lunedì 30 aprile 2007

L'ASCESA DI AL CAPONE

Foto segnaletica di Capone della polizia di Chicago (Foto Olympia)La storia americana dei Capone inizia nel febbraio del 1893, quando una delle decine di navi cariche di emigranti che si lasciano alle spalle il Vecchio Mondo per giungere a New York, scarica Gabriele Capone, la moglie Teresa e il piccolo Vincenzo di appena sei anni su una delle lunghe banchine del West Side. I tre, che un mese più tardi diventeranno quattro per la nascita di Ralph, vanno a sistemarsi in un piccolo appartamento in un palazzo di cinque piani di Brooklyn, più esattamente in Navy Street. La fortuna arrise quasi subito a questa famiglia napoletana che nel breve volgere di qualche settimana si integrò perfettamente nel non facile ambiente di Little Italy, e che soprattutto potè fregiarsi dell’acquisto di un piccolo locale in Park Avenue, subito adibito a barbiere da Gabriele. Alphonse nasce il 17 gennaio del 1899, quando la sua famiglia si trova all’ombra della Statua della Libertà già da sei anni, e quando i Capone sono diventati cinque grazie all’arrivo di Salvatore (conosciuto poi in seguito come Frank). E Al non sarà nemmeno l’ultimo, visto che gli anni a seguire vedranno le nascite di John, Albert, Matthew e di due femminucce: Rose e Mafalda. Il padre avrebbe voluto che i figli lo aiutassero in negozio, ma Al non dimostrò mai grande interesse per il lavoro del padre, preferendo invece gli ambienti più liberi – ma decisamente più “malsani” – del porto.

Capone pesca nella sua villa a Palm Island, in Florida (Foto Olympia)E qui, esattamente alla banchina 326, trova il suo primo impiego presso la Fratellanza, l’organizzazione portuale che raccoglieva i lavoratori di origine napoletana. Fin dal suo primo giorno di lavoro Al mise subito in mostra il suo caratterino: a farne le spese fu la mascella di un lavoratore dell’Unione Siciliana, l’associazione che raccoglieva gli emigranti di quella regione negli Stati Uniti. In realtà Fratellanza, ma soprattutto l’Unione, altro non erano che la facciata “rispettabile” della criminalità organizzata italiana. A quindici anni Al è già nelle grazie di un personaggio importante della Fratellanza, quel Totonno Pomigliano che lo farà entrare dall’ingresso principale nella malavita. In quel periodo è uno delle “giovani promesse” di Five Points, incrocio tra la Bowery e altre quattro strade minori: il cuore della Manhattan del tempo e autentica università del crimine per un po’ tutti gli emigranti, siano essi irlandesi, polacchi, italiano oppure ebrei. La scuola – quella vera – il giovane Al l’ha già abbandonata da un pezzo: da bambino aveva frequentato la scuola pubblica di Adam street, dove ebbe la “fortuna” di conoscere il piccolo Salvatore Lucania, diventato poi famoso come Lucky Luciano. Le medie poi non le finì mai: a 13 anni venne espulso – previa frustata di rito – per aver picchiato un insegnante. Inizia a fare mille lavoretti, alcuni durati solo qualche giorno, ma preferisce bighellonare con altri teppistelli suoi pari. Viene notato dal presidente dell’Unione Siciliana Frank Yale che lo vuole immediatamente come buttafuori per uno dei suoi mille club. E Al pensa bene di “arrotondare” proteggendo qualche prostituta e rivendendo merce rubata. E durante il litigio per il “controllo” di una prostituta Al si guadagnò la sua famosa cicatrice sul viso che gli valse il soprannome di Scarface.

I DANNATI DI POGGIOREALE

più infami e irriformabili d’Italia, il carcere di Napoli funziona anche come scuola di violenza e di oppressione
A qualche centinaio di metri dal Tribunale e dalla Procura, si staglia, imponente, il carcere di Poggioreale. Oltre 2500 detenuti su una capienza di mille posti, i padiglioni con i nomi di città (Milano, Palermo, Genova, Avellino, Napoli) per uno strano senso della geografia della pena, più di mille agenti, nove educatori, un via vai continuo di parenti, auto della polizia, magistrati, avvocati. Il carcere più grande della Campania, costruito all’inizio del ‘900, impassibile resiste al tempo. Non lo hanno scalfito le rivolte degli anni ’70, la camorra, il terremoto, le lotte del movimento. È anche accaduto che un ministro inorridito dopo una visita ne invocasse la chiusura, ma Poggioreale è lì, il ministro è già passato. Stanzoni che arrivano a contenere fino a diciotto detenuti per volta, astinenze in bianco, attese infinite per i colloqui, queste le prime osservazioni di chi incrocia con il suo sguardo. Poggioreale. Un modello detentivo di fine ‘800, cameroni, letti a castello, reparti aperti su tre piani, le celle lungo un ballatoio, aperto al centro, una rete che si sostituisce al soffitto. Celle di 18 metri quadri, un solo bagno, un tavolo per tutti. Per gli immigrati è ancora peggio, celle più fatiscenti, nessun interprete o mediatore culturale. Chi conosce il carcere in Campania, non può non conoscere Poggioreale, il carcere di primo ingresso. Nel 1951, con l’accusa di aver ucciso a botte nel carcere il detenuto Lucio Volpe, furono processati diversi agenti di polizia penitenziaria. Negli anni ’70 Saverio Senese, avvocato di Soccorso Rosso, denunciò abusi e violenze. Nei tempi di tangentopoli detenuti celebri, come De Lorenzo e Poggiolini. Oggi a Poggioreale oltre due terzi dei reclusi sono in attesa di giudizio; migliaia di ingressi l’anno, migliaia di tossicodipendenti e, sino allo scorso anno, non un solo trattamento metadonico. «Un doccia fredda basta», ha detto, ingenuamente, una volta una vice direttrice ad una delegazione di parlamentari in visita. Nei tempi delle ultime contestazioni, le visite ispettive hanno osservato la particolare condizione dei detenuti, costretti a camminare con lo sguardo basso e le mani dietro la schiena, ad attendere sull’attenti, ad aspettare in piedi la conta. Una delegazione del movimento ha incontrato l’allora presidente del DAP, Giancarlo Caselli, ponendo queste questioni. Non sono stati i primi. Quello che per molto tempo è rimasto solo un sentito dire, è stato raccolto da una delegazione di esperti internazionali. Il Comitato per la Prevenzione della Tortura, il Cpt, nel 1995 e nel 1997 ha visitato l’istituto di pena napoletano e le osservazioni, pur nel diplomatico linguaggio del Consiglio d’Europa, sono dure. Il Cpt osserva che molti detenuti hanno denunciato maltrattamenti da parte degli agenti di polizia penitenziaria e un regime disciplinare particolarmente rigido. In particolare, agli osservatori viene detto dai detenuti « che i detenuti della casa di pena napoletana hanno un atteggiamento di deferenza, guardano sempre con la testa bassa e le mani giunte dietro la schiena in presenza del personale di polizia penitenziaria, devono parlare in maniera molto cortese e a voce bassa.. ». È la delegazione stessa a notare l’atmosfera opprimente che regna nell’istituto (in www.cpt.coe.int). Le interrogazioni parlamentari abbondano, da quelle di Mara Malavenda (Slai cobas) a quelle della Margherita, passando per Rifondazione. Tutti concordano sull’esigenza di chiudere l’istituto, ma nulla si muove. Forse perché Poggioreale non è solo un carcere che risponde ad un vecchio modello detentivo. Si adegua bene all’esplosione penale, alla gestione di un numero di detenuti che aumenta ogni giorno. Nell’emergenza si disegna un preciso modello detentivo, che, apparentemente, sembra riuscire a gestire l’istituto senza difficoltà. Certo qualche «evento critico», come si chiamano i suicidi nella burocrazia dell’amministrazione, non manca (almeno cinque negli ultimi anni), così come qualche piccola leggerezza. Come quando i familiari di un detenuto deceduto per cause naturali, la scorsa estate, furono informati del decesso con tre giorni di ritardo. L’ultima emergenza appena a marzo scorso. Un detenuto affetto da gravi patologie, muore dopo avere inutilmente chiesto il ricovero in ospedale, denuncia del suo legale alla Procura e altra interrogazione parlamentare. Ma sono cose che lasciano il tempo che trovano. A fronte delle tante osservazioni, delle visite ispettive, delle interrogazioni parlamentari, delle denunce dei detenuti, nulla ha scalfito gli equilibri di potere nell’istituto più grande della Campania. La paura che, come negli anni ’80, si possa perdere il controllo della struttura prevale su tutto. Un’intera classe dirigente si è formata alla direzione di questo istituto e ha proseguito altrove la propria carriera. Eppure, per ironia della sorte, lontano dalle mura amiche, la vita di alcuni dirigenti ha subito delle inaspettate complicazioni. Nel 1991 si apre a Napoli il carcere di Secondigliano, 1200 posti, un modello monocellulare, celle singole, reparti chiusi. Direttori e agenti provengono da Poggioreale. Eppure la storia del nuovo carcere è costellata da due processi per maltrattamenti (uno parzialmente archiviato, l’altro in pieno svolgimento), un direttore accusato ( e poi assolto) dal comandante degli agenti a sua volta coinvolto nell’inchiesta sui pestaggi, un agente assassinato, uno dei detenuti che ha denunciato i maltrattamenti morto suicida. La sfortuna, come una maledizione faraonica, ha colpito a lungo raggio. Un interessante dossier («Da Sassari a Poggioreale o viceversa?» del Comitato liberiamoci del carcere in www.ecn.org/ska ) ricostruisce i fatti di Sassari (agenti, provveditore, direttore, processati e condannati in primo grado per pestaggi durante un trasferimento nel carcere di Sassari, nella primavera del 2000) e mostra come, curiosamente, i nomi coinvolti fossero tutti legati a Poggioreale. Il comandante degli agenti Ettore Tomassi, ha cominciato proprio nel carcere napoletano la sua carriera. Non solo, a capo dei GOM, il Gruppo Operativo Mobile, noto anche per i fatti di Genova, è il generale Alfonso Mattiello, anche egli cresciuto nella palestra partenopea. Non è un caso che i sindacati autonomi di polizia penitenziaria organizzarono a Napoli, proprio di fronte al carcere di Poggioreale, la protesta di solidarietà per i loro colleghi di Sassari. Una protesta che, nonostante le condanne in primo grado, ha portato ai sindacati di polizia un bel risultato; le assunzioni di 1.300 nuovi agenti. L’unica ombra sulla futura serenità di Poggioreale, si deve, paradossalmente, all’attuale governo. Il taglio del 60% della spesa per la sanità penitenziaria, riduce sensibilmente farmaci e prestazioni mediche. In un sistema in cui gli psicofarmaci assolvono una delicata funzione di controllo e dove il 70 per cento dei detenuti ha bisogno di assistenza medica, il contraccolpo può essere forte.

CONOSCERE LA CAMORRA PER FARLA CAMBIARE

Camorra cavalleresca. - La Serao dice che il nome Camorra fu sinonimo di grande valore e coraggio per la difesa dei deboli, perseguitati e oppressi, e cavalleresca, come i cavalieri del San Gral. Anche in tempi recenti (siamo agli inizi del secolo) trenta anni fa il camorrista interveniva per sanare le ingiustizie ma si faceva pagare- Durante i Borboni camorra impiegata anche come polizia. Poi i camorristi diventano antiborbonici, patrioti. Nel 1860 la camorra prepara l'ingresso di Garibaldi in accordo col prefetto di polizia Liborio Romano: a giugno don Liborio si incontra con Tore ‘e Crescienzo (fonte: P. Ricci) e così Michele 'o Chiazziere, lo Schiavetta e lo stesso Tore 'e Criscienzo diventano una strana guardia con bastoni e coccarda tricolore. Alla morte di Tore 'e Criscienzo subentra, come esponente principale della camorra, Ciccio Cappuccio detto “'o signorino”, fino al 1892, anno in cui muore. Con Cappuccio scompare l'ultimo rappresentante della camorra eroica e popolare Pur non essendo connaturata alla camorra, a differenza della mafia, l'aspirazione a porsi come anti-Stato, la sua tendenza a regolare ogni ambito d'illegalità fa sì che il suo raggio d'azione si estenda in misura direttamente proporzionale all'accrescersi del dis-ordine nei rapporti società-Stato e al progressivo venir meno di punti di riferimento sociali, istituzionali e culturali. Ciò spiega altresì - secondo la Commissione Parlamentare Antimafia - la "forza attrattiva dei modelli camorristici" sui giovani, per i quali "la camorra è l'unico soggetto che riesce a dare un'identità ed una parvenza di integrazione". Pertanto, un'efficace terapia anti-camorra non può prescindere da una radicale riforma morale e sociale che, sanando la frattura fra società e autentica moralità, elimini la causa ultima del fenomeno: il dis-ordine inteso come sovvertimento dell'ordinato rapporto fra uomo, società e Stato. Troppo spesso i politici nascondono le loro malefatte o la loro indolenza dietro una accusa generica alla Camorra. Facciamo riscoprire a questi ultimi quali erano le motivazioni originali e ... recuperiamo così una parte di Napoli!

