mercoledì 30 maggio 2007

ultime battute sul processo del pizzaiolo ucciso

Ultima udienza dibattimentale
per il processo dell’omicidio di
Giuseppe Riccio, il giovane pizzaiolo
ucciso il 17 dicembre del
2005 all’interno della pizzeria
“Donn’Amalia” di Calata Capodichino.
Questa mattina sarà ascoltato
l’ispettore di polizia che effettuò
i rilievi scientifici sul luogo
dell’agguato: dovrà riferire i risultati
della perizia che incastrerebbero
i presunti esecutori dell’omicidio.
Alla sbarra Giovanni di
Vaio, Ciro De Vincenzo e Pietro
Girletti. Verranno sentiti anche il
consulente dell’accusa e gli ultimi
testimoni prima dell’inizio delle
discussioni.
La scorsa udienza sono saliti sul
banco dei testimoni alcune persone
chiamate dalla difesa a sostenere
l’alibi di Giovanni Di Vaio.
Ma non è andata come previsto: i
testi, un barista ed un barbiere,
non hanno confermato l’alibi di Di
Vaio, peggiorando così ulteriormente
la sua posizione. Nel corso
dell’udienza sono stati anche
ascoltati i periti della difesa, che
hanno fornito una diversa ricostruzione
di quel tragico pomeriggio.
L’ultima udienza dibattimentale
si celebrerà la prossima settimana.
Saranno chiamati di nuovo
i periti dell’accusa ed altri due testi.
Poi la parola passerà al pm Celeste
Carrano e agli avvocati di
parte civile (Luca Bancale, Giulia
De Lerna, Alfonso Furgiuele, Guido
Furgiuele) e dell’accusa (Dario
Russo, Giuseppe Granata, Rosario
Marsico, Francesco Cioppa). La
sentenza è prevista tra meno di
due mesi. La scorsa udienza furono
ascoltati i testimoni di Ciro De
Vincenzo, che sin dal giorno dell’arresto
si è sempre professato innocente.
Gli amici del giovane,
però, pressati dalle domande del
pubblico ministero e del presidente
della corte, caddero in confusione
soprattutto riguardo l’orario
in cui lo avrebbero visto. Fu
chiamato a testimoniare anche un
vigile urbano, che De Vincenzo
disse di aver incontrato quel pomeriggio
dal barbiere, ma l’uomo
non confermò il suo racconto.

lunedì 28 maggio 2007

l'analisi

Sempre piu' spesso a secondigliano tendono a credere che a vincere la guerra di camorra siano stati gli scissionisti,la faida di scampia ha lasciato una scia di sangue in pochi mesi senza eguali,circa 60 morti ammazzati e tra loro molte vittime che niente avevano a che fare con la camorra.Be c'e' da dire che la famiglia di lauro e' stata bene attenta a rimanere nell'ombra per quasi due decenni incassando soldi da fare invidia a la fiat di torino,il boss PAOLO DI LAURO era un maniaco della invisibilita' stava attento su ogni minimo particolare affinche il suo nome rimanesse un punto interrogativo.In verita' anche se la famiglia di lauro era tenuta in grande considerazione da tutti chi veramente riusciva a domare le faide interne ed a importare centinaia di chili di droga sono sempre stati gli scissionisti attuali.Prima che la faida iniziasse tutte le piazza di droga di secondigliano e dei comuni vicini erano gestite da la famiglia pagano e amato narcos con tentacoli in tutta europa che grazie ai loro contatti piu' forti in spagna riuscivano ad importare centinaia e centinaia di chili di droga.Anche le piazze erano gestite da loro,provvedevano tutto,e poi ogni mese cedevano una quota dei proventi illeciti alla famiglia di lauro che senza rischiare niente arraffavano centinaia di migliaia di euro al mese su ogni tipo di illecito comprese le estorsioni.I di lauro avevano contatti con tutti i gruppi criminali di secondigliano che per tenere frenati i loro equilibri non si tiravano mai indietro per aiutare altre famiglie malavitose anche estranee al loro gruppo.Quando COSIMO DI LAURO si rende conto del potere che gli amici del padre man mano vanno conquistando decide che e' il momento di metterli da parte mandando via la famiglia amato seguita subito dopo dai pagano che incominciano ad organizzarsi per sbarazzarsi definitivamente dei di lauro.Rimane l'enigma della famiglia licciardi del ruolo avuto nella faida,visto che ultimamente le piazza di spaccio se le sono divise con gli scissionisti,e molti affiliati dei licciardi gestiscono per entrambe le famiglie le estorsioni e lo spaccio,senza contare il potere sempre crescente di GIOVANNI CESARANO affiliato ai licciardi che ultimamente le sue mire di potere lo vedono sempre piu' presente all'interno del rione berlingieri sempre stato sotto il controllo dei di lauro.

la vergogna napoletana

Le preoccupazioni che arrivano da NAPOLI,non si e' mai visto in nessun posto d'italia che la popolazione per difendere tre spacciatori si rivolta contro le forze dell'ordine aggredendo agenti e distruggendo volanti per far guadagnare una via di fuga a questi buoni annulla.Anche ieri a piazza merato circa 200 persone armate di bastoni sassi e ogni cosa che gli capitasse per le mani si sono scagliati contro le forze dell'ordine aggredendo e ferendo tre agenti che stavano arrestando tre criminali sorpresi a delinquerare.Non c'e' che dire un emergenza sociale senza eguali,la camorra che sta conquistando per pochi euro i cuori dei napoletani piu' bisognosi,una vergogna che lo stato sa e non puo' giustificarlo come fece a l'epoca della faida di scampia il ministro dell'interno pisanu quando accusava che il pane della camorra era illegale ma il governo mai e intervenuo non dico per dare il pane come disse pisanu ma almeno un tozzolo per sopravvivere,e' vergognoso come napoli ogni giorno scivola sempre piu' nella indifferenza piu' totale con un consenziente governo che permette a questi criminali di tenere in scacco la citta' .

Folla inferocita difende tre spacciatori

Prima è stato visto incitare la folla contro la polizia, poi è sparito ed è incappato così nella denuncia in stato d’irreperibilità per violazione agli obblighi della sorveglianza speciale. È stata una notte movimentata per Franco Imparato, 33enne delle Case Nuove, ritenuto vicino ai Mazzarella del Mercato (mai arrestato per 416 bis). Ma anche per gli agenti dell’Ufficio prevenzione generale della questura (con il vice dirigente Massimo Castelli) e i colleghi del commissariato Decumani (con il dirigente Esposito). Un’operazione antidroga, culminata in tre arresti e altrettante denunce a piede libero, ha scatenato la rivolta degli abitanti contro le forze dell’ordine e il bilancio è inquietante: tre uomini in divisa contusi, solo per caso in maniera non grave, e sei autovetture danneggiate. Sono stati dunque, gli agenti dell’Upg della questura (agli ordini del dirigente Maurizio Agricola) ad arrestare intorno alle 2 (tra sabato e domenica) in via Padre Ludovico Da Casoria tre persone per detenzione ai fini di spaccio di stupefacenti. I poliziotti hanno accertato che Kalid Ahmade, 33enne, tunisino, e Angelo Manna, 44enne, avevano avviato nella strada una fiorente attività illecita, dividendosi compiti e ruoli. Quando venivano contattati dai giovani sui motorini, il napoletano incassava il denaro mentre il cittadino straniero consegnava le dosi di cocaina prelevandole all’interno di uno stabile. Nel corso dell’operazione gli agenti hanno sequestrato al tunisino tre dosi di cocaina e a Manna la somma di 447 euro, provento dell’illecita attività. Contestualmente all’arresto dei due, gli agenti delle Volanti, unitamente a una pattuglia del commissariato Decumani, fatta convergere in zona dalla sala operativa della Questura, bloccavano anche Claudio Nazzaro, 33enne, trovato in possesso di altre 8 bustine di cocaina e di 925euro. Durante il blitz scendevano in strada circa 200 persone, che hanno tentato non solo di evitare e favorire la fuga dei fermati. Mentre la folla inferocita si scagliava contro gli agenti con insulti, minacce cercando di portare via gli arrestati, dai balconi e dalle finestre delle abitazioni circostanti altri ribelli hanno lanciato verso i poliziotti lattine di bibite ghiacciate, pietre, mattonelle ed altri oggetti contundenti. Secondo gli investigatori la folla, costituita per lo più da donne, era fomentata da Franco Imparato, che dalla sua abitazione avrebbe anch’egli partecipato al lancio degli oggetti. Ma il tempestivo intervento di altre Volanti ha evitato che la situazione peggiorasse ulteriormente. I poliziotti, successivamente, hanno effettuato alcune perquisizioni in zona, rinvenendo nell’abitazione di Imparato, che non c’era contravvenendo a uno degli obblighi della sorveglianza, un giubbotto antiproiettile, apparati di videosorveglianza e una centralina per telecamere a circuito chiuso. Gli agenti, inoltre, hanno denunciato altre due persone per favoreggiamento personale e resistenza e lesioni a pubblico ufficiale.

domenica 27 maggio 2007

La casa data alle fiamme, nel quartiere Secondigliano, apparteneva a Gennaro Marino, arrestato il 25 novembre

Altro colpo contro la camorra, dopo l'operazione di martedì che ha portato alla cattura di decina di persone: Lucio De Lucia, di 49 anni, boss latitante del clan Di Lauro, è stato arrestato dai carabinieri del comando provinciale di Napoli a Melito, un comune confinante con il quartiere Secondigliano. L'uomo, che operava soprattutto nel rione Perrone, è stato sorpreso insieme con la convivente, nell'abitazione di una donna di 34 anni, che lo nascondeva da tempo. De Lucia è il padre di Ugo e lo zio di Luigi, elementi di spicco del clan, arrestati martedì nell'operazione, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, che ha portato complessivamente al fermo di 52 persone. Era latitante dal giugno 2003. Deve scontare tre anni di reclusione ai quali è stato condannato con le accuse di estorsione e lesioni personali.VILLA INCENDIATA - Intanto prosegue la lotta tra i il clan Di Lauro e gli scissionisti: un attentato incendiario è stato compiuto nel quartiere Secondigliano, a Napoli, contro un villino di proprietà di Gennaro Marino, esponente «scissionista» di spicco. Marino era stato arrestato il 25 novembre scorso dalla polizia che interruppe una riunione di camorristi. L'abitazione - un edificio in legno sul tipo dei cottage di montagna, fiancheggiato da una piscina - si trova alla quinta Traversa Limitone di Arzano, di fronte alla zona del cosiddetto Terzo mondo, nel cuore dell'area dove è in corso la faida di camorra. La casa era disabitata. Sconosciuti hanno divelto una finestra del villino e hanno versato all'interno dell'abitazione una notevole quantità di benzina. Quando è stato appiccato il fuoco, si è determinato all'interno dell'appartamento un effetto di compressione dei gas che ha provocato una fortissima deflagrazione e il successivo incendio. Sul posto sono giunti i vigili del fuoco che hanno spento le fiamme. In prossimità del villino sono state trovate alcune taniche vuote contenenti residui di benzina. Gennaro Marino, insieme con Vincenzo Pariante ed Arcangelo Abete (anch'egli arrestato, insieme con Marino, nel corso del blitz della polizia del 25 novembre scorso), è considerato uno dei fondatori del clan degli «scissionisti», definiti anche «Spagnoli» per la fuga in Spagna di Raffaele Amato, ex luogotenente di Paolo di Lauro, ritenuto il capo del gruppo.

