lunedì 31 dicembre 2007

Raffica di colpi tra la folla e poi il fuggi fuggi dei passanti



Una macchia di sangue estesa
sull’asfalto, circondata da ben diciotto colpi.
È ciò che rimane di uno degli ultimi agguati
di camorra. Un agguato avvenuto ieri
nelle prime ore della sera in via Napoli a Casandrino,
dove Francesco Verde detto ’o negus,
capoclan dell’omonimo clan, ha perso
la vita, mentre il nipote Mario Verde alias
mariolino ’o tipografo è stato ferito gravemente.
Un attacco avvenuto poco prima delle diciotto,
in una delle strade più trafficate del
paese; che in questi giorni viste le festività
natalizie è colma di gente più del solito. I sicari
hanno esploso numerosi colpi di pistola
calibro nove, mentre altri tre colpi sono stati
esplosi da un fucile a canne mozze.
Il tutto è avvenuto sotto gli occhi di numerosi
passanti, intenti tra l’altro a fare acquisti
nei negozi che con le loro vetrine addobbate
hanno fatto da cornice a questa tragica
vicenda. Panico tra i passanti e tra quanti
con le loro auto stavano transitando.
«Abbiamo udito solo una raffica di colpi
– hanno esordito con voce timorosa – dopodichè
abbiamo visto tanta gente correre».
In questi casi, come da copione anche se per
certi versi è anche comprensibile; nessuno
parla. Molti hanno visto ed udito, ma nessuno
pronuncia una parola. Tutti si raggruppano
e bisbigliano con voce incredula.
«È morto ’o negus, ora si scateneranno nuovamente
».
Tutti temono che possa riaprirsi nuovamente
una faida di camorra, che le strade
dell’hinterland partenopeo possano nuovamente
bagnarsi di sangue. Un omicidio la
cui matrice è ancora sconosciuta, e su quale
stanno indagando anche i carabinieri del
reparto operativo di Castello di Cisterna comandanti
dal maggiore Fabio Cagnazzo. Le
piste battute dagli inquirenti sono tante, difatti
oltre a scandagliare i legami che la famiglia
Verde ha intrecciato con gli altri clan
malavitosi; al vaglio dei carabinieri vi è il ritrovamento
qualche ora dopo l’agguato di
un’auto bruciata nel Comune di Lusciano.

Viveva nella villa bunker, si sentiva braccato



Francesco Verde, alias
“o negus”, 58 anni, il suo nome è
finito nel best seller di Roberto Saviano,
Gomorra. “O negus come
l'imperatore di Etiopia per la sua ieraticità
e per il suo essere boss da
lungo tempo” scrive Saviano. Una
figura di spicco nella geografia della
criminalità a Nord di Napoli.
Esattamente un anno fa, il 16 dicembre
era uscito dal carcere, ma
gli era stato imposto l’obbligo di firma
presso il commissariato di polizia
di Frattamaggiore.
Ieri è uscito di casa a Sant’Antimo,
una villa bunker in via Ungheria,
per recarsi a firmare. Si sentiva
braccato. Dagli anni ‘90 ad oggi la
cronaca in centri come Sant’Antimo,
Casandrino e Grumo è stata caratterizzata
da una spietata guerra
tra le 4 cosche dominanti, i Petito,
alleati poi con i Ranucci, (il cui capo
clan fu ucciso a Calabritto il 26
gennaio del 1993 in un salone da
barbiere), i Puca ed i Verde, il cui
leader era proprio ‘o negus. Ci sono
stati anche momenti in cui la pax
mafiosa ha tacitato le armi. Adesso
il tiro si è di nuovo alzato.
Chi era Francesco Verde? Nasce a
Sant’Antimo il primo marzo del
1949. Il suo nome sale alla ribalta
nel 1993, quando grazie a un permesso
premio, si allontana dal soggiorno
obbligato in una casa lavoro
di Modena e si da alla latitanza. Viene
catturato due anni dopo dai carabinieri
alla periferia di Napoli.
Sono gli anni del grande salto, quelli
del dopo terremoto, legati al business
delle estorsioni per i lavori
della ricostruzione. È sempre però
il traffico di stupefacenti il core business
dell’attività della cosca.
Ed infatti è per detenzione di sostanze
stupefacenti che finisce nel
maxiblitz “terra bruciata”. Il 27 dicembre
del 1995 il gip del Tribunale
di Napoli, Luigi Esposito firma
88 ordinanze di custodia cautelare.
In carcere finiscono anche amministratori
e funzionari (poi assolti)
ma i pentiti che fanno scattare la
maxiretata contribuiscono a fare luce
su decine di omicidi accaduti tra
Casandrino e Sant’Antimo proprio
dal ’90 al 1995. Le accuse addebitate
al Verde, in concorso con altri
complici, parlano di detenzione e
spaccio di 5 chilogrammi di pura
cocaina. Da quale momento “o negus”
comincia a consacrare la sua
fama di capo. Tra i suoi più fidati
luogotenenti parenti e nipoti. Come
Antonio che il 30 agosto scorso è
stato arrestato dopo un inseguimento
dei carabinieri subito dopo
aver messo a segno insieme ad un
altro complice la missione di morte.
Antonio Verde detto capaliscia
insieme ad un complice aveva appena
ucciso Paolo Frasca nel rione
della 167.
Lo stesso Antonio finisce in
un’altra operazione di polizia, nella
primavera del 2004 insieme al
più noto zio che non viene trovato
a casa e avvertito si reca in ospedale
dove si fa certificare la visita.
Quello dei Verde è un clan che, secondo
inquirenti ed investigatori,
conta solidi legami con la famiglia
malavitosa dei “casalesi”, nel Casertano,
retta dal temibile Francesco
Schiavone, meglio conosciuto
come “Sandokan” ed un tempo vicina
alla Nco (Nuova camorra organizzata)
del “professore” Raffaele
Cutolo e, quindi, successivamente
avvicinatosi alla Nuova Famiglia.
Oltre al boss Francesco “’o negus”
era molto “presente” anche il
fratello Mario “’o ferraro”, come
hanno svelato gli investigatori anticamorra,
viene considerato un
personaggio di spicco della sua famiglia,
uno “specialista” del racket
delle estorsioni. “Marucciello” era
solito inviare i suoi uomini dalle
vittime per poi invitarle a casa sua
dove avveniva la materiale riscossione
della tangente. Nel 2002 al
clan vengono sequestrati beni per
circa 30 milioni di euro,
Nell’aprile 2004 un nuovo duro
colpo viene arrestato il capo Francesco
Verde, Antonio Verde, “capuzzella”,
Antonio Verde, “’o furnaro”,
Mario Verde, 89 anni, ed Antonio
Verde, “capuzzella”, 45 anni.
I Verde sono imparentati anche con
i Ronga di Melito, a loro volta vicini
al boss Rosario Fusco “’o coreano”.

Punito per una vendetta, fine della pax mafiosa



Cosa accadrà adesso? La domanda
è solo apparentemente ovvia. L’uccisione
del boss Francesco Verde (nella foto
al momento dell’arresto nel 2005) lascia
presagire la fine della pax mafiosa.
L’omicidio di “’o negus” non è un episodio
che va sottovalutato. Non si tratta di un
gregario, ma di un obiettivo strategico e
ben preciso. Deciso da un altro clan, e, da
chi comanda. Nessuna figura di secondo
piano della criminalità oserebbe puntare la
pistola contro un capocosca. Queste le prime
considerazioni dei carabinieri guidati
dal capitano Cambieri. E chi tra i clan aveva
rancore contro il boss Francesco Verde?
I militari hanno attuato subito numerosi
posti di blocco. Si sta verificando anche a
cosa sia servita
un auto trovata
bruciata nelle
campagne di
Lusciano. E nel
corso della serata,
ma le operazioni
si prevede
dureranno
tutta la notte,
sono state
effettuate numerose
perquisizioni
a casa di persone già note alla forze
dell’ordine. Al momento però non risulta
alcun indagato.
Secondo gli investigatori l’uccisione del
boss va letta come una vera e propria vendetta
per un grave affronto subito.
Nell’ultimo anno nei rapporti tra i clan
Puca e Ranucci-Petito non pare che ci siano
stati episodi tali da provocare una reazione
tale da innalzare il livello fino ad ammazzare
il boss. Tra le ipotesi dei carabinieri
invece la rottura dei rapporti con il
clan casandrinese dei Marrazzo. Il cui capo,
Enzuccio detto l’elettrauto, potrebbe
aver voluto far pagare, addebitandogli, il
commissionamento del tentato omicidio
del fratello, in una peschiera di corso Carlo
Alberto, durante le festività pasquali.
Solo ipotesi che necessitano di conferme.
Quello che è certo è che il clan vorrà adesso
vendicare l’assassinio del capo. Per il
territorio Casandrino-Sant’Antimo l’anno
non finisce bene ed il 2008 si appresta ad
essere molto infuocato, con il rischio di
una lunga scia di sangue.

Ucciso in auto il boss ’o Negus



Pomeriggio di fuoco. I
sicari mirano in alto. Crivellato di
proiettili il boss Francesco Verde,
detto “o negus”. 58 anni, residente
a Sant’Antimo, libero-vigilato da un
anno, sottoposto alla firma presso il
commissariato di polizia di Frattamaggiore,
a giorni alterni, Francesco
Verde era il capo indiscusso dell’omonimo
clan. L’agguato verso le
17,30 di ieri in via Borsellino già via
Napoli a Casandrino.
“’O negus”, che si era fatto accompagnare
dal nipote, Mario Verde
32 anni, detto “’o tipografo” stava
facendo ritorno a casa dopo aver
firmato presso il commissariato di
polizia a Frattamaggiore. Alla guida
di una Nissan Micra, di colore grigio,
c’era il nipote. Il boss si sentiva
braccato. Ed utilizzava tutte le precauzioni
quando usciva di casa. Infatti
da Frattamaggiore a Sant’Antimo
dove risiedeva sarebbe stato più
comodo imboccare l’asse mediano
ed uscire nella sua città. Invece sembra
che il boss preferisse cambiare
continuamente percorso ed attraversare
strade frequentate. Accorgimenti
che non gli sono però serviti
a salvargli la vita. Neppure un fucile
che al momento dell’agguato, secondo
indiscrezioni, era custodito
in auto e che non ha avuto neppure
il tempo di utilizzare.
Un’azione fulminea, studiata nei
minimi particolari. Sembra che all’altezza
di un frequentato supermercato
l’auto sia stata affiancata
dai killer, forse a bordo una o più
moto ed abbiano cominciato a sparare.
Incuranti che qualche proiettile
potesse colpire i passanti.
Sono stati esplosi più di una ventina
di colpi, quasi tutti con una pistola
calibro 9 e 3 o 4 con un fucile
a pallettoni. Il “negus” è stato colpito
alla testa e in varie parti del corpo.
Il nipote, pur ferito, è riuscito ad
evitare il colpo di grazia ed è scappato
diretto verso Aversa, dove è
riuscito a giungere all’ospedale Moscati,
nonostante le gravi ferite da arma
da fuoco. La Nissan ha finito la
sua corsa proprio all’ingresso del
pronto soccorso del Moscati. I soccorritori
hanno capito immediatamente
che cosa era accaduto. Hanno
soccorso Mario Verde mentre per
il boss non c’è stato nulla da fare. È
spirato in macchina prima di giungere
in ospedale. L’auto è stata coperta
con un telo bianco. Il nipote
invece è stato sottoposto ad un delicato
intervento chirurgico ed i sanitari
si sono riservati la prognosi.
Sul posto si sono portati i carabinieri
della stazione di Grumo Nevano
con il comandante Antonino
Bruno. In pochi minuti sono giunti
anche i militari della compagnia di
Casoria con il capitano Cambieri
che ha assunto la guida delle indagini.
Davanti all’ospedale di Aversa
e dentro al pronto soccorso si è radunata
una folla di amici e parenti,
oltre un centinaio di persone accorsa
dalla vicina Sant’Antimo. Altissima
la tensione: pianti, grida e imprecazioni
contro i sicari e mandanti.
Intanto la macchina investigativa
si è messa immediatamente in moto.
I carabinieri hanno fatto scattare
numerosi posti di blocco e perquisizioni
in abitazioni di persone già
note alle forze dell’ordine sottoponendone
alcune anche alla prova
dello stube. Al momento nessun
provvedimento di fermo.

