in ballo dai collaboratori di giustizia fino a prova contraria

Un amico di Celeste ha giurato di vendicarlo


Gliela farò pagare, lo giuro». Poche parole, urlate davanti a decine di persone da un pregiudicato affiliato al cartello “scissionista” di Barra: gli Alberto-Celeste-Guarino. L’informazione è arrivata all’orecchio degli investigatori che si occupano dell’omicidio di Francesco Celeste e si è rafforzato ancora di più l’allarme per una vendetta contro gli Aprea-Cuccaro. “Ci sarà”, esclama un esperto sottufficiale di polizia, “ma non penso in tempi brevi: ora il quartiere è molto presidiato dalle forze dell’ordine e sarebbe più rischioso per gli assassini di un’azione a freddo”. Le indagini sull’omicidio del giovane ras emergente Francesco Celeste, figlio del latitante Ciro “’o roce”, proseguono a tamburo battente. Per questa mattina sono in programma l’autopsia sul cadavere e a seguire probabilmente i funerali, in forma strettamente privata al cimitero per il divieto della questura di svolgere una cerimonia solenne per motivi d’ordine pubblico. Ma gli investigatori non s’aspettano nulla di particolarmente utile dall’esame delle ferite: è già certo infatti che sono stati in due a esplodere contro il 26enne ben 14 proiettili. La tesi più accreditata è che si sia trattato della risposta all’omicidio di Antonio Ritaccio (il 13 luglio scorso), ritenuto vicino agli Aprea-Cuccaro. Per gli investigatori è questo il collegamento con l’agguato di venerdì sera, in termini di “botta e risposta”, portato a termine dai due sicari che avevano seguito Francesco Celeste: un ras emergente e molto temuto dello schieramento Alberto-Celeste-Guarino. A parte altre voci raccolte dalle forze dell’ordine e non confermate, il 26enne era infatti considerato il reggente del gruppo omonimo in assenza forzata del padre latitante. Dunque, le indagini della squadra Omicidi della Mobile si muovono partendo dalla personalità della vittima. Aveva denunce a carico per tentato omicidio e rapina ma nessuna condanna a carico e di conseguenza il giovane ucciso l’altro ieri sera era addirittura formalmente incensurato: nessuna sentenza definitiva era mai stata emessa nei suoi confronti nonostante gli arresti subiti.

Faida al rione Traiano, militari assediano il territorio





Un maggior pattugliamento di poliziotti nel quartiere e più carabinieri in zona. Da oggi, anche se i primi rinforzi già si sono visti nei giorni scorsi, parte un piano straordinario di controllo del territorio per il rione Traiano, teatro di una sanguinosa e pericolosa faida interna alla malavita. Nonostante la carenza di agenti, in questura hanno deciso di far sentire ancora di più la presenza dello Stato sul territorio. Intanto continuano a ritmo serrato le indagini sugli ultimi, gravissimi, episodi: prima il duplice omicidio di Raffaele Ostinato e Ciro Cuzzovaglia e poi l’incendio doloso al “basso” di Biagio Scagliola. La pista più battuta conduce a un’alleanza tra i Puccinelli del rione Traiano e i Grimaldi di Soccavo in chiave anti-Leone. Ed è un’ipotesi, quella degli investigatori della polizia messa nera su bianco nelle prime informative, quanto mai inquietante per spiegare le violente scosse telluriche negli ambienti di mala dell’area flegrea di Napoli. Soprattutto perché la vendetta del giorno dopo, con l’attentato incendiario alla casa del pregiudicato, solo per caso non ha provocato vittime. Sullo sfondo c’è il traffico di droga nella zona occidentale, diventata il crocevia verso l’hinterland a nord di Napoli e il Casertano. Tra i gruppi Leone e Puccinelli, che appena un anno e mezzo fa si erano fusi raccogliendo sotto un’unica bandiera anche affiliati ai Perrella e ai Bernardo, la rottura si sarebbe consumata alla fine dell’estate scorsa. Secondo gli investigatori il primo segnale forte di tensione criminale è arrivato con l’omicidio di Mario Iavarone, suocero di Davide Leone nonché cognato dei fratelli Ciro e Salvatore Puccinelli. Il primo è un ex capo ultras della curva A del San Paolo (gruppo chiamato “Masseria Cardone”), originario di Marano ma trasferitosi da alcuni anni a Napoli, mentre i secondi sono ras storici del rione Traiano. Ecco perché subito fu chiaro che all’agguato del 24 settembre scorso sarebbero seguiti altri, cosa puntualmente avvenuta: tre giorni dopo furono trovati i corpi senza vita di Giuseppe Carputo, negli anni novanta ritenuto legato ai Grimaldi di Soccavo, e Giovanni Moccia, suo amico. Il resto della storia, non ancora finita probabilmente, è successo tra giovedì e venerdì sera scorsi