L'ONORATA SOCIETA'

Il termine castigliano, che diede il nome alla secolare pianta della malavita napoletana, suona esattamente Kamora ” e significa contestazione e assolutamente non deriva da Gamur uno spagnolo, che nel 1654, rinchiuso in Castelcapuano spiegherebbe a cinque napoletani l'organizzazione della malavita spagnola, i quali appena fuori del carcere avrebbero fondato la “Bella Società Riformata” che tutti chi amerebbero “camorra” per una storpiatura dialettale di Gamur. Con certezza deriva da una società segreta spagnola: la “Confraternita della Guarduna” (della rapina) fondata a Siviglia nel 1417, descritta nelle opere di Cervantes, che nel 1647 si denominava “Società dei mastri” e nel 1601 “Compagnia della Morte”, poi “Società degli Impaciati”. La gamurra, quale vestimento, non c'entra. Lo stato maggiore si componeva di un CAPINTESTA, comandante Supremo, dodici CAPINTRINI o CAPI SOCIETA' dei dodici quartieri di Napoli" Contaiuolo-Tesoriere.SOCIETA' MINORE, sorta di vivaio, composta di GIOVANOTTI ONORATI, da PICCIOTTI e da PICCIOTTI di SGARRO. I membri della Società minore non percepivano quote sulle tangenti, per cui, quando si doveva accoltellare qualcuno, essi si davano da fare per poi essere promossi nella Maggiore. Anche nelle carceri e nel domicilio coatto i camorristi taglieggiavano gli altri detenuti, obbligandoli a pagare la tassa dell'olio.I suoi tribunali erano MAMMA e GRANMAMMA, presieduto da un MAMMASANTISSIMA. Ai traditori venivano inflitte pene, che andavano dallo sfregio sul viso all'esecuzione capitale, eseguiti con rasoio o con monetina di due centesimi affilata da un lato.Tra i riti d'iniziazione la “ zumpata ” o dichiaramento, duello rusticano.Nei Cimitero delle Fontanelle, alla Sanità, uno dei famosi tribunali della Camorra del secolo scorso.Scopo principale della camorra percepire tangenti su tutte le attività, lecite e illecite della città. Scopi collaterali: disimpegno di operazioni di polizia e amministrazione della giustizia per coloro, che non avessero fiducia nello Stato.Il “Baratto” era la percentuale circa il 20% sugli introiti dei biscazzieri; lo “Sbruffo” la tangente su tutte le altre attività (dai facchini, dai venditori, dalle tenutane di postriboli, dai vari protettori e dal proprietario dell'immobile; la percentuale variava secondo che la donna protetta fosse “pollanca” (vergine) o “gallinella” (non illibata) o “voccola” (mamma); il lotto clandestino veniva gestito in proprio.Nel 1820 la “Bella Società Riformata” (cioè confederata) si costituì ufficialmente, riunendosi nella chiesa di Santa Caterina a Formiello a Porta Capuana. Capintesta fu nominato Pasquale Capuozzo, ferracavallo, che fu ucciso dalla moglie. ostetrica empirica, la quale credette di notare in un bimbo appena nato somiglianza col marito. Per onorarne la memoria, i camorristi decisero di offrire un corredo da sposa e una dote in denaro a dodici ragazze del popolo fra le più povere.Il suo statuto o “ frieno ” è pervenuto frammentario. Nel 1842 Il contaiuolo Francesco Scorticelli, fondendo i vecchi frieni, lesse nella Chiesa di Santa Caterina a Formiello un frieno composto di ventisei articoli, forse definitivo.1 - La Società dell'Umiltà o Bella Società Riformata ha per scopo di riunire tutti quei compagni che hanno cuore, allo scopo di potersi, in circostanze speciali, aiutare sia moralmente che materialmente.2 - La Società si divide in Maggiore e Minore: alla prima appartengono i compagni camorristi ed alla seconda i compagni picciotti e giovanotti onorati.3 - La Società ha la sua sede principale in Napoli, ma può avere delle categorie anche in altri paesi.4 - Tanto i compagni di Napoli che di fuori Napoli, tanto quelli che stanno alle isole o sottochiave (in carcere) o all'aria libera, debbono riconoscere un solo capo, che è il superiore di tutti e si chiama capintesta, che sarà scelto fra i camorristi più ardimentosi.5 - La riunione di più compagni picciotti o di giovanotti onorati si chiama “chiorma” e dipende anche dal capo-società dei compagni camorristi.6 - La riunione di più compagni camorristi costituisce “la paranza” ed ha per superiore un capintrino o un caposocietà.7 - Ciascun quartiere deve avere un caposocietà o capintrino, che sarà per votazione scelto fra i camorristi del quartiere e resta in carica un anno.8 - Se fra le “paranze” vi fosse qualcuno di penna, dietro il parere del capintesta e dopo un sacro giuramento sarà nominato contaiuolo.9 - Se fra le “ chiorme ” vi fosse qualcuno di penna, dal picciotto anziano del quartiere sarà presentato al capintrino, dal quale dipende e dietro sacro giuramento, sarà nominato contaiuolo dei compagni picciotti; ma se non si trovasse, il contaiuolo delle paranze farà da segretario anche delle chiorme.10 - I componenti delle paranze e delle chiorme, oltre Dio, i Santi e i loro capi non riconoscono altre autorità.lì - Chiunque svela cose della Società, sarà severamente punito dalle “Mamme”.12 - Tanto i compagni vecchi che quelli che si trovano nelle isole o sottochiave (in carcere) debbono essere soccorsi13 - Le madri, le mogli, le figlie e le innamorate dei camorristi dei picciotti e dei giovanotti onorati debbono essere rispettate sia dai soci che dagli estranei.14 - Se, per disgrazia, qualche superiore trovasi alle isole, deve dagli altri dipendenti essere servito.15 - Quattro camorristi sotto chiave possono fra loro scegliersi un capo, che cesserà di essere tale appena toccherà l'aria libera.16 - Un socio della Società maggiore, per essere punito, dovrà essere sottoposto al giudizio della Gran Mamma. Un socio della Società Minore sarà condannato dalla Piccola Mamma. Alla Gran Mamma presiede il Capintesta e alla Piccola Mamma il capintrino o caposocietà del quartiere di chi deve essere condannato.17 - Se uno delle chiorme offendesse qualche componente delle paranze il paranzuolo si potrà togliere la soddisfazione da sé. Avverandosi l'opposto dovrà essere informato prima il capintesta.18 - Il dichiaramento si farà sempre dietro parere del capintrino, se trattasi di picciotto o di giovanotto onorato e dietro parere del capintesta, se di camorrista. Ai vecchi e agli scornacchiati (cornuti) sarà vietato di zompare.19 - Per essere camorrista o ci si arriva per novizio o per colpo.20 - Chi fu implicato in qualche furto o viene riconosciuto come ricchione (omosessuale passivo) non può essere mai capo.21 - Il capintesta si dovrà scegliere sempre fra le paranze di Porta Capuana

