martedì 19 giugno 2007

Guardaspalle di Marino preso con armi e droga

carabinieri sono al lavoro per venire a capo
dell’ultima ondata di omicidi che ha insanguinato
l’area nord di Napoli, e sono sicuri di essere ad
un passo dalla soluzione di almeno uno dei numerosi
delitti. Intanto, stanno controllando uno ad uno
tutti i personaggi ritenuti sospetti a motivo della loro
vicinanza ai ras degli scissionisti di Melito. Così,
ieri, nel corso dei controlli in strada, a Melito una
pattuglia dei carabinieri ha intercettato Nicola Mele,
21 anni, melitese già noto alle forze dell’ordine,
ritenuto un personaggio molto vicino agli “scissionisti”
in guerra con il clan camorristico dei Di Lauro.
Secondo gli investigatori, Nicola Mele sarebbe
stato a lungo il guardaspalle di Gennaro Marino, detto
“Genny Mackey”, uno dei capi degli scissionisti
riunitisi attorno ai Pagano-Amato.
Mele, pur non essendo ricercato, alla vista dei carabinieri
ha tentato una fuga finita brevemente in
via Giulio Cesare con le manette ai polsi. Nelle tasche
e nello scooter il giovane aveva due potenti pistole
e molta droga. Per questo è stato arrestato in
flagranza di reato e accusato di detenzione e porto
illegale di armi da fuoco, ricettazione (una delle armi
risulta rubata) e detenzione a fini di spaccio di
stupefacenti. Oggi dovrà comparire davanti al gip
per la convalida del fermo. Che appare scontata dal
momento che Mele è risultato in possesso di una pistola
semiautomatica calibro 7,65 con 7 cartucce nel
caricatore e colpo in canna (risultata rubata a Pontecagnano
il 24 febbraio ad un 50enne del luogo),
di una pistola semiautomatica calibro 9 con 7 cartucce
nel caricatore e colpo in canna, di 100 grammi
di cocaina, 182 grammi di hashish in 192 stecchette
e 4,50 grammi di eroina in 4 dosi. La droga
e le armi sono state sequestrate, mentre Mele è stato
accompagnato nel carcere di Poggioreale. L’aspetto
più importante del fermo è proprio nelle armi
sequestrate. Gli investigatori dell’Arma sospettano
che siano state usate di recente. Il calibro corrisponderebbe
alle armi utilizzate l’11 giugno nel
duplice delitto Vitale-Esposito sulla Statale Benevento-
Caianello, all’altezza di Telese. Ma non è
escluso che le stesse pistole possano essere state
utilizzate in altri agguati, come il duplice omicidio
di Maisto ed Esposito domenica mattina a Melito.
Per questo Mele è stato sottoposto all’esame dello
stube (i risultati tra qualche giorno), mentre le pistole
sono state inviate al Racis di Roma (Raggruppamento
carabinieri investigazioni scientifiche)
per verificare il loro eventuale utilizzo negli ultimi
omicidi. Ma gli investigatori puntano soprattutto
a verificare la compatibilità delle armi con l’omicidio
di Vincenzo Vitale (foto in alto), 30 anni,
ed Angelo Esposito (foto in basso), 35 anni, entrambi
di Melito. Il primo, vero bersaglio dei killer,
si era nascosto nel Beneventano sapendosi minacciato.
L’amico è stato costretto dai sicari a condurli
fino al nascondiglio di Vitale ed è stato ammazzato
assieme a lui. Un colpo alla nuca per ciascuno
mentre erano seduti sui sedili anteriori di un’auto,
ferma in una piazzola di sosta della Statale a Telese.
Un’esecuzione di stampo camorristico che aveva
fatto subito pensare alla faida di Scampia. Ma gli
inquirenti ritengono più plausibile che dietro al duplice
omicidio ci sia un movente passionale.

I Maisto uccisero Beninato

noi uccisero Ciro Beninato,
consuocero di Salvatore Torino detto
“Totoriello”. Sapevamo che erano dei
killer “professionisti”, lo avevano dimostrato
durante la faida di Secondigliano,
e un nostro affiliato propose di
sfruttarli».
Era il 27 maggio scorso quando Giuseppe
Misso “’o chiatto”, ormai ex boss
emergente del rione Sanità, pronunciava
queste frasi facendole mettere a
verbale. Con i pm antimafia che lo interrogano
il neo-pentito punta il dito
con decisione contro i
fratelli Maisto: Marco,
ucciso l’altra notte a
Melito, e Alessandro,
arrestato per l’omicidio
dei fratelli Girardi insieme
con Gennaro
Esposito.
Per il collaboratore di giustizia (fermo
restando la presunzione d’innocenza
fino a prova contraria delle persone
tirate in ballo nei racconti) Alessandro
Maisto aveva preso il comando
del gruppo durante la detenzione del
maggiore, Marco, e avevano formato un
forte gruppo ad Arzano proprio basandosi
sul legame con i Misso, autonomo
rispetto ai Di Lauro e agli “scissionisti”.
Ma per mantenere la posizione avevano
dovuto mettersi a disposizione dello
storico clan della Sanità nella guerra
con gli “scissionisti” Torino. Ecco
perché l’ipotesi che questi ultimi (intesi
come clan e non come persone allo
stato delle indagini) abbiano avuto
un ruolo nel clamoroso agguato costato
la vita anche a Irollo prende sempre
più piede (come anticipato ieri dal nostro
giornale): vendetta per la morte
violenta di Ciro Beninato e contemporaneamente
avvertimento ai pentiti,
cercando di intimorirli per non essere
tirati in ballo.
Beninato fu ammazzato il 3 dicembre
2005 e l’agguato rappresentò il “salto
di qualità” della faida della Sanità tra
i Torino e i Misso. Quella mattina i sicari
del clan Misso volevano ammazzare
anche il boss Salvatore Torino e
probabilmente era lui il bersaglio principale:
ma il capo degli scissionisti della
Sanità, individuato in strada da uno
“specchiettista”, fu rapidissimo nel rifugiarsi
nel portone del palazzo in cui
abitava mentre sotto i colpi degli assassini
in moto cadeva il consuocero,
59enne di via Fontanelle.
Invece rimase ferito, anche se gravemente,
uno dei guardaspalle del
gruppo trapiantato alla Sanità da Secondigliano
e Miano, che aveva il compito
particolare di proteggere la vittima:
Pasquale Donato, 33enne napoletano
d’origine ma da tempo resedente
a Marano.
L’incursione fu rapidissima e l’omicidio
eseguito da sicari spietati ma soprattutto
abili nel districarsi tra i vicoli
e raggiungere in pochi minuti un nascondiglio
sicuro. Dalla ricostruzione
compiuta dal pentito Giuseppe Misso
junior si capisce ora il perché: Alessandro
Maisto e Gennaro Esposito detto
“’o sfregiato”, arrestati domenica per
il duplice omicidio dei fratelli Girardi,
erano poco conosciuto nel rione Sanità
e poterono agire a volto scoperto
confondendosi tra i giovani in motorino
che a quell’ora scorazzavano per il
rione Sanità (ammesso
che effettivamente
siano stati
loro come sostiene
il collaboratore di
giustizia, circostanza
al momento da
non dare assolutamente
per certa).
Beninato era il consuocero di Salvatore
Torino, avendo il figlio di quest’ultimo
sposato la figlia della vittima
dell’agguato. Con il tempo il legame si
era saldato e quando erano scoppiati i
contrasti il 59enne Ciro non si era
schierato con i Misso ed era stato visto
in compagnia del ras “emigrato” da Secondigliano.
Sicuramente sapeva di essere
un potenziale bersaglio ma non
immaginava che i killer arrivassero nel
cuore del “regno” degli “scissionisti”:
sotto casa di “Totoriello ’o cassusaro”.

Alessandro, da killer dei Di Lauro a narcos con gli scissionisti

il 32enne pentito Giuseppe
Misso junior, «Alessandro Maisto
è stato un killer del clan Di Lauro durante
la faida. Poi dopo l’omicidio dei
due Girardi (per il quale è stato arrestato
l’altroieri mattina insieme con
Gennaro Esposito, ndr), insieme con il
fratello Marco avrebbe ottenuto dagli
scissionisti di Secondigliano di poter
trafficare droga in proprio». Su Alessandro
Maisto il collaboratore di giustizia,
ex ras emergente del rione Sanità
e fratello dell’altro pentito Emiliano
Zapata, ha parlato a lungo in due
interrogatori: il 22 e il 27 maggio. Nel
corso del primo Giuseppe Misso (nella
foto) “’o chiatto” si è soffermato sullo
smercio di sostanze stupefacenti che
sarebbe stato attuato dal 21enne arrestato
l’altra mattina. «Alessandro Maisto
- ha detto il pentito - gestiva anche
un traffico di droga insieme con personaggi
del calibro di Alessandro e
Marco Hudelka e Gennaro Esposito
detto “’o sfregiato” (tutti ovviamente da
ritenere estranei alle accuse formulate
fino a prova contraria, ndr). Grazie
a un nostro affiliato, Enzo Di Maio, abbiamo
stretto un gruppo, formato una
fratellanza. Ci vendevano pacchi di cocaina,
una volta ne avemmo 22 in un solo
giorno». Alessandro Maisto, che fino
ad allora era praticamente uno sconosciuto
alla maggior parte degli investigatori,
salì alla ribalta della cronaca
per la prima volta il 31 ottobre 2006.
Quel giorno furono arrestati in 7, accusati
di associazione per delinquere
di stampo camorristico mentre solo alcuni
anche di aver favorito la latitanza
di Emiliano Zapata Misso, catturato dai
carabinieri a Roma mentre si accingeva
a fuggire in aereo in Spagna.
Maisto junior (era più grande di lui
il fratello Marco, ucciso domenica, anch’egli
da considerare estraneo fino a
prova contraria alle accuse lanciate da
Giuseppe Misso) in quell’occasione era
in buona compagnia. Un'altra ordinanza
fu firmata nei confronti di Salvatore
Savarese, 53 anni, noto esponente
del clan Misso con il grado di luogotenente
storico secondo gli inquirenti.
Gli altri arrestati furono Vincenzo
Persico, 26 anni, Alessandro Hudelka,
28, Marco Hudelka, 23 e Pasquale
Conte, 19. Le indagini sull'attività
di favoreggiamento della latitanza
di Emiliano Zapata Misso si basarono
soprattutto su intercettazioni telefoniche
compiute dai carabinieri del Nucleo
operativo del comando provinciale

La prova di fedeltà: «Uccideremo Torino

L’obbiettivo era uno: arrestare
la faida alla Sanità. E uno dei modi
per farlo era ammazzare Salvatore
Torino “’o gassusaro”, ras degli scissionisti
del clan Misso. Ma chi poteva
addentrarsi fin dentro la roccaforte
del capoclan avversario, che
nel periodo della guerra di camorra si
era rifugiato a Marianella? Ci volevano
due facce pulite e soprattutto conoscotori
del territorio per le eventuali
vie di fuga e soprattutto per l’appoggio
logistico. Chi se non i fratelli
Maisto? A raccontarlo è il nuovo collaboratore
di giustizia Giuseppe Misso,
l’ex ras del clan del rione Sanità ,
dal mese di aprile passato a collaborare
con lo Stato. Le sue accuse hanno
ricostruito il movente e dato identità
ai presunti esecutori materiale
del duplice omicidio di Domenico e
Ciro Girardi avvenuto il 3 giungo del
2006. Nell’ordinanza di custodia cautelare
emessa dal giudice per le indagini
preliminari Oriente Capozzi,
Giuseppe Misso riempie due pagine
con le sue dichiarazioni e fa riferimento
al ruolo svolto nel clan Misso,
da lui capeggiato, fino a pochi mesi fa,
dai fratelli Alessandro e Marco Maisto.
Ecco uno stralci del suo racconto.
«Si tratta di due fratelli di Arzano
che sono sempre stati collegati ai Di
Lauro, in relazione ai passaggi di droga.
Alessandro lo conosco bene perché
è stato protagonista di alcuni
omicidi commessi durante la faida
con Torino Salvatore nel nostro interesse,
mentre Marco non l’ho mai conosciuto
personalmente
perché
non ci siamo
mai trovati liberi
contemporaneamente
». Inizia
così il racconto
di “’o
chiatto” che dimostra, secondo le tesi
del giudice per le indagini preliminari,
di conoscere i due fratelli, uno
ammazzato in un clamoroso agguato
avvenuto domenica all’alba nella zona
di Melito, l’altro invece arrestato
con l’accusa di essere l’assassino dei
fratelli Girardi. Con lui in carcere è finito
anche Gennaro Esposito, ammanettato
in una casa di Pisa dove si nascondeva
(i due sono difesi dall’avvocato
Maurizio Capozzi).
«Alessandro Maisto, durante la detenzione
del fratello Marco - continua
il collaboratore di giustizia - gestiva
da capo il suo gruppo composto dai
fratelli Alessandro e Marco Hudelka,
da Gennaro Esposito, detto “’o sfregiato”
per una vistosa cicatrice che ha
sul volto, da tale Ciro di cui non consco
il cognome ed altri ragazzi che sarei
però in grado di riconoscere in foto.
Alessandro Maisto insieme a Marco
Hudelka e Gennaro Esposito hanno
sancito una fratellanza con noi per
il tramite di Enzo Di Maio che conoscevo
già prima della faida per ragioni
di commercio di cocaina e al proposito
aggiungo che mi avevano venduto
anche due pacchi di cocaina».
Poi il suo racconto entra nel vito e si
riporta immediatamente alle fasi più
cruente della faida del rione Sanità.
«Quando è scoppiata la faida della
Sanità Enzo Di Maio mi propose di
sfruttare la loro abilità criminale a
nostro vantaggio approfittando del
fatto che erano facce sconosciute alla
Sanità e che lui sapeva di essere
abili killers che già avevano avuto
esperienza nella faida di Secondigliano,
contro gli scissionisti del clan
Di Lauro - dice Peppe “’o chiatto -. Mi
sembrò una buona idea e quindi concordai
con Alessandro Maisto ed
Esposito Gennaro tale fratellanza,
che loro vollero sancire offrendosi di
andare a Marianella per uccidere
Salvatore Torino. Si proposero con
una tale sicurezza e disinvoltura che
mi fece dapprima dubitare anche se
dopo l’omicidio di Ciro Beninato mi
dovetti ricredere perché dimostrarono
effettivamente la loro spregiudicatezza
». Ciro Beninato era il consuocero
di Salvatore Torino e fu ammazzato
in vico Portico Dita alla Sanità
il 13 dicembre del 2005.