Omicidio nell’ambulanza, in aula Zapata e il fratello


Contro Massimo Tipaldi, il quadro indiziario si è raddoppiato. Oltre alle prove raccolte che hanno portato al suo arresto sono state depositate ieri contro l’imputato le dichiarazioni di Giuseppe Misso “’o chiatto” e di suo fratello Emiliano Zapata e di Michelangelo Mazza. Inoltre il pubblico ministero Antimafia Sergio Amato, ha chiesto il deposito anche delle intercettazioni telefoniche inedite raccolte nel decreto di fermo che hanno portato all’arresto di Salvatore Lo Russo e di suo nipote Raffaele Perfetto. Le intercettazioni proverebbero l’affiliazione di Massimo Tipaldi e l’inquadramento dello stesso nel clan Lo Russo il che farebbe inquadrare l’omicidio nella faida per il controllo del territorio di Chiaiano tra i “capitoni” e gli Stabile. Per l’accusa Massimo Tipaldi nel giugno 2004, assalì un’ambulanza per uccidere Salvatore Manzo, affiliato al clan Stabile. Il 25enne, difeso dagli avvocati Claudio Davino e Luigi Senese, ieri era in aula nel corso del processo in Corte d’Assise. Fu fermato, in via Vittorio Veneto, dalla sezione omicidi della Squadra Mobile di Napoli. Le accuse nei suoi confronti sono partite da Paolo Lo Monaco, testimone di giustizia che fu chiamato a testimoniare proprio nel corso del dibattimento in Assise dove furono condannati i presunti assassini. Incassarono l’ergastolo Antonio Lo Russo, Salvatore Razzano, Antonio Barone e Luigi Pompeo. Condanna a un anno e mezzo nei confronti di Rosario Velotti, accusato di favoreggiamento a fronte di una richiesta di tre anni di reclusione. Lo Monaco riferì di aver appreso che a guidare una delle moto usate per il duplice agguato era proprio Massimo Tipaldi. Accusa questo confermata dai fratelli Misso e da Michelangelo Mazza. L’accusa è di duplice omicidio aggravato e i fatti risalgono a tre anni fa quando, per favorire il clan Lo Russo, furono uccisi Salvatore Manzo e Giuseppe D’Amico, altro uomo del clan Stabile e guardaspalle del boss. Accadde tutto nel quartiere collinare di Capodimonte: pochi minuti bastarono per mettere in atto una scena da far west. Salvatore Manzo era stato ferito, il 19 maggio del 2004, da Giovanni Brando, titolare di una concessionaria di moto, nel quartiere Chiaiano, stanco di pagare il pizzo. Era stato, quindi, ricoverato all’ospedale Cardarelli. Nella serata del 1 giugno 2004, un’ambulanza stava trasferendo Manzo dal Cardarelli ad una clinica di San Giorgio a Cremano quando, nel quartiere di Capodimonte, iniziò l’assalto. I sicari sparano circa 15 colpi e uccisero in viale Colli Aminei, Giuseppe D’Amico che stava scortando l’ambulanza a bordo di una Punto Grigio. Poi, presero di mira l’ambulanza. I killer fecero scendere autista e barellieri sulla rampa della Tangenziale all’uscita di Capodimonte, aprirono le porte e spararono contro Manzo, uccidendolo sul colpo. Nell’agguato restò ferita anche la moglie del pregiudicato. Dopo una settimana furono fermati tre presunti killer, e poi anche Massimo Tipaldi da considerare innocente fino a sentenza definitiva. Oltre all’accusa di duplice omicidio aggravato, su di lui pesano anche altre accuse: lesioni aggravate, ricettazione, detenzione e porto in luogo pubblico di arma da guerra e arma comune da sparo con l’aggravante per aver commesso il fatto al fine di agevolare l’attività del clan Lo Russo. Gli agenti sono arrivati a lui intercettando i telefoni cellulari della moglie. Tipaldi si era reso volontariamente latitante da poco dopo il fatto ed è stato fermato a pochi metri dall’abitazione della consorte in via Vittorio Veneto a Secondigliano