POI ARRIVO' LUCKY LUCIANO E ANCHE NAPOLI FU COSA NOSTRA

La mafia siciliana e la camorra napoletana, pur vivendo ed operando fatti delittuosi sotto lo stesso governo, in regioni quasi limitrofe, in situazione socio-economicoa similare, non avevano mai mantenuto rapporti di collaborazione, di solidarietà o di mutua assistenza, nemmeno nei momenti di persecuzione della giustizia, come, invece, è avvenuto tra la mafia e altre organizzazioni delittuose, anche lontane dalla Sicilia. Difatti, non s'era mai detto che un boss della mafia era andato a cercare rifugio a Napoli, né che un camorrista sia mai stato ricoverato o assistito dalla mafia a Palermo.Ai boss della mafia ha sempre ripugnato il fatto che i camorristi traessero i maggiori profitti dalla prostituzione di persone minorenni, preferendo ora i maschi ora le femmine secondo le richieste che ad essi si fanno.Altra fonte di profitti disapprovata dalla mafia era la «camorra sui santi»: «A completare la figura di chi vive di sopraffazione sulle bische e sui bordelli, sulla sventura e sulla depravazione - scrive Alfredo De Tille - era necessaria ancora la più ributtante delle prepotenze, quella sul sentimento religioso, e l'immagine della più poetica creazione della divinità muliebre (la madonna della Pignasecca di Corso Vittorio Emanuele di Napoli, n.d.r.) serve di turpe speculazione a gente senza onore. E l'obolo carpito alla pietà dei fedeli - conclude De Tille - serve ad alimentare i vizi e la crapula di questi ras della camorra».Per i boss della mafia era semplicemente vergognoso che i camorristi - capintesta o capisocietà, capintriti o picciuotti - utilizzassero le loro donne come comari o merciaiuole per ricevere «u buttu» in chiesa (paga) o per consegnare la «bardascia» alla «signora» o al camorrista lenone, fatto, questo, che per il boss era e rimane uno dei fatti più abietti che un uomo possa compiere.Tra i boss della mafia e i camorristi c'era un abisso nei comportamenti: il boss della vecchia mafia non amava l'ostentazione, parlava poco, minimizzava la sua influenza e la riservatezza caratterizzava il suo potere ed i suoi consumi. A questo proposito, l'intervista concessa da Calogero Vizzini, «don» Calò, capo della mafia della Sicilia, a Indro Montanelli è illuminante. Al camorrista, invece, mancava totalmente la riservatezza; ostentava con anelli d'oro e penne stilografiche lucenti una agiatezza ed una cultura che non aveva; aveva il coltello facile, quando, invece, per il boss della mafia l'omicidio era manifestazione di debolezza e stava ad indicare che, almeno in quel caso, era venuta meno la sua non discutibile capacità a piegare al suo volere; il camorrista si esibiva nella «tirata», nella «zumbata», nella «pietrajata» e nella «sparata», tutte manifestazioni chiassose perché praticate in pubblico, esaurite quasi sempre con un graffio, dopo di che seguiva «l'apparata» (conciliazione) in una delle più «arrinnumate cantine» di Napoli.La mafia menava vanto di essere «uomini d'onore» che aggiustavano in tutta segretezza le situazioni ed i fatti che minacciavano di diventare ingarbugliati in una società di tipo feudale, ove lo Stato era assente o, se c'era, non aveva la forza di intervenire. Autoqualificatasi «onorata società», la mafia era riuscita ad inserirsi nel sistema di vita e di potere della classe dominante siciliana con il preciso obiettivo di sostituirla nella gestione dei feudi e delle zolfare, uniche fonti di ricchezza nella Sicilia occidentale.La camorra, secondo i boss della mafia, era organizzazione costituita da individui viziosi e fannulloni, dediti al piccolo delitto, cioè al tipo di delitto contro il quale, a volte, la mafia era costretta ad intervenire con tutto il peso della sua organizzazione e della sua forza per ripristinare il suo ordine e imporre la sua legge. Ed era tale la presunta superiorità della mafia che, nel 1909, don Vito Cascio Ferro si è rifiutato di ricevere un «capintesta» venuto a Palermo per riferire al capo della mafia che i «cumparielli» di New York lo avevano informato che dall'America era partito un capo poliziotto per scoprire e interrompere i canali che univano «Cosa Nostra» e la mafia e la camorra.Anche in America i napoletani non erano ben visti dai boss di origine siciliana. «Cosa Nostra», termine coniato negli Stati Uniti d'America dai siciliani che nel lontano 1929 costituirono la «Unione Siciliana», è sinonimo di «veru amicu», usato dai mafiosi per indicare persona sulla quale si può fare assegnamento in qualunque momento e per qualunque cosa. Inizialmente «Cosa Nostra» stava ad indicare siciliano affiliato alla mafia.«Cu è chistu?», chiedeva il boss a «l'amicu» che gli presentava un "picciottu scunusciutu". Se il presentato era un «estraneo», «l'amicu» non raccoglieva la domanda, «babbiava», faceva finta di niente e cambiava discorso; se, invece, era un siciliano affiliato, proveniente dalla Sicilia o da altro Stato, la risposta era: «n'amicu!, cosa nostra è», il che significava che il presentato era un «picciottu d'onuri», «n'omu di rispetto» o «n'amicu di l'amici» come venivano chiamati gli uomini politici, gli avvocati, i medici ed anche qualche magistrato che si prestava a «favorire gli amici».Nel 1929, Miche Miranda, oriundo da Custonaci (Trapani), commise l'errore di presentare Pietro De Feo, napoletano, a James Balestrere, nativo di Terrasini, capo della «famiglia» di Brooklin. De Feo parlava troppo e infranse spesso la ferrea legge dell'omertà. Per i suoi «errori» e le sue «leggerezze» finirono in galera alcuni membri della «famiglia», imputati dell'assassinio di Fred Boccia, detto «l'Ombra». Fra gli arrestati c'era anche Joseph Pantano di Palermo, nipote di «don» Carmelo Anea, il capo della mafia di Mondello (Palermo) che, dopo la morte di don Vito Cascio Ferro, durante il fascismo, aveva assunto il bastone della mafia in Sicilia.Analoga leggerezza commise Gustavo Frasca di Benevento, che causò l'arresto di Tony Albert Gizzo trovato il possesso di una notevole quantità di eroina e di una pistola «Beretta» 7,65. Gizzo disse agli agenti che stava recandosi a New York dal suo amico James Balestrere, ricoverato in clinica, colpito da infarto. Il nome di Balestrere fatto prima della scoperta della droga e della pistola portò all'arresto di altri undici «amici» trovati in casa Balestrere, ove la polizia sequestrò altra droga conservata in un cassetto, ove, tra l'altro, c'erano parecchi mazzi di carte da gioco.Altro grave infortunio capitò a Gaetano Lucchese, alias Tree-Finger-Braun, nativo di Cinisi (Palermo), proprietario di una industria di abbigliamento, arrestato mentre portava nascosti tra giubbe e grembiuli 32 Kg. di eroina. La soffiata, secondo Lucchese, era stata fatta da Vincent Squillante (Jimmy Jerome) di Sarno (Napoli), gregario di Albert Anastasia, detto «u Calabrisi».Data la gravità dei fatti, e soprattutto per le punizioni da infliggere (Frasca, Squillante e Anastasia furono assassinati qualche anno dopo) i fatti furono portati all'esame dei «siciliani capi famiglia» degli Stati di New York e dell'Illinois (Chicago). Salvatore Maranzano, nativo di Castellammare del Golfo (Trapani), riferendosi al fatto che De Feo, Squillante, Frasca, Anastasia e lo stesso Vito Genovese, don Vitone, non erano siciliani, disse che della sua «famiglia» avrebbero dovuto far parte solamente «amici delle nostre parti». Joseph Bonanno, alias Joe Banana, anche lui di Castellammare, vice capo di Maranzano, ribadì il concetto sintetizzandolo in «Cosa Nostra».Dopo la morte di Maranzano, assassinato nel 1933, «Cosa Nostra» divenne termine convenzionale di garanzia per indicare la nuova organizzazione composta solamente di siciliani che era riuscita a soppiantare il vecchio «Sindacato» della «Mano Nera».I napoletani, come venivano chiamati tutti i meridionali continentali, furono lentamente estromessi e sostituiti nei vari settori e nelle varie «famiglie» da «amici di li nostri parti».Le riserve, le prevenzioni, le animosità si acuirono e diedero luogo alla interminabile catena di omicidi di siciliani e «continentali» durata decenni, durante i quali caddero boss e killers da ambo le parti.Oltre a Squillante, De Feo, Frasca, Anastasia, caddero Antony Carfano (Little Augie Pisano), Joe Di Marco, John Robilotto, Armando Fava, Joseph Scalise, Stephen Padani (don Steven), Stephen Rinnelli, Willye Moretti, Abe Reles, Frank Amato (Big Dick), Tore Maranzano, James Lepore e Louis Russi, questi ultimi tre assassinati lo stesso giorno, e molti altri boss e killers dell'una e dell'altra parte, fino a quando i napoletani non si rassegnarono ad accettare il prepotere dei siciliani.A creare le condizioni per la rappacificazione e la collaborazione fra napoletani e siciliani, sia in Italia che negli USA, fu Lucky Luciano, il grande trafficante di stupefacenti che non fece parte di nessuna «famiglia», non ne creò una sua e, tuttavia, operò entro e fuori gli Stati Uniti d'America con una sua rete di spacciatori e «corrieri».Salvatore Lucania, alias Lucky (Fortunato) Luciano, negli anni Trenta, era inviso a tutte le comunità siciliane di New York perché spacciatore di stupefacenti e tenutario di bordelli, attività mai esercitata da nessun mafioso. Al «Congresso del terrore», tenuto ad Atlantic City nel febbraio 1929, Joe Doto, Joe Masseria e Joseph Di Giovanni (Scarface), anime tutt'altro che candide, si dichiararono scandalizzate al pensiero che «l'infame» (nomignolo dato a Lucky dalle ragazze da lui sedotte e avviate al vizio dopo averle rese tossico-dipendenti) potesse diventare membro della «onorata società» dei siciliani in America.Malgrado l'ostracismo dei siculo-americani, Lucky riuscì a creare una perfetta ed efficiente catena di bordelli ed una fitta rete di spacciatori di stupefacenti rivelatisi, anni dopo, di notevole utilità per gli americani in guerra per certe operazioni nel porto di New York e per lo sbarco in Sicilia nel 1943.Nel 1940, due mesi dopo l'entrata in guerra dell'Italia, la stampa americana affermò apertamente che il boicottaggio di alcune navi in partenza per l'Europa con carichi di aiuti per gli inglesi era da attribuire a fascisti annidati nelle varie comunità italiane.La Naval Intelligence Service chiese l'intervento del potere politico americano per stroncare gli attentati; i politici, alcuni dei quali «amici» dei capi del «Sindacato», chiesero l'aiuto dei boss; questi, dopo una riunione tenuta in una sala dell'albergo Palisades nel New Yersey, decisero di affidare a Lucky Luciano, l'unico che, durante il fascismo, era rimasto in collegamento con i pochi boss della mafia siciliana, l'incarico di individuare ed eliminare i sabotatori.Luciano, malgrado in galera, disponeva di una fitta ed efficiente rete di trafficanti sparsi in Sicilia, in Italia, in Francia ed in altre parti del mondo; disponeva inoltre di una organizzata schiera di spacciatori nel mondo della malavita e del vizio in America, capace di controllare ogni movimento nel porto di New York.«Secondo Moses Palakov, avvocato difensore di Meyer Lansky, - ha scritto Kefauver - il Naval Intelligence aveva richiesto l'aiuto di Luciano chiedendo a Palakof di fare da intermediario. Palakof, il quale aveva difeso Luciano quando questi venne condannato, disse di essersi rivolto a Lansky, antico compagno di Luciano; vennero combinati quindici o venti incontri durante i quali Luciano fornì certe informazioni. «Il governo era riuscito a individuare i tedeschi perfettamente - disse Palakof - ma si temevano i sabotaggi degli italiani, i quali non erano stati individuati». Egli si riferiva a possibili sabotaggi nel porto di New York. Augusto Del Grazio disse che Luciano si sarebbe servito della sua posizione in seno alla mafia per spianare la via agli agenti segreti americani e la Sicilia sarebbe stata così facile obiettivo».Nel 1946, a guerra finita, Luciano venne rilasciato sulla parola e rimpatriato in Italia. Tutti si aspettavano che si trasferisse a Palermo, invece si stabilì a Napoli, ove elesse domicilio in via Tasso assieme a Igea Lissone, la ballerina della Scala che fu sua compagna per molti anni, ed ove aprì, in via Chiaramonte, un negozio di articoli sanitari. Più tardi smise questa attività grazie, anche, ad una decisione della Corte di Appello di Napoli che rifiutò alla polizia l'autorizzazione di tenere Luciano sotto sorveglianza, reintegrandolo nel suo pieno diritto di vivere splendidamente di rendita. Chiuso il negozio di sanitari, Luciano aprì a nome di «fidato compariello» un grande magazzino di elettrodomestici nel quale lavorarono i più noti trafficanti e spacciatori tra i quali il nipote di Max Mugnai, il trafficante che nel 1943 era stato nominato dagli americani depositario-sovrintendente per i prodotti farmaceutici del Comando militare americano di Palermo e di Nola.A Palermo, invece, Luciano creò la «Fabbrica di confetti e dolciumi» di Piazzetta S. Francesco di Assisi, intestata a Salvatore Lucania di Lercara, suo cugino omonimo, in società con don Calogero Vizzini («don Calò», capo della mafia siciliana, che tanta parte aveva avuto durante l'occupazione della Sicilia da parte delle truppe alleate).Nel traffico degli stupefacenti c'era sufficiente spazio per tutti e soprattutto per i camorristi napoletani che avevano accolto Luciano con grandi onori e garantivano la sua tranquillità senza chiedergli conto per i suoi trascorsi di tenutario di bordelli. Da Napoli Luciano ha diretto tutto il traffico da e per gli Stati Uniti d'America, per il Canada e per il Messico, ed ha creato le basi per la diffusione della droga in Europa.Braccio destro di Luciano era Pascal Molinelli, detto "mosier Richard" e il «Goldfinger» del Mediterraneo, coordinatore di tutte le attività da e per gli Stati d'oltre Oceano. Molinelli, la cui famiglia era di origine napoletana, era noto alla Guardia di Finanza italiana, alla polizia francese, agli agenti del Narcotic Bureau del ministero del Tesoro degli USA e, tuttavia, era la «primula rossa» del Mediterraneo. Le diverse polizie che gli davano la caccia non avevano le impronte digitali né possedevano una sua fotografia, tranne una istantanea scattata da lontano mentre era assieme a diverse persone, fra le quali il generale Thomazo, uno dei capi del putsch dell'Algeria. Con Molinelli lavoravano trafficanti di diversi paesi: Michel De Val di Nizza, Salomone Gonzales di Tangeri, Francesco Bonis di S. Remo, Elio Forni di Morbella (Malaga), Pietro Davì, Rosario Mancino e Tommaso Buscetta (Masino) di Palermo.Fra le persone di fiducia di Luciano c'era Vittorio Gatti di Marsiglia, incaricato di dirigere la stazione radio installata a Bastia, in Corsica, collegata con altre due ricetrasmittenti clandestine, una installata a Napoli e l'altra su un lussuoso yacht, quasi sempre all'ancora nel porto di Villefrance-sur-mer, ovvero in rotta per Nizza o per Napoli. La ricetrasmittente di Napoli coordinava e dirigeva tutto il traffico e manteneva il collegamento con Palermo, ove c'era la «raffineria-fabbrica di confetti» alla quale era cointeressato «don» Calò.La fabbrica di confetti era sorta con tutti i crismi della legalità: la licenza era stata rilasciata dalla questura di Palermo al «Sig. Salvatore Lucania di Lercara» cugino del grande gangster. Il Lucania di Lercara non si era mai occupato in vita sua di commercio di confetti e dolciumi, né di altri generi; era rimasto legato alle attività agricole, alle quali continuò a dedicarsi anche dopo essere stato intestatario della fabbrica, e anche dopo che l'ufficio vendite della avviata ditta era riuscito ad esportare confetti in Germania, Francia, Irlanda, Canada, Messico e Stati Uniti d'America.Erano i tempi dello scandalo di Capocotta per la morte per overdose della giovane Vilma Montesi, scandalo nel quale rimase coinvolto il figlio del Presidente del Consiglio dei Ministri, on. Piccioni, e i giornali, specialmente quelli dell'opposizione, erano alla ricerca di notizie sui retroscena, e per la morte della Montesi, e per i legami e gli intrallazzi tra la Roma della «Dolce Vita» e gli uomini politici al potere.«L'Avanti» di Roma dell'11 aprile 1954, in un articolo in prima pagina dal titolo «Tessuti e confetti sulla via della droga», pubblicò la fotografia della facciata della fabbrica sulla quale faceva spicco una grande tabella con il nome di Salvatore Lucania, lasciando intendere che nei confetti «due o tre grammi di eroina potevano prendere il posto della mandorla».Raramente la pubblicazione di una fotografia ha avuto risultati più fulminei. La notte stessa la fabbrica smontava i macchinari e chiudeva i battenti. Quanto agli operai specializzati, questi venivano portati in alto mare, dove venivano prelevati da una nave turca e portati clandestinamente in America. I macchinari, invece, furono portati a Napoli, dove diedero vita ad una nuova fabbrica intestata a «compariello» di tutto riposo. Napoli, che fino ad allora era stata centro di coordinamento diretto personalmente da Luciano, diventò la sede operativa dalla quale la droga partiva raffinata, confezionata e spedita dai napoletani. I palermitani, amici di don Calò, volenti o nolenti, furono costretti ad accettare la situazione di fatto e collaborare con i camorristi, protagonisti principali del traffico da e per l'America. La camorra, mercé Luciano e don Calò, usciva dal ghetto del piccolo degradante delitto per assurgere a «grande famiglia» del traffico di stupefacenti a livello internazionale.«Don» Calò è morto di vecchiaia il 12 luglio 1954, all'età di 77 anni, ed ha lasciato un patrimonio valutato alcuni miliardi, accumulati in meno di dieci anni; Lucky Luciano è morto in circostanze misteriose all'aeroporto di Capodichino (Napoli) il 26 gennaio 1962. La loro morte non ha interrotto il traffico, anzi, per i napoletani è andato sempre più rafforzandosi perché ogni qualvolta in Sicilia sono stati scoperti i canali ed individuati i corrieri, il traffico si è trasferito a Napoli e sulle coste napoletane.Oggi «Cosa Nostra», cioè mafia e camorra, sono diventate la maggiore holding finanziaria-criminale nel mondo, il cui movimento finanziario è stato valutato nell'ordine di 300 miliardi di dollari l'anno.Angelo Bruno, capo di «Cosa Nostra» di Filadelfia, socio di Carlos Marcello, il cui vero nome era Angelo Annaloro, nativo di Villalba (Caltanissetta), tre anni fa, prima di essere assassinato, ha preconizzato che entro la fine del secolo nel mondo dovranno dominare dieci grandi imprese multinazionali. «Lavoriamo - ha affermato, senza precisare se in qualità di proprietari di banche e alberghi in Inghilterra ed in Svizzera ovvero come capi di "Cosa Nostra" - per essere fra queste dieci».Napoli e Palermo, in perfetta armonia e in totale collaborazione, sono i due principali centri di coordinamento e smistamento del traffico di stupefacenti in transito dal Mediterraneo verso l'America e verso l'Europa occidentale. Il più piccolo turbamento di questo equilibrio provoca catene interminabili di omicidi: il 1982 ha chiuso a Napoli con 263 omicidi e 76 scomparsi (lupara bianca); a Palermo gli assassinati sono stati 151, gli scomparsi 103, i mancati omicidi 24, numero in continuo aumento; vertiginoso è il numero dei drogati, anche fra i lavoratori e soprattutto fra i giovani nelle scuole