Omicidio, indagato Di Biasi jr



Lo scontro era diventato talmente
cruento che ai Quartieri Spagnoli
si ammazzava anche solo per un litigio
e si uccidevano persone che
non erano affiliate ma semplicemente
amiche di personaggi dell’una
o dell’altra fazione in lotta.
Sono i collaboratori di giustizia
che ricostruiscono l’omicidio di
Giovanni Iacovelli. Ad essere accusato
è Francesco Di Biasi detto
“’o porcello” che da ieri è ufficialmente
indagato per il reato omicidiario.
Nella maxi-retata che aveva
portato in carcere 15 esponenti
del clan dei Quartieri Spagnoli il
giovane figlio del boss Mario non
c’era. Il pm però ha chiuso le indagini
ed ha inserito anche il suo
nome. Indagato a piede libero anche
grazie alle accuse dei collaboratori
del clan Misso del rione Sanità.
Il 7 febbraio del 2007 Antini
racconta: «In occasione del delitto
di Iacovelli ho visto fuggire a bordo
della motocicletta “’o porcello”,
ovvero Di Biasi Francesco figlio di
Mario Di Biasi». Meno approfondito
il racconto di Carmine Martusciello.
«Ho saputo da Renato Di
Biasi che “’o porcello” ha ucciso
una persona alla parrocchiella. Ho
saputo questa notizia circa un mese
fa. Il fatto dovrebbe risalire ad
un paio di anni fa. La vittima apparteneva
ai Russo ma il nome
non lo conosco ed è per questo motivo
che è stato ucciso», ha concluso.
Luigi D’Oriano il 30 novembre
del 2006 ha invece riferito.
«Vorrei adesso parlare dell’omicidio
di un ragazzo che so essere
il fratello di tale Peppe, vicino ai
Russo, ad opera di Francesco Di
Basi, figlio di Mario, detto Porcello.
Questo omicidio accadde due o
tre anni fa in zona Cavaiole, e fu
generato da un banale litigio intercorso
tra il Porcello e la vittima.
Infatti ho saputo che il Porcello,
una sera del mese di agosto, mentre
era in giro per i Quartieri ebbe
un diverbio con questo fratello di
Peppe che anziché minimizzare,
pur sapendo della caratura del
Porcello, ebbe a proferire frasi di
sfida. Il Porcello non reagì immediatamente
all’affronto perché innanzitutto
disarmato, e poi perché
l’altro ragazzo era in compagnia di
una donna. Poco dopo però il Porcello,
unitamente ad un ragazzo
che so essere del Pallonetto ed è
chiamato Sasà Iliano si armò e raggiunse
il ragazzo, che nel frattempo
si era recato nella Cavaiole per
andare a trovare i suoi amici e parenti.
Preciso che questo ragazzo,
pur avendo il fratello nelle fila dei
Russo, non era un malavitoso ma
un bravo ragazzo. Quando Francesco
il Porcello raggiunse questo
ragazzo, senza proferire parole gli
sparò contro uccidendolo. Per puro
caso quella sera, immediatamente
dopo i fatti, io mi trovavo
sotto la mia abitazione e intravidi
il Porcello a bordo di ciclomotore
guidato da Sasà, che stava scappando
con una pistola in mano e
si guardava insistentemente
le spalle. Io peraltro avevo
anche udito le deflagrazioni, essendo
il luogo ove avvenne il fatto
poco distante dalla mia abitazione.
Nei giorni a seguire, questo episodio
nel nostro ambiente, ossia
quello della malavita dei Quartieri
Spagnoli, è stato ampiamente
commentato e tutti erano concordi
nell’inutilità del fatto. Ricordo
che Peppe, in qualche occasione,
ha minacciato di uccidere qualcuno
dei Faiano non malavitoso,
per vendicarsi della morte del fratello.
Riguardo al Porcello ed a Sasà,
dopo l’omicidio costoro si sono
nascosti per qualche giorno presso
una abitazione, per poi riprendere
la loro normale vita quotidiana
quando le acque si erano
calmate. Ricordo anche che il Porcello
per un breve periodo si allontanò
dai Quartieri per andare
in vacanza. In tale circostanza proprio
il Porcello mi invitò a lavorare
la droga in sua assenza per conto
del padre Mario, che ebbe parole
di disappunto circa l’inutile e
controproducente omicidio che
aveva compiuto il figlio Francesco
».

Delitto De Filippo, nove anni per Salvatore Cuccaro



Omicidio di Giovanni De Filippo: è caduta la
premeditazione, è caduto l’omicidio volontario,
è caduta la contestazione dell’aggravante
dell’articolo sette. Per questo Salvatore
Cuccaro, 39 anni, cugino dei “cuccarielli” di via
Vela, ma non affiliato alla cosca, è stato
condannato per omicidio preterintenzionale a
soli nove anni di reclusione quasi come se fosse
un omicidio colposo. Eppure il pubblico
ministero aveva chiesto per Cuccaro la pena di
21 anni di reclusione e di 10 anni di opg. A
Cuccaro è stata riconosciuta anche un vizio
parziale di mente. I suoi avvocati difensori, i
penalisti Alfonso Martucci e Salvatore
Operetto, sono riusciti a dimostrare sia le
condizioni di salute non proprio ottimali
dell’imputato, ma anche la carenza di indizi di
colpevolezza a carico dell’imputato. I colpi di
pistola avevano un andamento dall’alto verso il
basso e questo dimostrerebbe che era chiaro
l’intento non omicidiario di Cuccaro che con la
sua pistola colpì alla vena femorale. Eppure
secondo l’accusa Cuccaro si sarebbe vendicato
della morte del padre Raffaele ammazzato in
un agguato di camorra nell’83. Il processo è
stato celebrato dinanzi alla ricomposta quinta
corte d’Assise del Tribunale di Napoli.
Il pm Amodeo, prima dell’avviso del
procedimento aveva chiesto che l’omicidio
contestato sia addebitabile con l’aggravante
dell’articolo 7, di aver agito per favorire il clan.
Circostanza questa, che grazie all’avvocato
Salvatore Operetto, era già stata esclusa in sede
preliminare. Il pm l’ha riproposta e il giudice si
è riservato per decidere. Giovanni De Filippo,
di 42 anni di Napoli, morì in seguito alle ferite
riportate in un agguato avvenuto a Barra, alla
periferia di Napoli nel 2004, il 7 luglio. De
Filippo fu colpito da diversi colpi di arma da
fuoco. L’uomo fu stato trovato poco dopo le 6,30
a terra, gravemente ferito, in via Serino da
alcuni passanti che chiamarono la polizia.
Trasportato all’ospedale Loreto Mare, De
Filippo morì durante un intervento chirurgico.
De Filippo fu ammazzato in una abitazione e
poi fu portato in strada, in via Serino nel
quartiere di Barra, dove fu trovato, ancora vivo,
da alcuni passanti. L’uomo, che aveva
precedenti per spaccio di droga, ed era
tossicodipendente.

Killer incastrati dalle intercettazioni

La fervida attività investigativa è stata
supportata dalle dichiarazioni del nuovo
collaboratore di giustizia del clan Abbinante.
Giovanni Piana ha raccontato ai
pm della Dda Luigi Alberto Cannavale e
Stefania Castaldi tutti i segreti della cosca
di Marano legata prima ai Di Lauro e poi
agli scissionisti degli Amato-Pagano. Le
sue accuse sono state fondamentali per
chiudere il cerchio sul duplice omicidio
Carputo-Moccia. Ad incastrare Salvatore
Baldassarre (difeso dall’avvocato Rosario
Marsico) e Paolo Ciprio (difeso dagli avvocati
Vittorio Giaquinto e Vittorio Guadalupi)
anche le intercettazioni telefoniche
e quelle ambientali susseguitesi subito
dopo le dichiarazioni del pentito che
hanno istradato gli investigatori. In particolare
sarebbe emerso che Baldassarre
avrebbe avuto il ruolo di esecutore materiale
in uno dei delitti mentre Ciprio, fedelissimo
di Abbinante, quello di organizzatore.
Ovviamente sono da considerare
innocenti fino a prova contraria. Sono
inoltre fissati per stamattina i due interrogatori
di convalida del fermo disposto
dal decreto emesso dalla Procura.
Chiamato a decidere sarà il gup Marotta.
Moccia e Carputo, secondo le ricostruzioni
della Dda, erano stati condannati dal
proprio clan per essersi rifiutati, durante
la faida di Secondigliano di far parte del
gruppo di fuoco degli “scissionisti” che
partiva di volta in volta per eliminare i rivali
dei Di Lauro. Perciò sono stati uccisi.
Nel clamoroso agguato doveva morire anche
Giovanni Piana, dal 1 ottobre scorso
collaboratore di giustizia e grande accusatore
dei presunti killer entrati in azione
il 27 settembre scorso a Calvizzano. In manette
meno di due mesi fa finirono Giovanni
Esposito, 44enne napoletano soprannominato
“’o muorto” (nonché cognato
di Antonio Abbinante), e Giovanni
Carriello detto “’o brigante”, 30enne, entrambi
originari di Napoli e legati agli Abbinante.
Due giorni fa però dai pm Luigi Alberto
Cannavale e da Stefania Castaldi sono stati
firmati altri due ordini di arresto: per
Paolo Caprio detto “’o nasone” e per Salvatore
Baldassarre. I due sono accusati di
concorso in omicidio aggravato. Il primo
era già detenuto, il secondo è stato fermato
alle prime luci dell’alba.
«Il motivo per cui hanno commesso quei
due omicidi (Moccia-Carputo, ndr) e hanno
tentato di uccidere me, sono certo risieda
in una sorta di scambio di favori tra
gli Abbinante e gli Amato-Pagano» , ha sostenuto
il neo collaboratore di giustizia in
un passaggio cruciale del suo interrogatorio
alla base del decreto di fermo contro
Esposito, Carriello, Caprio e Baldassarre.
Sostanzialmente, ecco il retroscena dell’accusa
mossa ai due indagati in stato
d’arresto da ieri mattina, gli Abbinante volevano
vendicarsi dei Prestieri (come scriviamo
a parte) e per questo si erano rivolti
agli Amato-Pagano (tradizionalmente
chiamati “scissionisti”).
E questi ultimi, come contraccambio,
avevano chiesto la testa degli affiliati agli
Abbinante che nel pieno della faida non
avevano preso le pistole in mano affianco
dei loro fedelissimi.