Giustiziato davanti ad un bar

I killer lo hanno sorpreso mentre era seduto ad un tavolino di un bar, in via Napoli. Per Pasquale Bevilacqua, pregiudicato di 41 anni, non c’è stato scampo. I sicari hanno aperto il fuoco mirando al torace ed alla testa. Poi, la fuga in moto. L’agguato è avvenuto nel primo pomeriggio di ieri, davanti al bar “Americano”, che era chiuso. Le indagini sull’omicidio numero 98 dall’inizio dell’anno, tra Napoli e provincia, sono eseguite dai carabinieri del comando di Castello di Cisterna e dai colleghi della compagnia di Casoria. La dinamica non lascerebbe dubbi: si tratterebbe di un delitto di camorra, l’ennesimo che viene consumato in questa cittadina alle porte di Napoli. Dall’inizio dell’anno, ad Arzano, infatti, i killer erano entrati in azione altre cinque volte. Due volte soltanto a settembre. A sostenere la matrice camorristica del raid ci sarebbero le frequentazioni della vittima con alcuni personaggi legati agli ambienti degli scissionisti del clan Di Lauro, ma la circostanza non sarebbe una prova determinante per inquadrare l’assassinio di Pasquale Bevilacqua nella seconda fase della “faida di Scampia”. Il pregiudicato era conosciuto negli ambienti della malavita locale come uno “specialista” nei furti d’arte, in particolare, di mobili di antiquariato. La pista di uno sgarro commesso nel traffico di pezzi d’arte sarebbe all’attenzione degli investigatori dell’Arma, come, d’altro canto, altre ipotesi. Le ricerche degli autori dell’agguato, in queste prime fasi, si presentano alquanto complesse. Forse, nelle prossime ore se ne potrà sapere qualcosa di più. Consumatosi l’agguato, in via Napoli giungevano per primi sulla scena del delitto alcuni familiari della vittima. Dagli spari erano trascorsi alcuni minuti. Il corpo esanime del pregiudicato era steso sul marciapiede tra una panchina ed un tavolino. Era un fratello di Pasquale Bevilacqua a caricarlo su una macchina ed a trasportarlo all’ospedale civile di Frattamaggiore. La famiglia delle vittima abita proprio alle spalle dell’esercizio commerciale. Secondo alcune testimonianze raccolte dai militari dell’Arma, i soccorsi si erano appena allontanati dal bar quando venivano seguiti da una “gazzella” che li scortava fino al nosocomio. Ancora qualche minuto è in via Napoli si materializzava un’ambulanza del “118”, chiamata da passanti con il telefono cellulare. Ma era stato tutto inutile. Una volta giunto al pronto soccorso, i medici accertavano che Pasquale Bavilacqua era morto. Sul posto, nel frattempo, si erano recati altre pattuglie che eseguivano i rilievi del caso. Sull’asfalto non venivano rinvenuti bossoli, assenza che potrebbe indicare che i killer abbiano agito con pistole a tamburo. Quando i sicari sono entrati in azione in via Napoli, la strada era deserta. Pasquale Bevilacqua era seduto ad un tavolino. Forse, aveva un appuntamento con qualcuno. I suoi assassini? È presto per poterlo dire. Dalle informazioni assunte dagli investigatori dai parenti sembra che il ladro d’arte non avesse mostrato alcuna preoccupazione particolare

Tre ergastoli per i killer di Giuseppe Riccio, il pizzaiolo di 26 anni, ucciso il 17 dicembre di due anni fa nella pizzeria “Donn’Amalia” a Calata Capodichino. Carcere a vita per Pietro Girletti (nella foto a destra), Giovanni Di Vaio (nella foto a sinistra) e Ciro De Vincenzo. Tensione in aula alla lettura della sentenza. I parenti degli imputati hanno inveito contro giudici e avvocati, che sono dovuti uscire scortati da un cordone di polizia. Soddisfazione per le condanne è stata espressa dalla vedova di Riccio, Maria Petrone: «Nessuno mi restituirà mio marito, ma almeno chi ha sbagliato è giusto che paghi».

venerdì 5 ottobre 2007

IL CALVARIO DI ENZO TORTORA


Il signore che vedete ammanettato in questa foto come se fosse uno dei piu' feroci mafiosi o camorristi,in realta' non e' altro che il noto conduttore tv ENZO TORTORA ideatore e presentatore del programma portobello.L'odissea giudiziaria patita da tortora rimane una macchia nera forse in assoluto della giustizia italiana,l'accusavano i cumparielli di cutolo,e piu' esattamente quel PASQUALE BARRA il sanguinario che uccise e si mangio' in carcere il cuore del boss milanese FRANCIS TURATELLO.Dai suoi uomini BARRA era detto anche O'NIMALE per via degli omicidi bestiali commessi da lui in carcere fino a quando non decise insieme al suo amico cutoliano come lui GIANNI MELLUSO di passare dalla parte dello stato come collaboratore di giustizia facendo arrestare con le sue dichiarazioni piu' di 850 persone tutte affiliate alla n.c.o di RAFFAELE CUTOLO,la cosa brutta di questa squallida vicenda fu che BARRA accuso' anche ENZO TORTORA di essere anche lui affiliato alla n.c.o. e di essere un trafficante internazionale di droga per la nuova camorra.La storia e lunga e non facile da raccontare fatto sta che tortora passo' quasi un anno in prigione per poi essere definitivamente assolo ma nello stesso momento ucciso nell'anima,morira' di cancro poco dopo l'assoluzione per non aver commesso il fatto,nel frattempo che mi vado a trascrivere i verbali degli interrogatori di barra lascio' un solo piccolo strascico quello relativo ai collaboratori di giustizia e di quando possa essere dubbia la loro collaborazione,raccontero' dall'inizio alla fine la tormentata storia di enzo tortora nel mio prossimo post,per far luce su chi abbia gioito di questa tortura mediatica fatta ad ENZO TORTORA.................................