MAFIA E CAMORRA CHI LI COMANDA

Una prima differenza è fondamentale tra mafia e camorra. La mafia nasce, cioè concettualmente si forma in Sicilia, una grande isola per tremila anni violentata da decine di invasioni diverse e che, nonostante guerre, rivolte, ribellioni, splendori e grandezze, battaglie e rivoluzioni tutte tese a conquistare una dignità di nazione, non è mai praticamente riuscita a essere uno Stato. Lo Stato erano gli altri. Lo Stato erano i conquistatori. Lo Stato che amministra, garantisce, impone, costruisce, preleva, insegna, percepisce, fa le leggi, esercita giustizia, questo Stato erano gli altri, cioè i nemici. Per tremila anni lo Stato in Sicilia è stato nemico, cioè una entità quasi sempre assente e che si appalesava soltanto per infliggere danno: le tasse, decime, gli arruolamenti, le confische. Né l'unità d'Italia ha dato questa certezza dello Stato presente e amico, semmai per successivi abbandoni e continue delusioni ha reso più amara questa solitudine. Gli avvenimenti politici per i quali in questi ultimi quarant'anni la capitale Palermo è stata soltanto colonia del potere romano, il fallimento della Cassa per il Mezzogiorno, il bluff delle grandi opere pubbliche mai realizzate, la collusione sempre più spavalda fra vertici di violenza e rappresentanti politici che hanno saccheggiato, diviso, lottizzato, devastato, spartito potere ed economia, e infine la crisi paurosa della giustizia (Scaglione, Terranova, Costa, Ciaccio Montalto, quattro alti magistrati impunemente uccisi) ha dato una certezza drammatica a questa sensazione che lo Stato fosse assente, cioè a questa solitudine del siciliano. Siamo dinnanzi a un dato storico e culturale terribile che tuttavia bisogna riconoscere e ammettere perfettamente. Il contrario sarebbe solo lamentazione imbecille e retorica.Da questo dato storico bisogna partire per definire quale possa essere il rapporto sociale - cioè identità, semplice rassomiglianza, oppure diversità e quale tipo di diversità - tra mafia e camorra. In verità, secondo immagine (stavamo per dire secondo spettacolo) mafia e camorra sembrano possedere la stessa facies criminale, cioè la medesima immoralità nel rapporto fra clan criminale e società, e altresì l'identica maniera di delinquere, cioè l'anonimo potere di realizzare qualsiasi delitto e contemporaneamente trasformare il delitto in potere. Infine sembrano identici anche gli obiettivi: la conquista passiva (senza offrire in cambio che la sola ipotesi della morte) di una percentuale sempre più vasta della economia di un territorio, soprattutto la economia emergente, i mercati più pingui, le attività più lucrose, siano esse legittime (grandi appalti o circuiti commerciali perfettamente in regola con le leggi) o anche beni economici fuori legge come il contrabbando e la prostituzione. Anche in questo la identità tra mafia e camorra sembra dunque perfetta.Nella realtà, al di là di occasionali alleanze storiche o contingenti complicità, i due fenomeni criminali sono profondamente diversi. Una differenza che è culturale e politica e bisogna dunque perfettamente valutare quando si vuole definire la identità dell'una o dell'altra, e quindi capire quali siano i mezzi più opportuni per lottare (sconfiggere mai, storicamente non è più possibile poiché bisognerebbe distruggere il territorio umano delle due regioni) lottare, dicevamo, un fenomeno di violenza che è diventato la tragedia più profonda del Sud, che conduce allo sperpero di migliaia di miliardi, che costa ogni anno la vita ad almeno duemila esseri umani, che sta praticamente contagiando tutto il resto dell'Italia e che, attraverso una umiliazione quotidiana, spesso sprezzante, sempre sanguinosa, aggrava la debolezza di uno Stato i cui connotati sono già gracilità, paura, stupidità.In Sicilia dunque da migliaia di anni una nazione senza Stato, ed a Napoli invece uno Stato che da secoli ha sopraffatto e talora schiantato la nazione, prevaricandola, angariandola, cercando di appropriarsi di ogni attività, idea, concetto della collettività. Napoli è la città nella quale il potere clericale cercò persino di appropriarsi del teatro popolare, negandogli spontaneità, imponendogli liturgie, temi, conclusioni e persino norme drammatiche. Negli ultimi secoli prima gli spagnoli, poi i francesi, infine i borboni e per ultimi i piemontesi hanno imposto la presenza ossessiva di uno Stato che cercava di governare anche nelle abitudini e nell'animo della gente. La presenza dello Stato a Napoli non sono state mai le buone leggi, ma le alte mura, i gendarmi, le prigioni, il capestro. Non è un caso che l'anima napoletana abbia cercato da secoli la sua libertà di esistere nell'unica, altissima cosa umana che nessun potere potrà mai sopprimere nello spirito di un popolo: la musica. La musica napoletana, per questo, è un continuo grido di amore, di bellezza e di libertà.Il siciliano è vissuto in uno spazio di solitudine dentro il quale le città erano solo capisaldi di inimicizie. Il napoletano è vissuto dentro una sola immensa città che è stata la sua unica nazione, il suo fantastico ma angusto spazio e quindi anche la sua prigione. Se guardate bene anche dentro la letteratura, i grandi narratori siciliani, Verga, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Brancati, Vittorini, lo stesso Sciascia, raccontano soprattutto storie e drammi di individui dentro la società: i napoletani invece, Marotta, Viviani, Eduardo, raccontano soprattutto Napoli, popolata da una infinità di individui.In Sicilia la mafia, cioè l'immensa, tragica, oscura forza criminale nasce così per sostituire lo Stato assente, per determinare leggi proprie al posto di quelle leggi che lo Stato non riesce a imporre, cioè stabilire comunque un ordine, una sia pur barbara regola di vita. E se lo Stato improvvisamente si appalesa, lo abbatte; e se qualcuno cerca legittimamente di rappresentarne leggi e giustizia, lo corrompe e lo fa suo, altrimenti lo uccide.A Napoli invece la forza criminale, che non è una determinazione infame della storia e non ne ha quindi la tragica esperienza, grandezza e crudeltà, ma è soprattutto un prodotto umano della miseria, una necessità drammatica di sopravvivere, cerca disperatamente di ribellarsi allo Stato sempre presente e prevaricatore, e non potendo scegliere la rivolta armata, cerca di insinuarsi dentro lo Stato che già esiste, di conquistarlo dall'interno con un'opera di erosione pressoché invisibile che comincia necessariamente dal basso e coinvolge quasi tutta la collettività. Così paradossalmente accade che, a Palermo, mille grandi mafiosi insediati in quasi tutti i vertici economici, politici, burocratici, possano dominare una città di un milione di abitanti e da quella capitale quasi tutto il territorio dell'isola, in un distacco sprezzante dal resto della popolazione; ed a Ottaviano, un intero grande centro abitato di decine di migliaia di abitanti, possa vivere in una fedeltà cieca, assoluta e soprattutto palese a Cutolo e alla sua organizzazione camorrista.Via via, così per successivi diagrammi, la mafia appare diversa dalla camorra. La mafia è Stato ed ha le sue colonie a Roma, Milano, Torino, Napoli (Napoli certo), Marsiglia, New York, Chicago; la camorra è dentro lo Stato di Napoli dovunque esso si estenda. La mafia governa migliaia di miliardi, le banche, la droga, i grandi sequestri criminali, gli appalti nazionali, probabilmente la elezione di taluni parlamentari, talvolta persino la designazione di uomini di governo; la camorra lotta ancora e si massacra per il pullulare delle estorsioni, anche le più miserabili, il contrabbando delle sigarette, le tangenti sulla prostituzione. La mafia uccide soltanto chi gli si para dinnanzi, la camorra fa soprattutto strage di se stessa per la spartizione del bottino.Se cinque milioni di siciliani si ribellassero alla mafia, non accadrebbe niente. Alla mafia non gliene fotte. Ha un solo nemico che può batterla: lo Stato vero, lo Stato di diritto, con i magistrati che fanno veramente giustizia, funzionari incorruttibili, politici disposti a interpretare con assoluta moralità il loro mandato. Se tre milioni di napoletani si ribellassero alla camorra, la camorra sarebbe morta. Stiamo parlando di ipotesi di fantascienza, ma esse spiegano perfettamente una differenza storica, sociale, politica, umana, criminale, psicologica e in definitiva perciò culturale, poiché ogni cosa accade dentro una società umana, nel bene e nel male, nell'arte o nella violenza, nella filosofia o nell'omicidio, appartiene sempre alla cultura di un popolo.Essendo dunque diverse le origini dei due fenomeni, mafia e camorra, pur quasi identiche nell'immagine, debbono essere diverse le valutazioni della lotta e gli strumenti, soprattutto politici e sociali. Che in questo tempo storico mafia e camorra siano alleate e sempre più profondamente complici nell'affare criminale per eccellenza, la droga, non significa che l'una si sia sovrapposta all'altra o sia riuscita a incorporarla. Guai se ciò dovesse accadere. Ci sarebbe un nuovo, terrificante regno delle Due Sicilie, dinnanzi al quale la battaglia dello Stato italiano sarebbe forse definitivamente perduta.

AGLIERI RITRATTO DI UN MAFIOSO

Allora erano le parole di Leggio Luciano, ricordate? Irriverenti, oscene. Le diffondevano gli altoparlanti dell'aula bunker, durante i processi. Il giorno dopo le raccoglievano, immancabilmente, i quotidiani nazionali: vedete, scrivevano, grida al processo politico, mette una taglia sugli assassini del giudice Terranova. Sembrava il segno stesso dell'oltraggio, un urlo insolente di sfida. Invece era solamente un rantolo, l'eco lontana di un'agonia: Leggio dentro, senza più la speranza di uscire. I suoi sgherri - si chiamavano Totò Riina, Bernardo Provenzano: i nomi avevano ancora un suono rotondo, quasi buffo - fuori. A dividersi il suo impero, a contendersi le sue amicizie politiche, a programmare le nuove strategie mafiose.Oggi sono Bagarella Leoluca, Riina Salvatore - coi loro gesti ampi ed eccessivi, le loro frasi gonfie di un ironia spessa e violenta - a ricalcare quello stesso copione, a offrire la misura della medesima sconfitta. Loro, gli antichi sgherri divenuti poi capibastone, costretti da dietro le sbarre a osservare la storia passar loro davanti, senza la speranza di potervi rientrare: tagliati fuori, ormai. Costretti - nonostante la loro feroce vitalità, nonostante il potere gestito in questi anni - a lasciar il posto a coloro che sino ad adesso erano stati i più fedeli e pazienti pretoriani. Meno rozzi, meno assetati di sangue, forse. Interpreti di una nuova strategia.Tra questi c'è un personaggio che più di ogni altro incarna le tendenze della nuova mafia: la vocazione alla mediazione politica, l'uso composto, quasi scientifico della violenza. Si chiama Pietro Aglieri, in arte u' signurinu. E' un giovane di trentacinque anni, di media statura, stempiato, con la piega della bocca dura e amara, lo sguardo cupo e vagamente malinconico: un po' da impiegato ad agosto, un po' da boia. I pentiti lo indicano come un uomo essenziale nelle parole, composto nei gesti, curato nel vestire. Elegante, persino. Per questo nel suo quartiere - il quartiere della Guadagna, uno dei più vecchi e popolari di Palermo - sin da ragazzino gli avevano dato quel soprannome, dal tono all'apparenza sfottente, che riprendeva quello del nonno paterno: un allevatore di vacche che era solito pascolare le bestie infilato in un impeccabile abito bianco. U' signurinu, appunto. Solo che questa volta non c'era più ironia. C'era quello che da queste parti - nel gergo duro e scarno dei mafiosi - chiamano rispetto.Il rispetto Aglieri se l'è guadagnato passo dopo passo, poggiandolo saldamente, infine, su due qualità indiscutibili: la ricchezza e il potere. Gli investigatori lo definiscono ricchissimo: ha costruito una fortuna con la droga, diventando il più accreditato referente in Sicilia di tutti i traffici internazionali. Contemporaneamente bruciava tutte le tappe nella scalata al potere, al vertice di Cosa nostra: prima capo mandamento della famiglia di Santa Maria di Gesù, una famiglia storica di Palermo (quella che fu di Stefano Bontate, di Totuccio Contorno, di Marino Mannoia) poi - dopo l'arresto dei vecchi capi - reggente dell'intera organizzazione, assieme a Bernardo Provenzano e Giovanni Brusca. Uno degli uomini più potenti della Sicilia, quindi.Eppure Aglieri non è solamente un killer spietato, né solamente un feroce arrivista: ha saputo coniugare la sua mira infallibile e la sua sete di potere con un istintivo fiuto politico. Dicono che appartenga allo schieramento moderato dei Corleonesi, quello che più era contrario alla politica stragista voluta da Riina e attuata da Bagarella. Troppo rozza, troppo pericolosa: e Aglieri era troppo politico per non capire che quella strategia era un invito indeclinabile alla repressione da parte dello Stato. Ma era anche troppo politico per non capire che non erano quelli i tempi per opporsi. Bastava poco a quei tempi - i tempi in cui Riina era il sovrano indiscusso di Palermo - per finire pericolosamente fuori dal giro: bastava un attimo di esitazione di fronte ad un ordine, un accenno di perplessità nello sguardo. Per questo Aglieri - pur contrario - ha preferito tacere, anzi è diventato il fedele esecutore di questa politica: l'uomo, tra l'altro, che ha sparato a Salvo Lima, e ha premuto il pulsante che ha fatto saltare in aria Borsellino e la sua scorta.Ecco il fiuto politico: scegliere il momento in cui obbedire e quello in cui attaccare. Aglieri, secondo i giornali, adesso avrebbe scelto di attaccare. Colpire la leadership dei Corleonesi al cuore, impossessarsi dei feudi storici della famiglia di Riina e Bagarella, guidare la rivolta delle famiglie storiche di Palermo sconfitte e soggiogate dopo la guerra di mafia dei primi anni ottanta, dare il via quindi ad una nuova guerra di mafia...Balle, dicono gli investigatori. Il funzionario con cui sto parlando mi regala parole brevi, e un cenno di stanchezza. Balle da giornalisti, vorrebbe dirmi. Solo che non lo dice. Si prende tutto il tempo per tirare fuori un pacchetto di sigarette da un cassetto, per accendersene una, per tirare un paio di boccate profonde. Quando ha finito, ha già trovato le parole giuste, la forma più elegante: e mi fa un discorso sulla differenza tra il mestiere del poliziotto e quello del giornalista. Quest'ultimo, mi spiega, può anche permettersi di ricostruire avendo poco in mano, il primo invece deve lavorare sui fatti. E i fatti? I fatti sono che - al momento - non ci sono guerre intestine a Cosa Nostra, né ci sono indizi per pensare che possano esplodere in breve tempo. Scremature, semmai: scremature a cui appartiene anche l'omicidio di Francesco Montalto, fedelissimo di Riina, fatto uccidere da Aglieri poco dopo la cattura del suo capo. Omicidi quasi invisibili, una specie d'impercettibile lavoro di lima per confermare la leadership dei corleonesi. Eliminando gli uomini ormai bruciati. Consumando, all'interno del gruppo, una successione il più possibile indolore.Perché Aglieri è comunque uno dei Corleonesi, e perché i Corleonesi sono, comunque, un gruppo compatto. Semplicemente: morto un capo, se ne fa un altro. E se il nuovo capo non ha più lo sguardo stolido e feroce di Riina ma la diplomazia e la capacità politica di Aglieri, meglio ancora: i picciotti cureranno più tranquillamente i loro affari, troveranno nuovi referenti politici (quelli che già da adesso si mostrano più disponibili, più interessati) e tutto tornerà come prima. Sotto il segno della normalizzazione. Sotto il segno di Aglieri.Certo: un boss atipico, questo Aglieri. Diverso da tutti quelli che lo hanno preceduto. La differenza si coglie già da pochi cenni biografici. Uno stato sociale medio alto, la maturità classica conseguita in seminario, traccia di una lontana e improbabile vocazione, una famiglia "sana": nessuno che abbia precedenti penali, un fratello impiegato col diploma scientifico in tasca, una sorella insegnante. Pietro Aglieri sarebbe potuto diventare benissimo un professore, un medico, un avvocato. Invece è diventato un killer.Erano i primi anni ottanta, la guerra di mafia che aveva visto i corleonesi di Riina prendere il potere era agli sgoccioli. Si consumavano gli ultimi regolamenti di conti, si bruciavano le ultime fasi di una pulizia etnica che doveva eliminare dalla faccia della terra i resti della vecchia famiglia. Quella di Bontate, quella dei perdenti. Per un ragazzo poco più che ventenne come Aglieri, ansioso di affermarsi, era sin troppo facile scegliere da che parte stare. E Aglieri scelse oculatamente: pare che il suo primo omicidio sia stata l'esecuzione di un personaggio minore, tale Benedetto Grado, reo di aver fiancheggiato un gruppo della famiglia Bontate - di quello che ne rimaneva, s'intende - durante l'uccisione di un corleonese. Un omicidio poco visibile anche questo, che comunque servì a Aglieri per farsi notare da Riina, e per confermare una fama di giovane duro.Una fama che si era già diffusa, per la verità. Molto prima che Aglieri fosse sottoposto a questo battesimo del fuoco. Una fama che era giunta anche al vice questore di Palermo, Ninni Cassarà: due lettere anonime, nell'ottantatré, che gli parlavano di questo ragazzino. Il contenuto era breve ed esplicito: state attenti, è giovane, ma crescerà. Cassarà era uno sbirro all'antica, di quelli che vanno a fiuto: aveva fatto scattare un paio di foto a questo ragazzo. Le foto erano state mostrate, qualche tempo dopo, al nuovo pentito, Totuccio Contorno. Contorno le aveva guardate attentamente, si era sforzato di sovrapporre l'immagine sfocata che aveva di quel ragazzino di buona famiglia che scorrazzava nel suo quartiere a quella dei boss sanguinari che avevano sterminato tutti i suoi amici. Poi aveva posato le foto, e aveva fatto un sorriso amaro: su, dottore, non perdiamo tempo...Invece il ragazzino cresceva, si svezzava. La sua sete istintiva di potere, la sua ansia primitiva di prevalere si affinava. Imparava a essere paziente, imparava a prendere ordini. E ad eseguirli, con la rabbia sorda e decisa di chi sa dove arrivare: dai piccoli regolamenti di conti, gli omicidi di poca importanza - allora Aglieri era solamente il tirapiedi di Ignazio Pullarà, uno dei fedelissimi di Totò Riina - sino al giorno in cui eliminò Giovanni Bontate, il suo rivale per la carica di capo mandamento della famiglia di Santa Maria di Gesù. Anche questo un omicidio compiuto con eleganza: Bontate - che era il fratello di Stefano, il nemico dei Corleonesi - era stato appena dimesso dall'ospedale e si trovava a casa con la moglie. Aglieri si presentò all'uscio, con l'aria compunta dell'amico preoccupato per il suo stato di salute. Forse scambiò due chiacchiere, poi estrasse la pistola e sparò: prima a lui, poi alla moglie, paralizzata dal terrore. Era il millenovecentottantotto.Il salto di qualità fu quello. Pietro Aglieri venne definitivamente accettato come capo indiscusso della famiglia di Santa Maria di Gesù, entrò a far parte della Commissione che decideva la tattica di Cosa Nostra. Come esecutore o come mandante (in quanto membro della Commissione) è stato incriminato per una ventina di delitti: dall'omicidio del giudice Scopelliti, all'uccisione di Libero Grassi, sino al massacro in cui vennero assassinate la madre, la sorella e la zia di Marino Mannoia. Una strage, certo: ma per arrivare a comandare bisogna pur sporcarsi le mani.Per molto tempo l'uso indiscriminato e scomposto della violenza è stato forse il tributo silenzioso che Aglieri ha pagato alla propria carriera criminale. Bisognava accettare gli ordini e ingoiare saliva, per poter andare avanti su quella strada. Aglieri alla fine l'ha percorsa tutta. Con l'attenzione del gregario, con lo stesso tenace silenzio con cui molti assistenti d'Università assecondano il loro barone, aspettando che venga il loro turno. E' facile, a questo punto, concludere con un po' di colore: Pietro Aglieri capo della mafia, Pietro Aglieri italiano dell'anno 1995. E' facile, ma è falso.Come era falso scrivere che, negli anni ottanta, la mafia fosse solo Totò Riina. Falso e ingenuo.