Baldassarre seguito da giorni, era nascosto a Secondigliano



Paolo Ciprio e Salvatore Baldassarre si
erano resi irreperibili dopo l’arresto di
Giovanni Esposito e Giovanni Carriello
per l’omicidio di Giovanni Moccia. Ma i
carabinieri del Reparto operativo di
Napoli (colonnello Gerardo Iorio,
capitano Lorenzo D’Aloia) avevano già
appuntato l’attenzione su di loro e l’altro
ieri sapevano dove trovarli per notificare
il decreto di fermo: Ciprio (napoletano
del 13 maggio 1964) si trovava nel
carcere di Poggioreale perché nel
frattempo era finito in manette per un
cumulo di pena di due anni per droga;
Baldassarre era in un appartamento di
Secondigliano in cui si era nascosto da
diverse settimane pur non essendo
ricercato per alcun reato.
Gli investigatori dell’Arma hanno
bloccato Salvatore Baldassarre (nato a
Napoli il 5 giugno 1982) all’alba. Era da
solo a casa in quel momento e ha cercato
di giocarsi l’ultima carta presentando un
documento falso. Ma i militari del
Nucleo operativo lo conoscevano bene e
non hanno avuto dubbi sulla sua
identità. A quel punto il giovane non ha
potuto far altro che arrendersi.
Paolo Ciprio invece era stato arrestato,
sempre dai carabinieri agli ordini del
capitano D’Aloia, l’8 dicembre scorso. I
militari fecero un blitz in un
appartamento di Marano, nella zona di
via San Rocco, e gli notificarono l’ordine
di esecuzione-pena per la droga. La
notizia non fu diffusa perché secondo gli
investigatori il covo era nella
disponibilità del clan Abbinante e loro
speravano che lo utilizzasse il ras Guido,
che già aveva rotto la sorveglianza
speciale dandosi alla fuga. Ma l’altro ieri
non è stato trovato: aveva trovato un
nascondiglio più sicuro, individuato
dall’Arma e nel quale c’erano il
passaporto e un medicinale. La sua fuga,
quindi continua, ma con un’accusa molto
più pesante sulla testa.

I contrasti tra Esposito e Rossi per un’estorsione



La rivalità tra Massimiliano Esposito “’o scognato” e
Bruno Rossi “’o corvo”, allora capo della Nuova mafia
flegrea e poi pentitosi, cominciò per la divisione dei
proventi di un’estorsione. Lo scrive la procura antimafia
nell’ordinanza di custodia cautelare che l’altra settimana
ha inferto un durissimo colpo al clan capeggiato
dalla triade Di Matteo-Quotidiano-Sepe. Ecco alcuni
passaggi contenuti nel provvedimento restrittivo.
“Massimiliano Esposito e Bruno Rossi agirono per
riorganizzare l’attività criminale dei rispettivi clan in
tempi brevi ed in maniera predominante sull’opposto
gruppo criminale. Tuttavia, all’inizio entrambi considerarono
controproducente uno scontro armato, sia
per l’inutile spargimento di sangue che avrebbe determinato,
sia per l’inasprimento dell’azione repressiva
delle forze dell’ordine che ne sarebbe scaturito. Per tale
motivo tentarono di stabilire una sorta di accordo di
non belligeranza, che avrebbe comportato la divisione
dei proventi delle attività illecite poste in essere nei
quartieri di Bagnoli, Cavalleggeri d’Aosta e Agnano”.
Tuttavia, scrive ancora la Procura, “nonostante i buoni
propositi, a causa di vecchi contrasti e di nuovi dissidi,
Massimiliano Esposito “’o scognato” e Bruno Rossi
“’o corvo” non riuscirono in concreto a mantenere gli
accordi.
L’occasione della definitiva frattura, a parere degli inquirenti,
sarebbe stata fornita dal mancato accordo
sulla ripartizione dei proventi derivanti da un’estorsione
perpetrata ai danni di un imprenditore di Soccavo.
“Il contrasto sorto nell’occasione costituiva, peraltro,
la manifestazione del fallimento del tentativo di
trovare un più generale accordo sul modo in cui ripartire
i guadagni delle attività illecite, dopo la proposta
avanzata da Massimiliano Esposito secondo cui egli,
con il suo gruppo, avrebbe provveduto alla materiale
esecuzione delle estorsioni, trattenendo il 60 per cento
degli introiti e riconoscendo il restante 40 per cento a
Bruno Rossi”.
Il segnale della rottura fu rappresentato dall’omicidio
di Carmine Legittimo: fu l’inizio di una nuova guerra
di camorra a Bagnoli.

sabato 29 dicembre 2007

Il “regalo” degli scissionisti: uccidere tutti i Prestieri



La faida di Secondigliano ha mietuto troppe vittime. Troppo
sangue era stato versato e le vendette a distanza di anni si covano
nell’anima dei boss e alla prima buona occasione si tolgono
ciò che loro reputano “soddisfazioni morali”. Le nuove
alleanze allora si rinsaldano commettendo agguati mortali come
prova di fedeltà assoluta. Succede così che per siglare “l’amicizia”
tra gli Amato-Pagano e gli Abbinante fu deciso di eliminare
i Prestieri, colpevoli di aver ammazzato il cognato di
Guido Abbinante durante la faida di Secondigliano, prima che
il gruppo di Prestieri passasse con gli scissionisti. Ecco cosa dice
il pentito Giovanni Piana. «Non posso essere preciso in ordine
alla data dell’incontro tra i Pagano-Amato e gli Abbinante
ma sicuramente è avvenuto poco dopo che Guido Abbinante
è stato scarcerato, cioè agli inizi di settembre - dice il collaboratore
- Ho saputo del contenuto dell’incontro sia da Guido Abbinante
che da Giovanni Esposito. All’incontro erano presenti
Guido Abbinante, Raffaele Amato, Cesare Pagano, ossia il
cognato di Amato che comanda il clan degli scissionisti quando
l’Amato è in Spagna. Erano presenti altri scissionisti di fiducia
dei capi ma non mi furono detti i nomi né io li chiesi, era
presente per il nostro gruppo anche Esposito che non parlò essendo
presente Guido Abbinante che è un capo. Guido chiese
ad Amato ed a Pagano di eliminare il gruppo dei Prestieri perché
questi, durante la faida, si erano resi responsabili dell’omicidio
del cognato di Guido Abbinante». Fu allora, che secondo
il racconto dei pentiti che iniziò la conta dei possibili obbiettivi.
«I capi degli scissionisti dissero a Guido che presto gli
avrebbero fatto un regalo. La richiesta riguardava il gruppo ristretto
dei Prestieri costituito da Tommaso Prestieri, fratello di
Raffaele Prestieri, Antonio Prestieri detto “il nano”, nipote
di Tommaso e figlio di Raffaele, Antonio Pica che è il figlio della
sorella di Raffaele Prestieri, ossia di Anna e di Franco Pica,
Nicola Todisco, killer di fiducia della famiglia Prestieri, Gennaro
Magri, soggetto prima affiliato al sottogruppo degli Abbinante
e poi passato ai Prestieri dopo la faida»

I boss della camorra come i capi della mafia:



Che Giovanni Moccia appartenesse
al clan Abbinante è riprovato
da una serie di circostanze.
Non solo perché lo riferisce il
neo-pentito che nel corso della
sua ricostruzione fa più volte riferimento
al suo «amico Giovanni
», ma anche perché il giorno
dell’omicidio proprio Moccia
aveva nelle tasche due “pizzini”
che secondo la Direzione distrettuale
antimafia e secondo il
collaboratore di giustizia Giovanni
Piana, appartenevano al
ras Guido Abbinante, che dopo
la sua scarcerazione si era dato
da fare per ripristinare gli affari
illeciti che durante la sua carcerazione
aveva messo in sospeso.
Lo pensa la Procura che ha chiesto
specificamente a Piana se conoscesse
la natura dei due biglietti
trovati nelle tasche di
Moccia.
Ecco cosa chiede il pm a Moccia:
«Nelle dichiarazione rese ai
carabinieri ha riferito che una
volta convocati dall’Abbinante
Guido quest’ultimo dava al Moccia
un bigliettino dove era annotata
la persona ed un numero
di telefono da contattare per fare
un recupero crediti». Ecco cosa
risponde il collaboratore di
giustizia: «Sì, confermo».
Allora gli mostrano i due bigliettini
rinvenuti indosso a
Moccia chiedendo se in essi riconosce
uno o entrambi quelli
consegnati da Abbinante.
Così risponde Piana: «Visionando
i biglietti che il pm mi
mostra ritengo che sicuramente
uno di questi due è quello consegnato
dall’Abbinante Guido al
Moccia. Trattandosi di un dare
avere tra due soggetti per come
io avevo sentito l’imbasciata, dare
avere di una cifra che il Moccia
già conosceva rispetto al
quale lui doveva fare da intermediario,
il bigliettino è sicuramente
quello con i nominativo
Castrese-macellaio, nome tipicamente
maranese e Salvatore»,
ha concluso il collaboratore di
giustizia.

«Attirati in una trappola,



L’omicidio Moccia nel racconto alla
Dda del supertestimone Giovanni
Piana, scampato miracolosamente
all’agguato e poi pentitosi.
«Alle ore 19 e 15 circa sono stato avvicinato
da Ciprio Paolo detto “’o
nasone”, anch’egli affiliato al clan
degli “scissionisti” del gruppo Abbinante,
il quale riferiva che mi sarei
dovuto recare unitamente al mio
compagno, Moccia Giovanni, da
Guido Abbinante, presso l’abitazione
di Villaricca. Io e il Moccia ci
siamo recati dal predetto e, dopo
aver ricevuto delle “ambasciate”
per un recupero di somme di danaro,
ci siamo allontanati. A questo incontro
siamo andati a bordo del mio
scooter Honda Sh 300 ed è proprio
mentre eravamo sulla strada di ritorno,
siamo stati avvicinati alle
spalle da una autovettura Toyota
Yaris con alla guida Carriello Giovanni,
detto “’o brigante”, mentre al
lato passeggero si trovava Esposito
Giovanni, detto “’o muort”, entrambi
soggetti a me ben noti poiché
anch’essi affiliati al medesimo sodalizio
di camorra. È stato l’Esposito
a esplodere diversi colpi di pistola
al nostro indirizzo, attingendo
mortalmente il Moccia mentre io sono
rimasto leggermente ferito alla
schiena. Non ricordo con precisione
l’esatta successione dei colpi di
pistola sparati ma ritengo siano stati
esplosi almeno quattro-cinque
colpi con una pistola, molto probabilmente
calibro 38. Preciso di essere
riuscito a vedere l’autovettura
Yaris e i citati occupanti nell’istante
in cui venivano sparati i primi
colpi ed il Moccia precipitava al
suolo; in tale frangente mi giravo
istintivamente all’indietro riuscendo
a riequilibrare il motociclo».
«Ricordo di essere riuscito miracolosamente
a darmi a precipitosa
fuga lasciando mio malgrado il mio
compagno esanime sulla strada.
Non ho alcun dubbio sulla identità
dei soggetti che vi ho indicato quali
autori dell’agguato poiché da me
conosciuti e frequentati da anni visto
la comune militanza, così come
è stato assolutamente pretestuoso
l’invito ricevuto presso il domicilio
del Guido Abbinante. Per sfuggire
all’agguato ho percorso una strada
interna che attraversa il paese di
Qualiano, giungendo presso l’autosalone
Moccia, gestito dalla famiglia
del mio compagno assassinato,
dove ho informato di quanto accaduto
Moccia Paolo, padre del mio
compagno».
Naturalmente va sottolineato che
le persone tirate in ballo dal pentito
debbono essere assolutamente ritenute
estranee ai fatti narrati fino a
prova contraria.