Camorra, un sabato di sangue a Napoli

La guerra della camorra non si ferma. Anzi, diventa una strage: due morti, un uomo in fin di vita e un ferito grave nelle ultime 24 ore. Si comincia sabato mattina quando Francesco Alfieri, 54 anni, fratello dello storico capo clan Carmine Alfieri, poi diventato collaboratore di giustizia, viene ucciso in un agguato in via Castellammare a Piazzolla di Nola, in provincia di Napoli. Intorno a mezzogiorno è la volta di un giovane di 23 anni legato al clan Di Lauro che viene ucciso dai sicari in una salumeria a Scampia. Si chiama nome Antonio De Luise. Si trovava all'esterno di una salumeria al lotto P di Viale Della Resistenza quando è stato raggiunto da numerosi colpi di arma da fuoco. Attorno al cadavere si è radunata una folla e si sono avuti anche problemi di ordine pubblico per la polizia accorsa sul postoVENDETTA IMMEDIATA- La vendetta arriva nel giro di poche ore: Massimo Marino di 37 anni, cugino di Gennaro, boss del cartello degli «scissionisti» che si sono ribellati alla famiglia Di Lauro, viene gravemente ferito. Colpito a colpi di pistola alla testa Secondigliano, il quartiere al centro della faida di camorra che oppone il clan Di Lauro ad un gruppo di fuoriusciti. L' agguato è avvenuto poco prima delle 17 a Strada di Casavatore. Il ferito è stato trasportato all' ospedale S. Giovanni Bosco. Le sue condizioni sono risultate subito gravissime ed poi deceduto durante la notte in ospedale. UN ALTRO MORTO - Intorno alle 20 di sabato ancora sangue: questa volta è Ciro Scognamiglio, 37 anni, pregiudicato, ad essere ferito con un proiettile alla testa in una sparatoria in via Leopardi, nel quartiere Fuorigrotta a pochi metri da piazza Italia, il cui arredo è stato inaugurato in giornata. L'uomo è stato prima trasportato all' ospedale San Paolo poi al «La Schiana» di Pozzuoli, dove è stato sottoposto ad un' intervento chirurgico alla testa ma e poi deceduto durante la note. Nei pressi del luogo dell' agguato i vigili urbani hanno trovato un «Liberty 150» di colore grigio metallizzato. A bordo del mezzo due pistole ed alcune parrucche. Scognamiglio ha precedenti penali per rapina ed armi. Un pluripregiudicato, Santolo Spasiano, di 39 anni, ritenuto affiliato al clan Di Lauro, è stato arrestato dai carabinieri del Comando Provinciale di Napoli con l' accusa di aver partecipato all' agguato contro Massimo Marino, uomo degli «scissionisti», morto durante la notte per le ferite riportate. Nella tarda serata di venerdì, intanto, un uomo era stato gravemente ferito alla testa in via Arno, a Melito, nell'hinterland settentrionale di Napoli al confine con il rione Scampia, dove è in corso la faida camorristica per il controllo della droga. LE INDAGINI SUL FRATELLO DEL BOSS - I carabinieri hanno avviato una vasta battuta nel territorio nolano alla ricerca dei killer di Francesco Alfieri. Si cerca in primo luogo di chiarire la dinamica dell'agguato e di accertare il ruolo di Francesco Alfieri in eventuali lotte per il controllo di affari illeciti sul territorio. Attualmente, nell'area Nolana si fronteggiano due cartelli di clan. Da un lato i Russo-Capasso, dall'altro i Nino-Pianese. L'uomo si trovava all'interno di una Toyota Aris quando è stato raggiunto da colpi d'arma da fuoco.IL SEQUESTRO - Dopo aver ucciso Francesco Alfieri i due killer in fuga hanno sequestrato un automobilista di passaggio per poter scappare. I due erano arrivati a Piazzolla di Nola con una moto di grossa cilindrata. Compiuto l'agguato stavano scappando quando hanno avuto un incidente, o forse sono caduti, hanno abbandonato il mezzo in strada e, armi in pugno, hanno bloccato una Espace di passaggio, costringendo l'automobilista ad allontanarsi dalla zona. Il sequestro è durato una mezz'ora fino a quando, giunti a Saviano, i malviventi hanno fatto scendere l'automobilista ed hanno proseguito la fuga con la sua auto. IL CAPO DELLA NUOVA FAMIGLIA - Carmine Alfieri è stato uno dei più importati capi della malavita organizzata napoletana, ed era uno dei capiclan che diedero vita al sindacato del crimine «Nuova Famiglia» sorto per contrapporsi alla Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, che intendeva imporre tangenti anche sul traffico delle sigarette di contrabbando. Dopo lo scontro fra i due gruppi, Alfieri arrivò a conquistare il predominio sulla criminalità organizzata partenopea diventandone uno degli elementi di vertice. Latitante per dieci anni, fu arrestato nel settembre del 1992. Nel 1993 divenne collaboratore di giustizia. Nel 2002 in un agguato camorristico fu ucciso anche il figlio Antonio

Ancora due morti a Napoli

abbassa il tiro la malavita a Napoli. Oggi altri due morti ammazzati. Nella mattinata, un uomo è stato ucciso a Mugnano, nel napoletano, in un'autorimessa sulla circumvallazione esterna. Biagio Migliaccio, 34 anni, incensurato, figlio del titolare dell'officina 'Centro auto', è stato raggiunto da due colpi d'arma da fuoco esplosi da quattro uomini, in sella a due motociclette, il viso coperto dai caschi. I parenti assicurano che "Biagio non aveva nemici". Biagio Migliaccio era però il nipote di un pregiudicato, Salvatore Migliaccio, ritenuto affiliato al clan Di Lauro, attivo a Secondigliano, contrapposto in una sanguinosa faida ad un altro gruppo di malavitosi. Una vendetta trasversale potrebbe essere il movente dell'omicidio. A pochissimi chilometri, nel rione Scampia del quartiere Secondigliano, undici giorni fa, su una Fiat Punto, furono trovati tre cadaveri. Alle 18, un altro omicidio: un pregiudicato, Gennaro Emolo di 54 anni, è stato ucciso in un agguato in piazza Ottocalli, vicino alla caserma della Polizia inaugurata appena due giorni fa, nella periferia orientale della città. E' stata un'esecuzione: due proiettili alla testa sotto gli occhi di centinaia di passanti e automobilisti. Gennaro Emolo aveva precedenti penali per spaccio di droga e detenzione di armi. Il problema criminalità a Napoli è scottante. Il comandante provinciale dei carabinieri, il generale Vincenzo Giuliani, ha detto che "c'è una guerra in atto a Napoli". Il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu ha visitato nei giorni scorsi il capoluogo partenopeo e ha promesso che rafforzerà le strutture per la sicurezza: "Più intelligence, razionalizzazione delle forze, potenziamento delle infrastrutture e dei mezzi tecnici

Napoli, altra sparatoria a Scampia

Massimiliano De Felice, 30 anni, è stato ucciso ieri sera, nel quartiere Scampia di Napoli. L'uomo era nei pressi della sua abitazione, in via Fratelli Cervi, quando è stato raggiunto da diversi colpi d'arma da fuoco esplosi da una macchina in corsa. Secondo quanto si è appreso dalla polizia la vittima aveva da poco lasciato l'abitazione di alcuni parenti per rincasare. Gli uomini del commando lo hanno raggiunto esplodendogli contro almeno cinque-sei colpi di pistola. Per De Felice non c'è stato scampo. I sicari si sono allontanati velocemente. L'uomo, conosciuto come spacciatore, sarebbe imparentato con il detenuto in semilibertà ucciso la scorsa settimana in un agguato nei pressi della stazione della metropolitana di Piscinola. Non si esclude che anche questo delitto possa essere collegato alla guerra per il controllo del traffico degli stupefacenti scoppiata nell'area occidentale di Napoli tra gli uomini di Paolo Di Lauro e un gruppo di ex fedelissimi che avrebbe deciso di mettersi in proprio. Da qualche giorno nel mirino dei sicari sono infatti finiti i parenti di alcuni esponenti delle due fazioni, quella dei fedelissimi al boss Paolo Di Lauro, latitante da oltre due anni e quella degli scissionisti che in lotta per il controllo del mercato della droga. Oggi, invece, nuovo incendio in una panetteria di proprietà di Roberto Manganiello. L'uomo è il titolare della panetteria data alle fiamme ieri mattina a corso Secondigliano a Napoli. I carabinieri ritengono che all'origine dei due episodi, vi sia un'azione "punitiva" nei confronti di Manganiello che è imparentato con alcuni esponenti degli "scissionisti". Il fratello di Manganiello, Marco, fu ferito alcuni giorni fa vicino a una tabaccheria in via del Cassano. I Manganiello sono parenti dei fratelli Marino: Gennaro, nei giorni scorsi, è stato arrestato nel corso di un blitz della polizia mentre il fratello Gaetano è stato bloccato dai carabinieri sulla costiera sorrentina

Camorra, spunta un pentito

L'ultima vittima della faida di camorra è un ragazzo di 26 anni con la fedina penale immacolata. Ieri sera Dario Scherillo viene ammazzato dai sicari con tre colpi di pistola al volto, mentre torna a casa, a Casavatore. Vita limpida, il tranquillo lavoro in una agenzia di pratiche auto, indagini che partono con difficoltà a caccia di parenti o amici implicati con i clan di Napoli Nord. Una certezza, per gli inquirenti: il luogo dove è avvenuto l'agguato, ieri sera dopo le 20.30, è scenario di primo piano della guerra di camorra. L'ultimo, grave episodio di una giornata pesante. Che comincia quando le fiamme si alzano dietro la porta di casa del boss. C'è puzza di benzina, è un incendio doloso. Il quinto nel giro di ventiquattro ore. Il padrone di casa non c'è. È in carcere, arrestato dalla polizia piombata nel bel mezzo di un summit degli "scissionisti", i nemici del latitante capoclan Ciruzzo 'o milionario. Nello stesso giorno sono stati distrutti dal fuoco una cornetteria e un'autorivendita, un garage e una sala giochi. Dietro le fiamme ci sarebbe sempre lui, l'introvabile boss mai arrestato che, giorno dopo giorno, punisce chi l'ha tradito. Intanto, però, emerge una novità dalla maxi inchiesta della Direzione distrettuale Antimafia: nella sanguinaria guerra di Napoli Nord, che ha fatto trenta morti dall'inizio dell'anno, le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia cominciano a gettare luce sull'esercito dei killer di cui dispone il boss Di Lauro, tradito dalle nuove generazioni, ma forte dei "vecchi" affiliati.
Il pentito è Gaetano Conte, ex carabiniere in servizio a Roma, un periodo impiegato nella scorta dell'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Poi il giro di boa e la scelta di una vita al servizio della criminalità organizzata, la scelta di affiancarsi a Di Lauro. Arrestato per narcotraffico, oggi pentito, ha raccontato al pm della Dda Giovanni Corona: "Il boss Di Lauro può contare su duecento fedelissimi che eseguono gli ordini impartiti da una sconosciuta residenza all'estero. Ognuno di quei duecento luogotenenti controlla almeno venti persone". Dunque un vero e proprio battaglione, per il boss, che per ora è vincente nella guerra dichiarata ai suoi nemici. Il pentito Conte, attualmente in località protetta, un nome nuovo e una vita diversa, è tornato per confermare le sue accuse al processo contro il boss Di Lauro in corso in questi giorni. Ha fatto nomi e descritto circostanze, sta aiutando gli inquirenti a mettere insieme i pezzi di un complesso mosaico. Da una parte le identità di quei duecento fedelissimi, dall'altra le vittime della faida di oggi, i nomi degli "scissionisti

La camorra torna ad uccidere

Sembra non aver fine la faida tra i clan rivali a Napoli che si contendono il controllo del mercato degli stupefacenti: le pistole dei killer hanno ucciso due volte oggi: in una pizzeria, e in un appartamento a Castellammare di Stabia. Il primo assassinio a Casavatore, nella periferia di Napoli. Vincenzo Iorio, 50 anni di Scampia, è stato ucciso in una pizzeria, 'Il paradiso'. I sicari erano due. Non è chiara la dinamica dell'omicidio. L'uomo è stato colpito in diverse parti del corpo da numerosi colpi di arma da fuoco. Quando sono arrivati sul posto, i carabinieri non hanno trovato nessuno all'interno della pizzeria: anche i dipendenti erano scappati per il timore di dover testimoniare. La vittima del secondo assassinio è Ciro Fasolino, ucciso pochi minuti prima delle 20 nelle propria abitazione a Castellammare di Stabia, nell'area vesuviana a sud di Napoli. Anche in questo caso, la polizia è convinta che l'omicidio potrebbe rappresentare una nuova puntata della faida tra i clan stabiesi. E' stata la moglie a trovare la vittima sulla soglia di casa: ha chiesto soccorso ad una ambulanza ma all'arrivo in ospedale, suo marito era già morto. Secondo gli investigatori Fasolino era un ex cutoliano. Con l'uomo ucciso in pizzeria questa sera a Casavatore nel napoletano e l'omicidio Fasolino il bilancio degli omicidi a Napoli dall'inizio dell'anno è salito a 130 mentre quelli di camorra sono 102

Quei ragazzi di Napoli

Della rrobb, di questa "merda" nessuno parla e vuole parlare. Si fa finta di niente. Si tira diritto. La si nasconde "come se fosse una psoriasi sotto la camicia". Meglio la camorra, gli omicidi di camorra. Meglio quelli - i morti ammazzati schiacciati nel portabagagli dell'auto, i capuzzielli emergenti, i capetti declinanti, i quartieri occupati, i blitz, la paura, gli agenti segreti e le videocamere, il ministro che arriva in città - per dare un'immagine di normalità. Sì, normalità. Di che cosa volete scandalizzarvi? Di un centinaio di piccoli gangster ammazzati in undici mesi in una città che ha contato anche 258 morti in un anno (1991)? Napoli afflitta dal crimine organizzato, dalla guerra di bande è una Napoli che non sorprende, che non avvilisce o inquieta. E' una città "normale" agli occhi del Paese, come è normale, abitudine addirittura il crimine nella sua storia disgraziatissima. Meno normale è la Napoli cinica, disperata, senza futuro che, a occhi chiusi, sta bruciando una dopo l'altra le sue giovani generazioni - i figli, da queste parti, non erano piezz' 'e core? - e le sacrifica e le distrugge manco fosse una favela brasiliana.
Ma non è una favela, è un'area metropolitana di tre milioni di abitanti che ogni giorno vede in interi quartieri, Scampia, Secondigliano, Melito, Mugnano, Piscinola, San Giovanni a Teduccio, i vicoli dei Quartieri Spagnoli, di Montecalvario nel centro storico, migliaia di ragazzi (i più giovani hanno appena tredici anni) fare uso di droga come in altre città i loro coetanei bevono Coca Cola e mangiano hamburger. Sono decine di migliaia di ragazzi che abitualmente - più volte la settimana, tutti i giorni o soltanto nei week end per iniziare - fanno uso di droghe. Il 58,4 di loro, tra i 15 e i 24 anni, non ha lavoro e non ne avrà mai uno regolare. Che se lo scordassero. Vivono di televisione, di playstation e noia. Vivono con l'ossessione dei soldi. Soldi. Soldi. Soldi. Non chiedono altro. Non vogliono altro. I punti Snai per le scommesse sono affollate di giovani come in nessuna altra città italiana. La bolletta, il cedolino della scommessa, è l'unica speranza che si concedono nella vita. La scommessa azzeccata può cambiare la loro vita. Ci credono per qualche ora. Lo credono eccitati come se davvero il miracolo dovesse accadere. Il tempo di sapere che hanno perduto ancora, come sempre. Allora non resta che "l'altra cosa". Quella non costa cara e non delude. Quindici euro, soltanto quindici euro per una pallina di cocaina da tre decimi (ce ne sono da sette decimi e da un grammo) tagliata con il mannitolo (un diuretico) e procaina (anestico) più anfetamine e psicoformarci variamente e sciaguratamente miscelate. Costa da quindici a venticinque euro 'a buttiglietta. Cocaina base non cloridata, bicarbonato di sodio, acidi (soprattutto Lsd). Si fa così. Si svuota per un terzo un bottiglietta di acqua minerale. La si "tappa" con carta stagnola. La carta stagnola ha al centro un piccolo foro. Si sistema qui la pallina di droga. Si accende. Si fuma. "Vai subito fuori di testa".