IL KILLER DEI FRTELLI GIRARDI

Dopo serrate indagini,e grazie all'esame del dna i carabinieri anno finalmente dato un volto agli assassini dei fratelli girardi trucidati ad arzano a luglio dell'anno scorso.Nella foto si vede ALESSANDRO MAISTO arrestato proprio il giorno dell'assassinio del fratello MARCO MAISTO detto o'mericano massacrato a melito in circostanze ancora da chiarire,alessandro e' stato l'artefice e l'esecutore materiale del duplice omicidio costato la vita ai due fratelli fedelissimi dei di lauro CIRO e DOMENICO GIRARDI,non e' chiaro ancora se dopo pochi mesi dal massacro dei due fratelli il maisto sia responsable anche dell'omicidio della mamma dei girardi PATRIZIA MARINO massacrata anche lei ad arzano in un negozio di giocattoli.In principio l'assassino dei fratelli girardi era stato attribuito al clan di lauro,per via di un cugino dei fratelli passati a collaborare con le forze dell'ordine,poi si era pensato che fossero stati gli scissionisti per vendicarsi degli omicidi commessi dai due fratelli all'epoca della sanguinosa faida di sampia,ma grazie al dna e alle dichiarazioni dei neo collaboratori di giustizia EMILIANO ZAPATA e GIUSEPPE MISSO junior entrambi nipoti di o' nasone si e' arrivati a mettere la parola fine anche a questo afferrato duplice omicidio.Come raccontano i collaboratori di giustizia ALESSANDRO MAISTO era da tempo che voleva eliminare i fratelli girardi,tanto e' vero che anche i nipoti del ras della sanita' si mobilitarono per dar man forte al maisto che non vedeva di buon occhio i due fratelli anche loro camorristi che ad arzano dettavano legge per i di lauro,non si spacciava droga senza il loro ordine,e chi lo faceva doveva per forza rifornirsi da loro,e per faccende legate alla droga che i girardi picchiarono e minacciarono di morte un cugino del maisto che se la lego' al dito questo affronto,quando scoppio' la faida di secondigliano in contemporanea a quella della sanita',ALESSANDRO MAISTO ha fatto da killer per entrambi i clan,a secondigliano per i di lauro,e alla sanita' per i misso in guerra contro i torino.E proprio per l'alleanza stretta con i boss della sanita' e per gli omicidi commessi per i misso che alessandro per essere ricambiato fece ai nipoti di GIUSEPPE MISSO la richiesta di appoggiarlo per uccidere i girardi,tanto secondo lui la colpa cadeva sicuramente sugli scissionisti che avevano da vendicarsi con i girardi.Quando colpi' i due fratelli lo fece con una ferocia e una freddezza fuori tempo,prima li investi' con un auto rubata poi li fini' a terra a colpi di fucile sfigurandoli entrambi al volto.

mercoledì 3 ottobre 2007

MARIA LICCIARDI


Tra le tante donne potenti della camorra napoletana,non puo' passare inosservata la sorella del boss GENNARO LICCIARDI detto' a scigna',sin dalla scalata ai vertici della camorra di secondigliano MARIA LICCIARDI e sempre stata vicino al fratello,pronto a consigliarlo e in alcuni casi a proteggerlo.Va di fatti ricordato quando all'interno del clan si creo' la cosiddetta spaccaura dei collaboratori di giustizia,all'epoca si penti' un boss di miano tale COSTANTINO SARNO,che con le sue dichiarazioni fece smembrare il clan in due fino a che A'PICCERELLA come era soprannominata non decise di scendere in campo facendo ritrattare il sarno in cambio di ben 2miliardi di lire.Ma sono tanti i retroscena in cui vedono coinvola a'piccerella,quando gli ammazzarono il nipote detto o'principino figlio della sorella,fu lei a volere la morte dei responsabili dell'agguato costato la vita a suo nipote,furono massacrati in pochi giorni una decina di affiliati al clan di PAOLO DI LAURO all'epoca dei fatti non ancora potente prima della faida.

LE ACCUSE CONTRO I CAPITON'