NITTO SANTAPAOLA IL MAFIOSO DAL CUORE NERO

I sindacalisti del Siulp, gente seria e pacata, ci mostrano con misurato ottimismo i dati che hanno appena finito di raccogliere. Eccone uno. In sei mesi a Catania, fra l'agosto dell'84 e il gennaio scorso, la squadra narcotici aveva effettuato sette arresti per spaccio di stupefacenti; in un mese, nel febbraio di quest'anno, lo stesso ufficio ne ha messi dentro 45: tutti personaggi di medio e grosso calibro organicamente collegati alle Famiglie mafiose catanesi. Dati confortanti, assolutamente improponibili fino a qualche mese fa. Qualcosa, evidentemente, è cambiato.Un cambiamento per molti versi traumatico che trae spunto indirettamente dal blitz di Torino. Il dodici dicembre, i trecento mandati di cattura: finiscono in manette anche molti insospettabili esponenti delle istituzioni: giudici, ufficiali dell'Arma, persino l'ex comandante del gruppo dei carabinieri, accusato di aver mandato a morire tre suoi subalterni. Profonde infiltrazioni mafiose, istituzioni pericolosamente inquinate, una città presidiata dalla mafia; da quella cronaca resta fuori soltanto la questura di Catania. Questione di ore, pensano in molti. Ed invece il blitz - che irrompe nel palazzo di giustizia, fruga nelle cancellerie, assedia la caserme dei carabinieri, perlustra i rioni della mafia - non approderà mai in questura.Ma quei trecento mandati di cattura, la definitiva profanazione di santuari ritenuti inviolabili, quella lunga, inquietante successione di manette eccellenti ha messo in moto un meccanismo difficilmente controllabile. Gli alti papaveri del ministero dell'Interno capiscono che sono seduti su una cassa di esplosivo, e qualcuno ha già acceso la miccia: non è possibile far finta che non sia accaduto nulla. Ed è a questo punto che antiche immunità cominciano a franare anche nel piccolo limbo della questura di Catania. Nel volgere di pochi giorni, la squadra mobile catanese viene letteralmente smantellata. Il suo capo, Tommaso Beretta, per quasi vent'anni dirigente dell'ufficio (una permanenza incredibilmente lunga rispetto ad una media nazionale non superiore ai quattro o cinque anni) paga il prezzo più alto: fa le valige e viene mandato a dirigere un ufficio della questura di Reggio Calabria. Il capo dell'anti-rapine Piazza è trasferito al commissariato centrale, il capo della narcotici Bianca va al commissariato di San Cristoforo, altre quindici persone, fra agenti e sottufficiali, vengono destinate ad altra sede.L'ufficio viene completamente rifondato: nuovi agenti, nuovi sottufficiali, nuovi funzionari. A dirigerla viene chiamato il dott. Pappalardo, un giovane commissario che proviene da Caltagirone. Da Roma, invece, il ministero manda Tonino De Sena, uno dei più abili funzionari di polizia della capitale; un inquadramento atipico il suo (coordina tutti gli uffici operativi), con un incarico a termine, quello di rimettere in sesto la struttura investigativa della questura di Catania. Ed un preciso obiettivo, catturare Nitto Santapaola.Perché è proprio sulla latitanza di Santapaola che l'opinione pubblica prima ed il ministero (molto tempo dopo, costretto dall'evidenza dei fatti) hanno misurato l'inefficienza degli uffici investigativi della questura di Catania. Una latitanza a lungo indisturbata, favorita da due punti fermi che hanno ispirato per molti anni la linea di condotta della squadra mobile a Catania: primo, in questa città non esiste la mafia; secondo, occupiamoci dell'ordinaria amministrazione. E per i funzionari della questura catanese, l'ordinaria amministrazione - scrive il mensile "Nuova Polizia" - era lapidariamente contenuta nell'invito rivolto agli agenti: «Portateci gli scippatori e lasciate in pace la gente per bene...»Il passo fra quest'ordinaria amministrazione e la connivenza in passato è stato molto breve, ed è una storia giudiziaria che, per molti versi, deve ancora essere scritta (e che ci auguriamo venga scritta, prima o poi). Perché proprio grazie alle inerzie di alcuni investigatori, la mafia catanese per anni ha avuto gioco facile a costruire la propria impunità. E proprio dal ritmo di queste inerzie è scandita la parabola criminale e la lunga latitanza di Nitto Santapaola, che del livello armato della mafia catanese è l'esponente più emblematico. Episodi spesso lontani nel tempo, ma che oggi vanno riletti, e meditati con il senno che la cronaca più recente ci ha regalato.Il primo risale alla primavera del 1981. La sera del sei giugno, a Cerza, un quartiere residenziale alla periferia di Catania, si affrontano in un definitivo regolamento di conti il gruppo di Nitto Santapaola e quello di Alfio Ferlito. Tre o quattro minuti di fuoco incrociato violentissimo, quattro feriti, uno dei quali - Salvatore Lanzafame - morirà più tardi in una clinica di Reggio Calabria. La squadra mobile e i carabinieri troveranno, sul luogo della sparatoria, almeno un migliaio di proiettili di grosso calibro, bombe a mano, parecchi giubbotti antiproiettile. Ed una Fiat 132 blindata, con radiotelefono a bordo, sirena e antifurto a combinazione. Il libretto di circolazione non lascia dubbi, l'auto appartiene a Benedetto Santapaola.Che l'attacco fosse diretto contro il clan Santapaola era evidente: l'auto del boss abbandonata con gli sportelli spalancati sul luogo della sparatoria, ma anche la certezza che a Cerza la Famiglia Santapaola avesse il proprio quartier generale (tanto che un fratello di Nitto, Antonino, abitava da oltre un anno in un appartamento della zona). La reazione di Benedetto Santapaola, del resto, non fece che confermare i sospetti: «Santapaola Benedetto lasciò la sera del 6 giugno 1981 sul posto della sparatoria la propria Fiat 132 blindata e si rese subito irreperibile - recita la sentenza di condanna emessa nei confronti di Santapaola dal tribunale di Catania l'11 novembre 1983 -. Fattosi vivo venti giorni dopo, sostenne di essersi casualmente trovato a transitare, quella sera, per il luogo dell'avvenuta sparatoria, di aver citofonato al fratello Antonino lì abitante, e quindi di aver abbandonato la sua macchina perché... aveva dimenticato il numero della combinazione per avviare il motore!»Dunque, Santapaola si presenta alla squadra mobile di Catania solo venti giorni dopo la sparatoria. Venti giorni di irreperibilità quantomeno sospetta, che si andavano ad aggiungere ad un notevole carico di indizi gravi e precisi contro di lui. Eppure, in questura il boss viene «...brevemente ascoltato quale semplice teste», spiega ancora la sentenza del tribunale, facendo un esplicito riferimento alla leggerezza dei funzionari della mobile che si limitano semplicemente a verbalizzare il raccontino di Santapaola: ho avuto molti affari da sbrigare in questi venti giorni, spiega il boss al funzionario della mobile, la mia attività di imprenditore non mi lascia molto tempo; quella sera, comunque, non c'ero proprio, lo metta pure a verbale...Letto firmato sottoscritto, ed il teste Santapaola può andarsene; per la mobile di Catania la sua deposizione è soddisfacente, il suo alibi inappuntabile, la vicenda definitivamente chiusa. Per fortuna agli atti è rimasto quell'incredibile verbale; ed esiste anche il verbale della deposizione di Giovanna Lanzafame, la madre del giovane rimasto ucciso nella sparatoria di Cerza, che - interrogata dal giudice - allude esplicitamente ai "contatti" di cui Santapaola si servì in questura per uscire pulito da quella vicenda.Anno di grazia, per il boss catanese, il 1981. E' in quel periodo che dal reparto operativo dei carabinieri di Roma arriva al gruppo di Catania una richiesta di informazioni su Benedetto Santapaola. Poche settimane dopo, Roma ottiene la risposta: è contenuta in un rapporto in cui si esclude categoricamente che «...il sunnominato Santapaola sia un soggetto pericoloso»; anzi, aggiunge la nota, è un elemento al di sopra di ogni sospetto. Insomma, spiccata moralità e morigeratezza di costumi. Per la cronaca, il rapporto porta la firma del tenente colonnello Serafino Licata, all'epoca comandante del gruppo di Catania, oggi incriminato per favoreggiamento personale nei confronti della Famiglia Santapaola.L'omicidio Ferlito, la strage della Circonvallazione e la professionalità dell'ufficio istruzione di Palermo (i primi mandati di cattura da Catania verranno spiccati solo due anni più tardi) segnano l'inizio della latitanza di Santapaola. E fanno registrare alla trama di colpevoli silenzi e di connivenze uno scatto di qualità. Per molti mesi, con il gruppo dei carabinieri di Catania ancora controllato da Licata e dai suoi uomini di fiducia, Santapaola non lo cerca nessuno. La caccia all'uomo è affidata all'iniziativa, e soprattutto al coraggio di alcuni - pochi - poliziotti e carabinieri. Nessuna garanzia dall'alto, nessun coordinamento nelle indagini, nessun metodo nella ricerca.Per molto tempo si accantonano perfino le più elementari regole investigative. I parenti di Santapaola (la moglie, il figlio, i tre fratelli, i nipoti) non vengono pedinati, pochi i telefoni posti sotto controllo, nessun dirigente che si assuma in prima persona il coordinamento delle ricerche. Si arriva perfino all'assurdo che l'unica foto segnaletica disponibile del boss latitante (risale ad una dozzina di anni fa: altro titolo di merito degli investigatori catanesi!) non venga distribuita nemmeno nei posti di polizia siciliani.Sono manchevolezze che fanno riflettere: dopo l'attentato sul rapido Napoli-Bologna, gli identikit dei terroristi vennero diffusi in 24 ore in ogni angolo d'Italia; a oltre due anni dalla morte di Dalla Chiesa, la squadra mobile di Catania non ha ancora provveduto a distribuire nei commissariati siciliani o ai propri agenti la foto di Santapaola, cioè di uno degli esecutori della strage di via Carini!Ed è in questa storia di incredibili omissioni, di routine e di silenzi che vanno collocati i più allarmanti episodi di questa comoda latitanza di Santapaola. Episodi che ci permettono, fra l'altro, di ricostruire - sia pure con un certo grado di approssimazione - la mappa degli spostamenti del boss latitante.E' probabile che, dopo un primo periodo trascorso in continente o all'estero, Nitto Santapaola abbia fatto frequentemente ritorno in Sicilia per riorganizzare le fila dell'organizzazione, sapendo del resto di poter contare sul ritmo insolitamente blando delle ricerche. E' proprio in Sicilia che la sua presenza viene segnalata con insistenza nel corso del 1984. Spesso a Catania, o comunque molto vicino al capoluogo, in alcuni paesi della Sicilia Sud-Orientale, cioè nelle centrali operative del traffico di stupefacenti controllato dalla mafia catanese.Le rotte dell'eroina sono ormai stabilmente collegate a quelle seguite dagli agrumi e dai prodotti delle serre, cioè all'intenso movimento di Tir che partono dai grossi centri agricoli a sud-ovest di Catania per risalire la penisola fino ai grandi mercati del Nord: un movimento di 60-70 camion al giorno garantisce un'efficiente ed insospettabile copertura. Ed è appunto questa - da Vittoria a Palagonia, da Scordia a Lentini - una delle principali zone di operazione del gruppo Santapaola.Non è casuale, in questo senso, la presenza di Santapaola a Lentini per almeno una decina di giorni nella primavera dello scorso anno. E' invece decisamente inverosimile il fatto che questa permanenza - anche piuttosto arrogante, nemmeno protetta da particolari precauzioni - sia stata praticamente ignorata dal locale Commissariato di pubblica sicurezza. Se ne è avuta notizia parecchio tempo dopo, solo quando il ministero dell'interno ha disposto un'inchiesta su quel commissariato ed il trasferimento immediato del responsabile dell'ufficio.Altrettanto tranquillo è stato il soggiorno di Santapaola a Scordia, altro polo "caldo" nella geografia del traffico degli stupefacenti. Il boss catanese si è nascosto per alcuni giorni in paese poco prima di andare a Lentini, quasi certamente ospitato nello scantinato di un magazzino di agrumi. E anche in questo caso s'è saputo della presenza di Santapaola a Scordia molte settimane più tardi, solo quando il maresciallo che comandava la locale stazione dei carabinieri è stato formalmente accusato di non aver dimostrato particolare solerzia nell'adempimento del proprio dovere: in altre parole, era stato tempestivamente - ma inutilmente - informato della presenza del boss in paese.Sono episodi che hanno dell'incredibile, ma preoccupano soprattutto per il terribile dubbio che rilanciano: sono state realmente recise tutte le connivenze che hanno reso possibile questa latitanza fino ad oggi? Qualcosa, abbiamo detto, si è mosso anche nella questura di Catania. E il ricambio nei quadri dirigenti è servito anche a portare nuovi stimoli, oltre che nuovi e più efficaci metodi di lavoro. Ma l'impressione che si ha dall'esterno è che su questo fronte sia impegnata ancora soltanto Catania: con un livello di rischio notevolmente alto per gli addetti ai lavori.La segreteria provinciale del Siulp non nasconde i propri timori. Sul problema della mafia a Catania e per la ricerca dei latitanti più pericolosi, spiegano, hanno avuto più aiuto dagli uffici romani della Criminalpol che dall'Alto Commissariato. E allora? L'analisi non lascia vie d'uscita: fino a quando sentiranno recitare dal Procuratore Generale che Catania è ancora zona tranquilla, a Roma avranno sempre un comodo alibi per continuare ad abbandonare questa città al suo destino.