Ragazzi di quartiere
Il Corbet (o Korbet) costa da dieci a venti euro. E' lo scarto della raffinazione dell'eroina tagliato con sostanze tossiche. Può essere polvere bianca o una pallina colore marrone. La si scalda sulla carta stagnola del pacchetto di sigarette. Si inalano i fumi. Cobret, Cobra, "per via che l'effetto è un morso di serpente". "L'assunzione di questa roba - spiega lo scrittore Maurizio Braucci (Mare guasto; Una barca di uomini perfetti) - la sua qualità pessima, la tenera età di chi l'assume provoca attacchi di isteria, livelli di delirio imprevedibili, inspiegabili e danni psicopatologici sui sistemi neuro-endocrini di giovani ancora in via di sviluppo". Accadono cose da pazzi a Napoli. Puoi morire per niente, per un nulla. Per un'ombra che passa dinanzi agli occhi di un adolescente "strafatto", avvelenato. Può ammazzarti perché ha pensato che tu guardassi la sua ragazza. Può accoltellarti perché nel traffico hai sfiorato il suo scooter. Può spararti perché semplicemente la tua faccia non gli piace. Perché hai detto la parola sbagliata. Perché non hai detto una parola quando dovevi dirla. Perché gli va di farlo. Perché vuole liberarsi di quel risentimento e rancore che gli brucia nel petto. "Bande di quartiere spesso motorizzate - racconta Braucci - si abbandonano ad aggressioni gratuite. Non sempre vogliono rapinarti. Magari ti schiaffeggiano soltanto passandoti accanto o ti lanciano addosso qualcosa o peggio ti circondano e ti picchiano. Qualche volta ti accoltellano". Sono così le notti di Napoli. Scooter impazziti. Ragazzi in preda a delirio di onnipotenza. O alla disperata ricerca di denaro. Quel fumo tossico che li ha esaltati si spegne presto e ne vogliono ancora. Hanno allora bisogno di soldi. Mica di tanto. Dieci euro. Quindici. Possono rapinare anche un bambino e frugargli le tasche per un foglietto da cinque euro. O possono schiacciare in un angolo una donna incinta e strapparle il telefono cellulare. E' sufficiente un cellulare in una piazza di spaccio per farsi un'altra fumata, un'altra bottiglietta, un altro Corbet. "Portare Rolex a San Gennaro" è scritto su muro a Porta San Gennaro. Vuol dire che lo spacciatore c'è ed è pronto a ricettare quel che hai rubato per darti ancora la roba. Non dovete pensare che la disperazione sia di alcuni, dei più sfortunati o dei più fragili. A Napoli, in quest'abisso senza luce, è l'intera generazione, dai quindici ai trent'anni, dei quartieri disperati del centro storico e della periferia. La sua lenta e violenta estinzione si consuma in silenzio in una città che se ne vergogna, che si protegge, che si muove lungo percorsi protetti e, se vive in vie a rischio o in quartieri pericolosi, tira avanti i suoi giorni come in una prigione abitata da matti e da assassini. "Io sono nato da queste parti, a Piscinola, là dietro quel muro di palazzoni - dice, mentre giriamo in auto nel niente di Scampia, Peppe Lanzetta autore di Figli di un Bronx minore, di Un Messico napoletano, di Tropico di Napoli - Nessuno è mai stato ricco da queste parti, alla vita siamo sempre stati aggrappati con le unghie e con i morsi. La domenica mattina però, quando quella vita di merda ti lasciava tirare il fiato per qualche ora, potevi vedere un padre felice giocare con il figlio che sorrideva. Oggi vedo in certe domeniche questi giovani zombie che vanno avanti e indietro, ingrigiti e brutti. Non hanno mai avuto un'occasione, una mamma che ha risposto, un padre che si è fatto trovare, un maestro che è stato ad ascoltare, un maledetto che gli ha offerto un lavoro. Attendono soltanto che si faccia l'ora. L'ora per andare a prendere la roba. Li vedi in fila sull'asse mediano. In fila. Uno dietro l'altro. Comprano l'eroina e se la fanno lì sul ciglio della strada. Uno dietro l'altro. Uno dopo l'altro. Tra di loro c'è sempre il povero cristo che non ha una lira per comprare e si guadagna il buco della giornata trovando le vene difficili in braccia già morte. Non sono in grado di dirlo in un altro modo: quella disperazione non ha più rimedio, non ha lenimento. Come se fosse una malattia allo stato terminale. Si mangia le loro vite e le case e le strade e i loro amici. Chi può scappa, fugge dalla malattia. Va a lavorare a Reggio Emilia, a Vignola vicino a Modena - lì il lavoro c'è - per salvarsi. Ma quanti si salvano? Sono sempre un parte infinitesima di chi resta qui a morire fottuto dalla cocaina da cucinare, dalla televisione, dalla camorra che se li prende prima della morte per fargli fare un giro di giostra e poi scaricarli con un buco in testa in una discarica. Non è che l'altra città, l'altra Napoli li tratti meglio. Vuoi un esempio? L'assessorato che si occupa delle periferie ha anche la responsabilità dei cimiteri. Assessorato ai cimiteri e alle periferie. Un programma. I morti di ieri. I morti di domani". Scampia è un niente stasera, è un vuoto. Due volanti della polizia all'inizio del largo viale che conduce alle Vele non hanno anima viva da fermare e controllare. Non passa un'auto. Non ci sono i giovani e occasionali "tossici" che gli spacciatori della camorra tengono in fila a suon di mazze ferrate. Non c'è un passante. Anzi ce n'è uno. E' una vecchina. Due bambini - avranno dieci anni - si affacciano da un muro e le tirano delle pietre e ridono. Si nascondono. La vecchina affretta il passo e quelli appaiono sul muro più avanti e le tirano ancora addosso delle pietre. Non c'è nessuno che possa aiutarla. Nessuno vorrà aiutarla. Nessuno potrà aiutarla. "A Napoli era d'abitudine - spiega Marco Rossi Doria, "maestro di strada" - "togliere l'occasione" come si diceva "per evitare le tarantelle", trovare il modo per sciogliere i conflitti per non provocarne di più gravi e dolorosi. A volte era sufficiente uno schiaffo o l'offerta di un caffè per "togliere l'occasione". Era un modo della comunità di difendere se stessa e restare unita. Oggi nessuno azzarda un gesto di pacificazione. Qui tutti sanno che la coca "cucinata", il Corbet possono trasformare chiunque in un assassino e il più banale degli screzi o dei dissidi nella ragione per una coltellata o una pistolettata". La vecchina è riuscita ad allontanarsi, finalmente. I due bambini ora si lanciano le pietre tra di loro.

Napoli, freddato per strada

città si sveglia con un nuovo omicidio: in via Giannantonio Campana, nel quartiere Piscinola, un uomo è stato affrontato in strada, nei pressi della stazione della metropolitana di Piscinola, da alcune persone che gli hanno sparato al volto ed alla testa. La vittima dell'agguato è Salvatore Abinante, di 31 anni. Era in semilibertà: di giorno lavorava in un negozio di elettronica che si trova nei pressi del luogo dell'agguato. La notte dormiva in cella. Salvatore Abinante, era stato arrestato lo scorso 27 agosto dal commissariato di polizia di Chiaiano per rapina ed era stato condannato a quattro mesi di reclusione. Abinante aveva precedenti anche per rapina e spaccio di sostanze stupefacenti; sarebbe imparentato con un boss di Mugnano (Napoli) legato prima al clan di Lauro e poi passato agli "scissionisti". L'omicidio rientrerebbe quindi nella feroce faida scoppiata mesi fa per il controllo dello spaccio in città. La vittima di stamani, potrebbe essere l'uomo sfuggito all'agguato lo scorso 6 novembre dinanzi ad una sala giochi a Scampia nel quale rimase ucciso un giovane disabile e altre cinque persone furono ferite. L'assassinio di Abinante, il centoqindicesimo dall'inizio dell'anno, è avvenuto mentre nella sala operativa della questura di Napoli, il sindaco Rosa Russo Jervolino, con i capigruppo del consiglio comunale e il questore Franco Malvano, stava osservando sui monitor le immagini riprodotte dalle telecamere installate in città. Ieri il ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, aveva annunciato l'intenzione di schierare più uomini e mezzi per il controllo del territorio a Napoli. Pisanu aveva annunciato in Commissione Affari Costituzionali alla Camera di aver rafforzato la presenza delle forze dell'ordine con 325 uomini in più.

Agguato a Napoli, ucciso un uomo

Nuovo omicidio di camorra a Napoli. Antonio Esposito, 60 anni, è stato ucciso poco dopo le ore 13 in via Monterosa in un agguato. L'uomo si trovava all'interno di una salumeria quando sono entrati due killer, con indosso un casco da motociclista, e hanno aperto il fuoco contro Esposito, freddandolo. Intanto non si ferma la lotta alla malavita organizzata. La notte scorsa la polizia ha interrotto un summit di camorra, che era in corso in un appartamento al rione Scampia di Napoli. Le sette persone che vi partecipavano sono state fermate. Sono state sequestrate numerose armi da fuoco. Il blitz è scattato un quarto d'ora dopo la mezzanotte. Al tredicesimo piano di via Fratelli Cervi, sei uomini e una donna legati al gruppo degli "scissionsiti" si stavano incontrando per discutere probabilmente la strategia da tenere contro il boss Paolo Di Lauro, detto Ciruzzo o milionario, e all'indomani dell'omicidio di Salvatore Abinante, ritenuto dagli investigatori vicino ai ribelli. I sette, secondo quanto trapelato dalla questura, sono i fratelli Anna e Arcangelo Abete, rispettivamente di 32 e 35 anni, i fratelli Gennaro e Raffele Notturno, di 33 e 30 anni, Gennaro Marino, 35 anni, Ciro Mauriello, 37, e Massimiliano Capasso, 32. Marino è ritenuto dagli investigatori il promotore della scissione all'interno del clan. All'arrivo degli agenti della squadra mobile e del commissariato di Scampia, qualcuno ha gettato dalla finestra un sacco contentente due mitragliette Uzi, sei pistole. Per sfuggire all'arresto i sette "scissionisti" hanno cercato di rendere difficile il lavoro della polizia. Gli agenti hanno dovuto sfondare un cancello abusivo installato sul pianerottolo davanti alla porta blindata d'ingresso. E non sono mancati momenti di paura quando dalle armi lanciate dalla finestra, cadendo a terra, è partito un colpo di pistola che ha sfiorato un poliziotto.
Da mesi nella zona è in atto una guerra provocata dalla scissione in seno al clan di Paolo Di Lauro: sette morti in cinque giorni, 15 dall'inizio di novembre. Altissimo il livello di violenza con omicidi a ripetizione tra le due bande. Tre nella sola giornata di domenica, culminata nella barbara uccisione di Gelsomina Verde, 22 anni, uccisa con quattro o cinque colpi di pistola alla nuca e poi data alle fiamme