Contro Massimo Tipaldi, il quadro indiziario si è raddoppiato. Oltre alle prove raccolte che hanno portato al suo arresto sono state depositate ieri contro l’imputato le dichiarazioni di Giuseppe Misso “’o chiatto” e di suo fratello Emiliano Zapata e di Michelangelo Mazza. Inoltre il pubblico ministero Antimafia Sergio Amato, ha chiesto il deposito anche delle intercettazioni telefoniche inedite raccolte nel decreto di fermo che hanno portato all’arresto di Salvatore Lo Russo e di suo nipote Raffaele Perfetto. Le intercettazioni proverebbero l’affiliazione di Massimo Tipaldi e l’inquadramento dello stesso nel clan Lo Russo il che farebbe inquadrare l’omicidio nella faida per il controllo del territorio di Chiaiano tra i “capitoni” e gli Stabile. Per l’accusa Massimo Tipaldi nel giugno 2004, assalì un’ambulanza per uccidere Salvatore Manzo, affiliato al clan Stabile. Il 25enne, difeso dagli avvocati Claudio Davino e Luigi Senese, ieri era in aula nel corso del processo in Corte d’Assise. Fu fermato, in via Vittorio Veneto, dalla sezione omicidi della Squadra Mobile di Napoli. Le accuse nei suoi confronti sono partite da Paolo Lo Monaco, testimone di giustizia che fu chiamato a testimoniare proprio nel corso del dibattimento in Assise dove furono condannati i presunti assassini. Incassarono l’ergastolo Antonio Lo Russo, Salvatore Razzano, Antonio Barone e Luigi Pompeo. Condanna a un anno e mezzo nei confronti di Rosario Velotti, accusato di favoreggiamento a fronte di una richiesta di tre anni di reclusione. Lo Monaco riferì di aver appreso che a guidare una delle moto usate per il duplice agguato era proprio Massimo Tipaldi. Accusa questo confermata dai fratelli Misso e da Michelangelo Mazza. L’accusa è di duplice omicidio aggravato e i fatti risalgono a tre anni fa quando, per favorire il clan Lo Russo, furono uccisi Salvatore Manzo e Giuseppe D’Amico, altro uomo del clan Stabile e guardaspalle del boss. Accadde tutto nel quartiere collinare di Capodimonte: pochi minuti bastarono per mettere in atto una scena da far west. Salvatore Manzo era stato ferito, il 19 maggio del 2004, da Giovanni Brando, titolare di una concessionaria di moto, nel quartiere Chiaiano, stanco di pagare il pizzo. Era stato, quindi, ricoverato all’ospedale Cardarelli. Nella serata del 1 giugno 2004, un’ambulanza stava trasferendo Manzo dal Cardarelli ad una clinica di San Giorgio a Cremano quando, nel quartiere di Capodimonte, iniziò l’assalto. I sicari sparano circa 15 colpi e uccisero in viale Colli Aminei, Giuseppe D’Amico che stava scortando l’ambulanza a bordo di una Punto Grigio. Poi, presero di mira l’ambulanza. I killer fecero scendere autista e barellieri sulla rampa della Tangenziale all’uscita di Capodimonte, aprirono le porte e spararono contro Manzo, uccidendolo sul colpo. Nell’agguato restò ferita anche la moglie del pregiudicato. Dopo una settimana furono fermati tre presunti killer, e poi anche Massimo Tipaldi da considerare innocente fino a sentenza definitiva. Oltre all’accusa di duplice omicidio aggravato, su di lui pesano anche altre accuse: lesioni aggravate, ricettazione, detenzione e porto in luogo pubblico di arma da guerra e arma comune da sparo con l’aggravante per aver commesso il fatto al fine di agevolare l’attività del clan Lo Russo. Gli agenti sono arrivati a lui intercettando i telefoni cellulari della moglie. Tipaldi si era reso volontariamente latitante da poco dopo il fatto ed è stato fermato a pochi metri dall’abitazione della consorte in via Vittorio Veneto a Secondigliano

Diecimila euro al mese per uccidere


Percepivo 10mila euro al mese, diventati 2.500 nel periodo in cui ero detenuto. Gli emolumenti venivano decisi da Vincenzo Mazzarella e successivamente da Paolo Ottaviano, che li mandava attraverso un suo uomo». Il 13 febbraio scorso l’ultimo pentito di camorra della cosca Mazzarella, il 33enne Ciro Giovanni Spirito, ha raccontato al pm della Dda Vincenzo D’Onofrio la sua vita di killer superpagato al servizio della camorra. «Ho iniziato come semplice autista o conducente di motocicli per arrivare ben presto a commettere omicidi nell’interesse del clan e comporre così il gruppo di fuoco dell’organizzazione: allora il mio stipendio aumentò notevolmente. Con gli anni sono via diventato uno degli uomini di più stretta fiducia del capoclan Vincenzo Mazzarella, con il quale fui catturato nel 1999 in Francia». Spirito nel corso dello stesso interrogatorio ha anche parlato degli emergenti del clan (fermo restando la presunzione di estraneità ai fatti narrati delle persone tirate in ballo fino a prova contraria). «Roberto Mazzarella, dal momento che lo zio Vincenzo è stato sottoposto al regime del 41 bis - ha raccontato -, è diventato insieme a Paolo Ottaviano, il capo dell’organizzazione: in particolare per San Giovanni a Teduccio e per la provincia di Napoli». Di Ciro Giovanni Spirito gli investigatori si occuparono già prima di arrestarlo per le estorsioni nel centro storico di Napoli. Fu indagato, processato e assolto per l’omicidio di Egidio Cutarelli, caduto nelle concitate fasi dell’agguato a Francesco Mazzarella davanti al carcere di Poggioreale. Ci fu un botta e risposta con gli uomini del clan Contini, cui secondo l’accusa originaria partecipò anche il neo pentito. A gennaio 2005 Ciro Giovanni Spirito fu ammanettato nel corso di un blitz antiracket insieme con altri 7 indagati. Nel corso dell’inchiesta, a dimostrazione del suo spessore criminale, venne fuori che lui ed Eduardo Bove avevano chiesto la tangente allo stesso commerciante, prova della fuoriuscita del ras ucciso dai Mazzarella. Lo rivelò un commerciante, riferendo di aver versato a Eduardo Bove una prima tangente di 1.500 euro; ma poco dopo gli fu chiesta una seconda, in nome di Ciro Giovanni Spirito, che agiva senza essere collegato al primo. In quell’occasione fu il boss in procinto di staccarsi dal clan a convincere “Ciruzzo” a desistere. Ma evidentemente i luogotenenti di Vincenzo Mazzarella avevano già intrapreso strade diverse: si spiegherebbe così l’immediata risposta della “casa-madre”, che inviò un uomo più fidato a chiedere il “pizzo” al commerciante. Di Spirito ha parlato anche l’altro pentito del clan Mazzarella, Nunzio Saltalamacchia. Alcuni “bancarellari” della Maddalena pagavano le tangenti, ma pretendevano in cambio dal clan Mazzarella la massima tranquillità. Venivano accontentati, al punto tale che non venivano più tollerati borseggi in zona: chi ci provava veniva picchiato e allontanato in malo modo. Garante di questo era proprio “Ciruzzo”.