Tentammo due volte di ammazzare i Girardi

Nell’ordinanza contro Alessandro Maisto
e Gennaro Esposito per il duplice omicidio
dei fratelli Girardi (nella foto) la ricostruzione
più dettagliata viene dal neo pentito Giuseppe
Misso “’o chiatto”. È lui a rivelare che l’omicidio
non rientra nella faida Di Lauro-Scissionisti.
Infatti sia le vittime sia gli assassini facevano
parte del clan Di Lauro. L’agguato fu deciso
da Alessandro Maisto per «diverbi per ragioni
legate alla droga. In particolare Alessandro
Maisto mi riferì che suo cugino era stato
schiaffeggiato, per questioni di droga, da Girardi
Domenico, detto “er Nino”». Maisto chiese
ai Misso di commettere l’omicidio come contropartita
per l’omicidio di Ciro Beninato, «rassicurandoci
che la colpa sarebbe andata sugli
scissionisti». Peppe Misso dice di averne parlato
col fratello Emiliano Zapata (ora anche lui
pentito) e, dopo aver preso un po’ di tempo, di
aver mandato ad Arzano per uccidere i Girardi
tre persone: «Vincenzo Persico, Vincenzo Di
Maio e Pasquale Amatrudi andarono ma non si
presentò l’occasione propizia». Poi toccò ad
Emiliano Zapata: «Mentre ero in cella, mio fratello
Emiliano Zapata ha dormito due o tre giorni
ad Arzano perché Alessandro Maisto gli aveva
chiesto di aiutarlo a commettere l’omicidio
dei Girardi». Ma anche in quella occasione il
piano non si realizzò. Continua Peppe Misso:
«Ho saputo poi da Salvatore Romagnolo, mentre
entrambi eravamo detenuti nel carcere di
Secondigliano, che a commettere l’omicidio sono
stati Alessandro Maisto, Marco Hudelka (ma
questi è stato scagionato dal pm, ndr), Gennaro
Esposito e Ciro (di cui Misso non ricorda il
cognome, ndr)». Misso rivela anche che una delle
due pistole utilizzate per uccidere i fratelli
Girardi è la stessa usata per l’omicidio di Francesco
Festa Caruso, nella faida della Sanità. Le
armi, rivela Misso, le fornì Romagnolo e poi furono
ritrovate parzialmente distrutte nei pressi
di Sant’Antimo o Casandrino. «Romagnolo mi
disse poi che subito dopo l’omicidio tutti e quattro
si sono rifugiati a Porta San Gennaro». La
stessa versione dei fatti fu riferita a Peppe Misso
dallo stesso Marco Hudelka.

Oggi davanti al gip i tre estorsori dei Lago


Saranno stamani dinanzi al gip del Tribunale di Napoli i tre estorsori del clan Lago di Pianura arrestati venerdì scorso dai carabinieri dopo la denuncia di un imprenditore edile. Le porte del carcere di Poggioreale si sono aperte per Vincenzo Tuccillo, 43 anni, per Alfredo Foglia, 35 anni, figlio del boss Vincenzo, e per Michele Pompeo, 45 anni, tutti di Pianura e personaggi con alle spalle numerosissimi precedenti, ritenuti dai carabinieri vicini al clan Lago di Pianura che per un periodo è stato retto dal boss Carlo Tommaselli, detto “Carlucciello”, cognato dei Lago. L’accusa per tutti è di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Secondo i carabinieri del nucleo operativo, con il maggiore Francesco Rizzo, e i colleghi della compagnia di Pianura, con il capitano Pascale, i tre malviventi in una settimana si sono presentati più volte, in nome e per conto degli “amici di Pianura”, al titolare di un’impresa edile impegnata nel rifacimento di un collettore fognario nel quartiere della periferia nord-occidentale della città. E dopo un primo approccio più o meno amichevole sono passati ben presto alle vie di fatto mostrando all’imprenditore una micidiale pistola. Ma la vittima delle pressioni camorristiche non si è persa d’animo, si è recata presso il comando provinciale dei carabinieri di Napoli ed ha raccontato tutto, dando anche una dettagliatissima descrizione fisica dei tre malviventi che lo avevano minacciato. Così, dopo una indagine-lampo, gli investigatori dell’Arma, coordinati dal pm della Dda Del Prete, sono risaliti ai tre affiliati al clan Marfella-Tommaselli ed hanno eseguito i decreti di fermo. Ora gli “007” dell’Arma stanno cercando di capire se i tre avessero altri complici e se avessero preso di mira altri imprenditori o commercianti della zona di Pianura. Nel corso delle indagini è emerso che i tre estorsori del clan Lago, armati, avevano minacciato l’imprenditore cercando di imporgli una tangente di 50mila euro, ma la vittima non si è lasciata intimidire.

l'omicidio dei fratelli girardi svelato

«Abbiamo chiamato i Maisto
per compiere omicidi contro i Torino
e loro ci chiesero di eliminare i fratelli
Girardi, che avevano schiaffeggiato un
loro cugino. Noi andammo ad Arzano
per ammazzarli ma non li trovammo».
È in un recente interrogatorio che il
pentito Giuseppe Misso “‘o chiatto”
(nella foto a
destra), parlando
anche
di Emiliano
Zapata (nella
foto a sinistra),
che fa
riferimento a
Marco e Alessandro Maisto. Confermando
anche ciò che gli investigatori
già sapevano: i Maisto avevano aiutato
Emiliano Zapata Misso nella latitanza,
ospitandolo in un appartamento
nella sua disponibilità ad Arzano.
Le dichiarazioni di Giuseppe Misso
junior sono contenute nell’ordinanza
di custodia cautelare a carico di Alessandro
Maisto, peraltro incastrato dai
carabinieri dell’attivissimo maggiore
Cagnazzo e del Ris attraverso il Dna.
E fanno pensare che gli inquirenti
credono molto alla pista dell’avvertimento-
vendetta trasversale per il
pentimento di “‘o chiatto”, del fratello
Emiliano Zapata e del cugino Michelangelo
Mazza.
In ogni caso, confermano che a uccidere
i fratelli Girardi (fermo restando
la presunzione d’innocenza
per gli indagati e per tutti quelli tirati
in ballo dai collaboratori di giustizia)
sarebbe stato Alessandro Misto
insieme con Gennaro Esposito, i due
arrestati proprio ieri mattina pochi
minuti dopo il duplice omicidio.

Inseguiti, due sospetti cadono dalla moto

Non si sono fermati a Melito all’alt
dei carabinieri nella notte e automaticamente,
una volta raggiunti e bloccati
dopo essere caduti dalla motocicletta, sono
diventati “sospetti” per il duplice omicidio
Maisto- Irollo. Dall’altra notte sono
ricoverati, opportunamente controllati
dagli uomini dell’Arma ma non piantonati
in quanto non sono in stato d’arresto,
due napoletani originari di Secondigliano
ma residenti tra Arzano e Melito. Gli investigatori,
pur non trovandoli armati , li
hanno sottoposti alla prova dello Stube
per verificare un loro eventuale coinvolgimento
nell’agguato scattato in via Galileo
Galilei.
L’ipotesi al momento privilegiata è che ci
sia stato un summit di camorra per i traffici
di droga (il business alla base di quasi
tutte le guerre di camorra e in particolare
di quella di Scampia), rivelatosi poi
una trappola per Marco Maisto e Giovanni
Irollo. E che vi abbiano partecipato anche
i due uomini finiti a terra durante
l’inseguimento. Si tratta di persone collegate
ad ambienti della criminalità organizzata
dell’area a nord di Napoli, divisa
tra il clan Di Lauro e gli “scissionisti”, intendendo
per questi ultimi oltre al clan
Amato-Pagano anche gli uomini del boss
detenuto Salvatore Torino “’o gassusaro”.
Vicini al supergruppo gli investigatori
ritengono anche i Lo Russo di Miano, i
famosi “capitoni”, anche se finora ogni
ipotesi su una loro discesa in campo nella
guerra di Scampia è rimasta sempre soltanto
tale. Le condizioni dei due feriti
per l’incidente stradale di Melito non sono
gravi ma probabilmente ancora per
qualche giorno dovranno rimanere ricoverati
in ospedale.

Duplice omicidio, messaggio ai Misso

Vendetta o avvertimento del
clan Torino per il pentimento di Michelangelo
Mazza, Giuseppe ed Emiliano
Zapata Misso, cui i fratelli Maisto
erano in stretti rapporti con un legame
di subordinazione, o faida di Secondigliano
tra i Di Lauro e gli “scissionisti”.
Sono le piste maggiormente
seguite dagli inquirenti per risalire
a mandanti ed esecutori del duplice
omicidio dell’altra notte, partendo
soprattutto da una considerazione
basata su una circostanza:
Marco Maisto (uno dei due uccisi) e
il congiunto Alessandro (arrestato
per il delitto dei fratelli Girardi, di cui
scriviamo a parte) vengono tirati in
ballo da “Peppe ’o chiatto”
in relazione ad alcuni omicidi
del rione Sanità e la loro
eliminazione potrebbe
mirare a intimidire i due
fratelli e il cugino diventati
nei giorni scorsi collaboratori
di giustizia.
Alle 4 e 45 di ieri è stato ucciso, oltre
al 24enne con lievissimi precedenti
Marco Maisto (25 anni a luglio),
anche l’incensurato 26enne (27 anni
li avrebbe compiuti a novembre)
Giovanni Irollo. Abitano nella stessa
strada (via provinciale Arzano-Casandrino,
in territorio di Arzano) ed
entrambi erano considerati uomini
del clan Misso ma contemporaneamente
vicini ad alcuni “scissionisti”
e sopportati dai Di Lauro per il rispetto
dovuto ai boss della Sanità.
Stesso ragionamento gli investigatori
dell’arma e gli inquirenti della Dda
lo fanno per Alessandro Maisto, fratello
di Marco arrestato ieri come
esecutore del duplice omicidio dei
fratelli Girardi.
L’ipotesi più probabile è che Maisto
e Irollo siano stati attirati in una
trappola da persone che conoscevano
o traditi alla fine di un summit da
uno dei partecipanti. Ecco perché si
erano mossi senza armi addosso di
notte da Arzano, dove certamente conoscevano
meglio il territorio, a Melito,
cittadina sotto il controllo degli
Amato-Pagano (“scissionisti”), in
buoni rapporti con i Torino della Sanità
(nemici dei Misso e protagonisti
con essi di una lunga faida) e con i Lo
Russo di Miano. Cosicché la pista di
un interesse a evitare con l’intimidazione
che i due Misso fratelli pentiti
tirino in ballo troppe persone ha
preso subito slancio, anche se nulla
di certo al momento può essere messo
nero su bianco.
La dinamica del duplice omicidio,
avvenuto in via Galileo Galilei, assomiglia
alla scena di un thriller mozzafiato:
il primo agguato, un disperato
tentativo di fuga, un rocambolesco
inseguimento ed infine la morte. Secondo
la ricostruzione fatta dai carabinieri
del nucleo operativo di Castello
di Cisterna e della compagnia
di Giugliano, ai quali sono affidate le
indagini, le due vittime erano in sella
a un ciclomotore Honda Sh di proprietà
di uno dei fratelli Hudelka e ritenuto
vicino ai Misso (estraneo all’inchiesta,
ha risposto agli investigatori
di averlo prestato ai due amici
la sera prima). Il commando di sicari
- presumibilmente quattro -
viaggiava invece su due
motociclette.
In via Galileo Galilei
l’impatto e la prima sparatoria.
Il passeggero del
ciclomotore, Maisto, raggiunto
da più proiettili, è
morto all’istante cadendo
sul selciato. Il conducente del mezzo
ha invece tentato disperatamente
di sfuggire ai killer: è riuscito a percorrere
circa 250 metri, inseguito dalle
due motociclette. Imboccata la V
Traversa Melitiello e poi via Vespucci,
ha effettuato una inversione a U
per sottrarsi alla sorte, purtroppo per
lui ormai scontata. Infatti il commando
si è riavvicinato e tre persone
con due pistole e un fucile mitragliatore
hanno fatto fuoco trucidandolo.
Non c’è stato alcun testimone.
Complessivamente sono stati esplosi
trenta proiettili: tanti sono i bossoli
ritrovati sull’asfalto.