Omicidio Moccia-Carputo: altri 2 arresti



Erano stati condannati dal proprio clan
per essersi rifiutati, durante la faida di
Secondigliano di far parte del gruppo di
fuoco degli “scissionisti” che partiva di
volta in volta per eliminare i rivali dei
Di Lauro. Perciò sono stati uccisi Giuseppe
Carputo e Giovanni Moccia e doveva
morire Giovanni Piana, dal 1 ottobre
scorso collaboratore di giustizia e
grande accusatore dei presunti killer entrati
in azione il 27 settembre scorso a
Calvizzano: Giovanni Esposito, 44enne
napoletano soprannominato “’o muorto”
(nonché cognato di Antonio Abbinante),
e Giovanni Carriello detto “’o
brigante”, 30enne, entrambi originari di
Napoli e legati agli Abbinante.
Ieri però dai pm Luigi Alberto Cannavale
e da Stefania Castaldi sono stati
firmati altri due ordini di arresto: per
Paolo Caprio detto “’o nasone” e per Renato
Baldassarre. I due sono accusati di
concorso in omicidio aggravato. Il primo
era già detenuto, il secondo è stato
fermato alle prime luci dell’alba di ieri
mattina. Del gruppo Abbinante anche le
vittime e il ferito ne facevano parte ma
con due pecche costate loro il pollice
verso: si erano messi in proprio nel vendere
la droga e soprattutto non avevano
voluto partecipare in prima persona ai
raid contro i nemici di camorra. È latitante
per lo stesso reato ma come mandante
Guido Abbinante.
«Il motivo per cui hanno commesso
quei due omicidi (Moccia-Carputo, ndr)
e hanno tentato di uccidere me, sono
certo risieda in una sorta di scambio di
favori tra gli Abbinante e gli Amato-Pagano
» , ha sostenuto il neo collaboratore
di giustizia in un passaggio cruciale
del suo interrogatorio alla base del decreto
di fermo contro Esposito, Carriello,
Caprio e Baldassarre. Sostanzialmente,
ecco il retroscena dell’accusa
mossa ai due indagati in stato d’arresto
da ieri mattina, gli Abbinante volevano
vendicarsi dei Prestieri (come scriviamo
a parte) e per questo si erano rivolti agli
Amato-Pagano (tradizionalmente chiamati
“scissionisti”). E questi ultimi, come
contraccambio, avevano chiesto la
testa degli affiliati agli Abbinante che
nel pieno della faida non avevano preso
le pistole in mano affianco dei loro fedelissimi.
A emettere il decreto di fermo sono
stati i pm antimafia Luigi Alberto Cannavale
e Stefania Castaldo (coordinati
dal procuratore aggiunto Franco Roberti),
sulla base delle dichiarazioni del
pentito e delle indagini dei carabinieri
del nucleo operativo del comando provinciale
di Napoli.
Ecco le parole del pentito sul retroscena
del delitto. Queste le ultime accuse
di Piana che hanno incastrato Ciprio.
«Tornando all’episodio delittuoso
appena accennato, posso precisare che
alle ore 19,15 circa, sono stato avvicinato
da Paolo Ciprio, detto “’o nasone”,
anch’egli affiliato al clan degli “scissionisti”
del gruppo Abbinante, il quale
riferiva che mi sarei dovuto recare
unitamente al mio compagno, Giovanni
Moccia, da Guido Abbinante, presso
l’abitazione di Villaricca , ove più volte
mi ero già recato, ma non sono in grado
di precisare la via».

Il grande accusatore è il nipote acquisito del capoclan



Ha sposato Assunta Riccio, figlia di Lucia Bove, a
sua volta sorella di Vincenza Bove, moglie del padrino
Raffaele Abbinante (nella foto) detto “Papele
’e Marano”. Quindi è più di un semplice affiliato alla
cosca originaria di Secondigliano ma che da
quando è scoppiata la faida nel 2004 si è trasferita
a Marano. È un personaggio di spessore criminale
modesto, ma conosce bene i fatti perché li ha appresi
di prima mano. È il profilo di Giovanni Piana, un
“guaglione” sfuggito ad un agguato portato a termine
dai suoi stessi “amici” che ha deciso di passare
dalla parte dello Stato. E lo ha fatto svelando non solo
i retroscena del raid dal quale è uscito miracolosamente
illeso, ma che ha visto un suo vecchio amico,
Giovanni Moccia, massacrato la mattina del 27
settembre scorso a Calvizzano, ma lo fa anche svelando
i retroscena di altri fatti di sangue. Piana ai carabinieri
del nucleo operativo di Napoli si è presentato
la mattina dello scorso 1° ottobre, quando le
acque si erano calmate e lui aveva potuto abbandonare
il suo nascondiglio dopo l’agguato. E subito ha
espresso la volontà di collaborare raccontando dall’interno
le vicende consumatesi negli ultimi tempi.
«Sono venuto spontaneamente presso i vostri uffici
in quanto ho maturato la volontà di intraprendere
un rapporto di collaborazione con voi e l’autorità
giudiziaria. Tale decisione scaturisce fondamentalmente
dall’agguato cui sono rimasto vittima
unitamente al mio amico Moccia Giovanni, accaduto
il 27 settembre. Io e il mio compagno, Moccia,
siamo affiliati al clan detto degli “scissionisti” per
conto del quale io, fino al 2004, ho gestito la “piazza”
di droga del “casaro” del Monte Rosa, facendo
sempre capo a Francesco Abbinante».
Era stato proprio Moccia a presentare Piana all’interno
del clan e a sancirne l’affiliazione. Poi l’uomo
ha conosciuto la moglie, da cui di recente ha avuto
un bambino. «Faccio parte del “sistema” da circa
dieci anni. In particolare, sono entrato a far parte
del “sistema” tramite il mio compagno Moccia
Giovanni. Nel 2001 esistendo i clan Di Lauro e Abbinante,
tramite il mio compagno Moccia iniziai a
frequentare il rione Monterosa ove partecipavo al
“taglio” dello stupefacente che successivamente veniva
spacciato nelle “piazze”». Piana fu implicato
in un maxi-blitz portato a termine a giugno ed è imputato
per associazione per delinquere finalizzata al
traffico di stupefacenti.

Teme un agguato: De Lucia firma a casa



Teme per la sua incolumità fisica e
per questo motivo ha chiesto di non
recarsi più in commissariato a firmare
ma di firmare il registro dei sorvegliati
speciali direttamente a casa.
È il figlio di Paolo De Lucia, cugino
di Ugo ed è stato condannato
per associazione a delinquere di
stampo camorristico. Questo basta
perché il giudice stabilisca che per
tre anni il giovane Luigi debba evitare
in ogni modo di frequentare pregiudicati
e di intrattenersi con loro
e non lasciare per nessuna ragione la
sua città. Sorveglianza speciale applicata
quasi dopo un mese dalla discussione
dei difensori Claudio Davino
e Tommaso Pelliccia. Ma i precedenti
penali hanno parlato per lui.
Inoltre a Luigi De Lucia è stata notificata
anche un’altra misura di prevenzione:
un anno di libertà vigilata.
Il giovane fu condannato per il
reato di associazione camorristica a
3 anni e 4 mesi con il rito abbreviato.
Pena poi patteggiata in appello e
quindi ulteriormente ridotta. Questo
bastò per fargli ottenere una scarcerazione
inaspettata a pochi anni dalla
retata che lo portò in carcere con
altre decine e decine di esponenti
del clan Di Lauro e degli scissionisti,
all’epoca in feroce contrapposizione
per il controllo del traffico degli stupefacenti
e delle estorsione nell’area
nord della città. Nell’operazione, ribattezzata
“l’alba dello Stato” finì in
carcere anche il cugino Ugo che fu
poi condannato all’ergastolo per l’omicidio
di Gelsomina Verde, la giovane
ventenne di San Pietro a Patierno
torturata, uccisa e poi barbaramente
incendiata per i rapporti di
amicizia che aveva con alcuni scissionisti.
Proprio per questo truce
omicidio finì nel mirino della Procura
antimafia anche Luigi De Lucia,
raggiunto dall’ordinanza di custodia
cautelare con Cosimo Di Lauro, quest’ultimo
figlio del boss Paolo e ritenuto
il mandante dell’omicidio. La
posizione di Luigi è stata poi stralciata
perché archiviata, mentre Di
Lauro è imputato e l’udienza preliminare
si terrà solo a gennaio anche
se sulla questione si è pronunciata
anche la corte di Cassazione che ha
annullato la decisione del Riesame
che aveva confermato l’ordinanza.
Nel frattempo contro Di Lauro sono
state aggiunte le dichiarazione del
neocollaboratore
Giuseppe
Misso detto
“’o
chiatto”.
Originariamente
però contro
i due
c’erano le
accuse del
p e n t i t o
P i e t r o
Esposito
“’o kojak”
che li aveva
tirati in
ballo già il
27 novembre
del
2004, sei
giorni dopo
il delitto. C’erano poi alcune intercettazioni
ambientali del 22 maggio
del 2005 nell’auto di un affiliato
al clan Di Lauro che confermavano
il racconto della “gola profonda”.
Ad uccidere Mina era stato ugo, lì
c’era anche Luigi e Cosimo era il
mandante. Così il castello accusatorio
dei magistrati della Dda di Napoli
pian piano ha preso corpo fino a
quando il gip del Tribunale di Napoli
ha emesso un’ordinanza di custodia
cautelare nei confronti del padrino
Cosimo Di Lauro, capo indiscusso
della cosca che fu del padre,
e di Luigi De Lucia, cugino di “Ugariello”.
Il primo è accusato di aver
organizzato la spedizione punitiva e
il Riesame ha confermato per lui l’ordinanza
poi annullata con rinvio
dalla Cassazione, il secondo di aver
guidato l’auto, la Fiat Seicento della
vittima usata prima per il sequestro
e poi per carbonizzare il cadavere.
Ma per lui non c’erano prove e
quindi la posizione è stata archiviata.

giovedì 27 dicembre 2007

STERMINIO DI TOSSICODIPENDENTI A NAPOLI


Mentre le famiglie perbene passavano il natale tutti uniti per aspettare mezzanotte per la santa messa,NAPOLI e dintorni si e' trasformata in supplizio per la polizia mortuaria che si e' vista costretta nel giro di poche ore a raccogliere come rifiuti i corpi senza vita dei tanti disperati tossicodipendenti che si sono visti cedere la solita dose,ma diversa dalle altre visto il contenuto micidiale che gli spacciatori anno aggiunto nella sostanza stupefacente.Morti come miserabili,consumati dal tempo dalla noia e dalla sostanza che anno bisogno giorno dopo giorno di aumentare sempre di piu' per avere gli tessi effetti stupefacenti appunto,non si ferma la strage che crea questi elementi giovani vittime inerme di una criminalita' squallida che stemina la vita la speranza e i sogni dei tanti giovani disperati,con il plauso delle forze dell'ordine che non riescono ad arginare questo dramma di nome droga,rimane solo l'ennesimo trafiletto sul giornale,giovane ucciso dalla droga e niente altro.....