«Ai Quartieri comandano i Di Biasi»


Dalle dichiarazioni che ha reso agli inquirenti, Salvatore Terracciano “’o nirone”, tesse le trame della malavita che controlla i traffici illeciti nei vicoli a ridosso dei Quartieri Spagnoli. O almeno quello che lui crede che siano i veri capiclan della zona. Nel verbale del 10 agosto ha raccontato al pubblico ministero Raffaele Marino che attualmente ai Quartieri Spagnoli comandano i “Faiano”, in particolare Luigi Di Biasi e il cognato Raffaele Scala, detto “’o boss”. «I miei rapporti con la famiglia Di Biasi nell’ultimo periodo sono stati di non belligeranza, nel senso che ognuno si gestiva il proprio territorio e si faceva i fatti suoi, ma non c’è mai stata troppa simpatia tra di noi - ha detto il neo collaboratore di giustizia -. La famiglia Russo, e in particolare i figli di “Mimì dei cani” erano i rappresentanti dei Misso ai Quartieri Spagnoli. Prima di essere arrestato nel 1997 io avevo un buon rapporto con “Mimì dei cani”, quando poi sono uscito c’erano i figli e con costoro non c’è stato un buon rapporto, anzi ho notato che loro avevano un accanimento nei miei confronti, tanto che hanno pure fatto qualche sparatoria nel vicolo dove abito e hanno minacciato dei miei familiari - ha continuato il collaboratore di giustizia -. Per chiarire questa situazione, nell’aprile-maggio 2000 io sono anche stato a casa di Giuseppe Misso. In un primo momento il contatto con il Misso doveva avvenire tramite Gaetano Tipaldi, un mio parente acquisito. Successivamente, tramite Giuseppe Toscano un altro mio parente, che è legato da rapporto di comparatico con Giuseppe Misso, chiesi un appuntamento con quest’ultimo. Il Toscano mi procurò l’appuntamento col Misso e fu così che lo incontrai a casa sua alla Sanità. Io mi sono visto più volte con Giuseppe Misso, sempre tramite il Toscano, per parlare sia dell’accanimento nei confronti della mia famiglia da parte dei figli di “Mimì dei cani”, sia in relazione all’omicidio di Maurizio Russo perché in un primo momento si era sparsa la voce che tale omicidio era stato da me commesso e per questo il Misso voleva dei chiarimenti», ha concluso Terracciano “’o nirone”. Poi accenna alle alleanze che lo stesso aveva avuto con altri esponenti malavitosi ed in particolare con il clan Lepre del Cavone. «Sono persone che io conosco da sempre, perché le nostre zone di influenza sono contigue. È vero che c’è stato un momento di contrasto, di cui ho saputo mentre ero in carcere. Ne ho parlato con uno dei fratelli Lepre, detto “’o ninnillo”, al carcere di Secondigliano. In realtà, come mi spiegò poi “’o ninnillo”, erano i Russo che andavano a sparare al Cavone, accusando poi i Terracciano; e così i Lepre venivano poi a sparare nel nostro vico. Ho saputo anche, sempre da “’o ninnillo” in carcere, e anche da Carmine Piccirillo, fratello di “Tore ’e Silvestro”, che lo “sceriffo” Ciro Lepre, capo del clan era stato convocato da Salvatore Savarese, esponente del clan Misso, alla Sanità, per istigarlo a commettere reati contro di me. Infatti, i Misso non si fidavano fino in fondo di Ciro Lepre. Il Savarese avrebbe detto, secondo quanto mi ha raccontato il “ninnillo” di avere saputo da Ciro Lepre che si era incontrato con me e voleva spiegazioni in tal senso».