Al posto di blocco dei clan

Il posto di blocco della camorra dista appena cinquanta passi da quello dello Stato. L'ordine, uno solo: "Andate via. Ora". Il tono non ammette repliche. La sentinella affianca il taxi bianco in via Praga Magica, una stradina stretta, parallela al poliambulatorio. Poco distante dal presidio sanitario da cui, tre giorni fa, è partito l'allarme: i pazienti, ormai, evitano di venire a curarsi, terrorizzati dai continui controlli cui sono sottoposti dai clan in guerra. Fermati e perquisiti. L'utenza è così diminuita del cinquanta per cento. Una situazione al limite della realtà, se si pensa che adesso, tra Scampìa e Secondigliano lo Stato ha inviato numerose pattuglie di agenti e carabinieri. Divise ben visibili, distribuite lungo il territorio della faida. Sono le 13,42 di una giornata molto calda e soleggiata. Nella periferia nord gli "stranieri", quelli che non sono i clienti abituali del "droga shop" delle Vele, dei Parchi Postali, dei Parchi Fiorito e Primavera, non sono mai visti di buon occhio. La camorra considera Secondigliano e Scampìa irrinunciabili piazze dello spaccio e non gradisce alcuna interferenza. Ma da quando è esploso il conflitto tra la cosca di Ciruzzo 'o milionario (il boss in fuga Paolo Di Lauro) e i ribelli del suo clan, gli scissionisti, il servizio visivo di controllo del territorio si è tramutato in veri e propri posti di blocco. Con perquisizioni e "foglio di via" per l'indesiderato ospite. E poco importa che il tutto avvenga nei pressi di presìdi legali, di polizia e carabinieri.
Le vedette, adesso, hanno un ruolo più "attivo". Non solo di segnalazione, ma anche, direttamente, di "espulsione". Per questo, dicono le indagini, percepiscono uno stipendio pari a 400 euro a settimana. Devono apparire "puliti", nessun precedente penale significativo. Per essere impermeabili a eventuali controlli degli agenti. Girano in moto o in grossi scooter, sono fra i pochissimi, nella zona, a indossare il casco omologato e ad avere tutti i documenti del mezzo in ordine. Usano un frasario particolare: "Piove", è la parola con cui si avverte dell'arrivo di uno sconosciuto. Se ne percepisce la presenza da quando si entra a Secondigliano, percorrendo la lunga via Luigi Ciccotti. Li vedi apparire all'improvviso, da una traversina, accelerare per raggiungere l'auto da controllare, scrutare dentro e poi sparire nuovamente in un'altra stradina limitrofa. In coincidenza con una postazione mobile della polizia o dell'Arma. E' così per tutto il tragitto. Il numero di vedette aumenta in corrispondenza con l'avvicinarsi al luogo tristemente noto come "Terzo Mondo". Il numero di divise, anche. Stato e Antistato che quasi si inseguono nel controllare, fermare, perquisire. Nello stesso territorio. Con la camorra che non rinuncia, che non sembra per nulla intimorita dalla presenza delle forze dell'ordine. Che ha soltanto modificato il suo modus operandi. Via Baku, via Fratelli Cervi, via Galimberti, via Roma verso Scampìa, via Limitone ad Arzano. Occhi attenti vigilano e comunicano via cellulare spostamenti e nuovi ingressi. Si entra nel "Terzo Mondo" che ricade nel territorio di Secondigliano. E' qui il poliambulatorio che ha denunciato i posti di blocco della camorra. Un Sos fatto proprio dal manager della Asl Napoli 1 che ha scritto al prefetto Renato Profili per chiedere protezione e tutela per il presidio sanitario. Dentro alla struttura, nessuno se la sente di aggiungere altro. Di comparire con nome e cognome. Comprensibile, visto il clima di autentico terrore che regna sul luogo. La conferma che è tutto assolutamente vero e credibile è data dall'occupazione fisica della zona antistante il poliambulatorio. Tre, quattro volti poco raccomandabili seguono ingressi e uscite. Comunicano con qualcun altro, via telefonino. Via Misteri di Parigi, via Praga Magica. Il taxi rallenta a causa di una curva a gomito. E in quel momento si materializza una vedetta delle cosche. In sella a un "Piaggio Exagon 125", nero. Indossa un casco rosso, ha la visiera alzata, si vedono due occhi azzurri. Parla in dialetto. Né veloce né lento. "Chi cercate?", domanda senza lasciar trasparire alcuna emozione. L'autista del taxi capisce subito di cosa si tratta. Mantiene un apprezzabile controllo. Prende un attimo di tempo. La sentinella sporge la testa oltre i finestrini abbassati dell'auto, rapidamente scruta i presenti, perquisisce con lo sguardo l'auto. Poi lo incalza, mentre con la mano sinistra apre e chiude in un attimo la cerniera del suo giubbotto blu, quasi a lasciar intendere che dentro ci sia un'arma: "Chi cercate? Dove andate?". La risposta: "Ci siamo persi in tutte queste stradine". La vedetta sembra seguire un copione già usato: "Andate subito via di qui". L'autista ripete: "Non troviamo la strada per uscire". L'uomo della camorra sembra irrigidirsi: "Prendete a destra e poi a sinistra, jatevenne, ora". Il taxi riparte lentamente, il "Piaggio Hexagon" è già scomparso. Cinquanta metri più avanti, nei pressi di via Gerusalemme Liberata, ci sono poliziotti e carabinieri intenti a controllare alcuni sospetti. Da qui, in breve, si può raggiungere la casa bunker del padrino in fuga, Paolo Di Lauro.

Camorra, titolare ristorante

E' stata un'esecuzione di camorra l'uccisione di un ristoratore a Bacoli, località balneare della zona Flegrea. La vittima è Enrico Mazzarella, 47 anni, titolare di "da Enrico" e, secondo le forze dell'ordine, esponente di rilievo della camorra locale. L'uomo è stato ucciso all'interno del suo locale, davanti ad alcuni clienti, con numerosi colpi di pistola alla testa. E' arrivato già morto all'ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli. Poche ore dopo un altro delitto di camorra. Un pregiudicato, Guglielmo Scelzo, 42 anni, è stato ammazzato con cinque colpi di arma da fuoco alla testa, a pochi metri dalla sua abitazione a Castellammare di Stabia. E sempre in serata un incendio, di probabile origine dolosa, è avvenuto in una sala giochi nel quartiere Scampia. Con quelli di oggi, sono 26 i morti dall'inizio dell'anno, ben ventitré dal mese di novembre a oggi. Mazzarella, già affiliato al clan Pariante, che da anni governa i traffici illeciti nel piccolo comune flegreo, negli ultimi tempi si sarebbe staccato dal boss mettendosi a capo, pare, di una cosca di ex affiliati. L'omicidio è avvenuto nel ristorante di sua proprietà: i sicari, tre o quattro, hanno fatto irruzione incuranti delle persone ai tavoli del ristorante, dirigendosi subito verso la vittima designata. Quattordici i colpi di arma da fuoco che hanno colpito uccidendolo all'istante. Il commando si è allontanato rapidamente guadagnando l'uscita con le armi spianate. Molte delle persone presenti si sono dileguate prima dell'arrivo delle forze dell'ordine.
Gli investigatori ipotizzano che anche il delitto di Bacoli sia in relazione con la faida, che ha come epicentro il quartiere napoletano di Scampia, tra il clan capeggiato da Paolo Di Lauro (soprannominato Ciruzzo 'o milionario) e gli "scissionisti" della cosca. Il boss detenuto Rosario Pariante, originario della zona di Secondigliano (quartiere adiacente a Scampia) è ritenuto un alleato di Di Lauro. Mazzarella, dopo aver preso le distanze da Pariante, potrebbe - ipotizzano gli inquirenti - essersi a sua volta legato agli "scissionisti" di Scampia. Anche l'incendio di questa sera, di probabile origine dolosa, in una sala giochi di via Ghisleri, rientra nella faida tra il clan Di Lauro e il gruppo degli scissionisti. Sono invece orientate sulla faida in atto da tempo tra il clan D'Alessandro e un gruppo di ex affiliati le indagini sull'assassinio di Guglielmo Scelzo. Il delitto è avvenuto alla traversa Tavernola: l'uomo, fratello di un pentito e che aveva precedenti per arma e droga, è stato ammazzato con cinque colpi di arma da fuoco alla testa, a pochi metri dalla sua abitazione. Le indagini dei carabinieri non escludono l'ipotesi di una vendetta "trasversale" originata dalla decisione del fratello di collaborare con la giustizia.

I Prinno sono alleati dei Sarno

Conosce e conosce tante cose Giuseppe Misso, l’ex boss della Sanità e da pochi mesi passato a collaborare della giustizia. Può raccontare di vicende che riguardano direttamente il suo clan e può invece raccontare vicende che hanno coinvolto indirettamente la cosca. Vicende che comunque conosce e che rappresentano nuove ed ulteriori prove per le inchieste condotte dalla magistratura. Nel giro di poche settimane Giuseppe Misso, in soli due verbale ha raccontato vicende relative a sei clan che operano al centro di Napoli e in periferia, facendo i nomi e i cognomi di quelli che lui stesso considera i reggente, «le persone che venivano a parlare con mio zio prima che questi fosse arrestato», ha detto in più occasioni. Il “terremoto” che in tanti hanno annunciato sta per scatenarsi, sempre se le sue dichiarazioni siano considerate veritierei prima dai pubblici ministeri e poi dai giudici che si troveranno a valutare gli elementi probatori a carico dell’uno o dell’altro imputato. Sui verbali delle estorsioni ai pontili di Mergellina, Giuseppe Misso si sofferma sul ruolo di Giovanni Cirella (che anche se più volte additato dal neo collaboratore come il capo del clan della zona della Torretta, va ribadito che è da considerare innocente fino a prova contraria) e sulla capacità di quest’ultimo di tessere alleanze. «Preciso che Giovanni Cirella - racconta il collaboratore di giustizia nel verbale datato 16 maggio 2007 - inizialmente venne a parlare solo con noi e poi si presentò dopo circa cinque o sei giorni con Luciano Sarno, suo fedele alleato. Quello che posso dire è che Giovanni Cirella abitava a Ponticelli e in più occasioni io l’ho visto e lui presenziava anche a riunioni che io avevo con i Sarno che avvenivano a Ponticelli». Poi il neo collaboratore di giustizia fa riferimento ad una nuova alleanza sorta a Napoli ovvero quella tra il gruppo dei Prinno della zona di Rua Catalana e quello di Giovanni Cirella, ovvero dei Sarno. «Giovanni Cirella - spiega Misso jr al pubblico ministero della Dda - aveva rapporti buoni anche con i Prinno di Rua Catalana. Questi infatti, negli ultimi tempi si erano avvicinati al gruppo dei Sarno. A dimostrazione di quanto dico posso riferire che quanto fu arrestato Gianluca Prinno, con lui c’era anche Giovanni Cirella. Mi riservo di spiegare in un prossimo interrogatorio, di spiegare quanto è a mia conoscenza sul gruppo Prinno di Rua Catalana», ha concluso il pentito nell’ultimo verbale depositato agli atti del procedimento contro i presunti taglieggiatori della Torretta imputati di estorsione aggravata. Misso jr infine spiega indirettamente del perché lui sia a conoscenza di tutti gli affari criminali dei clan degli altri quartieri, del perché debba essere creduto: «Nel 2005, prima della faida, i Misso erano il clan più forte, in grado di fare trattative anche in quartieri lontani dalla Sanità

killer di Merlino sono dei Gionta

È una vera e propria corsa contro il tempo quella che hanno ingaggiato i carabinieri della compagnia di Torre del Greco, guidati dal tenente Montorsi, per assicurare alla giustizia i killer che l’altro giorno hanno massacrato Ettore Merlino, 32enne, ex cognato degli Ascione di Ercolano. Con molta probabilità i due sicari che sono entrati in azione giovedì pomeriggio in via Nazionale sono arrivati da Torre Annunziata. Un gruppo di fuoco “prestato” dal clan Gionta agli amici del gruppo Birra, come è stato fatto in altre occasioni. Ma non solo. Gli investigatori dell’Arma, coordinati dal pm della Dda Filippelli, stanno cercando anche lo “specchiettista”, colui che ha segnalato l’arrivo di Merlino in via Nazionale ai due killer in motocicletta. E secondo alcune indiscrezioni investigative dovrebbe trattarsi di un personaggio di Torre del Greco, uno che conosceva bene la vittima e che forse è vicino al gruppo Falanga. Tra il boss Giuseppe “’o struscio” e i Gionta, infatti, c’è una parentela e i Gionta e lo stesso Falanga, in particolare il gruppo Luna, sono in buoni rapporti con i Birra. Questo spiegherebbe anche il “permesso” che i Falanga hanno dato ai Gionta e ai Birra di fare ammazzare uno degli Ascione sul loro territorio. Quello di Merlino, infatti, è il terzo omicidio commesso a Torre del Greco per motivi estranei al gruppo Falanga. Ora resta da capire se il gruppo di “Peppe ’o struscio” sia troppo debole per chiedere conto di ciò che accade sul proprio territorio o se abbia veramente dato l’ok per gli agguati. I carabinieri della compagnia di Torre del Greco intanto stanno andando molto velocemente avanti con le indagini e dopo le perquisizioni e gli stube di rito hanno puntato la loro attenzione su altri particolari. Hanno chiesto, infatti, l’acquisizione dei filmati effettuati dalle telecamere di sicurezza di alcuni esercizi commerciali ubicati lungo via Nazionale. Ma non è detto che dai filmati possa venir fuori qualcosa di veramente utile alle indagini. Magari possono aiutare sull’individuazione dello “specchiettista” o a fare emergere qualche particolare in più sulla dinamica dell’agguato, ma i killer avevano di sicuro il volto camuffato. La pista più seguita per l’omicidio dell’ex convivente della sorella degli Ascione, quindi, è quella della vendetta dei Birra. Gli uomini di “Giovanni ’a mazza” e fratelli, infatti, stanno facendo letteralmente piazza pulita di tutti i nemici, almeno quelli che ancora si fanno vedere in giro. Merlino, così come Gaetano Pinto, non immaginavano di essere nel mirino ed hanno pagato con la vita. Anche se il 32enne era stato già “avvisato” ad ottobre e ridotto in fin di vita dopo un pestaggio da parte dei Birra. Il 50esimo omicidio dall’inizio dell’anno a Napoli e provincia si è consumato poco prima delle 14 in via Nazionale. Ettore Merlino era in sella al suo scooter, uno Squab di colore verde, e percorreva via Nazionale. Stava tornando a casa da Torre Annunziata, quando i killer sono entrati in azione nei pressi di Villa Prota. Lo hanno sorpreso alle spalle e il passeggero della moto gli ha esploso contro nove pallottole calibro 9x21. Due sono andate a segno alla schiena e il pregiudicato di Torre del Greco è caduto dallo scooter stramazzando a terra: è morto sul colpo.