Clamorose scarcerazioni: liberi Luigi De Lucia

L’altra settimana aveva gioito per
un’importante assoluzione, l’altro ieri ha replicato.
Per fine pena è tornato in libertà Luigi
De Lucia, parente stretto di Ugo detto “Ugariello”,
presunto killer del clan Di Lauro in carcere
per una condanna all’ergastolo non definitiva
per l’omicidio di Gelsomina Verde. Come
lui era stato indagato anche Luigi ma i giudici
lo hanno giudicato innocente, favorendo
così la successiva scarcerazione avendo scontato
l’intero debito con la giustizia. Ha lasciato
l’istituto di pena anche Salvatore Petriccione,
anch’egli considerato un “dilauriano” e
zio dei fratelli Domenico e Ciro Girardi, assassinati
ad Arzano a giugno dell’anno scorso.
Sia Luigi De Lucia che Salvatore Petriccione
erano finiti in manette il 7 dicembre 2004, durante
la prima notte in cui lo Stato dimostrò
di voler combattere con decisione il clan Di
Lauro e i nemici “scissionisti”, allora impegnati
nella tremenda faida i cui esisti ancora
sconvolgono Secondigliano, Scampia e le cittadine
a nord di Napoli. Luigi De Lucia e Salvatore
Petriccione furono indagati per associazione
per delinquere di stampo camorristico,
così come la maggior parte degli altri numerosi
arrestati. Al blitz sfuggì Ugo De Lucia,
rintracciato poi l’anno dopo a Praga dai poliziotti
della sezione catturandi della squadra
mobile della questura.

Agli arresti domiciliari, sparava dalla finestra

Il vero obiettivo dei killer ieri mattina
era Marco Maisto. Nonostante non avesse alle
spalle precedenti giudiziari “pesanti”, Marco
Maisto era conosciuto da tutti ad Arzano come
un criminale di un certo spessore nonostante
i suoi 24 anni. La sua attività principale era le
gestione della piazza di spaccio nella zona della
167: cocaina ed eroina, soprattutto. Ma aveva
cominciato già ragazzino a compiere scorribande
e “bravate”, compreso, si mormora, qualche
rapina quando ancora non aveva compiuto
16 anni. E quando è stato costretto agli arresti
domiciliari, ha continuato a gestire lo spaccio
dalla finestra di casa. In paese si raccont anche
di una sparatoria: Marco Maisto dalla finestra
sparò in strada a dei rivali che gli contendevano
la zona di spaccio. Ultimamente è
stato protagonista di un episodio clamoroso.
Con alcuni del suo gruppo si presentò in un’abitazione
della 167 prospicente traversa Colombo
e intimò ai proprietari di andarsene entro
tre giorni altrimenti li avrebbe buttati dalla
finestra. La casa gli serviva come base perché
in posizione strategica per controllare tutta
la strada. Fece anche istallare telecamere a
circuito chiuso con cui controllava tutti gli ingressi
al rione 167. Lo stesso dove due sue sentinelle,
venerdì, hanno bloccato un furgone civetta
della polizia. Arrestati, l’intero rione si è
scagliato contro gli agenti.

Arrestati gli assassini dei fratelli Girardi

Il giorno del suo arresto doveva essere
oggi ma c’era il rischio che Alessandro Maisto,
21enne di Arzano collegato in particolare ai ras
Giuseppe ed Emiliano Zapata Misso del rione
Sanità (prima che si pentissero), potesse rendersi
irreperibile per non essere ucciso come il
fratello Marco. E perciò all’alba di ieri i carabinieri,
con l’okay della procura antimafia, hanno
anticipato i tempi e stretto le manette intorno
ai polsi del giovane. È accusato, insieme
con il napoletano 32enne Gennaro Esposito, di
aver assassinato i fratelli Girardi
il 3 giugno 2006. Le vittime lavoravano
per i Di Lauro, per conto
dei quali secondo due collaboratori
di giustizia avevano
svolto anche mansioni di killer:
ipotesi di reato comunque mai
provata.
Alessandro Maisto è stato bloccato a casa
(sulla strada provinciale Arzano-Casandrino, in
territorio del primo paese) mentre era in corso
la perquisizione successiva al ritrovamento
del cadavere del fratello ucciso. Il 22enne non
sospettava minimamente di essere finito nel mirino
degli inquirenti per il duplice omicidio Girardi,
Domenico e Ciro. E in un colpo solo ha dovuto
ingoiare due dolori tremendi: la notizia della
morte violenta di Marco e il suo arresto. Il movente
dell’agguato ai due fratelli sarebbe stato
doppio: la vendetta per uno schiaffo dato dai due
Girardi a un suo cugino e l’eliminazione dei capi-
piazza di droga per prenderne il posto ad Arzano.
Sono stati i carabinieri del Nucleo operativo
del Reparto territoriale di Castello di Cisterna
(guidati dal maggiore Fabio Cagnazzo) e della
compagnia di Casoria a dare esecuzione all’ordinanza
di custodia cautelare, emessa dal gip
di Napoli Oriente Capozzi. Destinatario, oltre ad
Alessandro Misto, anche Gennaro Esposito, 32
anni il prossimo 6 dicembre, in carcere a Pisa
per un altro reato. Maisto invece avrebbe compiuto
il prossimo 27 giugno 22 anni.
Le indagini hanno permesso di accertare che
la sera del duplice omicidio dei fratelli Girardi,
alle 19e30 circa, gli assassini erano giunti a bordo
di autovettura Ford Fiesta rubata che tamponò
le due motociclette con in sella i fratelli
Girardi. L’urto provocò la caduta di entrambi, i
quali furono centrati da numerosi colpi d’arma
da fuoco esplosi da fucile mitragliatore. Dopo
l’agguato, gli assassini fuggirono con un’autovettura
e una motocicletta rapinate a dei passanti.
Sul posto i carabinieri trovarono nella Ford
Fiesta due cappellini, un giubbotto antiproiettile,
un passamontagna e una busta. Le analisi
delle impronte e del Dna rilevato dai reperti e
compiuto dagli esperti del Ris di Roma, hanno
permesso di accertare che le tracce biologiche
ricavate appartenevano ad Alessandro Maisto
e Gennaro Esposito.
Sullo sfondo dell’agguato ai Girardi comunque,
c’era la faida di Scampia. Scrive il procuratore
aggiunto Franco Roberti in un comunicato-
stampa: «La causale dell’omicidio era la
guerra tra il clan Di Lauro e quello degli scissionisti
nell’ambito dell’evoluzione del fenomeno
criminogeno-associativo che ha segnato
l’area settentrionale di Napoli dall’anno 2004 ad
oggi, ricostruendo, contestualmente, lo scenario
operativo teatro di una guerra di camorra,
combattuta tra contrapposti “cartelli camorristici”.
È emerso inoltre in tutta la sua chiarezza,
un dato estremamente allarmante, ovvero le
inedite alleanze “trasversali” tra i clan»

Sterminata l’intera famiglia: prima il padre, poi la madre

Un’intera famiglia di camorra distrutta
dai killer. Dei Girardi restano solo una bambina
di 13 anni, che ha anche assistito all’omicidio
della madre, e una ragazza di 21 anni, le
uniche sopravvissute alla spirale di sangue e
violenza. I fratelli Domenico Girardi, 22 anni,
e Ciro Girardi, 26 anni, vennero masssacrati un
anno fa, il 5 giugno 2006, ad Arzano nei pressi
della 167. Il loro omicidio è stato ora ricostruito
dalla Procura antimafia, che ieri ha arrestato
due dei presunti killer (Alessandro Maisto e
Gennaro Esposito). Ma prima dei fratelli era già
stato ammazzto il padre, e dopo pochi mesi dai
due sarebbe poi stata ammazzata la madre. Vincenzo
Girardi finì in un agguato di camorra nel
1997 insieme ad Agrippino Effice, sempre ad Arzano
ma in via Sette Re, davanti al bar Marino,
di proprietà della moglie di Girardi, Patrizia Marino.
Si sospettò che il duplice omicidio fosse
stato generato da un conflitto per il controllo
del mercato di droga nella zona, ma i responsabili
non sono stati mai rintracciati. Nel 2006
i figli di Vincenzo, Domenico e Ciro, stanno
aprendosi la strada nello stesso fiorente settore
commerciale. Ma la contesa con i Maisto per la
piazza di spaccio di Arzano finisce male per loro.
Si pensò ad uno scampolo di faida, un regolamento
di conti nonostante ci fosse ormai
in vigore la tregua. E si disse che i Girardi erano
legato ai Di Lauro, i Maisto, vincenti, agli
scissionisti;, non era esattamente così, si sta
scoprendo in questi giorni. E forse dietro l’omicidio
dei Girardi ci fu l’assenso dei Di Lauro,
vicini ai Misso della Sanità di cui i Maisto
sarebbero, secondo gli ultimi sviluppi investigativi,
un’emanazione.
Ma la madre dei due non si dà per vinta. Patrizia
Marino, 45 anni, si mette a svolgere indagini
per proprio conto: vuole capire chi gli ha ucciso
i figli e perché. Fa troppe domande in giro.
Secondo alcuni informatori la donna ha anche
uno scontro burrascoso con un ras degli
scissionisti che comandano le piazze di spaccio
dei comuni a Nord di Napoli. La sera del 29 ottobre
scorso, mentre era con la figlia piccola in
un negozio di calzature in via Volpicelli, Patrizia
Marino viene uccisa a sangue freddo (nella
foto il cadavere) da un killer entrato fin dentro
al locale per compiere la missione di morte,
davanti alla bimba, ai commessi, ai clienti,
ai passanti. Nessuno ha visto il suo volto.

venerdì 15 giugno 2007

Sorgente ha protetto la sua fidanzata


Aveva capito che il bersaglio era soltanto lui e si è lanciato verso il lato del passeggero, gettandosi sul corpo della fidanzata e del bambino di 5 anni che stava sulle sue braccia. Così Federico Sorgente, 37enne con amicizie passate negli ambienti degli Altamura-Rinaldi-Reale ma senza legami organici con la camorra, ha salvato la vita di due persone sacrificandosi. Un gesto da apprezzare, anche se probabilmente ugualmente sarebbe stato ucciso. Il giorno dopo l’agguato, gli investigatori stanno cercando un movente sicuro. Per il momento, scavando nella vita di Federico Sorgente, è venuto fuori soltanto un controllo con esponenti della malavita nel lontano 1999. Poi una vita senza intoppi con la giustizia, circostanza che rende più difficili le indagini condotte dai poliziotti della squadra mobile della questura e del commissariato San Giovanni. Al vaglio c’è pure un possibile collegamento, anche se per adesso non si regge su elementi concreti, con il ferimento di Pasquale Norcaro, avvenuto in via Villa Bisognano a Barra poche ore prima dell’omicidio. Domenica sera Federico Sorgente stava tornando a casa a bordoni una Fiat Stilo cinque porte, quando due sicari in motocicletta gli si sono affiancati e l’hanno costretto a un’indigestione di piombo. Due colpi al torace si sono rivelati fatali e inutile è stata la corsa di un automobilista di passaggio, che l’ha soccorso per primo, al Loreto Mare. Le indagini comunque, hanno imboccato soprattutto la pista che conduce alla guerra Rinaldi-Mazzarella. Una faida che si trascina dal lontanissimo 1980, quando fu assassinato il boss Antonio Rinaldi “’o giallo” e il cui penultimo episodio di sangue avvenne in via Brecce a Sant’Erasmo con l’omicidio di Paolo Florio (16 marzo). Naturalmente però, vengono vagliate anche altre ipotesi. Soprattutto perché Federico Sorgente aveva a carico soltanto un foglio di via obbligatorio, emesso nei suoi confronti da un comune del Nord. Nulla quindi, che possa far dare per certo un suo legame organico con clan di malavita organizzata. Erano le 22 e 15 quando Federico Sorgente stava percorrendo piazza Capri, nel cuore del rione Villa a San Giovanni a Peduccio. Abitava al civico 10 della piazza stessa, per cui gli investigatori ritengono che stesse tornando a casa e quindi nel momento dell’agguato volesse cercare un posto per parcheggiare la Fiat Stilo su cui si trovava. I killer hanno agito con la classica determinazione dei “professionisti”. Hanno affiancato l’autovettura e giunti a quel tanto di distanza che bastava per non rischiare di mancare il bersaglio, quello seduto dietro sulla moto ha aperto il fuoco contro Federico Sorgente. Sono stati esplosi almeno sei proiettili calibro 7e65, di cui due andati a segno al torace. Il 37enne si è accasciato in un lago di sangue sul lato del passeggero privo di sensi, mentre gli assassini fuggivano rapidamente allontanandosi dalla zona. Inutili i posti di blocco in tutta la zona.