Accordo tra Mafia, Camorra e 'ndrangheta contro il 41 bis



Primi, clamorosi risultati delle rivelazioni del pentito Luigi Giuliano, ex ''re'' del rione Forcella e fondatore della Nuova Famiglia. Il racconto dettagliato di come, nelle sezioni speciali delle carceri, viene eluso il divieto di comunicare tra detenuti e portare messaggi all'esterno. E non solo: anche un piano elaborato dai vertici di Cosa Nostra, e condiviso da camorra e 'ndrangheta, per l'attenuazione o l'abrogazione del 41 bis, che necessita, per avere successo, della ''pax mafiosa''.Sono i punti salienti delle rivelazioni fatte dal boss pentito del rione Forcella, Luigi Giuliano, che da settembre scorso sta collaborando con la giustizia e che hanno portato all'emissione di decreti di perquisizione, emessi dalla Dda di Napoli ed eseguiti dal Ros dei carabinieri e dalla Dia, nei confronti di 24 detenuti in nove penitenziari della penisola.Si tratta di esponenti di primo piano della malavita organizzata siciliana, campana e calabrese. Perquisizioni in nove istituti di pena, concentrate nelle celle dei detenuti in regime di massima sicurezza. E ventiquattro boss, il gotha delle principali organizzazioni criminali, indagati.Le perquisizioni sono state eseguite nei giorni scorsi, ma solo ora è trapelata la notizia, nei settori che ospitano i detenuti sottoposti al regime di 41 bis delle carceri di Secondigliano e Poggioreale (entrambe a Napoli), Spoleto, Parma, L'Aquila, Milano Opera, Novara, Rebibbia e Ascoli Piceno.Luigi Giuliano, oltre a svelare come nelle carceri si elude il regime speciale, ha sostenuto che da tempo nelle cosiddette sezioni ''differenziate'' è in corso una frenetica attività criminale - da parte di Cosa Nostra, camorra e 'ndrangheta - con l' obiettivo di ottenere, se non la formale abrogazione, prima l' attenuazione e poi lo svuotamento sostanziale del 41 bis.Questo sarebbe il primo di un elenco di priorità del programma malavitoso, seguito dalla campagna contro i pentiti e dalla abolizione dell'ergastolo. Questa linea - secondo Giuliano - è stata elaborata da alcuni boss della mafia (Bagarella, Riina e Madonia) e poi condivisa dalle altre organizzazioni. Per raggiungere l' obiettivo, soprattutto i camorristi avrebbero portato all' esterno le nuove direttive, ovvero una sorta di pax mafiosa, realizzando una tregua delle guerre di mafia e camorra che provocherebbero allarme nell'opinione pubblica rendendodifficile l'attenuazione delle norme carcerarie piu' rigorose.Secondo il pentito - che dal 1996 è detenuto in vari istituti, sempre in regime speciale -, i detenuti sottoposti al 41 bis riescono a comunicare sia all' interno sia all' esterno ''in ogni modo'' eludendo i rigorosi divieti. Ed ha indicato una serie di modalità. Per il collaboratore, risulta agevole ai detenuti passarsi di mano i bigliettini oppure calare i messaggi scritti nelle celle utilizzando delle cordicelle. In altri casi,i messaggi sarebbero stati nascosti in punti strategici: a tale proposito ha accennato a un termosifone del settore docce del carcere di Parma.Un altro elemento che, a dire di Giuliano, consente la trasmissione di messaggi è la partecipazione dei detenuti alle videoconferenze nello stesso sito. Il collaboratore ha parlato inoltre di una potente colla con la quale venivano chiuse le lettere, rendendole impossibile da aprire senza distruggerle, realizzata artigianalmente attraverso la manipolazione di un medicinale lassativo. Ma in altre circostanze i mafiosiavrebbero comunicato con segnali attraverso le celle con persone che si affacciavano dalle finestre di edifici prospicienti al carcere. Secondo Giuliano, ciò è accaduto a Secondigliano dove un camorrista è riuscito a in questo modo a trasmettere messaggi. Giuliano ha raccontato che a lui si rivolsero due boss della mafia, Vernengo ed Enea, che gli chiesero se era possibile utilizzare l'appartamento attraverso il quale comunicava il camorrista.Giuliano ha raccontato infine che egli stesso riuscì a conversare a Parma con il boss camorrista Luigi Vollaro, per discutere del programma di eliminazione dei pentiti, dei loro familiari e degli avvocati che li assistono. Ros e Dia hanno perquisito le celle di 24 detenuti, trovando,a quanto si è appreso, alcuni riscontri alle rivelazioni di Giuliano. Tra i detenuti figurano esponenti di primo piano delle organizzazioni criminali: Luigi Vollaro, Pietro Vernengo,Francesco Madonia, Ferdinando Cesarano, Giuseppe Mallardo, Raffaele Stolder, Patrizio Bosti, Salvatore Foria, Valentino e Aldo Gionta, Giovanni Alfano, Salvatore Badalamenti, Gaetano Bocchetti, Antonio De Luca Bossa, Walter Schiavone, PietroSenapa, Antonio Vollaro, Salvatore Enea, Vincenzo Zagaria, Antonio Marrazzo, Salvatore Biondo, Giuseppe La Tella, Antonio Molè e Salvatore Buccarella.


li 7/12/2002


L'archivio
Sullo stesso argomento:
Luigi giuliano si pente

mercoledì 26 dicembre 2007

Sprechi all'Asl Na 1, supermulte ai manager


l’Asl Napoli 1. I direttori sanitari e amministrativi di tutti i presidi e dei distretti dell’Azienda sanitaria, infatti, sono stato multati dall’ispettorato del lavoro. Il motivo? Straordinari dispensati ai dipendenti in violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro. I provvedimenti sono scattati in seguito alle indagini degli ispettori che hanno analizzato gli incartamenti acquisiti presso le amministratori di ospedali e presidi. Un provvedimento inusuale, perché ad ampio respiro e, soprattutto, perché i manager dovranno pagare di tasca loro. Entrano, infatti, in gioco le responsabilità personali e il danno non ricadrà sulle casse dell’Asl (e quindi dei cittadini). Si tratta di vere e proprie batoste, per alcuni la multa si avvicina ai trecentomila euro. All’inizio della settimana, presso gli uffici dell’Asl del Centro Direzionale c’è stato un vertice tra tutti i dirigenti per studiare una strategia comune da adottare per fare ricorso contro il provvedimento. Ma il risultato dell’incontro è stato negativo. Sarà impossibile trattare come un unico caso tutti i provvedimenti. Ogni dirigente dovrà provvedere da sé a difendersi contro le sanzioni del provveditorato. La norma violata è quella stabilita del decreto legislativo 213 del 2004 che ha per oggetto “l’organizzazione dell’orario di lavoro”. Nella legge è chiarito che non possono essere superate le 12 ore settimanali di straordinario (nella media calcolata su quattro mesi). Si tratta di un limite abbondantemente superato dalla stragrande maggioranza dei dipendente dell’Asl. Insomma se durante un anno un infermiere dovrebbe fare al massimo 180 ore di straordinario (in casi straordinari c’è tolleranza fino a 240), questo monte ore viene consumato nel giro di soli 3-4 mesi. Questo va contro tutti i principi che ispirano la legge che deve tutelare l’integrità fisica del lavoratore, e nel caso della Sanità, anche del paziente. È chiaro che lavorare per 2 turni consecutivi rappresenta un grande rischio in corsia, che moltiplica la possibilità di sbagliare. Ma lo scandalo non finisce qui. Nel computo delle ore considerate dall’Ispettorato del lavoro, mancano quelle dedicate agli straordinari effettuati presso il 118. Fonti degli uffici amministrativi della più grande Azienda sanitaria d’Europa confermano che questi infermieri effettuano ogni mese tra le 120 e le 150 ore di straordinario. Considerando che l’orario mensile ordinario di lavoro è di 150 ore, praticamente i dipendenti del comparto lavorano costantemente per due turni completi di lavoro: ogni infermiere svolge il lavoro di due infermieri. È vero che l’Asl Napoli 1 soffre di una carenza cronica di personale per il blocco delle assunzioni, ma questi turni oltre a violare la legge palesemente vanno contro ogni principio di buon senso e di responsabilità nei confronti di chi negli ospedali si va a curare.

sabato 22 dicembre 2007

Clan Di Lauro, Comune parte civile


Il Comune di Napoli sarà parte civile nel processo contro otto presunti spacciatori del clan Di Lauro, tra cui il latitante Nunzio. Per la prima volta è stata accolta la richiesta avanzata da Palazzo San Giacomo di costituirsi come parte lesa in un processo per associazione a delinquere di stampo mafioso e droga. L’immagine della città, già quotidianamente messa alla prova, è stata danneggiata dal clan Di Lauro: da qui la richiesta accolta dal gup Spagnuolo Vigorita. Alla sbarra vi sono il superboss latitante Nunzio Di Lauro, figlio di Paolo e fratello di Cosimo, Vincenzo Del Re detto “’a pacchiana”, il carabiniere, Umberto Delle Donne, Francesco Amato, Luigi Amato, Vincenzo Del Re, Pasquale Dell’Annunziata, Umberto Delle Donne, Michele Esposito, Antonio Fittipaldi, Ciro Ghezzi, Carlo Niola, Francesco Siviero. Per Dell’Annunziata l’avvocato Sergio Mottola ha scelto il rito ordinario. Per alcuni di loro, invece, l’abbreviato. Era il 18 luglio scorso quando scattò il blitz. Da via Cupa dell’Arco, fortino incontrastato del clan Di Lauro, partivano gli ordini che arrivavano fino a destinazione ovvero ai gestori delle “piazze” di smercio della droga a Secondigliano. Prima, durante e dopo la faida, quel rione è rimasto il fulcro del potere di Ciruzzo “’o milionario” e dei suoi figli. In carcere o meglio raggiunti in carcere dall’ordinanza di custodia cautelare furono in otto, mentre due sono latitanti. Ovvero il superboss Nunzio Di Lauro, figlio di Paolo e fratello di Cosimo e Vincenzo Del Re detto “’a pacchiana”. Coinvolto anche un carabiniere, Umberto Delle Donne. Per il giudice delle indagini preliminari Vittoria De Simone, l’appuntato in servizio presso la tenenza di melito, con la sua condotta avrebbe favorito il clan Di lauro, facendo filtrare numerose informazioni riservate, su blitz e operazioni antidroga. Inoltre, sempre secondo il quadro accusatorio, il militare faceva da intermediario tra alcuni usurai di Melito e una vittima, suo conoscente. L’ordinanza eseguita dai carabinieri di Castello di Cisterna ha costituito il prosieguo del maxi-blitz del 6 febbraio del 2006 che portò in carcere oltre 20 persone, quasi tutte rinviate a giudizio e condannate. Era il gruppo che gestiva la vendita della cocaina e dell’eroina tra Secondigliano, Scampia e Melito. Tra gli arrestati anche Salvatore Di Lauro, 18 anni e già a capo di una “piazza” di spaccio. Gli imputati rispondono del reato di associazione a delinquere di stampo camorristico, di associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e inoltre, per alcuni degli imputati anche il reato di spaccio di droga. Ad incastrare gli indagati sono state le intercettazioni telefoniche. Ai carabinieri infatti è bastato piazzare alcuni “cimici” all’interno delle autovetture dei maggiori esponesti del sodalizio criminale e il gioco è fatto. Inoltre, come nel caso dei fratelli Francesco e Luigi Amato le microspie sono state nascoste nella sala colloqui del carcere dove erano detenuti. Preziose informazioni che sono state utili alle forze dell’ordine per ricostruire tutta la trama di alleanze dell’area a nord di Napoli.