Spacciatori braccati fuggono sui tetti

Movimentata cattura da parte della polizia di tre spacciatori, rifugiatisi sul tetto di uno dei palazzoni di Secondigliano. Agli arrestati sono state sequestrate dosi di stupefacente e soldi. L’operazione è stata eseguita dagli agenti del commissariato “Secondigliano” i quali hanno arrestato Francesco Lo Masto, 24 anni, abitante in via Nuovo Tempio, Vincenzo Esposito, 42 anni, e Aniello Barbato, ventiseienne, entrambi domiciliati in via Raffaele Angelo; tutti con precedenti con la giustizia. La banda deve ora rispondere del reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. I tre arresti dimostrano quanto sia ancora intensa la cessione della droga nel quartiere a Nord di Napoli, nonostante i continui e serrati controlli effettuati dalle forze dell'ordine. Manette per gli spacciatori, ma soprattutto fogli di via per i “clienti”, queste le contromisure adottata dalla polizia per fare desistere i compratori a raggiungere le famigerate “piazze dello spaccio”, attive in questa zona della città. Giovedì sera, durante il controllo del territorio, transitando lungo via IV Aprile, una pattuglia si insospettiva per la presenza di tre persone. Ad attirare l'attenzione, in particolare, erano due intente a conversare con alcuni giovani. Dopo qualche minuto di appostamento, i poliziotti avevano individuato il motivo del loro agitarsi, oltre al fatto che i componenti del terzetto si erano divisi i compiti ed avevano avviato una lucrosa attività di spaccio. Il momento opportuno per entrare in azione era quando uno dei malviventi riceveva i soldi (identificato come Francesco Lo Masto) da un giovane che si era avvicinato a bordo di uno scooter. All'avvicinarsi della vettura della polizia, Aniello Barbato, che aveva il ruolo di vedetta, dava l'allarme per avvertire i complici che erano poco distanti del pericolo che stavano correndo. Allarme che veniva ascoltata dai due spacciatori che rapidamente si allontanavano dirigendosi verso un edificio nel tentativo di fare perdere le loro tracce. Immediatamente, gli agenti si ponevano al loro inseguimento abili a non farsi distaccare. La fuga dei malviventi si concludeva sui tetti dello stabile dove la coppia veniva fermata ed arrestata. Alla perquisizione, il più giovane degli spacciatori veniva trovato in possesso di oltre 100 grammi di hashish mentre Vincenzo Esposito, il quale ricopriva il ruolo di cassiere, aveva con sé 830 euro, in vario taglio, che gli investigatori ritengono fosse il provento dell’illecita attività. Poco dopo, anche il terzo complice, la vedetta, che aveva cercato di approfittare della concitazione dell’inseguimento ai danni dei suoi complice per guadagnare una via di fuga, veniva intercettato dalla polizia, in via degli Ortolani: anche per Aniello Barbato, così, scattavano le manette ai polsi. I tre sono stati accompagnati al carcere di Poggioreale e oggi saranno interrogati dal gip. Le indagini da parte della polizia proseguono per accertare eventuali collegamenti o vicinanze con i gruppi che controllano il mercato della droga nella zona di via IV Aprile

venerdì 25 maggio 2007

Quella foto con l'amico Diego Maradona

Diego e Carmine. Sembrano due fratelli in quella foto dove sorridono estasiati, i volti abbronzati sotto cespugli di capelli neri e ricci, immersi in una vasca da bagno. Lui è Maradona, ovvero l'idolo delle folle e il numero uno indiscusso del calcio mondiale. L'altro è Carmine Giuliano «o lione», professione camorrista : non è ancora un boss, ma aspira senz'altro a diventarlo visto il soprannome che si è scelto e l'autorevolezza criminale che agli occhi della gente può derivargli dalla familiarità con il personaggio più famoso del momento.La fotografia fu scattata nel 1987. Carmine Giuliano, 46 anni, il nuovo padrino del clan di Forcella, evaso stamattina da una clinica di Cassino, divenne un nome nella malavita forse anche grazie a quella istantanea, sequestrata in un covo dalla polizia con altre settanta, un album sconvolgente che documenta lo spessore dell'organizzazione criminale e la disinvoltura di un campione dalla personalità troppo fragile. All'epoca del sequestro 'o Lione è il numero due del clan, attivo nel centro della città in una miriade di business illeciti (droga, estorsioni, gioco clandestino) e controllato saldamente dal fratello maggiore, Luigino, al quale è stato assegnato l'eloquente soprannome di ' 'o rrè. Avvenente come tutti gli uomini (e le donne) della famiglia, Carmine non è tipo da adattarsi a vivere nell'ombra.Il suo clan del resto, diversamente da altre importanti famiglie mafiose, sembra prediligere le luci dei riflettori: matrimoni luculliani, feste di piazza dove si esibiscono i neomelodici di maggiore successo, tra ostentazioni di opulenza e atteggiamenti di magnanimità verso quel «popolo» al quale concede di che vivere ricevendo in cambio un devoto rispetto. Il carattere esuberante aiuta non poco Carmine a emergere, nelle mondanità come nelle attività criminali. È lui che gestisce il lotto e il totocalcio clandestini, è lui ad avere rapporti con quella zona grigia di traffichini, ex addetti ai lavori, dove , secondo le recenti rivelazioni di alcuni pentiti, si riesce persino a incidere sui risultati delle partite del campionato di calcio. La carriera di Carmine ha una svolta quando Luigino, segnato dalla detenzione e dalla malattia si incammina verso un irreversibile tramonto. Il capo ormai dichiara di essere fuori dalla camorra, sostiene di essersi convertito, pubblica versi, compone i testi di canzoni: insomma lascia intendere di voler mettere una pietra sul passato e questo nuovo corso viene visto con sospetto dai fratelli. Che temono tutto un altro pentimento. E forse per questo che viene ucciso l'avvocato Anyo Arcella, che secondo i forcellani avrebbe suggerito al boss di collaborare. Ma a pentirsi, pochi mesi dopo l'arresto, saranno proprio i fratelli irriducibili, tra i quali Carmine.È l'alba di Capodanno del '99 quando i carabinieri sorprendono 'o Lione in un nascondiglio sotterraneo nel cuore di Forcella, protetto da sofisticati sistemi di allarme. Come tutti i boss che si rispettano Carmime, destinatario di un ordine di cattura per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti, trascorreva la latitanza nel suo territorio. Per gli inquirenti è diventato lui il capo dell'organizzazione: nel provvedimento di arresto viene indicato infatti come il promotore della associazione mafiosa dopo la rottura con il fratello maggiore. Il colpo di scena si consuma in una udienza in Tribunale dove si stanno processando 22 tra esponenti della cosca e poliziotti collusi. Il 27 marzo in aula Carmine annuncia tra la sorpresa generale: «Voglio collaborare con la giustizia, intendo rispettare le leggi dello Stato». Una promessa che resterà nel regno delle intenzioni. Dopo sei mesi di interrogatori, infarciti di rivelazioni a metà, il boss ritratta tutto. Saltato il progetto di un programma di protezione, viene trasferito a Regina Coeli da dove esce l'11 marzo scorso per essere portato nella casa di cura di Cassino. Agli arresti domiciliari, senza piantonamento, per una diagnosi di tumore. Poi l'evasione. La caccia al Leone in fuga ricomincia dai vicoli di Forcella.

Offensiva ai clan, 4 in cella


TORRE ANNUNZIATA - Prosegue l’offensiva dello Stato per arginare la faida tra i clan di Torre Annunziata. Una risposta ferma e decisa, quella delle istituzioni che, con l’arresto di quattro esponenti criminali di spicco delle due organizzazioni criminali maggiormente coinvolte, i Gallo ed i Gionta, hanno inferto un duro colpo alle cosche. In manette sono finiti Raffaele Gallo, classe 1981, pregiudicato, ritenuto affiliato ai Gallo - Cavalieri e i fratelli Salvatore, 26 anni, Ciro, 29 anni, e Aniello, 31 anni, in forza alla compagine nemica, quella dei valentini. Gli arresti sono maturati nell’ambito di un servizio straordinario del territorio, effettuato dai carabinieri della locale compagnia, alle dipendenze del capitano Pasquale Sario e del tenente Marco Spaziani, in collaborazione con il personale delle Cio dei Battaglioni Veneto e Lazio. Durante la perquisizione, coordinata dal luogotenente Francesco Vecchio, nell’appartamento di proprietà del 25enne sono stati rinvenuti due chilogrammi di marijuana, la somma contante di 36mila euro in banconote di vario taglio, ritenuta provento di attività delittuosa, un fucile di precisione calibro 338 BR con silenziatore e cannocchiale di precisione, una pistola calibro 9 luger con colpo in canna e 15 cartucce nel caricatore, una calibro 9 con caricatore, un revolver calibro 357 magnum, 16 cartucce calibro 7,65 parabellum, 36 cartucce da guerra calibro 7, un giubbotto antiproiettile ed un sistema di videosorveglianza composto di quattro telecamere a circuito chiuso poste all’esterno dell’appartamento per tenere sotto controllo le strade adiacenti. Le armi erano all’interno di uno spazio ricavato nel muro di una taverna e perfettamente occultato da una finta parete che si apriva mediante una serratura nascosta dietro una mattonella aderente alla stessa, in linea con le altre, mediante delle calamite poste sul retro. Per nulla paghi di aver assicurato alla giustizia il giovane rampollo dei Gallo – Cavaliere i militari dell’Arma hanno passato al setaccio i quartieri più a rischio della città nel corso di tutta la notte. Nella rete delle perquisizioni a tappeto sono finiti i fratelli Scognamiglio, residenti nel cuore del quartiere Provolera. Gli investigatori hanno scoperto una pistola di fabbricazione russa calabro 9 parabellum con colpo in canna e caricatore con 17 cartucce, 150 cartucce calibro 9 x 19, un giubbotto antiproiettile ed una divisa da carabiniere. Di qui il fermo per i reati di concorso in detenzione di armi da guerra con l’aggravante di aver agito per conto del clan. All’indomani dei funerali blindati di Francesco Paolo Genovese e Antonio De Angelis, le due vedette dei clan Gallo – Cavalieri, uccise nel corso del conflitto a fuoco di domenica scorsa in via Oplonti, i tutori dell’ordine hanno dato prova di prontezza ed efficienza. Nel corso della sparatoria rimasero feriti Francesco Zavota e Giovanni Iapicca, del clan Gionta, ritenuti esecutori materiale della spedizione punitiva e quindi destinatari di un provvedimento di fermo. I funerali Genovese e De Angelis si sono svolti l’altro giorno nel locale cimitero, alla presenza di un nutrito drappello di agenti di Polizia. Tutto, però, è filato liscio. Non c’è stato nessun problema di ordine pubblico. Nel frattempo vanno avanti le indagini e prosegue la controffensiva delle forze dell’ordine che hanno previsto pattuglie fisse nei punti più caldi della città, vale a dire a ridosso del quadrilatero della carceri e nella periferia sud. Si cerca, infatti, di tenere sotto controllo i rioni a rischio ed evitare che la mattanza possa continuare, mettendo a repentaglio la vita di innocenti. L’arsenale sequestrato dai carabinieri dimostra che i protagonisti dello scontro in atto sono pronti ad affrontare ulteriori scontri a fuoco. Anche ricorrendo all’utilizzazione di divise contraffatte dei militari. Un particolare, questo, abbastanza inquietante, dal momento che l’omicidio di Vincenzo Amoretti è stato perpetrato da finti poliziotti che si sono presentati all’ingresso del suo alloggio all’isola 5 del Parco Penniniello.