Latitante arrestato con 2 pistole


Agli arresti domiciliari, è stato trovato con armi e munizioni, ed in compagnia di un latitante, a cui aveva dato ospitalità. Così le manette sono scattate ai polsi di entrambi. Si tratta di Salvatore Russo, di 35 anni, e di Santo Vancone, trentaseienne, residente in via Don Guanella, rione controllato dalla cosca dei Lo Russo, il primo accusato di detenzione illegale di armi, mentre il secondo era attivamente ricercato in quanto colpito, di recente, da un provvedimento restrittivo per il reato di droga. L’episodio è avvenuto ieri. La duplice cattura è stata eseguita dagli agenti dell’Ufficio Prevenzione Generale della Questura, coordinati da Maurizio Agricola. Salvatore Russo, detenuto agli arresti domiciliari per il reato di detenzione di droga, è stato trovato in possesso di 2 pistole e munizioni da guerra. Era sera, quando gli agenti si recavano in via Don Guanella. In seguito ad una attività di intelligence, i poliziotti avevano deciso di sottoporre a controllato l’abitazione di Salvatore Russo. Prima di bussare alla porta del suo appartamento, gli uomini dell’Upg bloccavano ogni possibile via di fuga al detenuto. Quindi, gli agenti suonavano alla porta dell’appartamento. Ma, occorreva qualche minuto prima che potessero entrare. Proprio mentre attendevano di procedere al controllo, i poliziotti notavano che un uomo tentava la fuga attraverso una delle finestre dell’abitazione di Salvatore Russo. Inutilmente. Infatti, il fuggitivo non poteva immaginare o meglio non aveva previsto che la palazzina di via Don Guanella era presidiata dagli agenti. E così l’uomo, identificato come Santo Vancone, finiva tra le loro braccia. Intanto, la porta si apriva e la polizia poteva accedere all’appartamento. Braccato, era lo stesso latitante ad ammettere di essere destinatario di un ordinanza di custodia cautelare in carcere, emesso dal Gip del Tribunale di Napoli. Le sorprese non finivano a questo punto. Infatti, durante l’accurata perquisizione, gli investigatori rinvenivano all’interno di un materasso, in una camera da letto, una pistola “Beretta”, completa di caricatore, con matricola abrasa; una pistola, marca “Browning”, completa di caricatore e con matricola punzonata; inoltre, 20 cartucce calibro 9x19, 6 cartucce calibro 9x21 e 4 cartucce calibro 7,65. Un vero arsenale, di cui salvatore Russo non ha saputo o avuto alcuna intenzione di indicarne la provenienza o la proprietà. I due uomini sono stati arrestati, mentre le armi e le munizioni sono state sequestrate. Nelle prossime ore, le pistole saranno affidate alla polizia scientifica per gli accertamenti del caso. Le armi saranno sottoposte agli esami balistici nel tentativo di accertare se siano state usate in recenti fatti criminosi o anche di sangue. Rione Don Guanella è una zona ad alta presenza criminalità organizzata e gli investigatori non escludono che le armi possano essere di “proprietà” della famiglia malavitosa, o di qualche affiliato, ed affidato a Salvatore Russo.

E don Umberto scappa da Donnaregina:

Sono settimane che non si vede nel quartiere, sono settimane
che a largo Donnaregina non c’è traccia di lui. Umberto
Misso (nella foto), secondo alcune indiscrezioni avrebbe accettato
il piano di protezione che si dà ai familiari dei collaboratori
di giustizia. Dopo che anche Emiliano Zapata è passato
a collaborare con lo Stato sarebbe stato troppo rischioso per lui
non lasciare la casa d’origine. La stessa sorte anche per i suoi
due figli minorenni che hanno seguito le sorti del padre. Si era
invece dissociata subito dopo il pentimento di Giuseppe Misso,
la sorella e la moglie di “’o chiatto”. Non accettavano la sua scelta
collaborativa e ritenevano che fosse dettata dal suo isolamento
e dal suo stato di salute sempre deprecabile. Uno stato
di salute che più volte ha costretto Giuseppe Misso ad essere
ricoverato in ospedale per ottenere le cure mediche. Anche nella
prima udienza da collaboratore Misso aveva deciso di non sottoporsi
all’interrogatorio perché aveva alcuni problemi fisici.
Udienza poi slittata a ieri. “’O chiatto” ha confermato le sue accuse
contro Salvatore Savarese. Oggi sarà invece ascoltato nel
processo contro il clan Piccirillo e contro il clan Frizziero sulle
estorsioni ai pontili di Mergellina.

Le accuse dei fratelli fanno tremare alleati e nemici

E ora tremano tutti i clan che nel corso degli ultimi
15 anni hanno avuto rapporti con i Misso e in particolare
con Giuseppe Misso “’o chiatto” e Zapata. Il gruppo del
rione Sanità ha mantenuto contatti strettissimi in particolare
con i Mazzarella di Poggioreale, Forcella e San Giovanni
a Teduccio ma anche con i Sarno di Ponticelli e i Di
Biasi dei Quartieri Spagnoli. Mentre tra i nemici ci sono
l’“Alleanza di Secondigliano” (una rivalità storica alla base
anche dell’omicidio di Assunta Sarno, moglie del boss
Giuseppe Misso “’o nasone”) e i Torino, arrivati nel centro
storico di Napoli da Marianella e Piscinola ed entrati successivamente
in rotta di collisione con i padroni di casa. È
evidente che il neo collaboratore di giustizia sa molte cose
su amici e avversari. Dei legami tra i Misso e i Mazzarella
parlò anche Carmela Marzano, moglie del pentito Luigi
Giuliano. Giuseppe Misso senior era preoccupato per le
dichiarazioni che stava rendendo ai pm antimafia “Lovegino”
nella prima fase della sua collaborazione con la giustizia.
E così si incontrava con il boss alleato Vincenzo Mazzarella
nell’abitazione di una donna incensurata e completamente
sconosciuta alle forze dell’ordine. Così da evitare
blitz e controlli inaspettati, che invece sarebbero probabilmente
scattati se si fossero incontrati nei loro appartamenti.
A rivelarlo fu nel corso dei primi interrogatori cui
fu sottoposta Carmela Marzano (teste d’accusa e non pentita,
è opportuno ribadirlo ancora), moglie di Luigi Giuliano.
La donna vive in località segreta, sotto protezione, insieme
con il marito, da alcuni mesi dopo l’inizio della collaborazione
dell’ex “rrè”. Più volte interrogata, ha fornito
informazioni utili agli inquirenti, ma non è imputata di alcunché.
Nell’interrogatorio del 24 ottobre del 2003 la moglie
di “Lovegino” raccontò un episodio avvenuto poco tempo
prima. «Un giorno ero nell’abitazione del mio consuocero
Vincenzo Mazzarella (padre di Michele, sposato con
Marianna Giuliano di Luigi, ndr) a rione Luzzatti e dopo
aver salutato altre persone, mi sono diretta verso il garage
per riprendere l’autovettura parcheggiata. Vidi Mazzarella
e Giuseppe Misso uscire dall’abitazione di una donna che
conoscevo e della quale conosco soltanto il nome»

Voglio dare una vita migliore ai miei figli

Un giorno uscirò di galera e darò
una nuova vita ai miei figli perché possano
uscire finalmente dal quartiere dove sono
costretti a vivere. L’ho fatto anche per mia
moglie ma lei non mi ha seguita e si è dissociata
». È deciso, ha un tono fermo e forte
Giuseppe Misso detto “’o chiatto” (nella
foto) il primo collaboratore di giustizia della
famiglia Misso che ieri per la prima volta
è stato chiamato ha raccontare tutto ciò
che conosceva su un delitto avvenuto quando
lui era ancora ragazzo. È stato chiamato
a testimoniare al processo a carico di Salvatore
Savarese per il delitto di Luigi Sgueglia.
Il suo interrogatorio è durato poco più
di un’ora tra esame del pubblico ministero
dell’antimafia e del difensore di Savarese,
Sergio Cola.
Misso jr ha confermato le sei pagine di verbale,
redatto il 17 aprile scorso alla presenza
del pubblico ministero della Dda Raffaele Marino,
ed ha raccontato la sua verità tirando in
ballo persone che al momento non risultano
neanche indagate e pertanto anche se il collab
o r a -
tore di
giustizia
le
m e n -
ziona
vanno
assolutamente
considerate innocenti fino a prova
contraria. Si tratta di Salvatore Savarese jr, detto
“’o mellonaro” che secondo Misso avrebbe
materialmente partecipato al delitto con suo
zio. «Confermo la mia decisione di
collaborare con la giustizia - dice
Giuseppe Misso -. Confermo inoltre
tutte le dichiarazioni che ho reso
nei numerosi precedenti verbali
da me letti e sottoscritti. Luigi
Sgueglia fu ammazzato il 4 agosto
del 1996 da un commando di killer
composto da Salvatore Savarese e dal nipote
che porta lo stesso nome. Loro sono gli assassini.
Sono stati proprio loro a riferirmelo e poi
l’ho saputo anche da Michelangelo Mazza».
Racconta poi il perché del delitto,
e in che frangente si colloca. «Luigi
Sgueglia doveva morire perché apparteneva
al clan Tolomelli-Vastarella-
Guida e
dato che la
mia famiglia
era in lotta
con loro e si
decise di colpirli.
Si decise
di ucciderlo
come vendetta e in risposta all’omicidio
di Giuseppe Savarese, il
fratello di Salvatore. Anche se Sgueglia
era un killer di professione e c’erano
altri buoni motivi per ammazzarlo
». «A prendere l’iniziativa furono
i fratelli Michelangelo e Antonio
Mazza».
Si è poi riferito in generale ai suoi
due fratelli definendoli boss «in grado
di prendere qualsiasi tipo di decisione
per il clan e che fanno parte
come me del gruppo di fuoco». Ha poi ancora
parlato di se stesso dicendo di essersi accusato
di aver fatto parte del clan Misso e che era
in grado di prendere le decisioni in nome della
cosca. «Ho commesso molti omicidi e ne ho
già parlato con i pubblici ministeri della Dda»,
ha concluso il neo-pentito.

Si è pentito Emiliano Zapata Misso

Un terremoto come da tempo
non se ne vedevano nella camorra
partenopea. Lo stesso terremoto
che scoppiò quando i fratelli
Giuliano di Forcella, “padroni” incontrastati
di Napoli e della camorra
del Centro della città di Napoli,
ad uno ad uno decisero di passare
a collaborare con la giustizia.
Lo stesso sta accadendo alla camorra
“storica” del rione Sanità che
oramai non esiste più. Da una parte
la
f a i d a
con il
c l a n
T o r i -
no, poi
gli arr
e s t i
che ne hanno decimato gli uomini
per il controllo del territorio e poi
il clamoroso pentimento di Giuseppe
Misso “’o chiatto”.
Ma le sue dichiarazioni, per avere
un valore sarebbero dovute coincidere
ed incrociarsi con altre accuse.
La parola fine alla camorra
storica la metterà il pentimento di
suo fratello Emiliano Zapata, 26 anni,
considerato “braccio armato” del
clan Misso. L’altro figlio di Umberto
ha deciso di raccontare la sua verità
e lui di verità ne conosce molte.
Sarà ascoltato il 28 giungo dinanzi
la quinta Corte d’assise del
Tribunale di Napoli nel processo
contro Salvatore Savarese imputato
per l’omicidio di Luigi Sgueglia,
boss del clan Vastarella-Tolomelli,
negli anni Novanta in lotta con il
gruppo Misso.
A chiamarlo a testimoniare è stato
il pubblico ministero dell’antimafia
Raffaele Marino che ha chiesto
al collegio di predisporre due videoconferenze
in due località protette.
Quel giorno sarà ascoltato anche
il pentito Gennaro Albino. Emiliano
Zapata è stato condannato per
il processo per la truffa alle Aste fallimentari
del monte dei Pegni e aveva
in corso un altro processo per associazione
camorristica. Era recluso
al regime del 41 bis da quando
suo fratello “’o chiatto” aveva deciso
di pentirsi, ma già da una settimana
il provvedimento gli è stato
revocato ed ora è in una località
protetta. E anche i difensori di fiducia
sono stati già rimossi. Le sue
prime dichiarazioni rese al pubblico
ministero della Dda Barbara Sargenti
sono state depositate dal pubblico
ministero Raffaele Marino al
collegio della quinta Corte d’assise
di Napoli.
«Ho saputo da mio fratello Peppe
che Luigi Sgueglia era stato ammazzato
da Salvatore Savarese e da
suo nipote “’o mellone”», sono le
prime battute di Emiliano Zapata.
Ma nelle prossime ore non si esclude
altri verbali possano essere acquisiti
in altri processi, primo fra
tutti l’omicidio Ferraiuolo dove è
imputato anche
suo zio
G i u s e p p e
Misso “’o nasone”.
Le sue accuse
e quelle
di suo fratello,
se confermate in aula potrebbero
aiutare gli investigatori a svelare
tutti gli omicidio della faida addebitabili
al clan Misso.