NAPOLI E LA CAMORRA

bambini russi sono intelligentissimi. A dieci anni già sono campioni di scacchi. I bambini americani sono ancora più intelligenti. A nove anni già manovrano il computer. I bambini napoletani sono i più intelligenti di tutti. A otto anni già sopravvivono.Ci sono cose feroci, a Napoli. Il silenzio per le vie di Barra dopo le sette di sera. Le siringhe per terra nei sottopassaggi di piazza Garibaldi. Gli sparati. Nessuna però fa tanto paura come l'intelligenza dei bambini napoletani. Ti guardano negli occhi da dietro la bancarella o attraverso il finestrino con una fredda precisa ostile volontà di sopravvivere ad ogni cosa. Al dopoterremoto, al dopoguerra, al dopocolera (è sempre un dopoqualcosa, qui).Tutto questo, sia chiaro, non per fare del colore napoletano (il «colore» è una delle trappole che i bambini napoletani tendono ai forestieri. Ci campano) o dioguardi del populismo oltretutto anche fuori moda. Solo per dire che il problema napoletano, ancora oggi, è semplicemente quello di sopravvivere. La pizza, il sole, l'allegria napoletana, sono per i turisti. Il nàpoli lavora, lavora come nessun altro al mondo: solo che l'altro lavora per vivere meglio e lui per eventualmente - vivere. Il nàpoli poi, di tutti i terroni, è quello che ha meno soluzioni davanti. Un siciliano può sempre sperare nel Ponte Sullo Stretto (o nella quarantanovesima stella, o in Garibaldi), il calabrese nel centro siderurgico o in Reggio capoluogo, il sardo nell'eventualità di essere finalmente promosso a italiano, o di andarsene per i fatti suoi. Il napoletano, niente di tutto questo. Proprio niente da sperare. E così, mentre quando si ribellano il siciliano o il calabrese lo fanno normalmente in nome di qualcosa di nobile elevato e inesistente, il napoletano si ribella solo in nome della propria concreta elementare sopravvivenza. E allora sono guai.Così, un mese fa (sciopero napoletano contro la camorra), in tutta Forcella e a piazza stazione e nei quartieri spagnoli e a Secondigliano, c'erano tre o quattro botteghe aperte, e due o tre bancarelle. Forse qualcuna in più, ma non molte. Perché a questo punto Napoli, con riluttanza, aveva deciso che i camorristi - quelli di ora - rappresentavano una minaccia alle probabilità di sopravvivere che ancora ci sono in giro. Così, due manifesti e la città si ferma. Una cosa assolutamente impensabile a Palermo o a Catania (ma forse anche in ogni altra città). Qui succede.Bisogna dire che la camorra, a Napoli, non era affatto impopolare. La mafia è impopolare, in Sicilia. E' temuta, ma non amata. La camorra invece era un pezzo di Napoli. Il mafioso stava con i signori, il camorrista coi poveri. Il mafioso sparava ai contadini, il camorrista gabbava la finanza. Il mafioso era per l'autorità costituita, il camorrista per conto suo. Il mafioso per soldi, il guappo per fame.Non è mai esistita in Sicilia, e crediamo in nessun altro luogo del mondo, una figura paragonabile a quella del guappo. Forse non è mai esistita, nella realtà, nemmeno a Napoli: ma esisteva eccome nella tradizione, nella coscienza viscerale di ogni napoletano. Era la rabbia, l'ironia, la prepotenza di sopravvivere nonostante la Legge. Mangiare. Conquistarsi i maccheroni a coltellate. Altro che l'astratto onore dei siciliani!Ora tutto questo è finito. I Cutolo, i Zaza, gli Spallone e gli altri sono semplicemente degli uomini d'affari, tipo Sindona Inzerillo Agnelli o Rockfeller. Business. Il business, qui, è prevalentemente droga (ma non solo: anche bombardare commercianti o fucilare sindacalisti) e perciò si ammazza; ma sempre affari sono; niente a che vedere con Napoli e coi napoletani. «Prima», tutta Torre scendeva in piazza per difendere i «giovinotti onorati» dai «prubbechelli». Ora, il bancarellaro smonta il banco delle Marlboro e se ne va. E' un'altra cosa. Sono stati i boss a sgarrare, a violare il «frieno»; non quelli delle bancarelle. Se vogliono fare gli affari loro, se li facciano da soli, senza i napoletani. Così; mentre il commerciante di via Toledo non ha tempo per parlarti dello sciopero che ha fatto, il ragazzo della bancarella ti dice tranquillamente che lui se n'è ghiùt'a' casa, quel giorno, perché st'infamità ha da fernì .Il novanta per cento dei negozi e delle bancarelle di Napoli paga il pizzo (l'altro dieci per cento è quello che appartiene ai camorristi). Bisogna pagare per aprire la fabbrica, per sbarcare il pesce, per vendere le sigarette, per rubare persino. E bisogna pagare, adesso, a gente che non è quasi nemmeno di Napoli. Vicaria, Montevergine, Porta Capuana, sono parole vecchie, ormai, nella malavita napoletana. I nuovi vengono da Barra, da Ottaviano, da Nocera, dalla periferia feroce d'una metropoli di due milioni d'abitanti; molto più «americani» che napoletani. La stessa parola «camorra», ormai, è usata calcolatamente, scientificamente, come marchio per il lancio d'un prodotto studiato a tavolino. Cutolo - per dirne uno - doveva fare il suo business, ha preparato e organizzato tutto per bene, da professore, e poi s'è messo a pensare che nome dargli. Chiamiamolo camorra, ha deciso alla fine, esattamente come il tecnico pubblicitario decide di chiamare biscotti della nonna i biscotti fatti a forza di chimica e macchinari o di chiamare Frascati una cosa imbottigliata a ventimila pezzi l'ora. Suona bene, è più familiare. Può funzionare. Il prodotto di Cutolo, e degli altri, finora ha funzionato abbastanza bene. Affari, morti ammazzati, e miliardi in tasca ai boss.Adesso però comincia a stufare. Questa cosa col nome napoletano, che a Napoli però porta solo infamità e siringhe, al napoletano comincia a sembrare un cincofrunne. Uno schiaffo. E finché lo schiaffo è per lo Stato, per quelli che comandano a Roma, Cutolo e gli altri possono restare tranquilli. Non c'è problema. Ma quando lo schiaffo se lo sente in faccia quello di vicolo Croce ai Miracoli o di vico Papparelle, allora le cose cambiano. Perché o' napuletano è ommo pusitivo .