I boss Stolder e De Lucia recitano l’Amleto


In scena c’è l’Amleto. Il presunto killer di Mina Verde e ras del clan Di Lauro, Ugo De Lucia, nel ruolo di Laerte, Ciro Stolder, fratello del boss Raffaele, recita Polonio. Sono solo due dei nomi eccellenti di “galeotti meridionali in transito per Roma” e rinchiusi nel la sezione si Alta Sicurezza (la G12) del carcere di Rebibbia che hanno partecipato alla messa in scena. Ma le guest star sono numerosa, si va da Raffaele Rescigno, killer vomerese di Silvia Ruotolo, a Salvatore Frasca, ras forcelliano, all’oplontino Vincenzo Gallo, passando per Salvatore Pesce, che interpreta il ruolo di Bernardo. Ma ci sono anche Domenico Artuso, Salvatore Barile, Giovanni Arcuri, Carmine Rispoli, Salvatore Bumbaca, Raffaele Petrazzuolo L’“Amleto” di Shakespeare, nell’adattamento di Fabio Cavalli e Cosimo Rega, ha come sottotitolo “Indagine sulla vendetta”. La traduzione e l’interpretazione sono di galeotti meridionali in transito per Roma con i detenuti-attori della compagnia dei “Liberi Artisti Associati - Sezione alta sicurezza del Carcere di Rebibbia”, capitanati dall’ergastolano Cosimo Rega, e con Daniela Marazita e Valentina Esposito. Musiche originali dal vivo di Franco Moretti. Lo spettacolo è stato presentato da “La ribalta - Centro studi Enrico Maria Salerno”, ed è già andato in scena il 10, 12, 14 e 17 dicembre nel Teatro del Carcere di Rebibbia In tutta l’opera di Shakespeare - si legge in una nota di presentazione - si ritrovano temi e trame che hanno radicali attinenze con i problemi che dominano il contesto carcerario. Se al centro della “Tempesta” - spettacolo rappresentato nella passata stagione - c’è l’attesa della libertà, “Amleto” è dominato dal principio della vendetta: il giovane principe, chiamato dalla voce del sangue, dal fantasma del padre, vittima di una faida dinastica, indaga implacabilmente sui colpevoli, con lo scopo di compiere la vendetta. Amleto è il killer obbligato. Secondo la lucida visione di Carlo Emilio Gadda, in quel contesto, il ristabilimento dell’ordine violato non può compiersi altrimenti che nel sangue della strage finale, nella quale innocenti e colpevoli sono ugualmente sacrificati in un atto di purificazione distruttiva. Solo Orazio resta testimone vivente, incaricato di ricordare ai posteri il rischio mortale che comporta la violazione dell’ordine al vertice di una comunità Nell’“Amleto” - si legge ancora nella nota - si rispecchiano i destini di molti degli attori della Compagnia. E i destini di tutti noi. Se c’è del marcio nell’antica Danimarca, come ce la passiamo, oggi, fra Roma, Napoli e Reggio Calabria? (Con la sponda delle finanziarie del Nord). Quali faide, tradimenti e lotte fra clan, coprono di sangue le strade delle città, fino a schizzare i palazzi di un potere lontano ed oscuro? Dalla Fortezza di Elsinore al Maschio Angioino, il salto spazio-temporale è quasi impercettibile. Nella parola scarnificata dei detenuti-attori, l’“Amleto” è cronaca di oggi ed emblema universale della dialettica fra Vendetta e Giustizia. Fabio Cavalli ha lavorato con la Compagnia su un testo liberamente adattato e tradotto nei dialetti d’origine degli interpreti, con la complicità di Cosimo Rega. Con la partecipazione straordinaria di Daniela Marazita e Valentina Esposito, rispettivamente nei ruoli di Gertrude e Ofelia. Assistente alla regia Paola Ermenegildo. Supervisione Artistica di Laura Andreini Salerno.

una mia riflessione sulla faida


Sono ormai mesi che pubblico post sulla camorra e in particolar modo sugli eventi che anno fatto piombare secondigliano nel baratro tanto che le cronache nazionali l'anno battezzata la faida di scampia,quella guerra di camorra incominciato nel mese di ottobre 2004 con l'omicidio eccellente di FULVIO MONTANINO e di suo zio CLAUDIO SALERNO,il figlio maggiore di PAOLO DI LAURO scateno' un vero e proprio eccidio per vendicare la morte dei suoi piu' tenaci e fedeli luogotenenti sbagliando pero' sia strategia che militarmente.Quando comincio' la guerra quella vera,COSIMO DI LAURO non aveva ancora in mente di quante persone fingendo di stare dalla sua parte prendevano informazioni per portarle ai suoi nemici,ovvero gli scissionisti quel gruppo di pezzi da 90 che stufi dell'assenza del loro capo e delle continue richieste sempre crescenti sul traffico della droga e su altri introidi illegali che i figli del boss aumentavano continuamente decisero che ormai avevano accattato troppo,era venuto il momento di mettergli da parte,forse in cuor loro avrebbero anche voluto informare il padre ma tutto cio' rimane ancora oggi un mistero,fatto sta che COSIMO DI LAURO in base a non si sa quale richiesta o quale sua concezione distorta gioco' di anticipo,fece girare la voce che alcuni di loro si erano appropriati dei proventi di un grosso carico di droga senza pagare come regolarmente facevano gli scissionisti una quota estorsiva che i di lauro pretendevano sui traffici di quest'ultimi.Girano strane voci a secondigliano su questa storia,anche se molti collaboratori di giustizia l'anno confermata,fatto sta che incominciarono a inasprirsi i rapporti tra i figli del boss con i loro affiliati che non vedevano di buon occhio la strategia politica criminale di COSIMO DI LAURO,ma fu ancora lui a giocare di anticipo,promosse tutti i suoi piu' giovani affiliati a ruoli piu' elevati colmando quel vuoto di potere che man mano si andava creando con l'allontanamento degli infami come li chiamavano i di lauro.A questo punto non si capisce ancora chi sia stato tra i leader degli scissionisti a promuovere la scissione,anche se molte voci sono concorde nel riconoscere il vero regista in GENNARO MARINO detto genni mkay,che si sarebbe recato piu' di una volta in spagna per promuovere la scissione dove nel frattempo si erano rifugiati gli scappati del gruppo per non finire vittime di agguati e vendette da parte dei loro ex amici i di lauro,ora la riflessione che intendo fare,fa parte della strategia delle forze dell'ordine e della magistratura che tutti i morti della faida e gli attentati dinamitardi sembrano attribbuirle tutte ai di lauro,quasi a dire che gli scissionisti da carnefici della loro studiata guerra per il potere si siano abbissati a vittime dei di lauro.Quando la guerra era in atto con omicidi e vendette all'ordine del giorno,lo stato rispose con quel favoloso bliz nel covo della faida arrestando 53 persone,peccato che fossero o meglio erano tutti del gruppo dei di lauro,lasciando intatto il gruppo di fuoco degli scissionisti che come oggi tutti vediamo si sono dimostrati ancora piu' sanguinari e spietati dei loro ex amici,nelle zone ex dei di lauro ormai sono loro a dettare legge,tutto si muove secondo il loro volere e potere,continuano ad espandersi sempre di piu' arruolando con cifre impressinanti altre reclute,poco importa se poi ragazzi di appena 20anni si ammazzano tra di loro con la falsa promessa di piu' guadagni e piu' poteri,almeno e lo dico non per alzarli come benefattori o come chissa' che,quando stavano i di lauro non si ammazzava quasi mai,tutto girava su un certo livello e tutto si muoveva verticalmente.Non prendo le difese ne dell'uno ne dell'altro,sono persone diverse carnefici senza un briciolo di amor proprio che dovrebbero finire i loro giorni in galera senza nuocere la brava gente,ma almeno si poteva distruggere tutti e due imperi,senza penalizzare uno e lasciare intatto l'altro per tutto il rispetto di chi indaga e rischia la vita ogni giorno per sconfiggere questo cancro che si sta divorando tutto a napoli,vivo nella speranza che tutto questo un giorno possa finire e che anche napoli capisca il significato di civilta' e altruismo incondizionato..........................

LA NUOVA SCISSIONE DEI LICCIARDI


Secondigliano di nuovo una polveriera,cosi' gli inquirenti tracciano il nuovo scenario criminale della geografia della mala,anche se la faida tra i di lauro e gli scissionisti sembra definitivamente accantonata tranne piccole vendetti e vecchi rancori ancora da risanare.Oggi l'attenzione di chi indaga si sposta su un altro fronte caldo,la nuova scissione avvenuta in seno al clan piu' potente di napoli nord,la famiglia licciardi che si vede costretta a cedere terreno ai suoi vecchi colonnelli stanchi delle nuove leve della famiglia e pronti a tutto per accaparrare piu' potere e piu' soldi.Secondo molti questa sarebbe la chiave di lettura per svelare l'omicidio di CARMINE GRIMALDI detto bombolone ras di san pietro a patierno trucidato per aver osato rimanere fedele alla famiglia licciardi della masseria cardone voltando le spalle ai nuovi ras emergenti i fratelli sacco,sembra che le menti della scissione e' da attribuire proprio ai fratelli sacco che insieme al boss of boss GIOVANNI CESARANO vero ras indiscusso ed eminenza grigia della camorra che a secondigliano conta davvero abbiano deciso che ormai la famiglia licciardi e da accantonare per prendere il controllo assoluto di tutti i traffici delle zone ex licciardi......

La paura di Casavatore: tutelateci


La gente ha paura, vuole tutela, sicurezza. Siamo stufi di questa situazione siamo tutti potenziali bersagli dei killer, bambini compresi. Quanto sangue ancora prima di interventi netti e risolutori?». A ventiquattr’ore dal triplice omicidio camorristico Casavatore ha paura. Alcuni commercianti della città ieri mattina si sono riuniti per decidere come muoversi in questo difficile clima. Al termine hanno redatto una lettera aperta. Ma il fatto che la missiva non sia firmata la dice lunga sulla voglia di urlare che cozza inesorabilmente con la paura di esporsi, di figurare. «L’amministrazione comunale? Le forze dell’ordine? Non ci interessa chi debba intervenire, noi vogliamo solo che qualcuno lo faccia ed alla svelta - scrivono gli esercenti -. Noi abbiamo delle attività, e la crisi economica è già una batosta micidiale, non possiamo patire ancor più la “miseria” solo perché questi criminali hanno scelto Casavatore come luogo del loro operare. Aspettano che andiamo tutti via? Aspettano che la città resti deserta di gente perbene e si consegni alla camorra? Perciò, ora basta, pazienza zero. Fatti, vogliamo solo quelli». In città si respira un clima di surreale silenzio. Nelle ore immediatamente successive ai fatti di sangue della notte scorsa molte erano le voci, spesso miste ad urla di insofferenza. Il giorno dopo, a distanza solo di poche ore, regna il silenzio, la paura di esporsi e quella incredibile voglia di urlare si è trasformata in tacito malcontento. In via Benedetto Croce, a due passi dal campo sportivo di Casavatore, la gente in strada è poca, a differenza dei momenti successivi all’agguato quando, nonostante la tarda ora (erano le 23 e 30), intorno al cadavere si è radunato un cospicuo numero di persone. Lo stesso silenzio che si può notare attraversando le strade vicine al luogo dove sono stati rinvenuti i cadaveri di Giuseppe Pizzone, Giovanni Orabona e Antonio Patrizio, pregiudicati legati al clan Di Lauro. In via Marconi, via Pepe lo scenario, dunque, non cambia. Fuori ai bar del paese di ventimila anime alle porte di Napoli sono in tanti a sfogliare i giornali in cui si racconta della macabra esecuzione. «I quotidiani sono andati a ruba» ci conferma un edicolante. Nessuno però osa commentare l’accaduto. Una donna, ferma proprio davanti ad un chiosco di giornali, dice: «Questi non si fermano più…». L’unico segno che resta visibile all’indomani dell’agguato è la segatura lasciata sul selciato per coprire le macchie di sangue. Un pensionato residente a pochi metri dal luogo dell’omicidio nega che i killer siano entrati in azione a due passi da casa sua. «Qui non è successo niente, niente. Questo è un posto tranquillo», sbotta l’uomo. La paura per il dilagare della faida anche a Casavatore, ritenuta la roccaforte degli “scissionisti”, è stampata sul volto dei commercianti. La commessa di un supermercato racconta: «Negli ultimi quattro mesi abbiamo registrato un vistoso calo nelle vendite. Già nel pomeriggio la gente ha paura di scendere di casa e rinvia le spese meno urgenti». Le fa eco il gestore di una merceria: «Sembra di stare in guerra. La sera dobbiamo chiudere prima del solito perché per la strada non c’è più nessuno». All’uscita da una scuola elementare un genitore spiega: «Da qualche settimana la domenica non sto portando più mia figlia al parco giochi perché può essere pericoloso». Oltre al silenzio, il giorno dopo il triplice omicidio, è contrassegnato da un pullulare di pattuglie di carabinieri che hanno letteralmente cinto d’assedio la zona compresa tra Secondigliano e Casavatore con posti di blocco ad ogni angolo. Ma la sensazione tra gli abitanti della stessa zona è che la guerra continuerà. «Rieccoci qui - afferma la signora Maria D.L, una casalinga di uno dei parchi più importanti della città - a pagare le pene di una società incapace di placare quest’onta di crimine e sangue. Ci faremo promotrici io ed altre amiche di un comitato per la salvaguardia dell’incolumità dei cittadini onesti e lavoratori».