Un patto tra le cosche in guerra:

Un patto tra il clan Di Lauro e
gli “scissionisti” perché, qualunque cosa
dovesse accadere, venga salvaguardata
la vita dei figli del boss soprannominato
“Ciruzzo ’o milionario”. È l’ultima
indiscrezione proveniente dagli
ambienti di malavita del rione dei Fiori,
a quanto sembra ancora saldamente
in mano ai “dilauriani”. La prova dell’accordo
salva-vita starebbe in una vicenda
accaduta alcune settimane fa,
quando i figli di Paolo Di Lauro (ovviamente
quelli liberi e senza provvedimenti
giudiziari pendenti a carico)
insieme con degli amici si sarebbero incontrati
per caso con alcuni esponenti
degli “scissionisti” sul lungomare di
Mergellina. E, superata la prima fase di
imbarazzo e incertezza sul da farsi, i
due gruppetti si sarebbero salutati
normalmente; non è però chiaro se successivamente
avrebbero anche bevuto
qualcosa insieme in un locale del Lungomare.
Tre figli arrestati negli ultimi
20 mesi, due ricercati. Per il boss Paolo
Di Lauro detto “Ciruzzo ’o milionario”,
anch’egli detenuto dopo una lunghissima
latitanza, dispiaceri e preoccupazioni
non mancano. In particolare
probabilmente lo angustia l’assenza
forzata dal territorio di Marco, latitante
da dicembre 2004 per associazione
mafiosa, e del fratello di quest’ultimo
Nunzio, nel mirino per reati minori. Ultimo
del nucleo familiare ad avere guai
con la giustizia, anche perché appena
19enne e minorenne quando scoppiò la
faida con gli “scissionisti”. Marco Di
Lauro avrebbe avuto un ruolo tutt’altro
che di secondo piano nell’organizzazione
criminale: i magistrati della direzione
distrettuale antimafia hanno
scritto che «Marco Di Lauro svolge funzioni
dirigenziali all’interno del clan
pur non avendo lo stesso carisma criminale
del fratello Cosimo». Marco Di
Lauro nel 2006 è stato anche condannato
a 10 anni di reclusione per associazione
a delinquere finalizzata al traffico
di droga. Secondo l’accusa già a 17
anni gestiva una piazza di spaccio a Secondigliano.

Il duplice omicidio per una vendetta d’onore

Una donna contesa tra lui e il guardaspalle
di un ras degli “scissionisti”: una storia vecchia ma
evidentemente mai dimenticata e l’onore offeso è
stato lavato con il sangue a distanza di anni. Vincenzo
Vitale (nella foto), secondo l’ultima ricostruzione
degli investigatori, sapeva di essere nel mirino degli
“spagnoli” per quella vicenda e da due anni si era
trasferito da Melito a un paesino vicino Telese nel
Beneventano. L’unico a sapere dove si trovava era Angelo
Esposito, suo vecchio amico, che lo aveva rivelato
ad alcune persone pensando di potersi fidare.
La notizia è giunta all’antico rivale del commerciante
30enne ed è scattata la vendetta. Angelo Esposito
non pensava di aver commesso un’ingenuità e così
nel pomeriggio di lunedì non ha sospettato quando
tre amici lo hanno invitato a fare un giro in macchina.
Salito a bordo, per lui è cominciato l’incubo. Ha dovuto
seguirli fino a Telese, dove è stato costretto a
far scendere di casa Vincenzo Vitale con una scusa
qualsiasi. Per i sequestratori-assassini dopo è stato
un gioco da ragazzi completare il piano con il duplice
omicidio. La vendetta scattata nel Beneventano sarebbe
collegata a un omicidio accaduto nel 2003, precisamente
il 7 ottobre. In quell’occasione fu assassinato
Massimo Mele, 29enne, in via Limitone ad Arzano,
indicato allora come legato ai Di Lauro. Quale
sia il nesso tra i due gravissimi fatti di sangue non
è completamente chiaro ma gli investigatori sono
convinti che Vincenzo Vitale e Angelo Esposito non
sarebbero stati assassinati per la nuova fase della faida
in corso tra “dilauriani” e “scissionisti” (clan Amato-
Pagano). I due sono stati giustiziati con la più classica
delle esecuzioni di camorra: un colpo alla testa
da distanza ravvicinata. Erano le 21 quando un automobilista
di passaggio ha visto sulla statale 372, tra
Castelvenere e Telese, i corpi senza vita degli uomini.
È scattato l’allarme e in pochi minuti dal Sannio
le indagini si sono spostate a Napoli e precisamente
a Scampia e Secondigliano: Esposito era originario
del rione Monterosa, passato nel corso della faida
tra i Di Lauro e gli “scissionisti” sotto il controllo
di questi ultimi. Angelo Esposito, 35enne (dopo
aver abitato in via Monterosa, dove tuttora si trovano
i genitori, si era trasferito a Melito), è stato identificato
grazie ai due documenti d’identità che aveva
addosso. Il giorno dopo gli investigatori sono risaliti
all’identità di Vitale.

Giannino attirò in trappola Silvestri

Cotoletta”, soprannome con
cui era conosciuto Luigi Giannino negli
ambienti di mala di Secondigliano,
era sospettato di aver avuto un
ruolo nella trappola mortale ad Antonio
Silvestri e perciò l’altro ieri sarebbe
scattata la vendetta del clan Di
Lauro. Secondo queste voci confidenziali
raccolte dagli investigatori,
che comunque si mostrano molto
scettici, il 20enne e un altro ex “dilauriano”
passato con gli “scissionisti”
avrebbero convinto il 22enne nipote
di Patrizio De Vitale a muoversi
di casa per dare modo ai killer di
entrare in azione. Ma anche se le cose
non fossero andate così (al momento
non c’è alcuna certezza su
questa ricostruzione del retroscena
dell’ultimo delitto della faida, per cui
si deve sottolineare la presunzione
d’innocenza per le persone tirate in
ballo), gli inquirenti non hanno dubbi
sul nesso tra i due fatti di sangue
(1° giugno e 13 giugno): si tratta di
botta e risposta tra le due cosche.
Mentre invece non sono convinti che
i due morti ammazzati nel Beneventano
(come scriviamo a parte) siano
collegati direttamente alla guerra di
camorra in corso.
Luigi Giannino era il nipote di
Francesco Giannino, ucciso il 22
marzo 2004 in via Roma verso Scampia.
Fu il bersaglio principale di un
agguato costato
anche il ferimento
a due
persone, anche
se in maniera
lieve, e rappresentò
secondo
alcuni investigatori
il primo attacco degli “scissionisti”
ai Di Lauro per il controllo
dei traffici di droga. Ma il 20enne ucciso
l’altro ieri sarebbe stato uno dei
10-15 che si sarebbero “votati” (parola
dialettale e molto indicativa
emersa da un’intercettazione ambientale),
passando con il clan Amato-
Pagano. Commettendo però un errore:
restare ad abitare nel rione dei
Fiori, bunker dei suoi nuovi nemici.
Di Giannino gli inquirenti della
Dda e i carabinieri del nucleo operativo
di Napoli avevano avuto notizia
attraverso R.P., l’autista di Lucio
De Lucia che si finse morto e scampò
all’agguato costato invece la vita a
“cap ‘e chiuove”. «Salvatore Frate
(arrestato e scarcerato per mancanza
di gravi indizi in relazione all’omicidio,
ndr) da quando era stato
cacciato da Giuseppe Pica dal rione
dei Fiori si accompagnava spesso a
“cotoletta” e “jo banana”». Una dichiarazione,
quella del testimone,
che, pur senza accusarlo del delitto,
rafforza la tesi che il 20enne ucciso
mercoledì fosse tra “chille che si sono
votati”.
Erano le 13 e 45 quando in via padre
Gaetano Errico i killer sono entrati
in azione gli assassini. In due su
una motocicletta e il volto coperto da
caschi, hanno aperto il fuoco con pistole
di calibro diverso. Luigi Giannino
è caduto subito, ferito mortalmente
alla testa e al torace. Ciro Vallinotti,
31 anni, centrato da due colpi
all’addome, è ancora ricoverato in
prognosi riservata nell’ospedale San
Giovanni Bosco.
Sulla base della ricostruzione della
dinamica e del sopralluogo, gli investigatori
si dicono ora certi che Vallinotti
sia stato ferito assolutamente
per sbaglio. Pur abitando a Secondigliano,
non conosceva Luigi Giannino
e non ha alcun legame con la criminalità
organizzata. L’altro ieri stava
percorrendo la stessa strada della
vittima, ma in senso opposto, e le
due motociclette al momento della
sparatoria si sono casualmente incrociate.
Il colmo della sfortuna per
il 31enne.

martedì 12 giugno 2007

L’omicidio Pinto “svelato” in carcere

L’omicidio di Gaetano Pinto
risolto grazie alle intercettazioni
in carcere. Francesco Raimo si è lasciato
andare. In carcere, insieme a
lui, ci sono gli altri della banda. E ha
così dato agli 007 una ulteriore conferma
di ciò che le divise già sapevano
grazie ai racconti dei testimoni.
C’è anche questo nelle mille pagine
che raccontano delle indagini condotte
in quattro anni dalla polizia e
dai carabinieri di Portici, Ercolano e
Torre del Greco. Ma nella ordinanza
a firma del gip Aldo Esposito, oltre alla
confessione che conferma i sospetti
degli inquirenti sull’omicidio
Pinto, c’è molto altro ancora.«Rimanemmo
che dovevamo portare questo
a dama. E lui si portava quello a dama.
Gianni Ascione è un morto vivo».
È il 5 febbraio del 2005. Giacomo e
Stefano Zeno sono a colloquio nel
carcere di Viterbo. Ed è anche grazie
ai colloqui in carcere che Giacomo
Zeno riesce a stringere accordi per
l’approvvigionamento di armi e programmano
azioni di sangue contro i
nemici. Ma non solo. Le intercettazioni
ambientali e telefoniche un
quest’inchiesta hanno dato un enorme
aiuto. Tanto che grazie a microspie
e registratori è stata ricostruita
la dinamica del duplice omicidio
Ascione-Montella, sono stati individuati
i mandanti e gli esecutori materiali.
Luigi Boccia “ricurdino” e Vincenzo
Esposito hanno un ruolo ben
preciso nell’agguato: “ricurdino” è lo
specchiettista della banda del fuoco,
il complice ha il compito di recuperare
i veicoli usati nel corso dell’omicidio.
Il nome di Esposito esce fuori
da una conversazione: «Ma venivano
da Portici?». «No, uno solo è di
Resina, ma quello di Resina non ha
fatto niente. Ha fatto soltanto vedere
chi erano e basta, ha fatto il palo».
E in un’altra intercettazione ambientale:
«Poi io ho visto a quello che
ha fatto lo specchietto. Lo specchietto
sarebbe che vanno a fare il giro
per vedere che tu stai là. Quando
tu stai là quello chiama. Dice: ah, ci
sono... e all’improvviso due botte in
testa». Sono le 16. Ettore Merlino,
uno degli ultimi morti di camorra sotto
al Vesuvio, chiacchiera con Antonietta
Colato. Parlano di Mario Ascione:
«Il figlio di Lulluccio ha fatto lo
specchietto. “Ricurdino” ha incendiato
le moto». «Che devo fare, io non
li posso vedere. Io li voglio vedere
morti quelli».
A telefono, invece, Giacomo Zeno
parla con un elettrauto e con uno dei
“compari”: «Là non spariamo più.
Stasera si fa sentire il figlio. Lo dobbiamo
sparare?». «Lo mandi a chiamare
per spararlo a quello?». «E andiamo
a parlare secondo te?». Il giorno
successivo un nuovo omicidio.
L’ennesimo. E nella registrazione della
telefonata del giorno precedente,
c’è la condanna. I fratelli Zeno hanno
pagato così la leggerezza di aver
affidato a un telefono i loro progetti
di sangue.