Così si paga il pizzo alla Torretta

Non solo estorsioni in denaro, non solo ricatti ai titolari di cantieri edili. La camorra si reinventa e lo fa assumendo il controllo totale della parte viva e produttiva del quartiere. Lo racconta Giuseppe Misso jr detto “’o chiatto” da qualche mese passato a collaborare con la giustizia. Il primo verbale a sua firma è stato depositato dal pubblico ministero Raffaele Marino nel corso del processo contro i clan della Torretta. E proprio della Torretta l’ex boss della Sanità si sofferma e spiega come ai commercianti veniva imposto il pagamento del “pizzo”. «Molte estorsioni alla Torretta avvengono anche sui frutti di mare e sulle mozzarella che vengono acquistati dal clan e poi imposti a tutti i ristoranti e gli esercizi commerciali della zona così come “sopra le mura” dove ai venditori di frutti di mare vengono imposte le taniche con l’acqua di mare per mantenere i pesci freschi. Questo tipo di estorsione mi pesa particolarmente perché c’è un parente di mia moglie in quella zona», ha raccontato il neo-collaboratore il 16 maggio del 2007 alle 11,25. La stessa cosa avveniva anche nel mercato del pesce di via Soprammuro al Mercato. Si è soffermato poi sulla geografia criminale della cosca e sui tentativi di espansione del clan Misso anche alla Torretta. Peppe “’o chiatto” racconta che il clan era molto interessato al quartiere che lo stesso pentito chiama della “Napoli bene” e soprattutto al racket per la costruzione dei nuovi pontili. I Misso sapevano tutto, avevano le giuste pedine per muoversi, ma come racconta lo stesso collaboratore di giustizia, «si intromisero Rosario Piccirillo, Pasquale Esposito ed altri che si rivolsero a Carlo Scognamiglio per iniziare la trattativa estorsiva e furono subito arrestati». Il piano secondo Giuseppe Misso jr poteva funzionare perfettamente a tal punto che già avevano contattato le persone che si sarebbero interessati della trattativa perché meglio inseriti nel quartiere. «Nel 2005 il nostro obbiettivo era quello di ottenere una grandissima tangente estorsiva in relazione ai lavori di ampliamento dei pontili di Mergellina e decidemmo di contattare Carlo Scognamiglio che sapevamo essere il vincitore della gara di appalto e per quello che ricordo era una persona pericolosa perché se qualcuno si fosse presentato da lui avrebbe subito denunciato tutto alla polizia», ha detto Misso. Per questa operazione, racconta Misso, avrebbero allertato Antonio Economico, un vecchio pregiudicato di Santa Lucia, che secondo l’ex boss della Sanità, poteva facilmente raggiungere Scognamiglio per imporgli la tangente. «Economico è vicino a noi e gestisce la zona inferiore del Pallonetto, mentre gli Elia quella superiore. Noi eravamo veramente interessati a quei pontili anche perché la Torretta è da sempre stata una terra di conquista da parte di tutti i clan di Napoli e per noi, che nel 2005, eravamo la cosca più potente di Napoli non era un problema. Ma l’operazione saltò perché si immischio Rosario Piccirillo e i suoi compari che furono subito arrestati».

Fausto Frizziero è in spagna, cercatelo lì»

È più volte venuto alla Sanità Fausto Frizziero, il fratello di Francesco che era sostanzialmente il capo del clan e attualmente si nasconde in Spagna». Una dichiarazione questa di Giuseppe Misso, racchiusa nel fascicolo depositato dal pubblico ministero della Dda, Raffaele Marino, nel corso del processo per il racket dei pontili di Mergellina dopo sono imputati alcuni ras della Torretta. E proprio quella indicazione a dato il la alle ricerche del latitante che si era reso irreperibile nell’estate scorsa, subito dopo la sua scarcerazione, ma ufficialmente era latitante dallo scorso novembre, quando sulla testa gli era piovuta un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Napoli per i reati di associazione per delinquere di stampo camorristico, estorsione e traffico di sostanze stupefacenti. Lo ricorda anche Giuseppe Misso jr che era latitante e nel corso del suo interrogatorio reso al pm dice: «I due fratelli Frizziero erano al comando del clan della Torretta poi furono arrestati ma poi scarcerati per decorrenza dei termini e Fausto si rese latitante». Aveva lasciato prima la Torretta trasferendosi nella zona orientale della città Fausto Frizziero (di Orlando), 28enne, meglio noto come “’o piccione”, boss dell’omonimo clan della Torretta, di Mergellina, Chiaia e zone limitrofe. A Ponticelli o in qualche quartiere vicino, potendo contare sull’amicizia dei Sarno. Ma da qualche mese, visto che gli “007” della Squadra Mobile gli stavano addosso, “’o piccione” era volato in Spagna, a Barcellona precisamente. In terra iberica gli investigatori della Mobile lo hanno stanato martedì sera con la collaborazione dell’Interpol e della polizia spagnola e tutto confermato dall’imbeccata del neo collaboratore Misso: «Frizziero si nasconde in Spagna, aveva detto» ed è lì che lo hanno trovato. Fausto Frizziero, meglio noto come “’o piccione”, figlio del padrino Orlando, era tornato in libertà il 29 marzo dello scorso anno assieme al fratello Francesco (anch’egli condannato a 12 anni per la stessa estorsione). La linea difensiva dell’avvocato di fiducia dei due “rampolli” della camorra della Torretta risultò essere vincente e per i “pistoleri” si aprirono le porte del carcere. (Dal quotidiano Il Giornale di Napoli del 24/05/2007 )

giovedì 17 maggio 2007

Benvenuti nello Stato libero di Scampia, Il regno criminale del Re invisibile

La battaglia di Secondigliano non è come tutte le altre faide di camorra. È una bomba atomica negli schemi dell’irrazionale logica mafiosa. E’ ferocia, barbarie e mistero. Ferocia per la crudeltà delle esecuzioni. Barbarie per le modalità di lotta. Mistero per i personaggi e le azioni che si rincorrono in un copione di sangue, zolfo e fuoco. Vi si fronteggiano due eserciti che non si riescono a localizzare, mossi su una scacchiera di cemento da capicamorra introvabili. Ufficialmente, Paolo Di Lauro è produttore e distributore di abbigliamento in pelle. Per la procura della Repubblica di Napoli è il più potente trafficante di droga della Campania. Pochi precedenti penali, un arresto risalente a oltre vent’anni fa e un’assoluzione con formula piena “per non aver commesso il fatto”. Paolo Di Lauro ha una particolarità che sfugge alla mentalità camorristica partenopea: è riservato, non ostenta quel potere criminale e finanziario che per almeno vent’anni ne hanno fatto l’eminenza grigia della criminalità di una provincia che conta tre milioni di abitanti.

Paolo Di Lauro ha una particolarità che sfugge alla mentalità camorristica: è riservato e non ostenta il suo potere La sua ultima foto risale a novembre del ‘98. Dei pentiti che lo accusano, il più affidabile di loro non lo ha mai visto in facciaMa non è l’unica. Ha un’altra caratteristica, il boss, forse ancora più rara. La sua ultima foto risale a venerdì 27 novembre 1998 negli uffici del commissariato di Scampia, a poche centinaia di metri dal suo quartier generale: via Comunale Cupa Vicinale dell’Arco. Mai intercettato al telefono in dieci anni di indagini condotte dalla Direzione distrettuale antimafia. I pentiti che ne hanno parlato sono quattordici. Il più affidabile di loro, non lo ha nemmeno mai visto in faccia. Inaccessibile ai suoi stessi affiliati. Al cospetto del ‘capo’ sono ammessi soltanto i componenti del gruppo dirigente. Cinque, sei persone al massimo. Una donna ci provò ad accusarlo, dieci anni fa, in un’aula di tribunale, puntando il dito contro chi aveva venduto una dose di eroina avvelenata al figlio. Ebbe giusto il tempo di deporre alla prima udienza. Seguì il figlio nella tomba dopo poche settimane. Istruttoria chiusa, nessun colpevole. Dal 22 settembre 2002, quando la Procura di Napoli lanciò sulle sue tracce mezza Questura, è ufficialmente latitante. Eppure, ha sempre vissuto in clandestinità, anche quando non avrebbe avuto nulla da temere dalla giustizia. Pasquale, Ciruzzo ’o milionario, Ciruzzo ’o cumpagno: sono le uniche tracce che portano a lui nelle conversazioni telefoniche. Inarrivabile: tant’è che uno sgherro devoto fu intercettato mentre implorava un affiliato di rango superiore perché gli presentasse il padrino Richiesta rimasta inesaudita. All’infuriare della battaglia, non un passo falso. Il telefono sempre muto. Lo scettro del comando impugnato dal primogenito e lui – come ebbe modo di raccontare, prima di ritrattare, un pentito – “che interviene nei momenti di crisi, per dire l’ultima parola”. Sparito, inghiottito nel nulla. Fuggito all’esplosione della faida che ha già lasciato sull’asfalto oltre cinquanta morti. O bloccato all’estero, a curare gli affari della famiglia. Le ipotesi investigative si muovevano su questo duplice binario. Fino a quando un solerte funzionario di polizia ha riavvolto la bobina di una intercettazione in carcere tra due affiliati e ha ascoltato quel dialetto stretto, reso ancor più incomprensibile dalla diffidenza e dal timore. Poi ha scritto furiosamente al magistrato che conduce le indagini. Sulla carta intestata della Questura di Napoli non ha dovuto aggiungere molto, solo quanto aveva sentito. “Pure lui sta qua… ti dico che è lui… Ciruzzo è tornato”. La struttura organizzativa del clan Di Lauro sembra copiata dai manuali di management dei guru dell’economia americani: è l’applicazione del principio del multi-level al narcotraffico. Organigramma rigidamente gerarchico, con ruoli e competenze specifici. Centinaia di stipendiati, che vanno dalle sentinelle (800 euro al mese) fino ai capipiazza (dai 10 ai 12mila euro alla settimana). Gli ordini provengono dal direttivo del cartello e filtrano attraverso i responsabili operativi dello spaccio fino all’ultima vedetta. Il capo governa con mano ferma, ma non parla mai direttamente. Racconta uno dei pochi pentiti del clan: “E’ la famiglia a decidere, sempre. Ogni ordine proviene soltanto da loro e nessun altro si azzarda a metterli in discussione. Si esegue e basta”. È la teoria dei cerchi concentrici del crimine organizzato: tutti sanno da chi provengono le direttive ma non possono dimostrarlo. Non possono accusare il capo, non saprebbero nemmeno riconoscerlo. Albania, Spagna, Grecia, Sudamerica, Olanda ed Europa dell’est: i tentacoli della piovra abbracciano tre continenti per importare droga, armi e prodotti in pelle. Perché il mercato del falso è uno dei punti di forza della camorra spa di Secondigliano: giubbotti, trapani e macchine fotografiche. Un giro d’affari di ventotto miliardi di euro. “Allo stato attuale, non è escluso che nella faida di Secondigliano possano essere impiegati killer di nazionalità straniera, molto probabilmente killer albanesi”. Tutti ne temono la violenza, la pregiudicatezza, la ferocia: ma dall’inizio della guerra non ne è stato arrestato nemmeno uno. Agiscono in quartieri blindati dalle forze dell’ordine e dall’omertà, tornano ai loro nascondigli dopo aver terminato missioni di morte che valgono ventimila euro l’una. L’esercito personale del boss invisibile, assoldato nei Balcani tra le fila della malavita etnica.L’ultimo delitto, il più efferato, l’hanno celebrato seguendo un rituale che non ha eguali negli ultimi venti anni a Napoli, tranne forse nella furibonda battaglia tra cutoliani e anticutoliani. La vittima è stata fatta inginocchiare, giustiziata con tre colpi di pistola alla testa e decapitata con un flex, la sega elettrica che si usa per tranciare l’acciaio. Raccontano i collaboratori di giustizia: “Paolo Di Lauro è un uomo di pace, non avrebbe mai permesso questo massacro”. Chi lo ha ordinato allora? Chi può decretarne la fine? Per i magistrati della Procura di Napoli, il regista dell’orrore ha un nome: Cosimo Di Lauro. Trentuno anni. Primogenito del boss dei boss. Piglio duro, sguardo truce, secondo gli inquirenti rappresenta “un punto inarrivabile di intelligenza e di capacità di comando strategico all’interno del clan”. Fu lui a giurare vendetta ai suoi affiliati assetati di sangue, promettendo di trucidare i nemici a uno a uno, utilizzando anche le bombe. Quando l’hanno arrestato, i carabinieri del Comando provinciale di Napoli hanno dovuto attendere nel nascondiglio del boss l’arrivo del X Battaglione Campania per sedare la guerriglia scatenata dalle donne del rione contro chi aveva osato toccarlo. Quando l’hanno caricato a fatica sul cellulare e si sono diretti verso la caserma per sottoporlo al primo interrogatorio, i militari sono stati scortati da una fiumana di motorini guidati dai giovani del quartiere. È la fedeltà dei soldati verso il “generale”. Anche Cosimo, come il padre, ha una concezione del potere che sfugge alle regole non scritte della camorra: ha l’autista e il portavoce. Il figlio del capo, infatti, non mantiene contatti diretti con gli affiliati. Li delega al suo braccio destro, 24 anni appena. E’ lui l’unico a potergli parlare, a sapere dove si nasconde. Uno squillo per radunare il direttivo, un solo squillo sui cellulari dei vari capizona per incontrarsi e dettare le disposizioni del padrino. Racconta un pentito: “Gli affiliati avevano un telefonino solo per questo e in più di un’occasione mi è capitato di vederli andare via, per un appuntamento in un luogo che ora non so indicare, per ricevere gli ordini in Mezzo all’Arco”.