Pm e clan, fuori la verità su tutti


La vicenda del fascicolo trasmesso dalla Procura di Napoli a quella di Roma, con i nomi di un magistrato, un imprenditore fratello di un senatore di Forza Italia, un boss della camorra, un sospetto killer e un alto funzionario di polizia, storia che come si ricorderà è stata raccontata in esclusiva dal nostro giornale ed ha dato luogo all’apertura di un procedimento davanti al Consiglio superiore della magistratura, rischia di trasformarsi ora da argomento di cronaca in bagarre politica dopo che qualcuno ha ritenuto di rendere noto il nome del magistrato in questione, identificato in Paolo Mancuso. Dal 1991 procuratore aggiunto a Napoli, attualmente coordinatore della sezione che si occupa di criminalità comune, Mancuso fu uno dei principali protagonisti della Tangentopoli all’ombra del Vesuvio, poi coordinatore della Direzione distrettuale antimafia, infine a Roma, al ministero, come vice di Tinebra al vertice del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Mancuso, è anche un esponente di punta di “Magistratura democratica”, la corrente più a sinistra nel poco frastagliato mondo dell’associazionismo giudiziario. Nonostante non sia indagato per nessun reato, il suo nome è finito al centro di una complessa vicenda, in cui a rischiare un’imputazione sono più che altro i personaggi che lo circondano: ma il Csm intende approfondire la questione per valutare eventuali profili disciplinari o di incompatibilità derivanti dalle frequentazioni del magistrato in questione. Il quale non smentisce ma precisa, parlando di «fatti rappresentati in maniera inesatta» ma senza dire che sono falsi, e bollando le notizie pubblicate come «contraddittorie e incomprensibili», per chiedere di «essere sentito al più presto dal Csm». Insomma, i fatti sono veri ma andrebbero meglio precisati. Un’esigenza alla cui soddisfazione Mancuso potrebbe dare un contributo decisivo. Nel frattempo, in attesa dei passi delle istituzioni interessate, è la politica a prendere la parola. Con i componenti di centrosinistra in Commissione Antimafia che gridano al complotto ordito dal centrodestra contro il magistrato di Md. E invitano piuttosto a fare chiarezza sulle frequentazioni dell’imprenditore fratello di un senatore di Forza Italia. «Questa è la differenza tra noi e loro», replica il senatore di An Luigi Bobbio, che di professione faceva il pm alla Procura di Napoli. «Secondo noi si deve chiarire tutto su ognuno dei personaggi coinvolti, sia il magistrato sia il fratello del politico, sia il funzionario di polizia. Mentre il centrosinistra fa difese preconcette, basate su appartenenze politiche. Prima ancora che si sapesse il nome del magistrato, già c’è stata una levata di scudi in difesa di un singolo magistrato. O sapevano già che si trattava di un esponenti di Md, e questo suona perverso, oppure hanno un atteggiamento pregiudiziale che rifiuta qualunque ipotesi di chiarimento di una storia quanto meno nebulosa. Parliamoci chiaro, qui attaccano chiunque chieda semplicemente di fare chiarezza sulla vicenda». Veramente, è stato affermato che c’è «un complotto» teso «a destabilizzare la Procura» minando la «ricostruzione del clima di serenità interno all’ufficio». «In primo luogo, chissenefrega della serenità della Procura: io credo che venga prima l’accertamento della verità. In secondo luogo, è un ragionamento davvero bizzarro. Nessuno ha tirato minimamente in ballo, e neppure sfiorato, il capo della Procura, Giovandomenico Lepore, il magistrato che ha preso il posto di Cordova, colui che avrebbe riportato serenità nella Procura, del quale abbiamo tutti incondizionata stima e a cui va tutto il nostro sostegno. E allora? Forse si ritiene che la serenità della Procura dipende da Paolo Mancuso?». Ma prima Gambale (Margherita), poi Lumia (Ds) chiedono di diffondere il nome dell’imprenditore, fratello di un senatore della Cdl, che avrebbe ospitato Cosimo Di Lauro in un appartamento di sua proprietà e che è stato intercettato con presunti camorristi (come del resto abbiamo rivelato solo noi del “Roma”). Dicono che attaccate il magistrato per coprire l’imprenditore. «Non voglio dare adito a strumentalizzazioni di nessuno e di nessun tipo, a cominciare da quelle di Lumia. Proprio per questo sono io il primo a chiedere approfondimenti per l’uno e per l’altro, e anche per il funzionario di polizia. Se dovessi scoprire che davvero le intercettazioni sono state staccate dopo che il magistrato è stato avvisato dal funzionario di polizia, per ragioni private e personali, pretednerò che sia fatta chiarezza a 360 gradi, senza zone di incertezza o di sottovalutazioni o minimizzazioni dei fatti».

L’amico di Di Lauro andò in Procura


L’imprenditore a cui Cosimo Di Lauro avrebbe chiesto di interessare un amico magistrato si recò a far visita in Procura a Paolo Mancuso (nella foto), il Procuratore aggiunto il cui nome è finito all’interno di un fascicolo giudiziario aperto dalla Procura di Napoli e trasmesso per competenza alla Procura di Roma, dove è iscritto a modello 45 (fatti non costituenti reato) ed è affidato al Procuratore aggiunto Achille Toro. È uno dei passaggi che emerge dalle indagini sulle frequentazioni dell’imprenditore, fratello di un senatore di Forza Italia, partite quando in un appartamento di sua proprietà fu rintracciato Cosimo Di Lauro, all’epoca, eravamo a novembre, non ancora inseguito da un mandato di cattura che sarà firmato solo il 7 dicembre (oggi l’erede del boss superlatitante Paolo Di Lauro è in carcere). La visita in Procura dell’imprenditore, i cui telefoni erano stati messi sotto intercettazione, fu accertata dalla polizia giudiziaria grazie all’esame dei badge rilasciati ai visitatori, ad ognuno dei quali corrispondono gli estremi del documento d’identità presentato all’ingresso, della data, l’orario di entrata e di uscita, la persona o l’ufficio in cui si è andati. Tutto meticolosamente annotato dagli agenti che fecero rapporto sui fatti al pm Giovanni Corona. Sia chiaro per l’ennesima volta: il Procuratore aggiunto Paolo Mancuso non è sottoposto ad indagini, ma la sua posizione è stata ritenuta meritevole di approfondimento da parte della stessa Procura di Napoli, dal coordinatore della Direzione antimafia Felice Di Persia e dal Procuratore capo Giovandomenico Lepore, i quali hanno ricevuto la relazione del pm Giovanni Corona e hanno dato l’assenso all’apertura di un fascicolo giudiziario (sia pure a modello 45) e alla sua trasmissione alla Procura di Roma, l’unica competente ad approfondire gli aspetti che comunque coinvolgano, anche eventualmente come parte lesa, magistrati partenopei. Anche il Consiglio superiore della magistratura, del resto, ha ritenuto che questi fatti meritassero approfondimenti sotto il profilo disciplinare o comunque di compatibilità ambientale, tanto da richiedere all’unanimità l’apertura di un procedimento che domani muoverà i primi passi. Ricapitoliamo quali sono gli aspetti da chiarire, e come si inquadra la novità della visita in Procura. Cosimo Di Lauro viene trovato ad abitare un appartamento intestato ad un imprenditore, fratello di un senatore di Forza Italia. La Procura pone sotto intercettazione i telefoni dell’imprenditore e scopre che è un intimo amico ed assiduo compagno di caccia del Procuratore aggiunto Paolo Mancuso. Intercetta le telefonate tra l’imprenditore e Mancuso e tra l’imprenditore e personaggi ritenuti legati al clan Di Lauro. Questi ultimi chiedono all’imprenditore di interessare una persona, sembrerebbe proprio il magistrato in questione. L’imprenditore risponde che ha provato al telefono ma non lo ha trovato. Che non risponde alle sue chiamate. Nel frattempo accadono due fatti importanti. Domenica 21 novembre, alle 13, poche ore dopo tre omicidi tra Melito e Casalnuovo, i carabinieri del Rono perquisiscono la casa di Andrea S., 48 anni, ritenuto legato al clan Di Lauro, e lo sottopongono ad esame “stube”: l’uomo fa mettere a verbale di aver sparato con un fucile da caccia essendo appena tornato da tre giorni di battute in Albania assieme all’imprenditore fratello di un senatore, al Procuratore aggiunto Paolo Mancuso e ad un alto funzionario di polizia. Il verbale finisce sulla scrivania del pm che indaga sulla faida di Secondigliano, Giovanni Corona. Nel frattempo, un altro importante funzionario di polizia avverte Mancuso che ci sono delle telefonate intercettate nel corso della faida di Secondigliano in cui si parla di lui. Allo stesso tempo, l’imprenditore che diceva a esponenti del clan Di Lauro di non riuscire a contattare telefonicamente Mancuso si presenta in Procura e va a parlare col Procuratore aggiunto. Cosa si siano detti è questione che solo Mancuso potrà chiarire, quando vorrà. Niente di più facile che abbiano parlato solo ed esclusivamente di caccia. C’è un ultimo aspetto da chiarire: le utenze intercettate vengono “staccate”, che in gergo vuol dire non più sottoposte ad intercettazioni. Il motivo è che su quelle utenze, da un dato momento in poi, non avvengono più conversazioni “interessanti” per gli inquirenti. Come mai? Sempre negli stessi giorni, siamo ormai a dicembre, Mancuso si sarebbe rivolto al più giovane collega che indaga sulla faida di Scampia per chiedergli conto delle voci che circolano sul suo nome finito nelle intercettazioni. Anche su questo punto ci sarebbe un rapporto del pm Corona a Di Persia e Lepore. Poi tutti gli atti partono per Roma. E domani saranno richiesti in copia dalla prima commissione del Csm, presieduta dal togato di Unicost, anche lui napoletano, Luigi Riello. Nessuno sospetta in alcun modo collusioni di Mancuso con chicchessia, la sua carriera è una garanzia: in discussione ci sono però profili disciplinari e di opportunità

Sfida alla malavita: no al “Pizzo”


Una saracinesca che brucia, le luci lampeggianti di una volante, una sera come tante altre: sembra un film visto alla tv, ma le immagini che scorrono sul video per le tante vittime del racket e dell’usura, rappresentano purtroppo una dolorosa pagina di vita vera, un incubo indelebile vissuto sulla propria pelle, che è, allo stesso tempo, una sconfitta collettiva. A ricordarcelo è “Rompere il silenzio”, il documentario-denuncia realizzato dall’associazione Alilacco Casa della Solidarietà di Torre Annunziata nell’ambito di un progetto regionale di educazione alla legalità, presentato ieri alla Camera di Commercio, prossimamente distribuito nelle scuole medie e superiori di tutta la Campania. Prendendo spunto da un reportage realizzato dalla giornalista Amalia De Simone, trasmesso nell’ambito del format “Lavoro in corso”, già insignito di un riconoscimento speciale al Premio Cronista dell’anno 2004 e finalista al Premio “Ilaria Alpi”, il video affronta il drammatico fenomeno del racket e dell’usura attraverso le testimonianze degli stessi protagonisti. Tante voci, tante storie legate da un filo comune, quello nero della camorra, che tesse le sua trame criminali, appropriandosi dello sviluppo del territorio campano: esercizi commerciali, piccole imprese, punti vendita, qualunque tipo di insediamento produttivo può risultare utile alla criminalità organizzata per condizionare l’economia locale, e rifornire i suoi loschi traffici. In Campania la statistica vede 1 su negozio su 5 schiavo del cosiddetto “pizzo”, per un giro di milioni di euro, utilizzati per il pagamento della manovalanza, delle parcelle degli avvocati nei processi penali, ad esempio, oltre a costituire il punto di partenza dell’altro fenomeno collegato, ovvero quello dell’usura, in un circolo senza fine. Un prestito di 3 milioni delle vecchie lire per pagare la “rata” può condurre infatti a pagare interessi per ben 400 milioni, raccontano le vittime nel filmato, e, per chi ha il coraggio di denunciare, si apre una vita sotto protezione, fatta di minacce e paure, che a qualcuno fa persino rimpiangere la scelta fatta. Grazie alle fin troppo rapide scarcerazioni, è facile, a pochi mesi dalla denuncia, ritrovarsi faccia a faccia con i propri aguzzini, pronti a cancellare la speranza, eliminando gli uomini che possono infonderla, come Luigi Staiano, assassinato nel luglio del 1986, o Federico Del Prete, ucciso con sei colpi di pistola nel febbraio del 1992. «È proprio a uomini come loro che dedichiamo questo progetto, - ha spiegato Amleto Frosi, presidente dell’Alilacco - senza alcun supporto legislativo e in assenza di una cittadinanza attivamente partecipe, queste persone hanno saputo dire “no” all’estorsione; come associazione, lotto tenacemente la criminalità organizzata, con lo scopo di portare i colpevoli al processo, restituendo la libertà alle vittime, costantemente sostenute, soprattutto dopo la denuncia». Utilizzando il numero verde 800406600, è possibile infatti contattare i volontari della Casa della Solidarietà, ricevendo un supporto legale e morale teso, ed attivando un percorso che ha visto l’Associazione costituirsi sino ad oggi, come parte civile in 10 procedimenti giudiziari. «Il sostegno delle vittime dopo la denuncia è fondamentale - hanno confermato il Colonnello dei Carabinieri Claudio Domizi e il Capitano della Guardia di Finanza Eduardo Sandomenico intervenuti alla presentazione - bisogna mantenere sempre alta l’attenzione su queste tematiche, stimolando la sensibilità dell’opinione pubblica; la diffusione nelle scuole è decisiva per arginare alla radice il fenomeno». Adelaide Auriemma