Decapitati i clan Ascione e Birra

Una città, due clan contrapposti,
che si fanno la guerra. Quattro
anni di indagine. Migliaia i minuti
registrati di intercettazioni telefoniche
e ambientali. Pagine bianche
che si sono riempite di fatti e
circostanze messi su carta dagli
“007”. Almeno diciotto omicidi “accertati”.
Poi, all’alba, il blitz. Cinquantaquattro
persone finiscono in
manette, uno dei destinatari dell’ordinanza
riesce a scappare. Sette
auto blindate vengono sequestrate
insieme all’emittente
radiofonica
“Radio Nuova Ercolano”,
un negozio
di oggettistica,
telecamere,
gabbiotti blindati,
16 appartamenti,
3 appezzamenti di terreno, 3 aziende,
titoli ed azioni. Dopo tanta fatica,
dopo appostamenti, pedinamenti,
intercettazioni e indagini, ci vuole
una sola notte per “resettare” tutto
il male di Ercolano. I numeri dell’operazione
“Reset” sono questi. Ma
l’indagine è destinata ad ampliarsi.
Al momento gli 007 sono riusciti a
mettere le mani sui capi dei due sodalizi
contrapposti ad Ercolano, e a
scoprire “modalità di azione” che sono
state poi utili a costruire l’intera
inchiesta sui clan che hanno fatto
della città della Reggia il proprio
campo di battaglia. Nell’elenco degli
arrestati saltano all’occhio i nomi
di Giovanni e Michele Ascione
per gli eredi del defunto ras Raffaele
e quelli di Giovanni Birra, Vincenzo
Oliviero e Stefano e Giacomo
Zeno per il clan Iacomino-Birra.
Articolate, macchinose, lucide e
spietate. Queste sono le due forze in
campo. Che per dare un segnale non
esitano a uccidere i capi: Mario
Ascione e Ciro Montella - è il marzo
del 2003 - e Antonio Papale appena
qualche mese fa. E che non ci pensano
su due volte neppure quando si
tratta di sparare in mezzo alla folla,
in casa, con bambini piccoli presenti,
testimoni oculari e potenziali
vittime. Ascione e Papale da un lato.
E i sanguinari Birra dall’altro.
Sono questi i due giocatori di una
partita che si svolge su un terreno
impregnato del sangue di almeno diciotto
morti ammazzati negli ultimi
4 anni. Il “motore” del gioco è costituito
dai soldi e dall’odio. I soldi
che i clan riescono ad intascare grazie
a estorsioni e spaccio di droga.
E l’odio che viene dall’eliminazione
di tutte le pedine che i clan hanno
perso nel corso degli anni. In tempo
di pace le due diverse fazioni sono
riuscite a convivere più o meno
pacificamente. Poi la sete di potere
ha avuto la meglio. E la guerra - le
guerre - sono scoppiate. È l’undici
marzo del 2003. Una data che entra
a far parte della “storia armata” di
Ercolano. Mario Ascione e Ciro
Montella, capoclan e braccio destro
vengono uccisi. La faida scoppia in
tutta la sua violenza mietendo 18 vittime.
Gli agguati falliti non si contano,
decine i feriti. Tra questi anche
degli innocenti. La camorra a
Ercolano - lo dicono gli inquirenti
della Dda e gli investigatori - gestisce
estorsioni e spaccio di droga. Le
estorsioni sono necessarie per acquisire
il denaro sufficiente per l’acquisto
di stupefacente. Cocaina, sopratutto,
che poi veniva “affidata”
alle donne del clan. Sono loro, per
certi versi, i veri “guru” degli affari
di famiglia. Non semplici rivenditrici,
ma compagne fidate, a volte insospettabili
e - sempre - più scaltre
degli uomini della cosca.
Il maxiblitz che ha fatto scattare
le manette per 54 persone porta la
firma dei carabinieri di Torre del
Greco (capitano Nicola Ferrucci, tenente
Paolo Montorsi) e di Castello
di Cisterna (maggiore Fabio Cagnazzo
e coordinati dal tenente colonnello
Aldo Saltalamacchia, sotto
la guida del generale Gaetano Maruccia)
e degli agenti della squadra
Mobile (dirigente Vittorio Pisani) e
del commissariato di Portici-Ercolano
(coordinati da Giovanni Mandato),
coordinati dai Pm Esposito e
Filippelli della Dda, con la supervisione
del procuratore Franco Roberti
e del procuratore capo Giovandomenico
Lepore.

Decapitati i clan Ascione e Birra

Una città, due clan contrapposti,
che si fanno la guerra. Quattro
anni di indagine. Migliaia i minuti
registrati di intercettazioni telefoniche
e ambientali. Pagine bianche
che si sono riempite di fatti e
circostanze messi su carta dagli
“007”. Almeno diciotto omicidi “accertati”.
Poi, all’alba, il blitz. Cinquantaquattro
persone finiscono in
manette, uno dei destinatari dell’ordinanza
riesce a scappare. Sette
auto blindate vengono sequestrate
insieme all’emittente
radiofonica
“Radio Nuova Ercolano”,
un negozio
di oggettistica,
telecamere,
gabbiotti blindati,
16 appartamenti,
3 appezzamenti di terreno, 3 aziende,
titoli ed azioni. Dopo tanta fatica,
dopo appostamenti, pedinamenti,
intercettazioni e indagini, ci vuole
una sola notte per “resettare” tutto
il male di Ercolano. I numeri dell’operazione
“Reset” sono questi. Ma
l’indagine è destinata ad ampliarsi.
Al momento gli 007 sono riusciti a
mettere le mani sui capi dei due sodalizi
contrapposti ad Ercolano, e a
scoprire “modalità di azione” che sono
state poi utili a costruire l’intera
inchiesta sui clan che hanno fatto
della città della Reggia il proprio
campo di battaglia. Nell’elenco degli
arrestati saltano all’occhio i nomi
di Giovanni e Michele Ascione
per gli eredi del defunto ras Raffaele
e quelli di Giovanni Birra, Vincenzo
Oliviero e Stefano e Giacomo
Zeno per il clan Iacomino-Birra.
Articolate, macchinose, lucide e
spietate. Queste sono le due forze in
campo. Che per dare un segnale non
esitano a uccidere i capi: Mario
Ascione e Ciro Montella - è il marzo
del 2003 - e Antonio Papale appena
qualche mese fa. E che non ci pensano
su due volte neppure quando si
tratta di sparare in mezzo alla folla,
in casa, con bambini piccoli presenti,
testimoni oculari e potenziali
vittime. Ascione e Papale da un lato.
E i sanguinari Birra dall’altro.
Sono questi i due giocatori di una
partita che si svolge su un terreno
impregnato del sangue di almeno diciotto
morti ammazzati negli ultimi
4 anni. Il “motore” del gioco è costituito
dai soldi e dall’odio. I soldi
che i clan riescono ad intascare grazie
a estorsioni e spaccio di droga.
E l’odio che viene dall’eliminazione
di tutte le pedine che i clan hanno
perso nel corso degli anni. In tempo
di pace le due diverse fazioni sono
riuscite a convivere più o meno
pacificamente. Poi la sete di potere
ha avuto la meglio. E la guerra - le
guerre - sono scoppiate. È l’undici
marzo del 2003. Una data che entra
a far parte della “storia armata” di
Ercolano. Mario Ascione e Ciro
Montella, capoclan e braccio destro
vengono uccisi. La faida scoppia in
tutta la sua violenza mietendo 18 vittime.
Gli agguati falliti non si contano,
decine i feriti. Tra questi anche
degli innocenti. La camorra a
Ercolano - lo dicono gli inquirenti
della Dda e gli investigatori - gestisce
estorsioni e spaccio di droga. Le
estorsioni sono necessarie per acquisire
il denaro sufficiente per l’acquisto
di stupefacente. Cocaina, sopratutto,
che poi veniva “affidata”
alle donne del clan. Sono loro, per
certi versi, i veri “guru” degli affari
di famiglia. Non semplici rivenditrici,
ma compagne fidate, a volte insospettabili
e - sempre - più scaltre
degli uomini della cosca.
Il maxiblitz che ha fatto scattare
le manette per 54 persone porta la
firma dei carabinieri di Torre del
Greco (capitano Nicola Ferrucci, tenente
Paolo Montorsi) e di Castello
di Cisterna (maggiore Fabio Cagnazzo
e coordinati dal tenente colonnello
Aldo Saltalamacchia, sotto
la guida del generale Gaetano Maruccia)
e degli agenti della squadra
Mobile (dirigente Vittorio Pisani) e
del commissariato di Portici-Ercolano
(coordinati da Giovanni Mandato),
coordinati dai Pm Esposito e
Filippelli della Dda, con la supervisione
del procuratore Franco Roberti
e del procuratore capo Giovandomenico
Lepore.

Le visite in ospedale ai familiari di Paolo Di Lauro:

Per una settimana circa, precisamente
dal 10 maggio al 18 maggio del 2004
Luigi Alberto ha fatto da tramite tra il clan
Di Lauro rappresentato da tale Arturo e il
fratello Giacomo per i bollettini sanitari
circa le gravissime condizioni in cui versava
il figlio 15enne di Paolo Di Lauro, ricoverato
per un gravissimo incidente con
la moto. Prima ancora era uno degli affiliati
al clan di Barra a dover contattatare
persone di Secondigliano all’ospedale
San Giovanni Bosco e poi presso il Monaldi.
Ogni volta che l’emissario degli Alberto
arrivava in ospedale veniva perquisito
dagli esponenti della cosca legata a
“Ciruzzo ’o milionario” e poi veniva ragguagliato
sulle condizioni di salute del giovane
ricoverato poi deceduto in seguito alle
ferite riportate nel corso di un drammatico
incidente. Ci fu poi la faida di Secondigliano
e nonostante la vicinanza degli
Alberto ai Di Lauro, loro preferirono
non schierarsi come dimostra una conversazione
tra Zeno e Giacomo Alberto.
Zeno: «No anche questa settimana mandai
a uno a casa di quello la di hulk e c’era
uno di quelli la».
Giacomo: «Diceva voi non dovevate parlare
come dice, e dice lunedì tu appicciasti
gli scissionisti, gli scissionisti, disse
il pesante, mo me lo vedo io».
Zeno: «E poi?».
Giacomo: «Noi non pensiamo a nessuno,
noi della famiglia a nessuno, noi della famiglia
mia, che sta in carcere e chi sta
fuori diciamo buongiorno e buonasera a
tutti quanti e ho mandato questa imbasciata
».
Per gli inquirenti era chiara “l’imbasciata”
che era stata mandata al clan. Gli Alberto
di Barra pur se amici del clan Di
Lauro di Secondigliano nel corso della faida
non volevano schierarsi né con l’uno né
con l’altra cosca in lotta.

«Dovete ammazzare il ras Ascione»:

Fornivano pistole e uomini per
commettere gli omicidi ma anche ras
di prim’ordine per gestire il territorio
e tessere accordi. Il clan Alberto di
Barra ha svolto un ruolo “chiave” nel
corso della faida di camorra dell’area
Vesuviana. Lo dimostra la stretta collaborazione
tra i boss Giacomo e Luigi
Alberto con i massimi esponenti della
cosca di Ercolano, ovvero i fratelli
Zeno o lo stesso Langella. Le intercettazioni
telefoniche rappresentano il
maggior elemento di prova che i pubblici
ministeri dell’antimafia hanno
raccolto contro i due fratelli di Barra,
entrambi raggiunti dall’ordinanza ma
uno dei due, Luigi è ancora latitante.
Dalle conversazioni decriptate dagli
investigatori risulta che proprio Luigi,
conosciuto come “’o pesantone” abbia
partecipato ad un agguato proprio con
Giacomo Zeno e proprio nel corso del
raid una delle pistole fornite proprio
dagli Alberto, si era inceppata scatenando
le ire degli alleati. I due fratelli
commentavano esplicitamente un
agguato non concretizzatosi per il cattivo
funzionamento delle armi: «Due
ferri vecchi mannaggia, e mo quello
ci ha anche visti, anche se penso di no,
forse a visto solo all’altro». Poi lo stesso
Zeno pronunciava in carcere una
frase eloquente sul ruolo degli Alberto
all’interno della cosca. Ecco cosa dice:
«Venne per, e niente rimanemmo
per esempio che io dovevamo portare
a questo a dama e lui si portava a
quello a dama al ras Gianni Ascione,
è un morto vivo». Per gli investigatori
l’indicazione è chiara, gli Alberto dovevano
ammazzare il boss Ascione per
conto degli “amici” Birra. In uno
stralcio di una conversazione invece,
gli investigatori hanno ricostruito i movimenti
degli affiliati delle due cosche
seguendo le telefonate di Luca Langella
dei Birra e di Luigi Alberto e un
tale Peppe.
Peppe: «Pronto?».
Langella: «Pronto».
Peppe: «Sono Peppe».
Langella: «Ué Peppe sono Lucariello
».
Peppe: «Mo te lo passo. ’O pesà sta Lucariello
».
Alberto: «Ué Luca fra una mezzo’oretta
veniamo».
Langella: «Eh».
Alberto: «Facciamo una cosa vediamoci
alle 3 e mezza, per quell’ora stiamo
lì».