Trent’anni per Antonio Formicola

Per la Procura Antimafia e per i
giudici è stato lui a uccidere Luciano
Monaco al termine di una
furibonda lite e dopo un appuntamento.
Così il pubblico ministero
della Dda, Sergio Amato,
aveva invocato per Antonio Formicola,
fu Bernardo, la pena dell’ergastolo,
ma i giudici lo hanno
condannato a trent’anni escludendo
la premeditazione e l’aggravante
dell’articolo sette. Era
assistito da Michele Cerabona e
di Maria Michela Fusco.
«Luciano Monaco prima di morire
ha accusato il suo assassino.
Disse che si chiamava Antonio,
non quello basso e chiatto ma
quello alto e magro». Alto e magro
proprio come “aglietiello”, proprio
come Antonio Formicola,
che bussò alla porta del carcere di
Viterbo, consegnandosi agli agenti
penitenziari. Finì così la latitanza
del ras di San Giovanni a
Teduccio, soprannominato “aglietiello”:
ad aprile del 2005 fu emesso
nei suoi confronti un decreto di
fermo per omicidio, l’omicidio
perpetrato il 22 aprile ai danni di
Luciano Monaco, dopo una violenta
lite
Il primo testimone chiamato
dall’accusa è stato il poliziotto
che avrebbe preso le ultime dichiarazioni
rese dalla vittima prima
di morire. L’ultimo respiro,
nel quale ebbe la forza di fare il
nome del suo presunto assassino
che ovviamente va considerato innocente
fino a sentenza definitiva
di condanna. Ad insospettire gli
agenti non solo il nome pronunciato
dalla vittima ma il fatto che
Antonio Formicola sparì proprio
in concomitanza con la sparatoria
di corso San Giovanni e subito la
voce di popolo fu che potesse essere
coinvolto nell’omicidio di
Luciano Monaco, ex affiliato ai
Reale di Pazzigno. Scattò già
quello stesso pomeriggio una denuncia
in stato d’irreperibilità: oltre
a essere tra i “sospetti” per il
delitto, aveva violato le prescrizioni
dell’indultino, grazie al
quale era stato scarcerato a novembre
del 2004. Doveva andare
a firmare, infatti, e non si presentò.
Le indagini puntarono sul clan
Formicola anche perché la vittima
pronunciò prima di morire il nome
Antonio, senza cognome, ai
medici e ai poliziotti intorno a lui.
Un indizio nei confronti del “sospetto”,
che però deve essere assolutamente
considerato innocente
fino a prova contraria.
Luciano Monaco, 28enne già
noto agli investigatori, aveva frequentato
cinque-sei anni fa il
gruppo Reale di Pazzigno e quindi
era entrato in contatto con la
malavita di San Giovanni a Teduccio.
Ecco perché il movente
dell’agguato, per il quale al momento
si pensa a un litigio successivo
a un appuntamento, sta
certamente negli ambienti di camorra
e per questo sin dalle prima
battute ha indagato la Direzione
distrettuale antimafia.
Antonio Formicola subito dopo
l’omicidio era sparito dala circolazione
per tre giorni, fino a quando
non fu stanato dopo una denuncia
in stato d’irreperibilità.
Le indagini hanno puntato sul
clan Formicola anche perché la
vittima avrebbe pronunciato prima
di morire il nome Antonio,
senza cognome, ai medici e ai poliziotti
intorno a lui. Un indizio
che ha condotto le indagini verso
Formicola.

subito sentito o non collaborerò più

Ha preso parola prima di
essere interrogato dal pubblico
mistero della Dda Alfonso
Davino. Ha chiesto al giudice
di essere sentito, voleva
rendere una dichiarazione
spontanea e così ha fatto.
«Mi chiamo Luigi Giuliano e
da anni sono collaboratore di
giustizia - ha detto -. Con le mie
dichiarazioni ho fatto
condannare decine di persone
e anche io mi sono
autoaccusato di bancolotto,
estorsioni, sequestri di
persona, omicidi, tentati
omicidi ma adesso voglio
essere ascoltato - ha detto l’ex
“rre” di Forcella nell’aula dove
era in corso il processo per il
tentato omicidio di Giovanni
D’Alpino detto “’a palomma”
ex affiliato al clan Giuliano di
Forcella -. Voglio dire che ho
un grave problema personale e
che devo assolutamente
parlare con un pubblico
ministero della Dda per
spiegare quello che sto vivendo
- ha detto - Già mi hanno
ucciso un fratello che non
c’entrava niente con noi e con
la camorra, poi mi hanno
ammazzato un figlio e ora un
cugino (si riferisce a Ciro “’o
barone”, ndr) adesso spero che
qualcuno mi voglia sentire - ha
continuato il collaboratore di
giustizia -. Voglio dire che se
dopo questa mia dichiarazione
spontanea nessuno mi
ascolterà io non presenzierò
più a nessuna udienza dove
sarò chiamato a testimoniare
dai magistrati», ha concluso
Lugi Giuliano. È poi partito il
suo interrogatorio, quello del
pubblico ministero delle Dda
D’Avino che si è concentrato
sulla figura che D’Alpino aveva
per il clan. «Lo conosco da
bambino e per noi era un factotum,
aveva grosse capacità
organizzative ed era legato a
noi e lo è sempre stato, fino
alla fine», ha detto Giuliano.

Stanato il boss Fausto Frizziero

Si era reso irreperibile nell’estate scorsa, subito dopo la sua scarcerazione, ma ufficialmente era latitante dallo scorso novembre, quando sulla testa gli era piovuta un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Napoli per i reati di associazione per delinquere di stampo camorristico, estorsione e traffico di sostanze stupefacenti. Aveva lasciato prima la Torretta trasferendosi nella zona orientale della città Fausto Frizziero (di Orlando), 28enne, meglio noto come “’o piccione”, boss dell’omonimo clan della Torretta, di Mergellina, Chiaia e zone limitrofe. A Ponticelli o in qualche quartiere vicino, potendo contare sull’amicizia dei Sarno. Ma da qualche mese, visto che gli “007” della Squadra Mobile gli stavano addosso, “’o piccione” era volato in Spagna, a Barcellona precisamente. In terra iberica gli investigatori della Mobile lo hanno stanato martedì sera con la collaborazione dell’Interpol e della polizia spagnola. Ora Frizziero, che lo scorso 14 maggio è stato condannato a 14 anni di reclusione per estorsione aggravata (ne scriviamo nell’articolo sotto a destra), è in carcere in Spagna e nei prossimi giorni, assistito da un avvocato d’ufficio, sarà interrogato per rogatoria. Fausto Frizziero, meglio noto come “’o piccione”, figlio del padrino Orlando, era tornato in libertà il 29 marzo dello scorso anno assieme al fratello Francesco (anch’egli condannato a 12 anni per la stessa estorsione). La linea difensiva dell’avvocato di fiducia dei due “rampolli” della camorra della Torretta risultò essere vincente e per i “pistoleri” si aprirono le porte del carcere. Erano stati arrestati il 26 marzo del 2005, dopo un inseguimento nelle stradine a ridosso di Chiaia: erano armati fino ai denti e gli investigatori ipotizzarono che volessero compiere un agguato. Quel giorno i due boss giravano in sella ad una moto armati di un fucile a pompa con le canne mozzate e una pistola calibro 7e65 con i colpi in canna, passamontagna, caschi, tute da ginnastica sui jeans e i maglioni, guanti in lattice, giubbotto antiproiettile, motocicletta “Runner” con targhino falso. I due fratelli Frizziero, furono bloccati e arrestati dai Falchi della Questura al termine di un inseguimento nei vicoli alle spalle della riviera di Chiaia. E secondo gli investigatori i due esponenti di spicco del clan della Torretta, allora in guerra con il gruppo Piccirillo di Chiaia, non erano armati per caso. Ma quando era già in carcere da un mese, ad aprile 2005, sulla testa di Fausto Frizziero piovve un’altra ordinanza di custodia cautelare in carcere nell’ambito di un maxi-blitz contro l’alleanza Di Biasi-Frizziero. Una inchiesta della Dda di Napoli su un vastissimo giro di droga, di usura e di gioco d’azzardo. Una microspia e una microtelecamera piazzate nel luogo di abituale ritrovo del clan Frizziero risultò essere la mossa vincente della polizia per incastrare i malavitosi e trovare i riscontri alle dichiarazioni dei pentiti: un plusvalore da aggiungere alle ammissioni dei commercianti sotto pressione, vittime di richieste di tangenti tra i 25 e i 35mila euro. Così scattarono 15 fermi emessi dalla Procura antimafia contro la camorra della Torretta, Chiaia e Mergellina, alleatasi con i Di Biasi dei Quartieri Spagnoli e i Mazzarella.

Durante, sei anni di sconto per Giuliano

Il sipario si è chiuso e i riflettori su Forcella e sull’omicidio di Annalisa Durante, la 14enne uccisa tre anni fa nel corso di un agguato teso a Salvatore Giuliano, si sono spenti. Sarà ora la Cassazione a riaprire il caso, saranno i giudici della Suprema Corte a dover valutare se “’o russo” abbia o no diritto ad uno sconto ulteriore di pena. I magistrati della seconda corte d’Assise d’Appello, presidente Lupo, hanno deciso che Salvatore, accusato dell’omicidio di Annalisa Durante, dovesse godere di sei anni di sconto di pena, rispetto ai 24 anni inflitti dalla quarta corte d’Assise, presidente Gatti, lo scorso anno. Diciotto anni e senza aggravante dell’articolo sette, il metodo mafioso. Salvatore “’o russo” non era un camorrista e i giudici hanno sposato la linea dei difensori Bartolomeo Giordano e Giacomo Mungiello, che sin dalle prime battute processuali avevano cercato di convincere la Corte che con la malavita organizzata Giuliano non c’entrava nulla. Per i difensori, ciò è dimostrato dalla circostanza che “’o russo” non aveva sulle spalle pene per 416 bis, che non era mai stato indagato per un reato fine, che nessun collaboratore di giustizia lo inquadrava come organico in qualche cosca malavitosa. Per questo motivo, Giuliano ha ottenuto uno sconto di pena al quale vanno sottratti anche i tre anni di indulto. Il processo d’appello è durato meno di un mese. Il primo a prendere parola fu il giudice relatore che raccontò alla Corte tutte le fasi del processo, tutto ciò che era accaduto sin dalle prime battute fino ad arrivare alla sentenza di primo grado: 24 anni di reclusione con l’aggravante di aver agito per favorire il clan camorristico dei Giuliano. “’O russo”, per i magistrati che hanno scritto la sentenza di primo grado, quella sera del 27 marzo del 2004 era armato e fece fuoco contro i pistoleri del clan Mazzarella, di recente condannati per il reato di tentato omicidio. Un colpo di pistola colpì alla tempia la 14enne. Giuliano fu arrestato pochi giorni dopo a casa di una sua parente. Il pm Raffaele Marino, che ha seguito le indagini e che per lui aveva invocato la pena di 24 anni, ha sempre affermato che Giuliano era armato perché faceva da scorta allo zio Ciro Giuliano “’o barone”, di recente ammazzato in un agguato. Ma la Corte d’appello questa circostanza l’ha automaticamente esclusa escludendo l’aggravante dell’articolo sette. Se quella pistola era realmente nelle mani di Giuliano, non era perché faceva parte di un sodalizio camorristico. I giudici si sono presi sessanta giorni di tempo per le motivazioni e da lì ripartiranno ancora una volta i due difensori. La famiglia di Annalisa Durante, che nel processo di secondo grado non ha assistito a nessuna udienza, aveva nominato gli avvocati Giuseppe Ricciulli e Roberto Russo, come loro rappresentati. Hanno presentato una memoria difensiva con la richiesta di risarcimento del danno che è stata accolta dal giudice. Giuliano non ha profferito parola ed ha deciso di rinunciare a dichiarazioni spontanee in accordo con i suoi avvocati. Si è sempre professato innocente e come ha detto anche in aula, porta in sé il ricordo di Annalisa. Ma i giudici la pensano diversamente.