L'INTERVISTA A MICHELE O' PAZZ

Al giornalista che gli chiedeva cosa pensasse dei boss che investono i propri soldi nel contrabbando o nel traffico di droga senza mai apparire e guadagnando molto col minor rischio, l'anonimo contrabbandiere napoletano rispose testualmente: «Che cosa pensate voi di Agnelli? Vedete, non siete in grado di rispondere. Anche lui si arricchisce e non rischia, non lavora come un operaio. Mi capite?». A Napoli, che lo si capisca o meno, avviene anche questo. Accade perfino che il "provvisorio" diventi certezza, che l'illegalità trovi una sua aberrante, ma disarmante e cruda ragion d'essere.Alcuni sostengono che il metro di una società si misuri dai livelli tecnologici raggiunti; altri pensano che una civiltà si giudichi dalle sue forme di governo. C'è una piccola, provocatoria minoranza che ha perfino sostenuto - pensate quale "eresia"! - che lo stato di qualsiasi gruppo sociale deve essere valutato a partire dal tipo di criminalità che esprime.Non si tratta di aderire ad una delle diverse tesi, né di stabilire e codificare una nuova teoria sul grado di progresso civile di un certo popolo, ma è indubbio che chiunque, anche il più superficiale e sprovveduto osservatore che casualmente si trovi a dover scendere da un treno alla stazione di una grande città meridionale, Napoli, Palermo o Catania, avrà sempre la medesima intuizione, all'inizio superficiale, epidermica, poi sempre più cosciente. Qui la forma di governo è soltanto uno strumento utilizzato da chi capita o da chi è tanto furbo o prepotente da poterlo fare; di tecnologie neanche a parlarne: come fai a spiegare ad un terremotato di Avellino o del Belice, ad un disoccupato di Palermo o di Napoli che oggi nelle "lontane Americhe" il lavoro è interamente computerizzato e che in ogni casa ci sono servizi igienici, riscaldamento e perfino il praticello privato?In realtà, al di là di interpretazioni o tesi scolastiche, quell'osservatore casuale si renderà presto conto che basta fare pochi passi e sedersi dieci minuti in un bar della piazza della stazione di Napoli, per esempio, per avere la prima traumatica prova della violenza strisciante, "indolore" che attraversa anche quella città; per capire quante tensioni e miserie ci siano dietro la richiesta di un barbone o l'offerta di un pacchetto di sigarette di contrabbando, oppure cosa significhino quelle cento lire che metti nelle mani di quel ragazzo dalla faccia smunta, distrutta.Per capire, infine, come mai la violenza di Mafia e Camorra, della criminalità possa essere frutto non casuale di un processo storico iniziato tanto tempo fa ed ora cresciuto e trasformatosi.Mafia e Camorra: il sociologo le ha definite di volta in volta "degenerazioni strutturali dell'organismo sociale", oppure "grossi problemi di mancato sviluppo civile". Più semplicemente si potrebbero definire fenomeni sociali nati quando anche la gente del sud d'Italia viveva nelle campagne e nella società meridionale la violenza innescata dall'atavico malessere sociale si incanalava entro i binari della rivolta "malandrinesca" contro nemici invisibili o in carne ed ossa, eppure sempre presenti, chiamati Stato, padrone, ricco, latifondo e così via.Ciò che di mitico, di leggendario, di facile e di iconografico c'era quando nacquero storicamente, in Mafia e Camorra oggi non esiste più. 'O pazzariello, 'o saporiello, Turi 'u sciancatu, temibili galantuomini mafiosi o camorristi di rispetto, hanno da tempo lasciato il campo a manager dei racket che hanno un nome ed un cognome, che rilasciano interviste, gestiscono aziende e processi politici, comprano e vendono armi e droga, che cioè agiscono nella società sui due diversi livelli della trasparenza e della clandestinità. Veri e propri uomini d'affari inseriti in mercati economici mondiali che hanno per oggetto non pomodori, agrumi o minicalcolatori elettronici, ma eroina, cocaina, armi.A scorrere brevemente il curriculum di un camorrista e di un mafioso qualsiasi si avrà prova di quanto sia cambiata la criminalità.Lo chiamano 'o malommo. Oggi vive ad Ischia. Ufficialmente commercia in tappeti persiani ed ha la rappresentanza di una grande casa di apparecchiature elettroniche. Si chiama Antonio Spavone ed ha, si dice, un esercito personale di circa 400 uomini. Nel 1979, dopo anni di permanenza in USA dove un chirurgo gli aveva rifatto la faccia devastata da una fucilata, rimise piede a Napoli con un preciso ordine di "Cosa Nostra": mettere a tacere la banda di Raffaele Cutolo. Spavone fu condannato negli anni sessanta per aver ucciso un guappo che aveva ammazzato suo fratello. Rinchiuso nelle carceri delle Murate, fu graziato per atti di eroismo compiuti, nel corso dell'alluvione di Firenze, in soccorso di suoi compagni di reclusione. Di nuovo arrestato per l'omicidio del trafficante italo-peruviano Gennaro Ferrigno, venne assolto in primo grado, condannato a 28 anni in Appello e quindi assolto definitivamente in Cassazione. Si trattò di una vicenda giudiziaria dai contorni poco chiari, tanto che un magistrato napoletano, sospettato di essere amico del boss e di averlo favorito, fu allontanato dal suo posto di lavoro. Oggi Spavone è uno dei più temuti boss della Nuova Famiglia, organizzazione camorristica rivale di Cutolo.Simile a quella di Spavone è la storia del boss catanese Benedetto Santapaola, oggi latitante perché accusato di aver partecipato agli omicidi del rivale Alfio Ferlito e del generale Dalla Chiesa, di sua moglie e del loro agente di scorta. Titolare di bar e ristoranti, gestore insieme alla sua famiglia di due concessionarie auto a Catania e di altre piccole imprese, Santapaola amministrava le sue ricchezze, controllava l'opera dei suoi prestanome con l'abilità del manager. Della lotta tra il suo clan e quello dei Ferlito sono frutto, secondo le indagini degli inquirenti, i 150 morti ammazzati dell'81 e dell'82 a Catania. Posta in gioco: il controllo del traffico degli stupefacenti.Al cospetto di Spavone e Santapaola e di tanti altri, gli "antenati" inorridirebbero. Perfino i nomi, oltre che lo stile e gli obbiettivi, sono cambiati. Il "don", che un tempo era prefisso onorifico di rispetto, non si usa più; l'omicidio è un bene di consumo più che l'estrema punizione per uno sgarro o un tradimento (le cifre parlano chiaro: nel 1982, 190 morti ammazzati a Palermo, 100 a Catania, 200 circa a Napoli e dintorni). Che cosa è cambiato? Che cosa è oggi la Camorra in Campania e la Mafia in Sicilia? Quali trasformazioni sono intercorse da quando il rione Sanità era comandato da quel grande guappo e mito popolare che era don Luigi Campolongo, il "Sindaco del Rione Sanità", e da quando don Vito Cascio Ferro imperava nelle campagne nei dintorni di Palermo?Superata l'iconografia del "buon mafioso" tutto coppola e lupara e quella del camorrista che con uno sguardo ordina nei vicoli di Napoli, chi sono i protagonisti di una storia che comunque continua ad essere attorniata da miseria, disperazione, violenza, morte? Quali sono i rapporti tra i boss delle due organizzazioni criminali? Quali gli schieramenti?A volere definire la figura del boss camorrista o mafioso si rischia di restare interdetti. Non si riesce, forse, a capire dove finisce il lecito e dove inizia l'illecito, poiché le imprese dei vari Riccobono, Bontade, Inzerillo, Greco, Santapaola, Ferlito, ma anche dei Cutolo, Spavone, Bardellino, Zaza, Nuvoletta e così via, hanno perduto da tempo i connotati tipici della tradizionale impresa criminale. In primo luogo perché il mercato degli stupefacenti, per sua stessa caratteristica, non può avere dimensioni né cittadine, né regionali, ma è un mercato internazionale che non può essere controllato dalla comoda poltrona della casetta del rione Sanità dalla Vucciria o da S. Cristoforo. E' un mercato che assicura un volume d'affari di migliaia di miliardi all'anno a chi ne ha il controllo. E', per ciò stesso, un mercato assai conflittuale dove la concorrenza è spietata e il rischio ultimo non è né la bancarotta fraudolenta, né tantomeno il crack finanziario, ma tre o quattro scariche esplose da un'arma automatica.I protagonisti, i boss criminali attuali non sono eroi popolari né figure leggendarie, ma efficientissimi capitani d'industria con amicizie negli ambienti che contano, in molti casi legati al potere costituito contro il quale i vecchi capirione dicevano di combattere (ed in qualche caso lo facevano davvero). Ma che cosa significa essere boss della Camorra e della Mafia? Quali le ferree leggi del comando? La logica del mercato ha sostituito, anche qui, quella dell'onore di un tempo. L'industria ha schiacciato l'artigianato.Esplicita oltre il lecito era stata la risposta del boss del contrabbando Michele Zaza, detto 'o pazzo, che, intervistato da una televisione privata nella villa di Posillipo dove si è chiuso da un paio di anni perché teme di essere ucciso dai killer di Cutolo, al quesito del giornalista «Cos'è il contrabbando?», sostenne sicuro «Il contrabbando a Napoli è come la Fiat a Torino. Se la levano crolla tutto. Non sono un contrabbandiere, le sigarette le compro dal tabaccaio!»L'irrispettoso paragone potrebbe in un primo momento sconvolgere il nostro ipotetico osservatore che nel frattempo, lasciata la piazza della stazione di Napoli, passeggia già nei vicoli di Forcella e, passeggiando tra le bancarelle del mercato, comincia a capire cosa voglia dire doversi arrabattare in una città (la stessa cosa potrebbe accadere a Palermo) nella quale il piccolo "mariuolo" non può sopravvivere più, se non delle briciole del piccolo furtarello o della piccola truffa ai danni del turista in cerca di emozioni pittoresche.La Camorra già da anni controlla capillarmente il racket delle estorsioni. Nel marzo del 1982, il clan camorristico che controlla borgo S. Antonio Abate mise in atto un'azione che dimostra ampiamente quale libertà di movimento abbia raggiunto il racket in alcuni punti della città e della provincia. In quei giorni, cinque giovani ben vestiti e dall'aria decisa e cordiale quanto basta, setacciarono negozi, botteghe e bancarelle ambulanti. Stringevano cordialmente la mano ai titolari dei vari pubblici esercizi e consegnavano contemporaneamente loro un volantino anch'esso cordiale, ma risoluto nel quale si offriva protezione e addirittura si fissavano le tariffe: duecentomila i commercianti; centomila gli ambulanti; cinquantamila le bancarelle.Un commerciante che si rifiutò di aderire "all'invito", di nome Angelo Manna, fu ucciso in un agguato mentre, alcune sere dopo la visita dei cinque giovani camorristi, chiudeva la propria bottega. Nei giorni che seguirono l'uccisione del commerciante, ci furono manifestazioni in tutta la provincia: migliaia di commercianti, per la prima volta, trovarono il coraggio di sfilare in corteo contro uno degli affari più tradizionalmente lucrosi per i clan camorristi. La Camorra agisce da sempre anche nel settore del contrabbando delle "bionde".La differenza fondamentale tra la Mafia e la Camorra sta proprio in questo: mentre la Camorra, fenomeno fino a ieri ristretto entro i confini regionali, ha potuto agire liberamente nei traffici criminali di dimensioni prevalentemente cittadine o addirittura zonali, la Mafia è sempre stata un'organizzazione ultraregionale con diramazioni nazionali e affiliazioni internazionali. I rapporti tra Mafia e Camorra non a caso iniziano quando il più grosso affare criminale di ogni tempo, il traffico degli stupefacenti, sostituisce quello delle sigarette.Il primo esponente della Mafia italo-americana, Lucky Luciano, rimpatriato dall'America negli anni cinquanta, sbarcò proprio a Napoli, e non a caso la sua scelta del punto in cui rimettere piede sul suolo italiano è passata alla storia della criminalità come il primo, chiaro segno di interessamento della Mafia nei confronti della zona napoletana.Fu, comunque, Gerlando Alberti, inviato al confino proprio a Napoli, a cercare operativamente di affiliare la manodopera camorristica ai circuiti mafiosi della morfina-base proveniente dall'oriente e diretta verso la Sicilia per essere raffinata. Da allora (siamo agli inizi degli anni settanta) la droga si ferma massicciamente anche a Napoli, non solo perché il consumo aumenta vertiginosamente, ma anche perché la malavita napoletana e campana, e quindi la Camorra, entrano a far parte del meccanismo, diventano un anello di quel sistema di distribuzione di ricchezza criminale che ha come punto di partenza i produttori turchi, mediorientali e del sud-est asiatico, e come potenziali consumatori tutti i cittadini della terra.Molte cose cambiano nella Camorra, ma ormai è storia recente. Le famiglie che avevano gestito più o meno tranquillamente gli affari piccolo-criminali nelle province o nelle contrade entrano in conflitto tra loro, poiché il traffico degli stupefacenti non può essere gestito localmente come il racket delle estorsioni o lo sfruttamento della prostituzione. E' la Mafia che controlla e dà in gestione la distribuzione di eroina e cocaina alle famiglie napoletane, ma negli ambienti mafiosi sono nel frattempo in corso sommovimenti. Sorgono fratture tra le famiglie palermitane, mentre la Mafia catanese dei Santapaola, dei Ferlito e dei Ferrera ha già acquisito un peso ed una parte non secondaria nel traffico di stupefacenti. E' il periodo delle grandi alleanze e dei sanguinosi conflitti, le une e le altre strette o provocate intorno ai miliardi della droga.Le scelte di campo ed i conflitti sono chiari sin dall'inizio. La Camorra napoletana si scinde in due grandi organizzazioni rivali: da una parte la Nuova Camorra Organizzata capeggiata dal camorrista "superstar", da anni detenuto, Raffaele Cutolo, 'o professore, un misto poco convincente tra Robin Hood, Pulcinella e Al Capone; dall'altra la Nuova Famiglia, una sorta di repubblica criminale federale nella quale pari dignità di capi hanno i Nuvoletta, i Giuliano, Antonio Bardellino e i Mazzoni, Antonio Spavone, e Michele Zaza detto 'o pazzo. Entrambi gli schieramenti sin dall'inizio nascono sotto la protezione e godono dell'amicizia di due diversi blocchi di potere criminale non napoletani.La Nuova Camorra Organizzata stringe alleanza con la 'ndrangheta calabrese e con la famiglia Castro-Ferlito di Catania in quel momento in conflitto con l'altra famiglia catanese emergente dei Santapaola. Ferlito pretende il controllo locale del mercato e la gestione della rete di importazione della droga proveniente dall'oriente via Balcani e Trieste e diretta verso la Sicilia per la raffinazione, rete controllata dalle famiglie palermitane. Mentre Santapaola si aggancia al clan palermitano delle borgate di via dei Mille e di San Lorenzo (i Riccobono che risulteranno poi vincenti a Palermo), Ferlito, oltre ad agganciarsi ai clan perdenti a Palermo (i Greco), guarda a Napoli e stringe un "comparaggio" con Raffaele Cutolo.Il pegno dell'alleanza? Un carico di 50 modernissime mitragliette costruite a Catania da un buon amico, Guglielmo Ponari, armiere della mala catanese. Tracce di questo scambio si avranno nell'estate del 1982 quando, arrestato Ponari a Catania, sembra sia stato trovato nel suo covo un biglietto di ringraziamenti inviato da Cutolo ai Ferlito.Gli esponenti della Nuova Famiglia sono invece già da anni in ottimi rapporti con Cosa Nostra e con la Mafia palermitana. Antonio Spavone, lo abbiamo già detto, è stato per anni in America. Michele Zaza è una vecchia conoscenza dei mafiosi palermitani. Nel 1974 lo arrestarono alle porte del capoluogo siciliano quando da poche ore si era concluso un summit Mafia-Camorra al quale parteciparono anche esponenti di Cosa Nostra.Dietro la sanguinosa lotta che dal giorno della dichiarazione di guerra scoppia tra Cutoliani e Nuova Famiglia, si muovono i conflitti siciliani di famiglie catanesi e palermitane. La notte di Natale del 1981, quando già da sei mesi il boss catanese Alfio Ferlito è stato ucciso sulla circonvallazione di Palermo mentre veniva tradotto da un carcere ad un altro, accade uno strano episodio nei pressi di Caserta: due piccoli manovali della Camorra legati a Cutolo, vengono seriamente feriti in un agguato. I due vengono rilasciati presto senza che chiarezza sia mai fatta sull'episodio. In quella occasione, negli ambienti della Questura di Napoli e Catania, si avanzò il sospetto che a sparare fossero stati killer catanesi del clan rivale all'asse Cutolo-Ferlito. Solo sospetti e ipotesi che tuttavia non ebbero seguito nelle indagini.Una cosa è certa: nella sanguinosa lotta contro la Nuova Famiglia, Cutolo e compagni, con la morte di Alfio Ferlito e la conquista della supremazia a Catania del clan Santapaola, perdono il loro unico alleato siciliano. Difficili sono sempre stati, del resto, i rapporti tra Cutolo e Cosa Nostra: La Mafia americana non ha mai riconosciuto al boss di Ottaviano il carisma e la "serietà" del capofamiglia, anche perché Cutolo si è sempre mostrato insofferente e irrispettoso nei confronti delle gerarchie tradizionali. In questo senso Cutolo, come Pupetta Maresca sua rivale e acerrima nemica, è un fenomeno atipico, forse esclusivamente partenopeo: ha sfruttato più la teatralità e la farneticante azione di spavalderia che la meticolosa e silenziosa azione criminale sotterranea.Raffaele Cutolo "'o professore" passerà alla storia della malavita come il primo boss della malavita che ha tenuto in scacco addirittura lo Stato. I contorni, l'esatta ricostruzione dei fatti devono ancora essere chiariti, ma il ruolo attivo svolto da Cutolo nel rapimento e nella liberazione dell'assessore democristiano alla Regione Campania Ciro Cirillo, sembra delinearsi. Cutolo ha acquisito prestigio e potere criminale in regime di "cattività": dalle celle delle varie carceri nelle quali è stato ospite, ha tramato, mediato, assolto o condannato. Ha, probabilmente, stretto alleanza con i terroristi detenuti, contrattando vendite di armi ed aprendo canali diretti di comunicazione con la criminalità politica, la quale, senza il consenso della malavita organizzata, non avrebbe potuto operare in Campania. Nel periodo in cui il Dc Cirillo era tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse, questo il sospetto sul quale si sono infrante carriere giornalistiche e politiche, Cutolo avrebbe mediato la liberazione del rapito. Per conto di chi? Chi glielo ha chiesto?Di aver cercato la "collaborazione" di Cutolo in questa vicenda, sono stati accusati in molti, perfino sottosegretari di Stato, faccendieri e politicanti locali. In un servizio del TG2, il giornalista Giuseppe Marrazzo ha tirato in ballo perfino i servizi segreti. Burattinaio dell'operazione, secondo Marrazzo, sarebbe stato Francesco Pazienza, faccendiere Dc, finanziere, amico dell'on. Flaminio Piccoli e dell'ex-capo del Sismi generale Santovito, uomo legato ai servizi segreti, amico di Roberto Calvi e di numerosi appartenenti alla loggia massonica P2.Francesco Pazienza, tra l'altro, si sarebbe servito, nel corso delle trattative, di Vincenzo Casillo, piccolo boss camorristico e braccio destro di Cutolo, per convincere 'o professore ad intercedere presso le BR per la liberazione di Cirillo. La vicenda, forse, non si chiarirà mai. Ciò che resta e che qui interessa è un'altra cosa. Politicanti, faccendieri, agenti segreti passano, mentre Cutolo è tirato in ballo da tutti. Dalle carceri ha accettato di intercedere? Se sì, cosa ha chiesto in cambio?Il suo braccio destro, Vincenzo Casillo, coinvolto in questa vicenda, è stato ucciso a Roma il 29 gennaio di quest'anno, pochi giorni prima che Marrazzo mettesse in onda il suo servizio televisivo. Molti i punti da chiarire anche in questa vicenda che comunque dimostra quale ruolo possa, paradossalmente, assumere un criminale come Cutolo. "Cosa Nostra" lo ha sempre avversato poiché il clamore delle sue "gesta" ha sempre nuociuto al silenzio che richiede l'organizzazione dei traffici criminali in tutta la zona. Si sa che dove c'è clamore, c'è sempre più polizia e maggiore pericolo per i criminali!Ma al di là delle differenze di metodi, al di là delle guerre tra clan rivali, il dato unificante di questo sanguinoso gioco di potere economico-criminale è la città e quindi la gente: Napoli, Palermo, Catania come Milano e Torino, il loro degrado, le siringhe abbandonate a villa Sperlinga, a Traiano o Fuorigrotta, a Piazza Roma. Sette anni fa presso la Questura di Napoli non esisteva una vera e propria sezione narcotici. Non ce n'era bisogno, dicono i funzionari. Oggi, invece, pare che una non basti più.Il Presidente della Repubblica Pertini, nel corso della visita fatta a Napoli a febbraio in coincidenza della grande manifestazione dei commercianti contro le estorsioni, ha dichiarato: «Il popolo napoletano non è camorrista come quello siciliano non è mafioso». Molte cose sono cambiate da quando i bambini del rione Sanità guardavano con rispetto quella mitica figura di vecchio seduto sul davanzale, mentre si faceva fare la barba da un guaglione. I ragazzi della scuola Galilei di Palermo, dopo l'uccisione del generale Dalla Chiesa, sono scesi in piazza. Qualcosa sta cambiando anche nel rapporto di paura tra la gente e la criminalità.Anche perché la cultura del "tanto, finché si ammazzano tra loro" non vale più: Mafia e Camorra sono nel Potere e con la droga distribuiscono morte a duecentomila lire al grammo. Il boss lo ha detto: sono le uniche industrie in attivo, qui.