Cardillo ucciso dai “Faiano





Il neocollaboratore di giustizia Salvatore Terracciano ha raccontato ai pubblici ministeri della Dda tutto ciò che conosceva su omicidi che lui stesso aveva commesso e su altri delitti che avevano commesso persone che conosceva. Per questo ha parlato con gli investigatori dell’omicidio di Antonio Cardillo facendo il nome di Raffaele Scala che però va considerato assolutamente innocente fino a prova contraria anche perché nei suoi confronti non c’è neanche un avviso di garanzia ma è il nuovo pentito che ne fa cenno nei suoi verbali. «Sull’omicidio di Antonio Cardillo confermo quanto ho dichiarato nel precedente interrogatorio. Preciso che tale omicidio è avvenuto quando io stavo in carcere e quando sono uscito ne ho parlato con Raffaele Scala detto “’o boss” e cognato dei “faiano” e costui mi riferì che il Cardillo era una persona che non gli dava ascolto e stava prendendo il volo, e mi fece capire che era stato lui ad ucciderlo e quindi i “faiano”». Ha poi continuato parlando di un’altro fatto di sangue che doveva compiersi ai danni di una persona dei Quartieri ma il tentativo di gambizzazione non andò a buon fine perché la pistola si inceppò. «Conosco una persona soprannominata Tonino e “mezza lingua”. Ho conosciuto molti anni fa questa persona in carcere, a Poggioreale e l’ho poi incontrato un paio di volte fuori dal carcere, anche a casa mia. Nel marzo di quest’anno (2006, ndr) venne il Tonino mezza lingua a casa mia e mi chiese di interessarmi di un problema che aveva con un ragazzo dei Quartieri perché c’erano degli assegni non pagati. Io gli dissi che me ne sarei interessato e diedi incarico a Francesco Castaldo di gambizzare questo ragazzo. L’attentato, poi, non è riuscito perché si inceppò la pistola. Per quello che mi ricordo, insieme a Francesco Castaldo, doveva fare questo attentato anche un tale Esposito di cui non ricordo il nome. Il Tonino mezza lingua fa parte del clan Mazzarella. Io personalmente non ho mai avuto rapporti con la famiglia Mazzarella». Il pm gli chiede poi se conosce un tale chiamato “Peppe pummarola” che si doveva sparare. «Forse si tratta proprio della persona che si doveva sparare. Per quello che mi risulta mio figlio Eduardo non è mai stato coinvolto in nessuno di questi fatti delittuosi». L’interrogatorio poi continua e il pubblico ministero rappresenta la circostanza che nel corso del primo interrogatorio emersero alcune contraddizioni fra le dichiarazioni di Salvatore Terracciano relativamente ai propri familiari e quanto invece emergeva da altre fonti probatorie acquisite con particolare riferimento ai suoi familiari. Terracciano allora dichiara: «quanto a mio fratello Franco confermo che lui presta i soldi a interesse ma non ha mai fatto parte di alcun clan camorristico ne io ho mai ricevuto da lui soldi, né mi risulta che egli abbia mai investito il provento dell’attività usuraia in partite di droga. Confermo poi quanto ho dichiarato in relazione a mia sorella Anna e cioè che costei non ha mai fatto parte di alcun clan camorristico e che in qualche occasione è solo intervenuta in favore dei miei familiari per vicende strettamente attinenti alla mia famiglia», ha concluso l’ex boss ora collaboratore di giustizia dal mese di agosto del 2006 e precisamente dal 10 agosto.