mercoledì 16 maggio 2007

Ecco il killer di Salvatore Esposito

Passò proprio davanti a me e si fermò davanti al punto in cui sostava Salvatore Esposito “cavoliciore”. Io mi trovavo di fronte alla chiesa evangelica, in via Duomo, e vidi la scena. Tutto si svolse in un attimo: il giovane tirò fuori una pistola che teneva nascosta sotto la gamba che poggiava sulla sella del motorino e scese in direzione di corso Umberto. Si avvicinò alla vittima e fece fuoco in rapida successione. Urlai e mi gettai a terra per la paura”. A parlare così a ottobre del 2003 era Carmela Marzano (nel riquadro), testimone d'accusa sotto protezione nella stessa località segreta in cui si trova il marito: l'ex ras di Forcella Luigi Giuliano, passato da tempo dalla parte dello Stato come pentito. La donna, che non è imputata di alcunché e non è collaboratrice di giustizia, ha raccontato vicende di cui era a conoscenza grazie alla penetrazione negli ambienti di malavita del centro storico di Napoli. E nel caso dell'omicidio di Salvatore Esposito, 37enne ritenuto vicino al gruppo allora guidato dal “o' rre', ha indicato agli investigatori il nome di colui che riteneva essere l'assassino: Maurizio detto “e' pianella”. Va fatta, comunque, la consueta precisazione: le persone tirate in ballo nei racconti di pentiti e testimoni d'accusa debbono essere ritenute assolutamente estranee ai fatti fino a prova contraria, per formare la quale servono riscontri certosini e non bastano ricordi e dichiarazioni, anche partendo dal presupposto della buona fede. “Nei giorni e nelle settimane successive il nome di Maurizio “e' pianella” era sulla bocca di tutti quale autore dell'omicidio. Tempo dopo, mi trovavo a casa di Giuseppe Misso a largo Donnaregina e dalla cucina spuntò proprio lui. Fece strane allusioni, dicendo che poteva avercela solo con persone che parlavano di lui. Misso intervenne e mi chiese di dare la mia parola che, anche se avessi visto qualcosa, non avrei mai detto nulla. Io risposi che potevo essere solo dispiaciuta perché Esposito “cavoliciore” era un bravo ragazzo dal mio punto di vista. Misso controbatté che se fosse stato un bravo ragazzo, non avrebbe ucciso il compagno suo”. Salvatore Esposito fu ucciso tra la folla a Forcella, sotto gli occhi di alcuni negozianti che avevano appena aperto i negozi. Per gli inquirenti la vittima aveva legami con il clan Giuliano ed era in licenza-premio dalla casa di lavoro in cui scontava un periodo di detenzione. Quattro proiettili esplosi da un killer con un camice addosso gli costarono la vita il 23 ottobre pomeriggio del 1999 in via Cimbri, all'angolo con via Duomo. Un delitto che segue altri “eccellenti” e che fu attribuito dagli investigatori a contrasti sui traffici di droga e contrabbando. Salvatore Esposito, 37 anni compiuti il 22 settembre scorso, napoletano di via Tribunali 262, era un personaggio abbastanza conosciuto dalle forze dell'ordine che si occupano nella galassia dei Giuliano. Non un boss, comunque. Ma la sua morte violenta, sostennero alcuni esperti investigatori, poteva rappresentare un messaggio sinistro ben preciso al clan in declino. Anna Amato

Raffaele Stolder lascia il 41 bis

Dopo molti anni di ininterrotta detenzione al 41bis, da ieri il boss della Maddalena Raffaele Stolder non è più costretto al carcere duro. Gli avvocati difensori, Raffaele Chiummariello e Massimo Vetrano, hanno vinto la battaglia giudiziaria e il Tribunale di Sorveglianza di Ancona ha revocato il provvedimento. Con la conseguenza immediata che il detenuto eccellente è stato trasferito dal carcere di Ascoli Piceno a un altro istituto penitenziario. La decisione dei magistrati di Sorveglianza alleggerisce la posizione carceraria di Raffaele Stolder, fratello di Amalia, vedova di Carmine Giuliano “’o lione”. Ma i penalisti non si fermano e puntano a smantellare le accuse a carico del loro assistito non ancora condensatesi in sentenze definitive. Infatti il ras della Maddalena, in carcere dal ’93, ha subito l’ultimo dispiacere giudiziario a marzo del 2000, ricevendo dietro le sbarre un nuovo provvedimento restrittivo. Era stato il pentito Gugliemo Giuliano di Forcella, “o’ stuorto”, a tirarlo in ballo a proposito del triplice omicidio Cella-Lollo-Guazzo. Ma sulla vicenda c’è stata una doppia assoluzione per Raffaele Stolder. La prima Corte d’Assise d’appello del tribunale di Napoli il 10 febbraio scorso ha infatti confermato il dispositivo di primo grado, giudicandolo innocente rispetto all’accusa di aver fatto parte del commando di morte che il 14 settembre del 1983 liquidò Cella, Lollo e Guazzo, al termine di una spedizione punitiva che avrebbe avuto una matrice ideologica, oltre che squisitamente camorristica. La prima Corte d’Assise non ha creduto dunque alla tesi sostenuta dai pentiti Guglielmo e Luigi Giuliano circa i moventi e i responsabili dell’agguato. In particolare il boss-pentito della camorra napoletana aveva sostenuto che Cella, Lollo e Guazzo vennero ammazzati per aver montato, per conto suo, un palco nel rione Sanità, dove avrebbe dovuto tenere un comizio il candidato del partito socialista in occasione di una delle tante tornate elettorali della prima Repubblica. Secondo il collaboratore di giustizia i tre “guaglioni” di Forcella avrebbero pagato con la vita il rifiuto di Giuseppe Misso di sostenere il candidato socialista nella zona di largo Donna Regina. Una tesi suggestiva, che non ha trovato riscontro per tre volte consecutive nel corso degli ultimi anni: con l’assoluzione passata in giudicato di Giuseppe Misso, e con la doppia assoluzione di Raffaele Stolder, ritenuto all’epoca legato al sodalizio del rione Sanità. Decisivo, ai fini dell’assoluzione di Stolder, il lavoro difensivo del penalista Raffaele Chiummariello, che ha evidenziato le contraddizioni delle rivelazioni di Luigi Giuliano: il pentito avrebbe infatti collocato il triplice omicidio in un momento in cui le candidature per le amministrative del 1983 non erano state ancora decise dal vecchio Psi.

Mallardo pronto a lasciare la cella

Pochi mesi e il superboss Francesco Mallardo potrebbe lasciare il carcere da dove è detenuto ininterrotamente dal 29 agosto del 2003. Ieri era il giorno della sentenza per il processo a suo carico dinanzi alla undicesima sezione penale presieduta dal giudice Enzo Albano. I suoi avvocati difensori Mario Bruno e Gianpaolo Schettini avrebbero dovuto discutere dopo la requisitoria del pubblico ministero, ma l’imputato ha chiesto di appellarsi alla legge Cirami. Francesco Mallardo crede che la Corte che lo deve giudicare non sia serena per esprimersi al meglio e per questo gli atti del procedimento sono rimessi alla Corte di Cassazione che riterrà opportuno accogliere o meno la richiesta. Il giudice ha deciso pertanto di sospendere il processo fino a quando la Suprema Corte non si pronuncerà. Ovviamente, così come previsto dalla legge i termini di prescrizione del reato e della custodia cautelare sono sospesi. Questi ultimi riprenderanno il loro corso dal giorno in cui la Corte di Cassazione rigetta o dichiara inammissibile la richiesta di rimessione o, in caso di suo accoglimento. Per ora Ciccio Mallardo resta detenuto in attesa di giudizio e potrebbe essere pronto a lasciare la cella. Secondo il pubblico ministero l’uomo è l’ultimo dei presunti carcerieri di Gianluca Grimaldi, il figlio dell’armatore napoletano, sequestrato a Posillipo dalla Nuova Famiglia. Alcuni mesi fa, i giudici della sesta sezione penale, comminarono pene esemplari per i responsabili del sequestro. Furono inflitti 20 anni di reclusione per Giuseppe Mallardo, presunto boss di Giugliano e per di Gaetano Bocchetti, presunto esponente della camorra di Secondigliano; mentre fu condannato a 18 anni Salvatore Aceto, altro nome, secondo gli inquirenti, da ricondurre alla confederazione camorristica dell’Alleanza di Secondigliano. L’inchiesta fu condotta per oltre un decennio dal magistrato Giuseppe Narducci, un tempo in forza alla Dda, oggi inquirente del nucleo antiterrorismo. Il mosaico investigativo si rifaceva ad uno spaccato di camorra che nel corso degli anni Ottanta ingaggiò una spietata battaglia con la Nco di Raffaele Cutolo. Fondamentale è stata la testimonianza in aula del pentito Luigi Giuliano nel corso della complessa istruttoria. Ma clamorosa per lui e per il suo curriculum criminale è stata l’assoluzione con formula piena per dall’omicidio di Carlo Biino massacrato in un ristorante di Milano il 10 gennaio del 1991. L’uomo era un esponente della Nco di Raffaele Cutolo. In primo fu assolto ma il pm propose appello e la sentenza di assoluzione venne ribadita. Capovolta invece la posizione del fratello Giuseppe, condannato in primo grado all’ergastolo e assolto in secondo grado, era assistito dall’avvocato Michele Cerabona. Con loro erano imputati anche Alberto Fiorentino e Vincenzo Guida, entrambi condannati in primo grado all’ergastolo. Anche per loro arrivò l’assoluzione ma furono condannati per la sola associazione camorristica il primo a 5 anni di reclusione, il secondo a sei anni.

Trent’anni al superboss Di Lauro

Si è chiuso con molti sconti di pena il processo istruito davanti ai giudici della quarta sezione penale (presidente Oscar Bobbio) a carico di 22 imputati, legati alla potente cupola del clan Di Lauro di Secondigliano accusati di associazione a delinquere di stampo camorristico e traffico internazionale di stupefacenti. Basti pensare che su una richiesta da parte dei pm di 455 anni di carcere, c’è stata una riduzione a 258 (quasi la metà). Trent’anni al padrino Paolo Di Lauro (nella foto), solo 8 al figlio Vincenzo a fronte di una richiesta di 30. Trenta anni anche per Raffaele Abbinante, braccio destro del capoclan. 24 anni per Maurizio Prestieri e venti anni per Enrico D’Avanzo. Sconti di pena consistenti rispetto alle richieste del pm, per Rosario Pariante, Salvatore Britti. Assolti Marco Cardone, Maurizio Rosati, Maria Prestieri e Antonio Russo. Si è messa la prima pietra su una delle inchieste più difficili degli ultimi vent’anni. Nell’autunno del 2002 furono spiccate le ordinanze di custodia, dopo un anno il processo durante il quale si è registrata la faida all’interno del clan Di Lauro, tra l’ottobre del 2004 e il marzo del 2005 con più di cinquanta omicidi. Al termine dell’istruttoria il pm antimafia Luigi Alberto Cannavale lo scorso 29 marzo rassegnò le sue conclusioni. Al centro della sua requisitoria lo spessore criminale di Paolo Di Lauro, “padrino collegato con i padrini di Cosanostra”. Resta nella storia il memorabile arresto di Paolo Di Lauro lo scorso settembre, dopo anni di latitanza. Venne condotto nella gabbia del Tribunale sotto i riflettori davanti al pubblico di parenti ed amici. Rivolse un saluto al pubblico e poi l’abbraccio in disparte, lontano da occhi indiscreti, del figlio Vincenzo. Un caso che alimentò la richiesta rigettata di sospensione del processo per legittima suspicione (legge Cirami), dei penalisti Vittorio Giaquinto e Vittorio Guadalupi. L’impianto accusatorio, si è fondato sostanzialmente sulle intercettazioni telefoniche e sulle dichiarazioni dei pentiti Antonio Ruocco, Giovanni Migliaccio e Gaetano Conte. I pubblici ministeri che che condussero le indagini, Cannavale e Corona, fecero richiesta di emissione di ordinanza di custodia cautelare in carcere per “Ciruzzo ’o milionario”, suo figlio Vincenzo ed altri esponenti di spicco del presunto clan. L’accusa è di associazione camorristica e traffico di stupefacenti. Dalle risultanze probatorie si riscontrerebbe l’esistenza di un’organizzazione criminale che si finanziava a livello internazionale grazie al traffico di eroina, cocaina e marijuana nelle zone tra Secondigliano e Scampia. Nelle telefonate intercettate gli investigatori ascoltarono un linguaggio in codice. Non era mai fatto il nome di Paolo Di Lauro e neppure quello di Vincenzo. Ma da un attento esame gli inquirenti identificarono “Pasquale” come il capo indiscusso. Di sicuro non ha mai parlato al telefono, la sua voce non è mai stata intercettata. Ma per gli investigatori era a capo di una holding verticistica senza precedenti nella storia del narcotraffico che contava su centinaia di affiliati. L’ipotesi accusatoria focalizza il potere indiscusso di Paolo Di Lauro, costituitosi in 20 anni, come detentore del controllo da Secondigliano a Mugnano, Arzano, Melito, Napoli e nelle “piazze” del Sud Italia, dove circolavano grossi quantitativi di droga grazie ad una organizzazione capillare. A parlare sono Antonio Ruocco “’o capececce” e Giovanni Migliaccio, entrambi di Mugnano, divenuti collaboratori di giustizia nel 1994. Ci sono ancora le rivelazioni di Gaetano Conte, pentitosi dal 2001. Il collegio difensivo è stato rappresentato dagli avvocati Vittorio Giaquinto, Carmine e Giampaolo Galloro, Salvatore Maria Lepre, Luigi Senese, Michele Cerabona, Antonio Briganti, Vittorio Gaudalupi, Antonio Salzano, Carmine Cipriani, Gennaro Pecoraro, Gaetano Perna e altri.