IL DELITTO ESEMPLARE

Nel 1953, Lorenzo Rago era sindaco socialista di Battipaglia. Un ometto simpatico, industriale conserviero, con una vasta masseria verso il mare, nel cuore della Piana del Sele, terra ricca di frutti e di contrabbandieri. Sparì nella notte del 20 gennaio. Non fu mai ritrovato. Il mistero dura ancora oggi: nessun processo, nessun colpevole, nessun cadavere. Era un cugino di mia madre. Di quella sparizione mi restano ancora molti ricordi, tutti segnati dal sapore dell’infanzia: la macchina (abbandonata con le portiere spalancate e i fari accesi davanti alla fabbrica) fu portata nel nostro garage; ne seguì un indaffarato andirivieni di poliziotti, rilievi della «scientifica» a caccia di impronte digitali, giornalisti. Fremiti di eccitazione accompagnavano questa inedita notorietà di un piccolo paese, scaraventato di colpo sulle prime pagine dei giornali nazionali. Si ventilò l’ipotesi di una pista politica: era l’anno della «legge truffa», il clima era teso, Lorenzo Rago era stato prima monarchico, poi dell’Uomo Qualunque, poi socialista, sempre portandosi dietro i voti di una vasta clientela plebea e piccolo-borghese. Qualcuno voleva fargliela pagare? Scartando altre ipotesi, più inquietanti e appena sussurate nel nostro salotto, le indagini si orientarono verso la camorra. Sui terreni della costa dove dieci anni prima, nel ‘43, erano sbarcate le truppe anglo-americane, si svolgeva ora un fiorente contrabbando di sigarette; la masseria di Rago era in una posizione cruciale. Non solo: anche la sua fabbrica era inserita al centro di quella attività di trasformazione dei prodotti agricoli che era l’altra grande riserva di caccia della camorra. Si trattava della vendetta per uno sgarbo? Entrarono quindi in scena i grandi boss camorristici, nomi quasi fiabeschi per un bambino di allora: ‘O malommo, Pascalone ‘e Nola e, soprattutto, Vito Nappi, ‘O studente. Nappi era rispettato e temuto, era di ottima famiglia e aveva fatto il liceo classico alla Badia di Cava dei Tirreni, vantava un curriculum notevole in cui spiccavano un conflitto a fuoco contro i tedeschi, a Scafati, al momento dello sbarco e lo schiaffo al gangster italo-americano Lucky Luciano, all’ippodrono di Agnano. Fu sospettato per il caso Rago, fu anche messo in carcere, ma ne uscì beffandosi a modo suo degli inquirenti.
Rivelazioni dagli archivi
Ora, però, un documento inedito, ritrovato da Carmen Pellegrino all’Archivio centrale dello Stato - un rapporto dei carabinieri dell’aprile ‘54 - getta una nuova luce sul suo ruolo in quella vicenda e soprattutto ci permette di capire la contiguità tra un boss camorristico e le forze dell’ordine. A un certo punto, dopo più di un anno di fallimenti, i sospetti degli inquirenti si appuntarono sul fratello dello scomparso, Fiorentino Rago. Per stanarlo si escogitò un grottesco stratagemma; Nappi lo invitò a un colloquio in cui gli ingiunse di versargli quattro milioni di lire come risarcimento per tutte le per grane giudiziarie e i fastidi subiti, intimandogli di tenere la bocca chiusa su queste minacce. Al colloquio, per spiare le reazioni del sospettato, presenziarono anche due ufficiali dei carabinieri (spacciati per guardiaspallle del guappo). La trappola non scattò, Fiorentino Rago denunciò subito al commissariato di polizia il tentativo di estorsione. Nappi non era, come si direbbe oggi, un collaboratore di giustizia. Aveva deciso di aiutare gli inquirenti affiancandosi alla legge, da potere a potere, alla pari, forte di un’autorità illegale legittimata anche dai carabinieri che avrebbero dovuto combatterla. Della sparizione di Rago e di Vittorio Nappi parla ora un bel libro, scritto da Isaia Sales in collaborazione con Marcello Ravveduto (Le strade della violenza. Malviventi e bande di camorra a Napoli, L’ancora del Mediterraneo, pagg. 305, euro 16, 50). Su Nappi, in particolare, si leggono pagine interessanti, in una galleria di «ritratti» di boss camorristici (compreso ovviamente Raffaele Cutolo) delineata anche con un certo gusto letterario, attingendo a documenti eterogenei e suggestivi, compresi film indimenticabili come La sfida di Francesco Rosi e quel piccolo capolavoro di Eduardo De Filiuppo che è Il sindaco del rione Sanità.
La cupola? Non c’è
Quei ritratti, messi in serie, ci restituiscono i contorni di una definizione originale e convincente: la camorra non è un’organizzazione unitaria e centralizzata come la mafia. Il suo tratto distintivo è essere un insieme di clan uniti dal fatto di svolgere tutti le stesse attività criminali (contrabbando, «mediazione» sul commercio dei prodotti agricoli, prostituzione e, ora, soprattutto droga), tutte nello stesso ambito territoriale (Napoli e il suo hinterland, più altri pezzi del «piano campano») e tutte con gli stessi metodi operativi (omicidi, estorsioni...). Questa frammentazione, questo suo disporsi come una galassia di bande con significative differenze tra le camorre specificamente napoletane e quelle che operano in provincia, le ha dato una fluidità organizzativa, la capacità di adattarsi a tutte le fasi che hanno scandito la storia di Napoli, tanto da transitare sostanzialmente senza soluzione di continuità dalla fine del Settecento a oggi. «Se fosse rimasta un’organizzazione centralizzata - scrive Sales - non avrebbe superato la soglia del Novecento, come avvenne per tutte le forme di criminalità urbane preindustriali delle grandi capitali dell’Europa». È questo il cuore interpretativo del libro, che fa di Napoli la vera, assoluta protagonista delle sue pagine. Tutte le capitali europee si definirono, a suo tempo, intorno alla presenza di uno sterminato ceto di sottoproletari, segnati da comportamenti violenti e criminali. Le loro strade si affollarono di una plebe attirata da miraggi di ricchezze e scaraventata in un contesto di miseria e degrado. Furono le «classi pericolose» che, a Parigi come a Londra, si affiancarono alle «classi laboriose», costruendo mondi separati e minacciosi che erano città nelle città; dovunque questa fase finì con i grandi riassetti urbani, con gli sventramenti che bonificarono le antiche «corti dei miracoli», distruggendo le economie dei vicoli per riassorbire il tutto nello sviluppo delle industrie e dei commerci.
In 25 anni, 3.500 morti
A Napoli questo non è successo. I ricchi e i nobili non erano lontani, separati, divisi, ma condividevano con la plebe gli stessi spazi pubblici e gli stessi luoghi; le differenze si manifestavano nella vita e negli spazi privati, dove interni lussuosi si contrapponevano alla miseria dei bassi. La sporcizia dei vicoli, il quadro di precarietà che prorompeva dalle strade si fermava alle soglie di case principesche e sfavillanti, ma la plebe era lì, incombente, se ne avvertiva la minaccia, alimentando il ricordo dei lazzari e di Masaniello. Invece di affrontarla e di sradicarla, si scelse di conviverci. Si rinunciò allo scontro politico, si rifiutò la possibilità di riassobirla in un altro ordine urbano, in un diverso sistema produttivo. Si arrivò anzi a una sorta di compromesso esistenziale: per blandirla, nobili e borghesi ne accettarono i modelli di comportamento cercando solo di evitarne gli eccessi, di depurarli dagli elementi più volgari e più violenti. Fu un impasto da cui discendono molti degli stereotipi che oggi si affollano sulla «napoletanità». Quel che importa, però, è che proprio quel compromesso sociale e esistenziale fu (ed è) l’humus su cui ha prosperato la camorra. La convivenza tra nobili e plebei mise a stretto contatto i percettori della rendita agraria e una torma famelica di cocchieri, portinai, domestiche, artigiani che sui rivoli di quelle rendite riuscivano a vivere, a «campare». Il camorrista si afferma taglieggiando quelli che «campano» sui rivoli della ricchezza dei ricchi. Non è un brigante, non è un bandito urbano; egli vive parassitariamente estorcendo quei mestieri che ruotano attorno al consumo della rendita agraria, ma vive la stessa vita delle sue vittime, ha uno status riconosciuto, regole che rispecchiano i valori diffusi nella comunità del vicolo. Esiste quindi nella storia della camorra un’intrinseca territorialità che è insieme la sua forza e la sua debolezza: c’è una simbiosi fortissima con il contesto sociale da cui nasce e in cui opera (oggi i ghetti urbani tipo Secondigliano), il suo potere territoriale è totale e asfissiante, ma fuori dal territorio in cui è insediata si diluisce, non è in grado di esercitare un controllo e un’influenza altrettanto capillare. La camorra, sostiene Sales, resta dunque un problema tutto napoletano, un problema che assume i contorni tragici della carneficina: negli ultimi 25 anni, le bande di camorra hanno commesso più di 3.500 omicidi, cifre da guerra civile