I parenti di Scarpato: tragico errore

Non abbiamo mai ricevuto alcuna pressione da parte dei clan, la morte di mio zio è da imputare soltanto ad un tragico errore di persona». Resta delle sue idee, Patrizio Scarpato, nipote di Antonio, il 61enne crivellato di pallottole lo scorso mercoledì mattina in largo Santa Maria del Pianto. Le caratteristiche dell’agguato lasciarono immediatamente credere ad un regolamento di conti di matrice camorristica, ipotesi che smentì subito la stessa famiglia, evidenziando l’estraneità dell’uomo dagli ambienti della criminalità organizzata. La fedina penale di Scarpato era infatti immacolata, circostanze che hanno fatto successivamente pensare al pressing della malavita, intenzionata ad entrare nel business delle rottamazioni. Ad un rifiuto di facili favori della vittima sarebbero quindi scattati in azione i killer, riempiendo di piombo l’imprenditore nel settore dell’autosoccorso. Tuttavia i congiunti non sono convinti neanche di questa possibilità, poiché nessun membro della ditta ha subito di recente intimidazioni o minacce: «Posso garantire che non si tratta di questo - dice ancora il signor Patrizio - mio zio è stato senza dubbio scambiato per qualcun altro o come già dissi avrà cercato di resistere ad un tentativo di rapina». Un intero quartiere, intanto, è con il fiato sospeso. Antonio era infatti benvoluto da tutti e rappresentava la classica figura dell’uomo perbene: «Per me è stato come perdere un padre - racconta affranto il nipote - mi ha allevato e poi indirizzato nel mondo del lavoro. A testimonianza dell’innocenza di mio zio ci sono i numerosi attestati di stima che ci sono giunti. In questi giorni sono tornato sul luogo del delitto - aggiunge - ed ho potuto osservare i fiori che la gente ha depositato». Scarpato era quindi una persona che faceva della semplicità il suo stile di vita. Una solo passione vera oltre il lavoro, quella per le auto e le moto d’epoca: «Quando riusciva a mettere da parte qualcosa - riprende Patrizio con un acre accenno di sorriso - manifestava un profondo interesse per i motori. Nel suo garage ci sono infatti una Jaguar ed un Harley, “pezzi” da museo che curava quasi con affetto». Tutto frutto del duro lavoro svolto da decenni, con le sedi dell’azienda familiare dislocate lungo buona parte del territorio cittadino, punti di riferimento per una folta e sempre soddisfatta clientela. «In genere è la voce del popolo che rivela la realtà dei fatti - esprime ancora il consanguineo della vittima - Mio zio è stato freddato nonostante portasse addosso i segni degli handicap che gli erano sopraggiunti, le tracce di un’ischemia che l’aveva debilitato fino a reggersi in piedi con enorme difficoltà». La Smart scura in cui l’uomo è stato assassinato era di fatto completamente automatica, sintomo inequivocabile dei problemi deambulatori da cui era afflitto il 61enne di viale Umberto Maddalena e stimato dall’intera comunità locale. Un rione che adesso aspetta solo di rendergli l’estremo saluto durante la cerimonia funebre. La data dell’esequie è stato frattanto fissata per domattina nella cappella cimiteriale del “Nuovissimo”, anche se si attende ancora il definitivo parere positivo del magistrato.

SVELATO L'OMICIDIO DI O'MOCILL


Ucciso per aver colpito l’uomo sbagliato. Punito per aver fallito la missione di morte affidatagli dai nuovi capi e che lo avrebbe accreditato nel nuovo cartello camorristico. Ucciso perché ritenuto inaffidabile. È lo scenario dell’ultima giornata di sangue e terrore alle porte di Napoli, la faida bis per la conquista delle piazze di droga. Uno scenario che va ricostruito a partire dalla fine: ore 22, martedì notte, viene ucciso ad Arzano Luigi Magnetti, 21 anni, una carriera criminale iniziata adolescente a fianco dei boss di casa Di Lauro. Omicidio 86 nel 2007: un delitto che riconduce alla guerra tra quel che resta del clan di Paolo Di Lauro e i potentissimi scissionisti degli Amato-Pagano. Una guerra che ha assunto strategie differenti rispetto alla prima stagione di violenza, che tra il 2004 e il 2005 consumò 58 omicidi in pochi mesi. Non più uno scontro frontale tra due eserciti, ma una serie di colpi sferrati alla roccaforte dei Di Lauro da parte dell’ultima generazione di scissionisti. Dopo gli scissionisti, dunque, ecco arrivare i «girati». Sono i fuoriusciti dell’ultima ora, la terza generazione dei boss storici, «quelli che si sono arrevotati» - si legge negli atti d’indagine - giovanissimi al soldo dei più forti, che abbandonano i Di Lauro. Una strategia assunta anche da Luigi Magnetti, ucciso poche ore dopo l’incursione nel bar «Mary» al rione Berlingieri. Ha pagato con la vita - spiegano gli inquirenti - l’errore di persona. Ha puntato alla sagoma sbagliata: ha ammazzato Salvatore Ferrara (22 anni), ma la vittima designata era Paolo De Lucia (parente del 19enne Ugo De Lucia, gravemente ferito nel corso del raid), altro esponente della famiglia del rione Berlingieri storicamente vicina al clan di Ciruzzo ’o milionario. Ferrara aveva la stessa corporatura di Paolo De Lucia, una somiglianza che si è rivelata fatale. Fatto sta che poche ore dopo l’agguato nel bar «Mary», Magnetti è stato ucciso ad Arzano. Gli inquirenti della Mobile - coordinati dal vicequestore Vittorio Pisani e dal capo della omicidi Pietro Morelli - hanno ricostruito le sue ultime ore di vita: una doccia dopo l’agguato, via la tuta e le scarpe da ginnastica, abiti puliti per l’appuntamento con gli affiliati dell’ultima ora. In via Caiazza ad Arzano, però gli è toccata la punizione del clan al quale cercava di affiliarsi. Da qualche tempo, il ventunenne aveva lasciato via del Lungo Ponte a Secondigliano, la zona della Villanella Grassa e si faceva vedere spesso ad Arzano. Un cambio di residenza che agli occhi degli inquirenti della Dda (i pm Sergio Amato e Stefania Castaldi) vale come una prova della nuova affiliazione, sul quale il giovane pregiudicato aveva costruito il suo futuro criminale, provando a «girarsi» a favore dei più forti, incappando però nella giustizia privata degli scissionisti.