«Comanderemo da Torre a Portici

Avevano deciso di prendere in
mano tutto. Da Torre del Greco a San
Giorgio a Cremano, passando anche
per Portici, scalzando perfino i Vollaro,
rimasti sino ad oggi fuori dai giochi
di potere delle altre cosche malavitose
(nella foto uno degli arrestati). I
Birra non avrebbero fatto sconti a nessuno.
In ogni città avrebbero piazzato
il proprio fiduciario di zona un minuto
dopo aver conquistato la città. Sangue
e proiettili. Non si sarebbero fermati
davanti a niente e a nessuno.
A Torre del Greco ci erano praticamente
riusciti: i Birra avevano affidato
tutto ai “fransuà”. E un “papabile”,
un possibile capozona era pure già stato
individuato. Vincenzo Oliviero, il
“papà buono”, avrebbe gestito gli affari
di famiglia nella città del corallo. Tra
i candidati a guidare San Giorgio a Cremano
spicca il nome di Ciro Uliano. Ercolano
e Portici, invece, sarebbero state
gestite dallo stesso Antonio Birra
grazie all’appoggio dei fratelli Zeno. La
centrale operativa, il quartier generale
del sodalizio, sarebbe stato individuato
in via Taverna del Ferro. In questo
modo i Birra avrebbero potuto gestire
come si deve anche i rapporti con
gli altri cartelli criminali. Sfruttando
alleanze di ferro e vincoli di sangue con
i clan egemoni a Napoli e nel Casertano.
Prima un contatto. Un favore. Un
clan che rifonisce di droga un altro
clan. Poi, col tempo, i rapporti si cementano.
E i favori si trasformano. Dal
“mero” rifonimento di droga si passa
allo scambio di killer. La storia del “killer
fuori zona” è affascinante quanto
pericolosa: a Caserta un assassino di
professione viene assoldato per mettere
a segno agguati ad Ercolano. La
prova che quei legami esistono è data
da mille segnali. Dal 2005, in particolare,
molti affiliati ai Birra vengono fermati
e controllati a Secondigliano.
Sempre nel 2005 Lorenzo Fioto viene
fermato con un chilo di cocaina: viene
da lì, da Secondigliano. Da quel momento
sia i poliziotti che i carabinieri
lavorano soprattutto “di iniziativa”, indipendentemente
dalla delega della
Procura. Si “ascolta la strada”, polizia
e carabinieri riscoprono la necessità di
lavorare “alla vecchia maniera”. Le indagini
si intensificano, troppe informazioni
convergono, ogni tassello inizia
ad andare al proprio posto. Investigatori
e inquirenti cominciano a tirare
le somme. E l’inchiesta permette
di stabilire le alleanze degli Ascione e
dei Birra. I primi sono legati ai Nuvoletta
di Marano e ai Falanga di Torre
del Greco. I secondi agli Alberto di Barra
- esiste un vincolo di parentela con
il ras Giacomo - e ai Massaro di San Felice
al Cancello. Non solo. I Birra - ma
sull’attuale assetto sono ancora in corso
indagini e accertamenti - avrebbero
alleanze di ferro anche con i Formicola,
i Mazzarella e i Misso. Oltre
che con i casertani. D’altra parte sono
i fatti a parlare: basta fare un piccolo
salto nel passato, nell’ottobre del
2003, all’epoca del tentato omicidio di
Aniello Estilio, vicino agli Ascione.
L’uomo viene ferito in un agguato insieme
alla moglie al settimo mese di
gravidanza. Il presunto sicario, Francesco
Massaro, di San Felice a Cancello,
durante l’interrogatorio dopo la
cattura vanta i suoi legami con i clan
Carfora e Di Paolo, oltre alla potenza
del padre, Clemente, indagato anche
per la strage di Acerra.

Da Radio Ercolano gli ordini dei boss

Quando la camorra si rigenera allora
diventa difficile contrastarla. Succede
infatti che un clan, egemone sul territorio,
riesca a passare messaggi agli affiliati
sulle frequenze di una radio “pirata”,
puntualmente ascoltata da tutti gli
affiliati in libertà e anche da quelli detenuti
nelle carceri napoletane. Appuntamenti,
consigli, auguri scambiati con
un metodo il più semplice possibile e per
niente rischioso. Il clan Birra riusciva
tramite Radio Ercolano (che era gestita
da uno dei capi del sodalizio, Vincenzo
Oliviero, che si faceva chiamare “papa
buono”), a controllare il gruppo degli affiliati.
Era spesso uno dei boss a telefonare
all’emittente e a chiedere allo
speaker di trasmettere una canzone di
qualche neomelodico che diventava inconsapevole
protagonista di messaggi per
i camorristi. Bastava collegarsi sulla frequenza
95,100 Mhz Fm e il gioco era fatto.
Dai titoli delle canzoni scelte già si poteva
intuire il messaggio che si voleva far
arrivare agli “amici”. Come quando il 6
settembre del 2004 chiamò all’emittente
Salvatore Scognamiglio. Imperversava la
faida nel paese Vesuviano ed era rischioso
uscire di casa. Scognamiglio chiese
esplicitamente allo speaker di mettere
una canzone dal titolo emblematico: “Sta
vita fa paura” e ovviamente la dedicò a
tutti gli “amici”. Ecco la conversazione riportata
a pagina 369 dell’ordinanza di custodia
cautelare. S.: «Sono
mastro Tore, digli a Simon
di mettere “sta vita
fa paura” e di dedicarla a
tutti gli amici».
Nessun titolo poteva
rendere di più, nessun’altra
canzone poteva rappresentare
meglio i pericoli che in quei
giorni vivevano gli affiliati ai Birra in lotta
con gli Ascione per il controllo del territorio.
O quando lo stesso Scognamiglio
il 23 agosto del 2004 contattava l’emittente
per lanciare un messaggio proprio
ad Oliviero, uno dei capi del sodalizio che
ogni mattina veniva prelevato da casa con
un’auto blindata e scortato da giovani armati
del clan. Il titolo della canzone richiesta
questa volta era “Appuntamento
alle 9”, proprio l’orario nel quale il boss
scendeva di casa. L’appuntamento ovviamente
era per tutti gli affiliati che dovevano
proteggere il ras da possibili attacchi.
Più volte la radio pirata è stata chiusa
dalla polizia Postale è più volte ha riaperto
i battenti sotto nomi diversi. Una
volta Radio Ercolano, poi Radio Nuova Ercolano
o ancora Radio Ercolano Stereo o
Radio Ercolano Centro. Ma l’emittente
aveva anche la funzione di garantire la
tranquillità agli affiliati detenuti o anche
ad avvertirli di notizie che altrimenti non
avrebbero mai saputo. Avevano ovviamente
un loro codice per comprendersi
ma i pubblici ministeri Esposito e Filippelli,
li hanno decriptati. È il “papa buono”
ovvero Oliviero a chiamare quasi ogni
giorno all’emittente e a dedicare ai suoi
“amici-affiliati” canzoni rassicuranti come:
“Tutto passerà”. Ci sono poi dediche
specifiche come quando Giovanni Birra,
capo incontrastato del clan fu trasferito
a Secondigliano. In quell’occasione
chiamò all’emittente “pirata” Oliviero
che dedicò a suo «fratello Gianni», “La
libertà”, aggiungendo «che fa piacere che
si trova sotto la stella di Napoli». Ci sono
poi messaggi in codice che lo stesso
Oliviero mandava ad altri personaggi detenuti
che in quel momento probabilmente
stavano ascoltando le frequenze
della radio. Come il 15 dicembre del 2003.
“Papa buono” chiama l’emittente e lascia
il messaggio: «Dedico per Stefano questa
canzone, l’ascolterai come l’ascolterà
Papa al telefono, come l’ascoltai io sopra
al ristorante». Per gli investigatori non
vi è dubbio, Stefano è Stefano Zeno uno
dei capi incontrastati del clan Birra e
quello era un messaggio in codice per lui.

sabato 9 giugno 2007

Omicidio di Mina Verde

Chiuse le indagini per i presunti
killer di Gelsomina Verde Cosimo
Di Lauro (nella foto), presunto
mandante e Luigi De Lucia, presunto
sicario. Con tutta probabilità
adesso il sostituto procuratore della
Dda, Stefania Castaldi, chiederà
il rinvio a giudizio. Per ora la difesa
avrà 20 giorni per depositare memorie,
altre prove che possano scagionare
i due imputati, chiedere
nuovi interrogatori. Per il tremendo
delitto sono già state spiccate alcune
condanne, ma la posizione
dei due ras di Secondigliano è stata
approfondita per nuovi elementi
a loro carico emersi nel corso delle
indagini.
Cosimo, figlio di “Ciruzzo ’o milionario”
secondo gli investigatori
è stato capo indiscusso e sanguinario
della cosca nel momento in
cui la faida era al suo apice. Luigi
è il nipote di Ugo, boss fedelissimo
a Paolo Di Lauro, e condannato come
esecutore materiale del delitto.
A parlare dei due rampolli è stato
il primo pentito della guerra di
camorra che ha insanguinato l’area
nord della città: Pietro Esposito,
meglio conosciuto come “Kojak”.
Ne parlò il 27 novembre del 2004,
sei giorni appena dopo l’efferato
omicidio di Mina, la fidanzata dello
scissionista Gennaro Notturno.
Alcune intercettazioni ambientali
effettuate il 22 maggio del 2005 nell’auto
di un affiliato al clan Di Lauro
hanno confermato il racconto del
pentito. Così il castello accusatorio
dei magistrati della Dda di Napoli
pian piano ha preso corpo fino. Cosimo
è accusato di aver organizzato
la spedizione punitiva, Luigi di
aver guidato l’auto, la Fiat Seicento
della vittima usata prima per il
sequestro e poi per carbonizzare il
cadavere. Le accuse per Di Lauro e
De Lucia, entrambi in carcere da
tempo, sono di omicidio volontario
aggravato. Secondo i magistrati napoletani
anticamorra l’omicidio di
Mina Verde è da inquadrare nell’ambito
di una sorta di “strategia
militare” pianificata dal clan Di
Lauro durante la faida di Scampia
finalizzata non solo all’eliminazione
fisica dei rivali, ma anche di tutte
le persone che avevano rapporti
con gli scissionisti. La 23enne, infatti,
fu eliminata dopo essere stata
torturata perché non volle indicare
il luogo dove si nascondevano il fidanzato
e i suoi fratelli. «I responsabili
materiali della morte di Mina
Verde sono Ugo De Lucia, il cui soprannome
è Ugariello, Pasquale Rinaldi,
alias “’o Vichingo” e Luigi De
Lucia; presente al momento dell’omicidio
Sergio De Lucia, zio di Ugo
e Luigi, probabilmente per spalleggiare
i killer (anche quest’ultimo è
da ritenersi estraneo alla vicenda,
ndr)».