Camorra, tesi di laurea sulla faida di Scampia


La faida di camorra di Scampia e di Secondigliano nelle pagine dei quotidiani Il Mattino e Roma”. È questo il titolo della tesi in Laboratorio di Giornalismo , facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Suor Orsola Benincasa, relatore il docente Marcello Curzio, in discussione oggi nell'aula magna dell’istituto universitario di corso Vittorio Emanuele, a Napoli. A realizzarla è stato uno studente vomerese, Gianmarco Esposito, 22 anni, appassionato di cronaca nera che ha raccolto materiale inedito, dati e statistiche sulla mattanza di camorra a Napoli, caratterizzato dallo scontro armato tra i fedelissimi di Paolo Di Lauro, alias “Ciruzzo ’o milionario” e suoi ex alleati, meglio conosciuti con l'appellativo di “scissionisti”. «È la prima volta - sottolinea il relatore Marcello Curzio, giornalista - che la faida dei nuovi clan della camorra partenopea diventa oggetto di una tesi di laurea».

Apre la bottega“sapori della legalità


Ho letto l'intervento di Raffaele Cantone e le dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi dei magistrati Franco Roberti, Giandomenico Lepore e dal capo della Squadra Mobile, Vittorio Pisani, che lamentano la scarsa attenzione dei media nazionali sull’arresto di Eduardo Contini, uno dei boss malavitosi più pericolosi del nostro Paese. Le loro preoccupazioni sono fondate». Il presidente della Regione Campania, Antonio Bassolino, intervenuto all’ inaugurazione de “La Bottega dei sapori e dei saperi della legalità”, si dice d’accordo con i magistrati e le forze dell’ordine, lamentando la scarsa attenzione della stampa nazionale. «Qui non è in ballo la visibilità personale, ma la giusta necessità di rappresentare che ci sono importanti pezzi dello Stato, forze dell’ordine, magistratura, istituzioni ma anche imprese, commercianti, associazioni, cittadini, che ogni giorno combattono la camorra. Più c’è attenzione e spinta da parte dell’opinione pubblica contro la criminalità organizzata, più è efficace il contrasto». Bassolino ha rimarcato l’aspetto della Napoli che «denuncia, che reagisce alla camorra, che è impegnata civilmente. Siamo la regione d’Italia col maggior numero di denunce per estorsione, cosa che non accade per esempio in Sicilia», ha poi concluso. Arresti, denunce per reati d’estorsione e secondo quanto confermato dal Questore di Napoli, Oscar Fioriolli, in città sono diminuiti anche i reati predatori. «Il 2007 si sta concludendo positivamente. Infatti nel corso dell’anno sono diminuiti i reati predatori», ha detto chiarendo «che si può fare sempre di più, e noi lo faremo ma tutti devono fare la propria parte, iniziando dai cittadini». Intanto un altro seme per la legalità, è arrivato proprio dalle associazioni in collaborazione con le istituzioni. In alternativa al classico cesto, da ieri sono in vendita le confezioni regalo di Libera, per un Natale all’insegna della legalità. Del vino, pacchetti di pasta, del miele, tutti prodotti del paniere della legalità realizzati nelle terre confiscate alla camorra. Reso possibile grazie all’intesa tra “Libera, associazioni nomi e numeri contro le mafie” e la presidenza della giunta regionale della Campania con gli assessorati regionali alla sicurezza delle città e alle politiche sociali”, il nuovo store ha aperto i battenti proprio di fianco alla sede di Palazzo Santa Lucia. Dopo Roma, dunque, anche Napoli ha una bottega della legalità, la seconda in Italia. In vendita oltre il vino bianco “Campo libero”, ottenuto da uve “trebbiano” prodotto dalla cooperativa Il gabbiano nel Comune di Cisterna di Latina, l’olio di oliva Castellanense frutto della cooperativa Valle del Marro nella Piana di Gioia Tauro, ci sono anche prodotti locali come l'acqua minerale di Contursi Terme, l'ortofrutta della Cooperativa Icaro di Pignataro. Alla cerimonia tra gli altri il pm Raffaele Cantone,l’assessore regionale, Andrea Abbamonte, Don Tonino Palmese, Geppino Fiorenza, i familiari delle vittime di camorra, i rappresentanti della carovana antiracket, ed il presidente di Libera, don Luigi Ciotti. “È in vendita un prodotto ’buono, pulito e giusto’. Buono perché sano, pulito perché realizzato in maniera biologica, giusto perché sottratto alla camorra - ha detto auspicando che un giorno non ci sia più bisogno di aprire botteghe come queste». Auguri per la nuova bottega anche dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un telegramma inviato dal segretario generale del Quirinale, Donato Marra, nel quale ha espresso all'associazione Libera “vivo apprezzamento”.

Gigi e Paolo, la Cassazione si riserva: il processo potrebbe lasciare Napoli








Il 14 giugno del 2007 la difesa ricusò la Corte d’Appello di Napoli bloccando il processo a carico dei presunti assassini di Gigi Sequino e Paolo Castaldi. Ieri la Corte di Cassazione si è riservata e se accogliesse il ricorso presentato dagli avvocati Giovanni Aricò e Maurizio Zuccaro il processo potrebbe lasciare Napoli. È durato meno di un mese il processo d’Appello ai killer di Luigi Sequino e Paolo Castaldi, i due giovani uccisi per errore sotto l’abitazione del boss Rosario Marra dai “guaglioni” del clan Marfella di Pianura la sera del 10 agosto del 2000. Pasquale Pesce (nella foto), difeso dall’avvocato Maurizio Zuccaro, uno dei due imputati condannati in primo grado all’ergastolo, infatti, ha invocato la legittima suspicione. La richiesta è stata formulata dallo stesso Pesce leggendo una richiesta al presidente della Corte di Assise di Appello di Napoli, Omero Ambrogi, sollecitando il trasferimento del processo in altra sede territoriale perché, a suo giudizio, non esisterebbero le condizioni ambientali per un giudizio sereno e riferendosi ad una presunta campagna di stampa che sarebbe stata molto sfavorevole nei confronti degli imputati. Tra le motivazioni addotte da Pesce, c’è il fatto che la Corte di Assise di Appello di Napoli ha rigettato l’istanza dei suoi difensori di fiducia di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, respingendo così la richiesta di acquisizione di nuovi atti istruttori. La Corte ha trasmesso gli atti alla Cassazione che valuterà se ricorrono i presupposti per il trasferimento del processo. «Riteniamo - disse l’avvocato Zuccaro - che in un ambiente diverso e più sereno il processo d’Appello possa essere più equo, visto che sono fondati i motivi del legittimo sospetto». «È una richiesta inammissibile - spiegò l’avvocato Andrea Abbagnano che rappresenta la famiglia Castaldi, l’ex moglie e la figlia di Sequino - rispetto alla attuale fase processuale e riteniamo che sia solo un fatto dilatorio». «La richiesta - sottolineò l’avvocato Antonio Majo che rappresenta Vincenzo Sequino, il papà di Luigi - è intempestiva perché, per quanto riguarda la presunta campagna di stampa cui si fa riferimento».

Le accuse dei Misso contro i Di Biasi


Le accuse sono state puntuali e precise e per questo faranno parte delle accuse rivolte contro i boss del clan Di Biasi dei Quartieri Spagnoli. Giuseppe Misso jr, suo fratello Emiliano Zapata e il cugino Michelangelo Mazza hanno accusato i “Faiano” e le loro dichiarazioni faranno parte dell’avviso di chiusura delle indagini preliminari che in questi giorni dovrebbe essere notificata per gli indagati che diventeranno poi imputati. Quello contro i Di Biasi se non fu il colpo del “ko” poco ci mancava. È orfano dei suoi vertici, tutti e tre rinchiusi nel carcere di Poggioreale con gravi accuse a carico: Luigi, Renato e Mario Di Biasi. Con quest’ultimo addirittura schiacciato dall’imputazione più pesante contenuta nel decreto di fermo a firma dei pm antimafia Sergio Amato e Raffaele Marino (coordinati dal procuratore aggiunto Franco Roberti): presunto mandante dell’omicidio di Umberto Melotti. Ma non solo: destinatari del provvedimento restrittivo sono stati anche luogotenenti e gregari del clan, alcuni dei quali già dietro le sbarre per altri reati. L’inchiesta si basa su tre cardini: le dichiarazioni di 10 pentiti, tra i quali in particolare Antonio Esposito detto “papillon”; «le intercettazioni telefoniche e ambientali e il lavoro investigativo puro», come ha ben spiegato il pm Raffaele Marino. Ad eseguire i fermi sono stati i poliziotti della squadra mobile della questura (agli ordini del dirigente Vittorio Pisani e con il vice questore Fulvio Filocamo, investigatore anticamorra che ben conosce la mala dei Quartieri Spagnoli). A parte gli irreperibili, che non erano in casa né sono stati trovati presso parenti, tutti gli altri stavano tranquillamente dormendo. I Cangiano, padre e figlia, erano nello stesso appartamento e in quel caso non sono servite ulteriori ricerche. Per tutti è scattata l’accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico mentre in 7 rispondono di omicidio: Mario Di Biasi, Massimiliano Artuso, Luciano Boccia (figlio di Salvatore, ammazzato nell’estate 2006 nella sua vineria), Luigi Cangiano, Sergio Parmiggiano e Ciro Saporito per la morte violenta di Melotti (5 ottobre 2005) e Vincenzo Gallozzi (scarcerato ad agosto per indulto, detto “’o figlio do’ musichiere”) per l’omicidio di Raffaele Esposito (deceduto il 19 dicembre scorso per le ferite riportate nell’agguato del 23 settembre precedente). Di concorso in estorsione, tentata o compiuta a seconda dei casi, debbono rispondere Artuso e Attanasio per aver messo sotto pressione due commercianti dei Quartieri Spagnoli; Giuseppe, Raffaele detto “’o boss” e Salvatore Scala, Renato Di Biasi, Saporito e Gallozzi per aver intimidito a scopo estorsivo due coniugi che avevano acquistato mobili da appartenenti al clan; Artuso, Boccia, Mario Di Biasi ed Esposito per racket nei confronti del titolare di un garage