Triplice omicidio, parte il processo

Sono otto i collaboratori di giustizia
che accusano il boss di Giugliano,
Francesco Mallardo, di essere stato
il mandante del triplice omicidio
dell’11 aprile 1987, in cui furono uccisi
Antonio Maisto, Pietro Granata
e Raffaele Smarazzo, durante la sanguinosa
faida che oppose i Maisto ai
Mallardo. Con lui è accusato anche
il fratello Giuseppe, 53 anni, detenuto
a Sulmona: i due in accordo
con i Casalesi, con cui si allearono
dopo la rottura con i Nuvoletta,
avrebbero organizzato l’agguato in risposta
all’uccisione del padre Domenico.
È questa la ricostruzione che gli inquirenti
della Dda hanno fatto dell’episodio
sulla base anche delle dichiarazioni
rese dai pentiti, tra cui
Carmine Schiavone, Pasquale Galasso,
Pagano Giuseppe, Dario De Simone,
Carmine Alfieri, Luigi Diana,
Giuseppe Pagano, Salvatore Speranza
e Domenico Smarrazzo. Lunedì
per loro inizierà il processo di
primo grado dinanzi al giudice per
le udienze preliminari del Tribunale
di Napoli. Alla sbarra Francesco
Mallardo, 55 anni, detenuto a Parma,
Giuseppe Mallardo (nella foto),
53 anni, detenuto a Sulmona, Francesco
Bidognetti, 55 anni, detenuto
all’Aquila, Francesco Schiavone,
52 anni, anche lui nel carcere dell’Aquila,
Luigi Basile, 60 anni, detenuto
a Milano, Giuseppe Papa, 57
anni, rinchiuso a Santa Maria Capua
Vetere, Walter Schiavone, 45 anni,
detenuto a Parma, Francesco Schiavone,
53 anni, anche lui a Parma.
Francesco Mallardo era ormai a tutti
gli effetti un uomo libero, mancava
davvero poco ed avrebbe fatto ritorno
a casa ma il nuovo decreto di
fermo emesso nei suoi confronti ha
impedito che fosse scarcerato. I
provvedimenti riguardano tutti personaggi
di spicco del clan dei Casalesi
e dei Mallardo, gravemente indiziati
di omicidio plurimo in concorso.
Il reato contestato risale a 20 anni
fa, quando furono uccisi Antonio
Maisto, Pietro Granata e Raffaele
Smarrazzo, i cui cadaveri furono rinvenuti
l’11 aprile del 1987 in località
Capuozzo a Villa Literno: erano stati
nascosti nel bagagliaio di una macchina
data alle fiamme. Le tre vittime
erano affiliate ad un clan avverso
al gruppo dei Mallardo di Giugliano.
Il triplice omicidio maturò
nell’ambito della sanguinosa faida
scoppiata in quegli anni tra le famiglie
Maisto e Mallardo, in particolare
come risposta di quest’ultima all’omicidio
di Domenico Mallardo,
padre di Francesco e Giuseppe.

domenica 3 giugno 2007

Si pente fedelissimo degli scissionisti

Una gola profonda sta svelando i retroscena della faida di Secondigliano. Un personaggio ritenuto vicino agli scissionisti del clan Di Lauro sta raccontando quello che conosce sulla storia dei boss dell’una e dell’altra fazione che sono state in lotta per decine di mesi ed hanno insanguinato l’area nord di Napoli. Da Scampia a Secondigliano, da Mugnano e Marano. Andrea Parolisi, nato a Grumo Nevano il 12 gennaio del 1967 ma residente a Mugnano in via Chiesa, è diventato un collaboratore di giustizia. Le sue prime dichiarazioni sono state già allegate ad un decreto di fermo che ha portato all’arresto di diversi esponenti di spicco della malavita organizzata. Ma è solo all’inizio della sua attività collaborativa e lui di cose da raccontare ne ha e tante. Questo almeno è quanto pensano i pubblici ministeri che in queste ore stanno interrogando il neo-collaboratore di giustizia. Andrea Parolisi, non ha grossi precedenti penali ma importanti agganci nella malavita. Non a caso il 19 dicembre del 2006 sfuggì ad un clamoroso agguato. Era lui, secondo gli investigatori, ad essere il principale obiettivo del raid per le sue strette conoscenze al ras Giacomo Migliaccio del clan Amato-Pagano-Ferone (gli ex “scissionisti” dal clan Di Lauro o “spagnoli”). Ma i killer non si sono affatto preoccupati di “risparmiare” l’uomo che era con lui. Cosicché, per un atroce scherzo del destino, quest’ultimo è morto mentre l’altro se l’è cavata con una ferita di striscio a un braccio. Lo scenario è quello del dopo-faida di Secondigliano, con vecchi conti da regolare o “assestamenti nelle fila della camorra vincente”, come sostiene un esperto investigatore della squadra mobile della questura. Ma non si trascura l’ipotesi che qualche “dilauriano” stia cercando di riorganizzando la cosca in declino. Erano le 8 e 30 del 19 dicembre del 2006 quando scattò l’allarme, prima al 112 dei carabinieri per una telefonata anonima, e poi al commissariato di Giugliano. Infatti, pur ferito, Andrea Parolisi riuscì ad arrivare guidando davanti all’ufficio di polizia. Affianco a lui c’era, agonizzante, il 39enne Eugenio Santoro (di Trentola Ducenta in provincia di Caserta, dove abitava in via Firenze). In pochi minuti fu stata chiamata un’ambulanza, ma durante il trasporto all’ospedale “San Giuliano” di Giugliano l’uomo morì. L’altro invece, fu medicato e dimesso in serata. Secondo gli investigatori del commissariato di Giugliano Andrea Parolisi era alla guida di una Renault Clio quando fu affiancato da un commando di 4 sicari su due motociclette in via Oasi Sacro Cuore a Mugnano.

Allenava il cane del capoclan

Paolo Di Lauro aveva pagato
100 milioni di lire “Carnera”, un mastino
napoletano definito dagli esperti
uno dei più “belli” d’Italia: un cane
che vinceva premi dovunque e del
quale il boss andava fiero. L’aveva affidato,
dimostrando grande fiducia nei
suoi confronti, proprio a Patrizio De
Vitale. Un affetto ricambiato
dal 47enne
con il suo interessamento
nel trovare
al superlatitante
un nascondiglio
sicuro, reso ancora
di più dalla
presenza in casa di una donna incensurata:
in ottimi rapporti con l’uomo
ucciso ieri.
Patrizio De Vitale non aveva grossi
precedenti a carico, anche se era finito
più volte nel mirino delle forze
dell’ordine e della magistratura. Durante
la fase più cruenta della faida
sparì improvvisamente dalla circolazione
per un paio di mesi e gli inquirenti,
che seguivano le sue tracce attraverso
le intercettazioni telefoniche
e ambientali, pensarono addirittura a
un caso di lupara bianca vista la vicinanza
con i Di Lauro. E invece non era
così: semplicemente, questa l’analisi
dei pm, il pregiudicato non voleva
prendere parte alla guerra né avere in
qualche modo una parte attiva. Però
era a conoscenza di diverse cose e
ascoltandolo, gli investigatori chiarirono
il contesto di due omicidi.
La prima volta Patrizio De Vitale
salì alla ribalta della cronaca a settembre
del 200. Allora il prezioso cane
del padrino soprannominato “Ciruzzo
‘o milionario” fu trovato chiuso
in una gabbia buia e umida, digiuno e
assetato, una infezione sul dorso causata
dalla cattiva alimentazione, le ferite
sul corpo che si era fatto da solo,
quasi impazzito a star chiuso tra cemento
e sbarre. In un casolare fetido
era rinchiuso Carnera, l’indiscusso
vincitore per i giudici di molti paesi
quanto a purezza della razza di mastini
napoletani. Il pelo era nero, caso
raro, pesava 110 chili e aveva sei
anni: è vissuto fino a dodici, poi è morto
per una malattia. Girava il mondo
ma il suo padrone lo aveva sepolto in
una specie di canile in piazza Zanardelli
pur considerandolo uno status
symbol, tanto che il vero padrone aveva
rifiutato di venderlo per trecento
milioni.
Il boss, non potendolo tenere in un
appartamento ed essendo volontariamente
irreperibile in quel periodo, lo
aveva affidato a chi gli concedeva solo
di accoppiarsi con tre molossoidi
femmina per riprodurre gli esemplari
di razza. Il nome era per metà in
onore del pugile Primo Carnera, per
l’altra era quello dell’allevamento
clandestino di molossoidi senza autorizzazioni
comunali e sanitarie in un
casolare malridotto, con tanto di scarico
abusivo delle acque reflue che fu
sequestrato dall’autorità giudiziaria.
Quando arrivarono le guardie zoofile,
De Vitale si limitò a dire: «Questi cani
non sono miei».

Funerali vietati, oggi l’autopsia

NAPOLI. Si svolgeranno tra oggi e domani,
al massimo, le autopsie sui cadaveri
di Patrizio De Vitale e Antonio
Silvestro. Soltanto successivamente
si potranno celebrare i funerali, in
forma privata a causa del divieto per
motivi d’ordine pubblico già emesso
dal questore di Napoli.
In casi del genere, è una prassi ormai
consolidata: serve per evitare rischi a
familiari e amici delle vittime e per
non creare ulteriori momenti di tensione.
L’esame autoptico non potrà fornire
molti lumi agli investigatori che si
stanno occupando dei due omicidi: i
poliziotti della squadra mobile della
questura per Patrizio De Vitale e i carabinieri
del nucleo operativo del comando
provinciale per Antonio Silvestro.
In entrambi i casi è chiara la dinamica
e nessuna delle due vittime ha reagito
al fuoco del nemico. L’unica circostanza
da accertare, che potrebbe rivestire
notevole importanza, è se ha sparato
un solo esecutore materiale per
parte o se hanno premuto i grilletti
due sicari per volta. Infatti, su tutt’e
due i luoghi dei delitti non sono stati
trovati bossoli ma solo ogive deformata:
il che fa pensare all’utilizzo di pistole
a tamburo proprio per non lasciare
tracce

Spariti dal quartiere i figli di Di Lauro

NAPOLI. Prima dell’omicidio di Patrizio
De Vitale sono stati controllati in
strada mentre un gruppetto di giovani
li proteggeva; successivamente
dei due figli di Paolo Di Lauro in libertà,
un maggiorenne e un minorenne
senza precedenti penali, si sono
perse le tracce. Per gli investigatori
è un segnale importante: la conferma
della paura di nuovi agguati all’interno
del rione dei Fiori, roccaforte
del clan. Ma non solo: alcuni
uomini della polizia sono sempre più
convinti che negli ambienti di malavita
di Secondigliano ci siano dei doppiogiochisti
all’opera e questo potrebbe
spiegare la facilità con cui i
killer degli Amato-Pagano (gli ex
“scissionisti”) hanno eluso le sentinelle
avversarie quando hanno ucciso
De Vitale e Silvestro a distanza di
sole 24 ore.
La volontaria sparizione dalla propria
zona dei due figli del padrino è
certamente temporanea. L’ultimo
controllo è avvenuto, da parte dei poliziotti
del commissariato Scampia,
mercoledì scorso. In quell’occasione
il gruppetto di giovani che li accompagnava
scambiò gli agenti per sicari
e ci furono momenti di forte tensione,
rientrati però subito perché gli
investigatori si qualificarono esibendo
i tesserini. Un episodio che dimostra
ulteriormente il clima negli ambienti
di malavita. Ben altro rispetto
a quando la tregua reggeva e i due
clan si erano divisi
le piazze di spaccio
tra Secondigliano
e le cittadini
dell’hinterland
a nord di Napoli.
Invece in seguito
sono ricominciati
i contrasti e la nuova fase della faida
è scoppiata proprio per il controllo di
tutti i punti-vendita in mano ai Di
Lauro.
I presunti doppiogiochisti sarebbero
complessivamente una quindicina
di uomini: tutti ritenuti dagli inquirenti
in rottura con il clan Di Lauro
per l’attività di traffico di stupefacente
e avvicinatisi al clan Amato-Pagano.
Come pegno di fedeltà sarebbe
stato richiesto un doppio omicidio:
l’eliminazione di Lucio De Lucia e
Giuseppe Pica, i referenti “dilauriani”
per il traffico di droga nel rione dei
Fiori. Con il secondo si accompagnava
quasi sempre Francesco Cardillo e
così fu ammazzato anche lui.
Starebbe in questo tremendo patto
di sangue il nuovo scenario di malavita
tra Secondigliano e Scampia. Per
gli investigatori dell’Arma e della polizia
si tratta di una nuova fase della
faida di camorra e questa volta a scatenarla
sarebbe stato il folto gruppo
di ex Di Lauro passati con gli “scissionisti”
perché insoddisfatti del guadagno
ricavato dall’appartenenza al
clan nella gestione dello stupefacente
nell’ultima e importante piazza rimasta
in mano agli uomini del padrino
“Ciruzzo ‘o milionario”, che nonostante
tutto resiste ancora pur se funziona
a scartamento ridotto e con
prezzi più bassi nella vendita.
Dei transfughi gli inquirenti parlarono
a proposito di De Lucia, per il
cui omicidio fu arrestato e scarcerato
Salvatore Frate. L’uomo che era in
compagnia della vittima effettuò il riconoscimento
vocale del presunto assassino
mentre le indagini sul gruppo
di dissidenti permisero di intercettare
alcune conversazioni, tra cui
una emblematica: “sono stati quelli
che si sono girati”. Per gli inquirenti
chi parlava si riferiva evidentemente
ai componenti del gruppo che ha
cambiato bandiera. Il supertestimone,
che non si è pentito e ha rifiutato
la protezione, è tornato a casa ma
non si vede in giro. Fece solo il nome
di Frate